Archivio autore: celestechiaro

L’EQUINOZIO E LA BENZINA

ps: le .

Rido.  Qualcuno ha scritto “Il Gigante e la bambina”. Ma noi  che siamo originali, e, secondo me ma anche secondo altri, non troppo “registrati”, io , qui, ai piedi della “Mia Bela Madunina” titolo il mio post “L’equinozio e la benzina”.  E rido.

Poi spiego anche perché, ma prima ancora mi scuso con il nostro reporter che diligentemente, e grattando il tempo dai muri (a Firenze ci sono muri, certo, come qui a Milano, mica “lavoriamosolonoi”) il menestrello della luna è corso a fare il consueto e tradizionale reportage. Ecco dunque le foto dell’Equinozio!! Per la gioia di Controluce.

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Che c’azzecca la benzina? Eh!! Siccome, spesso il lavoro impedisce di fare anche un’ora di ricreazione, magari per mangiare no? ma … pare che spesso non si ha questo diritto. E spesso succede che per arrivare al lavoro non ci si fermi a far benzina. E a volte succede (ma questo solo a noi di Controluce che come ho detto prima siamo un po’ fuori di testa, un po spettinati, ma come disse il grande Gaber “spettinati bene però” ) si debba correre a Piazza Giudici a fotografare l’equinozio… Come ci si arriva se non c’è la benzina? Parafrasando la canzoncina viene una roba così “ma ndo vai se la benzina un ce l’hai?” . Bè.. il nostro reporter si trova nella situazione sopra descritta ovvero: gratta il tempo dai muri, non mangia, e il 22 settembre era praticamente a secco. E allora come ha fatto, direte voi popolo di Controluce, ad arrivare in Piazza Giudici? bè.. facile!!! Lui la benzina alla moto.. gliel’ha raccontata!!! 

No no non sono matta o almeno non più del solito. Quando mi ha passato le foto, mi ha scritto esattamente: ecco, ho le foto dell’equinozio,  sono andato a Piazza Giudici, ci sono arrivato con la benzina raccontata.

Ora capirete perché, nel caso non l’aveste già capito prima, perché io adoro questo posto.. Ovvero qui mi sento quasi normale!!

Un abbraccio a tutti e buona settimana. E un dolce autunno. Che sia morbido come velluto, colorato di cento sfumature di giallo, profumato come il muschio, i funghi, le castagne, e l’erba bagnata. E foriero di quiete.

 

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RESPIRO

Dove mi trovo in questi giorni sono prati verde smeraldo, alberi, torrenti, fiori di campo, monti ricoperti di abeti che man mano si diradano fino a diventare prati verso le cime. Alcune sono bianche, altre terminano in verde chiaro contro il cielo a volte azzurro a volte grigio a volte bianco, cotonatura  di nuvola. Dalla finestra di cucina, distante poche decine di metri, di stende il lago di Resia, con il suo campanile in parte sommerso, testimone di una triste storia che inghiottì tutto il paese.  Poco distante da qui, la sorgente dell’Adige: un rigagnolo di acqua fredda che a berla pare voglia staccarti i denti. Pare impossibile che quella minuscola fonte partorisca un figlio come l’Adige. Cammino, ogni giorno esplorando luoghi e ogni giorno mi stupisce la maestosità delle montagne e la vastità dei pascoli, così come la semplicità delle margherite, e delle moltissime qualità di fiori dai colori splendidi che colorano i prati puntellando quel verde incredibile. Nonostante una tendinite che a tratti mi morde le caviglie, io cammino e cammino. Tra le mucche che qui sono libere, pascolano e brucano erba vera e fresca, e fiori e chiesette e ruscelli, paesaggi da fiaba. Poca, pochissima gente per chilonetri di sentieri e ringrazio il cielo di questa quasi solitudine. E come spesso mi accade in circostanze come questa mi chiedo come e perchè e grazie a chi o cosa esiste tutto questo. Questi fiori viola sgargiante, o quegli altri, di un rosa delicatissimo, come quelli giallo limone. O quel fiore rosso che sembra un garofano ma i suoi boccioli somigliano a quelli del papavero. O il fiordaliso, il trifoglio, coi suoi fiori rossi. E la genziana, campanellina viola simbolo della montagna seconda forse solo alla stella alpina.  Oggi con tutto questo attorno mi sentivo parte di un solo grande infinito respiro. Ecco. Ci si sente parte di quell’unico respiro che non ha tempo, che non si sa da dove nasce o se un gioro finirà ma nemmeno importa di saperlo. Chi lo chiama Dio, pensavo oggi. Io l’ho chiamato Respiro.

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foto: mie.

LA LARA

Vediamo un po’ che c’è qui dentro…

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SONO O NON SONO DA CALENDARIO?

21 GIUGNO

 

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in  greco: ΕΙΚΟΣΙ Ιούνιο

in latino: XXII Iunii

in italiano: 21 giugno

per il sole: solstizio

per mia nipote: primo giorno dopo la fine degli esami. Vacanza.

per noi: 21 giugno. Tante cose. 

Buona estate a tutti, da Celeste e Riccardo.

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SOTTIGLIEZZE

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luna sottile

immagine dal web

Il pensiero sottile.
O ce l’hai o non ce l’hai. Non si impara, non si compera, non si assorbe per via osmotica, né endovenosa, né inalandola. Due fialette di pensiero sottile, grazie. Pare proprio di no. E’ il contatto con l’anima, il tocco dell’anima, la trasmissione di una vibrazione che parte dai sensi arriva al cervello e lì dentro, tra quelle pieghe, diventa pensiero.  A volte, se ne vale la pena, un tentativo di mettergli uno zainetto sulle spalle e trasferirlo, si può anche fare, ma spesso è una questione disperata, foriera di delusioni. Infatti il pensiero sottile arriva sul pelo, sulla pelle prima che nella testa pertanto o il destinatario lo sente o non lo sente. Siamo sempre qui.

E’ condensato nelle frasi più semplici, palpita dentro poche sillabe,  e lo sappiamo bene quanto pensiero, quanta esperienza, quante riflessioni ci sono dietro una frase semplice. Perché sappiamo tutti che qualcosa di semplice, per essere semplice, è dovuta passare attraverso meccanismi e ingranaggi complicati. Ogni cosa è complicata, prima di essere semplice. Si sa.

Nel corso della vita, cerchiamo milioni di volte,  in milioni di occasioni, le “parole giuste” e poi, nell’età matura ci rendiamo conto che non servono grandi parole,  che ne servono poche e guarda caso, ogni volta che riesci a toccare un cuore, un’anima, un’intelligenza, ci riesce solo con le parole più semplici, quelle meno ricercate. I bambini lo fanno naturalmente: hanno a disposizione un dizionario “semplice”. Noi invece cerchiamo parole “adatte”, “calzanti”, “pertinenti” quando non “idonee” e ci perdiamo in un tecnicismo che il più delle volte non serve: se dobbiamo consegnare una cosa del cuore ad un cuore, viene bene soltanto con i vocaboli in dote a un bambino.

E così il pensiero sottile:  non ha bisogno di cose complicate, sa esprimersi da sé. E’ eleganza, nobiltà d’animo, bellezza. E l’eleganza, si sa, è sobrietà innanzitutto. Coco Chanel diceva più o meno così: prima di uscire passate davanti allo specchio e toglietevi l’ultimo accessorio che avete indossato. Ecco.  Il pensiero sottile è un po’ la stessa cosa. Il pensiero sottile è eleganza e classe dell’anima e non lo si compera. Un abito di Chanel invece sì, si può comperare, ma non è detto che lo si sappia anche portare. 

Ma il pensiero sottile è anche molto di più. Non è solo una dote innata, come la classe e l’eleganza: è anche figlio di riflessioni, di scavi dentro e fuori, di ricerche, di letture, di scontri e di confronti, di sperimentazione del dolore. Si forma in un utero sottile, permeabile a rumori a suoni a odori.  Conosce l’offesa, lo sfregio, lo sconforto e il dolore.  Poi nasce dall’acqua, sa vibrare sulle ali di una libellula. Può far ridere, sciogliere un cuore, far sgorgare fiumi di lacrime di gioia, frantumare la pietra che nasconde il diamante, liberarlo dalla sua gabbia di roccia e farlo brillare coi suoi mille colori che si porta dentro da sempre. 

 

IO, GHEBBELGATTO e IL FOLLETTO (che non è l’aspirapolvere)

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immagine dal web

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Allora: tutti sanno qui che sono amica e che convivente da tutta la vita di cani. Cani, cani, cani. Io e i gatti ci siamo sempre tenuti a distanza non per mancanza di amore, ci mancherebbe. Amo tutti gli animali e li ritengo, complessivamente, più umani di molti umani,  piuttosto perché non li conosco. Non riesco ad interagire per due ragioni: la prima è la scarsa conoscenza e la seconda è che il mio approccio è canino pertanto non viene accolto dal gatto di conseguenza il gatto non può rispondere alle mie aspettative. Detto questo l’altro giorno mi sono imbattuta in Ghebbelgatto e devo dire che è andata piuttosto bene. Insomma è andata molto meglio di come andava con Zia Miciola, gatta dal sangue  blu non so se per razza ma di certo per merito. Ma l’altra notizia ancor più strabiliante sta nel mio secondo incontro … udite udite, con un folletto del bosco. Stavolta è accaduto nel parco di Villa Pamphili e stava dentro un “buco” di un magnifico albero!!

Bè, questo post è un saluto, un pretesto, la prova che sono viva anche se sommersa dal lavoro, nonché la prova che vi penso, vi ho tutti nel cuore, insieme a questa casa che odora di tè, di fiori di limone, di zagara, di zenzero. Di basilico e rosmarino come la tisana offertami da Ghebbelgatto e di biscottini frolla e cioccolato nella solita cornice di pace e serenità che nonostante tutti i momenti, i dolori, le fatiche e le delusioni, si respirano in certi luoghi, in certe case, davanti a certi camini accesi. 

Ovviamente questo post è anche il pretesto per aprire un dialogo, conversazioni senza tema. Tema libero, come a scuola. I temi di Controluce sono sempre liberi, liberissimi, e tutti aperti alle cose di dentro, alle anime e ai cuori belli. All’intelligenza, alla bellezza. Un invito al sorriso. Quindi vi invito a sorridere. Offro io!

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E, a seguito dei commenti a questo post, signore e signori ecco a voi l’unico, l’insuperabile, lo scalatore filosofo GHEBBELGATTO!!  Standing ovation raccomandato….

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Immagine: Autosgatto. perché a noi, selfie non ci piace!! Un gatto è un gatto, è un gatto!! Tutti i diritti riservati. E anche un paio di etti di rovesci!

AUGURI

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Celeste

Auguri a tutti i Controlucini, cani gatti e cagnolini.

Auguri ai miei amici, ai compagni di tante ore, dal Piemonte a Roma, passando per il Fiore. Auguri agli ingegneri, ai filosofi, alle nonne e alle nipoti, dai vigneti, colline e prati, fino ai laghi.   Auguri ai podisti di Marte e a quelli di  Milano. Un pensiero speciale a chi mi tiene compagnia, ma anche a chi ha lasciato tanti passi nei miei giorni prima di andare via. 

Auguro a tutti  di ricevere una piccola scatola vuota da riempire perché come diciamo sempre, le cose grandi stanno dentro le piccole scatole. Auguro tanti sogni e pochi cassetti: tanta dolcezza senza oggetti.

Uno scialle magari, da coprire le spalle quando si esce a guardar le stelle.  E auguri a tutti noi che ancora abbiamo una luna piena da contemplare e in quei momenti ci pare di sentir miagolare. Mica solo adesso che è Natale.

Auguri a noi che sappiamo ancora giocare, e che un nuovo mondo ci piacerebbe disegnare.  Ma soprattutto auguri a noi, che ci sappiamo ancora emozionare.

   Buon Natale    stella-cometa

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foto dal web

LIVIA

Rainy Weather Accidents

Livia scrisse queste parole, in un momento specialmente intenso. Poi, dopo un po’ le condivise con me. Belle, le dissi. Dovresti scrivere un libro, le dissi. Quasi un peccato non renderle parte di un libro. Magari un libro un po’ speciale. Da leggere nelle sere d’inverno e ricordare che grazie ad alcune malinconie si apprezzano la gioia, la dolcezza di esserci.  Controluce è un libro un po’ speciale, rispose Livia. Quindi con il permesso di Livia le posto qui perche sono dense. Belle.  Cele. PS  Livia: no, non può piovere per sempre.

Pioveva.
Aveva l’impermeabile bagnato e una persona che l’attendeva a cena dall’altra parte della città. Il pave’ luccicava e tra le lacrime e la pioggia il rosso del semaforo era una macchia liquida e luminosa. Troppo. Feriva ancora di più gli occhi. La farmacia era dall’altro lato: era lì che andava adesso. La cena era stata annullata con una scusa. Le lacrime hanno la precedenza su tutto. Pensava questo attraversando l’incrocio. Lui, ma anche l’altra parte di sè, erano da un’altra parte con la loro vita, gli occhi intelligenti, il cuore di cane. Ognuno con il proprio ascesso.
Livia aveva un temperino nella tasca dell’impermeabile. Il semaforo propose la sua macchia indistinta di menta liquida. Uno sciroppo alla menta, denso, tra pioggia e lacrime.
L’ascesso. Il temperino serviva per l’ascesso, pensava muovendo la mano nella tasca.
Quando si incide l’ascesso del cuore, rabbie, antichi risentimenti, sensi di colpa, delusioni, antiche catene, ricatti senza riscatti, il senso di sbagliato, le pressioni, le morse, tenaglie di egoismi mascherati, tutto smette di pulsare. Finisce il tempo di convivere con il dolore che pulsa. Si è provato di tutto: dall’elusione alla negazione, alle estreme distrazioni, all’accettazione ma lui pulsa sempre. A volte così forte che non fa dormire. Tutto smette di pulsare: una piccola incisione e tutto cessa. Basta una mano che sia amore, un piccolo temperino in una mano che sia amore, che sia sorriso, che sia gioia. L’scesso è sgonfio, non pulsa più, non sono piu catene e gabbie compromessi e accomodamenti ma è cielo e aria. L’amore libera, non condanna non giudica non fa prigionieri. Sono vele spiegate, l’amore. Correnti ascensionali perché le stelle sono raggiungibili sempre.
L’amore è energia del sole è il fascino antico della luna, l’amore è “passare attraverso”. L’amore è gioia, in tempi difficili, nei temporali, nelle tempeste. E’ leggerezza di una mano nell’altra mano, è la complice mano che accompagna e accarezza. Non è accudente ma compagna, sostiene, sorregge, rispetta, procede nella vita senza paure senza minacce senza dimostrazioni. E’ la mano che c’è, semplicemente, sempre. Leggera e morbida. L’amore è questo è sopra tutto e tutti é pienezza respiro libertà è ogni giorno un giorno di cielo di voli e di stelle e anche passare tra nuvole scure. L’amore è il temperino che arma la mano che incide e sgonfia l’ascesso pulsante di cose antiche e libera libera libera. L’amore libera. Accoglie, protegge, fa scorrere via il male, è canale di scolo, è guarigione è un cuore pulito libero da infezioni. E’ la soluzione al dolore, è drenaggio, è riscatto, è linfa di vita, ossigeno, nutrimento. E basta a sé stesso non giustifica nemmeno cura è oltre non è nemneno rimedio semplicemente è.
Pensava a questo Livia, attraversanto la strada. La stazione dei treni era la’, poco distante, la piazza tra luci e pioggia, con il suo ago colorato piantato nell’asfalto e il nodo poco più in là.
Pioveva tanto. Piovevano pensieri, pioveva la sua vita. Piovevano i ricordi, le amarezze. Pioveva dentro il mare. Già. Pioveva. Ma non può piovere per sempre.

LETTURE E CATTURE

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foto dal web

“C’è in me quello che si trova in molti uomini del mondo, amori, spari, qualche frase piena di spine, nessuna voglia di parlarne. Siamo dozzina noi altri uomini. Speciale è solo vivere, guardarsi di sera il palmo di mano e sapere che domani torna fresco di nuovo, che il sarto della notte cuce pelle, rammenda calli, rabbercia gli strappi e sgonfia la fatica.”

Erri de Luca

EQUINOZIO

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la foto è del Riccardo. Il post … pure 🙂

 

 

Ecco, come è consuetudine, anche oggi la foto dell’equinozio di autunno. E… come si dice nelle presentazioni che si rispettano: lascio la parola a Riccardo.  Che ci scriverà appena avrà tempo/voglia/modo. Per ora godetevi la foto. Cele.

Eccomi!
Beh, trattasi della meridiana del Museo della Scienza di Firenze, altresì noto come “Museo Galileo”. Lo trovate qui: cliccare proprio qui!

A me piace osservare l’alternanza delle stagioni. Boh, mi piace, anche se non fa più parte delle cose di cui si ragiona normalmente. E’ che onestamente non capisco come non si possa porre attenzione a cose come queste: noi siamo legatissimi alla Terra, siamo fatti come siamo fatti perché Lei è fatta come è fatta, ne siamo la conseguenza. Ma ormai non ci pensiamo più, non fa parte del quotidiano. Oramai quasi non facciamo più caso nemmeno all’alternarsi tra giorno e notte, la vita prosegue h24.
Per carità, non sono certo io quello che dice “oh tempora, oh mores!” . Non sono un nostalgico e non necessariamente prima si stava meglio di ora, anzi.
Ma pensate anche ai vari summit per la preservazione dell’ambiente, Kyoto and dancing company: per carità, oramai la società umana è globale, che piaccia o meno, e ci si deve (dovrebbe) mettere d’accordo sulle regole del gioco. Ma fateci caso: si parla dell’ambiente in un modo spersonalizzato, che non si capisce nemmeno bene di cosa stiano parlando. Freddi numeri di tonnellate di CO2 e densità di O3, centesimi di gradi di temperature medie e miliardi di tonnellate di ghiaccio ai poli… Tutte cose addirittura vitali per carità ma… fredde. Distanti.
L’ambiente, quello vero, è l’odore del bosco dopo che è piovuto.
E’ il silenzio di quando c’è la neve.
E’ il buio di notte, e la coperta fine fine delle stelle che appaiono. Che sono infinitamente di più di quelle che vediamo le rare volte che alziamo gli occhi al cielo, in città.
Ed è, inequivocabilmente, l’alternarsi delle stagioni.
Che poi mica serve sapere tutti i dettagli dell’angolazione dell’asse terrestre rispetto all’eclittica e la precessione degli equinozi! Sennò si ritorna al discorso della freddezza del Summit. No.
Deve essere roba che senti sulla pelle, non in testa.
Lo sapete? C’erano tanti “tipi di ore”, nel passato. Tanti modi di misurarle. Quello che però mi ha sempre affascinato era “l’ora Italica”, che ancora si ritrova in qualche antica meridiana, ed era, semplicemente, quante ore mancavano al tramonto. Perché quello ti serviva no? Quando il lavoro era principalmente agricolo e la luce artificiale semplicemente non c’era, quale altra informazione poteva essere più importante? Chiaro che ogni giorno aveva “ora civile” (la nostra di ora) differente rispetto al giorno prima, ma chi se ne importava? Contava il Sole.
Quindi come si vede basta osservare gli effetti del moto del Sole, non serve “sapere niente” se non che facciamo parte integrante di questo sistema … che è stupefacentemente bello.
Poi la smetto, ma oramai chi è che pensa che il nostro scheletro è fatto così perché sulla terra c’è un certo peso? Sarebbe diverso se fossimo nati su Marte! Avremmo occhi diversi se avessimo avuto l’atmosfera di Giove e sentito frequenze diverse se fossimo stati su Venere. E nemmeno avremmo respirato aria se invece del carbonio la nostra biologia si fosse basata sul silicio ad esempio, in qualche sperduto pianeta della galassia.
Siamo legati a filo doppio e triplo alla Terra ed al Sole ma… guardiamo il cellulare e non il cielo, o una piccola, silente, innocua ombra che percorre un piazzale che ne porta la testimonianza.
Ecco.
Per finire: l’ombra di ieri ha percorso una linea diritta su quel piazzale che riportava il quadrante solare, testimoniando che la notte sarebbe durata quanto il giorno. Da oggi il giorno cederà il passo alla notte, e fino al prossimo 21 Dicembre la notte durerà ogni giorno di più del giorno precedente.
E a me questo non piace.
Ma viene la neve, e a me la neve mi piace.
Per cui me ne fo una ragione.
Buongiorno popolo di Controluce
R..

nota di Ori: Eh si, siamo legati a doppio triplo filo alla terra e al cielo.. Qualcuno disse:

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QUANDO LANCI UN SASSO IN UNO STAGNO DISTURBI UNA STELLA

 

LEZIONI

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Le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi.
(Alessandro Manzoni)

Le parole sanno fare male, bucare il cuore, devastare l’anima. Sanno travolgere, sconvolgere, distruggere. Sanno curare, sanno amare. Sono un po’ come le mani, le parole. Sanno fare tutte queste cose. Sanno fare bene. Sanno fare male. Come le mani sanno ferire. Uccidere. Resuscitare. Ma le mani le vedi, le vedi con gli occhi. E le senti quando si fanno carezza ma anche quando si fanno schiaffo. Le parole hanno un solo approdo: gli orecchi. E gli orecchi non sempre sanno condurle all’anima per strade dirette e pulite. C’è vento spesso tra quelle strade. Ci sono foglie morte, di passate stagioni. Ci sono sassi mai raccolti e dimenticati nei quali le parole inciampano e arrivano all’anima malandate, inquinate. Stravolte. Le mani invece le vedono gli occhi e le sentono la pelle. La strada è breve, diretta. Senza nemmeno scorciatoie. E pelle ed occhi sono ricettori formidabili. Loro sanno “sentire” e l’ascolto avviene così. In modo semplice, immediato. Profondo. Le parole no… non arrivano così. Il peggio ce l’hanno quelle scritte, prive anche del veicolo della voce, non arrivano nemmeno a cavalcioni di corde vocali dove potrebbero tramutarsi in musica, bagnarsi di dolcezza, diventare note o velluto o sussurro. O vestirsi di sedimenti di passati innocui, o di carta di giornale stampata di storia passata, un po’ ingiallita. Le parole scovano le ferite, vi si insinuano dentro, lo fanno senza che alcuna mano occhi sguardi le possa fermare tradurre o rappresentare. Bisogna essere bravi a tradurle nel linguaggio dell’anima, affinché questa le possa giudicare per poi accoglierle o respingerle. 

Per questo imparo, ogni giorno un po di più, il valore del Silenzio. Per questo condivido, oggi, questo:

Il primo livello di sapienza è saper tacere, il secondo è saper esprimere molte idee con poche parole, il terzo è saper parlare senza dire troppo e male. Si deve parlare solo quando si ha qualcosa da dire, che valga veramente la pena, o, perlomeno, che valga più del silenzio“.

Sono, se non alle primissime, forse alle prime lezioni, e nel frattempo imparo. Imparo che: “Le parole sono come il sangue, una volta che sono uscite non c’è modo di ricacciarle dentro. (Luca de Simone – Ieri è un altro giorno)”.

Forse si resta un po’estranei, forse non si condividono la  propria storia, passato, emozioni, ricordi. Ma almeno non si semina dolore e non si inciampa nel fango del dubbio, nelle sabbie mobili della delusione che non offre grazia e tutto inghiotte: dagli Alberi alle piccole Formichine alate che vi si posano sopra, al riflesso sulla superficie di peltro lucida, della Luna e di qualche unica Stella.

 

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SPROLOQUIO

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Il tempo non è una medicina. Non lo è mai. Casomai sa deformare sè stesso, il suo essere passato, con astuzia o perversione: crudeltà, o sapiente edulcorazione. Nei solchi sempre poco profondi tra passato e presente spunta erba, oppure scorrono lacrime. La felicità passata diventa rimpianto e appare amara, come tutte le cose perdute. La speranza sola rende possibile il respiro e può allontanare la rassegnazione che a volte pare l’ultima alleata. Non guarisce, il tempo, Semmai inganna, sfilando come nastro di seta tra immaginazione e sogno, tra indulgenza e condanna. Si ubriaca quando è chiamato a guarire. Si inebria, tra fuochi artificiali ed elisir di illusioni. Cura per finta, usa silicone scadente per le ferite, cicatrizzate solo in superficie. Al primo colpo di piccone puntualmente zampilla sangue vivo, mai rappreso. Nemmeno questo sa fare il tempo, nemmeno sa rapprendere nè cucire, nè rammendare. Sa solo passare. Non sa tornare, il tempo. Se non sottoforma di scherzo.  O di treno. Aspettiamo il treno “giusto” a volte, senza sapere che il treno siamo noi. E i binari ci scorrono sotto mentre noi siamo fermi. Immobili. Il tempo sono binari e ci scorre, sotto la pancia. 

VERITÀ

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Io e la Lara

 

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nella foto: la Lara

Se si guarda negli occhi un animale, tutti i sistemi filosofici del mondo crollano.
(Luigi Pirandello)

LA LUNA, BELLA LA LUNA

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foto R.

Questa è la Luna di lunedì scorso. Una notte prima che fosse piena. E’ una foto fatta dal Menestrello della Luna. Bella, la luna. E belle le stelle. Quando guardo la luna non mi capita mai ma guardando le stelle, sì.. mi capita ogni volta: provo un senso di … timore. Non so spiegare, ma credo che “timore” sia la parola che maggiormente possa rendere l’idea. Probabilmente è il senso di infinito e di lontanissimo e il senso di mistero. Ci si perde pensando alla immensa distanza tra noi e loro, pur non sapendo misurarla, pur non possedendo l’idea vera di quanta sia quella distanza. La Luna è troppo vicina, troppo raggiungibile, troppo “nostra”. Un sassolino di casa. Famigliare dunque. Ma le stelle !! Le stelle fanno paura. Come tutte le cose lontane misteriose e irraggiungibili fanno paura. E si stempera, sotto il firmamento, la coscienza di sè. Tutto perde importanza: i nostri piccoli perimetri, i contorni, lo spazio infinitamente piccolo che occupiamo sulla Terra.

SEMI-CONFUSI

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A volte mi pare quasi di sentirti. Di sentire il tuo fiato nella stanza, i passi, leggeri, sul parquet che risponde. Spesso è un peso leggero, leggerissimo, al bordo del letto. Passa e sfiora l’altezza del materasso, o forse si siede. A volte è un’ombra che pare attraversare lo spazio sopra la mia spalla, un punto troppo estremo per essere esplorato dall’occhio, e troppo concreto per esserlo da cuore. E’ un’ombra che che mi pare di sentire o forse vedere o forse entrambe le cose. A volte mi pare di sentire il mio nome, mi volto, mi è successo tre volte la settimana passata. Non mi chiamava nessuno. Forse. O forse sì. A volte è un tocco. Leggerissimo, sul braccio quasi sempre, solo qualche volta sulla fronte o sui capelli. L’odore. Questo no, forse io non lo ricordo o forse non era univoco. Strano. Ho sempre prestato attenzione agli odori. Ne ho alcuni che abitano le mie narici: molecole intrappolate nei pori, tra l’umidità del mio respiro e il battito della mia esistenza. Oggi ho raccolto un fiore di lupino, ormai secco: volevo liberare  i semi da quella specie di piccolo fagiolo di velluto grigio, ma ce n’erano pochi, pochissimi. Chissà: forse erano già caduti. Conficcati nella terra, promessi lupini per il prossimo anno. Forse. Il vasetto di vetro che ho scelto per contenerli è decisamente troppo grande. C’era la marmellata qualche giorno fa. Limoni di Sicilia. Mi piace quasi quanto quella di arance amare – la marmalade.  Adesso sa di lavastoviglie, il vasetto, e contiene 5 semi. Li guardo, attraverso il vetro e mi chiedo quale lupino sarà lui e poi lui e lui. Boh. E di quale colore sarà: probabilmente rosso e giallo. Ecco. Un leggero spostamento d’aria dentro la cucina. Leggerissimo. Tra il mio sgabello e il frigorifero. Cosa vuoi dirmi? Non so capire il linguaggio delle ombre e allora prova a scrivere, a parlare.  Magari tra questi rintocchi di campana ti confondi al resto del mondo e a me, lasciandomi un sottile dubbio di suggestione. L’altra sera c’erano le campane, c’era anche un po’ di pioggia. Due calici sul tavolo, una cena così così ma nessun rammarico: contava poco il cibo come il vino.  Una sera normale che se avessi voluto immaginare proprio quella,  mi sarei vista a prestare attenzione ai gesti, alle cose, alle parole. Non l’ho fatto perché sapeva di normalità, di sereno quotidiano, e non di straordinario. Le cose che sanno di straordinario sono per lo più improbabili. Le campane, il vino, la pioggia brevissima non lo erano, improbabili. I pensieri si accavallano sempre nella mente e si rincorrono e cascano, l’uno sull’altro, e poi si mescolano come… come il gelato. Da bambina mescolavo il fiordilatte e il cioccolato nella coppetta, girando veloce con il cucchiaino e diventava una crema colore nocciola ma non sapeva mai di nocciola. Sapeva di cioccolato meno cioccolato e di fiordilatte per nulla. Il cioccolato vinceva sempre: sapeva farsi valere, il cioccolato. Chissà se i semini dei lupini manterranno la loro premessa di lupini. Oppure sono come le tante promesse che suol fare la vita.  E chissà se quel fiato, quel passo leggero, quel nulla di peso sul bordo del mio letto, quel tocco ancora più leggero sui capelli, quell’udire il mio nome, tre volte, la scorsa settimana sono cose tue. E se si, cosa vuoi dirmi? Se passeggi nel corridoio che separa la mia esistenza dalla tua, sempre che vi siano un corridoio, la tua esistenza e perfino la mia, e cerchi di dirmi qualcosa… fallo. Mentre suonano le campane, se non vuoi dare nell’occhio. Così potrò pensare che è tutta suggestione. Oppure fallo tra le stelline che saltellano sul mare al crepuscolo. Tu lo sai che mi fermo sempre a guardarle, che mi mettono allegria, che mi piace tanto il fatto che scompaiono subitissimo appena nate e poi si rituffano nell’acqua per giocare a nascondino con le altre e con me. Fallo li, scrivimi quello che vuoi dirmi. Potrei pensare ad un gioco degli occhi. Sono belli i giochi degli occhi. Diversi dai giochi di parole, ma ugualmente belli, divertenti. Giochi frattalici, che diventano altro e poi altro e poi imparano dai più grandi trasmettendo la memoria di sè. Poso il vasetto della marmellata sul mobile di cucina. I semini neri sono lì e non so nemmeno se avranno la loro primavera. Penso che andrò a dormire. Se sarai nel corridoio, quello tra la mia esistenza e la tua, ammesso che esista un corridoio, e ammesso che esistiamo noi, accarezzami i capelli stanotte, come facevi quando ero piccola ma anche quando ero un pochino più grande. Poco poco più grande di piccola. E se ti va prova a dirmi ciò che vuoi dirmi. Ma se non ti va,  o se non puoi, lasciami una carezza.  Non ho mai smesso di aver bisogno di te.

DELUSIONE

due mani

Con il dolore convivi. Non è che passa, un dolore. Si sa. Puoi accettarlo, puoi conviverci. Ti si conficca dentro e si accuccia, trova un posto e resta li, anche a ricordarti chi sei. Si annida si arrotola e palpita. Sempre. Magari in silenzio. Ma non muore. Riposa, dorme, va in letargo. Si risveglia. Lo fa spesso e punge, diventa acuto a volte. Ma ha un posto dentro. Ma la delusione non può trovare un posto dentro. La delusione dapprima è stupore, incredulità, sbigottimento. Dopo è rabbia ma non è dolore. Piano diventa presa d’atto. Poi è amarezza. Ma non è dolore. E finalmente alla fine sai che si chiama “delusione”. E sai che non è dolore. Chi ti delude non ti lascia un dolore. Non può. Semplicemente. Ma strisce di cielo sporco nel tuo cielo. Allora puoi chiamare il vento e il cielo torna pulito. 

 

LE PAROLE MIGLIORI

organzaLe parole migliori sono quelle che non dici. Quelle che escono dal petto e si posano sul petto che respira di chi ti dorme accanto, di chi ti ama accanto. Anch’esse non sono vestite anzi sono vestite di silenzi. Che è un abito leggerissimo, trasparente, organza finissima e preziosa che solo il cuore può trapassare. Le parole come queste devi leggerle col cuore. Si posano sul piede nudo, che si tende e cerca un altro piede, e in silenzio chiedono amore e carezze e tenerezza, nell’alba che già di sta vestendo di arrivederci e di saluti. Di frenesia, di caffelatte e di tuffi nel brulichio del mondo. Le parole migliori sono quelle che ti ritrovi in tasca la sera perchè nessuno le ha dette. Sono lì e scivolano fuori dalla biancheria intima un nanosecondo prima della doccia della sera. Non vogliono essere bagnate, perchè le parole bagnate non sanno volare. Vogliono restare leggere e volare sopra i pensieri sopra altri pensieri che sapranno raccoglierle e cullarle per poi resitutirle. Un’altra volta ancora vestite di silenzi, di sottoveste leggera che lo stesso cuore le spoglierà per leggerle ancora e ancora e ancora.

SANGIOVANNI LA MERIDIANA E I FOCHI

Ecco qui: dall’intervento di R. nel post precedente risulta impossibile vedere le fotografie. Mi sembra di essere Alice nella tana del bianconiglio!! Posto dunque le fotografie qui. 

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Perchè ai fochi ci s’era anche noi.

 

IL MUTO

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Non parla. Certo… è muto! Un po’ gentiluomo e un po’ invadente. Un po’ insistente, e, solo apparentemente, silente. E’ un omino dai contorni delicati eppure marcati, così come è muto eppure urlante. Passeggia, ai bordi dei miei giorni, si infila, nelle pieghe della mente. Dorme (o fa finta) nei miei momenti calmi e si culla nei miei pochi istanti oziosi. Scalcia se ricamo alcuni pensieri: non vuole: “dice” che non fa bene.  Ha un cappello, tondo e un po’ retro’. Comune, quasi banale, ricorda un disegno di Folon eppure  qualche volta è sorprendente, come uno di Miro’.  Pare si confonda, a volte, tra i fili delle mie contraddizioni: labirinti, in realtà, dentro i quali si diverte. Ci passa in mezzo e ne esce, praticamente indenne. Non cambia il soprabito e non ho mai visto cosa indossa sotto, non ho mai capito se prova caldo, freddo e se gode di una qualche immunità. Perfetto equilibrista passeggia sopra i miei umori mutevoli, non sempre muti. Cade sempre in piedi, da ogni mia giornata nera e parimenti non si invola sopra quella gioiosa. E’ muto, l’ho già detto.  Entra ed esce, sinuosamente e sempre uguale nei frattali della mia memoria: non perde mai nemmeno il suo cappello. L’impermeabile poi … è  sempre quello. Suggeritore nato, talentuoso, ma lo ricordo: è muto! A volte credo di averlo cacciato ma lui niente! Resta al massimo un po’ indietro,  si siede sopra un sasso. Immobile. Indifferente al caldo, al freddo e al vento. Come un sasso, muto come un sasso. Eppure a volte grida tanto… dovreste sentire quanto chiasso! 

COMPLICITA’

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Si può entrare in contatto con le persone anche senza parlare […] c’è un modo di entrare in contatto tra esseri umani più percettivo e affidabile della parola, fatto di sguardi, silenzi, gesti e messaggi ancora più sottili; è il modo in cui un essere umano nel suo intimo risponde al richiamo di un altro, quella silenziosa complicità che nel momento del pericolo dà alla muta domanda una risposta più inequivocabile di qualsiasi confessione o argomentazione, e il cui senso è semplicemente questo: io sono dalla tua parte … (Sándor Márai – Liberazione)

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Estrapolato dal suo contesto (il libro parla di guerra e di prigionia, di orrori, di mostruosità) mi piace il concetto di complicità così come espresso qui in quello stralcio. E’ un grande e rarissimo valore la complicità. La comunione profonda, totale tra persone ma anche tra uomo e animale, tra animale e animale.  Qualcosa di potente e di indistruttibile. Cemento armato di una relazione, impossibile da scalfire quando è vera, profonda, leale. Per questo è rarissima, una relazione come questa. Rara davvero.  E’ una magia. L’altro giorno una persona mi diceva queste parole: io chiedo “passami una mela” e lui mi porge una banana. Perchè lui sa che ho detto mela ma intendevo dire banana. Semplice e chiarissimo. Una magia: uno sguardo che capisce tutto, che sa leggere dentro le pieghe più profonde dell’anima, una meravigliosa energia che si incontra e non contrasta anzi, produce energia nuova. Un rapporto vero, un’intesa completa, che coinvolge corpo e anima. Maturo, consapevole, evoluto. Di scoperta continua, che sa toccare le stelle e la terra. Non esiste una relazione così se non c’è… la magia della complicità.  “Io sono dalla tua parte”. Ecco..

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e adesso te vieni all’asilo con me che ti faccio vedere quelli che mi tirano sempre i capelli!!

CORAGGIO

“Il coraggio, uno non se lo può dare!” protestava il don Abbondio dei Promessi Sposi. Francesco Alberoni rovescia questa famosa massima rivendicando l’urgenza di un valore dimenticato e sostenendo che “il coraggio si può imparare”. Audacia e timore sono legati a doppio filo. Chi non ha paura non sarà mai capace di atti di eroismo. Proprio per questo l’ardimento non va confuso con l’inconsapevolezza o l’incoscienza. La riflessione di Alberoni si concentra su una “virtù morale e sociale” che investe tutti gli aspetti dell’esistenza: amore, amicizia, lavoro, famiglia. E quel “coraggio quotidiano” che ci permette di plasmare il nostro destino è forza d’animo, rifiuto delle ipocrisie proprie e altrui, gesto che sovverte un sistema ingiusto, ricerca di ciò che innalza. La mediocrità, l’indifferenza e la vigliaccheria sono facili: basta lasciarsi andare, nascondersi e adagiarsi nella propria nicchia. C’è invece un gran bisogno di opporsi alla cultura della comodità, del disfattismo e della codardia. Partendo dal presupposto che ogni essere umano ha una missione da scoprire e da compiere nell’arco di una vita, il coraggio va esercitato per essere fedeli a se stessi, per non farsi confondere dalla complessità del reale e, a volte, per superare se stessi.

Dal sito IBS – descrizione del libro di Francesco Alberoni

Premetto che l’intenzione non è quella di parlare di Alberoni né del suo libro. Per carità. Volevo solo parlare del coraggio. Coraggio nel senso di virtù umana, mica di eroismo. Il coraggio di essere sé stessi. Sempre.

In questo tempo, soprattutto in questo tempo – sarà l’età, saranno le delusioni – sarà quel poco che ho imparato – mi rendo conto che la cosa più coraggiosa è essere fedeli a sé stessi. Costa molto, essere fedeli a sé stessi. Si paga in vari modi,  soprattutto con una certa solitudine. Che nell’età verde può costituire un dramma, ma nella maturità no. Perché serve altro. Il tempo è un ottimo distillatore. Serve “poco ma buono” in tutto. Dalle cose alle relazioni. Quindi la solitudine, una certa solitudine, fa meno paura anche a chi l’ha temuta in primavera.

