SEMI-CONFUSI

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fotomia

A volte mi pare quasi di sentirti. Di sentire il tuo fiato nella stanza, i passi, leggeri, sul parquet che risponde. Spesso è un peso leggero, leggerissimo, al bordo del letto. Passa e sfiora l’altezza del materasso, o forse si siede. A volte è un’ombra che pare attraversare lo spazio sopra la mia spalla, un punto troppo estremo per essere esplorato dall’occhio, e troppo concreto per esserlo da cuore. E’ un’ombra che che mi pare di sentire o forse vedere o forse entrambe le cose. A volte mi pare di sentire il mio nome, mi volto, mi è successo tre volte la settimana passata. Non mi chiamava nessuno. Forse. O forse sì. A volte è un tocco. Leggerissimo, sul braccio quasi sempre, solo qualche volta sulla fronte o sui capelli. L’odore. Questo no, forse io non lo ricordo o forse non era univoco. Strano. Ho sempre prestato attenzione agli odori. Ne ho alcuni che abitano le mie narici: molecole intrappolate nei pori, tra l’umidità del mio respiro e il battito della mia esistenza. Oggi ho raccolto un fiore di lupino, ormai secco: volevo liberare  i semi da quella specie di piccolo fagiolo di velluto grigio, ma ce n’erano pochi, pochissimi. Chissà: forse erano già caduti. Conficcati nella terra, promessi lupini per il prossimo anno. Forse. Il vasetto di vetro che ho scelto per contenerli è decisamente troppo grande. C’era la marmellata qualche giorno fa. Limoni di Sicilia. Mi piace quasi quanto quella di arance amare – la marmalade.  Adesso sa di lavastoviglie, il vasetto, e contiene 5 semi. Li guardo, attraverso il vetro e mi chiedo quale lupino sarà lui e poi lui e lui. Boh. E di quale colore sarà: probabilmente rosso e giallo. Ecco. Un leggero spostamento d’aria dentro la cucina. Leggerissimo. Tra il mio sgabello e il frigorifero. Cosa vuoi dirmi? Non so capire il linguaggio delle ombre e allora prova a scrivere, a parlare.  Magari tra questi rintocchi di campana ti confondi al resto del mondo e a me, lasciandomi un sottile dubbio di suggestione. L’altra sera c’erano le campane, c’era anche un po’ di pioggia. Due calici sul tavolo, una cena così così ma nessun rammarico: contava poco il cibo come il vino.  Una sera normale che se avessi voluto immaginare proprio quella,  mi sarei vista a prestare attenzione ai gesti, alle cose, alle parole. Non l’ho fatto perché sapeva di normalità, di sereno quotidiano, e non di straordinario. Le cose che sanno di straordinario sono per lo più improbabili. Le campane, il vino, la pioggia brevissima non lo erano, improbabili. I pensieri si accavallano sempre nella mente e si rincorrono e cascano, l’uno sull’altro, e poi si mescolano come… come il gelato. Da bambina mescolavo il fiordilatte e il cioccolato nella coppetta, girando veloce con il cucchiaino e diventava una crema colore nocciola ma non sapeva mai di nocciola. Sapeva di cioccolato meno cioccolato e di fiordilatte per nulla. Il cioccolato vinceva sempre: sapeva farsi valere, il cioccolato. Chissà se i semini dei lupini manterranno la loro premessa di lupini. Oppure sono come le tante promesse che suol fare la vita.  E chissà se quel fiato, quel passo leggero, quel nulla di peso sul bordo del mio letto, quel tocco ancora più leggero sui capelli, quell’udire il mio nome, tre volte, la scorsa settimana sono cose tue. E se si, cosa vuoi dirmi? Se passeggi nel corridoio che separa la mia esistenza dalla tua, sempre che vi siano un corridoio, la tua esistenza e perfino la mia, e cerchi di dirmi qualcosa… fallo. Mentre suonano le campane, se non vuoi dare nell’occhio. Così potrò pensare che è tutta suggestione. Oppure fallo tra le stelline che saltellano sul mare al crepuscolo. Tu lo sai che mi fermo sempre a guardarle, che mi mettono allegria, che mi piace tanto il fatto che scompaiono subitissimo appena nate e poi si rituffano nell’acqua per giocare a nascondino con le altre e con me. Fallo li, scrivimi quello che vuoi dirmi. Potrei pensare ad un gioco degli occhi. Sono belli i giochi degli occhi. Diversi dai giochi di parole, ma ugualmente belli, divertenti. Giochi frattalici, che diventano altro e poi altro e poi imparano dai più grandi trasmettendo la memoria di sè. Poso il vasetto della marmellata sul mobile di cucina. I semini neri sono lì e non so nemmeno se avranno la loro primavera. Penso che andrò a dormire. Se sarai nel corridoio, quello tra la mia esistenza e la tua, ammesso che esista un corridoio, e ammesso che esistiamo noi, accarezzami i capelli stanotte, come facevi quando ero piccola ma anche quando ero un pochino più grande. Poco poco più grande di piccola. E se ti va prova a dirmi ciò che vuoi dirmi. Ma se non ti va,  o se non puoi, lasciami una carezza.  Non ho mai smesso di aver bisogno di te.

