POESIA DEI RITORNI

 

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foto mia

Rovigno è di pietra di sasso odora di mare e di pesce.  D’estate odora di sole, di pietra calda, di scoglio, di rosmarino. Rovigno ha un cuore antico e non si è rifatta il trucco. Lei è li, autentica, come una chiocciola con la conchiglia sul mare. Dal campanile di Santa Eufemia lo sguardo accarezza la sua forma, tonda, come un’impronta digitale, arrotolata su sé stessa, marcata dai suoi vicoli che corrono si snodano e si annodano, percorsi vascolari di pietra lucida, color nocciola.  Mi piace, questa forma. Mi piacciono le forme tonde, i contorni morbidi, le cose raccolte, raggomitolate: forse sanno nascondere spigoli e angoli riscattandoli dalla fama di essere aspri. Compensandone la natura che non permette vie di uscita. Le forme tonde consentono sempre una via d’uscita. Quanto meno non condannano all’angolo.

rovi
foto dal web

Rovigno vecchia è un dedalo di vicoli e vicoletti, tutti lastricati di pietra che sembra marmo, lucidissima, che trovano sbocco in varie piazzette. Sconsigliatissimo il tacco 12: non è raro incontrare qualcuno con qualche arto o polso o caviglia ingessati. Rovigno ha una folta coda verde: si estende a sud:  il meraviglioso parco forestale di Punta Corrente, che ospita cedri, cipressi, abeti, pini marittimi, querce, lecci. Cinquantatre ettari, costeggiando il mare. E’ un luogo del cuore, per me. I suoi pini si inchinano al mare sul quale danzano le stelline tutte le sere, poco prima di ogni tramonto. E’ un momento speciale,  dove riesco a sentirmi in pace con me, con il creato, e ritrovo una comunicazione con tutto, a cominciare dal mio cuore.  A Punta Corrente ci si va a piedi, o in bicicletta: si respira l’odore dei pini, si fanno passeggiate svuota-mente, mentre i versi dei gabbiani invitano lo sguardo a perdersi in un cielo azzurrissimo, che sovrasta un mare turchese. Insomma per me è uno dei luoghi amici, quelli che ti accarezzano il cuore, odorano di buono e riescono  a farti lasciare i pensieri pesi a casa, lontano da li’. Le notti d’estate mai calde anzi spesso fresche, garantiscono riposo, lune bianche e brillanti e nitide. E stelle.  Rovigno ha il potere di calmare la mia  mente, di allontanarmi dalle cose faticose, difficili, e dal peso della vita. Quando ci vado, da qualche anno provo la sensazione del ritorno, E il ritorno è un luogo amico, un rifugio, un posto dove restare a guardare la sera che scende, i pini nel controluce arancione attraversato da voli di uccelli. Il tardo pomeriggio, l’arrivo della sera, il velluto del mare e dell’aria. Mi manca Rovigno, I panni stesi tra le case colorate, le candele accese sui tavoli, le tovaglie di pizzo bianco dei tavolini arrampicati sui vicoli, i cuscini colorati sui gradini delle stradine strette fra le case. Mi manca il porto, l’alba, l’arrivo dei pescherecci e l’assemblea dei gabbiani attorno ai pescatori che scaricano.  Lo scorso anno ho trascorso le vacanze estive nella stupenda Val Venosta. La montagna, il verde smeraldo delle valli, le mucche al pascolo, i ruscelli freddissimi, i rifugi, le malghe. La quiete del lago, le vette, le nuvole basse e l’aria frizzante, le notti fredde il sole limpido, il cibo semplice, lo yogurt, le camminate e le soste sui prati. Sono stata bene e ho pensato a Rovigno come un luogo dove tornare. C’era silenzio, in montagna. La sera scende presto, e così l’oscurità. Si cena presto, in montagna. Tutto rallenta. Il cuore rallenta, rallentano i pensieri. E la notte si allunga si stende sulle valli come una signora che non ha fretta.  Il tempo si dilata, la sera si srotola lungo il giorno che a sua volta si arrotola all’orizzonte e sparisce solcando un solco tra il cielo e il mare che quando si richiude ingoia tutti gli affari del giorno. Sono stata bene. Ma Rovigno resta un posto dove fare ritorno.

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 foto mie

17 pensieri riguardo “POESIA DEI RITORNI

  1. Rovigno è esattamente come tu descrivi.
    Leggendoti mi pare di essere in quella pineta o nella piazzetta tra profumi e colori.
    Un posto che ti resta dentro.