Il coraggio … quel coraggio, quello che ti permette di dare una svolta alla tua vita, che magari non è nemmeno tanto male, che magari con qualche compromesso di qua qualche altro di là, il famoso colpo al cerchio e alla botte, ti fa “andare avanti”, è quello che ti dice NO non mi accontento, no sto bene, non mi piace. Ecc.. quello lì. Quello che ti permette di cercare, cercare altro e oltre, e che ti fa assumere le responsabilità e il dolore del cambiamento. Non è quasi mai molto comodo cambiare: meglio restare nel luogo sicuro, magari non tanto felice, ma sicuro. E non si pensa mai abbastanza che il “sicuro” semplicemente … non esiste. E’ presuntuoso pensarlo, perfino quando ci sono buone ragioni di sentirsi “al sicuro”. E’ sempre, ma proprio sempre tutto appeso ad un filo. Prima cosa fra tutte l’esistenza stessa.  A volte mi soffermo a pensare cosa maggiormente auguro a mia nipote. Auguro questo: il Coraggio. Il coraggio di cambiare, di non accontentarsi, il coraggio di pretendere di essere felice. Il coraggio di cercare sé stessa prima di tutto. Di capire cosa vuole e poi di cercarlo, senza smettere di farlo nemmeno quando dopo tutto c’è calduccio, dopo tutto c’è un tetto, dopo tutto c’è un amore, dopo tutto c’è un lavoro. Ecco, ragazzina il mio augurio. Rimorsi ma non rimpianti. La forza, il coraggio di voltare pagina, di lasciarti alle spalle ciò che non vuoi, che non ti somiglia,che non ami, che non ti fa stare bene.  Il coraggio di dire NO soprattutto se significa dire SI a qualcun altro. Il coraggio di riempire valigie e partire, pretendere, spiegare le vele anche se non c’è terra sicura. Non ti sto augurando l’incoscienza, la sfrontatezza, la sconsideratezza. Queste sono cose differenti.. Ti auguro di non adagiarti mai nella tua nicchia anche se comoda ma non è felice. Potrebbe rovesciarsi in un baleno. Costruisci la tua, con le tue mani, e facci entrare solo chi avrà …. coraggio. Chi chiederà di entrare perchè lo sceglierà, perchè sceglierà te. Che non sei un’alternativa ma una scelta. Una scelta coraggiosa, se anche tu sarai coraggiosa… Perchè ci vuole coraggio anche per amare chi ha coraggio.

Pensa con la tua testa. Segui il tuo intuito, il tuo cuore, la tua testa. Non badare alle opinioni degli altri, non essere mai prigioniera di niente e di nessuno. Non permettere mai che quella vocina che ti sussurra e spesso grida dentro sia messa a tacere dal mondo, dalle convenzioni, dalle aspettative degli altri, dalle mode, dal “ciò che è meglio” ma nemmeno da ciò che sembra “sicuro” ma che però non ti piace. Non barattare mai alcuna “certezza” con un paio di ali.  

LE CHIESE CHIUSE

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dal web

L’ennesima contraddizione tra ciò che si predica e ciò che invece si pratica. Le chiese chiuse. Ma la porta della Chiesa non è la porta aperta per definizione? Vedo cartelli: aperto dalle 15 alle 18. Come i negozi. Per non parlare dell’ingresso a pagamento di molti luoghi.  Bisogna dunque rinviare il proprio bisogno negli orari di apertura? Rimandiamo la necessità di un conforto dopo le ore 15 e prima delle 18.  Prima e dopo, le porte della “casa di tutti” sono chiuse.  Assurdo. Ma tant’è. Qui, vicino a me, ci sono luoghi meravigliosi. Santa Maria delle Grazie. La Chiesa di San Maurizio (splendida, una meraviglia … ingresso gratuito e aperta grazie al volontariato del Touring Club, dal martedì alla domenica). La basilica di Sant’Ambrogio. Ieri ho fatto una passeggiata, sono passata davanti. Tutte chiuse. Complimenti.

 

GIANMARIA

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Quando finisci un libro che ti è piaciuto tanto,
Quando finisce la musica che è stata capace di prenderti per mano e portarti via, che ha ripulito per un po’ la mente dai pensieri,
Quando il sole è sceso del tutto, la’, dietro la linea del mare, e si chiude il sipario più scuro sopra lo spettacolo arancione,
Quando cessa il canto degli uccelli del primo mattino
Quanto riparte il treno portandosi via quell’odore.
Quando accade questo e altro ci si sente un po’ più soli. Così come quando finisce un brano di Gianmaria Testa. Una voce che accarezza e calma, e ti prende per mano e ti porta a passeggiare in un posto che sa di lago e di barche ferme e di tramonto. Di seta e velluto. Odora di pane, di langhe, di cose “piccole”. Di barchette di carta, di aquiloni, di stelle di mare. Di umanità. Di vita.
Ecco… Uno come Gianmaria che se ne va è uno che lascia un po’ più soli.  L’ho incontrato diversi anni fa, tramite un amico che mi disse esattamente così: “se non lo conosci fai peccato mortale e per punizione ti faro’ avere tutti i suoi dischi”. Fu un regalo vero. I dischi erano tre, forse quattro. Poi con il tempo conobbi altro, e gli altri dischi li prenotavo appena usciti.

Erri de Luca ha scritto di lui anni fa:

Per Gianmaria

La tua voce s’arrampica a un balcone, soffia all’amato le parole da dire all’affacciata. La tua voce è Cyrano nascosto nel giardino che insegna al maschile smemorato come bussare a un bacio di ragazza. Sono sillabe di pioggia, da levarsi la giacca e appoggiarla sulle spalle scoperte di una donna, una delle poche mosse sacre in dote a un uomo.
Le tue canzoni servono a un ragazzo per improvvisarsi uomo, servono a un uomo per tornare ragazzo. Una donna sospira : fosse vero. Finché canti è vero e poi per altri cinque minuti dura l’effetto di raccolta dei frantumi maschili ; stanno di nuovo insieme l’adulto e il rompicollo. Finché canti ecco di nuova una sagoma d’uomo nella stanza, al bavero ha messo il fiore dell’ortica, in cima alla camicia una farfalla vera. Allaccia il braccio attorno alla ragazza, accenna a un valzer, lo rigira in tango, splende la coppia, numero chiuso sigillato a musica.
Profumo di balli di una volta la tua canzone di oggi. Uomo e donna accostano gli zigomi per fingere di dirsi una parola, si odorano i capelli, accostano il respiro alla curva del collo. I balli di una volta permettevano abbracci con la scusa di una danza in pista.
Niente altro che amori, polpa scoperchiata da un coltello che scortica, sbuccia, e sotto, il frutto è bianco. Solo amori, il loro passo a due disturba, distoglie : due innamorati vanno, dietro a loro si accodano le occhiate di noi altri soldati costretti dentro i ranghi, invece di sbandare, sbottonare il colletto e darsi da correre.
Niente altro che fiori, compratene un mazzetto, portatelo sudati, trafelati, alla creatura preferita, amata.

Noi ne abbiamo parlato qui
e poi qui
e poi qui
e ancora qui

Buon viaggio, buone note, buon vento, che siano vele oppure mongolfiere. Ho imparato dalla tua voce di velluto, portata in giro dal tuo passo leggero e dal volto di gentiluomo, l’aria discreta, e nessun rumore – ingredienti di un fuoriclasse – che “forse il gomitolo non voleva diventare maglione”.  Mi restano tutti i tuoi dischi. Brani, parole e musica, da centellinare, nelle serata a casa, con un buon rosso, fermo e denso tra le mani. E poca ma giusta compagnia. 

Lascio questo per chi non lo conosce e ha voglia di farlo. 

Lo sfondo e le immagini sono dedicate. “Montgolfières” fu l’album che fece innamorare la Francia, con la prestigiosa etichetta “Harmonia Mundi” . Solo più tardi sbarco’ in Italia, quasi senza accorgersene, quasi senza volerlo. In sordina. Come capita solo ai grandi.

 

VALORI E DOMANDE

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Tutto vale

Io credo che una foglia d’erba 
non valga affatto meno della quotidiana fatica delle stelle.
E la formica è ugualmente perfetta, come un granello di sabbia,
come l’uovo di uno scricciolo,
E la piccola rana è un capolavoro pari a quelli più famosi,
E il rovo rampicante potrebbe ornare i balconi del cielo.
E la giuntura più piccola della mia mano qualsiasi meccanismo può deridere.

(Walt Whitman)

La “quotidiana fatica delle stelle”. Bello, no?  Questa mattina mi sono svegliata molto presto, verso le cinque. Riflettevo, dentro al letto, proprio sui valori. Sono partita, non so come mai, dall’aurora boreale, quel meraviglioso evento che ho visto solo in video. Ho letto tempo fa, da qualche parte,  (ma non ho “studiato”) che una barriera  garantisce alla terra di non essere distrutta dalle radiazioni. Insomma c’è uno schermo protettivo che tiene sotto controllo le radiazioni in modo da preservare la vita sulla terra. Eeeeeee  (adesso mi incarto di sicuro ma abbiate pazienza) particelle atomi e quant’altro, bombardando qua’ e là danno origine allo spettacolo, appunto, dell’Aurora Boreale. Il mio pensiero era rivolto alla protezione. A questo sistema di protezione perché su questo pianeta possa continuare la vita. Ecco. Straordinario, no? Ingegnoso. Meraviglioso. Il domandone one one ovviamente è: chi ha pensato tutto questo? Ma noi non ci addentriamo in questo campo per l’amor del cielo.. non ne usciremmo vivi.

Ma il domandone one one numero 2 (la mia riflessione one one di stamattina ore 5) è: esiste uno schermo che protegge la terra dalle radiazioni, quindi la vita sulla terra ecc ecc, allora perché sulla terra un animale sopravvive grazie al sacrificio di un altro animale? Contraddizione, paradosso, perversione.  Crudeltà. Io adoro i documentari, mi piace molto vedere i luoghi meravigliosi di questo pianeta e di altri: cambio canale quando mi impantano in alcuni che sanno di .. dolore. E ogni volta mi pongo questa domanda: PERCHE’?  Questa Legge che boh.. viene definita “perfetta” che “regola” tutto quanto: specie, sopravvivenza, adattamento, evoluzione, distribuzione, selezione.. Numeri, in una parola “numeri” a me tanto perfetta  non mi pare proprio.  Mi viene in mente il  corollario di Murphy – punto 10.

Tornando al domandone one one numero uno e trasgredendo, ma solo per un attimo allamordelcielo-nonneusciamovivi, pensavo, stamattina alle 5 – anche stamattina alle 5 – che a me riesce difficile immaginare un Creatore buono che abbia deciso che migliaia di  animali ogni istante per migliaia di anni si debbano divorare l’un l’altro, che ogni istante chissà quanti animali crepano di crepacuore per sfuggire al predatore, predatori che a loro volta sfuggono a predatori. Quanti cuccioli orfani. Quanti dilaniati agonizzanti. Soli. Perchè l’afflizione di tanta sofferenza? Qual è il fine, se c’è un fine? C’è una Giustizia?  

Un poeta inglese, Alfred Edward Housman scrisse “Perchè la Natura, la Natura senza cuore e senza ragione nulla sente e nulla sa”. Proprio come Murphy, dico io, Corollario, punto 10. 

Quelle meravigliose parole all’inizio del post perdono potenza davanti alla forza della Natura, alla sua.. furia, alle sue Leggi, alla sua indifferenza.  Sono piccolini, impotenti, i fili d’erba e le uova di scricciolo, e quanto vale il capolavoro che è una piccola rana. E le loro fatiche? E la giuntura della mia mano. E perfino le stelle. 

Per farmi perdonare per questo post doloroso, propongo questo filmato. Meraviglioso. La Natura non credo lo sappia. Essa è indifferente a tutto. Domani mattina alle 5 vedrò di dormire. Me lo dico da sola: ma perchè non dormi di mattina alle cinque? Ecco il video. 

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foto NASA: l’aurora boreale vista dallo spazio.

LA FURIA DEL MONDO

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immagine dal web

 

Stamattina, mentre si “scaldava” il server dell’ufficio, inizializzavano gli strumenti di lavoro e quant’altro, ho fatto un giro su un sito “Earth Picture Gallery” che propone, tra le altre cose, delle meravigliose fotografie. Bè… sono incappata in una foto terribile: un piccolo di elefante che con la sua piccola proboscide cerca di curare la ferita lasciata dalla rimozione della zanna della sua mamma, stesa a terra.. morta.  Ho pianto e ancora adesso lo sto facendo scrivendo queste righe. Perchè le scrivo? Non lo so. Forse cerco disperatamente un angolo un luogo una piega un rifugio dove poter rovesciare il dolore della furia del mondo e dove so di essere compresa. So… che queste righe fan male anche a voi, che leggete. Al di la’ dell’immagine che ovviamente vi risparmio e vi prego di non cercare, fanno male anche le parole. E ancora una volta rifletto sulla potenza delle immagini: arrivano dirette al cuore senza chiedere permesso. Abbattono qualsiasi barriera, tranne quelle che costituiscono, naturalmente, il patrimonio degli insensibili che a volte, detto fra noi, invidio. A me immagini come queste mi bruciano dentro. Non le voglio scacciare: so che non potrei. Qualsiasi espediente sarebbe un misero strumento, palliativo di una cura che … non c’è. La terapia del dolore non esiste per cose come queste. C’è solo da prendere atto che la furia del mondo risparmia solo chi nasce con la corazza sul cuore o forse meglio dire senza cuore. Uno dei libri più profondi che io abbia letto in vita mia è appunto “La furia del mondo” di Cesare de Marchi. Un ragazzino non sopravvive alla furia del mondo. Siamo nel diciottesimo secolo: un bambino, estremamente sensibile e intelligente, gracile, delicato, anche nella salute, non sopravvive alla furia del mondo e soccombe. Non ce la fa. Se volete leggerlo, consigliatissimo. Una lettura piena, uno scrittore meraviglioso, una storia intensa..  Io lo regalai anni fa, regalai la mia copia. Non l’ho più ricomprato e non credo di farlo. Perchè? Mah… probabilmente perché la persona cui l’ho regalato non si è, con il tempo, dimostrata la persona che credevo.  In altre parole non credo sia stata veramente raggiunta da questo libro. L’assenza di questo libro nella mia libreria mi ricorda questo: spesso le persone ci ingannano e non sono quelle che sembrano. Ma nella vita si impara. Forse non a difendersi dalla furia del mondo (per questo, per alcuni, non c’è speranza) ma almeno dalle falsità e dalle bugie. E dalle maschere.

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FIORIN FIORELLO

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foto dal web

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margherita

Ogni fiore è un capolavoro, un miracolo della natura. Un mistero.

Il mio fiore preferito è la margherita. Mi piace molto quella bianca, con il suo bel bottone giallo nel mezzo. Quella classica del “m’ama non m’ama” insomma. Chissà se davvero ci fu un tempo in cui lo sfortunato fiore veniva  spetalato da timide manine femminili ansiose di sapere se lui fosse innamorato. A rischio di scrivere una cosa banale e scontata, direi che mi piace la margherita innanzitutto per la sua semplicità.  Si fa per dire .. perché considero un miracolo ogni fiore. Tu tieni in tasca un semino, anche per mesi, anche per anni, lo metti sotto un po’ di terra e poi quando è il suo tempo… sbuca una piantina e poi, quando è il suo tempo, un bocciolo e poi quanto è il suo tempo, sboccia un fiore. Definire tutto questo “semplice” è paradossale.  

Emblemi. Protagonisti di leggende e storie. Miti. Simboli che hanno legato in tutte le civiltà l’anima degli uomini con le forze cosmiche. Ispiratori in letteratura, pittura, poemi e canzoni. Princìpi di ogni preparato di farmacia. I fiori sono da sempre legati all’uomo, alla sua esistenza, sul piano materiale e su quello spirituale.

Il fiore identifica luoghi, scogliere, golfi, riviere. Rappresenta senza bisogno di parole le varie età della vita e anche del mondo: il fiore che germoglia, il fiore appassito, il fiore che cade. Racconta di un luogo, delle sue genti, della loro storia.

E poi il profumo. Quei profumi che diventano casa, proprio come l’odore del ragù della mamma. La lavanda nei cassetti, l’acqua profumata del nonno sul fazzoletto, il mughetto che si associa al ricordo del foulard della nonna. La vaniglia che impregna la pettorina del grembiule di cucina. L’acqua di rose sul batuffolo di cotone. Odori come sapori.

Come accade con gli odori, i fiori rievocano in me ricordi e provocano emozioni in modo incisivo. A volte sono sensazioni delle quali non conosco l’origine. Ad esempio non amo le rose rosse: ne tengano conto eventuali ammiratori. Specie la rosa rosso scuro, dal lungo gambo, la classica Baccarà,  quella che dona l’innamorato all’innamorata. Pur riconoscendole bellissime, mi infondono una profonda tristezza. Le trovo tragiche. Severe. Una specie di simbolo di qualcosa di irraggiungibile, superbo, (forse arrogante). Ma anche di nefasto. Vai a capire da dove arrivano queste sensazioni. Forse le associo a qualche cosa di tragico cui ho assistito quando non ero in grado di capire.. Potrebbe essere un funerale? Chissà. Fatto sta che non mi piacerebbe ricevere un mazzo di rose rosse. Ecco.

Da tempo non acquisto più fiori recisi. Ogni venerdi uno o più mazzi di margherite bianche, o gialle o rosa, trovava posto al centro della mia casa. Mi piaceva guardarli, cambiar loro l’acqua, ma poi le vedevo anche seccare, perdere foglie e turgore. E provavo un po’ di tristezza.  Furono sempre le margherite bianche mescolate a fasci di spighe i fiori delle mie nozze. 

Credo che i fiori siano legati profondamente a noi, alla nostra anima, che siano fatti di qualcosa che somiglia a qualcosa che ci compone. Biologicamente ma anche spiritualmente. Ecco perché non trovo affatto bizzarra nè ciarlatana la filosofia dei fiori di Bach. I fiori sono utili all’uomo per i suoi mali del corpo: per quale ragione non possono essere utili anche per il mali dell’anima?

Un antico proverbio iraniano recita così: 

se possiedi due soldi soltanto: uno risparmialo,  per comperarti il pane, ricorda che devi nutrire il tuo corpo. L’altro spendilo per regalarti un fiore, ricorda che devi nutrire anche il tuo spirito. 

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DISTILLATI

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Il tempo è un grande discernitore. Separa. Scarta. Distilla. Anche io mi rendo conto che cerco di usare sempre meglio il mio tempo. E tendo a stare sola piuttosto che stare con qualcuno solo per non stare sola. Non ho paura della solitudine: non la si può riempire con chiunque. Un libro, un film, o semplicemente un divano e i miei cani accanto non sono un’alternativa. Non sono affatto solitaria o misantropa: sto bene con la gente sincera, quella dal sorriso aperto, quella dal “pane al pane”. Con la gente vera. Mi piace passeggiare anche in silenzio con chi sto bene e mi riesce sempre meno dispensare sorrisi che posso produrre con le labbra ma non con il cuore, o con autentica cordialità. Lo faccio, ogni giorno, nell’ambito lavorativo. Devo. Ci sono regole e imposizioni e ciò è più che sufficiente. Mi fa male quando qualcuno chiede “come stai” e nemmeno ascolta la risposta. Per questo motivo spesso, a quasi tutti rispondo “Bene”.  Non mi fa stare bene, mi procura profondo disagio dover mostrare accondiscendenza: le mie corde di dentro avvertono vibrazioni stonate e stridenti e non mi fanno sentire bene con me stessa.

Meryl Streep è una donna che mi è sempre piaciuta come attrice. Ovviamente non la conosco come persona. Posto questa sua considerazione. Ecco. Queste parole potrei averle scritte io.

Non ho più pazienza per alcune cose, non perché sia diventata arrogante, semplicemente perché sono arrivata a un punto della mia vita, in cui non mi piace più perdere tempo con ciò che mi dispiace o ferisce. Non ho pazienza per il cinismo, critiche eccessive e richieste di qualsiasi natura. Ho perso la voglia di compiacere chi non mi aggrada, di amare chi non mi ama e di sorridere a chi non mi sorride. Non dedico più un minuto a chi mente o vuole manipolare. Ho deciso di non con-vivere più con la presunzione, l’ipocrisia, la disonestà e le lodi a buon mercato. Non tollero l’erudizione selettiva e l’arroganza accademica. Non mi adeguo più al provincialismo e ai pettegolezzi. Non sopporto conflitti e confronti. Credo in un mondo di opposti. Per questo evito le persone rigide e inflessibili. Nell’amicizia non mi piace la mancanza di lealtà e il tradimento. Non mi accompagno con chi non sappia incoraggiare o elogiare. I sensazionalismi mi annoiano e ho difficoltà ad accettare coloro a cui non piacciono gli animali. Soprattutto, non ho nessuna pazienza per chi non merita la mia pazienza.   Meryl Streep

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foto dal web

MA CHE BEL CASTELLO….

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foto dal web

Mi ferisce e mi offende e mi delude il raggiro, la bugia gratuita, quella senza alcun fine nè buono nè cattivo. Quella che più di altre è imperdonabile. Il trucco e parrucco che nasconde la realtà, per altro lecita e sacrosanta.   Mi ferisce e mi offende e mi delude chi insulta la mia intelligenza e la mia sensibilità e la mia capacità di giudizio. Mi ferisce e mi offende chi non ha compreso nulla di me e pensa che io condanni o assolva. Mi ferisce e mi offende chi confonde il mio diritto di avere un’opinione con l’arroganza del giudizio morale. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi cerca di imbonirmi, di conservare la mia benevolenza o amicizia, e condisce la menzogna con espedienti poveri, miseri. Meschini. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi nonostante abbia avuto la mia anima a un millimetro dal cuore, non ha mai percepito il vero odore. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi non sa custodire e proteggere la condivisione dei miei pensieri, della mia Storia. Crollano. I castelli di sabbia crollano. Miseramente e sempre. E passano dolore e delusione. Passano,  come tutto passa. Resta la lezione. Oro per il futuro. E resta la realtà, un po’ amara, di un addio che non avresti voluto. Quel tipo di addio che si scrive dentro, quello definitivo. Quel tipo di addio ben rappresentato da queste parole

(di Massimo Bisotti):

I veri addii scattano nella mente, sono silenziosi.
Sono i più veri, i più pericolosi.
Sono quelli che tieni per te.
E puoi anche continuare a sentirla una persona.
Non ti avrà più se l’hai salutata dentro

BUON NATALE

 

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E a tutti: felice solstizio a tutti, qui documentato da Riccardo come sempre il nostro messaggero della meridiana.

PAROLA DI BAU

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Raf e Lara

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Un uomo scrisse ad un albergo di campagna in Irlanda per chiedere se avrebbero accettato il suo cane. Dopo qualche giorno ricevette la seguente risposta.

“Caro signore, lavoro negli alberghi da più di trent’anni. Fino ad oggi non ho mai dovuto chiamare la polizia per cacciare un cane ubriaco nel cuore della notte.
Nessun cane ha mai tentato di rifilarmi un assegno a vuoto.
Mai un cane ha bruciato le coperte fumando.
Non ho mai trovato un asciugamano dell’albergo nella valigia di un cane.
Il suo cane è benvenuto. Se lui garantisce, può venire anche lei.”

MODE

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Va di moda la cucina.

Ehh sono mode. Come i cani che però non è una bella cosa la moda dei cani.

Un po’ di anni fa era “cool” portare a spasso il povero husky, cane siberiano da slitta,  costretto a vivere in appartamenti e in città dove, se va bene, in inverno ci son 20 gradi perché poveretto ha dei meravigliosi occhi celesti. In estate si arriva a 30 come niente..

Poi è venuto il tempo del Setter Inglese: elegante e snello con le sue meravigliose frange fa molto british. Vedevo passeggiare per Milano i signori con giacca e scarpe in stile con questi meravigliosi animali, rosso fuoco o bianco neri / bianco arancio e i loro occhi dolcissimi, come il carattere e, conoscendo profondamente questi cani, provavo un po’ di pena, certa che non nessuno li portava in un prato vero, a correre per davvero come loro (e come pochi altri) sanno fare.

E il Labrador? Piuttosto popolare da sempre, ha raggiunto l’apice con la reclam della carta igienica. Poteva essere per un’altra ragione, dirà il nostro labrador… ma questo è stato l’oggetto che gli ha dato la celebrità. A ciascuno il suo…Evvai di Labrador.. 

Ultimamente va per la maggiore il Jack Russel. Non male: forse un po’ di buon senso suggerisce un cane di taglia adeguata alle abitazioni di oggi.. Ma forse anche questa è “moda”.

Dicevo della cucina. E’ IMPOSSIBILE fare zapping con il telecomando senza imbattersi in programmi di cucina. Impossibile!

Tutti cucinano tutto. Tutti esperti. Alcuni provocano anche qualche brividino per via dello stato dei capelli (boccoloni, riccioloni, frange negli occhi) quando non barbe!! Brrr.. Tralascio lo stato delle mani e delle unghie che spesso ti vien da pensare che tutto potrebbero fare tranne maneggiare carpacci impasti branzini e sac a poche.

Lungi da me di fare di tutta l’erba un fascio. Parlando di cucina poi men che meno.. Erbette spinaci puntarelle hanno il loro distinto e unico perché.. 🙂 Alcuni programmi sono interessanti altri banalissimi e scontati, altri ancora assolutamente impraticabili a chi possiede cucine normali, attrezzature normali, figli e mariti normali…

La cosa che più mi “preoccupa” è la cosiddetta cucina molecolare. A vederli non capisci se sono cuochi o gente che gioca al piccolo chimico o all’alchimista. Azoto liquido, lievito istantaneo, cucina senza fuochi, miscele di zucchero per cucinare il pesce. Verbi quali sferificare,gelatinare, stabilizzare, gelificare. Trasformare, modificare. E poi alghe marine e alghe terrestri. Emulsioni, gelatine, “fibre alimentari”, metilcellulose, tabacco. Mah…

Forse sono all’antica quindi originale, dato che le mode, nell’intento di rendere “diversi” rende ovviamente tutti uguali. Fatto sta che domenica prevedo risotto alla parmigiana ovviamente con Parmigiano Reggiano. In compagnia dei miei cagnolini. Un meticcio purosangue 🙂  e un setter inglese che però non vive in appartamento e corre e scava e va in montagna e per le campagne e fa tutto quello che un setter deve fare. Pieffe, per quando la gricia a Trastevere?

Nel frattempo, come scrivevo da Frost/Roberta una preghiera: beato sia il grana, e poi il risotto con l’osso buco, la gricia, l’amatriciana, il pesto, il caciucco, l’olio di oliva extravergine non taroccato (!!!), la schiacciata con l’uva (se no Riccardo mi cazzia), i tortelli di zucca, i tortellini emiliani, il brasato con la polenta, le lasagne, gli gnocchi (e le gnocche senno’ mi cazzia Pieffe).  E poi la carbonara, la pizza …. E molto altro ancora…

Amen.video-ed-eventi-a-piazzetta-emilia-romagna

IL ROVESCIO DEI DIRITTI

Vorrei tornare a essere italiano, in tutto e per tutto, con difetti e pregi, ricco o povero ma ITALIANO

un Italiano, 13/11/2011   – da “Italiani Liberi”
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Con Oriana condivido gran parte delle idee. Oltre a una parte del nome. Non l’ho rispolverata (come tristemente fanno in molti, media in testa). Le credo da sempre.  

Sono stanca dell’ostentazione dei buoni sentimenti che circola da anni e più che mai in questi tempi recenti dove regna una ipocrisia estrema, a partire dai governi che hanno speculato sopra il concetto di “tolleranza” stravolgendolo e rendendolo una miniera d’oro. Migliaia le associazioni di ogni genere per centri di accoglienza, alfabetizzazione, mense, inserimenti ecc che non hanno prodotto risultati concreti ma solo una enorme, gigantesca torta da spartire e una altrettanto gigantesca spesa pubblica.  Tutto questo in nome di un buonismo religioso, ipocrita e parassitario che nasconde nelle sua torri personaggi che esercitano immensi poteri in nome dei diritti dell’uomo. 

Sono stanca di chi grida a bocca larga (ma con la pancia piena) i diritti dei clandestini, degli immigrati, degli islamici e poi di Paperino e di Qui Quo Qua, della Banda Bassotti, dei Puffi, dei gay. Non conosco  NESSUNO che abbia accolto in casa propria un immigrato. O che abbia offerto la propria, seconda o terza casa ad una famiglia arrivata col barcone. Nessuno. Quindi tutti a urlare i diritti di tutti purché lontani dal proprio orto, giardinetto, figlio o figlia, posto di lavoro, posto al sole. Insomma per dirla con parole poco fini: siamo tutti finocchi ma con il culo degli altri. 

La nostra civiltà è in pericolo. E’ in pericolo la nostra Storia, i nostri costumi, il nostro credo. Non debbo togliere il crocifisso dall’aula perché offende (OFFENDE?) qualcuno. Un crocifisso non ha mai ammazzato nessuno. Il kalashnikov invece si. Se scelgo di entrare in una moschea tolgo le scarpe e indosso il velo. Sono obbligata a farlo e lo ritengo giusto. Diversamente non entro. Questo è rispetto, non altro. Ma il mondo in cui viviamo non contempla il rispetto: è da una parte prevaricatore, dall’altra disposto a farsi prevaricare.

Stimo dal più profondo del cuore Tiziano Terzani e il suo Pensiero. In un mondo perfetto sarebbe applicabile.. Ma questo non è un mondo perfetto, ma un mondo corrotto e violento, dove purtroppo un pensiero così alto è pura utopia.  Io vorrei che nelle famiglie e nelle scuole venisse insegnato l’amore per il proprio paese, per la propria storia e cultura e valori. Che non significa affatto insegnare ad odiare gli altri, quelli che hanno altre culture valori e storia  ma Rispetto. E il Rispetto non può  prescindere dal rispetto per sè e per le proprie origini.  

Comunque… tranquilli.. C’è sempre la possibilità di convertisti no? Tra un po’ di anni diventeremo tutti musulmani. Che problema c’è? L’ideologia di questa gente vuole l’ugugaglianza, Vero. Verissimo! Tutti uguali… a loro.

Ma noi non lo abbiamo capito. Siamo qui a guardare l’isola dei famosi, il grande fratello, mentre tra poco non resterà più niente delle nostre Cattedrali, nella nostra Arte, delle nostre tradizioni. E saremo, finalmente tutti uguali.

E lo avremo voluto noi con l’inettitudine e la “tolleranza” .  Tolleranza che significa ben altro… Ma abbiamo stravolto la lingua, il significato delle parole, così come il significato di tutto.

pinocchio

Ancora Oriana. Perché ho il diritto di ribellarmi all’ipocrisia. 

Sono anni che come una Cassandra mi sgolo a gridare «Troia brucia, Troia brucia». Anni che ripeto al vento la verità sul Mostro e sui complici del Mostro cioè sui collaborazionisti che in buona o cattiva fede gli spalancano le porte. Che come nell’Apocalisse dell’evangelista Giovanni si gettano ai suoi piedi e si lasciano imprimere il marchio della vergogna. Incominciai con La Rabbia e l’Orgoglio . Continuai con La Forza della Ragione . Proseguii con Oriana Fallaci intervista sé stessa e con L’Apocalisse . I libri, le idee, per cui in Francia mi processarono nel 2002 con l’accusa di razzismo-religioso e xenofobia. Per cui in Svizzera chiesero al nostro ministro della Giustizia la mia estradizione in manette. Per cui in Italia verrò processata con l’accusa di vilipendio all’Islam cioè reato di opinione. Libri, idee, per cui la Sinistra al Caviale e la Destra al Fois Gras ed anche il Centro al Prosciutto mi hanno denigrata vilipesa messa alla gogna insieme a coloro che la pensano come me. Cioè insieme al popolo savio e indifeso che nei loro salotti viene definito dai radical-chic «plebaglia-di-destra». E sui giornali che nel migliore dei casi mi opponevano farisaicamente la congiura del silenzio ora appaiono titoli composti coi miei concetti e le mie parole. Guerra-all’Occidente, Culto-della-Morte, Suicidio-dell’Europa, Sveglia-Italia-Sveglia.

Il nemico è in casa
Continua la fandonia dell’Islam «moderato», la commedia della tolleranza, la bugia dell’integrazione, la farsa del pluriculturalismo. E con questa, il tentativo di farci credere che il nemico è costituito da un’esigua minoranza e che quella esigua minoranza vive in Paesi lontani. Be’, il nemico non è affatto un’esigua minoranza. E ce l’abbiamo in casa. Ed è un nemico che a colpo d’occhio non sembra un nemico. Senza la barba, vestito all’occidentale, e secondo i suoi complici in buona o in malafede perfettamente-inserito-nel-nostro-sistema-sociale. Cioè col permesso di soggiorno. Con l’automobile. Con la famiglia. E pazienza se la famiglia è spesso composta da due o tre mogli, pazienza se la moglie o le mogli le fracassa di botte, pazienza se non di rado uccide la figlia in blue jeans, pazienza se ogni tanto suo figlio stupra la quindicenne bolognese che col fidanzato passeggia nel parco. È un nemico che trattiamo da amico. Che tuttavia ci odia e ci disprezza con intensità. Un nemico che in nome dell’umanitarismo e dell’asilo politico accogliamo a migliaia per volta anche se i Centri di accoglienza straripano, scoppiano, e non si sa più dove metterlo. Un nemico che in nome della «necessità» (ma quale necessità, la necessità di riempire le strade coi venditori ambulanti e gli spacciatori di droga?) invitiamo anche attraverso l’Olimpo Costituzionale. «Venite, cari, venite. Abbiamo tanto bisogno di voi». Un nemico che le moschee le trasforma in caserme, in campi di addestramento, in centri di reclutamento per i terroristi, e che obbedisce ciecamente all’imam. Un nemico che in virtù della libera circolazione voluta dal trattato di Schengen scorrazza a suo piacimento per l’Eurabia sicché per andare da Londra a Marsiglia, da Colonia a Milano o viceversa, non deve esibire alcun documento. Può essere un terrorista che si sposta per organizzare o materializzare un massacro, può avere addosso tutto l’esplosivo che vuole: nessuno lo ferma, nessuno lo tocca.

Il crocifisso sparirà
Un nemico che appena installato nelle nostre città o nelle nostre campagne si abbandona alle prepotenze ed esige l’alloggio gratuito o semi-gratuito nonché il voto e la cittadinanza. Tutte cose che ottiene senza difficoltà. Un nemico che ci impone le proprie regole e i propri costumi. Che bandisce il maiale dalle mense delle scuole, delle fabbriche, delle prigioni. Che aggredisce la maestra o la preside perché una scolara bene educata ha gentilmente offerto al compagno di classe musulmano la frittella di riso al marsala cioè «col liquore». E-attenta-a-non-ripeter-l’oltraggio. Un nemico che negli asili vuole abolire anzi abolisce il Presepe e Babbo Natale. Che il crocifisso lo toglie dalle aule scolastiche, lo getta giù dalle finestre degli ospedali, lo definisce «un cadaverino ignudo e messo lì per spaventare i bambini musulmani». Un nemico che in Inghilterra s’imbottisce le scarpe di esplosivo onde far saltare in aria il jumbo del volo Parigi-Miami. Un nemico che ad Amsterdam uccide Theo van Gogh colpevole di girare documentari sulla schiavitù delle musulmane e che dopo averlo ucciso gli apre il ventre, ci ficca dentro una lettera con la condanna a morte della sua migliore amica. Il nemico, infine, per il quale trovi sempre un magistrato clemente cioè pronto a scarcerarlo. E che i governi eurobei (ndr: non si tratta d’un errore tipografico, voglio proprio dire eurobei non europei) non espellono neanche se è clandestino.

Dialogo tra civiltà
Apriti cielo se chiedi qual è l’altra civiltà, cosa c’è di civile in una civiltà che non conosce neanche il significato della parola libertà. Che per libertà, hurryya, intende «emancipazione dalla schiavitù». Che la parola hurryya la coniò soltanto alla fine dell’Ottocento per poter firmare un trattato commerciale. Che nella democrazia vede Satana e la combatte con gli esplosivi, le teste tagliate. Che dei Diritti dell’Uomo da noi tanto strombazzati e verso i musulmani scrupolosamente applicati non vuole neanche sentirne parlare. Infatti rifiuta di sottoscrivere la Carta dei Diritti Umani compilata dall’Onu e la sostituisce con la Carta dei Diritti Umani compilata dalla Conferenza Araba. Apriti cielo anche se chiedi che cosa c’è di civile in una civiltà che tratta le donne come le tratta. L’Islam è il Corano, cari miei. Comunque e dovunque. E il Corano è incompatibile con la Libertà, è incompatibile con la Democrazia, è incompatibile con i Diritti Umani. È incompatibile col concetto di civiltà.

Una strage in Italia?
La strage toccherà davvero anche a noi, la prossima volta toccherà davvero a noi? Oh, sì. Non ne ho il minimo dubbio. Non l’ho mai avuto. E aggiungo: non ci hanno ancora attaccato in quanto avevano bisogno della landing-zone, della testa di ponte, del comodo avamposto che si chiama Italia. Comodo geograficamente perché è il più vicino al Medio Oriente e all’Africa cioè ai Paesi che forniscono il grosso della truppa. Comodo strategicamente perché a quella truppa offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà. Ma presto si scateneranno. Molti italiani non ci credono ancora. Si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi.

Multiculturalismo, che panzana
L’Eurabia ha costruito la panzana del pacifismo multiculturalista, ha sostituito il termine «migliore» col termine «diverso-differente», s’è messa a blaterare che non esistono civiltà migliori. Non esistono principii e valori migliori, esistono soltanto diversità e differenze di comportamento. Questo ha criminalizzato anzi criminalizza chi esprime giudizi, chi indica meriti e demeriti, chi distingue il Bene dal Male e chiama il Male col proprio nome. Che l’Europa vive nella paura e che il terrorismo islamico ha un obbiettivo molto preciso: distruggere l’Occidente ossia cancellare i nostri principii, i nostri valori, le nostre tradizioni, la nostra civiltà. Ma il mio discorso è caduto nel vuoto. Perché? Perché nessuno o quasi nessuno l’ha raccolto. Perché anche per lui i vassalli della Destra stupida e della Sinistra bugiarda, gli intellettuali e i giornali e le tv insomma i tiranni del politically correct , hanno messo in atto la Congiura del Silenzio. Hanno fatto di quel tema un tabù.

Conquista demografica
Nell’Europa soggiogata il tema della fertilità islamica è un tabù che nessuno osa sfidare. Se ci provi, finisci dritto in tribunale per razzismo-xenofobia-blasfemia. Ma nessun processo liberticida potrà mai negare ciò di cui essi stessi si vantano. Ossia il fatto che nell’ultimo mezzo secolo i musulmani siano cresciuti del 235 per cento (i cristiani solo del 47 per cento). Che nel 1996 fossero un miliardo e 483 milioni. Nel 2001, un miliardo e 624 milioni. Nel 2002, un miliardo e 657 milioni. Nessun giudice liberticida potrà mai ignorare i dati, forniti dall’Onu, che ai musulmani attribuiscono un tasso di crescita oscillante tra il 4,60 e il 6,40 per cento all’anno (i cristiani, solo 1’1 e 40 per cento). Nessuna legge liberticida potrà mai smentire che proprio grazie a quella travolgente fertilità negli anni Settanta e Ottanta gli sciiti abbiano potuto impossessarsi di Beirut, spodestare la maggioranza cristiano-maronita. Tantomeno potrà negare che nell’Unione Europea i neonati musulmani siano ogni anno il dieci per cento, che a Bruxelles raggiungano il trenta per cento, a Marsiglia il sessanta per cento, e che in varie città italiane la percentuale stia salendo drammaticamente sicché nel 2015 gli attuali cinquecentomila nipotini di Allah da noi saranno almeno un milione.

Addio Europa, c’è l’Eurabia
L’Europa non c’è più. C’è l’Eurabia. Che cosa intende per Europa? Una cosiddetta Unione Europea che nella sua ridicola e truffaldina Costituzione accantona quindi nega le nostre radici cristiane, la nostra essenza? L’Unione Europea è solo il club finanziario che dico io. Un club voluto dagli eterni padroni di questo continente cioè dalla Francia e dalla Germania. È una bugia per tenere in piedi il fottutissimo euro e sostenere l’antiamericanismo, l’odio per l’Occidente. È una scusa per pagare stipendi sfacciati ed esenti da tasse agli europarlamentari che come i funzionari della Commissione Europea se la spassano a Bruxelles. È un trucco per ficcare il naso nelle nostre tasche e introdurre cibi geneticamente modificati nel nostro organismo. Sicché oltre a crescere ignorando il sapore della Verità le nuove generazioni crescono senza conoscere il sapore del buon nutrimento. E insieme al cancro dell’anima si beccano il cancro del corpo.