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6 Risposte

  1. Il tuo scritto fa venire il magone: E’ molto sentito: si comprende che viene dal cuore e a chi è dedicato.
    Ci sono domande che resteranno inevase, non ci saranno risposte: forse è giusto così. Anche se un leggero accenno crediamo che ci faccia stare meglio. Così non accade perché poi ne chiederemmo un altro, e poi un’altro ancora, all’infinito.

    Un bacio Celeste e complimenti per la foto: stupenda!

  2. Le cose scritte di getto sono quelle con il cuore… bellissimo quello che hai scritto

    un sorriso 🙂

  3. Vero. Il magone. E ricordi indelebili di carezze, profumi e odori. E tanti piccoli episodi della mia infanzia che vengono spesso in mente. E la certezza che ci sei. Quando ti parlo e ti chiedo aiuto nei brutti momenti o gioisco con te per i successi.
    Grazie, Celeste.
    Un abbraccio
    Sir Biss

  4. Buongiorno
    Causare il magone non è esattamente lo scopo di questo blog, ma parlare di anima anche sì. Ed è inevitabile causare anche il magone. Quindi per sillogismo, lo scopo di questo blog è (anche) causare il magone. Ma saro’ assolta e perdonata.

    Sì, Pinuccia, ci sono domande che non avranno mai risposte, ed altre delle quali invece conosciamo molto bene le risposte, annidate come sono dentro la piccola ampolla dell’essenza di ciò che siamo. Un distillato di esistenza e di storia, ma anche di risposte per le quali non sappiamo formulare.. le domande.
    A volte lo penso davvero: forse possediamo qualche risposta a domande che non conosciamo.
    Le risposte presto o tardi arrivano senza prenderle a calci, senza metter loro fretta. C’è una frase di Baricco (tanto Pieffe non c’è quindi non si incazza se scrivo di Baricco) che mi viene spesso in mente”accadono cose che sono come domande, passa un minuto oppure anni e poi la vita risponde”.
    La vita risponde… Si, forse la vita risponda, coi tempi suoi, che sono diversi dai miei e dai tuoi. E poi ci sono quelle risposte che non avranno mai domande. Ma questa è un’altra storia, forse solo un giochino di pensieri che si mettono in disordine nella frase (monelli, i pensieri). O forse no.

    Un saluto a te Marinz e a SirBiss.
    E a tutti i viaggiatori, celesti e non, a quelli in carne ed ossa e a quegli altri. Quelli di “un appena percettibile spostamento d’aria”.

  5. ciao celeste, trovo come sempre la porta aperta e entro.
    è bello leggere anche di magoni e non è necessario sapere di chi parlano. di chiunque parlino va bene. e poi i ricordi sono sempre belli da ascoltare soprattutto quando in quei ricordi troviamo qualcosa di noi. ho trovato la coppetta mescolata e ridotta ad una crema omogenea e morbida di colore e sapore più tenui, ancora oggi ogni tanto lo faccio…

    per i miei altri, quelli di “un appena percettibile spostamento d’aria”, il corridoio che li separa dalla mia esistenza ha un’immagine molto definita.
    sono tutti lì, seduti su un balcone, uno accanto all’altro a guardar giù.
    guardano e mi guardano, e io sento che il loro guardarmi mi protegge.
    qualcuno commenta quello che accade “lì sotto”, qualcuno dormicchia, qualcuno legge, ma sono lì, sento i loro spostamenti sulla testa.

  6. Ciao Roberta
    la porta qui è sempre aperta. Per condivisioni così delicate ed esclusive c’è anche un divano comodo, puoi anche addormentarti.
    La Pinuccia saprà portare dei dolci alla nocciola…

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