    Ciao a Cele e a tutti voi.
    Sir Biss

  2. Non ci sono stato mai a Rovigno. Mi sono affacciato da quelle parti una volta sola, appena oltre il confine, e ho scoperto un paesaggio carsico e roccioso, e piuttosto desolato in verità. Ma non era il mare in effetti… il mare e i paesi antichi, con la loro storia, sanno trasformare i “luoghi”, si sa. E si sa che sanno cambiare lo stato d’animo, forse perchè questo genere di luoghi è stato un po’ plasmato da altre persone, e vedendoli, standoci, vivendoli anche solo per un po’, una parte di questa loro anima ci saluta, e ci sorride. E anche noi, oramai spesso in maniera inconsapevole data la nostra sopravvenuta “civiltà”, e “razionalità”, comunque ce ne accorgiamo.
    Sono passato su queste pagine per prendere una boccata d’aria in un momento dove c’è uno stress micidiale qui, a lavoro, con pressioni, urgenze, malintesi, ostacoli e tutto il resto di queste cose. E mi dà proprio fastidio arrabbiarmi per cose come queste perchè va a finire che riempiono tutta la giornata e l’attenzione, quando invece dovrebbero avere la loro importanza relativa: importanti si, ok, ma dovrebbero essere alla fine un”accessorio” della nostra esistenza, e non il fine.
    Non voglio scambiare il mezzo per il fine, mai. E passare un po’ da qui… fa bene allo scopo.
    Ciao Controluci, un abbraccio forte, a tutti.
    R

  3. Il tuo abbraccio forte noi lo consideriamo prezioso. Sappiamo che è sincero. E altrettanto sinceramente lo ricambiamo. Inoltre ci fa un piacere caldo sapere che controluce offre una boccata d’aria.
    Celeste

  4. Ciao Marinz, bentornato come sempre
    Si, è un bel posto ma io mi sono sempre trovata bene anche con le persone. Moltissimi sono italiani: la comunità italiana è molto forte a Rovigno come in tutta l’Istria. Alcuni, specie gli anziani, hanno tutti le loro storie, più o meno tristi, il peso del proprio passato. Ma anche chi non ha un’anima italiana, ha sempre offerto una ospitalità genuina.
    La mia prima volta in quella che era la jugoslavia fu nel 1984. Fu una vacanza molto particolare, per me splendida e molto importante. Felice. Il paese era totalmente differente da ora. Ora ci sono strade e ponti modernissimi in quanto appunto sono recenti costruzioni. C’erano allora mulattiere o poco più, e ricordo le donne, con abiti neri, con il somaro, a raccogliere l’acqua nelle taniche. E anche allora ho trovato sempre una ospitalità e una discrezione notevoli. Dormivo nelle case private, più o meno come adesso. Solo che adesso sono costruite appositamente o quasi, attrezzature di tutto e molto belle, moderne, provviste di ogni confort. Allora le coppie di davano la propria camera da letto, ricordo i letti altissimi come quelli delle nostre nonne, e i grandi como’. Ho sempre trovato, al rientro, acqua fresca, fichi e susine sul como’ e a volte un vasetto coi fiori di campo. C’era una forte crisi, all’epoca, e la benzina era razionata ad eccezione per i turisti che avevano i “buoni”. Ci tornai nel 1988. Molte cose nella mia vita erano cambiate ma quasi nulla nel paese. E ancora trovai persone molto gentili, prive di quella affettazione propria che si riserva spesso ai turisti. Conobbi delle persone, tra cui un professore di filosofia a Sarajevo e mi invitò alcuni giorni nella sua casa. Ospitava, da qualche anno, due persone altrettanto meravigliose, provenienti da una Romania brutta e grigia, quella di Ceausescu, che cadde proprio l’anno successivo.
    Dubrovnik, mi aveva rubato un pezzetto di cuore.
    Ne parlai qui : http://www.silmarillon.it/default.asp?artID=407&numeroID=29.
    E con un po’ di egocentrismo, la incollo pure!
    Calza con il tema di questo post “Poesia dei Ritorni”. Probabilmente tornerò di nuovo, a Dubrovnik ma se anche non dovessi più farlo, importa poco. Questo luogo è davvero dentro di me. In quel periodo ho scoperto, sperimentato, vissuto cose importanti per me, per la mia vita. E parte di quelle fondamenta sono anche impregnate di luoghi.
    ———————————————————————————————————————

    Esistono luoghi dove si possono lasciare pezzi di anima?
    Trascorsi oltre un mese, nel 1984 nella ex Jugoslavia e fu l’estate più bella della mia vita fin lì. Sarebbero poi seguiti anni piuttosto bui e difficili.
    Ventidue anni è l’età della passione dolce, della scoperta dell’amore diverso della “cotta” e di una femminilità immatura e fresca ma delicata e gioiosa.
    Il filtro attraverso il quale passano le emozioni, situato tra la pancia e la testa, è ancora a maglie larghe; l’esperienza del disincanto che interpone una membrana, un diaframma denso tra realtà e sogno, arriva dopo, tra le braccia del Tempo a passo di danza della Vita.
    Ciò che si percepisce come eterno a quell’età, spesso è solo un istante, effimero quanto la luce di una stella cadente.