Integrazione impossibile
La storia delle frittelle al marsala offre uno squarcio significativo sulla presunta integrazione con cui si cerca di far credere che esiste un Islam ben distinto dall’Islam del terrorismo. Un Islam mite, progredito, moderato, quindi pronto a capire la nostra cultura e a rispettare la nostra libertà. Virgilio infatti ha una sorellina che va alle elementari e una nonna che fa le frittelle di riso come si usa in Toscana. Cioè con un cucchiaio di marsala dentro l’impasto. Tempo addietro la sorellina se le portò a scuola, le offrì ai compagni di classe, e tra i compagni di classe c’è un bambino musulmano. Al bambino musulmano piacquero in modo particolare, così quel giorno tornò a casa strillando tutto contento: «Mamma, me le fai anche te le frittelle di riso al marsala? Le ho mangiate stamani a scuola e…». Apriti cielo. L’indomani il padre di detto bambino si presentò alla preside col Corano in pugno. Le disse che aver offerto le frittelle col liquore a suo figlio era stato un oltraggio ad Allah, e dopo aver preteso le scuse la diffidò dal lasciar portare quell’immondo cibo a scuola. Cosa per cui Virgilio mi rammenta che negli asili non si erige più il Presepe, che nelle aule si toglie dal muro il crocifisso, che nelle mense studentesche s’è abolito il maiale. Poi si pone il fatale interrogativo: «Ma chi deve integrarsi, noi o loro?».

L’islam moderato non esiste
Il declino dell’intelligenza è il declino della Ragione. E tutto ciò che oggi accade in Europa, in Eurabia, ma soprattutto in Italia è declino della Ragione. Prima d’essere eticamente sbagliato è intellettualmente sbagliato. Contro Ragione. Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione.

Ecco cos’è il Corano
Perché non si può purgare l’impurgabile, censurare l’incensurabile, correggere l’incorreggibile. Ed anche dopo aver cercato il pelo nell’uovo, paragonato l’edizione della Rizzoli con quella dell’Ucoii, qualsiasi islamista con un po’ di cervello ti dirà che qualsiasi testo tu scelga la sostanza non cambia. Le Sure sulla jihad intesa come Guerra Santa rimangono. E così le punizioni corporali. Così la poligamia, la sottomissione anzi la schiavizzazione della donna. Così l’odio per l’Occidente, le maledizioni ai cristiani e agli ebrei cioè ai cani infedeli.

post collegato 2010

https://lucecontroluce.wordpress.com/2010/08/31/yemen-e-il-silenzio-delloccidente/

PROFEZIE PER NULLA .. FALLACI

e83219aa5fda3a9eccf4306fb1d69089(liberoquotidiano.it) – “Parigi è persa: qui l’odio per gli infedeli, è sovrano e gli imam vogliono sovvertire le leggi laiche in favore della sharia”. È una delle “profezie” più inquietanti e apocalittiche, di Oriana Fallaci. Subito dopo le nuove stragi a Parigi, su Facebook in molti hanno condiviso i passaggi più duri di alcuni tra i libri e i discorsi della giornalista toscana, fiera oppositrice (controcorrente) dell’Islam e delle sue pulsioni fanatiche e radicali, soprattutto dopo l’11 settembre 2001.

“Islam contro ragione” – “Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione. E contro Ragione anche sperare che l’incendio si spenga da sé grazie a un temporale o a un miracolo della Madonna”.

Il Corano e i cani infedeli – “Il Corano non mia zia Carolina che ci chiama «cani infedeli» cioè esseri inferiori poi dice che i cani infedeli puzzano come le scimmie e i cammelli e i maiali. È il Corano non mia zia Carolina che umilia le donne e predica la Guerra Santa, la Jihad. Leggetelo bene, quel «Mein Kampf», e qualunque sia la versione ne ricaverete le stesse conclusioni: tutto il male che i figli di Allah compiono contro di noi e contro sé stessi viene da quel libro. È scritto in quel libro”.
La rabbia e l’orgoglio

La Guerra Santa – “Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente cioè d’apparire razzisti (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri”.

INDOVINELLO

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dei due, qual è la femmina?

🙂 🙂 🙂.

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NOSTOS

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E vabbè. Perdonatemi questo momento nostalgico forse sbuca dalla nebbia di stamane e la buca perché certi pensieri scaldano sono come il fiato caldo in un giorno un po’ freddo.  Era fine 2012 e questi erano i pensieri buttati giù quel giorno. Sarà che ho un po’ di raffreddore oggi, e anche mal di gola: un’aspirina frizza nel bicchiere qui accanto a me sulla scrivania. E anche un po’ di mal di vita. Capita. Sarà che l’arrivo dell’inverno mi trova sempre impreparata: cedo alle calze a metà ottobre, oggi indosso ballerine rigorosamente sopra il piede nudo. Non mi piace guardarmi indietro lo dico sempre, non amo i ricordi preferisco vivere nella consapevolezza che ci portiamo dietro il bagaglio di tutto perché tutto fa di noi ciò che siamo. Tutto ci plasma e ci forma; siamo creta nelle mani del tempo, degli eventi, delle persone che incontriamo che amiamo che ci lasciano, quelle che ci deludono e quelle che lasciamo e quelle che ci hanno dato tantissimo e quelle che ci sono, ogni giorno, ci camminano accanto. Copio incollo dunque questo post che per le ragioni appena elencate non sa di naftalina né potrà mai essere coperto di polvere.  E non lo faccio nemmeno per mancanza di argomenti: non è mai stato un blog “daaggiornareperforza”,non ne ha bisogno. Con piacere e senza mai smettere di sorprendermi questo posto è sfogliato: ogni giorno vengono letti post tra i 450 e oltre pubblicati. Questo per me conta molto di più della ricerca del nuovo. E poi va bene così: l’ansia da prestazione non è roba nostra non ci interessa non ci ha mai colpiti, è un luogo così, questo. A fine dicembre 2012 c’erano queste parole e sono attualissime, nonostante gatte e lucertole girino per altri prati ma anche qui, girano anche qui, trovo croccantini in giro, e sono diversissimi dai cookies internettiani, sono orme indelebili così come anche l’umorismo acuto misto a dolcezza di GilGanesh, che vive lontano da qui fa parte di questo luogo e non c’è nessuna pietra sopra qui non ci sono pietre sopra niente. Non si cancella la cronologia con un click, non si svuota la cache del cuore.

orme-e-impronte

31.12.2012

Grazie a tutti e a tutti un abbraccio affettuoso per un tempo che sia foriero di luce e di tante piccole cose belle. Piccole perché è lì che sta la bellezza, dentro le piccole cose: lo diciamo sempre, qui.  Cerco di nominarvi tutti, questo blog è frequentato da 4 gatti ( ma che gatti! ) e questa è una ragione in più per essere orgogliosa di questi “numeri” che stupiscono me, prima di tutti.  In ordine sparso: 

Marinz, cui devo, tra l’altro, la migrazione del sito e poi tanti motivi di riflessione.
Pieffe, orecchiette, speciali sapienti e acute oltre che straordinariamente intuitive. Devo molto a quell’essere  peloso, non solo per questo sito, ma per ciò che rappresenta nel mio Tempo.
Petula, la gatta filosofa e Lucertola, da preda ad allieva. Devo molto anche alla sua coda e al suo naso.
Pinuccia, donna e nonna intelligente, delicata e sensibile, si commenta da sé, basta leggerla.
Roberta (Frost), che si diverte con noi e tesse le foto come una moderna Penelope.
Sir Biss che porta odori di lago e profumo di salvia e rosmarino e tanta partecipazione. Che sa prendersi in giro come ahimé pochi sanno fare.
Riccardo: quando i “numeri” sono alti, per visite e interventi, dietro c’è spesso lui, a dibattere con orecchiette e gatte. Un altro pilastro di cemento armato qui e non solo qui.
Francesca Pacini (Mulino di Almeto): perché è a lei che devo l’incontro con Pieffe e Petula.  E anche l’onore di avere scritto su Silmarillon. Non scriverò mai come lei ma proprio per questo è un piacere vero leggerla. Imparo.
Carola, dal cuore dolce e romantico: la sua sensibilità e il suo calore dentro casa hanno fatto spesso il lavoro di un plaid. Amica di una vita, non ci si vede quasi mai, ma noi ci siamo.
Simona dagli occhi blu, che si firma Lotus, per qualche verso così simile a me da sembrare quasi…. mia parente  😉
GilGanesh che ci manca molto, così come il Gollum: hanno creato tante divertenti sceneggiature:  ci hanno dato tanto cuore e tanti sorrisi. E fiato per questo posto.
Simonetta (Calembour), che delle parole ne ha fatto e ne fa un mestiere.
E poi a tutti quelli “qui non nominati”,  e anche a quelli che leggono regolarmente senza apparire e mi scrivono  le e-mail.  Celeste anno a tutti, dal cuore. 

AMBRA E TOPAZIO

Paesaggio-autunnale

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Eccoci.
Finiscono le vacanze, la pelle è ancora abbronzata, i sandali ancora a portata di zampe,  le camicette leggere ancora in lavatrice, o fresche di stiro. Il temporalone, l’acquazzone.
Come stamattina. Ho appena finito di asciugare il jeans con il phon. E ho solo percorso la strada dalla stazione all’ufficio (7 minuti).

Tempo di castagne, di funghi, di cibi caldi. Il tempo che piace a Sir Biss.
Chissà se questo autunno ci regalerà ambra e topazio e rubino, e rossi infuocati.  La vite rossa accesa delle estati indiane.
E chissà se ci sarà la dolcezza e la morbidezza dell’aria, l’odore di muschio e di funghi e di terra umida.
E la luce.. quella luce che d’autunno accarezza come sa fare al crepuscolo nei luoghi di mare. Quel sole tiepido e gentile, quasi sciolto sugli alberi che lascia il posto alla sera ornata di stelle bianche e blu.
Serve dolcezza e poi passi calmi, carezze delicate ma profonde. E vino buono, nel bicchiere giusto, cristallo sottile, che vibra, che suona.
Sarà buono il vino di questo anno: estate calda senza pioggia. Lo avremo più avanti.
Si abbassano. I pensieri. Verso la terra, il suo odore: cercano rifugio tra le foglie e il tepore del suolo. Cercano un buco, una tana, un posto dove arrotolarsi. Come si arrotola la volpe che attende di sentire i passi conosciuti. 
Attendiamo un autunno così. Non ci piacciono i passaggi violenti: dal caldo al freddo, dalla luce al buio. Vogliamo essere accompagnati con dolcezza. Con gentilezza. Essere presi per mano ed entrare piano, dentro il cambiamento.
Non vogliamo che gli alberi si denudino in un giorno: vogliamo invece che si spoglino lentamente: c’è bellezza in questo. Sensualità. Dolcezza. Vogliamo avere il tempo giusto per godere con gli occhi, con l’olfatto, con i sensi tutti. 

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castagne-e-vino

MIOPIE ISTITUZIONALI

gattiintelligenti

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Una riflessione sulla mancanza di attenzione e di cura da parte delle Istituzioni. Avevo annunciato qualcosa settimane fa ma poi sono accadute molte cose. Ecco la storia. Arriva da Carola.

Suo figlio Luca, a metà percorso delle scuole superiori decide di mollare. Non ce la fa, non ne ha più voglia, non gli interessa più. Dopo la normale insistenza della mamma (il padre non c’è) e dopo estenuanti inviti a riflettere, Carola si rassegna. Luca si trova un lavoro: un lavoro fisso presso un ristorante, all’interno di uno di questi mega centri commerciali che spuntano come i funghi un po’ ovunque. Lavora sodo senza limiti di orari e di giorni. Lavora anche di sabato e di domenica. Con i soldi che guadagna si mantiene e si compera le sue cose tra cui la patente e un’automobile senza pretese, come senza pretese di cose materiali è l’esistenza di Luca. Un ragazzo sensibile, piedi per terra e testa sulle spalle. Solido, nessun piercing, tatoo, orecchini, catene nè tagli di capelli improbabili, un po’ retro’ direbbero molti ragazzi di oggi. Alcuni forse lo consideravano un po’ “sfigato” perchè … un tipo normale (:-)  

Dopo un anno e mezzo Luca annuncia alla mamma: torno a scuola ma non mollo il lavoro. E tre mesi fa consegue il diploma di maturità, con 85/100, lavorando sempre e spesso anche nei fine settimana, come stabiliscono i turni del ristorante. Carola ne è ovviamente fiera. Il suo ragazzo non solo si diploma lavorando ma si iscrive all’università.

Capita tra le mani di Carola un periodico del Comune, quei notiziari mensili o trimestrali mediante il quale il Comune comunica con i Cittadini. Ometteremo per ovvie ragioni di dire il nome del Comune che tra l’altro non è nemmeno utile al post. Appare, sul giornalino, come ogni anno, l’articolo con gli encomi, premiazioni, foto ecc dei ragazzi della scuola inferiore che hanno superato gli esami con il massimo del punteggio e poi di quei ragazzi che hanno conseguito il diploma di maturità con un punteggio tra 90 e 100. Borsettina di studio, premio in soldini più che altro simbolico ma comunque un premio. Incentivo a continuare gli studi. Ottima cosa per carità.

Ma la Carola si incazza. E ha ragione. Scrive una lettera assolutamente “giusta” all’assessore e al sindaco per quale ragione MAI una parola per quei ragazzi che raggiungono gli stessi risultati ma che hanno lavorato tutto l’anno, studiato di notte e rinunciato enne volte ad uscire con gli amici. Che non hanno avuto la fortuna di poter “solo studiare” e non hanno avuto la mamma o la nonna o la zia a preparare la merenda. E nemmeno genitori che hanno potuto seguirli nel percorso della scuola superiore perchè impegnati a lavorare o per altre ragioni. Grande Luca, in bocca al lupo. E grande Carola.

Ora vediamo il prossimo anno se il Comune avrà un po’ di cura anche per questi ragazzi ammirevoli e che più di altri meritano una foto sul giornalino e una stretta di mano “pubblica” da parte di chi è tenuto a dimostrare capacità di valutazione e maggiore attenzione ai principi di uguaglianza. 

ps: proprio ora mi arriva sms: Luca ha passato il test di accesso all’università. Ottimo.

PREZZI

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Ogni gioia smisurata (exultatio, insolens laetitia) nasce sempre da un’illusione che ci fa credere di aver trovato nella vita qualcosa che non è possibile trovarci: la soddisfazione duratura dei desideri che ci tormentano e che rinascono sempre di nuovo, insomma, il rimedio ad ogni affanno. Ora, ogni illusione di questo genere dovrà prima o poi infallibilmente svanire; e questo ci sarà fonte di dolore amarissimo, e molto più intenso che non la nostra primitiva gioia. Sotto un tale aspetto, la gioia è simile a una vetta scoscesa da cui non si può discendere che a precipizio.

Arthur Schopenhauer

PAUSE

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In questi giorni il tema sul treno, in ufficio, nei negozi, è sempre lo stesso: vacanze.

Dove vai
ma che bello
ci sono stato anche io
ti consiglio di cenare in quel posticino
quando torni
se potessi farei le vacanze in luglio

E le raccomandazioni? Divertiti!!! Riposati!!! Rilassati!!! Mi raccomando!!!
Ecco.. menomale che ce lo dicono altrimenti da soli mica ci pensiamo! Ti vien da rispondere: sì, mamma!
Menomale che le riceviamo le altrui benedizioni altrimenti come faremmo?  

Scusate per questo sfogo di insofferenza. Personale idiosincrasia storica in aumento costante verso i luoghi comuni, le frasi fatte, le raccomandazioni (inutili come tutte) che arrivano solo da chi in realtà non gli frega assolutamente nulla se ci riposeremo rilasseremo divertiremo. Gli altri non ne fanno. Come sempre è questione di intelligenza e di sensibilità. O di comune allergia per i soliti stramaledetti luoghi comuni usanze cicalecci vari frasi fatte. 

Ho in serbo una condivisione, quella con e di Carola. La faremo presto. Perchè è un discorso interessante: riguarda i ragazzi in gamba, quelli responsabili, quelli che vanno avanti nonostante le difficoltà e lo fanno da soli.   

Lascio qui un saluto ai miei controlucini, per ora. Ora è tempo di pausa.
Vi auguro un tempo buono, di sereno, di pace, e di riflessione. Una tregua vera che possa interrompere per un po’ la violenza dei giorni, l’incombenza dei doveri, che ci sovrastano e schiacciano. Qualche tramonto dentro il quale perdersi con l’anima ed uscire un po’ migliori. O  qualche bagno che faccia fare un po’ pace con il mondo e con sè. Qualche prato di stelle sopra la testa capace di commuovere e stupire. O l’imponenza delle montagne: che ci faccia sentire piccini qui sotto quando rivolgiamo il nostro pensiero alle vette laddove è potente il silenzio e immobile il tempo. Qualche passeggiata meditativa capace di farci ritrovare il senso delle cose perdute, offese, uccise, tradite.
E leggerezza. Sere dolci e delicate. Morbidezza e passo leggero. Sere gentili.
Tutto questo è lontano dai gelati, dagli ombrelloni, dal chiasso, dalla musica, dai tormentoni, dall’olio di cocco, dal pareo all’ultimo grido, dai selfie che intaseranno la rete; non che abbia qualcosa contro: ognuno vive come gli pare. Solo perchè  niente di questo appartiene al popolo di Controluce.

Vi abbraccio tutti, intreccio di code stretto. Perchè qui trovo quella animalità che manca a molti umani, trovo code e pelo e occhi e cuore di cani di gatti e il respiro della sincerità e il dono della condivisione vera, leale. Che non trovo quasi più. In nessun luogo…

 

SEGNI

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foto mia

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Ogni persona che passa nella nostra vita è unica.
Sempre lascia un pò di sè e si porta un pò di noi.
Ci sarà chi si è portavo via molto, ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla.
Questa è la più grande responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso.

J.L. Borges

GLORIA AL BANCO

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e pace ai draghi di buona volontà.

MESSAGGI IN BOTTIGLIA

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Parco Sempione, Milano

Domenica mattina presto – Milano la domenica mattina è godibilissima – sono stata a vedere la Nuova Darsena. Non l’avevo ancora vista nonostante da dove lavoro ci posso arrivare in 10 minuti. Ho letto e sentito le solite polemiche: queste non sia mai che manchino!

Piacevole. Piazza 24 maggio è adesso un piazzale grandissimo, pedonale, con le sue aree di sosta, camminamento per tutti, anziani, bambini, carrozzine e carrozzelle. Tutti.

Nell’acqua circolano coppie di germani con i piccolini al seguito. Ogni tanto qualche piccolo sbaglia famiglia e viene richiamato prontamente dai propri genitori e allora lo si vede nuotare in fretta con le zampotte rispondendo al rimprovero. Belle scene da ammirare nel cuore di Milano. E non c’erano! Al posto della darsena c’era solo un luogo maleodorante e in stato di abbandono. Possibile che l’opinione pubblica è pronta ad insorgere sempre e comunque? Possibile che non si riesca mai ad essere obiettivi e esprimere un giudizio OLTRE la polemica?

Assolutamente privi di impatto i mercati, che hanno accolto le attività del vecchio mercato. Lo trovo un progetto giusto, ben inserito nel cuore pulsante della Milano dei Navigli.  Definita Ecomostro e molto altro ancora.. Bah. A me non sembra proprio. Cosa dovremmo fare? del finto gotico? Anche no..

La nota triste c’è, eccome. E non sta nell’architettura, nelle facili polemiche, bensì nelle bottiglie di birra, nei sacchetti, nei rifiuti in generale,  sulla passeggiata e nell’acqua. Questo è il vero triste e doloroso aspetto. Una schiera di addetti del comune puliva (erano le otto del mattino e ho contato almeno sei sacchi di spazzatura da un solo lato del Naviglio). Che fare?

Chi mi accompagnava suggeriva una soluzione anzi due.

La prima: multe salatissime, sorveglianza costante e manganello. 

La seconda: obbligo di vendere birra solo in bottiglie di vetro (niente lattine niente spina) dietro cauzione di 5 euro/bottiglia.  Geniale, niente da dire. Ma mi vedo già una schiera di abusivi vendere bottiglie di birra…  Appoggio dunque la prima.

Mi sembra adeguata e l’unica efficace anche se, ovviamente, corrisponde ad una utopia. Ma l’unica, in una civiltà dove civiltà non c’è. E dove le regole si trasgredisco  prima di tutto in famiglia.  In nome della libertà i figli fanno tutto ciò che pare loro. Sopra i divani con le scarpe, porte chiuse a calci, mani nei piatti di chiunque. Noncuranza in generale nei confronti di persone e cose, invasione di spazi, mancanza di delicatezza e di cura. E poi si riflette tutto fuori. Ovvio no? C’è da stupirsi? Se i ragazzi in casa si comportano come selvaggi, come può essere diverso, fuori? 

Consiglio a tutti, scuole, genitori ed insegnanti per loro stessi innanzitutto e poi per i figli, un libro di Gherardo Colombo e Marina Morpurgo: le regole raccontate ai bambini” (http://zebuk.it/2013/04/le-regole-raccontate-ai-bambini-gherardo-colombo-marina-morpurgo/)

Perché “Libertà” NON significa assenza di regole. Anzi, è il rispetto delle regole a garantire la Libertà. Libertà di camminare in spazi non degradati. Per esempio. Libertà di respirare, di vivere, di stare bene. Libertà di essere Liberi.

Ricordo le polemiche, fortissime, di quando il Comune decise di recintare e mettere i cancelli al Parco Sempione. Un casino bestiale!  “E’ un verde pubblico, è contro il principio di libertà” ecc ecc ecc. Bene fece il Comune di Milano! Dopo la darsena infatti, ieri mattina, sono andata al Parco Sempione. Bellissimo, curato e pulito. 380 mila metri quadrati di bellezza. Rinato dopo la recinzione, nel 2003, ha ripreso lo splendore e la bellezza che merita. A mali estremi …. Speriamo solo che l’attuale Sindaco non decida di togliere le recinzioni. Dopo aver cercato di vietare la consumazione del gelato sui marciapiedi mi aspetto di tutto…  Magari in nome della “città più verde e più condivisa”. Intanto vediamo di vivere meglio e condividere meno ma meglio…

Invece chi volesse curiosare in Darsena:

https://it-it.facebook.com/comunemilano/videos/260803007377019/

https://www.youtube.com/watch?v=oxeYjjX1kMs

https://www.youtube.com/watch?v=IP26RpVAWiY

Parco Sempione, Park Sempione

Parco Sempione e Castello Sforzesco, Milano

 

COME TI INFORCO IL LAGO ….

Prometto che Controluce avrà la luce di prima anche contro e di fianco e dietro… Ora che Pieffe e Ricc sembrano tornati dal lungo viaggio intergalattico (che non li ha cambiati affatto.. anzi…) torneremo a scrivere. Prometto. Devo solo trovare il tempo. 
Ma … in una breve pausa ho trovato questo e non posso non postarlo. Certissima che il vostro gusto raffinato per l’arte e la vostra capacità critica sarà beata da questa visione e il vostro intelletto affascinato da questa geniale trovata.

Guardate la foto.  E poi dicono che le pale eoliche “deturpano”!!

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Lago Lemano a Vevey, in Svizzera.

fonte:”FOCUS” al link
http://www.focus.it/natura-e-ambiente/natura/si-fa-presto-a-dire-lago?gimg=891&gpath=#img891

…. NEWS DAL VERBANO

Dal nostro reporter SirBIss, e da un ottimo fotografo,  vi aggiorno con immenso piacere.

Ecco a voi gli sviluppi. Ma guardate il piccolo…. lasciato di guardia alle uova!

Forse i genitori sanno che non si schiuderano, ormai? Alla prossima, godetevi la foto.

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TENEREZZA LACUSTRE

Ricevo da SirBiss due foto bellissime. Una coppia di cigni vive da tempo sul Lago Maggiore, proprio accanto all’imbarcadero. E, sempre li’, mette al mondo i suoi piccoli. Ho avuto modo di vederli dal vivo in tempi precedenti.

Questa volta no, nessun incontro “live” ma queste foto meritano di essere pubblicate. SirBiss tra i commenti potrà raccontarvi la storia di questa coppia di animali. SirBiss ha quotidianamente assistito alla vita dei genitori e alla covata e … stamane ha visto il miracolo della schiusa.

Che appunto viene pubblicata qui attraverso questi scatti “rubati” i quali replicano la scena vista da SirBiss alla stessa ora. Ecco le foto, scattate oggi alle 10 da Valerio Franchi. Grazie SirBiss e grazie a Valerio che non conosco ma che ci perdonerà per aver rubato questo momento.

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cigni 1

cigni 2.

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DIS-ARMONIE

Pace-si-armonie

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La sera, prima di dormire, ho qualche tempo per rifugiarmi nel mio mondo. Quello solo mio, che comprende solo i miei odori, il mio profilo, la mia pelle, il mio respiro. E’ un momento che mi piace, perché è tutto e soltanto mio. Ascolto il mio respiro e cerco di vedere i miei pensieri come se fossero fuori e non dentro di me.  Faccio il bozzolo, con il piumino, mi creo un posto per i piedi, li metto “a cuccia” e cerco di non pensare al domani, alle cose che mi aspettano, all’ufficio. Seguo solo il respiro e ascolto il silenzio della mia casa. Di solito c’è pace, in questo momento. Una pace leggera, respirabile, dove, almeno per un po’, si riallineano le cose, regalandomi un’idea di armonia. Si assottiglia il contrasto tra la mia anima e il mondo e le cose del mondo, le incombenze, le bruttezze, e non stride nulla. Niente unghie sulla lavagna, nessuna prova di eroica resistenza alle piccole e ripetute violenze quotidiane. Si allontanano le ipocrisie, le storie ripetute, i falsi sorrisi, le miserie tutte. E finalmente sento la mia pancia. E riesco a sentirla tranquilla, calda e sento di volermi bene. In questo stato riesco a vedere quasi tutto chiaro. Forse si vede bene solo al buio.  Appare tutto così chiaro… E i contorni sono così nitidi e precisi!

Poi arriva il giorno.. e trovi tutto sotto la luce artificiale sotto la quale, ormai, si vive. Un po’ perché ci siamo costruiti questo mondo. Di banche attorno a noi … e di  mode: quella del perdono, quella del mondo pulito, quella del tacco dodici, quella della tolleranza, dell’accoglienza, della accettazione, dell’indulgenza. La moda del volemossebbene, che semina il virus “iotisalverò” Pericolosissimo, a volte mortale. 

E un po’ perché ci arrivano le solite puntuali delusioni, le bugie, piccole e grandi e poi quelle davvero gratuite e le piccolezza tutte. I segreti di pulcinella. Le scatole di cartone che si aprono ed esce il pagliaccetto gonfiato che ti fa la pernacchia.

Ma non importa: la sera c’è l’appuntamento con la pancia. Calda… E il respiro. E i pensieri che a guardarli da fuori si vede che sono solo pensieri. E qualche persona davvero speciale nel cuore. Si spegne la luce e si immaginano i contorni.  L’essenziale è invisibile agli occhi.

 

 

L’UOMO DELLA PIOGGIA

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Commovente. Uno tra noi, che raccoglie frasi, litigate, parole d’amore, banalità, cattiverie. Sopporta le fotografie, terribili a volte, di chi si vuol portare a casa una immagine banale, con lui accanto. Tollera lo scherno, i calci dei bambini, i sorrisi idioti di chi non va nemmeno a cercare la sua storia.

Le raccoglie, le cose ma non le offre a nessuno. Si tiene tutto dentro. Nessuno sa che da qualche parte è nascosto un sentire. Perché nessuno riflette il proprio sentire dentro una statua. Lo si fa.. magari con la luna. Protagonista di romantici pensieri, regina di una certa letteratura, e di pensieri scartati coi baci perugina. È popolare, la luna. Gli amanti, le passeggiate lungo il fiume cittadino.
I riflessi sull’acqua. Le millemila canzoni dedicate. Per lo più insulse. Usata, la luna. Senza nemmeno i diritti d autore.

L’uomo della pioggia. Per alcuni una statua. Per altri un’opera d’arte. Per qualcuno un omaggio. Per qualcuno …. un “uomo sotto la pioggia”. Qualcuno ha scritto che ritenere le “cose” animate sia tipico dell infanzia. Che poi deve passare.. Ma chissà se qualcuno si chiede mai se ciò è altro…

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L’altro giorno ho letto che è stato vittima di un incidente stradale “La Pioggia” di Folon. Per gli amici “L’uomo della Pioggia”. E’ nata questa riflessione. Ecco. La condivido qui (tanto la reputazione me la sono giocata anni fa…) 🙂 

 

CHIARIMENTI….

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Sto ancora ridendo.
Si è reso necessario, qui, in ufficio, approfondire un punto in materia di IVA ovvero se fosse applicabile la disposizione secondo la quale un’auto acquistata con Iva agevolata (da disabile) fosse poi vendibile dall’erede entro i due anni senza dover corrispondere la differenza di IVA. Leggete un po’ la circolare della Agenzia delle Entrate che “chiarisce”   🙂   🙂   🙂   la questione.

Ora: leggete dalla undicesima alla quattordicesima riga.

E SINALLAGMATICO ditelo a vostra sorella!!  CAPITO?

Ecco!! Un po’ di rispetto !!

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CARO ISCRITTO TI SCRIVO

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Gentile “Iscritto che segue Controluce”

ricevo spesso, nella mia casella di posta,  le notifiche da WordPress che “Ora pinco pallo segue Controluce”. Segue l’invito, precotto di Word Press che dice: vai a vedere cosa scrive pinco pallo! Magari ti piace! E ti spiattella il link. 

Diffido molto di chi dice che “segue” un sito senza leggere alcun post nè lasciare alcun messaggio.
Ma capisco anche che la rete, in generale, e anche attraverso i cosiddetti Social Network, blog ecc, rappresenta una “opportunità di visibilità”. E Controluce, nel suo “piccolo”, vanta rispettabili statistiche di lettura (pubblicate da siti di statistica vari, mio malgrado).  

Tuttavia trovo irrispettoso nei confronti di chi scrive, cura, e pubblica un sito, affermare di seguirlo quando invece lo scopo è chiaramente quello di “farsi seguire”. Il che è ben differente! 

Forse lei, signor “iscritto che segue Controluce” non ci crederà, ma c’è chi, come me, pubblica articoli con amore e dedizione e senza alcuna pretesa. Senza girare tra altri blog a caccia di lettori o a seminar biscottini, e che considera il proprio “blog” un po’ come una casa, aperta a tutti, senza alcun filtro, o moderazione nei commenti, nè altro. Però … esige un po’ di buon gusto. Quando ciò viene a mancare, come adesso, cerco di farlo notare, serenamente e tranquillamente.

Dal momento che lei, gentile “iscritto che segue Controluce”, ehmmm “segue” Controluce, mi permetto di darle un piccolissimo consiglio: abbia un filo di professionalità in più, anche nel cercare di rendere i suoi lavori, i suoi scritti, la sua professione, più visibili: alcuni “espedienti”, generalmente, possono addirittura risultare controproducenti.

Non me ne voglia dunque, caro “iscritto che segue Controluce” se non passerò a “vedere cosa scrive lei”, così come incita – giustamente – wordpress – che è una piattaforma e fa il mestiere di piattaforma. Io preferisco una forma piatta. Nel dire le cose che penso. Ad esempio.    

Cordiali saluti e molti auguri per i suoi lavori.

Celeste
CONTROLUCE

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CARO AMICO TI SCRIVO

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cosi mi distraggo un po’,  e siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò.

Così cantava Lucio Dalla un po’ di tempo fa (1979, ebbene sì.. 1979) quando ancora si scriveva con la penna. L’altro giorno passeggiavo in Corso Magenta, a Milano, e mi sono fermata ad ammirare le penne esposte nella vetrina di un famoso e storico negozio: Ercolessi. E mi dicevo che la penna è proprio un bellissimo oggetto. Specie la penna stilografica. Ora scriviamo con la tastiera, scriviamo e mail, twitter, chat, sms e mms.. Ma il piacere di scrivere a mano, ovvero semplicemente il “piacere di scrivere”? Un’altra emozione la provai qualche anno fa, a Roma, vicino al Pantheon. C’è una cartoleria, anche questa storica. Spaziale. C’è di tutto. Oltre alle penne, anche gli articoli di scrittura antica, le cannucce con i pennini, le penne. Alcune cannucce porta pennino sono fatte in vetro, altre, più preziose, in radica ed altri materiali bellissimi anche da toccare. E poi la ceralacca per sigillare, e i biglietti, tagliati a mano, e poi i sigilli. E le boccette con l’inchiostro. Sono uscita facendomi forza e dopo aver acquistato sigillo e ceralacca. Non c’è niente da fare. Il fascino della scrittura con la penna stilografica è unico. Unico è il fruscio, il tratto, e l’odore della carta. 

Riporto qui un ricordo di Simona (ciao Simona). Simona era con me, a Roma in quel negozio e ci siamo trascinate fuori dal negozio a vicenda!

… Da piccola, quando feci la Cresima, me ne regalarono due una color oro e una rosa. Quella rosa era la mia preferita. Ero tutta fiera di averla ricevuta ma nessuno mi aveva insegnato ad usarla.  La tenevo dentro la sua custodia la quale era conservata sopra al comò della camera da letto, dentro in una scatola in legno a casa dei miei nonni.  Ogni tanto andavo ad ammirarla . La prendevo in mano e facevo finta di usarla e mi sentivo grande. 

Proprio poco tempo fa decisi di comprarmene una. C’ho messo del tempo a sceglierla. Una stretta, una grossa, una troppo pesante, l’altra troppo corta. Alla fine la trovai, bianca e rotondetta. Mentre la impugno mi sento di nuovo grande e sono contenta perché la MIA penna stilografica mi insegna a dare il giusto tempo alle cose anche scrivendo un semplice “ ciao “ .

 

Natale?

Ieri era Natale.

Il pranzo, i regali. Per quelli che ci credono, la sera prima la messa. O anche solo per la tradizione. Mah, ora ditemi come si può andare a messa per tradizione.

E la capannuccia, l’albero con le lucine. Che chissà che cosa c’entra l’albero con le lucine: me lo chiedo da quando sono bambino. E pure Babbo Natale… ganzo eh, ti porta le cose belline. Ma chi gli ha detto nulla a lui? O un s’era rimasti in Palestina, una ragazza e un attempato signore dentro a una grotta, al freddo, con bue ed asinello, e dell’altra gente che arriva sui cammelli che siccome si sono sparati tutti i regali gli portano l’oro e l’argento, che non ci si copre mica con l’oro e l’argento. Per poi tacere di sta mirra che gli hanno detto “Eh? Ma che sei di fori a dare la birra a un bambino!”.

Insomma, mi pare che  al proposito del Natale come minimo ci sia un po’ di confusione. Per quello che poi se magna e beve, così ci si rintrona bene bene e non ci si fa caso a tutto quello che non torna. E di roba che non torna ce n’è da dare e da serbare.

Natale, Natale… la festa più importante… la rinascita, la speranza. No quella era la Pasqua. O no? Vabè.

Beh. A me, da quando sono grande (e non è da tanto… l’età anagrafica non c’entra granchè con quello che sto dicendo) piace tanto il sole. Piace la Terra, piace la Luna. Piace vedere come noi siamo legati a questa realtà evidente e visibile. Semplicemente simbiotica, con noi. E che però è come se… ce ne vergognassimo, in una qualche maniera. Attribuendo a “qualcosa di più elevato” gli onori della cultura, del sapere. Della bellezza, anche. Della sapienza.

Mah.

Io sto amando sempre di più questa accogliente culla che è la Terra, e questo raffinatissimo modo perfettamente bilanciato che c’è, e che nonostante tutti i nostri intenti perturbativi ci prende come un soffio di vento che porta i capelli sugli occhi: un minimo, trascurabile, inavvertibile fastidio.

Beh, io il Natale lo festeggio un’altro giorno, e precisamente il 21.

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Il 21 dicembre è il solstizio d’inverno, e sono andato a vedere la meridiana, quella in Piazza dei Giudici a Firenze: davanti al Museo Galileo e non più di ventun passi dagli Uffizi. Volevo essere lì durante il solstizio d’inverno, simbolicamente allo scoccare del mezzogliorno, quando il sole per l’ultima volta scende, e l’indomani comincerà a risalire e l’ombra lunghissima dello gnomone sarà impercettibilmente ma inequivocabilmente più corta. Il buio, da quel momento, comincerà a ritirarsi lasciando sempre più spazio alla luce del sole. Trovo questo momento di una intensità immensa, e mi sento di esserne felice, e festeggiare.

Trovo importante trovare armonia con quello che ci circonda, quello di cui indissolubilmente facciamo parte, e conoscerlo almeno un po’, e riconoscerlo, per poterne fare parte, prima di cercare di andare oltre. Altrimenti rischiamo di diventare dei “gabbiani ipotetici”, per dirla alla Gaber, e non riuscire nemmeno più di pensare di volare, perchè mettiamo obiettivi forse troppo distanti per i passi che non abbiamo avuto l’umiltà, o forse solo l’intelligenza, di riconoscere di dover fare.

Spero di non avere steso nessuno con queste chiacchiere intrecciate… beh, almeno non più di un pandoro.

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Riccardo.

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Buon Natale

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Auguri a tutti gli Amici e Mici di Controluce. Ai Cani e ai Topolini. E alle Lucertole che girano per questa casa, più o meno silenziosamente. Trovo le zampette ovunque, e peli di Gatte rosse e grigie. Ne trovo il respiro, ritrovo il sorriso ogni volta che sfoglio qui ma anche quando sono qui, come adesso, sopra una pagina bianca come la neve che non c’è. Saluto perfino miagolando la luna piena da qualche solstizio d’estate in qua…   Io, nata e cresciuta con l’odore di cane addosso perfin miagolo! 

Un abbraccio caldissimo e un saluto. Vi ho pensato tantissimo quando lo gnomone ha celebrato (anche) il mio di Natale, essendo nata il 23.12 e ho pensato a quel fascio di luce che rende speciale il Controluce finché c’è l’amore per le piccole cose… come c’è qui, da sempre.

Buon Natale a tutti da me e anche da Pinuccia che ha il computer rotto ha scritto con il cellulare gli auguri per me e per tutti i controlucini.

ARCHI CHI?

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Cosa pensate che sia? Una costruzione antica? Una bizzarra decorazione sul fondo di una piscina? Macchè!!!

Mi piacciono i documentari sulla natura. L’altro giorno ne ho visto uno che mi ha particolarmente colpita: il nido d’amore del pesce palla.

E’ qualcosa di straordinariamente bello, una geometria perfetta. Il pesce palla costruisce, negli abissi, qualcosa di perfetto, meravigliosamente perfetto. A me è venuto in mente un mandala.

Dentro questo nido d’amore il maschio attira la femmina, lei rilascia le uova, lui le feconda. Poi una cosa altrettanto bella: lui si strofina su di lei, pare che le dia un bacetto sulla schiena poi i due si separano. Forse gli scavi dell’opera servano anche a proteggere le uova appena fecondate ma io mi sono soffermata sulla bellezza, al di là dell’utilità.

Insomma una delle tante cose straordinarie di questa Terra.  Un pescetto. Capito,  Renzo Piano? Un pescetto.

