A (S)PASSO COL TEMPO

Da un diario inventato

Verona sonnecchia sotto un cielo nuvoloso di novembre. La luna, piccola e bianca buca le nuvole. Una nuvola, la luna, la usa come stola. Un coprispalle, per la sera fredda. Uno scaldacuore, come quelli che usano le ballerine. Così mi sembra mentre osservo il cielo con lo sguardo e la mente sciolti. L’anima a riposo, come anche le mani. Non è la mia città, Verona, non mi conosce. È terra di mezzo, per me. Una stazione intermedia, tra la quotidianità e il sogno. Luogo di sosta, stanza dei libri, poltrona e plaid. Qualcosa del genere. Non mi sono mai consegnata a questa città bella, che sa di canto antico. Piccola e chiusa come un utero. Protettiva, probabilmente. Spesso vestita di oro e di luce, abito da sera. Un bel po’ signora. Non la sento mia. Eppure, è la città dei ritorni, dei miei ritorni. Forse in un altro tempo appartenevo a questo luogo, respiravo qui, amavo, soffrivo qui. Chissà. E’ per me un po’ come il canto delle sirene, seducente, ammaliante. Credo di amare il sogno, non la città, non il suolo che calpesto quando scendo alla stazione. Il mio Romeo è il libro, la piccola pensione dove albergo in queste mie brevi fughe, la passeggiata sul lungo Adige. La visione dei ponti e le mura antiche. Le pietre. Le pietre conservano e non disperdono, assorbono. Come conchiglie restituiscono respiri, pianti, risate. Come qualcosa di vivo, piangono. Ed è un pianto antico, immortale, eterno. Ogni volta che riparto, il mio tempo ha contato circa 50 ore, passate con me, a riposarmi dalla gente. Dai luoghi comuni, dalle incombenze. Forse è un luogo capace di stare in armonia con il mio di dentro e restituire l’armonia a me, quella che dovrebbe costituire la bellezza ovvero l’armonia tra il mio corpo e la mia mente. Forse le note di questa città sanno pizzicare le mie corde. O forse è vero che apparteniamo a quei luoghi misteriosi e sconosciuti alla parte conscia. Adesso la luna è più piccola: vedo la luce attraverso la persiana verde della finestra della pensione. Con lo sguardo la accarezzo: lei come Verona conservano un fascino immutato e immutabile.  Poco fa guardando il fiume ho ripensato ad una frase di Jorge Louis Borges: Guardare il fiume fatto di tempo e d’acqua e ricordare che il tempo è un altro fiume. Sapere che ci perdiamo come il fiume e che passano i volti come l’acqua.  E mi piace il messaggio contrario che mi rimandano questa città e la luna. Un fermo immagine. Un tempo che sa scorrere lento e talvolta persino fermarsi. Piazza dei Signori fa a botte con le cianfrusaglie delle bancarelle che la invadono, violentano e sfregiano. Paccottiglie colorate, cose inutili, simboli di una società che tende a cambiare, sostituire, usare e gettare.  Il silenzio dei vicoli di notte è musica per il mio cuore. Esco. Lascio la mia stanza ed esco nella notte. Un bagno di pace, di silenzi, in una città che in novembre va a dormire presto. E che accoglie i miei passi con rispetto. I merli degli antichi palazzi si stagliano contro il cielo blu della notte ed io Giulietta senza balcone avanzo con il mio invisibile Romeo che altro non è che il tempo che sa accompagnare e non incombere. Che passeggia accanto a me, finalmente al ritmo del mio passo.

2 pensieri riguardo “A (S)PASSO COL TEMPO

  1. Un giorno dopo l’altro: equinozio d’autunno pronto ai nastri di partenza| Ric è l’ora dell’appello al nostro fotografo di meridiane e tanto per essere più precisi alla meridiana di piazza giudici, la più citata qui in Controluce!

    Abbracci e tisane calde a tutti coloro che passano a lasciare un saluto alla nostra splendida padrona di casa|

    Pinuccia

  2. Un saluto a Pinuccia e a tutti coloro che passano di qui
    A Firenze pioveva, pertanto non abbiamo la firma del sole.
    Ma abbiamo un racconto, che in giornata prometto di pubblicare
    Un abbraccio
    celeste

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