    Tornai in quei luoghi nel 1990, sei anni dopo, in un momento molto differente: su di me era passato un vento efferato, un tornado di dolore e ne portavo i segni e tutta l’amarezza che resta “dopo” il dolore, ma anche “prima” dell’accettazione e della riposta della vita alla Vita.
    Ma questa è un’altra storia.
    Fu nell’ottantaquattro che lasciai alcuni pezzetti di me, incastrati tra i pini marittimi e gli ulivi, tra la roccia e il mare per ritrovarli solo adesso.
    Intatti.

    Il Paese è cambiato; ha vissuto la guerra e ha ritrovato la pace; la volontà di rinverdire sopra i cocci di un passato difficile di errori e orrori, sta cancellando in fretta le ferite e sta voltando velocemente più di una pagina del libro della propria Storia.

    Ma ci sono cose che rimangono uguali, sotto la guerra, sotto la pace, sotto lo stesso cielo padre delle stesse stelle, testimoni silenziose, solo adesso meno brillanti di allora, date le luci di città e porti.
    Non sono cambiati gli ulivi, che ora come allora sembrano incoraggiare a resistere alle fatiche e al dolore attraverso le rughe dei loro fusti, monumenti viventi di saggezza e simboli di tenacia.
    Non sono cambiati i pini marittimi né la loro abitudine a protendersi verso il mare, replicandone quasi la direzione, nel tentativo di divenire una linea parallela all’orizzonte, tra il blu dell’acqua e il celeste del cielo, a far da righello al sole, quando, visto al tramonto da alcune prospettive, pare una nota sul pentagramma così tracciato.
    Non è cambiato il canto delle cicale; quei piccoli esseri, a metà tra un insetto e una cassa di risonanza, accompagnano le passeggiate nelle pinete, tra i grandi pini e quelli che invece sono poco più di un pinolo cascato in un cucchiaino di terra, tra cespugli di mirto e agavi gigantesche, cactus e corbezzoli.

    Osservo il paesaggio da una strada che domina la scogliera; una strada nuova, con un ponte moderno sopra le rocce e, sotto di me si stende lei, Dubrovnik, l’antica Ragusa, città fortezza protetta dalle sue mura e da un San Biagio, incollato alla porta principale che tiene la città tra le mani.
    Protetta per secoli dai ponti levatoi, dagli enormi portoni e dalle fortezze.

    La prima volta, dopo allora, la vedo arrivando dal mare: la barca si avvicina portando, insieme a me, il timore che sento dentro, che altro non è che la paura di trovarvi troppe ferite e offese irreparabili.
    Entro dalla grande porta e mentre m’incammino verso La Placa vedo una ragazza bionda, con le gambe abbronzate e i capelli lunghi; una figura appena abbozzata, quasi trasparente eppure nitida mi viene incontro.
    La raggiungo e lei ed io ci mescoliamo.
    Camminiamo insieme ed io torno in possesso di tutte quelle cose lasciate allora.

    Mentre mi stupisco io… riconosco.
    E, mentre riconosco, mi rendo conto di essere entrata in una sorta di macchina del tempo dove man mano che avanzo per quelle mura vengo investita non tanto da ricordi quanto da sensazioni: sono odori, sono sapori, sono emozioni.
    È una specie di alchimia; io e la ragazza con i lunghi capelli biondi ci mescoliamo, come vino nell’acqua e guardiamo con quattro occhi, sentiamo con due nasi, tocchiamo con venti dita.
    Lei, giovane, fresca, con la consapevolezza di adesso, ed io, una donna con la freschezza di allora. È una magia.
    E alcune cose “mie” rimaste là tornano a casa, dentro di me, fresche, immutate, perfettamente conservate.
    Anche il suono di questa lingua, groviglio di consonanti senza la compassione di troppe vocali, ha catturato e tenuto intrappolato per tutti questi anni qualche mio respiro, tra i suoi angoli acuti qualche lontano discorso che credevo dimenticato, perduto.
    E tutto mi viene reso, dall’udire quei suoni che muoiono quasi tutti in “ticipi, vtat, sncici …”