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ps mentre scrivo questo post, ho trovato questo video. eccovi il link.

https://www.youtube.com/watch?v=kj-K_pFoaDo

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TI ASPETTO QUI

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Ti aspetto qui dove il sole non fa più male non brucia non offende non inaridisce accarezza e calma ti aspetto qui dove il mare riposa sotto la sera gentile dove gli alberi si stagliano contro la luce crepuscolare dove i pensieri sono anche preghiera Ti aspetto qui dove tutto è calma adulta matura come l’odore di resina che solo la sera dispensa nell’aria Ti aspetto qui dove non c’è rumore dove l’amore è canto silenzioso capace di risvegliare semi addormentati dei grandi alberi protesi verso il mare Ti aspetto qui dove il Tempo salda le ossa rotte lenisce le ferite lava via la polvere dove la morsa del mondo si allenta dove si libera il respiro e diventa alimento per l’anima  Ti aspetto qui in un’ora liquida e densa quando la voce del mare è come musica da un grammofono Ti aspetto qui per aspettare insieme il miracolo dell’alba

DIETRO LE QUINTE

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Dietro le quinte di Controluce vi è una statistica visibile all’amministratore del sito, cioè a me. In questo “retrobottega” è possibile vedere quali sono i post che sono stati letti ogni giorno. A volte, per curiosità, mi capita di farci un giro ed è un piacere vedere Controluce “sfogliata”: vengono letti anche i vecchi articoli e questo mi fa piacere, molto più dei numeri. Il numero delle visite non mi importa se chi passa lo fa solo per “vedere” se ci sono novità. Mi piace che chi passa.. cerca, e sfoglia, e mette il nasino dentro gli scaffali di Controluce. E così, sopra qualche articolo che vedo riletto ci torno anche io, rileggo il post ma soprattutto ritrovo il piacere grande degli interventi. Tranquilli! Vi risparmio un post nostalgico ci mancherebbe! Abbiamo già nostalgia di così tante cose, e persone, e luoghi, e sorrisi e soprattutto di speranza per cui, almeno qui… niente nostalgia. Anche se.. ehhh..  come si fa? Io non lo so.  

Comunque, a parte questo, ho voluto rendervi partecipi di questa cosa. Naturalmente non so chi legge cosa (nemmeno ci terrei a saperlo) ma vedo solo cosa viene letto. Ed è questo piacere, insieme ad altri, che mi fa tenere queste porte aperte, spolverare ogni giorno o quasi (“Si mamma, prometto che la prossima volta solleverò gli oggetti ma non sempre ho tempo, qualche volta giro attorno e fammela passare, no?”).  Qualche sera mi diverte anche scegliere le fotografie per postarle su Flickr, quindi non ho molto tempo per la polvere, però per aprire le porte e le finestre sì, quello lo trovo. Ed è evidente che funziona dal momento che non c’è odore di stantio ma un buon odore. 

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BOH

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Amarezza. Sconforto. Vuotitudine.  Ecco. Non riesco nemmeno più a provare rabbia.
Gli italiani sono praticamente affamati. Le mense dei poveri sono pieni dei nostri anziani. Nostri anziani. Persone che vivevano magari faticosamente, magari con piccole pensioni, ma con dignità,  ora non ce la fanno. Molti di loro hanno figli  senza più un lavoro, che non sanno come fare per tenere in piedi la propria famiglia, a tirare su i figli.

Siamo un popolo in ginocchio. La criminalità aumenta, anche per fame. Un giorno ho sentito un padre che diceva: quando non hai da sfamare ii tuoi figli diventi un ladro anche te.
Un quadro.

Altro quadro.
P
artita di calcio, “errori arbitrali”. Juventus-Roma Copio e incollo dalle notizie di oggi.

 “Due interrogazioni parlamentari al ministro dell’Economia sugli errori arbitrali di Juventus-Roma e un esposto alla Consob per capire “se ci possono essere stati atti che ledono le normative vigenti, svantaggiando e penalizzando gli incolpevoli azionisti” delle due società calcistiche. Più, fuori dalla politica, le risposte del mondo juventino alle accuse di capitan Totti e della Roma, la contro-risposta di Rudi Garcia, la presa di posizione del sistema calcio e le ripercussioni in Borsa. Nel giorno successivo al big match di Torino, le polemiche non si spengono. Anzi: arrivano persino all’interno del Parlamento”.
 
Capito? Stiamo affondando nelle sabbie mobili (ho usato un’espressione raffinata):  non c’è famiglia che non sia colpita nel lavoro, nell’orgoglio, nella dignità, nella salute. Già, perché quando non si può sostenere con dignità la propria famiglia si sta male e parecchio, ci si rimette anche la salute. E in parlamento? Ci finiscono gli errori degli arbitri di Juventus Roma.  Ecco.
Mi fa male. Mi offende. Perché il parlamento lo pago anche io. Perché voglio che quelli che pago lavorino per gli anziani, quelli che vanno a mangiare alla mensa dei poveri, a quelli che vedo la mattina a Cadorna con il bicchiere in mano e il cartello con su scritto HO FAME. E li vedi, perché li vedi che stanno provando un dolore enorme, perché erano persone normali, magari con la sola minestra tutte le sere sulla tavola, ma con una dignità. Li vedi. Sono puliti, in ordine e gli occhi tristi. Stupiti più che rassegnati. Li vedi che sono li’ perché … non possono fare altro. Perché hanno fame, o sono malati e spesso entrambe le cose. Voglio che si occupino dei nostri figli, dei nostri ospedali. Voglio che si occupino di quella donna che è rimasta vedova a 44 con due bambini,  vent’anni di mutuo, uno stipendio solo, il suo, e deve pagare ici tasi tari imu e mini imu e il libri di scuola. Tutti, senza uno sconto. Voglio che si occupino della gente come lei, dei ragazzi come i suoi. Sostegno, niente altro che sostegno, sicurezza, protezione. Ci si riempie la bocca con parole come garanzia, protezione, rispetto. Letteratura. Niente altro. Offese perfino le parole, non reagiscono più nemmeno loro. Le abbiamo svuotate, ridotte a orpelli per abbellire mostruosità e bugie. 

Io sto male. Veramente. Non ce la faccio più nemmeno ad indignarmi, ad arrabbiarmi. E quando non ci si arrabbia più è perché è finita anche la speranza. E se finisce la speranza non c’è più niente. Sabato guardavo mia nipote, 11 anni, correre felice con il cane, e poi in bicicletta. E poi la guardavo giocare a palla in giardino. Rideva, Gli occhi chiari, trasparenti, luminosi. Ho provato una fitta di amarezza. Ho sentito male, ho provato pena, dolore, un senso infinito di … boh..  Boh. Cosa c’è zia perché mi guardi così? Niente tesoro, ti voglio bene, tutto qua. 

Nel mondo del lavoro (chi il lavoro ce l’ha), si soffoca  ogni giorno dentro gli ingranaggi micidiali della burocrazia. Altro che semplificazione! Nessuna burocrazia è mai stata come in quest’ultimo decennio. Una creatura enorme e spaventosa  e affamata, che divora tempo, energie, risorse. Vita. Una cliente del mio studio, ottima persona, ex chirurgo ora in pensione, mi ha confessato di aver vissuto con sfinimento gli ultimi anni: alcuni interventi chirurgici le richiedevano meno tempo rispetto ai moduli che doveva compilare prima e dopo ogni intervento. Doveva certificare perfino chi aveva fatto le pulizie in camera operatoria, prima e dopo. Chi era di turno al guardaroba ecc ecc. Una roba da pazzi.  Oggi stesso io ho lavorato 5 ore su 8 per compilare un questionario ISTAT di un’azienda che altro non era che una specie di doppione del bilancio (regolarmente pubblicato al Registro delle Imprese e consultabile da chiunque). Un’altra ora per aiutare il medesimo cliente a districarsi in una pratica comunale ai fini della tassa rifiuti per via di una trasformazione di una società e quella che mi è rimasta ho cercato di fare … quello dovrebbe essere il mio lavoro principale. Manteniamo ed alimentiamo macchine enormi, prima era carta, ora sono server immensi mangia dati, mastica dati, archivia dati.  Paghiamo stipendi inutili per alimentare questi mostri che NON SERVONO A NULLA. A NULLA. E questo è un altro quadro ancora. Queste mie ore saranno addebitate dallo studio al cliente. Con quale risultato?  Indovina indovinello….

E mi chiedo:
ma i ragazzi, quelli che adesso sono ragazzi, che hanno in mano le redini di questo paese, cosa fanno?
Io mi domando cosa fanno. Dove sono.
Tutti su FB, wathsapp, twitter, armati fino ai denti di smartphone e tablet? Amebe fluttuanti nel mare della rete adesso? Pesci in carpione tra qualche anno? Non si sente mai la loro voce. PERCHE’?

Boh.mafaldaDelusa

 

FIORI GIALLI PER TE

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… non ho raccolto stasera…

Ecco, mi è stato donato questo fiore. Non raccolto, non comprato, non messo cadaverino nell’acqua come una flebo ad un essere morente. La fotografia per dire che era per me. Un pensiero sopra questo fiore. Che vivrà il tempo che avrà.

Grazie.

 

 

 

SGUARDI

20140807_135858A differenza di molte persone, loro ti guardano sempre dritto negli occhi. Sguardi che ti frugano nel cuore e che sanno farti sentire piccolo. Lui è Pepe. Come lui, tanti. Sguardi speciali, potenti, penetranti, adulti, saggi, maturi, leali, dignitosi. Sanno spogliarti e a volte farti …. sentire piccolo, perché senti che loro hanno un cuore così grande e pulito e puro e bellissimo. E te invece no, mica ce lo hai così..

Namasté Pepe.

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RITORNI

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foto mia

Partenze e poi ritorni. Mari, ponti, isole, odori, sapori, colori.

Ponti, pontili. Ne ripercorro uno. Non lo faccio mai, ma questo è un po’ speciale quindi mi concedo un ponte che riporta

QUI …

SOTTO LA LUNA UNA STORIA

La nostra luna

LA STRADA CHE NON ANDAVA IN NESSUN POSTO (Favole al telefono di Gianni Rodari- 1962)

All’uscita del paese si dividevano tre strade:una andava verso il mare,la seconda verso la città e la terza non andava in nessun posto. Martino lo sapeva perchè l’aveva chiesto un po’ a tutti e da tutti aveva avuto la stessa risposta: -Quella strada li? Non va in nessun posto! È inutile camminarci. -E fin dove arriva? -Non arriva da nessuna parte -Ma allora perchè l’hanno fatta? -Manon l’ha fatta nessuno, è sempre stata li! -Ma nessuno è mai andato a vedere? -oh sei una bella testa dura! Se ti diciamo che non c’è niente da vedere… -Non potete saperlo se non ci siete stati mai. Era così ostinato che cominciarono a chiamarlo “Martino Testadura” ma lui non se la prendeva e continuava a pensare alla strada che non andava in nessun posto. Quando fu abbastanza grande da attraversare la strada senza dare la mano al nonno, una mattina si alzò per tempo, uscì dal paese e senza esitare imboccò la strada misteriosa e andò sempre avanti. Il fondo era pieno di buche e di erbacce ma per fortuna non pioveva da un pezzo così non c’erano pozzanghere; a destra e a sinistra si allungava una siepe ma ben presto cominciarono i boschi. I rami degli alberi si intrecciavano al di sopra della strada e formavano una galleria oscura e fresca nella quale penetrava solo quà e là qualche raggio di sole a far da fanale. Cammina e cammina…la galleria non finiva mai,la strada non finiva mai. A Martino dolevano i piedi e già cominciava a pensare che avrebbe fatto bene a tornarsene indietro quando vide un cane. -Dove c’è un cane c’è una casa- riflettè Martino- o perlomeno un uomo! Il cane gli corse incontro scodinzolando e gli leccò le mani,poi si avviò lungo la strada e ad ogni passo si voltava per controllare se Martino lo seguiva ancora. -Vengo!Vengo!-diceva Martino incuriosito. Finalmente il bosco cominciò a diradarsi, in alto riapparve il cielo e la strada terminò sulla soglia di un grande cancello di ferro. Attraverso le sbarre Martino vide un castello con tutte le porte e le finestre spalancate e il fumo usciva da tutti i comignoli e da un balcone una bellissima signora salutava con la mano e gridava allegramente: -Avanti!Avanti,Martino Testadura! -Toh!- si rallegrò Martino- io non sapevo che sarei arrivato..ma lei si! Spinse il cancello, attraversò il parco ed entrò nel salone del castello in tempo per fare l’inchino alla bella signora che scendeva dallo scalone. Era bella!E vestita anche meglio delle fate, delle principesse e in più era proprio allegra e rideva. -Allora non ci hai creduto! -A che cosa? -Alla storia della strada che non andava in nessun posto -Era troppo stupida e seconso me ci sono anche più posti che strade! -certo!Basta aver voglia di muoversi!Ora vieni ti farò visitare il castello. C’erano più di cento saloni zeppi di tesori d’ogni genere, come quei castelli delle favole dove dormono le belle addormentate o dove gli orchi ammassano le loro ricchezze. C’erano diamanti pietre preziose,oro,argento e ogni momento la bella signora diceva: -Prendi! Prendi quello che vuoi! Ti presterò un carretto per portare il peso. Figuratevi se Martino si fece pregare! Il carretto era ben pieno quando egli ripartì.A cassetta sedeva il cane che era un cane ammaestrato e sapeva reggere le briglie e abbaiare ai cavalli quando sonnecchiavano e uscivano di strada. In paese, dove l’avevan già dato per morto, Martino Testadura fu accolto con grande sorpresa. Il cane scaricò in piazza tutti i suoi tesori, dimenò due volte la coda in segno di saluto, rimontò a cassetta e via, in una nuvola di polvere! Martino fece grandi regali a tutti, amici e nemici e dovette raccontare cento volte la sua avventura e ogni volta che finiva, qualcuno correva a casa a prendere carretto e cavallo e si precipitava giù per la strada che non andava in nessun posto. Ma quella sera stessa tornarono uno dopo l’altro con la faccia lunga così per il dispetto: la strada per loro finiva in mezzo al bosco, contro un fitto muro d’alberi, in un mare di spine. Non c’era più nè cancello, nè castello, nè bella signora perchè certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova e il primo era stato Martino Testadura.

TRENTALUGLIO

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Oggi, se ci fosse, la mia mamma compirebbe 80 anni, ma non c’è più da quasi 30.  Starete pensando che è un pensiero insolitamente personale, ed è vero, è molto personale, è vero. Però non è vero che è una cosa insolita: è solo diretta.  In diversi post ho parlato di lei, senza nominarla.  “Pensieri sul ponteper esempio,  e poi uno in particolare, che è  uno dei miei più intimi. Scritto il giorno del mio compleanno, che non amo festeggiare come tutte le ricorrenze in genere, ma è una data che inevitabilmente mi fa sentire ancora più vicina a Lei.

E’ questo ed è uno dei miei preferiti.

Ha raccolto interventi delicati e profondi, in linea con Controluce e con il cuore di chi la frequenta: persone, gatti e qualche cuore di cane.
 

Lascio anche questo pensiero, trovato in web. Non posso citare la fonte perché l’ho perduta e non sono più riuscita a ritrovarla.

 

animali

IMPERMANENZE

FOLON

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Molte volte mi trovo a riflettere sulla “impermanenza”.
In questo tempo dove tutto è digitale il concetto di impermanenza risulta calzante. Abbiamo tutto in files, dentro cartelle che vivono dentro cartelle: un esercito sterminato di matrioska, che portiamo a spasso o sulla nuvola sopra di noi che può seguirci ovunque. Così come può perdersi nell’infinito spazio, tra le numerose galassie attorno alle quali gravitano server con i loro satelliti orbitanti, altri server, e gigantesche piattaforme di … nulla.

Ho pochissime fotografie di quando ero bambina, forse una ventina in tutto. E poi ho le fotografie dei miei genitori, quelle del loro matrimonio, raccolte dentro un album di pelle verde, e le fotografie del loro primo e unico viaggio, il viaggio di nozze. Costa azzurra. Non ho bisogno di alcun software se le voglio guardare: se avessi bisogno di un computer è possibile che i files sarebbero in un formato ora non leggibile.
Mi basta aprire un album, e una scatola di latta dei biscotti Lazzaroni per vedermi seduta con le scarpine bianche, quelle con le piccole bolle sotto per non scivolare, o per vedere il sorriso felice di mia madre che, in costume da bagno, sullo sfondo il mare di Montecarlo, Sanremo, Monaco, sorride a mio padre. E non ho bisogno di nuvole, pericolosamente vaganti in quel che chiamiamo cyberspazio per portarle con me, se lo voglio. Mi basta una piccola borsa.

Il materiale stesso era l’essenza, e anche per questo, assai prezioso. Non si fotografava lo stesso fiore trenta volte. La pellicola costava, sviluppo e stampa pure. Si pensava a ciò che era maggiormente rappresentativo, e non c’era alcuna noia né alcunché di compulsivo nello scatto: esso era il preciso gesto che doveva bastare.

Ho un viaggio a New York interamente documentato, da me, con una videocamera. Eh.. non digitale. Quindi ho delle cassette WHS che posso vedere ovviamente solo con un lettore di cassette WHS che forse, già ora, se si dovesse rompere il mio, ne troverò un altro solo al Museo della Scienza e della Tecnica. E sto parlando del 1999 mica di 50 anni fa. Vero, potrei farlo digitalizzare, trasferire su DVD.   Domandone: per quanto tempo leggeremo DVD? E ascolteremo CD?

Ho perso fotografie, recentemente, e anche documenti, tutti digitali: alcuni non li troverò mai altri devo solo rovistare in decine di pennine usb e in un paio di hd esterni per sapere dove sono (e se ci sono ancora…) e poi dovrei raggrupparli in un solo luogo. Sicuro. Sicuro? Cosa è sicuro? E poi quanto è privato?

L’altro giorno ho litigato ferocemente con “gugol” che da mesi mi ricatta. Riduce i servizi, perché …. non faccio parte di Google+.

Esegui l’upgrade cosi potrai condividere le tue foto con i tuoi amici! Fatti trovare! Renditi visibile! Sembrano inviti invece il tono alla fine è perentorio. E ricattatorio.

Fino a un mese fa inviavo fotografie a quei tre contatti che ho in Hangouts, il software chat di Gmail. Ora mi è stato “vietato”.Vuoi inviare foto ai tuoi contatti?  mi dice,  subdolo. Entra in Google+! Bè, sai che ti dico? Io in Gugolpiù non entro, manco morta. Ecco. Tiè.

L’altro giorno l’ho fatto. Ho eseguito l’upgrade, per provare a capire se potevo renderlo assolutamente privato. Cosa ho trovato? Le mie fotografie in Pikasa! Pikasa! Ma chi le vuole le fotografie in Pikasa? E poi: in quanti le hanno viste!! E con grande sorpresa, ho trovato, su uno dei “miei” album in Pikasa, una dozzina di fotografie che erano sparite dal mio tablet!! Sincronizzazione o semplice trasferimento? A me è parso un furto. Ho visto anche “amici che potresti avere” Ma non solo, c’erano anche gli amici dei miei amici! Io non voglio sapere chi sono gli amici dei miei amici!! Ascolterò le loro storie se loro, i miei amici, vorranno raccontarmele! Non le voglio sapere solo perché mi faccio gli affari loro spiandoli in rete!

Comoda eh.. la sincronizzazione. Per carità. A capirci qualcosa, puoi evitare di aggiornare dati, rubriche e documenti in tutti i dispositivi che possiedi. E’ come avere un server a portata di zampe e tutti i tuoi aggeggi diventano client. Ehh ok..

Ma… che succede veramente? Un giorno un amico mi mostra una fotografia. Un oggetto dedicato a me, ne ero gelosa. La apro e leggo: “questa foto la stanno visionando n. 4 utenti” Fantastico! Morale: credo l’avesse “upgradata” su gugol. E lui nemmeno lo sapeva, che eravamo in 4 a guardarla!

Ci saranno filtri, non lo metto in dubbio, come credo accada su Facebook. Probabilmente è possibile decidere con chi e cosa “condividere”. Ma sta diventando un lavoro! E poi: se non voglio condividere, perché devo “lavorare” per evitarlo? Perché agire sul “negativo”?
Come le varie compagnie telefoniche: se non vuoi un servizio (che pagherai) lo devi disattivare.

Una settimana fa: le mie amiche mi “costringono” a scaricare whatsapp. Ok, va bene, mi arrendo Ho resistito un anno ora scarico la app. Premetto che non mi interessa cosa succede, ma lo riporto per pura condivisione. Di ognuna di loro io posso “sapere” l’ora e il giorno in cui hanno fatto l’accesso alla chat. Per la serie: ahhh ma guarda un po’!! Pincopalla ha fatto l’accesso alle ore 14.15 e non mi ha nemmeno salutata. E non ha risposto alla mia chat! Ovviamente non è il mio caso. Ma capisco perfettamente quanti casini possono generare queste cose. Mi dicono che ora si può disattivare, l’info attraverso la quale si vede quando e chi accede … Migliorata eh!!!  Urca!
Cosa cambia, se è possibile vedere, dalla doppia spuntina quando la persona ha letto il mio messaggio? Facilissimo individuare il suo orario di ingresso, no? Se alle 10 non c’era la doppia spuntina e alle 10.20 c’è, anche un idiota saprebbe trarre la conclusione ovvia ovvero che l’accesso è avvenuto tra le 10 e le 10.20.

Non è ovviamente tutto qui: chi ha il tuo numero di telefono scritto in un telefonino, tablet, o pc che sia, sa se tu hai scaricato o meno Whatsapp. Non puoi nemmeno dire: non ce l’ho!! Ho trovato mia zia, nella mia rubrica, con il simbolino di Whatsapp! Grandissima la zia!

E, se leggo la mia posta hotmail sul sito anziché attraverso l’apposito software scaricato, vedo quali dei miei contatti hanno un profilo Facebook, quali  hanno skype ecc. qualora ovviamente registrati con la propria e mail. Assurdo. Semplicemente assurdo.

Ripeto: personalmente non mi interessa, non è un problema. Ho 4 contatti, con persone intelligenti e assolutamente immuni (io e loro) da questo tipo di rischi, equivoci e banalità varie. Ma è solo per dire cosa succede in questo genere di cose.

Siamo tutti quanti schedatissimi. Ogni volta che acconsentiamo di “fare una tessera” in un negozio, finiamo in un file, che sta dentro un altro file, che sta dentro una cartella, che sta dentro un’altra cartella, che sta dentro un server, che sta dentro ad un serverone e lì dentro c’è scritto se usiamo whatsapp e con chi, e poi ci sono le nostre foto di google, la lista di ciò che mangiamo, la spesa che facciamo alla esselunga, quante scarpe comperiamo in un anno, a quali riviste siamo abbonati e di certo i nostri dati sulla navigazione, grazie ai nostri “biscottini”. Oltre ai nostri movimenti bancari, of course.

Ci spiano. E nemmeno troppo dal buco della serratura: siamo noi ad offrirci, quasi volontari. In parte costretti e questo è quello che più fa rabbia.

La legge sulla privacy è pura formalità, una grandissima bufala. Quando arriva un nuovo cliente, insieme al mandato professionale deve firmare il documenti informativo sulla privacy. Qualcuno chiede: e se non acconsento? Bé … non possiamo seguire la sua azienda.  Semplice.

Ho un blog, vero. Metto in rete alcune cose mie. Per “proteggermi” un po’ non frequento altri blog se non quei 4 gatti collegati a Controluce. Non mi frega nulla dell’audience, ma solo dei miei lettori e amici, e di chi Controluce la sfoglia, la cerca, la porta con sé. Medio, ogni volta, tra ciò che vorrei dire e ciò che posso dire. A volte integro via e mail qualcosa che non posso pubblicare sopra una pagina web ma che voglio che i miei amici sappiano. Ho sempre ben presente una e mail, di anni fa (primi tempi di Controluce) un Pieffe, in tono più amico e protettivo che cattedratico, mi scrisse via e mail: potevi tenerti addosso almeno le mutande.

Da allora la mediazione è diventata anche più difficile. Un blog resta un blog e non ho mai avuto alcun dubbio sul mettere o meno le moderazioni oppure se renderlo visibile solo a chi ha la chiave. Che senso avrebbe? Allora manderei articoli via e mail a chi voglio io e poi le loro risposte a tutti.. E come si fa? La condivisione, se si usa la rete costa. Ma sta costando troppo perché pare che ormai “condividere” sia obbligatorio.

E, in quanto al concetto di “impermanenza” mi pare che sia un fenomeno crescente, anche al di qua del virtuale. Speriamo che qualche sentimento si salvi da questo mordi e fuggi, da questo fruire, carpire, rubare, catturare e  cancellare. 

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SOFF

OMAGGIO IN LUGLIO

Qualche giorno fa Pinuccia ha voluto condividere con me una cosa bella cui aveva avuto modo di assistere. Mi è piaciuto molto, l’argomento, ma anche come Pinuccia me ne ha parlato. Le ho dunque chiesto se avesse voglia di scrivere per Controluce. Lo ha fatto, e io, molto contenta, pubblico. Grazie Pinuccia, e buona lettura a tutti.

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uccelli

09.07.2014

Nel mio girovagare per assistere a qualche manifestazione mi è capitato di incontrare qualche persona interessante. Poi si sa, da cosa nasce cosa… e con qualcuna si instaurato un buon rapporto, non dico di amicizia, ma di stima e rispetto reciproci.

Una di queste persone ha messo su uno spettacolino domenica scorsa con dei ragazzi delle scuole usando il testo di un libro di un poeta sufi Farid Ud Din Attar, uscito pochi anni fa con le illustrazioni di Peter Sis:  “La conferenza degli uccelli” .

La lettura avrebbe dovuto avere luogo in un bosco, di sera, con i suoni della natura a fare da cornice, e mi immagino che altri spettatori, i padroni di casa, mi piace definirli così, sarebbero intervenuti numerosi.

Ma il tempo meteorologico, un po’ pazzerello non lo ha permesso. Così, così ci siamo trovati in una Chiesa, un po’ stipati, ad ascoltare. Bella Chiesa, non c’è che dire. E i suoni della natura, il canto degli uccelli? Bèh, è stato proiettato un documentario dove i protagonisti erano gli uccelli, il loro canto, il loro volo, i loro giochi.

La scena finale del documentario: alcuni uccelli che giocavano nell’ansa di un fiume, si facevano il bagno, si spruzzavano, si alzavano in volo, e cinguettavano felici. Quello che si dice: passerotti!!!

La storia racconta del poeta, che dopo una notte agitata, svegliandosi, si accorge di essere diventato un’upupa. Allora chiama a raccolta tutti gli uccelli del mondo proponendo loro un viaggio avventuroso per andare dal mitico re Sirmug, colui che ha tutte le risposte e che si trova sul monte Kaf. Per invogliarli a partire, qualche resistenza al cambiamento c’è sempre, e poi….. un altro re!!! Che chissà poi magari non esiste! L’upupa dice loro: Ho la prova della sua esistenza.

“Guardate! Ho il disegno di una sua penna. E’ caduta in Cina, nel cuore della notte”.

La piuma del re Sirmug indovinate come era: ovviamente bianca! ( che abbia a che fare con Celeste?)

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Quasi tutti partono, qualcuno fa qualche obiezione. Ma l’upupa con fermezza li convince ad intraprendere il viaggio che sarà lungo e faticoso. Gli uccelli attraverseranno sette valli: la valle della Ricerca, la valle dell’Amore, la valle della Comprensione, la valle del Distacco, la valle dell’Unità, la valle dello Stupore, la valle della Morte.

Quando arriveranno stremati, solo in trenta,  perché :

“Alcuni, scoraggiati e impauriti se la sono svignata. Altri hanno continuato, ma sono stati sopraffatti. Non sapevano più dove andare, né perché sono morti per la sete, la fame, sono stati vinti dalla calura e dalla vastità dei mari”

al  monte Kaf ,  chiedono del mitico re Sirmug e :

vedono il Simurg

e il re Simurg sono loro

“Così trenta uccelli uniti dalla stessa ricerca hanno finalmente trovato il loro re. E capiscono che sono loro Simurg il re e che Simurg il re è ciascuno di loro e tutti loro”.

Molte sono le considerazioni che si possono fare: dal testo del racconto, alla natura con le sue insidie, ma poi sono davvero insidie?, alle infinite prove che la vita ci riserva, e poi… poi magari qualcuno ci viene a dire dopo molto penare che:

“Valli? Erano solo un’illusione, uccelli, un sogno. Non abbiamo attraversato proprio niente. Il nostro viaggio ha inizio solo ora”. 

◊◊◊

Ho detto prima: il testo è stato letto da ragazzini delle scuole. Elementari e Medie. Certo la loro dizione non era impeccabile, era però spontanea, intimidita dalla presenza di tante persone. Ma era perfetta così. Con le loro stonature era più genuina, più reale.

La persona che ha dato vita a questo spettacolo raccontava che per invogliare i ragazzi a leggere li invitava a casa sua e preparava loro la pizza, le frittelle, i biscotti.

E raccontava di quanto era stato difficile insegnare le pause, perché il testo è breve breve, e i ragazzi tendevano a distrarsi, a scappare. Raccontava anche di come poco a poco i ragazzi si sono appassionati a questa avventura ed erano disposti a provare anche senza la pizza. Che lei preparava lo stesso.

Tanto che alla fine della lettura, il ragazzino più piccolo è andato da lei, che era seduta in uno dei banchi, le si è inchinato davanti e ha chiesto un applauso solo per Anna. Che, come da copione, si è commossa.   Non solo lei.

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MILLE BOLLE BLU

 

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Zio Piero non amava le ortensie: gli ricordavano i cortili della sua infanzia, ai tempi della guerra, e quel tempo gli ricordava la povertà.  Io invece le amo molto e non ho di quei ricordi perché non ero nata.

Mi sono sempre piaciute, le ortensie. Nella casa di mio padre sbocciavano ad ovest, dove c’era il sole gentile e la giusta ombra. Queste  fotografate sono le ortensie di casa mia,  rivolte a nord, piantate da piccole talee, adesso sono cresciute. Sono una parte:  altre piante, più piccole, hanno fiori di colore blu intenso, fucsia  e bianco.  Mi piacciono, ogni fiore è un pallone, formato da innumerevoli singoli fiorellini semplicissimi e allegri, di 4 petali ognuno, cuoriforme.  Ogni fiore è un gruppo di fiori, e tutti insieme, formano questi enormi cespugli. Quando c’è molto caldo i fiori diventano mollicci: non amano il sole forte, ma poi l’acqua compie il miracolo e ridiventano turgide. Bellissime, le mie mille bolle blu.

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SCOOP

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La redazione di Controluce ha ricevuto, in busta anonima, un biglietto con un messaggio che ricopio fedelmente:

Gentile redattrice, le invio un documento esclusivo, certo che verrà apprezzato dai suoi lettori, terrestri e non. Si tratta della registrazione di una lezione iniziatica tenutasi su una stella facente parti delle Pleiadi e non ancora scoperta: manterrò dunque il riserbo su questo particolare. Le lezioni vengono regolarmente impartite a coloro i quali saranno i futuri Maestri, e che attualmente si dividono in leonpavoni, pavoni, miciamici, e altri soggetti che presentano caratteristiche simmetriche nel pelo o nel piumaggio in quanto ritenuti prescelti o comunque idonei alla frequentazione dei corsi. Non lasciatevi influenzare dalla natura del Maestro che qui vedrete all’opera: tra le sue piume si nasconde una grande sapienza. Da sempre, l’abito non fa il monaco.

Ecco. Dunque, popolo di Controluce, cliccando sopra vi collegherete ad un server che fa da stazione intermedia tra le Pleiadi e noi terrestri. Certa di darvi qualcosa di … celeste, vi auguro una buona visione.

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PENSIERO

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Credere è una bella cosa, ma mettere in atto le cose in cui si crede è una prova di forza. Sono molti coloro che parlano come il fragore del mare, ma la loro vita è poco profonda e stagnante come una putrida palude. Sono molti coloro che levano il capo al di sopra delle cime delle montagne, ma il loro spirito rimane addormentato nell’oscurità delle caverne.

Kahlil Gibran 

OCCHI DI STELLE

Se ci affidiamo all’intuito siamo come stelle: fissiamo il mondo con migliaia di occhi.

Clarissa Pinkola Estes  – Donne che corrono coi lupi.

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IO MANGIO DA SOLO

Io mangio da solo!

VENTI E VELE

 

 

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“Se non puoi imbrigliare il vento, orienta le vele”

Eredità, anche questa, di una gatta molto speciale. E un grande consiglio. A volte ci si intestardisce nel volere cambiare cose che non sono cambiabili. Altre “ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli” , per non vedere una realtà che non ci piace, oppure qualcosa che muta, qualcosa che passa, qualcosa che sta crollando. Cadendo con le scarpe dentro l’illusione. Energie sprecate. Sprecatissime. Lo so, lo so. Testa e pancia non si parlano. Hanno linguaggi differenti, e si ignorano bellamente, ostinatamente. Ed è giusto così perché se dovessimo godere delle emozioni e delle passioni grazie al cervello allora avremmo una vita piatta. Magari sicura, senza troppi rischi ma piatta, inodore, insapore, incolore. Ma quando è il cervello a voler “convincere” la pancia che qualcosa è come la vorremmo, sprechiamo energie (perchè la pancia… “sa”), spendiamo male i nostri sogni, riponiamo in luoghi senza fondamenta speranze e progetti e a rimetterci, manco a dirlo,  saranno sia pancino che testolina. E come se non bastasse, pregiudichiamo eventuali altre opportunità che magari stanno dietro l’angolo, occasioni di serenità, e altri odori, sapori, colori.

Allora si deve imparare ad orientare le vele. Ci sono venti che non possiamo imbrigliare, nemmeno controllare e nemmeno possiamo provare a resistere perché non sono “nostri”, non li conosciamo e non sappiamo come si chiamano, da dove arrivano e dove andranno. Arrivano da direzioni differenti, da altre dimensioni, altri luoghi, da altre labbra. E allora giriamo il timone, cambiamo direzione, orientiamo le vele.

Facile? nemmeno un po’…. Ma si deve rispettare il proprio diritto alla serenità e riporre i propri sogni sotto un cuscino diverso, per provare a cullarli di nuovo, in notti differenti, con un canto nuovo.

Orientare le vele, in questo momento storico, sociale, che ci vede attoniti, stupiti e impauriti, è necessario anzi indispensabile. Aiuta a resistere e ad andare avanti.  E se si ha coraggio, si può virare a tutto timone anziché resistere soltanto, e provare a navigare verso nuovi orizzonti. 

ORESTE


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E’ nato in una cesta di vimini, destinata ai mici randagi che girano nel giardino della casa degli zii, limitrofa alla mia. Mamma riccia ad un certo punto ha deciso di occupare la cesta e poi si è capito che doveva partorire. Solo che …. è scomparsa: aveva una zampa intrappolata nei fili dello straccio che stava dentro la cesta. Liberata sabato dai fili, dopo qualche ora è scomparsa.  Lui è rimasto solo e dopo alcune ore, è stato portato a casa mia. Il corpicino freddo e l’aria stremata.  Scaricate istruzioni da un sito specializzato nel salvataggio ricci, comperato latte, creata cuccia ecc. Ora è a casa mia (e di giorno, per forza di cose, in auto, come riccio viaggiatore ma con tutti i confort, le cure, la pappa e le necessarie manovre per i bisogni… fisiologici che non sono autonomi ). Si chiama Oreste, pesava 44 grammi (stamane 46) è bello come il sole. Dai piccolo che ce la fai!

Potevo non presentarlo al pubblico di Controluce? 

Nelle foto in alto: il piccolo appena arrivato da me e la sua prima pappa. Non sappiamo niente della mamma ma nei nostri giardini (mio e quello degli zii) ne vivono diversi, quindi di certo ci sono cibo e rifugi. Speriamo … 

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Oreste mercoledi

L’AMORE SECONDO ALBERT

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Chissà perché spesso identifichiamo le persone con quello che fanno. Quando pensiamo ad un uomo di scienza, vediamo solo .. un uomo di scienza. Enstein, per esempio. Pensiamo a lui e compaiono immagini di calcoli, equazioni, numeri.  La sola cosa bizzarra è la sua immagine, quella famosa con la lingua fuori e i capelli eternamente spettinati. Ma a parte questa immagine a conferirgli un che di eccentrico, lui è il genio, la mente per eccellenza. Nell’immaginario collettivo è tutto questo prima di essere … un uomo.  E’ uno che discorre di movimento, di tempo, di atomi e di luce. Difficile, per i più,  poterlo immaginare  come il vicino di casa, uno che mangia, ride, si addormenta sul divano, sogna, si commuove. Insomma come un uomo raggiungibile: ha un cervello troppo ingombrante. In altre parole difficile giudicare senza pregiudizi. Ahimè.  Eppure amava la musica, aveva un animo delicato. La stravaganza è un aspetto più usuale: siamo abituati alle stravaganze dei geni, ma meno a quegli aspetti delicati, casalinghi, intimi, semplici, disarmati.

Ecco una cosa, semplicemente “umana” dove il cervello e il genio c’entrano poco.  Non c’è l’ombra del cattedratico, del professore, del genio, dello scienziato.

Io la trovo di una bellezza straordinaria.  

Io non pretendo di sapere cosa sia l’amore per tutti, ma posso dirvi che cosa è per me:
l’amore è sapere tutto su qualcuno, e avere la voglia di essere ancora con lui più che con ogni altra persona. L’amore è la fiducia di dirgli tutto su voi stessi, compreso le cose che ci potrebbero far vergognare. L’amore è sentirsi a proprio agio e al sicuro con qualcuno, ma ancor di più è sentirti cedere le gambe quando quel qualcuno entra in una stanza e ti sorride.

Albert Einstein

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NONSOLOILMARE

Perché non è solo il mare, ma quell’odore, di legno, di albero, di terra scura e umida, che ti viene addosso e ti racconta di te.
Perché non è solo il mare, ma la luce di stelle che giocano sulla superficie, argento liquido che si colora di rosso quando il sole inciampa nel giorno e poi di blu quando sopra il mare si stende la notte. Perché non è solo il mare, voce tranquilla a leggerti la storia che sei, senza ordine, senza parole, in un silenzio giusto, dentro il quale cuore e respiro sono accordati e la punta delle dita dirigono il vento.

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CONSAPEVOLEZZA

Da con sapere. Qualcosa di intimo, personale. Che non significa essere informati e nemmeno sapere. Ma essere coscienti, aver preso atto in modo profondo, intimo. Una voce importante, la sua. Occorre saperla ascoltare, e non sottovalutare. Costa, in molti casi, ma ci può salvare, aiutare. A raggiungere un equilibrio, una serenità, buone e sane relazioni.  È una compagna, alleata, complice, ci permette di scegliere anziché subire, essere protagonisti della prorpia vita, prendere decisioni e affrontarne le conseguenze. Come il bastone per il rabdomante, la bussola per il viaggiatore, la stella polare per il navigante.  Lei ci può guidare perfino quando si vive sui crinali, ci indica il punto  dove sorge il sole, il nostro sole. Ci guida nelle notti senza luna e senza stelle. Non ci culla troppo, e non racconta favole, tuttavia non ci priva del piacere di ascoltarle e di elaborarle, di viverle, perfino. Nel modo giusto, in armonia con il bisogno di favole e di magia e di sogni che naturalmente abbiamo. È l’asta per noi, eterni equilibristi tra sogno e realtà,  tra falso e vero. È la rete che ci accoglie a volte un secondo prima dell’impatto. È una voce che sa parlarci di noi: basta volerla ascoltare, tendere l’orecchio e fermarsi un poco. È la prima tappa di qualsiasi percorso importante, di ogni sfida, di ogni battaglia, ed è anche la più dura, il gradino più alto, quello tanto più scomodo quanto necessario. Spesso non ha una voce seducente, ma chiara, qualche volta spiacevole, assertiva, inclemente. Facile scambiarla per un nemico. Ma lei aspetta, è parte di noi. Una mano sempre pronta a sollevarci e indicarci il cammino soprattutto quando è buio. Una luce, sempre presente. Possiamo chiudere gli occhi. Oppure no.