    Ogni tanto la voce del mio compagno mi distoglie da questo tempo ibrido dentro il quale respiro la netta sensazione che non c’è Tempo, che il Passato non è mai davvero passato né può esserlo mai finché lo si può ripossedere e rivisitare.
    Ma poi mi ci rituffo, incapace di essere altrove.
    È forse in questi luoghi che si può trovare (o ri-trovare) persino il futuro?
    Lo Spazio-Tempo si annulla e chissà che tra questi isolotti, tra il cristallo del mare e gli scogli, non ci sia anche il mio futuro.
    Lo sa forse il minuscolo granchio che scala con apparente fatica ciò che pare essere per lui un’immensa montagna, ma che sono gli argini di un’increspatura di scoglio grande quanto una moneta.
    Proprio qui, tra case di pietra rivestite da tripudi di buganvillee, tra piante di capperi che miracolosamente si sviluppano in minuscole crepe, che il pensiero sprofonda nella storia di quel luogo e nella mia, forse si nasconde il mio futuro e mi sta osservando, rispettando l’attesa che deve.

    È il crepuscolo quando mi allontano: rientro a Cavtat promettendo a Dubrovnik di tornare di sera.
    Mentre la barca scivola sul mare piango tutte le mie lacrime; il mio compagno, silenzioso, mi stringe la mano e mi avvolge un foulard al collo, c’è vento.
    Gli sono grata di ogni suo silenzio, e della sensibilità che sa comprendere sempre quando il mio, di silenzio, è soltanto mio.
    Ripenso alla frase incisa sul muro di una delle fortezze della città: “Non bene pro toto libertas venditur auro” (La libertà non è acquistabile ad alcun prezzo).
    Niente è più vero di questo.

    A Cavtat è ora di cena; i ristorantini sul porto ben curati e freschi di tovaglie e di fiori offrono ostriche, aragoste, meravigliosi piatti di pesce ben cucinato, con gentilezza autentica e sorrisi aperti.
    Chiedo un Cevapcici: è così che deve essere.

    Ci torno, a Dubrovnik.
    Di sera, come promesso.
    La città, un dedalo di vicoli di pietra che si arrampica fino alle mura, mai calpestato dalle auto, mi accoglie di nuovo: non vestita a sera, ma come un utero dorato.
    La luce giallognola cola dai lampioni e si spalma sul pavimento di pietra de La Placa, la strada principale che taglia quel groviglio di scale e pianerottoli che sono le “uliche” (strade); il pavimento è lucido e risplende.

    Io cammino scivolando per alcuni tratti sulle scarpette a ballerina, un po’ come fanno le bambine.
    Del resto procedo (ancora) con la ragazza bionda sovrapposta a me: teniamo (di nuovo) il passo insieme e mentre guardo un vecchio orologio esposto in una galleria, il mio pensiero va a qualcuno che appartiene al tempo che si chiama “adesso” e sorrido, perché anche quello, di Tempo, è poco convenzionale e ha un battito che non sa rispettare alcun orologio.

    Mentre scatto fotografie all’antico orologio, avverto la precisa sensazione che tornerò di nuovo: l’avverto sulla pelle e forse la ragazza dai lunghi capelli biondi lo sa già.
    Di nuovo la memoria ricomincia a giocare, rimbalzando tra passato, presente e futuro, di sicuro divertendosi un mondo perché essa non appartiene ad alcun Tempo bensì ai sensi.
    ——————————————————————————————————————————————————
    una galleria per chi volesse curiosare
    https://vagrantsoftheworld.com/the-best-photography-locations-dubrovnik-croatia/

  5. Ricc:
    L’Istria ha molto verde, anche e soprattutto nell’entroterra. Le coste del mare cristallino fanno da cornice ad un paesaggio di colline e foreste.
    E cosi anche la Croazia in generale. A tal proposito invito i passanti ad un giro virtuale al parco di plitviche, che tuttavia non rende assolutamente giustizia alla sua magnificenza
    http://www.np-plitvicka-jezera.hr/files/panorame/plitvice-it.html

    Ric ti anticipo:
    non sono pagata dall’ente del turismo croato!
    🙂

  6. lo so anche io che non sei pagata dall’Ente Turismo ma…una percentuale te la meriti!!! Ma se lo merita anche il posto che è speciale, con e senza curve.