 

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SOCIAL NETWORK NO GRAZIE

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In alcuni momenti, più che in altri, ci si rende conto di quanto sia frustrante dover usare le parole. Specialmente le parole sole, senza cappotto, senza gesti, sguardi, senza offerta, senza le mani. Servite crude, cotte, elaborate, con o senza salsa, lavate, stirate, inamidate, profumate, idratate, asciutte o bagnate. Colorate, sbiadite, stinte, tirate, laccate, scialbe. Cucinate.

Riflessioni più frequenti di questi tempi, in cui i mezzi di trasporto usati dalle parole sono per lo più quelli tecnologici. Nemmeno il gusto della calligrafia, che è unica, personale, il tratto sulla carta profondo, deciso, sfiorato, ad offrire un’ impronta, un profumo, la certezza del tocco, di una impronta digitale invisibile ma unica. Niente. Tutto è impermanente, inorganico, etereo, volatile.  Piccole sillabe naufraghe in colate di cristalli liquidi evanescenti, destinate ad essere perdute per sempre tra canali di scolo di circuiti stampati.

“Tre etti di parole – un filo di olio, due foglie di basilico fresco, salvia rosmarino, due chiodi di garofano tutto tritato finemente, un pizzico di paprika.  Sale pepe e peperoncino s.n.  Mescolate bene.  Servite subito via whatsapp, facebook, twitter “. 

Ci si accorge sempre di più di quanto sia importante comunicare con il corpo, offrire parole non pronunciate ma liberate, parole tonde e silenziose, paffute e gonfie, come quelle parlate sott’acqua, bolle di fiato, con la vita dentro.   Si  riflette su quanto sia importante la voce che, perfino al telefono ha più potere delle parole scritte con una tastiera.  E’ qualcosa di vivo, vibrante, nasce dentro, è immediata, sciolta, diventa vento e viaggia a cavalcioni dell’aria. Come in teatro non si può tornare indietro:  deve essere per forza “buona la prima”  perché una “seconda” non c’è.

Ma per quanto anche con la voce sia possibile correggere, spiegare, sottolineare, marcare, approfondire, limare, niente può sostituire davvero uno sguardo, il movimento delle labbra o le mani, che si infilano negli spazi tra le parole e diventano vera comunicazione.

Le parole hanno un grande potere, certamente. Sanno ferire, anche profondamente, ma uno sguardo può inchiodare, sciogliere, offendere. Poche cose sanno essere più eterne, definitive, terribili o dolci di uno sguardo.

Come si fa a dirsi così tante cose attraverso i social network e solo attraverso questi? Eppure ogni giorno sento cose strane. Va bene, vanno benissimo la condivisione, lo scambio, ma…. quando c’è solo questo?  Una ragazza (non una ragazzina –  almeno non anagraficamente – ) raccontava sul treno di essere stata “lasciata dal fidanzato” con un sms.

Una mia amica è  stata “informata”, via sms, da un “amico storico” (almeno da lei ritenuto tale), attraverso quello che sembrava un comunicato stampa, che le loro esistenze non sarebbero più compatibili pertanto … fine della frequentazione. Ovviamente senza possibilità di replica perché è stata “bloccata” sul telefono.  Ma come si fa?  Si può essere più codardi di così?

Copio incollo un intervento di Ricc in CL di qualche tempo fa.

Le parole sono dei messaggeri. Sono personcine semplici e di buona volontà, ma sono piccoline. E non ce la fanno a fare cose complicate. Basta una porta chiusa, che non ci arrivano alla maniglia. Basta un tragitto un po’ più lungo, che le gambe gli si stancano e bisogna che si fermino. Loro fanno quello che possono e, se ci pensate, a volte chiediamo loro cose veramente complicate, compiti difficili per dei messaggeri con lo zainetto. Eh. Gli si chiede di trasmettere le “cose che sentiamo dentro”. Ba, eh. Facile. Glielo chiediamo anche quando nemmeno noi le abbiamo capite bene, però chiediamo alle parole di trasportarle a qualcun’altro. Che poi loro il messaggio lo portano, ma lo danno ad un orecchio che anche lui c’ha il suo da fare, che poi lo consegna al cervello che ha le sue palle e mica ci capisce tanto di cuore lui, e fa una traduzione letterale, e nemmeno, spiattellando il messaggio su gugol e mandando avanti quello che gli viene… ma pari pari eh. Escono fuori robe incomprensibili, e noi diamo la colpa alle parole. A volte ho compassione delle parole. Che sembrano elaborate e forbite, e invece sono come il pruno del fiore del Piccolo Principe: non sono adeguate a qualcosa di più complicato che non sia chiedere dove sia la stazione o per avere mezz’etto di caramelle di liquerizia. E allora dobbiamo usare tutto quello che abbiamo per fare si che quello che si sente arrivi per davvero. Le parole vanno mandate in macchina, aiutandole con gli sguardi, bisogna mettergli il cappotto usando le mani, per i gesti e per il contatto. Bisogna dargli le radioline con un sacco di sorrisi. E allora vedrete che questi messaggeri, questa volta attrezzati, sapranno spiegarsi meglio, e non ci saranno più parole del cuore, perse in mezzo alla strada…

OMAGGIO DI MAGGIO

 

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COLORI DI ORI

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Qual è il colore che preferisci, zia?

Il celeste, Aurora, lo sai da sempre. Mi piace il celeste, l’azzurro, il turchese. Insomma amo i toni che dall’ azzurro finiscono dentro il blu, o nascono dal blu. Mi piace il colore del cielo, il turchese delle pietre incastonate nei monili d’argento. Mi piace il blu.

Ma tutti i colori sono potenti. Non esiste un colore che non lo sia, perché ogni colore sa abitare la nostra anima, parlarci, evocare ricordi sepolti dentro i crepacci della memoria, riportare suoni, odori. In modo dolce o prepotente, gentile o sgarbato.

Diventa filo che cuce brandelli di esistenza, passato con presente. Buca la tela del tempo, libera emozioni intrappolate nei cristalli del tempo e credute sopite. Seduce, brucia, palpita, strugge.

L’arancio al tramonto incendia i cieli, è una striscia di tela che cuce il giorno con la notte, ma dentro è anche un sabato di luglio, senza vento, e un mare immobile come una distesa di cemento e un orizzonte finito, silenzioso come un muro.

Ma  è anche  la colata di luce che inonda e bagna la stanza, penetra attraverso fessure irregolari di persiane di legno della vecchia finestra sul lago, gioca a disegnare strisce dorate sulla pelle sudata, accompagna la danza intima e antica dell’amore.

L’azzurro è quel cielo di maggio, sfacciato, assurda cornice di  una lettera scritta a mano: parole come perle scure di una collana di piombo sui giorni a venire.

Ma è anche una sciarpa, incontrata per caso in un giorno di pioggia e di vento, arrotolata più volte sotto due occhi scuri penetranti come spilli che mi hanno sciolto il ghiaccio nel cuore. Sono ancora grata a quegli occhi, lo sono ancora, dopo tanto tempo.

E il verde? Il verde …. Il verde sono camici, camici e odore di medicine, e sensazione e odore di metallo e di freddo. Verde è una testa che si scuote, due braccia allargate, bocche serrate eppure urlanti di verità impietosa.

E verde è l’erba, sotto i miei piedini nudi, la sensazione di appartenere alla terra che sotto la pianta dei miei piedi pulsa e vibra e respira. Verde è il colore degli alberi, punti di sutura tra terra e cielo, custodi dei pensieri del vento, dispensatori del fiato di Dio sulla terra.

Bianco. Il bianco è l’inverno,  il ritorno in una casa che non era più la mia. I silenzi e i passi lievi, la stanchezza, la speranza. La consapevolezza. La fine dell’anno e la fine di altro.

Ma è il colore della neve, l’altra, quella  della gioia dei bambini. E’ quello dell’infanzia. E poi è quello che accende una camicia un pomeriggio afoso di giugno, e le lenzuola stese, e ogni nuovo giorno, che ruba la scena ai violetti e ai rosa dell’alba. E’ la luce della luna che,  feconda,  chiama a sé il mare e poi semina stelle nuove in cielo.  È il colore della verità,  quello che non nasconde, non mente mai, forse non per scelta ma perché non può. È identico al nero, il suo opposto, l’altra sua faccia nelle regole dell’universo.

Ogni colore può essere amato, odiato, maledetto e benedetto. Ognuno può abitare più parti dell’anima, lacerarla, renderla libera, accenderla, soffocarla, proprio come fa un odore,  un sapore.

Hanno mille dita, colori e sapori e odori, capaci di frugare nella borsa della vita, dietro gli occhi,  dentro il cuore. Dita che sanno spettinare, arruffare, disordinare, seppellire e scoprire segreti. Curare, guarire, trafiggere, stupire.

AFTERGLOW

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Sempre è commovente il tramonto

per indigente o sgargiante che sia,

ma più commovente ancora

è quel brillìo disperato e finale

che arrugginisce la pianura

quando il sole ultimo si è sprofondato.

Ci duole sostenere quella luce tesa e diversa,

quella allucinazione che impone allo spazio

l’unanime paura dell’ombra

e che cessa di colpo

quando notiamo la sua falsità,

come cessano i sogni

quando sappiamo di sognare.

J.L.Borges

 

 

 

DELICATEZZE

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C’è bisogno di carezze, di passo leggero, di pensieri delicati. Ecco la ragione di questo sfondo. Spesso gli sfondi di Controluce corrispondono al mio umore o forse quasi sempre. Da bambina, la primavera,  la Pasqua, erano colori pastello nei miei disegni, le uova che coloravo con la mamma, i fiori di pesco sui quaderni. Stamane, in treno, leggevo qualcosa sulla memoria, sulla selezione della memoria, questo specialissimo luogo del cervello che sa fare cose meravigliose e anche terribili. Sa conservare, rievocare, stravolgere, edulcorare, svalutare, sminuire, esagerare, a volte cancellare a volte ossessionare.

Dicevo: leggevo e guardavo dal finestrino gli alberi fioriti in un batter di ciglia. Peschi, ciliegi da fiore, la brillantissima forsizia, color del sole, che contro i prati verdi e sotto il cielo azzurro sta che è una meraviglia. E mi sono ricordata di un tema, che feci in quarta o quinta elementare. Titolo:  La Primavera. Ricordo perfettamente che scrissi una cosa che mi disse mia mamma qualche giorno prima ed era più o meno questa: “è come un miracolo, come se la mano di un pittore invisibile fosse passata sui prati, sugli alberi, e nel cielo, trasformando tutto. Ma di certo è la mano di Dio”.  La maestra mi fece i complimenti, e ricordo perfettamente che pensai di non meritarli dato che non si trattava di farina del mio sacco.

Servono pensieri delicati, profumi lievi, colori e sole che non feriscono non accecano non offendono, per portarci piano piano fuori dalla grigitudine dell’inverno, dalla pesantezza dei pensieri, dalla lunghezza delle notti, dalla persistenza del buio.

Servono gentilezza, trasparenze, sorrisi semplici su visi semplici, senza trucco. Magliette bianche e jeans e margheritine nei campi. Servono le primule che aprono gli occhietti al sole, con i loro colori che ben rispondono a questa esigenza di pastello, di colori sussurrati, di lievità, di leggerezza. Di golfini sulle spalle, di passeggiate serali. Di carezze sul cuore.

SOB!!

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Riporto qui lo stralcio di una multa stradale (altrimenti detta contravvenzione al codice della strada 🙂 ricevuta da una mia amica che secondo la polizia locale sarebbe passata con il rosso.

Cioè “è passata col rosso”. Eppure le diciamo sempre che andare a lavorare alle 6.45 del mattino fa male!!! Il resto della multa recita “la sanzione è aumentata di un terzo in quanto la violazione è avvenuta in ore notturne!…  Lo ammetto, noi amiche / amici abbiamo infierito. Per la serie: oltre il danno anche la beffa!

Torniamo alle ragioni del post: il linguaggio oscuro usato nella redazione del verbale lo merita ampiamente. 

Il giorno  bip bip bip  alle ore 6.45   in via bip bip Il conducente dell’autoveicolo bip bip targato bip bip ha violato l’art. 41/11 C.d.S. superando la linea di arresto all’intersezione semaforizzata e proseguendo la marcia nonostante la lanterna proiettasse luce rossa nel senso di marcia.

Sob! Gulp! 

Poi:

La violazione è stata confermata dalla infrazione a semaforo rosso (finalmente si capisce la ragione della multa  ndr) sistema ecc ecc ecc prodotto da ecc ecc ecc…

Detto questo, vi lascio in quanto mi devo appropinquare a cose più serie. Devo recarmi nella stanza adiacente la mia al fine di risolvere una questione alquanto spinosa per la quale il mio capo mi ha fatto rilevare l’importanza di provvedere in merito. Porto meco la documentazione necessaria all’uopo, auspicandomi di concludere il lavoro entro la giornata lavorativa onde evitare il protrarsi della stessa.

Ecco.

LA MATEMAGICA

Dedicato ad Aurora che la matematica non l’ama mica… Eh no.. non è esattamente sua amica…  Ho letto di una donna, Emma Castelnuovo. Peccato che a scuola la matematica non la insegnano come l’ha insegnata lei. Forse anche piaciuta di più anche ad Aurora. Bè, Aurora, guardati la MATEMAGICA.  Ciao dalla tua bellissima  🙂   zia.

IN SILENZIO

Cliccate sul link, ingrandite a tutto schermo

e poi … silenzio.

http://vimeo.com/87701971

http://vimeo.com/21294655

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Square image of a small child in profile looking up at a star filled night sky.

 

 

PAROLE CADUTE

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Ci sono notti di pensieri che si arrotolano, si attorcigliano, imbrigliano i pensieri, mescolano le carte del passato, ci sbattono davanti ad uno specchio dentro il quale si specchia uno specchio. Dietro il quale ci si nasconde la verità, come briciole sotto il tappeto. Notti in cui ci si casca, dentro lo specchio, come fosse un lago. Uscire è difficile quando non sappiamo dentro quale specchio si è finiti. Ci sono notti che hanno forbici che tagliano corde, cesoie per catene, accette per ali. Notti che hanno mani.
Notti che non sono amiche: reti di maglie strette al posto di velluti a riparare spalle, a donare sonni, sonni di riposo, capace di distendere i segni sul viso. G
entilezza per zigomi e guance. Culla per sogni, carezze  sul petto che respira.

Notti di pietà per le parole belle, cadute nei crepacci dell’incomprensione, abissi di pietra dentro i quali la mano non passa. Come il braccialetto caduto alla bambina nella grata del marciapiedi. Niente, non recuperi niente. Sai che sono lì, e ci vuole pazienza, un filo di nylon e una canna da pesca e un bel po’ di tempo. Ma non hai tutta questa roba, non ce l’hai: disponi solo di altre…. parole.

Allora le chiami, le parole belle, provi a farle salire da sole. Ci provi, perché erano belle davvero …  appena nate. Nate da un cuore disteso, che stava anche bene, cadute forse perché accecate dalla luce. Bisogna proteggerle, le parole belle, e tenerle solo sul cuore. E’ un posto sicuro, il cuore. Per questo cerchi di passarle, velocemente, da cuore a cuore…

Ma a volte cadono se il cuore non è pronto, se non può ricevere, se non è sereno: sono parole senza paracadute e senza rete, quelle che nascono dal cuore. Senza protezione, senza cappotto, senza biglietto di ritorno, senza istruzioni. Non sono andate a scuola.

Quelle che nascono dalla testa invece sono più furbe ed equipaggiate. Hanno corde e ramponi, hanno l’assicurazione, il passaporto con la marca, la garanzia e anche la scorta. Sanno mescolarsi, mimetizzarsi, sanno nuotare e camminare. Sanno fare tutto tranne volare, ma alle parole che nascono nella testa non serve volare. Sanno anche contare, e crescere. Si nutrono di altre parole, rotolano, come la polvere sul parquet, e diventano giganti e resistenti. Sono spesso sapienti, sfuggenti, scivolose, drenanti, assorbenti. Taglienti, esperte, capaci.

Le parole che nascono del cuore sono tonde, morbide, semplici, indifese. Vento e pioggia possono appesantir loro le ali. Sono svestite, delicate, esposte,  e non sanno che fare una volta cadute …  non si alzano più. Si può provare a salvarle, rimetterle in fila per farle tornare a casa. E’ un posto sicuro il cuore che le ha generate: forse le può ancora salvare, proteggere, scaldare e tenerle con sè.  Vi sono notti in cui ci si può solo provare. 

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SOGNI VOLI E MAGIE

nel vento

Da bambina a volte mio padre mi portava al Circo. Non ho idea di come sia il Circo ora, non so  se vi sono ancora i leoni, gli elefanti, i cavalli. Spero di no, lo spero con tutto il cuore. Da bambina però non pensavo alla dignità che veniva tolta loro, ero probabilmente troppo piccola e la violenza si configurava con il maltrattamento fisico, le percosse, le torture. Non credo che allora considerassi questo aspetto della violenza.
Ma quello che mi ha fatto aprire questa pagina bianca è stato un ricordo, emerso qualche giorno fa chiacchierando con un’amica: la magia del Circo e il mio sogno, profondo e intimo, di voler far parte della Compagnia, girare il mondo e soprattutto indossare quei costumi scintillanti delle acrobate. Guardavo in alto, e ammiravo quelle donne mentre compivano le loro meravigliose acrobazie, mi piacevano da pazzi i costumi di lamè, sgambatissimi, le coroncine tra i capelli, le calze a rete, le scarpette color nudo con le quali avanzavano leggere, in punta di piedi, e la capacità di flettere il corpo, piegarsi e… volare.
Trattenevo il fiato quando si lanciavano dal trapezio per eseguire il volo libero e respiravo solo quando le braccia muscolose dei compagni le avevano afferrate. Mi piaceva il silenzio del pubblico, rotto solo dal rumore delle funi, un leggero cigolio e le catene degli attrezzi. La fiducia che condividevano le persone lassù: fidati di me, ti tengo io.  Mi piacevano i lunghi capelli, raccolti in quella coda di cavallo capace di sorreggere il corpo che si avvitava, velocissimamente. 
I numeri con gli animali invece mi annoiavano: li trovavo banali, non riconoscevo alcun coraggio nei domatori che si cimentavano in numeri che trovavo sciocchi, con i cerchi di fuoco, la testa tra le fauci dell’animale e mi procurava un senso di fastidio il rumore del frustino che batteva il pavimento.
Mi rattristavano i pagliacci, fissavo quella lacrime e quel sorriso disegnato. Già allora percepivo chiaramente la natura del clown, la tristezza malcelata dalla mano di gesso sulla faccia e dal sorriso color ciliegia, disegnato sempre troppo grande.
Una volta tornata a casa … sognavo. Sognavo di far parte di quella che mi appariva, ogni volta, come una grande famiglia, fantasticavo su come dovesse essere meraviglioso girare il mondo. Immaginavo la mia roulotte ordinata, una specie di guscio, un luogo tutto mio in grado di seguirmi e di contenere tutte le mie cose. Quando capitava che un piccolo Circo sostasse dalle parti di casa mia, volevo assistere anche alle operazioni di smontaggio e poi restavo a guardare l’erba schiacciata, e credo provassi un senso di libertà e di profonda invidia. Ma erano i Grandi Circhi (o presunti tali .. si sa che da piccoli sembra tutto molto grande) della famiglia Orfei o dei vari discendenti ad affascinarmi tanto. Non ho mai approfondito se fossero davvero tutti degli Orfei oppure furbacchioni, ma non era importante: la magia incominciava lassù, appena sotto il punto più alto del tendone. Più in alto erano gli acrobati, più corto il mio respiro.
Sorridevo, consegnando questo ricordo alla mia amica e le dissi che a ben pensarci, le mie preghiere, almeno in parte sono state esaudite: non lavoro in un Circo ma vi assicuro che a volte non è tanto differente!

SENZA PAROLE

Grazie, zio Renzo!

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LETTURE & CONDIVISIONI

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Mi piace la gente che vibra,

che non devi continuamente sollecitare

e alla quale non c’è bisogno di dire cosa fare

perché sa quello che bisogna fare

e lo fa in meno tempo di quanto sperato.

Mi piace la gente che sa misurare

le conseguenze delle proprie azioni,

la gente che non lascia le soluzioni al caso.

Mi piace la gente giusta e rigorosa,

sia con gli altri che con se stessa,

purché non perda di vista che siamo umani

e che possiamo sbagliare.

Mi piace la gente che pensa

che il lavoro in equipe, fra amici,

è più produttivo dei caotici sforzi individuali.

Mi piace la gente che conosce

l’importanza dell’allegria.

Mi piace la gente sincera e franca,

capace di opporsi con argomenti sereni e ragionevoli.

Mi piace la gente di buon senso,

quella che non manda giù tutto,

quella che non si vergogna di riconoscere

che non sa qualcosa o si è sbagliata.

Mi piace la gente che, nell’accettare i suoi errori,

si sforza genuinamente di non ripeterli.

Mi piace la gente capace di criticarmi

costruttivamente e a viso aperto:

questi li chiamo “i miei amici”.

Mi piace la gente fedele e caparbia,

che non si scoraggia quando si tratta

di perseguire traguardi e idee.

Mi piace la gente che lavora per dei risultati.

Con gente come questa mi impegno a qualsiasi impresa,

giacché per il solo fatto di averla al mio fianco

mi considero ben ricompensato.

(Mario Benedetti, La gente che mi piace)

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Mafalda

IL PRESEPE DI AURORA

Ciao zia,  ti mando la foto del mio presepe. L’ho fatto da sola. Quando vieni a vederlo?  Presto, tesoro!  

 

 

PONTI

C’era una volta.. Tutte le storie cominciano così. C’era una volta.

Francesco, si chiamava Francesco ed era un bambino quando incontrò Chiara e gli occhi di Chiara.
Capitò in primavera, una di quelle primavere in cui i prati sono bucati dai crocus come i cieli dalle stelle.
Chiara comparve all’improvviso in quello che era un mondo di silenzi, di scoperte, di verde, di alberi e di fiori e di nevicate. Un paese di dentro che sarebbe diventato grande, che avrebbe accolto foglie dorate e fiocchi di neve, che sarebbe resistito al gelo, e profumato dall’aria di primavera. Che avrebbe saputo meravigliarsi sotto cieli stellati quelli che a vederli stando sdraiati pare che caschino addosso e tolgono il respiro.
Un posto sul quale sarebbe cresciuto del morbido muschio, che avrebbe accolto la pioggia, che sarebbe stato schiaffeggiato da tempeste di sabbia, bruciato dal sole, accarezzato dalla gentilezza della sera.

Ma questo paese era ancora protetto dalla membrana che separa i mondi dagli altri mondi quando proprio lì, ai piedi di un Albero, incontrò Chiara. Si guardarono, per un istante: gli occhi dentro gli occhi.
Fu un istante, un guizzo, il tempo di un fiato poi Chiara scomparve. Senza una parola, senza un rumore, senza che l’aria si dovesse spostare per lasciarla passare. Chiara. Chiara era il nome che doveva per forza avere: la pelle era bianca, chiari gli occhi e i capelli. Per Francesco fu Chiara. Chiara per sempre.

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Tornò diverse volte all’albero, ma Chiara non c’era. Forse non c’era mai stata. Forse era solo la fantasia di un bambino che bucava la membrana di un mondo che separa un mondo dagli altri mondi.

Come il paese di dentro, e con il paese di dentro, il bambino crebbe. Diventò quello che doveva diventare, accolse la pioggia, i fiori, resistette alle tempeste, qualche volta cadendo, altre volte solo piegandosi un po’ verso i propri contorni, tastando i propri confini, esplorando le proprie terre, lasciandosi arare dal tempo e da mani più grandi.
Accolse le notti e i giorni in modo regolare, come le stagioni, e le cose belle, i pianti, il dolore. Imparò le paure, perdette cento volte le chiavi dei suoi portoni, abbassò e sollevò i suoi ponti, visse i suoi temporali.
Si lasciò coprire di neve, ascoltò i passi affondare. Il tempo scavò le sue tane e nascose tesori. Seppellì sogni e dolori e costruì ali, e altri sogni. Imparò a tastare i suoi confini, a conoscerne i limiti.
Disseppellì sogni e dolori, ruppe ali, e sognò altri sogni. Incontrò gioie, emozioni, amori. Profumi, odori di cani. Calore e fiato. Curiosità, di vita, di libri e di sé. Cresceva il pelo sul corpo, perdeva l’altro pelo dal corpo.
Crebbe, come tutte le cose, come i paesi, come gli alberi: non c’era nemmeno il ricordo di Chiara.
Solo un senso di Albero, qualcosa di grande, di infinito, che bucava la parte più blu del cielo, più vicina alle stelle, non lo avrebbe mai abbandonato. Non ne era consapevole, c’era solo un senso di ….. qualcosa.
L’Albero aveva lasciato una goccia di resina nella sua anima, e in qualche luogo di dentro aveva seminato un odore, un sapore, un seme. Ogni tanto affiorava come una vaga sensazione di un luogo antico, lontano, ma si traduceva solo in un senso di qualcosa, qualcosa di aspro e dolce, di legno e di pietra… sassi, forse. Sassi come stelle cadute da qualche parte, con la sensazione, forte ma sempre brevissima, di qualcosa da andare a riprendere. Qualcosa che aspettava, da tempo, in un altro Tempo.

Poi un giorno – un bel giorno – come si dice in tutte le storie,  lei arrivò.

Arrivò “per caso”, piombando dentro un pomeriggio di telefoni e fax, tra appuntamenti e odore di carta e led, schermi luminosi, bip bip. Niente posto per gli alberi, nessun angolo per un solo centimetro di muschio, nessuna zolla di terra, nemmeno un sasso. Non un buco nel soffitto a mostrare le stelle, in quel luogo.
Una voce, dapprima, e un nome. E poi il viso di Chiara. Le labbra di Chiara. Il fiato di Chiara, l’amore di Chiara.

E lentamente si delineava, nel tempo di mezzo tra la veglia e il sonno, tra ciò che sembriamo e ciò che siamo, una sagoma… Un vago ricordo, fuggente, come quelle cose che non appena affiorano nella mente, scivolano via e si perdono, nemmeno a rincorrerle. Niente. Sembrano solo idee. Guizzi. Come un sogno che non si riesce ad afferrare, come una parola che sta sulla punta della lingua.  Come ….. Come cosa? Come…. Come? Come… ma si!!! Come un Albero. Ecco cosa affiora ogni tanto! La maestosa figura di un Albero! Un grande Albero.
Fu in un momento preciso, non saprebbe dire esattamente quale, in cui le narici si spalancarono perché quell’odore fosse percepito, goduto, inspirato… Era odore di resina. Quella resina. Di quell’Albero.   E… gli occhi dentro gli occhi. Gli occhi di .. Chiara.

Se avessi dei piccoli lettori, allora chiederebbero:

Ma allora era un ricordo? Francesco aveva davvero incontrato Chiara quando erano piccoli? O forse accadde tutto in un altro mondo, separato da questo?

Nessuno lo sa. Tranne l’Albero.

L’Albero?
Sì. L’Albero. L’Albero sa tutto. È il ponte tra presente e passato, tra un mondo e un altro mondo. Un ponte che attraversa la terra di mezzo e che conosce i segreti di tutte le cose che stanno tra la terra e il cielo. Conosce i segreti del tempo e qualche volta ne trasporta gli odori.

Ma… loro lo sentono?
Si, loro lo sentono. A volte è una sensazione leggera, come quella di una farfallina con le ali che si posa sul braccio. A volte è una fotografia che appare all’improvviso, a volte è una voce. Un sasso nelle tasche. Un segno nel cielo. Una luce sotto il Paese, quello di dentro ma anche quello di fuori, attraversato da altri ponti, tagliato da fiumi, illuminato da lune gigantesche e bianche, piene o velate.
A volte è un odore che permane, a volte è altro.

Cos’altro è, a volte?
È … Albero.

la foto è tratta dal web.

INDOVINA CHI VIENE A CENA

Ho annunciato, tra gli interventi del post sottostante, di avere una storia da raccontare. Una di quelle storie che sembrano favole, e che anche il finale è degno di una favola, dove è anche bello mettere la parola “fine” proprio perché non è finito un bel niente. Anzi.
La storia è un evento accaduto a Riccardo. L’ho pregato di scriverne, perché di storie come queste, piccole grandi storie dense di umanità e di bellezza ne abbiamo bisogno sempre. E ora anche di più. Forse per testimoniare, ostinatamente, che esistono ancora delle cose cosi piccole che fanno fare delle cose tanto grandi.. O forse dovrei dire che capitano delle cose tanto grandi che possiamo salvare facendo …. delle cose tanto piccole.
Vai Ricc. E grazie della storia, e di aver permesso questa condivisione con questo popolo di Controluce, più in ombra che in luce. Più a suo agio nel silenzio di uno sfondo crepuscolare che con la luce contro.

Celeste

.

.

Quella che vado a raccontare è una bella storia. E’ la storia di un incontro tra due esseri diversi, mondi diversi. Che non si conoscono, che sono divisi da storie e credenze, che sono fondamentalmente divisi dall’ignoranza.

E che il caso ha fatto sbattere il naso insieme. E che li ha obbligati a guardarsi negli occhi e volere o (appunto) volare mescolarsi e conoscersi, e capirsi un pochino, prima di lasciarsi, un po’ più consapevoli di prima.

“Che è successo? Dove sono? Perchè c’è tutta questa luce e questo caldo infernale? Dov’è la mia mamma? E i fratelli dove sono? Li sento sempre accanto e ora invece non ci sono. Oddio!! E tutti questi giganti che sono? Cosa vogliono?? Ho paura, ho paura! Devo andarmene, devo scappare ma non ci vedo, e poi non mi riesce di muovermi su questa superfice liscia!!! Sento che comunicano, che urlano con quelle loro voci, mi indicano. Perchè? Uno di quegli esseri mi si avvicina e mi prende, che vuole?? Ma che vuole?? Ho paura, ma mi difendo, devo scappare, mordo, lo mordo!!!”

MA PORCAPUTT!!!!!!!… ma senti questo che denti che c’ha! Mi ha morso, e faccio sangue perdio… porterà malattie? E se mi morde di nuovo?? LO SAPEVO, PERDIO! E ORA? VA A FINIRE CHE MI PRENDO LA RABBIA!!! MA FARMI I FATTI MIEI MAI EH???
…. E chi li conosce i pipistrelli???

Io pranzo raramente. Non perchè sia uno stakanovista, mi piace il mio lavoro ma il fatto è che se mangio, dopo mi addormento. No … Non è vero nemmeno questo. E’ che è tutto talmente squallido intorno a dove lavoro, che proprio mi mette tristezza. Solo quando c’è compagnia allora esco, per non fare quello che è l’orso. Ma mangiare per mangiare, quasi mai.

Quel giorno era il primo d’agosto, ed avevo stranamente fame.
Allora scesi giù, mi incamminai lungo il marciapiede di questo quartiere di periferia per andare al “bar pasticceria” per prendere una schiacciatina al prosciutto. Si, la schiacciatina non è malaccio.
Mentre cammino per la strada, vedo un assembramento di persone, qualcuna agitata che smanaccia, altri parlano tra loro, ma non si capisce.

Mi avvicino e sento: “ma buttalo lì, no? Nel prato!” L’altro: “buttiamolo nella fogna, quei cosi stanno lì dentro” . Una tizia coperta di vernici e stucchi vari: “Aaaahhhh!!! Che schifo!! Si muove!!!!”.

Guadagno un po’ di spazio e vedo che in terra c’è una specie di topolino, che sta arrancando sulle mattonelle cercando di andarsene da lì, ma non ce la fa perchè scivola. Come mai? Vedo meglio e quello che sembrava un topolino è in realtà … un pipistrello. Inequivocabilmente.

Eccoci.
E ora? Io no so nulla di pipistrelli. Portano malattie? Sono aggressivi? So che sono dei roditori, ma non so di più… E che fo? Lascio fare e vo via, in qualche modo farà. Siiii !!! Come no!! Con tutte ste bestie ignoranti d’intorno non la scampa.

Ok, ok , ok. Proprio oggi dovevo prendere il panino, eh!! Ok.

Signori, qualcuno se ne vuole occupare di questa bestiolina? No? Niente in contrario allora se ci penso io?”

Eh, come immaginavo tutti zitti d’improvviso. Ma va bene così. “Allora lo prendo io, per favore spostatevi”.

Come lo prendo per tirarlo su, mi appiccica un morso da urlare, e non molla il bastardo! Dolore atroce e sangue a litri (esagerato!) e subito mi viene in mente a chi posso chiedere per sapere se portano malattie, ora che è agosto, e come faccio a non farmi mordere di nuovo, senza fargli male o ributtarlo per terra…

Ma straporcaputt…. ma farmi i fatti miei no eh? MAI! E ora???
Da un ufficio lì accanto esce una signora, che mi porta una scatola di carta, quella delle risme di carta per stampanti. Ha il coperchio, e ci metto l’esserino dentro, con più garbo che posso. Intanto noto che nei secondi dopo il morso s’è un po’ calmato, e non ha più accennato a mordermi di nuovo. Ringrazio la signora e le chiedo se me lo può tenere cinque minuti che, perdio, oramai sto panino lo voglio!

Torno e lei mi porge la scatola con un librettino di fogli: nel frattempo che io mangiavo lei s’è messa su internet e ha cercato “tutto quello che avreste voluto sapere sui pipistrelli ma non avete mai osato chiedere”. Comprese malattie, comporamenti, istruzioni per l’uso, primo soccorso.

Sono commosso… non siamo più abituati a vedere che qualcuno si muove per aiutarti. Ringrazio, prendo la scatola con l’animaletto dentro e salgo in ufficio. Chiamo il veterinario, siamo amici.

Prima si fa ripetere un paio di volte quello che mi è successo: “Cosa ti ha morso??? E come hai fatto a trovarne uno per strada?? Ma ‘ste cose solo a te possono capitare!”   Eh oh!!! E’ capitato! Ba!

Mi rassicura un po’ sulle malattie, non è cosa nota che ne portino. Meglio.

Comincia la ricerca di cosa diavolo mangino o facciano, o chissà cosa c’è da sapere. Intanto il dito fa male. Sbircio dentro la scatola. Lui sta in un angolino. So che non stanno a terra (lo sanno tutti che stanno a testa in giù, mi dico).  Allora trovo un asciugamano e lo metto dentro la scatola, appeso al bordo. Parte come un razzo sull’asciugamano per nascondersi dentro.
Io mi piglio un colpo e richiudo la scatola.
Non stiamo andando bene.

Chiamo la LIPU. Io non sono in grado di tenerlo, non so nemmeno se è cucciolo o adulto, se è ferito o no. Loro lo sapranno. Mi danno appuntamento per la sera. Non mi danno l’impressione di saperne molto più di me.

Tornare a casa, in moto, con un pipistrello in una scatola al posto del passeggero è una cosa che può capitare solo a me.

L’appuntamento alla LIPU è dopo cena, parto per portarlo. A metà strada mi fermo. L’ho guardato ancora, ed è bellissimo: è lungo una decina di centimetri ed ha degli orecchioni enormi… e un musino che pare un cane in miniatura. E poi ora che si è calmato e ha trovato il modo di nascondersi nell’asciugamano, ti guarda affacciandosi col capo da una piega del tessuto. E non sembra per nulla aggressivo.

Allora mi ricordo che a poca distanza da casa mia c’è l’università di biologia, che sono quelli che hanno progettato e venduto la “batbox” da attaccare sulla facciata di casa. Io ovviamente ne ho messa una.
Decido: torno a casa e domani chiamo l’università. Loro qualcosa ne sapranno eh! Volto la macchina e torno indietro.

Nel frattempo ho letto che il primo soccorso si fa con una siringa (senza ago, ovviamente) riempita di omogeneizzato di carne. Facciamo anche questa. Onestamente sono un po’ in pensiero per i morsi, ma vabè, va fatto. D’altra parte al primo sono sopravvissuto.

L’indomani mattina compro tutto e faccio la prova pappa. Lo lascio nell’asciugamano e lui si fa prendere senza protestare troppo. Gli metto davanti la siringa. Mangia a quattro palmenti. Una scena fantastica. Si fa fuori tre siringhe intere. Stiamo cominciando a diventare amici.

Chiamo l’università, e di chirotteri c’è un dipartimento apposta.
“No signore… non sono roditori. Sono mammiferi, come lei e me.”
Non so se il viso rosso si vede per telefono. Forse il mio si vedeva!
“Senta, venga domani che c’è il ragazzo che si occupa dei recuperi, le spiegherà meglio come fare.”
Nel frattempo gli ho dato un nome: si chiama Pippo, Pippo il Pipistrello ovviamente.

L’indomani lo riporto all’università, e suscito l’entusiasmo di tutto il dipartimento: Pippo è un Molosso dei Cestoni, il più grande pipistrello italiano coi suoi 40 cm di apertura alare. Ali che però non ha mai spiegato. Loro non ne vedevano uno da tanto.

Mi dicono che è un giovane al primo volo, che probabilmente ha avuto un problema ed è caduto a terra, la notte precedente il ritrovamento. Ma sta bene, non ha ferite ed è piuttosto in forma.
E qui c’è stata la scena più bella. O meglio, una di queste.

Il ragazzo l’ha preso in mano, e se l’è appoggiato alla maglia. Pippo è partito a razzo arrampicandosi con… mani e piedi ed ha puntato all’ascella. Ci si è rintanato e poi ha messo fuori la testina per guardare. “Qui sono al sicuro”, diceva.

Una scena di una bellezza rara. E… sorpresa!! Oltre a non essere un roditore, non era nemmeno un maschio: Pippo in realtà… era Pippa.

Mi spiega cosa le devo dare da mangiare. L’omogeneizzato va bene per l’inizio, ma dopo non lo troverà in natura perchè il supermercato dei pipistrelli ha litigato col fornitore (:-). Quindi parte la caccia alle “larve di camola”. Le procuro, e lei le mangia. Mangia queste, l’omogeneizzato e beve acqua.
E andiamo molto bene.

Io però sono preoccupato per il volo: non ha mai aperto le ali da quando è con me. Saprà farlo?
A quello ci penso io. Te rimettila in piedi (si fa per dire), poi a insegnargli a volare ci penso io”, risponde il ricercatore. Ecco, un sollievo che non vi dico.

La sera, mentre le do da mangiare, scappa, e gattona verso i mobili della cucina. E in una frazione di secondo sparisce dentro un buchino tra il muro e lo zoccolino. Per riprenderla ho dovuto smontare un mobile intero della cucina. Non ho parole.

Il giorno successivo, la mattina la riprendo dalla scatola dove dorme per darle da mangiare.
E non c’è.
Panico.
Alzo gli occhi. Sopra la sua scatola c’è… la mia libreria.
Dove i libri sono in terza fila. Strapiena. Se si è nascosta lì, la troverò a primavera. Comincio a smontare la libreria. Riempio tutta la casa di pile di libri.

libreria

Poi la trovo dietro un mobiletto in salotto. Meno male!

Per rimontare la libreria ci ho messo due week end. Però ora è ordinata. Quando la vedo mi ricordo sempre di lei, è come se mi avesse fatto il regalo di darmi la libreria nuova…

Passa qualche giorno, porto Pippa a scuola di volo. Il ragazzo mi manda un video del suo primo volo all’interno di un ampio garage, condotto con una maestria da navigata pilota.