  7. Claudio ha ragione. A parte che il posto è stupendo. Ma tu scrivi che è uno spettacolo.
    Un saluto a tutti dal lago, le nuvole e la neve.
    Sir Biss

  8. Buongiorno a tutti
    Vero Sir Biss, tu hai avuto modo di apprezzare il luogo. Forse allora era un momento meno felice di adesso. Ma occorre tornare. C’è Poesia nei Ritorni..
    O meglio, in alcuni ritorni.
    baciotto otto quasi nove

  9. Vero. Non era un bel periodo. Ma ci sono persone e luoghi che aiutano in certi momenti.
    Ricambio il bacio, anche se in ritardo.
    Sir Biss

  10. E’ vero, non era un buon periodo.
    Ma quel luogo ha portato fortuna, ha visto incrociarsi alcuni destini e prendere alcune importanti decisioni. I sassolini che abbiamo preso portato a casa e riportati sul posto hanno fatto il loro mestiere.

  11. Il freddo e la neve di questi giorni mi fa tornare alla mente quel periodo incredibilmente caldo.
    Il mare e le passeggiate tra i vicoli.
    Un posto indimenticabile.
    Abbracci
    Sir Biss

  12. Ciao controlucini, e buon inizio di primavera a tutti. Il tempo è tiranno e ora non posso, lo faccio domani con spero un po’ più di calma.
    Trovo che sia importante commemorare questi eventi, la primavera in particolare, per avere l’occasione di ritrovarci tutti. Un po’ sparsi per il mondo, impegnati in mille cose o magari non in forma in quel momento. Succede, passa e si torna più forti di prima.
    Un abbraccio,
    R

  13. Ecco. Una riflessione che mancava alla quale mi unisco.
    “Piu’ forti di prima” è un augurio che facciamo a tutti i frequentatori di questo posto e che naturalmente facciamo anche a questo posto.
    Un luogo che a mio avviso va protetto e curato. Vero, manca Celeste. Manca soprattutto Petula: Lei manca ovunque, manca nei miei giorni, nel mio telefono, nel mio Skype. Manca a Roma e pure io manco da un pezzo, da Roma.
    Manca anche il Gollum o Gil Ganesh che dir si voglia. Manca qui, ma lui è presente in altri miei canali. Una bella presenza.
    Commemorare questi eventi della natura si, è importante Riccardo. Sono fili che fanno parte del tessuto di Controluce, un tessuto che ha incrociato i fili di qualche altra esistenza.
    E poi sono legàmi che ci ricordano che siamo parte di questo grande enorme orologio che è l’universo, che si muove in continuazione, trascinandosi tutti i suoi misteri e che si manifesta in modo chiaro mediante … un’ombra. Ecco, una riflessione interessante. Si manifesta attraverso un’ombra… E in questo modo, ci parla. Ci dice che ore sono, che stagione è, e ci parla del cammino delle stelle, della luce, della notte. Punti di riferimento che ci danno la certezza di essere qui, esattamente quanto ci ricordano anche l’incertezza di essere qui. Si affacciano alla mente immagini, dalla grotta di Platone al paradosso Achille/Tartaruga. E i pensieri si srotolano, tra il reale e l’irreale, tuttavia lasciando il domandone: cosa è reale e cosa è irreale e chi lo dice. Vabè.
    Comunque sto scrivendo con una tastiera, e scorgo i miei pensieri un po’ disordinati diventare parole e scivolare su questa tavoletta luminosa che è il monitor del mio PC. Quindi sopra qualcosa di assolutamente .. etereo, di immateriale. Pensieri che finiscono in un oceano infinito di meccanismi di rotelle di schedine di congegni elettrici ed elettronici e che si trasformano in qualcosa che viene letto.. qui sopra.
    Perdonatemi lo sproloquio. Ma era per dire che la meridiana, lo gnomone, l’ombra ci dice: o gente guardate che siete sulla terra, ve lo dico io, con una semplicissima ombra e vi dico che ore sono del giorno e quale stagione sta per iniziare.
    A me mi basta l’ombra. E a voi?

  14. Ah, a me poi, basta eccome. Sempre più cose tra quelle che mi circondano le trovo superflue zavorre che mi ostacolano, e sempre di più trovo importanti cose come, ad esempio, l’ombra di una meridiana. Che in se non sarebbe nulla, ma è un simbolo, ed è importante.
    Niente foto dell’equinozio questa volta, qui non ha fatto che piovere continuamente, e se non pioveva comunque c’era un cielo di piombo.
    E un freddo…
    Il sole c’è oggi, dopo un tempo immemore, tanto che fa quasi impressione vederlo, giuro.
    Se sarà clemente, penso che andrò domani.
    Un abbraccio,
    R

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