Me la riconsegna affinchè sia io a liberarla, nello stesso posto dove l’avevo trovata. In effetti al tramonto lì si sentono spessissimo degli schiocchi, secchi e acutissimi: come al solito noi non facciamo più caso a niente, ma quello è il verso che fanno queste bellissime creature: sono gli unici pipistrelli che emettono suoni nel campo dell’udibile, tutti gli altri sono negli ultrasuoni, che noi non possiamo sentire. Ma loro si sentono. E questo significa che dove l’ho trovata, c’è una colonia.

Gli ripeto che ho paura di sciupare tutto all’ultimo, facendo qualcosa di inadeguato. Ma lui dice che non è così, e che farà tutto da sola. Gli credo: è stato, in questa esperienza, un vecchio saggio di ventcinque anni… e gli credo senza riserve, anche se sono comunque un po’ preoccupato.

Andava fatto al primo buio, che d’estate è verso le nove. E così feci.

Ci mise una decina di minuti in tutto: per un po’ stette lì, appesa alla mia mano. Poi fece un po’ di toeletta, drizzò le sue enormi orecchie, si guardò intorno emettendo i suoi schiocchi. Infine aprì le sue enormi ali e se ne volò via, con un volo teso e potente…

Un’emozione enorme. Veramente una cosa che ti ricordi a vita.
Stetti lì un’altra mezz’ora, lei passava ogni tanto lì sopra, col suo verso. Poi la salutai: ciao Pippa, abbi buon vento. E me ne tornai a casa.

Morale della favola?
Io non sapevo niente di questi piccoli esseri. Niente se non quello che la stupida cultura popolare ti insegna su di loro, alla quale ovviamente non no mai creduto.

Ora ne so molto di più, e ho visto anche che sono degli esseri che possiamo bene capire e che quando capita, possiamo conviverci e aiutarci a vicenda. Sono miti, e hanno bisogno di essere rassicurati quando sono in difficoltà. E non sono ostili se non quando sono terrorizzati e hanno paura.
Come noi. Proprio come noi.

Questa è una storia che dovrebbe fare parte della cultura di tutti gli esseri umani che vogliano definirsi tali. E’ una storia di convivenza, di comprensione delle difficoltà. Di ascolto, di attenzione.
E, infine, di sola splendente bellezza, che è quanto che ho provato io mentre succedeva.

Buonasera controlucini
Riccardo

e ………………….

Pippa

Eccola

Lei .. è proprio Pippa.

CONTROLUCIANDO

folon-nuages

Buongiorno a tutti i controlucini. Proprio a tutti.

Anticipo la firma: chi scrive sono io, Riccardo, e non la nostra Celeste.

O questa?

Eh.

Beh, pigliamo il toro per le corna, la palla al balzo e il coraggio a quattro mani.

Parlando con Cele si diceva che questo posto è qualcosa di speciale anche quando viene un po’ trascurato, anche quando è un po’ spento. Perché c’è sempre chi ci fruga dentro, chi legge, chi sfoglia i post. Questo fa piacere, anche se è condiviso che non sia questo il suo scopo, ossia quello di “fare audience”.

Ed è una cosa che fa pensare.

E se ne parlava. Di come mai sia un po’ spento, di come mai sia ancora frequentato. Di cosa significhi, di come sia nato. Di cosa ci sia dentro. Del perché ci teniamo. Anche del continuare, o dello smetterlo. E quando pensi ci vuole un po’ per mettere a fuoco le cose, a volte le sai già da tempo. A volte un po’ e un po’.

Eh, appunto: un po’ e un po’.

Io dicevo che a questo posto ci tengo. Che è un po’ un rifugio, un posto dove tornare quando si ha voglia di quel sapore di intelligenza e cuore. E di gusto: dalle immagini, a cosa c’è dentro e dietro. Ai commenti alla gente che c’è, alle sfumature del carattere e l’esperienza di ciascuno.

Abbiamo deciso che avrei scritto qualcosa al riguardo, non so poi perché ma in effetti mi fa piacere farlo.

Beh… ho iniziato questo discorso diverse volte, con diversi soggetti e diverse intonazioni. Credo che la cosa migliore sia che scriva semplice semplice quello che sento. Qui ci siamo per scelta, dedicando il tempo che possiamo scegliere dove spendere, e quindi credo che questo sia l’unico approccio giusto.

Da parte mia è stato difficile tornare qui in questi mesi, con lo spirito di prima, dopo che qualcuno di importante, di un componente della comunità di Controluce non è più stata tra noi: Petula, con le sue zampe, la sua coda, il suo cuore, la sua intelligenza, la sua sensibilità, la sua fermezza, il suo umorismo, la sua eleganza.

E’ probabilmente un problema mio di “gestione del dolore” come va di moda dire ora, dove tutto si “gestisce”. Forse è normale, forse no. Rileggere certi scambi, divertenti, intelligenti, garbati … forse solo belli e basta, è difficile.

E mi dico, e me lo sono detto in questi mesi, che in effetti è anche strano: provare un senso di mancanza per una persona che nemmeno ho mai conosciuto, e con la quale ho condiviso “solo” questo spazio, questo tempo. In effetti strano può esserlo.

O forse questo spazio, con i suoi abitanti, è importante.

Beh, siamo tutti grandi, qui, e penso che tutti siamo consci di avere di fronte sì un pc, ma in realtà di avere a che fare con persone vere, e quindi la virtualità del mezzo è solo strumentale a poter stare in contatto con queste. A costruire una comunità comunque vera.

Discorso complicato vero? Forse si, ma in realtà è semplicissimo. Ed è che penso che seppur con fatica, seppur con un innegabile dolore che aleggia e che si respira tangibile tra queste pagine, mi piacerebbe che questo posto, seppur necessariamente ferito da … queste quattro zampe che calpestano altri prati, da una lucertola nascosta e spersa, riprendesse colore e vitalità. Forse una vitalità diversa.

Questo è una via di mezzo tra un desiderio e una dichiarazione di intenti.

Beh.. i pensieri sono molto semplici. Le parole spesso suonano stonate o formali o eccessive o auliche.

Spero che queste mie suonino semplici come lo sono i pensieri. Se così non fosse … cercate di filtrarle con il tovagliolo, come faceva la mia nonna con il brodo per farlo limpido.

Ciao

Riccardo

.

 

COSE CHE FORSE

foto mia

Da uno dei tuoi cortili aver guardato
le antiche stelle,
dalla panchina dell’ombra aver guardato
quelle luci disperse
che la mia ignoranza non ha imparato a nominare
né a ordinare in costellazioni,
aver sentito il cerchio dell’acqua
nella segreta cisterna,
l’odore del gelsomino e della madreselva,
il silenzio dell’uccello addormentato,
l’arco dell’androne, l’umidità
– queste cose, forse, sono la poesia.

Il Sur (Jorge Luis Borges)

VEROFALSO

 

Donald Sutherland – Billy nel film “La migliore offerta” – dice: 
 “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”.

Nessuna recensione sul film, per carità!  Piuttosto una riflessione su quello che è il leit motiv del film: verità e finzione, simulazione, artificio, inganno, falsificazione.

L’amore ripara e ricostruisce il meccanismo bloccato dalla ruggine, della personalità un bel po’ borderline dei due protagonisti, così che entrambi raggiungono una specie di “guarigione” (similia similibus curantur).

Ma …
questo amore è simulato dalla bella Claire. La simulatrice infatti alla fine deruba il ricco Virgil, dopo averlo completamente trasformato e “guarito” dalla sue manie che per tutta la vita gli hanno impedito di vivere relazioni sociali “normali” e qualsiasi rapporto con l’altro sesso. Un vero misantropo.

Falsa è l’amicizia di Robert, l’orologiaio che lo aiuta a mettere insieme l’automa Vaucanson. A tal proposito, è interessante notare che l’assemblaggio dell’automa è parallelo all’abbattimento del muro tra Clare e Virgil.  Ingranaggi di un meccanismo che con il robot si attivano, da una parte. Dall’altra le  fobie che  nei due protagonisti si dissolvono. Un parallelismo raffinato e affascinante, dal punto di vista della sceneggiatura.

Recitata è anche la fedele e ostentata amicizia di Billy: alla fine si scopre essere il regista di tutta la messa in scena. E’ lui che afferma che  “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”. E materializza questo concetto lasciando a Virgil come “firma” sull’opera (la truffa) un quadro che esso stesso ha dipinto.

Virgil è un battitore d’asta, è richiesto in tutto il mondo, perizia opere d’arte di enormi valori e deve la sua brillantissima carriera alla sua capacità di distinguere un’opera vera da una falsa…
Tuttavia … non si accorge del complotto, orchestrato dalla donna amata, dai suoi amici, dal conoscente orologiaio Robert che diventa il suo confidente intimo, dal vecchio amico Billy.

Ma forse è più facile scovare il particolare che sconfessa l’autenticità di un’opera che distinguere tra sentimenti veri e sentimenti simulati.

Perché?
Forse perché c’è qualcosa nella natura umana capace di idealizzare e di trasformare come argilla un sentimento che urge come nutrimento, unguento o anestetico. Forse perché siamo bravi a giocare  tra luce e ombre, a ingannare gli occhi, il cuore, e perfino negare evidenze, nascondere pochezze e convincerci che qualcosa/qualcuno  è come vorremmo che fosse. E che noi stessi siamo come vorremmo essere.
E forse anche perchè, come Claire afferma: “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”.

Forse ha ragione un mio amico della capitale che un giorno disse: Ori, non è vero niente. E’ tutto finto…

A TUTTO CUORE

il-mago-di-Oz-libro

Il Boscaiolo di Stagno

. …una volta anch’io avevo il cervello e perfino il cuore; quindi avendo provato l’uno e l’altro, preferisco di gran lunga avere il cuore. Cos’è stato? chiese Doroty timidamente. – Non so immaginare, – le rispose lo Spaventapasseri: – ma proviamo ad andare a vedere. In quella, un altro lamento giunse alle loro orecchie e pareva che il suono venisse da dietro. Si volsero e fecero pochi passi nel bosco: d’un tratto, in un raggio di sole, Doroty vide brillare qualcosa che si abbattè fra due alberi. Corse a vedere e si fermò di botto con un grido di sorpresa. Il tronco di uno di quei grandi alberi era stato spaccato a metà, lì accanto con un’accetta sollevata in mano, c’era un uomo fatto interamente di stagno. La testa, le braccia e le gambe erano saldate al corpo, ma assolutamente rigide, come se quell’infelice taglialegna non potesse muoversi. – Sei tu che ti stai lamentando? gli chiese Doroty. Sì,- rispose l’omino di stagno, – sono stato io. È più di un anno che mi lamento e nessuno finora mi ha mai sentito, né mi è mai venuto in aiuto. (…) …come mai vi trovate da queste parti?- chiese il Boscaiolo di Stagno. – Siamo in cammino verso la città degli Smeraldi, per andare a trovare il Mago di Oz, – rispose Doroty. – Per quale motivo desiderate vedere il Mago? – chiese il Boscaiolo di stagno? – Io voglio che mi faccia ritornare al mio paese e lo spaventapasseri desidera che mette un po’ di cervello nel capo. Il Boscaiolo di stagno parve riflettere seriamente per un istante. Poi domandò: – Credete che il Mago di Oz possa darmi un cuore? – Mah! Io direi di sì, – rispose Doroty; – non sarebpbe più difficile che dare il cervello alla Spaventapasseri. – Allora se mi permettete di unirmi alla vostra compagnia, vengo anch’io nella Città degli Smeraldi a chiedere aiuto ad Oz. – Vieni pure! – esclamò lo Spaventapasseri con grande cordialità. (…) Sia Doroty che lo Spaventapasseri avevano ascoltato con grande attenzione la storia del Boscaiolo di Stagno ed ora capirono perché ci tenesse tanto a riavere un cuore. – Io domanderò che mi sia ridato il cuore perché il cervello non basta e render felice una persona e la felicità è quello che conta di più al mondo. Doroty non sapeva decidere quale dei suoi due amici avesse ragione.

Da   “Il mago di Oz”

PENSIERI DI VENTO

cielomare

foto mia, 14 08 2013

Ci sono momenti in cui il corpo sembra leggero, e la mente libera, l’anima anch’essa leggera, senza pesi, senza polvere, senza zavorre. Sono attimi. Di vento, di fiato, di odore di temporale, di acqua.
Piccoli istanti in cui alcune assenze sanno far male, così come tanto di quello che c’è, quasi tutto, che appare assolutamente inutile ma si stempera. Le assenze invece no. Sono nel vento e ti avvolgono e ti abbracciano. Questa mattina era così. Esattamente così. Non mancava niente e mancava tutto. In questa fotografie c’è quel pensiero. Di tutto e di niente. Di vento.

COSA NON BASTA COSA

Lanterne, foto mia, agosto 2012.

Non basta un sorriso dolce sul viso di qualcuno, per dire che è persona  capace di dolcezza.

Non basta raccontare di sé,  cosa si fa, dove si va e con chi,  cosa piace e cosa no, per dire di condividere. La condivisione vera avviene in un luogo comune e profondo. Esserne capaci è altra cosa del raccontare e confidare.

Non basta essere dalla parte di qualcuno per esserne complici. La complicità profonda è altro. E non è pregiudicata dal dissentire o dal dissociarsi, a volte. Anzi ne trae vantaggio, cresce e fa crescere.
Non basta ascoltare con attenzione per capire. Le parole entrano attraverso le orecchie e la pelle. La comprensione avviene dentro l’anima, e coinvolge la testa, la pancia, il cuore.

Ci sono notti che i pensieri sono come attorcigliati sul filo di lana ma a volte il gomitolo si scioglie e pensieri si ingarbugliano.

A volte invece è tutto così chiaro, specie quando sembra più annodato e difficile. Il punto più oscuro è sempre quello sotto la lampada.

.

PRATI INFINITI

Primavera ad Asiago.

SEI UOVA E UNA PREGHIERA

La chiamo ieri, da casa.

Ciao. Ti avevo cercata perché ho delle radici, se ti interessano. Sai, come quelle dove ho incollato gnomi e folletti e che ti piacevano? Se ti interessano te le porto …

Ma… Ma…… Ma lo sai perché non ti ho risposto al telefono? Perché stavo chiedendo ad un mio vicino di casa che ha appena estirpato una pianta morta, se mi potesse relagare le radici! Magia!!

Ci vediamo domattina? Ti va?

C’è mezz’ora di autostrada tra di noi, vero, non tanta strada. Ma ci sono le famiglie, gli impegni.  Più per lei che per me: due ragazzi, un marito, il lavoro: dieci ore al giorno fuori casa.  Ma c’è quel filo che ci lega dalla prima elementare nonostante la vita, le scelte, nonostante tutto.

Arrivo all’appuntamento e la vedo, con il suo ragazzo più giovane, 14 anni,  l’apparecchio ai denti,  un metro e settanta (ma quanto crescono mi dico… non è che li concimano, i figli, come si fa con le piante?).

Un abbracccio, due chiacchiere. Poi lei mi dice: ti va se andiamo un salto da mia mamma? E come no…
Ok.
Lei sale sulla sua auto io sulla mia. Conosco la strada: ho abitato per anni a due passi dalla sua casa.
Ci vediamo là .. Ok, a tra poco.

La grande casa è sempre la stessa, sono anni che non ci vado ma …
Varco la soglia, e ho dieci anni, le calzine corte bianche, e sono li, per andare all’oratorio insieme. L’aspetto un po’: lei deve aiutare a sparecchiare.
Entro nel grande soggiorno: mi vengono incontro due laghi che sono gli occhi della signora AnnaMaria. Occhi abituati ad essere presenti ovunque, con tutti quei ragazzi cui prestare attenzione, cui dare dolcezza e protezione e cura. Il tavolo è sempre lo stesso di allora. Un tavolo grandissimo, per una famiglia numerosa.
Parliamo di questo, di altre cose, e poi del nipote, l’altro figlio della mia amica,  che si è divertito alla notte bianca. Lei domanda cos’è sta notte bianca. La notte bianca è una notte di festa, di musica in strada. Scuote la testa e ridendo dice: sai quante notti in bianco ho fatto io??

Ehhhh Lo immagino…

Parlo con lei: parla la mamma, la nonna e sono tanti, figli e nipoti. Una grande famiglia. Le domando: ma quando vengono tutti come si fa?

Ehhh! Quando succede, per esempio a Natale, è come fare un trasloco. Tavoli, cavalletti e assi, e piatti e posate, e sedie che vengono raccolte da ogni dove. Come si fa… Facciamo due turni!

Guardo la mia amica e mentre io lo penso, lei dice che lì dentro il tempo si è fermato, che solo lì trova il sereno, la tranquillità, il giusto ritmo del cuore del respiro, e la pace.

Mentre lo dice penso che in quella casa c’è qualcosa di speciale. E ancora una volta sento che la serenità, la gioia, l’amore, restano nei muri, si rifugiano tra le mattonelle del pavimento e … restano, restano incuranti del tempo. Restano.
Ho sempre pensato che le case sanno conservare l’amore e restituire un senso di serenità profonda e di pace e stamane è stata una conferma. La provavo a casa dei miei nonni, e l’ho provata stamane.

Beviamo il caffè e poi usciamo in giardino. Il giardino sul retro della casa non lo ricordavo. Così grande e con la fontana che ora però è diventata una fioriera. La signora AnnaMaria mi racconta dei giochi dei bambini con i pesci rossi quando nella fontana c’erano i pesci rossi. Ammiro le sue piante grasse, grandissime, i fichi d’India, i cactus.

Frugo nei suoi ricordi: mio padre avrebbe la sua età: loro due sono cresciuti a pochi metri. Le chiedo di questo e ottengo conferma: cortili comunicanti, famiglie contadine, poi la guerra che erano bambini. Volgo lo sguardo verso il cortile che fu l’infanzia di mio padre e la sua, è che è li vicino alla grande casa.

“Un giorno venne tua nonna da me, allora ero fidanzata, e mi chiese se il mio fidanzato (l’uomo che poi sposò, che era carabiniere) poteva intercedere perché fosse concessa una licenza al tuo papà, che era a militare. C’era bisogno di falciare il fieno. Mi portò sei uova”.

Ho già detto in questi spazi che non amo i ricordi. E stamane niente è stato un ricordo ma un regalo del tempo. Sono stata bene. In certe case è perfino possibile fare pace con il tempo, almeno per un po’. Riesce perfino a me.

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SCATOLE

Soffro di anoressia.
Nei confronti dei giornali, dei notiziari tutti, dalla TV al web. Non voglio sentire. Non più. 
C’è crisi, è vero, si sta male. Un pianeta diviso, tra poveri e ricchi. Poi: violenza per le strade, furti e rapine in aumento, ovvia conseguenza di quanto sopra. Una umanità per mezzo povera, che costituisce ricchezza per l’altra, che è sempre più ricca.

Un futuro incerto, fantasmi dietro la porta, il terrore di andare in azienda il lunedi mattina e trovare il cartello CHIUSO.

E questi sono gli argomenti che si sentono in continuazione, sul treno, per strada e ovunque. Nei tiggì, sui giornali. Dappertutto. In ufficio poi non parliamone: l’ambiente in cui lavoro è una perfetta vetrina su questa situazione, difficile, pesante, che fa paura, che scoraggia qualsiasi iniziativa, capace di uccidere ogni azione di buona volontà, annientare qualsiasi intrepido tentativo di costruire, fare, inventare.

Questo, che piaccia o no, è il mondo in cui viviamo.
E ok. Ok. OK!!!
Ma parlarne in continuazione non serve, non fa bene al cuore, non aiuta. Serve fare, non parlare. Agire. Lamentarsi, lagnarsi, martellare in continuazione sé e il prossimo fa solo del male, accorcia la vita, di sicuro.

Più che mai c’è voglia, necessità, urgenza di  leggerezza, di calore, di colore, di alito. Di ballare e di correre, di bagnarsi quando piove, di camminare a piedi nudi.
Che ci sarà mai di così tanto bello nei giorni per ballare? Appunto, c’è bisogno di sentire il battito della vita.
Crogiolarsi serve a poco, prendere atto e adeguarsi a situazioni nuove, cambiare, se necessario, questo è più utile. E imparare a vivere momenti di serenità, volersi bene anche più di prima, può fare la differenza tra un giorno grigio e freddo e un giorno caldo e colorato.

Chi scrive non è  per nulla una che vede “il bicchiere mezzo pieno”. Tutt’altro. Ha un’anima grave e greve, pensieri pesi, sempre e comunque. E non è nemmeno una che non teme i fantasmi: li vede ogni giorno, incombono, e in parte hanno già divorato alcuni sogni e speranze, deluse aspettative, generato dolore e amarezze e lacrime. E’ una persona che ha imparato ad accettare. Già, accettare. Che è differente dal rassegnarsi.  Accettare le perdite, e andare avanti, mezza morta, ma andare avanti.  Si impara, si impara e si cresce, e si può fare: anche senza l’aiuto del cinismo, si può imparare ad “accettare”. Quando non si può fare niente per cambiare occorre saper accettare.

Ma ci sono cose che bisogna imparare a cambiare, se si vuole sopravvivere, e si può cercare di farlo.  Allentare le catene,  guadagnarsi la libertà dell’anima, quella del cuore:  abbandonare le finte certezze. Non ne abbiamo, di certezze. La vita di chiunque può cambiare in un nanosecondo. Può crollare tutto, in meno di un istante. E allora? E allora occorre imparare a cambiare prospettiva, abbandonare, se serve, cose che fino a ieri ci hanno sostenuti, imparare a convivere con la precarietà, a tener sempre ben presente che tutto… cambia o può cambiare. E non necessariamente in peggio. Il che equivale anche liberarsi delle illusioni.  Come si fanno ad avere certezze? Come? Siamo appesi ad un filo, la nostra vita stessa lo è. La ipotechiamo?  Farlo oggi è più sciocco di ieri. La gettiamo via lamentandoci, vivendo nella paura? Se provassimo invece a tirare fuori il coraggio?

L’altro giorno si parlava, in blog, semmai le mucche volessero diventare Simmenthal… Bè.. noi stessi siamo esistenze in scatola. Forse non ce ne siamo accorti?

Cacciamo fuori le ditina dai buchini e digitiamo come pazzi su altre scatole, sempre più tecnologiche, sempre più leggere e piatte, sempre più touch, sempre più piccole ma .. scatole. Ci si illude di essere meno soli, ma siamo più soli che mai, disperatamente soli e in scatola. Veniamo al mondo, in scatola, con l’etichetta con sopra stampato il codice fiscale e il codice a barre, indelebili. Chiunque ci legge, ovunque, in un istante sa tutto di noi. 

Lontanissimi dalle creature che eravamo, capaci di allargare le narici e annusare, annusare la terra, sentire dove c’è acqua e dove c’è amore, sentire le stagioni sulla pelle e sentire con il pelo, rotoliamo, dentro le nostre scatole, che sositutiscono il pelo. Lo abbiamo perso tutto, il pelo e anche brandelli di pelle, ormai. Ma il pelo di latta, mica sente. E nemmeno protegge.

Portami a ballare, fammi ridere, accendi un fuoco, e fammi l’amore sulla terra. Fai finta che ci siano le stelle, inventale e raccontamele, e poi, perdio, abbracciami, sotto un prato di stelle e fammi sentire il fiato.

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TRIBUTO AL CANE

lui è Pepe, abita con me.

“Signori della giuria, il migliore amico che un uomo abbia a questo mondo può rivoltarsi contro di lui e diventargli nemico. Il figlio e la figlia che ha allevato con cura amorevole possono rivelarsi ingrati. Coloro che ci sono più vicini e più cari, ai quali affidiamo la nostra felicità e il nostro buon nome, possono tradire la loro fede. Il denaro si può perdere, e ci sfugge di mano proprio quando ne abbiamo più bisogno. La reputazione di un uomo può essere sacrificata in un momento di sconsideratezza. Le persone che sono inclini a gettarsi in ginocchio per ossequiarci quando il successo ci arride possono essere le prime a lanciare il sasso della malizia, quando il fallimento aleggia sulla nostra testa come una nube temporalesca.

Il solo amico del tutto privo di egoismo che un uomo possa avere in questo mondo egoista, l’unico che non lo abbandona mai, l’unico che non si rivela mai ingrato o sleale è il suo cane.
Signori della giuria, il cane resta accanto al padrone nella prosperità e nella povertà, nella salute e nella malattia. Pur di stare al suo fianco, dorme sul terreno gelido, quando soffiano i venti invernali e cade la neve. Bacia la mano che non ha cibo da offrirgli, lecca le ferite e le piaghe causate dallo scontro con la rudezza del mondo. Veglia sul sonno di un povero come se fosse un principe. Quando tutti gli altri amici si allontanano, lui resta. Quando le ricchezze prendono il volo e la reputazione s’infrange, è altrettanto costante nel suo amore come il sole nel suo percorso nel cielo.

Se la sorte spinge il padrone a vagare nel mondo come un reietto, senza amici e senza una casa, il cane fedele non chiede altro privilegio che poterlo accompagnare per proteggerlo dal pericolo e lottare contro i suoi nemici, e quando arriva la scena finale e la morte stringe nel suo abbraccio il padrone e il suo corpo viene deposto nella terra fredda, non importa se tutti gli altri amici lo accompagneranno; lì, presso la tomba, ci sarà il nobile cane, con la testa fra le zampe e gli occhi mesti, ma aperti in segno di vigilanza, fedele e sincero anche nella morte”.

George Graham Vest 

Pepe

George Graham Vest  è stato un politico e avvocato statunitense.

Nel 1869 Vest sostenne in giudizio le ragioni di un uomo del villaggio di Big Creek, Charles Burden, il cui cane da caccia, un American foxhound di nome Drum (meglio noto come “Old Drum”, il vecchio Drum), era stato ucciso a fucilate da un tale di nome Samuel “Dick” Ferguson, guardiano di un vicino allevamento di pecore di proprietà di un cognato di Burden, Leonidas Hornsby. Ferguson aveva sparato solo perché Drum era entrato nella proprietà di Hornsby e costui rifiutava di risarcire Burden, nonostante le richieste di quest’ultimo.  Burden portò allora la controversia (nota ufficialmente con la denominazione “Burden v. Hornsby”) davanti al tribunale della Contea di Johnson, chiedendo un risarcimento di 150 dollari, il massimo all’epoca consentito dalla legge, a titolo di indennizzo sia del danno patrimoniale che, e soprattutto, del danno morale per la perdita dell’amato cane.  Vest, incaricato da Burden di assisterlo, esordì in giudizio asserendo che avrebbe “vinto la causa o chiesto scusa a ogni cane del Missouri”. Quindi, il 23 settembre 1870, Vest pronunciò l’arringa finale alla giuria, un’orazione che sarebbe divenuta celeberrima, sotto il nome di “Eulogy on the dog” (elogio al cane; nota anche come “Tribute to the dog”, tributo al cane).

AURORA: LA TERRA CHE VORREBBE

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ALLORA

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….. VISTO CHE E’ STATO COMMENTATO UN MEDIA (LA FOTO) ECCO A VOI IL POST!!! I COMMENTI NON POSSO COPIARLI. LI ASPETTO VOLENTIERI SOTTO  UN GIUSTO E MERITATO POST DEDICATO AL SOLO FELINO CON CUI IO ABBIA DORMITO…

chiedo scusa a SirBiss e a Pinuccia per i loro “commenti perduti”  e le invito a ripeterli. Non so come fare a recuperarli.

FIATO IN CONTROLUCE

Un post che non è un post ma un saluto, un contatto. Sono giorni frenetici qui, al lavoro, e poco tempo per le chiacchiere, poco tempo per tutto. Ma una capatina in controluce come si fa a non farla? La mia web casetta preferita. Ha fatto molto freddo qui, domenica si è acceso il camino. Ieri sera non vedevo l’ora di infirlami sotto il .. piumone. Ebbene si, 21 maggio – piumone. 19 maggio camino acceso.

Sono fioriti gli iris e le peonie nel giardino e sebbene non ami i fiori recisi, me li sono trovati dentro casa: la pioggia li avrebbe uccisi poveretti. C’è stata anche grandine. Profumano tutta la sala, sono una meraviglia. Pare strano che da un fiore così delicato com’è l’iris possa sprigionarsi un profumo tanto forte e deciso.

Ho rimandato un fine settimana in montagna, con la mia nipotina, che per l’occorrenza è stata equipaggiata con tutto ciò che serve ad una piccola esploratrice: scarponcini, zainetto contenente una piccola torcia che si carica con la manovella, una lente per scrutare insettini e piante, un fischietto perchè con noi ci sarà Pepe, uno dei tre cani, e una piccola coperta di tessuto leggero. E ovviamente un pacchettino di caramelle.  Il fine settimana doveva essere quello passato, e con grande dispiacere è .. saltato.  L’attesa per i bambini è qualcosa di infinito. Una settimana per loro è tremendamente lunga figuriamoci due.

Insomma questi pensieri non sono un post ma, lo avrete capito, un contatto, un modo per tenere vivo questo posto, per dargli fiato. Ecco. Prossimamente su questo schermo la fotografia dei miei Iris e delle mie Peonie.

Per ora un abbraccio affettuoso a tutti, pleiadiani e nonne, gatte e lucertole, agli IGM (ingegneri geneticamente modificati), ai  menestrelli della luna e anche alla luna, alla mia consulente dentistica preferita e amica di una vita, che risponde al nome di Carola, alle donne di lago, ai suonatori di clarinetto e anche ai clarinetti tutti. Ai gollum e agli elefantini e alle stelle. Alla mia nipotina che è bella come il sole ma anche come la zia. Ecco.   

MELESCAMBIO

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Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.

George Bernard Shaw

 

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BUGIARDINO BLOG

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CONTROLUCE ®

Indicato per i dispersi nei meandri del tempo che non vogliono assolutamente trovare la retta via, a coloro i quali cercano l’essenza della vita ma non la troveranno mai perchè quello che gli piace è l’atto stesso della ricerca, chi ha solo certezze, ma tutte e sole quelle di non averne, chi ama la zia, chi va a portapia, chi trova scontato, chi come ha trovato na na na na na na na na na, ma il cielo è sempre più blu.
Per gli altri: vedere le controindicazioni. La controindicazione si intende assoluta quando mancano del tutto circostanze ragionevoli per intraprendere la lettura che dovrebbe portare migliorie alle condizioni del soggetto.

CARATTERISTICHE DEL PRODOTTO
Controluce: sempre.
Controcorrente:  spesso.
Controvento: qualche volta
Contromano:   capita
Controindicazioni: leggere attentamente il foglio illustrativo

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AVVERTENZE E CONTROINDICAZIONI
Gli amanti dei luoghi comuni debbono astenersi dal leggere il blog. Può causare effetti collaterali anche gravi.  Casi riscontrati:  1000/1000: “morbo della mucca davanti al passaggio a livello”, una sindrome che paralizza i muscoli facciali e forma, in mezzo alla fronte, un ruga profonda simile al punto di domanda. Questi effetti scompaiono dopo qualche istante aver premuto  il tasto “esc” – uscire dal blog –  e  ritorno alla vita normale.
Se il morbo persiste, contrastare con qualche lettura di altri blog, facilmente reperibili in tutte le piattaforme. Alcuni sono molto efficaci e soddisfano il bisogno di consolidare la propria fede.

Si raccomanda cautela nel leggere il blog ai sofferenti di permalosite acuta o grave. Chi ne soffre in modo lieve, la lettura potrà essere limitata a 10 minuti al giorno, scegliendo tra i tag più generici quali:  sociale, valori, storie. Nei casi più gravi si raccomanda l’assunzione di Antipermal mezz’ora prima della lettura, sciolto in mezzo bicchiere di acqua tiepida diluita con un cucchiaio di  Celestan 500 mg  che rende l’acqua di un particolare colore celeste. Le stesse avvertenze sono raccomandate anche a chi soffre di mania di persecuzione.

I soggetti  affetti da sindrome bau-bau micio-micio  devono assumere  il prodotto con scrupolosa cautela. Nei periodi di stress, si consiglia di assumere giornalmente visioni di “Un posto al sole” e  “Cento vetrine” in modo da controllare e diminuire gradualmente il tasso glicemico fino al raggiungimento di quello ottimale.

Pazienti con grave insufficienza empatica moderata o grave e quelli affetti da insufficienza simpatica anche lieve: astenersi assolutamente di usare il prodotto e anche solo di avvicinarsi: in caso di contatto consultare immediatamente Luca Giurato o Pippo Baudo.

Pazienti affetti da psicosi: nessun effetto collaterale riscontrato nell’osservazione di questi pazienti i quali hanno mantenuto inalterate tutte le disfunzioni esistenti prima della somministrazione del prodotto. Sono consigliate le misure prudenziali di base al fine di scongiurare ogni possibile peggioramento.

Depressione: I dati riscontrati dall’osservazione dei pazienti depressi sono ad oggi oggetto di valutazione. La costante assunzione del prodotto Controluce  ha rilevato in questi pazienti una diminuzione dell’uso di anti depressivi e un aumento dell’uso  di cannabis e grappa. Si sono verificati alcuni casi di allucinazioni: qualche paziente ha giurato di aver orbitato, pedalando, attorno alle Pleiadi e altri di aver stretto la mano a gnomi nel bosco.

POSOLOGIA
Alla bisogna.

ASPETTO
Il prodotto viene aggiornato senza alcuna regolarità né preavviso.  Anche la confezione è soggetta a variazioni che dipendono esclusivamente dall’umore del suo produttore.

COSA FARE NEI CASI DI EMERGENZA
In caso di intossicazione del prodotto assumere immediatamente otto tavolette di cioccolato fondente 70%. Se associata a crampi si può ricorrere a massaggi. Sulle Pleiadi li sanno fare molto bene.  Per informazioni sui voli consultare la Pieffe Air Company. Assolutamente no low cost..∞

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Il presente foglio illustrativo è soggetto ad integrazioni ed aggiornamenti. Gli utilizzatori del prodotto sono invitati a segnalare eventuali effetti, positivi e negativi al fine di ampliare le conoscenze acquisite.

 

RELAZIONI

RELAZIONI

Dire solo ciò che si sa fa piacere all’altro, essere accondiscendenti, ammiccanti,  prestare cura e attenzione al fine di non urtare i sentimenti dell’altro, in poche parole astenersi dal dire ciò che si pensa perché potrebbe offendere. Recitare durante telefonate e incontri, insomma indossare l’abito del perfetto amico, l’atteggiamento “come tu mi vuoi”.. Ecco il “quadro vero dell’amico finto”.

Nascondersi, reciprocamente,  ciò che si pensa,  è di per sé sufficiente per diagnosticare il grado di malattia di una amicizia o presunta tale. Perché dunque molte volte ci si prende in giro? Perché non si ha il coraggio, per davvero, di dare il nome giusto alle cose? Perché si ha bisogno di finte relazioni? Per solitudine? Per disperazione? La non solitudine non è una questione di numeri. Si può essere soli pur avendo dozzine di persone che quotidianamente fanno in qualche modo parte della nostra vita, che gravitano con e dentro la nostra esistenza.

Con alcune persone ci si diverte, si gioca, ci si racconta, si studia, si lavora… Si condividono tempo, esperienze, viaggi. E vanno benissimo, si può stare bene con alcune persone pur non avendo mai avuto interesse di approfondire oltre, di condividere qualcosa di differente di un cinema, una pizza, un aperitivo, una gita, un giro di shopping. Anzi, direi che questi sono rapporti veri, sinceri, spassosi, salutari e sani, proprio perché non pretendono di essere “altro”. Non gli si incollano attributi che non hanno, sono quello che sono senza alcuna presunzione.

Ma.. se si vuole condividere veramente qualcosa di importante, una relazione non può prescindere dalla sincerità e deve mettere in conto che ci si può sentire dire l’opposto di ciò che si vorrebbe. Spesso le cose non dette fanno crollare l’impalcatura sulla quale si costruisce una relazione molto più delle cose dette, sbattute in faccia, quelle che magari arrivano che fanno un male cane. Ciò che si pensa dell’altro, dovrebbe essere nutrimento di un rapporto e non la mano che lo uccide.  Dovrebbe permettere un confronto vero, dovrebbe crescere e far crescere. Migliorare e migliorarsi.

“Non le  dico questo sennò ci rimane male”, “dico questo così farà piacere”, “non tocco questo argomento perché è spinoso”, “questo di certo offenderà”. E cosi di questo passo, ed eccoci dentro un qualcosa di formale, con aspetti terribilmente diplomatici/burocratici dove tutto è pesato, misurato, calcolato, attento. Perfino i muscoli facciali sono controllati, non sia mai che tradiscano il vero sentire. Insomma  una specie di compito che si assolve dentro un clima che è tutto un tacere, non dire, recitare, mentire, fingere. Che senso ha? È faticoso da morire oltre che inutile, insulso, banale.

Ho sempre immaginato dei centri concentrici attorno al cuore e negli spazi, più o meno vicini ad esso, ci sono le persone che partecipano alla nostra vita affettiva, gli affetti, più o meno importanti, più o meno profondi. Ecco, la “profondità” è il sistema con il quale si “misura” l’importanza di un rapporto. La profondità. Quante volte ci capita di vivere davvero un rapporto profondo, nel corso di una vita? La profondità è qualcosa di raro davvero: ci si accorge man mano che il tempo passa e si diventa grandi ed eventi, emozioni, esperienza e tempo fanno da cesoie. Perché il tempo diventa sempre più prezioso, perché si preferisce la solitudine alle farse, perché si pretende maggiore qualità e minore quantità di tutto. Di cibo, di riposo, di vacanze, di letture, di sport, di piaceri, di cose, e anche di sentimenti, di relazioni, di persone. Perché si prova un disperato bisogno di dare il giusto nome alle cose.
Quanti volti ha quella che comunemente chiamiamo con lo stesso nome: amicizia.
C’è quella morbosa, maliziosa, possessiva, claustrofobica, malata.
C’è quella che non accetta il confronto, la sincerità del pensiero, la libertà, il bene dell’altro, quella gelosa, quella faziosa, quella contorta. Quella che non permette di essere sé stessi. Ecc… ecc.
Infine quella secondo Facebook ma qui basterebbe sostituire alla parola amico la parola contatto e tutto andrebbe a posto.

L’amicizia è qualcosa di denso e di speciale, delicato eppure fortissimo, sa sfidare il tempo e non conosce ambiguità. Resiste ai periodi di separazione anzi, ne trae vantaggio. Tiene porte aperte per lasciar entrare e anche uscire. E soprattutto non può esistere senza dirsi ciò che si pensa veramente. Non condivide tutto per forza, è altra cosa della simbiosi. Ma quando lo fa, lo fa profondamente. È un affetto vivo, che si rinnova e si confronta ogni giorno, evento dopo evento, gioia dopo gioia, dolore dopo dolore. È quel sentimento che non passa mentre tutto va … Se invece passa allora vuol dire non c’è mai stato per davvero.

Francesca Pacini, sul Mulino di Amleto fece un bel post sull’amicizia. Un passo diceva più o meno questo “Non le piacciono le situazioni di circostanza, come i complimenti o le condoglianze dovute ma non sentite. Niente convenevoli, belletti, lusinghe. Quelli vanno bene per il bridge delle anziane signore perbene. Non è perbene, l’amicizia, magari ti segue passo passo, non interviene ma di sicuro non tace neanche. Può essere perfino aggressiva. Di certo è scomoda. E poi è spettinata, non si fa la messa in piega”

testo integrale qui:

http://www.francescapacini.it/15-blog/diario-di-bordo/14-sull-amicizia.html

UNO DI NOI

29.03.2013

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GIOIELLI DEL LAGO

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In Controluce ci piace cambiare lo sfondo. Da ieri, anche in occasione della Giornata del FAI, appare uno scorcio del parco della Villa del Balbianello, situata a Lenno, Lago di Como, in una posizione mozzafiato. Nel post sottostante Pieffe e Pinuccia hanno manifestato la loro meraviglia. Essi sanno riconoscere il bello anche da uno scorcio. Fatto del resto normale per i frequentatori di questo sito. Modesta eh?

Allora, perché non pubblicare le slides della Villa del Balbianello dal collegamento del FAI? Eccolo. Guardatelo, ne vale davvero la pena. Buona visione a tutti, con uno dei gioielli del mio lago.

http://www.flickr.com//photos/fondo_per_l_ambiente_italiano/sets/72157622948401281/show/

GUARDA CHE LUNA …

ammiratelo meglio qui:  http://vimeo.com/58385453

grazie a Pinuccia della segnalazione

∞.∞

Pubblico le tre fotografie che mi ha mandato Pieffe, di cui agli interventi di questo stesso post.  Fategli tutte le domande che volete. Mi ha promesso che le sue orecchie sono a disposizione di Controluce, almeno per un po’. Approfittiamone perchè è un tipo un po’ impegnato. Scrive libri, tiene conferenze, studia, tiene corsi, deve provvedere a sette mogli sette e naturalmente seguire Controluce, un paio di gatti e gatte e molte altre cose ancora. Insomma: CARPE DIEM! (per Fabrizia SirBiss, pescatrice non pentita:  una carpa al giorno).

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Grazie Pieffe per questi documenti straordinari.

 Ofiuco e Sagittario 1930 oss di Torino

 Settembre 1919- Monte XDWilson Cratere Copernico

 

Pleiadi

DEDICATO

 

CLICCARE SUL SEGUENTE LINK PER VEDERLO MEGLIO

http://vimeo.com/terrastro/comets2013

DEL MARE

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Non lo trovo triste il mare in inverno. Forse perché in questo periodo, più di altri, mi manca una dimensione umana. Mi manca di sentire che sono una persona e non qualcosa che corre e lavora, fa la spesa, parcheggia, va alla posta, sale e scende dai treni. In questo tempo che fa male, si respirano paura, sconforto, tristezza, e anche panico. Sono spariti i colori dagli occhi e dai discorsi della gente, l’entusiamo, i progetti. E’ sparita la speranza. Fra tutte queste sfumature di grigio verso il nero che avvolgono i giorni, mi manca il passo lento di un giorno che sa essere tempo da masticare piano. Un tempo da assaporare con lentezza, un tempo che non sia tempo da ingoiare. Un tempo che non comprenda frasi come “menomale è venerdi” un tempo in cui ogni giorno è un giorno da vivere, e che lascia anche un po’ di malinconia quando arriva sera. Una malinconia breve: il tempo che si accendono le stelle per tornare a godere della sera, e poi della notte e che mostri l’aurora come un buon giorno, foriera di luce e di speranza e di gioia. Ecco perché, forse, penso spesso al mare, alla culla che sa essere, e alle sferzate che sa dare. Ci si può perdere un po’, nel mare e percepire la leggerezza del corpo che si muove, in modo naturale e lento, l’acqua sa massaggiare il corpo e anche i pensieri, isolare dal rumore, allontanare la polvere dagli occhi e dal cuore. Accando al suo respiro, nella baia calma di una notte sotto le stelle bianche e la sua voce, così lontana dai motori, dalle luci e anche da quella che mi tocca essere ogni giorno che ingoio, tranne brevi momenti in cui posso essere davvero quella che sono. Una persona.

foto: francesca

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STAGIONI

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È un bel po’ che non scrivo cose mie, forse un anno.  Per cose mie intendo quelle cose che si sentono nel cuore, e che si cerca di tradurre in parole. Ho provato a farlo, ma le parole escono screpolate, incartapecorite. Non trovo la morbidezza elastica e umida della spontanietà. E allora so che si sbriciolerebbero, come accade alla vernice sotto il sole.
Lo abbiamo detto tante volte, le parole hanno tanti limiti, hanno la gola secca, e sanno arrivare come carta vetrata, come sabbia a bordo del vento o sale che asciuga.

Gli eventi determinano le stagioni del cuore, ci sono lunghi autunni e inverni ancora più lunghi che fanno il mestiere che debbono fare. Come sospendere, congelare, custodire. Pensare.
Mi manca, mi manca molto quel bisogno urgente di trattenere i pensieri per l’impossibilità di scriverli da qualche parte, prima che sfuggano via. Mi manca trovare  “bella” la parola, rileggerla e trovarla adatta, giusta, come un vestito su misura, come un colore che si addice al pensiero quando è nato.

Stagioni. E a proposito di stagioni, riporto qui una cosa di Charlie Chaplin. E l’augurio di una buona settimana a tutti quelli che passano di qui.

♦♦♦

Com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io. Oggi so che questo si chiama “rispetto”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama “maturità”…
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama “stare in pace con se stessi”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama “sincerità”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: persone, cose, situazioni e tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso… all’inizio lo chiamavo “sano egoismo”… ma oggi so che questo è “amore di sé”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama “semplicità”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo. È la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo “perfezione”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore, l’intelletto è diventato un compagno importante. Oggi a questa unione do il nome di “saggezza interiore”.
Non dobbiamo continuare a temere i contrasti, i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi.  Oggi so che tutto questo è “la vita”.

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SOMMINISTRAZIONI & DISTRAZIONI

Truffe2Se non si vuole qualcosa bisogna provvedere a darne disdetta.
Questo è uno degli  assurdi, infidi, subdoli sistemi per rubare soldi alla gente. Espedienti bassi ma redditizi.  E legali.  A cascarci sono soprattutto ragazzini, ma anche tanti adulti. Un esempio? Le suonerie dei cellulari. La pubblicità promette l’invio gratuito della suoneria con il cagnolino che fa bau bau,  il gattino miao miao,  il Titti ecc. E gratis, la suoneria arriva. Quello che però non viene spiegato  (se non successivamente ovvero al ricevimento della suoneria gratuita e in modo molto mimetico) è che, chiedendo di ricevere la suoneria, automaticamente accetti e sottoscrivi un contratto. Che prevede l’invio periodico e sistematico di ulteriori suonerie, ovviamente a pagamento, che se non vuoi, devi disdire entro tot giorni precedenti il giorno previsto. Ogni suoneria è, manco a dirlo, salatissima: il costo viene prelevato dal credito telefonico prepagato o addebitato sulla bolletta per chi non usa il prepagato. Tra l’altro, prova a disdire! Ti rimbalzano da un numero ad un altro, da un operatore ad un altro, con lunghissime attese, e ovviamente a costi elevatissimi. Conosco una ragazza, forse un po’ ingenua e molto giovane ma per niente stupida, che ha avuto questa triste esperienza. Il giochetto le è costato, tra suonerie non richieste e tentativi di disdetta, quasi 200 euro. Altre cose funzionano in questo modo. Si gioca sulla distrazione, superficialità, facilloneria del consumatore. E sulla fragilità della memoria. Truffe legalizzate dalle quali per difendersi occorrono mille occhi e orecchie e, nel caso, un sistema efficiente per gestire le scadenze. Personalmente mi è accaduto questo: abbiamo un abbonamento TV a pagamento, piuttosto basic, comunque senza il canale calcio in quanto non interessa minimamente. Un giorno arriva un avviso:  per due mesi avremmo avuto il canale “calcio” gratuitamente e che sarebbe stato considerato acquistato per un intero anno se non fosse pervenuta disdetta entro il xyz giorno precedente il termine della promozione gratuita. In breve: non era possibile rifiutare la promozione (e mi pare già un abuso), inoltre veniva imposto l’onere di inviare la disdetta. Così altre cose. Compagnie telefoniche (colossale business, si sa) che propongono servizi non richiesti (TG24 ecc) che se non vuoi devi disdire. Terribilmente subdolo e terribilmente pericoloso e altamente redditizio. D’altro canto viviamo in un paese dove  la donazione dei propri organi (cosa ben differente dal Titti versione Nokia cui è semblato di avele visto un gatto) è oggetto di silenzio-assenso. Ovviamente senza adeguata informazione. Anzi senza informazione alcuna sulla legge in sé. Dato che una risposta scientifica su quando si è veramente morti non la sa dare nessuno.

Vi lascio con l’augurio di una buona notte. Qualora non fosse gradito, mandatemi regolare disdetta!

SORRISO?

MELAPOSTO E MELARUBO

baffi

melaposto

È una torta di mele ma un po’ differente dalla torta di mele tradizionale.  Provatela e poi ditemi se non è da leccarsi i baffi.

COSA SERVE
– 1 rotolo di pasta frolla
– 4 mele
– 1 cucchiaio di cannella
– 100 g di zucchero
– 2 cucchiai di fecola
– 100 g di farina- sale
– 100 g di burro
– zucchero a velo

COME SI FA
Stendere la frolla su una tortiera formando un guscio.
Unire alle mele tagliate a cubetti lo zucchero, la cannella e la fecola.
Mescolare bene.
Versare il composto sul guscio.
Preparare il crumble mescolando farina, zucchero, sale e burro a tocchetti.
Lavorare l’impasto formando delle briciole che verranno distribuite sulla torta.
Cuocere a 180° per 30 minuti. Spargere lo zucchero a velo.

melarubo

La foto la rubo a Frost
http://robertaenne.wordpress.com/2013/01/19/an-apple-a-day-keeps-the-doctor-away/#more-1070
mi collego in controluce proprio per pubblicare la ricetta della torta di mele, passo da Frost e cosa trovo? Mele!!

RUMORI CHE OFFENDONO

foto mia

Funivia Cortina-Cima Tofana.  Il secondo tronco sale a Ra Valles a 2.475m. C’è un rifugio e una vista mozzafiato (l’ultimo tronco che termina a Cima Tofana è aperto solo in estate).
Le dolomiti, gigantesche, accolgono il sole che scende, e come per salutarlo si vestono di un rosa sussurrato.
Anche la neve brilla per l’ultima volta, pullulando di allegre stelline dorate che danzano per il sole. È il tramonto e tutto ma proprio tutto dovrebbe essere … Silenzio.
Ero a Ra Valles sabato scorso, al tramonto. Appunto. Non mancava nulla ma mancava tutto. Mancava il Silenzio.
Il rifugio aveva gli altoparlanti anche all’esterno e mentre il mio sguardo seguiva la discesa del sole che (appunto) faceva brillare la neve e colorare di rosa questi giganti di pietra urlavano la voce di Eros Ramazzotti, la pubblicità “volete perdere peso”? e poi le notizie “Bersani e Berlusconi… ” ecc ecc.
Ogni commento si perde. Si sarebbe perso il mio pensiero, il mio sguardo e forse anche, per un momento, tutta me stessa se solo ci fosse stato il Silenzio.
Invece no: la musica, la voce, il notiziario.  Offese. Offesa per il sole che calava, per le montagne che lo accoglievano, e per la neve che brillava. E per il mio cuore, per i miei occhi, per i miei pensieri.

Domenica sera, per puro caso, passando da Trento, a Torre Vanga  ho visto che c’era una mostra fotografica dal titolo: I Silenzi della Neve. L’ho visitata. Fatalità…
Fotografie di neve, dall’Archivio Fotografico Storico, immagini bellissime, tutte bianco e nero. Protagonisti: il Silenzio e la Neve. Fatalità…

E proprio dalla raccolta “Fatalità” gli organizzatori della mostra hanno scelto questa poesia di Ada Negri, che , stampata sopra un pannello scende dal soffitto. Il titolo è “Nevicata”.

Sui campi e su le strade
silenziosa e lieve
volteggiando, la neve,
Cade.

Danza la falda bianca
Nell’ampio ciel scherzosa,
poi sul terren si posa,
Stanca.

In mille immote forme
sui tetti e sui camini
sui cippi e nei giardini
Dorme.

Tutto d’intorno è pace;
chiuso in oblio profondo,
indifferente il mondo
Tace.

Ma ne la calma immensa
Torna ai ricordi il core.
E ad un sopito amore
Pensa.

qualcosa sulla mostra: http://www.giornalesentire.it/2012/dicembre/2919/isilenzidellaneve.html

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STELLE

scattata da me

“Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che saranno ridere!”
E rise ancora.
“E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per piacere… e i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai” Sì, le stelle mi fanno ridere! “E ti crederanno pazzo. T’avrò fatto un brutto scherzo…”
e rise ancora.   “Sarà come se t’avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere…”

dal libro “Il piccolo principe” di Antoine-Marie-Roger de Saint-Exupéry

DOVE NON BASTA IL MARE

 

PEPE

Questa sera ho fatto il solito giro a piedi, un’ora di passeggiata. C’era vento caldo, caldissimo, sembrava maggio, si stava bene. Pensavo leggero, guardavo i campi che ora sono a riposo, in attesa.  C’era Pepe con me, un setter di tre anni. Sono inciampata, senza cadere, ma lo sforzo per rimanere in piedi mi è costato un dolore piuttosto forte alla schiena per cui mi sono fermata. Pepe si è bloccato (era un po’ più avanti il guinzaglio è lungo), si è voltato, mi ha raggiunta camminando lentamente, orecchie alzate, il muso serissimo e mi si è avvicinato, con cautela e delicatezza. Ho dovuto rassicurarlo, era evidente che si era spaventato ed era preoccupato. Sì, preoccupato. La cosa è accaduta mentre si tornava, a un paio di chilometri da casa. Per tutto il tempo, ogni tanto si fermava, e mi guardava, e poi con estrema delicatezza si alzava sulle gambe posteriori appoggiandosi a me,  cercando di avvicinare il suo muso al mio viso. Non è solito farlo, se non quando mi saluta. Era più che evidente che voleva essere rassicurato, aveva capito che era successo qualcosa e che non stavo bene. E ancora una volta ho pensato a quanto sanno dare questi animali a differenza della gran parte del genere umano. A quante volte chiamiamo “amore” ciò che è altro… A quante volte passano inosservati  alle persone  dolori, assenze, giorni bui e freddi. La tristezza, la solitudine.  A quante volte non vengono ascoltate parole o silenzi, a quante volte viene negato una parola, un gesto, un abbraccio, una carezza, un po’ di …. tempo.  Lo sguardo  di un cane è un  abbraccio che sa scaldare il cuore. E anche guarirlo.

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pepe

vabé insomma mi hanno fatto una foto bruttissima ma io sono bellissimo. Celestina mia ha promesso che mi farà una foto con la luce giusta, io in compenso ho promesso che poserò … IMMOBILE.

AFFINITÀ

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Ciao Lucy….  Ci somigliamo… Mi fai entrare nel fumetto?

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CORRIERI DAL CIELO

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foto dal web: wallpaperswide.com

Questa notte, verso le 4,00, mentre dormo profondamente, qualcuno suona. Un’occhiata al videocitofono: NULLA, nessunissima immagine.  Chi è? Chi è? Una vocina acuta e sottile come quella di un bambino arriva a malapena dall’apparecchio: sono iooooo sono quiii ma non mi vedi? Sono piccino, è vero ma insomma non ce la faccio più di saltare. Apri!!! Insomma, mi vuoi aprire questa maledetta porta? Infilo vestaglia e pantofole e scendo. Apro la porta e  il… coso… della foto entra in casa correndo come un razzo, e si dirige verso il camino (spento). Lo guardo, allibita e penso: ecco, sto avendo un incubo, eppure ieri sera non ho partecipato ad alcun cenone, non ho bevuto. E non fumo niente, nemmeno la sigaretta elettronica che va tanto forte di questi tempi. Lo seguo, e questo mi dice: senti ma un po’ di legna nel camino noooo? Io vengo da Roma, ho volato fin qui e sto morendo di freddo.  Da Roma? domando io. Ma chi sei? Lui: sono una matricola della PCS-Pieffe Costellation Shool! Chi potrebbe mai essere, secondo te, uno combinato così? Dovevo immaginarlo che dietro a ‘sto coso pelosetto e piccino c’era Pieffe. Accendo il camino e dopo un po’ il topo parte con lo spiegone che, per compassione, vi riassumo solo brevemente. Il poveretto è l’allievo n. 75893P di Pieffe. Prende lezioni di volo, per il momento, (… e qui .. non ho osato chiedere notizie sul  dopo-lezioni di volo, ho avuto paura giuro). Pieffe, perché si allenasse, lo ha mandato da me per consegnarmi un pacchetto espresso urgente. Fatta la predetta spiega, si ripiega ben bene le ali, si mette sul divano e si copre con un plaid. Io vado in cucina, preparo una tisana calda e quando gliela porto lo trovo addormentato. Secco secco. Gli metto un secondo plaid sui piedini gelati, e apro finalmente il famoso pacchetto. Destinatario: CelesteChiaro,  Riservato-Personale Urgente.  Timbro blu, una serie di stelle: riconosco la costellazione di Orione. Dentro che c’è? Ve lo dico prossimamente a meno che Pieffe non voglia farlo di persona. Cosa che sarebbe gradita,  date le circostanze. Insomma il topo, che era arrivato semi congelato, adesso è qui, al caldo, vicino al mio camino e dice di non saper più tornare.  Suggerimenti?

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2012 IN CONTROLUCE.

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

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Ecco un estratto:

2012: 4,329 films were submitted to the 2012 Cannes Film Festival. This blog had 25.000 views in 2012. If each view were a film, this blog would power 6 Film Festivals

Nel 2012, ci son stati 50 nuovi articoli, che hanno portato gli archivi totali del tuo blog a 409 articoli. Hai caricato 135 immagini.

Il giorno più trafficato dell’anno è stato 16 marzo con 211 pagine lette. Il messaggio più popolare quel giorno fu LA CHICCA – UNO.

Attrazioni nel 2012: ecco gli articoli più letti nel 2012.

Alcuni dei tuoi articoli più popolari sono stati scritti prima del 2012. I tuoi scritti restano!

(fin qui è scritto da WordPress, compreso il sottotitolo che cita i folletti!!!)

 

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da me:

Grazie a tutti e a tutti un abbraccio affettuoso per un tempo che sia foriero di luce e di tante piccole cose belle. Piccole perché è lì che sta la bellezza, dentro le piccole cose: lo diciamo sempre, qui.  Cerco di nominarvi tutti, questo blog è frequentato da 4 gatti ( ma che gatti! ) e questa è una ragione in più per essere orgogliosa di questi “numeri” che stupiscono me, prima di tutti.  In ordine sparso: 

Marinz, cui devo, tra l’altro, la migrazione del sito e poi tanti motivi di riflessione.
Pieffe, orecchiette, speciali sapienti e acute oltre che straordinariamente intuitive. Devo molto a quell’essere  peloso, non solo per questo sito, ma per ciò che rappresenta nel mio Tempo.
Petula, la gatta filosofa e Lucertola, da preda ad allieva. Devo molto anche alla sua coda e al suo naso.
Pinuccia, donna e nonna intelligente, delicata e sensibile, si commenta da sé, basta leggerla.
Roberta (Frost), che si diverte con noi e tesse le foto come una moderna Penelope.
Sir Biss che porta odori di lago e profumo di salvia e rosmarino e tanta partecipazione. Che sa prendersi in giro come ahimé pochi sanno fare.
Riccardo: quando i “numeri” sono alti, per visite e interventi, dietro c’è spesso lui, a dibattere con orecchiette e gatte. Un altro pilastro di cemento armato qui e non solo qui.
Francesca Pacini (Mulino di Almeto): perché è a lei che devo l’incontro con Pieffe e Petula.  E anche l’onore di avere scritto su Silmarillon. Non scriverò MAI come lei ma proprio per questo è un piacere vero leggerla. Imparo.
Carola, dal cuore dolce e romantico: la sua sensibilità e il suo calore dentro casa hanno fatto spesso il lavoro di un plaid. Amica di una vita, non ci si vede quasi mai, ma noi ci siamo.
Simona dagli occhi blu, che si firma Lotus, per qualche verso così simile a me da sembrare quasi…. mia parente  😉
GilGanesh che ci manca molto, così come il Gollum: hanno creato tante divertenti sceneggiature:  ci hanno dato tanto cuore e tanti sorrisi. E fiato per questo posto.
Simonetta (Calembour), che delle parole ne ha fatto e ne fa un mestiere.
E poi a tutti quelli “qui non nominati”,  e anche a quelli che leggono regolarmente senza apparire e mi scrivono  le e-mail.

Celeste anno a tutti, dal cuore.
Orietta

ps perdonatemi questa seconda autocelebrazione … Giuro che è l’ultima.

MAGIE

Alcune cose saranno sempre più forti del tempo e della distanza, più profonde del linguaggio e delle abitudini: seguire i propri sogni e imparare a essere se stessi, condividendo con gli altri la magia di quella scoperta.

Sergio Bambarén – tratto da ‘Il Delfino’

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stelle

LETTERINA

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Caro Babbo Natale
Innanzitutto vorrei chiederti una cortesia ed è quella di levare il tuo sederone dal mio petto quando cerco di dormire, perché sei pesante inoltre soffochi il respiro.  Poi, quando capita che  si aggiungono le renne, francamente non ce la posso fare. Non riesco a respirare e mi sento morire. Ecco.

Quando ero piccola, tu per me non esistevi. Per me c’era Gesù Bambino che veniva la notte di Natale a farmi visita e mi lasciava qualche pensiero. Lottavo contro il sonno perché con la mia immaginazione vedevo quel piccolo bimbo ovviamente nudo, girare nel cielo e infilarsi in tutte le case dove vivono bambini, e, invece di gioire per questo, domandavo sempre a mia mamma se fosse giusto e bello che prendesse tanto freddo.

Tu invece hai il cappottone rosso, con il pelo, cappello e guanti e anche la barba. E viaggi con la slitta sotto coperte di peliccia: vuoi mettere? Inoltre, dato il tuo peso (e io lo so bene … ) hai una bella riserva di grasso a proteggerti.

Vabè comunque scrivo anche io la mia letterina.
Banalmente ti potrei dire: cancella il dolore dal cuore degli uomini, libera tutti i bambini dal morso della fame e da quello delle mosche, da quello del freddo e anche dal caldo. Carica tutte le armi del mondo sulla tua slitta e fa che si disintegrino nello spazio. E poi porta via tutti quelli che hanno il cuore marcio e l’anima corrotta. Per questo dovrai disporre di un posto molto, molto, ma molto grande, ma siccome l’universo è infinito,  dovrebbe verosimilmente bastare.

Sono le stesse cose circa che chiedevo già molti e molti anni fa al Gesù Bambino che girava per i cieli, tutto nudo e piccolino. Offrivo in cambio i doni che erano a me destinati, ma lui non mi ha mai ascoltata: come vedi anche tu il mondo è sempre peggiore e fa sempre più male.
La stessa cosa la feci quando mia madre stava per salutare il mondo e soprattutto me. Pregai fino allo spasimo non so nemmeno bene chi o cosa, barattando cose di me nella mia mente: ero un po’ più grande ma in fondo nemmeno tanto. Comunque sia non è servito a niente, e,  se tutto questo, se non lo ha fatto Gesù Bambino, non mi aspetto che possa farlo tu.

Ma…
Ma se davvero puoi fare qualcosa per me sola, allora avrei delle cose da chiederti. Vado.

Dammi la capacità di riconoscere il falso dal vero, gli amici dai nemici, chi mi vuole bene e chi invece mi usa. Dammi la luce per distinguere bene i contorni di tutte le cose, per vedere chiaramente la linea di confine tra il teatro e la vita, ammesso che esista un distinguo. Fammi capire qual è il sogno e qual è il vero, sempre che vi sia distinzione tra il sogno e il vero. Aiuta la mia anima a trovare l’uscita dalla caverna di Platone perché anche quando fa male, voglio vedere tutte le cose come sono per davvero, e non riflesse da luci perverse e artificiali.
Restituiscimi almeno una volta al giorno la voglia di giocare, non importa a cosa: un due tre stella, nascondino o battaglia navale o amore adulto da inventare.
Dammi la possibilità di riconoscere in fretta l’ambiguità delle persone e delle cose, di modo che io possa informarne le mie energie, perché si risparmino laddove sarebbero sprecate, ma si spalmino dove può crescere qualcosa di bello. Ma prima dovrai convincermi che ci sono buoni semi e buona terra.
Dammi una mano ad essere sempre me stessa, a sostenere e sopportare le incoerenze del mio cuore senza sentirmi soffocare dalla logica semplice e precotta di modelli spacciati come verità universali, comodo uso e facile consumo per chi non si fa troppe domande per tutta la vita.

In poche parole lasciami accanto al caminetto una fiducia consapevole.

L’ITAGLIA CHE TAGLIA (?)

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Un milione e mezzo di euro.
Pare sia questo il costo sostenuto per il nuovo software che avrebbe dovuto gestire i turni del personale di TRENORD. Non funziona. Da due giorni viaggiare corrisponde ad una situazione a metà tra Kafka e Fantozzi.
Ieri sera sono salita sopra un treno a Milano Cadorna alle 18.30, sono arrivata a casa mia alle 21.00. Percorrenza normale? 33 minuti.
Ma sono arrivata alle 21.00 grazie ad un passaggio in auto a due terzi del percorso.
Eggià, perché c’è anche stato un malore per cui si è aggiunta l’ambulanza. E quando arriva una ambulanza in stazione, non si sa bene per quale motivo, il treno DEVE aspettare che la persona venga presa in consegna dalla croce rossa. Perché? Non si sa. Basterebbe che un incaricato della stazione si occupasse della cosa e attendesse l’ambulanza, senza fermare centinaia di persone. Ma questo è solo un inciso.
L’altro ieri sera, situazione identica a quella di ieri sera.  Stamane pure.
Allora: NON riescono a gestire i turni del personale. Pare che il nuovo sotfware non sia satato testato. Nel mio piccolo – uno studio professionale sette persone in tutto – quando si cambiano i software si lavora in parallelo per un tot di tempo. Qui no… Eppure gestiscono linee ferroviarie e migliaia di persone e la sicurezza di migliaia di persone. E, detto tra noi, lo studio dove lavoro non brilla certo per capacità organizzative nè per altro..
Inoltre si può “tornare” al lavoro a mano.. Troppo difficile? Impossibile? O troppo costoso?
I treni vengono soppressi perché in questo modo non vengono riconosciuti i bonus che spettano in caso di ritardo. La soppressione dei treni NON rientra nella casistica “ritardo”.

Che dire?
Non ho parole, solo un grande senso di sconforto.
Ieri sera, per fare 30 chilometri di ferrovia ho impiegato tanto quanto il tempo che impiega un freccia rossa da Milano a Roma.
Stamane sono arrivata fradicia di sudore, ho viaggiato con i capelli di persone quasi in bocca, con la borsa stretta tra le mani e le ginocchia di non so chi.
E’ umiliante, a parte tutto, la totale mancanza di informazioni. Qualche annuncio (raro) arriva dall’altoparlante e sono voci ostili, senza una scusa, senza un minimo di cortesia. Sarebbe gradita perfino una forma fredda e asettica. Invece offendono. Loro. Capito?
Vorrei vedere i cedolini paga dei dirigenti e i compensi degli amministratori. O forse no. Forse meglio non sapere.

Stamane una signora ha raccontato che si era fermata a parlare con un macchinista il quale ha detto che loro “viaggiano a vista” e che neppure i percorsi sono sicuri. Che utilizzano i loro cellulari per muoversi sulle lineee. Cosa dobbiamo aspettarci? Un disastro ferroviario?

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_dicembre_11/trenord-treni-pendolari-disagi-nuovo-software-malfunzionamenti-2113108818399.shtml

 

CAMPANELLINI

 

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Nevica, un pochino. Nevica sulla città, nevica sulla campagna. Ieri era tutto bianco, da me, e ci potete credere? I cani da caccia non possono uscire nella campagna. Ma non voglio sollevare un polverone sulla caccia nè sulle leggi che regolano queste cose, non è mia intenzione, non è il momento, non c’è voglia di parlarne tantomeno cuore. Le siepi spinose di ginepro stanno bene anche senza noi dentro, e se ci entriamo rischiamo di non uscirne più. Vanno bene per questa stagione:  ginepro e bacche e agrifoglio, qualcuno ne fa ornamento per l’uscio di casa.  Pensavo, i giorni scorsi,  alla casa di mio padre, a lui che tornava dal suo orto con in mano la verza perchè aveva “preso la gelata” e allora sì, che era buona da mangiare. Arrotolo un gomitolino tra le dita e il filo dell’esistenza di mio padre mi conduce un pochino, come una bussola, verso i libri di Mario Rigoni Stern, dove le stagioni avevano un canto ben preciso, un suono ben preciso, ed erano anche annunciate in modo ben preciso: per l’inverno c’era il campanellino dello scricciolo, che lo annunciava. Lo scricciolo emette un suono che ricorda un campanellino d’argento. E il campanellino si chiamava neve. Ecco che si percepiva la neve, non dalle previsioni di  Meteo 24, ma grazie anche a un piccolo esserino piumato. Basterebbe ascoltare il campanellino d’argento per tirare fuori le pale e preparare la scorta di sacchi di sale, non serve internet, non servono i satelliti. L’anno scorso nevicò in gennaio, e il campanellino d’argento per me, dallo scorso gennaio, porta il nome di un amico che non amava per niente la neve però amava la musica. A volte penso ai fili che uniscono destini e colori, suoni, odori: chissà, forse “Preghiera in Gennaio” di De Andrè la porto dentro da sempre perché qualcosa ha sempre saputo,  al di là e oltre questo apparente “sé” che sarebbe stata anche una “mia” preghiera.  Dicevo, le stagioni e i passi di queste che depositano anni sull’anima. E neve. Un po’ si scioglierà, altra invece concorrerà a formare ghiacciai eterni che avranno una qualche utilità negli anni che verranno. Forse serviranno a far scivolare via le cose inutili, e i semi che sarà meno utile ma anche meno possibile piantare. La terra fertile, quella densa, nera e scura, quella che feconda e accoglie, occupa sempre meno spazio, ha un angolo sempre più piccino e più esigenze. Certe volte il vento, le parole, le offese, umiliazioni e il dolore la rendono sterile, inospitale, allora serve il tempo perché gli uccelli possano di nuovo posare cioè che serve. Eggià, come dice anche De Andrè, i fiori non nascono dai diamanti. Mai. Quando morì mia madre si abbassò una saracinesca sul mio cuore, la terra andò in letargo per tanto, tanto tempo e si formarono, sull’anima, ghiacciai. Era bello in un certo senso: non sentivo niente, dopo un po’ nemmeno il dolore. Ma come sempre sotto la neve c’è calore e presto o tardi qualche germoglio riesce a fare il suo buchino. Ma questo post scritto direttamente sulla lavagna bianca della pagina, è una riflessione a ruota libera dato che malgrado tutto, malgrado la ragazzina silenziosa e pulita, vestita di jeans e maglione, pettinata e in ordine, stamane all’angolo aveva un cartello con scritto “ho fame”, malgrado tante persone dopo le vacanze di Natale troveranno la scritta “chiuso” fuori dall’azienda, malgrado tutto, il motivetto orribile e offensivo “A Natale a Natale si può dare di più” riecheggia nella mente come un martello, malgrado anche tutte le Preghiere in Gennaio. Mario Rigoni Stern ora, vivrebbe delle sue provviste accantonate in estate, bollirebbe le sue zuppe sul fuoco della legna anche questa accatastata con pazienza e con rispetto. E con lo stesso rispetto mangerebbe la carne degli animali cacciati, con rispetto,  quando era tempo di cacciare. Uscirebbe il fumo dal suo camino e lui con i suoi cani accoccolati accanto, probabilmente leggerebbe, scriverebbe, e forse preparerebbe un vino caldo ai chiodi di garofano. Non lo so perché la mente mi porta questi pensieri: forse perché a volte c’è bisogno di anima e di pelle. Di cuore e di pancia. C’è bisogno di amore e di calore e di cose vere. I giorni pesano sui giorni, violentano l’anima e la offendono, siamo ricattabili, siamo pieni di colpe, compresa quella di “possedere” una casa o di non essere “congrui” con i coefficienti di reddito o di aver bisogno di farmaci che costano una fortuna.  Siamo macchiati del peccato originale, ce lo dicono da piccoli e per tutta la vita dobbiamo meritarci il perdono. E di chi?  E per cosa?  Personalmente non sono certa che questa vita sia un dono, spesso e per molti è una condanna.  Penso a chi non ha mai avuto un tetto sulla testa e a chi  mangerebbe la carta del nostro pandoro, quello che può dare di più.   Ma mi fermo qui, anche questo è un campo spinoso e anche minato.  Sabato scorso è mancata la nonna Rosa, la nonna di Silvia. All’ufficio delle onoranze funebri guardavo gli occhi di Silvia, infossati e lucidi mentre il titolare parlava di colei che fino a due ore prima era la sua Nonna Rosa chiamandola “la salma”. Siamo pazienti, contribuenti, utenti, elementi, matricole, risorse umane, consumatori, infine salme. Domani la nonna Rosa sarà cenere. Quando e per chi siamo uomini e donne? Ho finito di scrivere e è finito anche di nevicare. Fuori, intendo. Dentro è diverso. Ho sentito il campanellino d’argento qualche settimana fa. E nevica. Nevica. 

NOTTE

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La notte impone a noi la sua fatica magica. Disfare l’universo, le ramificazioni senza fine di effetti e di cause, che si perdono in quell’abisso senza fondo, il tempo. La notte vuole che stanotte oblii il tuo nome, i tuoi avi ed il tuo sangue, ogni parola umana e ogni lacrima, ciò che potè insegnarti la veglia, l’illusorio punto dei geometri, la linea, il piano, il cubo, la piramide, il cilindro, la sfera, il mare, le onde, la guancia sul cuscino, la freschezza del lenzuolo nuovo… Gli imperi, i Cesari e Shakespeare e, ancora più difficile, ciò che ami. Curiosamente, una pastiglia può svanire il cosmo e costruire il caos.

Jorge Luis Borges, Il sonno

DI STUP-ORI E DI LETTURE DI ORI

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(….) L’unica cosa di cui abbiamo bisogno per diventare buoni filosofi è la capacità di stupirci.

Tutti i bambini piccoli ce l’hanno. E ci mancherebbe altro. Dopo soli pochi mesi di vita cominciano a percepire una realtà nuova fiammante. Eppure a mano a mano che crescono questa capacità di stupirsi sembra attenuarsi (….)Se un neonato potesse parlare, avrebbe sicuramente molte cose da dire sullo strano mondo in cui è capitato. Tuttavia, se il piccolo non può esprimersi a parole, indica tutto quello che gli sta intorno, cercando al contempo di afferrare gli oggetti che si trovano nella stanza.

Quando comincia a parlare, può succedere che il bambino si fermi di colpo e dica: “Bau bau “ogni volta che vede un cane. Comincia ad agitarsi nella carrozzina, muove freneticamente le braccia e ripete:” Bau, bau, bau, bau! “.Allora noi, che abbiamo qualche anno in più alle spalle, ci sentiamo forse un pò a disagio per via del suo entusiasmo. ” Ma sì, ma sì, è un bau” rispondiamo, ormai abituati al mondo. “Adesso però fai il bravo, su!”. Non proviamo la stessa eccitazione: abbiamo già visto un cane. Una scena del genere si può ripetere centinaia di volte prima che il bimbo riesca a incrociare un cane ( o un elefante, o un ippopotamo) senza perdere il controllo. Tuttavia, molto prima che il piccolo impari a parlare nonchè a pensare in modo filosofico, il mondo sarà diventato per lui un’abitudine.

(….) La cosa più triste è che, crescendo, noi non ci abituiamo solo alla legge di gravità bensì al mondo così com’è. In altre parole, perdiamo a poco a poco la capacità di stupirci per quello che il mondo ci offre. Ed è una perdita grave, alla quale i filosofi cercano di porre rimedio. Nel nostro animo noi intuiamo che la vita è un mistero. E questa è una sensazione che abbiamo provato una volta, molto tempo prima che imparassimo a pensarci.

(….) Anche se le domande filosofiche riguardano tutti gli esseri umani, non tutti diventano filosofi. Per motivi diversi, la maggior parte delle persone è così presa dalle cose di tutti i giorni che il pensare all’esistenza occupa l’ultimissimo posto…

Per i bambini, il mondo, con tutto ciò che offre, è qualcosa di nuovo, di stupefacente. Non è così per tutti gli adulti, la maggior parte dei quali percepisce il mondo come un fatto ordinario.

I filosofi rappresentano una nobile eccezione. Un filosofo non è mai riuscito ad abituarsi del tutto la mondo che per lui continua ad essere assurdo, sì, enigmatico e misterioso. I filosofi e i bambini hanno in comune questa importante capacità. Potremmo ben dire che un filosofo conserva la pelle delicata di un bambino per tutta la vita.

(….) Un coniglio bianco viene estratto da un cilindro vuoto. Dal momento che l’animale è molto grosso, ci vogliono miliardi di anni per fare questo gioco di prestigio. Sulla punta dei suoi peli nascono i bambini. In questo modo hanno la possibilità di stupirsi di questa incredibile magia. Tuttavia a mano a mano che diventano vecchi, scivolano sempre più giù nella pelliccia del coniglio. E lì rimangono. Molti stanno così bene che non osano più arrampicarsi nuovamente sui peli sottili. Solo i filosofi si imbarcano in questo viaggio pericoloso alla ricerca dei confini ultimi della lingua e dell’esistenza. Alcuni cadono, altri però si aggrappano con tutte le loro forze ai peli del coniglio e gridano agli uomini che, comodamente sistemati nella morbida pelliccia dell’animale, mangiano e bevono in assoluta tranquillità. ” Signore e signori- dicono i filosofi- Siamo sospesi nel vuoto!” Ma agli esseri umani che vivono di sotto non importa nulla. Anzi, prima commentano:” Uffa che scocciatori” poi continuano a ripetere le stesse cose di prima:” Mi passi il sale?”, “Come va oggi la Borsa?”, “Quanto costano oggi i pomodori?”, “Hai sentito che lady Di aspetta un bambino?”.

Da “Il mondo di Sofia” di J. Gaarder

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TÈ – PER DUE, PER TRE, PER TRENTATRÉ

foto dal web
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Ho apparecchiato. La mia nonna avrebbe detto: con il servizio buono. Ma noi ci vogliamo bene tutti i giorni quindi non c’è il servizio buono e quello meno buono. Ecco. Accomodatevi. Se Ricc.  si ricorda i ceppi, presto sarà anche caldo.  Pieffe mi raccomando parcheggia bene l’astronave vicino alla staccionata e non sopra la staccionata (questi mezzi spaziali non sono fatti per la terra).  Una precisazione: di tazze nella credenza ce ne sono altre.

O-MAGGIO (IN NOVEMBRE)

Usa la Forza per saggezza e difesa. Mai per attaccare! 

EH VABÉ !!!!

Chi mi conosce mi farà nera per via della mia allergia per le commemorazioni ricorrenze celebrazioni di ogni tipo

ma siccome nel post precedente leggo tante cose belle allora…. Ecco ..

1 CONTROLUCE, 400 POST , 5909 COMMENTI,  120 mila circa VISITE (Splinder+WP)

GRAZIE !

BELLEZZE AL BAGNO

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Creme cremine sieri fluidi pozioni lozioni.
Contro rughe, cellulite, seni piccoli, grandi, cadenti. Smagliature e cicatrici, pelle grassa magra mista. Segni di espressione, zampe di gallina ecc ecc.
Funzionano? NO! Lo sanno tutti, soprattutto le donne. Eppure sono le donne ad alimentare questo mercato che comprende sofferenze agli animali, enormi danni al portafoglio e anche all’autostima.

La maggior parte dei prodotti cosmetici contiene siliconi e paraffine e altri petrolderivati. Impediscono alla pelle di respirare, creando una specie di film che la soffoca. Per forza sembra lucida, liscia e levigata! Diventa di plastica! Il silicone NON è biodegradabile, non si smaltisce, resta nell’ambiente, figurarsi i danni che provoca alla pelle. Per questa ragione  sono state vietate, per esempio,  le protesi al silicone. Eppure quanti prodotti cosmetici lo contengono? Moltissimi. Davvero moltissimi.

Siamo bombardati  da “pelle visibilmente più giovane in sette giorni”, “capelli con la brillantezza del diamante”, “una pelle effetto cachemire”, “la chirurgia può attendere” .
Un mercato colossale, un business miliardario attorno a tante cazzate che noi donne ci beviamo. Ci  caschiamo  dentro con tutte le scarpe in questo mare magnum di illusioni, ci lasciamo incantare da affermazioni quali “test clinici dimostrano che ….. ” oppure “dalla ricerca scientifica, otto donne su dieci….”

Bè, lascio qui due trucchetti infallibili se qualche ragazza giovane avesse qualche dubbio sull’efficacia di un prodotto.

1) quando la bellona di turno nello spot recita “l’ho consigliato a tutte le mie amiche”  dubitate molto molto seriamente!

2) quando a consigliarvelo è una vostra amica: in tal caso abbiate la certezza assoluta. NON FUNZIONA!

Perché? Bè, semplice: se una donna scoprisse un prodotto così “miracoloso”, capace di far sparire le rughe o alzare le tette sollevare glutei o sconfiggere la cellulite NON lo confesserebbe mai. Nemmeno sotto tortura! Figurarsi consigliarlo ad altre donne!!

Perché ascoltare questi consigli?

Ma perché voi valete!

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Scusate una nota personale: questo è il quattrocentesimo post di Controluce. 400!! Che dire?  Grazie!  

COS’E’?

Credo tutti qui conoscono la mia passione per le immagini, per questo mi piacciono le fotografia, mi piace farne. Ogni tanto giro tra i siti di fotografie, e ho trovato questo sul sito WallpapersWide. Mi piace, mi piacciono i colori, mi piace l’oggetto.

Ma … Cos’è??

VAL-ORI

BLA BLA BLA

“Ma no.. quali mezzi? Figurati! Mio marito a Milano a lavorare ci va in macchina! Funzionassero, i mezzi a Milano… ma schifo come fanno, è impossibile!”

Conversazione captata dalle mie orecchie sul treno Milano Como, in prossimità della mia fermata, una sera di qualche settimana fa, tra due signore. Arrivata dritta dritta sui miei nervi già provati dalla giornata. Per fortuna un briciolo di saggezza ha fatto scattare uno dei pochissimi riflessi ancora svegli per cui  si sono serrate le mascelle attorno alla lingua.

Pura polemica, critica gratuita, luoghi comuni, parole buttate là senza avere l’idea di cosa si sta parlando, come e perché. Ultimamente sono intollerante verso i luoghi comuni, soffro di  idiosincrasia acuta verso le polemiche sterili, le critiche ingiuste  e le persone che parlano tanto per il gusto di aprire la bocca.

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Ebbene sì, ancora Milano. Ma a parte il cuore di Milano e il mio che batterà – per sempre – per e con Milano nel senso che Milano non può uscire da lì nemmeno se io volessi. A  parte questo:

Oggettivamente:
MILANO ha una rete di trasporto pubblico invidiabile. Sfido chiunque dovesse tratteggiare un percorso da un luogo ad un altro, trovare un tratto che comprenda più di 200/300? metri a piedi.

just in case: http://www.atm-mi.it/it/Pagine/default.aspx

Tre linee di metropolitana,  saranno cinque nel 2015, data in cui saranno completati i lavori di ulteriori due linee. Passante ferroviario: http://www.msrmilano.com/passante_ferr.htm.

Praticamente non esiste (e meno esisterà) periferia che non sia raggiunta dalla metropolitana con tanto di parcheggi auto e terminal bus. Anzi non esisteranno periferie, parlando in termini di velocità di trasferimento.

Non manca di certo l’attenzione per chi ama la bici: ci sono le biciclette comunali prelevabili dalle moltissime stazioni sparse per tutta la città. (controluce del 02.07.2011).

https://lucecontroluce.wordpress.com/2011/07/02/colora-mi/

Ambiente? I bus a gasolio stanno per essere sostituiti. La circonvallazione interna, per esempio, servita dalla “94”, usa già alcuni bus elettrici. 

Né manca l’attenzione per i ragazzi che nel fine settimana si muovono dopo le ore di fine servizio dei mezzi pubblici. Si può evitare il taxi? Certamente! Si può eccome!
La Città di Milano offre un servizio  “bus by night” attivo tutti i venerdì notte e i sabato notte, al costo di un euro. Sono nove, i punti di raccolta, dislocati nelle aree più frequentati dai giovani nelle ore notturne.

http://www.milanofree.it/milano/trasporti/bus_by_night_a_milano.html

E per gli altri? Donne in giro di notte per esempio?
Esiste “Radio Bus” un servizio notturno di bus a chiamata, praticamente un taxi. Attivo tutti i giorni, dalle 20 alle 2.00 ti viene a prendere dove ti trovi e ti porta a casa. Costo: due euro per il biglietto acquistato nelle rivendite, euro 2,50 se il biglietto lo acquisti sulla vettura.

http://www.atm-mi.it/it/ViaggiaConNoi/Radiobus/Pagine/Radiobus_.aspx

Cara signora viaggiatrice comasca in quel di Milano (spero occasionalmente, sennò sarebbe grave) è proprio sicura che suo marito usa l’auto perché i mezzi a Milano fanno schifo? Io probabilmente non indagherei, per mia forma mentale . Ma lei forse sì…. 

Ad maiora!

VERGOGNE NOSTRANE

Allora:  se andate dallo specialista o dal dentista e vi propone lo sconto, purchè senza la “ricevuta”, accettate (consiglio da italiano medio ma anche da italiano disperato).  Spiego? Ok , spiego. Diminuisce  la detrazione e aumenta la franchigia. Insomma  il povero cristo che fa il suo bravo 730 potrà detarre sempre meno dalle tasse. Questa è la geniale trovata (una delle tante) di quella massa di imbecilli bastardi che ci governa. Risultato? bè è molto semplice: aumenta il nero (e conto in banca  – svizzera – ) della classe medica specialmente. Capito come si combatte la crisi?  Riducendo le detrazioni fiscali. E’ così facile!

ps: nei commenti sono ammesse parolacce. Tutte. 

TANGHI E LAGHI

ma guardando una immagine come questa, non vi viene in mente un lago?  (o il mare, ma in questo momento io chissà perché penso al lago). Autunno, spiaggia deserta. Spiaggia minuscola, di ghiaino e l’odore del lago. Le note di Piazzolla (concordo, Roberta),  Libertango… Escualo. Per esempio. Dolce-forte. Fortissima.  Strumenti che si pucciano nel lago di autunno, insieme al sole. Immagine dolce, morbidissima, sensualissima e calda. Come le note. Come la notte. Oltre la finestra della minuscolissima pensione che si affaccia sulla minuscolissima spiaggia di ghiaino, con le persiane di legno verde scuro, i muri esterni strullati, color rosa antico, l’interno è di lenzuola fresche che odorano di sapone,  stirati di fresco.

E … Libertango…

 

Immagine: Frost. Grazie!  http://robertaenne.wordpress.com/


 

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CAMBIA-MENTI

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Ci sono eventi, situazioni, stupori, delusioni, dolori che ci cambiano.

Non accade repentinamente ma nemmeno troppo lentamente, però accade profondamente e in modo significativo, intimo, incisivo. Forse definitivo.

Certe tempeste infuriano nel cuore e nella memoria: soffia un tale vento che disordina, stravolge e a volte disperde. Convinzioni, ideali, credo, fede. Crollano fiducia, stima, qualsiasi motivo di condivisione. E il passato, con i suoi slanci  diventa motivo di pentimento, il presente in qualche modo ricattabile, gli errori molto poco riparabili.

E capita che guardi le persone con lo stesso vetro nel mezzo, però  più trasparente, più nitido.  Come se passata la pasta levigante sul cristallino, vedi meno opaco.

E ti domandi chi sono le persone che hai davanti, dove sono gli occhi che un giorno ti hanno dato ristoro, sorriso, pace. Dove?

È che viviamo di illusioni, di costruzioni, di paure, di convinzioni che il nostro mondo contiene tutte le rassicurazioni di cui abbiamo bisogno, edulcoriamo le cose finché queste finiscono per somigliare all’oggetto dei nostri sogni. Ci innamoriamo di scatole che riempiamo di illusioni, di attenuanti, di concessioni, di perdoni, elargiamo possibilità e assoluzioni.  Prendiamo per mano superficialità e le trasformiamo in profondità. E ci crediamo, ci tuffiamo dentro con tutte le scarpe. Bella caduta!! Inconsapevolmente cadiamo in basso credendo di elevarci. Crediamo di vedere le stelle invece sono lampadine dismesse degli alberi di Natale dell’anno prima. Beviamo parole, e parole e parole trovandoci dentro sapienza e saggezza invece c’è solo presunzione e arroganza. E il misero tentativo di colpire, stupire, impressionare.

Ma poi il dolore quando è forte fa crollare tutto il castello di carta, gli occhiali dalle lenti colorate cadono miseramente e si infrangono e la realtà ci acceca quasi. Ma dopo passa. Si va avanti e magari per cento miraggi di oasi nei deserti sui nostri cammini, ne troviamo qualcuna che ci piace per com’è, e per com’è l’amiamo. Si sta male, quando crollano i miti, fanno un casino bestiale, un rumore nei giorni che rimbomba nella testa. Cadiamo anche sopra le macerie di una storia d’amore, di una amicizia, o sopra cioè che siamo,  ma poi quando rialziamo la testa, insieme ai dolori delle ossa e del cuore, in mezzo ai lividi, e tra le fessure degli occhi pesti, vediamo più chiaro. Certe volte le botte fanno bene, cadere può essere una fortuna, una opportunità. In alcuni casi la caduta e la botta sul testone è salvifica.

“Ciò che non uccide rende più forti” scrisse Nietzsche, e sebbene non mi sia particolarmente simpatico, in questo sono d’accordo con lui. Lo insegna la vita, lo insegna il dolore, soprattutto. E sempre cadendo si impara anche a voler sempre più bene a sé, ad essere più indipendenti,  a distinguere la plastica dal vero, che cerca di vivere respirando più cielo e meno gas di strada, che si veste poco ma di lino e cotone. Mai di lustrini e lamé.

INCONTRI

 

 

Sabato mattina. Un bosco fuori Roma,  Pieffe ed io. Bastone in mano, passo lento ma costante, silenzio. Solo la canzoncina lieve e per me assolutamente incomprensibile sussurrata dalla voce di Pieffe. Nessun altro essere umano. Solo io e poi Pieffe, con le sue orecchiette vibranti, pronte a captare rumori.  Ad un certo punto si blocca, mi guarda, sorride e sussurra: ci sono! Qui ci sono, li sento! Io mi guardo attorno, guardo tra le foglie .. Niente. Lui mi fa un segno appena percettibile con l’orecchietta destra, io traccio una linea immaginaria tra la punta di questa e il terreno e … lo vedo. Uno gnomo!!! Lui afferra il suo telefonino, infatti la foto è parecchio sgranata. Non aveva altro disponibile al momento…

 http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/7993412335/in/photostream

FOLLETTI

Tempo fa trovai in rete questa cosa. Mi era piaciuta e questa sera l’ho voluta rileggere per cui l’ho cercata, nel mare della rete.  La pubblico perché credo ai folletti. I miei folletti mi hanno raccontato tante cose, mi hanno avvisata tante volte con le loro vocini insistenti e non sempre e solo per fare dispetti. Anzi ….

AEtokv9

Folletti

di Giulio Obici

I folletti non popolano soltanto le favole, spiritelli fugaci e erranti nell’aria. Talora prendono corpo tra di noi, quaggiù, per materializzarsi in un disegno sul muro, in un simbolo, in una frase, in un racconto, perfino in una persona, ogni volta forieri di un colpo di scena o di felicità, di un rimorso o di una fitta al cuore, di un invito a sorridere oppure a meditare. Non sempre ce ne accorgiamo. Anzi, molto spesso sfuggono ai nostri occhi: discreti, sovente enigmatici, frequentano le nostre strade non per essere visti, ma per essere scoperti. La loro esistenza dipende dunque da noi, dal nostro sguardo. E se siamo lesti ad afferrarli, allora scopriamo che, in fondo, altro non sono che una proiezione dei nostri pensieri: un folletto può essere visto da un passante e non da un altro. Ma quando finiscono dentro la macchina fotografica e poi inquadrati in un’immagine, tutti noi li riconosciamo per quello che sono: apparizioni improvvise in cui si condensa un po’ della nostra vita. La vita personale, sociale e perfino politica. Comunque, con i folletti delle favole hanno un tratto in comune: sono quasi sempre transitori. Un giorno ne vidi uno tracciato su un muro, ma l’indomani non c’era più.

Sono rari i casi in cui un folletto sopravviva al tempo e alle sue ingiurie. Quando accade, l’apparizione viene da lontano, carica di memorie e di ammonimenti, ma non è detto che sia un retaggio nobile del passato, può trattarsi di un’umile insegna stradale, magari consunta ma ancora eloquente, come quell’omino sbarrato dalla riga rossa del divieto di transito che oggi sorveglia il nulla e una volta segnalava un’agricoltura fertile, rigogliosa, protetta, poi travolta dal calpestio della grande fuga verso la città.

Nella città, l’apparizione può essere un fulmineo bagliore che illumina il frettoloso grigiore della strada. Un giorno, mi appostai in un vicolo nel cuore della grande metropoli, attirato da quell’ombra cupa che lo divideva a metà e stranamente ne faceva un luogo magico, separato come mi parve dal pur vicinissimo fragore urbano. In attesa che vi accadesse qualcosa capace di dare una misura alla magia, mi dicevo: apparisse un bambino… E, miracolo, il bambino apparve sbucando con il suo pallone dal nero dell’ombra, folletto di luce, apparizione di speranza, riparazione al rimorso di vecchi e nuovi calpestii.

Ma di regola, nella grande città, i folletti popolano i muri, immagini fisse collocatevi da una mano distratta e comunque ignara che poi, tra di loro, nasceranno dialoghi impertinenti o divinatorie congiure. Nel grande manifesto pubblicitario issato nel 1994, quel trampoliere dalle lunghe braghe bianche e quel moderno pagliaccio che vi si aggrappava ilare e succube sarebbero rimasti muti se un altro folletto non si fosse intromesso, per dialogare con loro, nel vicino tabellone elettorale che annunciava l’evento del secolo, la strepitosa discesa in campo del futuro. È così che nel mio obbiettivo sono finiti, insieme, la politica e i trampoli, il domani e l’incerto incedere del clown, il sorriso di carta e la malinconia del circo. Forse anche Cassandra era un folletto.
Un altro giorno, chinando gli occhi sull’acciotolato di una strada ho visto il coperchio di un tombino su cui erano ben conservati la scritta “Fognatura” e, accanto, un fascio del lontano ventennio, e allora mi sono convinto che i folletti, oltre che alla metafora, ricorrono all’ironia per scuotere, quando occorra, la nostra pigra coscienza.

E pensare che folletto deriva da folle perché ne è il diminutivo. Credo che l’etimologia di una parola non rispecchi sempre i significati che essa col tempo è venuta assumendo. È ben vero che i folletti, o almeno i miei folletti, hanno un che di stravagante, d’irrequieto o di iperbolico, insomma un tocco di follia, ma è quella follia lucida e consapevole con cui l’apparizione riesce a scardinare la normalità per diventare rivelazione. Tuttavia, almeno una volta, ho incontrato un folletto etimologicamente ortodosso. Posso dire infatti di avere fotografato la follia: non nei luoghi deputati, dove è facile raccoglierne le sembianze nei volti sempre uguali di quegli sventurati, ma sotto il cielo che ci sovrasta tutti. Accadde quel giorno caliginoso in cui vidi un omino camminare ossessivamente, calpestandoli più e più volte, lungo i giri concentrici lasciati sulla spiaggia da quattro robuste ruote, e poi allontanarsene appena intuì che la macchina fotografica l’avrebbe trasformato da folle in folletto. Il folletto, anche per assonanza, mi rimanda piuttosto alla favola. E debbo confessare che perfino i miei folletti, quelli che inseguo quaggiù, spesso mi sembrano sul punto di spiccare il volo per raggiungere l’etereo mondo da cui etimologicamente derivano. È come se ci fossero dati in prestito da una transitoria fata consolatrice che li dispensa tra di noi per indurci al sorriso e poi, prima di involarsi, li richiama impietosamente a sé. Sono questi i folletti burloni, ilari, grotteschi o ironicamente disperati che ti si parano davanti quando meno te l’aspetti, con un messaggio ma più spesso con uno sberleffo.

Per esempio, quella piccola figura extraterrestre (porta sul petto il numero 130, dunque è una delle tante) che vigila con grandi occhi stupiti su un telefono distrutto dal solito, ma non meno misterioso, vandalo. O le matite giganti che sembrano destinate a scrivere in grande e invece finiranno tagliate nella stufa a legna di tanta letteratura. O la stella a cinque punte che, disegnata sul muro, tramonta su un mucchietto di spazzatura messo là dall’ironia della fata. O la bottiglietta di birra che dal podio ti apre lo sguardo su un’ordinata platea di seggiole, parabola impietosa di un atteso Godot che non parlerà mai. O i due minuscoli manichini nudi che in una vetrinetta fanno l’amore sotto gli occhi indifferenti di un terzo piccolo manichino vestito di tutto punto, geniale miniatura, con tanto di prezzi, del grande sexy-shop mediatico che sta consumando anche le ultime briciole della seduzione.

Oppure, infine, quell’enorme scritta che ho visto tracciata a grandi lettere all’imbocco di una galleria e che suonava così: “Ti porterò nella mia testa vuota”, stravagante confessione di un dramma privato, anonimo in tutto, ma vistosamente spiattellato in pubblico come la scia di polvere sollevata da una tumultuosa partenza.

Una volta, è sembrato anche a me di essere sul punto di volare lassù, nel regno delle favole, assieme al folletto che la mia macchina aveva preso di mira. C’è da qualche parte un castello medioevale che spunta con le sue mura merlate dal cucuzzolo di un colle solitario. Un’immagine, già solo per questo, da favola. La stavo osservando nel mirino quando, improvvisamente, una piccola bambina a cavallo di una minuscola bicicletta attraversò seriosa, quasi indaffarata, l’intero specchio dell’inquadratura. Il clic della macchina fotografica dev’essere scattato da solo, mentre io mi dicevo in preda allo stupore: sì, sono entrato in una favola. Un attimo dopo, abbassai l’apparecchio e mi guardai intorno, ma la bambina non c’era più: mi domando ancora da dove fosse sbucata e dove, scomparendo, fosse finita. Forse, lassù.

Giulio Obici

Giulio Obici, maggio 2003

Il testo è pubblicato in Folletti. Fotografie di Giulio Obici, Galleria dell’Incisione, catalogo della mostra, Brescia 2003

trovato qui: http://www.incisione.com/apparati/obici_folletti.html

qualcosa su Giulio Obici: http://www.incisione.com/opere/bio.php?cognome=obici

OMAGGIO

Ehi, si, sono proprio io, la Matilda di SirBiss e Silvia. Dal giorno in cui ho avuto l’onore di essere pubblicata tra i gatti sapienti, sono cresciuta, vero?
Ora sono qui che riposo, tra l’erbetta. L’erbetta qui è … di casa. Non potete sapere quanto! Altro che l’erba di Grace!!! Qui non si scherza mica. Erbette e giardini e orti mi circondano. La mia famiglia, quella umana, intendo, mi ha lasciata sola, hanno preso il traghetto, i traditori, e se ne sono andati, lasciandomi a fare la guardia. Io ho cercato di spiegar loro che non sono un cane ma una gattina … Macché! Comunque nel caso, miagolerò. Qualcuno arriverà. Magari con un’astronave, tutina da marziano, a salvare me e la casa, lucertole e tartaruga. Eh si, qui c’è anche Gigia, la tartaruga, che a memoria del padrone di casa, ha più di mezzo secolo. Ora vi saluto, torno a sonnecchiare. Vi lascio una cosa scritte qui sotto, da un illustrissimo scrittore, si chiama Borges. Ecco, lui sì che aveva capito tutto di noi felini. Ma anche molto degli umani, e anche oltre ….

Miaooooooooooooooooooo

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Matilda tra l’erbetta. Foto di Silvia, grazie Sissi.

Non sono più silenziosi gli specchi
nè più furtiva l’alba avventuriera;
sei, sotto la luna, quella pantera
cha a noi ci è dato percepire da lontano.
Per opera indecifrabile di un decreto
divino, ti cerchiamo invano;
più remoto del Gange e del Ponente,
tua è la solitudine, tuo il segreto.
La tua schiena accondiscende la carezza
lenta della mia mano. Hai accolto,
da quella eternità che è già oblio,
l’amore di una mano timorosa.
Sei in un altro tempo. Sei il padrone
di un abito chiuso come un sogno.

J.L.BORGES

NIENTE PAPAVERI

foto mie, ago 2012, National Park Plitvice, HR – Patrimonio dell’Umanità, Unesco

foto mie, ago 2012, National Park Plitvice, HR – Patrimonio dell’Umanità, Unesco

EGGIÀ

Foto da web


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La più nobile specie di bellezza è quella che non trascina a un tratto, che non scatena assalti tempestosi e inebrianti (una tale bellezza suscita facilmente nausea), ma che si insinua lentamente, che quasi inavvertitamente si porta via con sé e che un giorno ci si ritrova davanti in sogno, ma che alla fine, dopo aver a lungo con modestia giaciuto nel nostro cuore, si impossessa completamente di noi e ci riempie gli occhi di lacrime e il cuore di nostalgia”. 

F.W. Nietzsche, Umano, troppo umano, I Adelphi, Milano 1972, pp. 123-124

STANOTTE

foto dal web

C’è una luna giallo oro, il colore ricorda i lunghi vestiti delle donne indiane. Seta per la sera, in un cielo perlato. Gli abeti, i tigli, l’araucaria, sono ombre antiche, imponenti, altissime: contrastano con il cielo per via della luce lunare. Sono davvero grandi questi alberi, e mentre li guardo, penso che la stessa luna illumina, da qualche parte, sassolini colorati sul bagnasciuga, al mare, così come un vicolo di pietra rendendolo lucido e dorato, come un fiume in una fiaba. Penetra,  nella stanza, tra i listelli di persiane chiuse e cola sopra la pelle di due amanti mentre si scambiano baci e respiri. Lucida quella linea di mare che diventa platino e si solleva, obbediente a quella rotondità potente e silenziosa. Si sovrappongono passi e pensieri, pensieri e passi, mentre gli alberi, giganteschi, parlano una lingua che non è lamento, non è canto.  L’erba del giardino è bagnata, raffredda i miei piedi nudi ma non i pensieri. Guardo il cielo, la cima degli alberi e la luna e affido lassù qualche domanda, una preghiera, una speranza, un segreto. Un brivido cammina lungo la schiena, fa un po’ freddo, o forse no. Forse è altro.  Il cielo adesso non è più di perla ma ottanio, e sembra quasi finto. È la luna di tutti, di quelli ricchi e dei senzatetto che dormono nei giardini, sulle panchine, sotto i portici in città, penso. È la stessa luna che può essere vista da un uomo e da una donna, luce irradiante per tutti, è la luna dei lupi. Luna che ammalia, ammonisce, chiama, indica la via, determina i ritmi delle donne, la crescita, e rende buono o aceto il vino.  Si svuota,  la mente, e i pensieri si riversano sul prato. Sotto questa luce li posso vedere, come se non fossero miei.  Li lascio li, qualcuno è un seme, chissà se potrà attecchire. Sotto questa luna.

SENZA TITOLO

Dal libro: Acid Lethal Fast, di Astor Amanti

Esistono uomini che portano su di sé il dolore del mondo.
Quando vedono pesci rossi nei sacchetti dei Luna Park non riescono più a respirare e vedono orribili facce ridenti deformate dall’acqua. Uomini che guardano foto di esseri viventi maltrattati e ne sentono, in maniera accecante e assordante, le urla, il panico, …la sofferenza.  C’è chi li considera santi o fanatici e chi, semplicemente, afferma che sono persone troppo buone per riuscire a sopravvivere senza impazzire.

Per chi ha un cuore capace di somigliare anche solo un po’ al cuore di un animale.

E poi per Ulisse, per Beba, per Atum, per Asso, per Giada, per Chicca, per Vienna, per Ambra, per Kira, per Paco, Pepe, Ful e per tutte le zampe, le piume, le pinne, le pellicce, gli zoccoli, i becchi, le ali del mondo.

CELESTE MI

foto mia

Foto mia.. E poi dicono che a Milano il cielo non è mai celeste …

Svegliata dalla sveglia alle 6.30 di oggi, sabato mattina perché ci sono cose da fare (sono milanese, nessuno è perfetto..) ho visto su la7 un pezzo di Le invasioni Barbariche, ospite Enrico Bertolino, così ho conosciuto il suo libro, Pirla con me, Mondadori. È una caricatura di Milano, dei milanesi, di ciò che Milano era, di cioè che Milano è. Sottotitolo: da Milano si può guarire. Penso che lo leggerò. Immagino un libro divertente e triste, come fanno le caricature tutte: un cono di luce bianca e impietosa sopra difetti, miserie, dolori e nostalgie. Mi sono sdraiata di nuovo sul letto e gustata l’ultima parte (in rete ho trovato l’intervista completa) e mentre ascoltavo ho pensato che io non vorrei mai de-milanesizzarmi, non ci penso nemmeno. Provo perfino nostalgia per quella Milano della quale Enrico Bertolino, praticamente mio coetaneo, conserva dei ricordi in seppia. Quando al Bar Magenta c’erano i biliardi (ora sono rimaste solo le stecche e i contapunti, sono contenta che ci siano). Quando sulle ringhiere dei Navigli c’erano i panni stesi e non gli atelier e i teatri di posa più prestigioni della città. Non vivo in città, prima per scelta dei miei genitori, poi per scelta personale, per ragioni che ora qui non sono importanti ma che si possono sistetizzare così:  vivo in una casa con giardino  fiori prato e cani e ora anche orto,  ma se non avessi avuto queste esigenze, l’appartamento in condominio di certo lo avrei scelto a Milano. A Milano ci lavoro,  e di fatto ci vivo da che avevo 15 anni. E per me, vale la pena del viaggio. Che viaggio poi non è. Quaranta minuti sono spesso normali se non poca cosa per molti che pure vivono e lavorano in città. Milano è ottimamente servita dai mezzi pubblici, ha una rete di trasporti meravigliosamente efficiente ma è .. grande. Grande, in tutti i sensi. 🙂 E no, io di Milano non voglio guarire. Anzi, mi spiace di non essermi ammalata (non ero nata) quando ammalarsi di Milano era un privilegio, era costruire, era ammalarsi di cuore. Un bell’ammalarsi di cuore, quello.

Vivere fuori (però fuori per davvero e non nella periferia – la precisazione è fondamentale) è un buon compromesso per quelle che sono le mie esigenze. Ho bisogno di Milano, ma ho bisogno anche di altro. Così Milano, la sera e nei fine settimana è sotto i miei piedi, solo un pochino più a sud, raggiungibile in pochissimo tempo e rassicurante, con la sua Madonnina e tutte quante le sue contraddizioni e le sue spine, pungenti tanto quanto le guglie del suo duomo.

In fondo a questo video (verso la fine, si può far scorrere il cursore) c’è una bella cosa, che non c’entra nulla con Milano. Alla domanda: cosa conta di più nella vita, c’è una risposta interessate, attraverso un … vasetto di maionese.

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Navigli a Natale
Foto di Pierangelo Mariani- Grazie Pier, spero di rivederti presto.

P.Mariani

e da http://www.milanmilan.it

“Preghiera disperata” alla Madonnina del Duomo

©Ada Lauzi

L’è ‘na preghiera fada in milanes con umiltà, fervor, senza pretes: te preghi madonnina, per on’ora fa ritornà Milan ‘me l’era allora… e, per quell’ora, famm vedè i navilli, i bei tosann coi sòcch fin’ai cavilli, i “Gigi” con la gnaccia e intorna i fioeu e sentì anmò el cantà di barchiroeu, el vosattà di dònn in sul Verzee e quell del Vicolin di lavandee! O Madonnina, famm ‘sta carità. per on’oretta sola famm tornà ne la Milan di brumm e di cavai quand sòtta Tì giugavom num bagaj, e Te parevet alta in Paradis coi gulli intorna, bianch come benis, famm rivedè ‘ncamò i spazzacamin con tutta la carisna sul faccin… …el soo…l’è ‘na preghiera disperada… d’on coeur che ne pò pù de sta bugada… ma…quand de damm a trà Te avree decis… famm sarà i oeucc…e derva el Paradis.

SENZA PAROLE

Io l’ho definita .. triste. Triste. Perchè davvero non ci sono parole. Davvero. Restaurare un’opera, per me, significa comunque rendere parzialmente posticcio qualcosa. Meglio non perfettamente conservato che posticcio. Ma questa è la mia opinione, un po’ estrema forse. Ma è così che la penso. Ma leggete un po’ l’articolo. Oltre ogni limite, oltre ogni decenza, oltre… tutto. Qualcuno si incazza, qualcuno prova un colpo al cuore. Qualcuno prova  indifferenza,  perchè ci si anestetizza anche un po’ per le miserie che ci tocca vedere di questo nostro Paese.  Martellate, nel cuore e nell’orgoglio, sfregi, come sugli affreschi di Giotto. Uguale uguale. Cosa dire? Cosa?

Povera Italia!!!

http://www.repubblica.it/persone/2012/07/25/foto/assisi_patti_smith_restaura_giotto-39691150/1/?ref=HRESS-22

FIRMA DEL VENTO

Foto mia

Ho giocato le mie carte tra le piante di rosmarino e la spazzatura

con i pugni nel ventre della sera

In piedi ma con l’ombra sempre in ginocchio

ho portato in giro il mio cuore come un secchio tutto pieno di buchi

come si porta in giro un cane di notte

non per passione ma perché sennò sporca il tappeto

E qualche volta sono andato a raccogliere fiori

per fare piacere a una donna, per farle almeno pena

E qualche volta sono andato a raccogliere fiori

per fare un dispetto al prato, se lei non ti guarda

Ma la Breva firma i cipressi

e soffia via la polvere di quello che volevo essere

perché il tempo è un coniglio che scappa

ma è anche il cane che gli corre dietro

E vado avanti a spingere la mia biglia finché

finché c’è terra lei vuole rotolare

Con un plettro e una pastiglia, la mia biglia in tasca, la porterò a casa

E ho aspettato i marziani con la tuta tutta colorata

i fantasmi in mezzo ai prati dell’autostrada

e non ho capito che qualcuno aspettava me

più agitata della coda che ho staccato a una lucertola

con gli occhi chiusi e la patta aperta

per disegnare l’amore perfetto sul soffitto

E qualche volta sono andato a raccogliere fiori

per strappare loro i colori, per dire “m’ama non m’ama”

e qualche volta sono andato a raccogliere fiori

per dirottare il loro profumo là, dove c’era solo merda

ma la Breva firma i cipressi

e soffia via la polvere che volevo essere

perché il tempo è un coniglio che scappa

ma è anche il cane che gli corre dietro

E vado avanti a spingere la mia biglia perché

finché c’è terra lei vuole rotolare

Con un plettro e una pastiglia, la mia biglia in tasca, la porterò a casa

E adesso sono qui a guardare i passi in mezzo al prato

insieme ai fiori che stavolta non ho strappato

e nel vento, mi piace guardarli ballare

(Davide Van de Sfroos, Long John Xanax da Yanex)

(Traduzione mia)

Foto mia

IL MIO ALBERO

A volte serve un Albero. No, non sto pensando al riparo dal sole, alla frescura, al riposo, alla vacanza. Oggi vanno di moda le vacanze naturali, fa tanto new age, fa tanto fico andare a castagne, fare   “birdwatching”, affittare casette stile “La casa nella prateria”, coltivare pomodori, erbette e fragole. Salvo poi distruggere i boschi. Avete mai visto i funghi martoriati dai bastoni dei coglioni che invadono i boschi perché fa tanto “viviamo naturale”? Ecco. Chiusa parentesi, torno all’Albero.

L’Albero per me, a volte è il simbolo del posto dove potersi sentire. Poter sentire sé, poter parlare di sé a chi si ama, poter essere sé. Lontani da ogni teatrino, da ogni rumore, dalle giustificazioni tutte, dalle bugie tutte. Lontani dalle finzioni. Per quanto è possibile.

Nella fotografia c’è un albero, bellissimo, maestoso. Un essere di legno e frasche, vivente, splendido. E’ invitante, accogliente. Ha persino un pavimento attorno alla base del suo tronco, due panchine. Ti aspetti che da un momento all’altro arrivi un cameriere a domandare “cosa desidera?”. Bello, tutti gli alberi, per me sono belli, come sono belli tutti i cani. Per me.

L’altro giorno qualcuno,  tagliando la siepe, mi ha confessato che mentalmente chiede scusa mentre lo fa.  Gli credo, lo farei anche io. Non amo i fiori recisi, anche se mi piacciono tantissimo i mazzi enormi di margherite sul tavolo della mia casa.  Mentre scrivo questo, sono consapevole delle contraddizioni della vita, e di tutto cio’ che noi “usiamo”, e comprendo anche me, ovvio.

L’Albero della fotografia, dicevo,  è splendido… ma c’è qualcosa di troppo ovvero le panchine, il pavimento, insomma le costruzioni. Sono fatti bene, panchina e pavimento, in legno (grazie!!!). Se fossero state in ferro o in plastica probabilmente avrei indagato sul luogo e scritto al Comune… Dicevo: c’è qualcosa di troppo.  Il “mio” Albero non deve chiamarmi, non deve mostrarmi di essere accogliente, non deve aprirmi la porta di casa, e chiedermi “prego accomodati” mostrandomi le panchine che stanno sotto le sue fronde. Deve farlo con altro…. Devo sentire che è quello il “mio Albero”. Perchè un amico non vale un altro. Un Albero non vale un altro. Un amore non vale un altro.

Il mio Albero deve poter ascoltare il mio cuore, le cose di dentro, raccogliere le mie lacrime e le mie risate. Ascoltare le mie storie, i miei sogni, le mie paure, le mie fobie. Sciogliere le mie catene.  Devo fidarmi di lui, devo essere sicura che ogni cosa che lui ascolterà sarà per sempre soltanto racchiusa tra i solchi del suo tronco, intrecciata tra i suoi rami, per sempre.  E deve essere soltanto li, per me. Quelle panchine non sono “per me” ma per chiunque vi passi. Sono un invito alla sosta, l’offerta di un rinfresco. Bello, tutto molto bello e va tutto bene. Ma il “mio” Albero non può essere questo.

EASY

 

Voglio un tappeto volante che mi porti distante

Dal frastuono del mondo

Dall’indifferenza e dal dover portare pazienza.

Dal tempo che stringe che incalza che stanca

Un tappeto volante che scivola nel cielo passando a volte sotto l’arcobaleno

E quando è notte si deve fermare, tra stelle amiche, tra stelle sorelle.

Tra quelle sognate, osservate e perdute.

Tra quelle che han raccolto pensieri e parole, dolori e gioie.

Voglio un tappeto che mi porti da te,

per raccontarti tante cose di me, ascoltarne altrettante da te:

favole e storie, e cose banali,

e  poi volare e ridere come se questo fosse normale.

 

TURNO DI NOTTE

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Quando si è bambini si pensa che le cose, gli oggetti, intendo, siano animati. Io lo penso ancora adesso. Può sembrare sciocco, ma a volte, fissando una statua, penso chissà se avrà freddo oppure caldo, oppure come farà a stare anni e anni immobile. Non mi piacciono le statue nei giardini: tuttavia ne ho una, per una ragione affettiva.  Era un regalo a mio padre, molti anni fa. All’epoca lui voleva costruire un piccolo stagnetto, nel suo giardino, con i pesciolini rossi, cosa che poi non fece.  Il mio compagno gli regalò quella piccola statua/fontana che attraverso un tubo avrebbe versato acqua dalla brocca allo stagnetto, progettato ma mai realizzato. La chiamiamo Signora Frisbee perché si presta ad accogliere il disco di plastica colorata quando capita che si gioca in giardino.  Piove, stavo guardando dalla finestra, poco fa. L’odore è buono, sa di erba matura, odore di estate. La Signora Frisbee, pensavo, si sarà rinfrescata, se non altro.  Per me altri alcuni oggetti, più di altri hanno un anima: vecchi pezzi di ferro, per esempio vecchie chiavi che hanno aperto chissà quali porte.  Possiedo un numero di chiavi vecchie, ora qualcuno sta restituendo loro una specie di nuovo corpo, pulito dalla ruggine, il virus che le mangerebbe. Non so cosa ne farò, ma penso a  chissà quali porte avranno aperto e chiuso nel corso degli anni, quali intimità avranno custodito, protetto,  quali miserie avranno nascosto le stanze affidate alle porte sottomesse ai giri di  quelle chiavi. In quali tasche e borse saranno state, e quali odori e rumori si sono fissati tra i piccoli difetti della forgiatura, tra i riccioli del ferro battuto. Non conosco la storia di quelle chiavi e non la vorrei conoscere: ognuno mantiene i propri segreti. Lo fanno le persone, lo fanno le cose. Rifletto spesso sulle cose gravi e grevi della vita, quelle che toccano le corde più profonde del cuore, che condizionano tanto la nostra esistenza e anche quella di chi mescola la propria vita con la nostra. Abbiamo anima e cuore, sangue, dolori e segreti, ricordi, speranze e paure. Paure che si accovacciano nei passi, eppure ci seguono, si nascondono tra le rughe, tra le pieghe delle nostre lenzuola, dei nostri vestiti, della pelle, tra un pelo e l’altro. Rifletto sull’effimero, che sbalordisce, violenta, svuota.  A volte occorre fermarsi, fermare i pensieri, spegnere la testa e lasciare che il cuore la pelle i sensi arrivino laddove non arriva la testa, la logica, la geometria delle cose. E penso che il ritmo della vita, rassicurante delle stagioni che si susseguono, ‘alternarsi del giorno e della notte, siano un po’ come la musica del tempo,. Tempo che ruba, che sottrae, che scalda e che gela, che dona la vita e reca la morte, che rispetta il meraviglioso eppure terribile ciclo di vita-morte-vita. Penso a frammenti di cose lette oggi, la particella di Dio,  il fatto che tutto ciò che è visibile sarebbe pari solo al 4 percento di ciò che esiste. E come tutti mi chiedo cosa sarà il restante novantasei percento. Quante risposte ci sono là dentro! E che questo quattropercento è piccolo, troppo stretto eppure infinito per essere conosciuto tutto ma anche per essere compreso.   Scrivo a ruota libera emozioni sospese tra i fili delle mie paure, delusioni, speranze, amarezze sconfitte e dolori della mia vita. In questa ragnatela c’è il mio quattropercento, e anche il mio personalissimo restante novantaseipercento che non conosco di me, e che non mi conosce. Tra poco sarà notte fonda e probabilmente vivrò inconsapevolmente dentro il novantasei, multiverso del mio giorno quando vivo nel quattro percento, in un posto che è il quattro percento di tutto. Un quattro percento pieno di visi e di sorrisi, di ricordi, di rimorsi e rimpianti e di speranze.  Con il cuore che si indurisce, con qualche dolore che brucia, con la voglia di capire, di trovare la quadratura delle cose, un conto che torni, e risposte che non si avranno mai. Con la voglia di trovare le persone come credevi che fossero, quando quel loro quattro percento sembra, tutto ad un tratto, straniero e lontano dal mio.  Spesso ci si perde nelle cose banali per non sentire troppo la paura del domani, per trovare la forza di andare avanti e di combattere ancora o di resistere, a seconda dei casi, a seconda del momento. C’è la preghiera, e aiuta. Io prego, a volte, anche se nessuno in particolare.  Non so di cosa siamo fatti, forse siamo fatti di troppe cose, come di troppo poche. Quattro per cento di misteri, novantasei percento di cosa?

SCRITTO4LUGLIO2012DINOTTE