FOLON INSIDE

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A metà, fra la terra ed il cielo, tra testa e cuore, tra accettazione e attiva accoglienza. Mediatore, cercatore di armonia.

Uno che va in giro coi sassi in tasca per bilanciare le cose della  vita che incontra, quella nella quale inciampa. Un osservatore dal cuore buono, alla ricerca della riparazione, della giustizia, del compromesso. Nel nome della pace. 

E’ Folon per me.  Di getto, davanti all’uomo Folon. Piove: lui apre l’ombrello, semplicemente. Non cerca riparo. Resta li’ sotto la pioggia senza far ritorno a casa, senza cercare un tetto.  Fa buio: lui si arrampica a cercar le stelle. Ci sono sempre le stelle: c’è sempre una luce.   Anche quando pare lontana. Anche quando ci sono le nuvole davanti.

E’ un equilibrista sui fili della vita. Che attraversa e contempla, con il suo cappottone pesante e il suo cappello, il bastone da passeggio, la leggerezza.  Lo troviamo seduto in riva al mare: l’acqua gli lambisce le gambe, gli bagna i pantaloni e lui accoglie, accetta. Non gli importa se si bagna. L’acqua esiste, proprio come lui. 

Al giardino delle Rose: si distrae dal libro e contempla il cielo. Lo guarda nella sua azzurrità come nel grigiore. Esiste, il cielo. Proprio come lui.  

Perennemente in armonia con la natura e con le sue forze che lui con calma accetta e non respinge. Semmai tenta di bilanciare. E’ un omone saggio, rassicurante. Sa, probabilmente sa, che contrastare significa perdere e che accettare significa rispettare. Che assecondare e accogliere è essere consapevole.

Vive negli acquarelli, l’uomo Folon. In orizzonti indefiniti. La sua figura contrasta spesso con lo sfondo eppure non sfigura: ha la leggerezza di una piuma anche quando è di bronzo. E’ poesia in un deserto di tempera diluita. Realtà nella finzione. Non mi riesce di definirlo romantico come mi è capitato di sentire. Gli elementi acqua, terra, aria, fuoco, onnipresenti come sfondi o come protagonisti, non è romanticismo. 

E’ un viaggiatore, un abitante, un passante del mondo. Contemplativo e tenero, sorpreso, incantato e consapevole. Incarna un uomo che passa attraverso la vita senza far rumore. Passa e va senza perdersi nulla di ciò che incontra. Senza possedere  trattenere. Semplicemente passa. Osserva. Respira. E spera. Nulla fa più sperare di un gesto che accoglie.  Il braccio che accoglie un uccello. O la pioggia che cade. L’orlo della sottana del mare si arrotola e srotola sulle sue gambe che accolgono, in un movimento senza fine.  Commovente Folon. Arriva dritto al cuore. Con buona pace del cioccolatino tondo. 

 

 

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6 pensieri riguardo “FOLON INSIDE

  1. Bello questo pezzo, molto. Per la leggerezza e l’interesse che traspare per un soggetto a me caro, che è appunto la scultura di Folon. Ho la fortuna di avere nella mia città e vicino a casa una raccolta dei suoi lavori, e per di più in uno dei posti più magici di Firenze, almeno per me. Spesso vado al Giardino delle Rose proprio per poter stare un po’ con loro, e con lui.
    Celeste lo racconta nello stesso modo in cui l’ho sempre visto io, anzi, come l’ho sempre sentito e come mi si è presentato, dall’inizio: una persona in armonia con il suo mondo. Anche se è un mondo forse un po’ più dolce di quello che vedo io nel quotidiano, ma è così: trasmette pace, e armonia.
    “L’Envol”, e “Je me souviens” sono le mie preferite in assoluto, andatele a vedere. Anzi, metto due foto.
    Ma Je me souviens è, secondo me e anche dal suo nome, la rappresentazione di un pensiero che ti si para davanti all’improvviso, come fanno i pensieri più importanti, che ti girano nella mente anche quando te non lo sai. E lui alza gli occhi dal libro, perchè non … può fare diversamente. E chissà cosa è il suo pensiero: in realtà è il nostro di pensiero, di noi che si guarda e cha abbiamo quel pensiero, quello lì… che lo sai cosa è anche se non ci pensi, o non ci vuoi pensare.
    L’envol ha una leggerezza, invece, che sembra impossibile che sia una statua di bronzo. Ti aspetti di vederla che se ne vada, alzandosi con leggerezza nel cielo. Non si cura di te non perchè voglia farlo, ma perchè sta inseguendo i suoi pensieri, i suoi sogni. Quello che desidera da tempo…
    Leggero, in armonia. Bellissimo nella sua dolcezza e senza clamori delle luci della ribalta.
    Un’altra sua opera stupenda è “l’uomo della pioggia”, e mi dispiace tantissimo che non sia in un posto bello come il giardino, ma in una banale rotatoria piena di traffico becero e ignorante, incurante.
    E non conoscevo l’uomo seduto sul mare di cui parla Cele! Tra le più belle… Lui che anche se col suo vestito ha bisogno, e cerca, il contatto col mare, che è la sua natura e non quella della giacca e cravatta: lì può finalemnte ritrovare se stesso, e può finalmente pensare. Stupendo davvero.
    Spero che opere, anzi, persone così possano contribuire a riportare il nostro mondo impazzito verso la cosa più importante: come ho letto recentemente da qualche parte, e condivido pienamente: “at the end, only kindness matters” ossia: “alla fine, conta solo la gentilezza”. Dovremmo pensarci, e ormai lo fanno in pochi.
    Buongiorno controlucini, buongiorno Cele. E grazie.
    R

  2. Grazie per questo intervento, prezioso per me.
    E poi che alla fine conta solo la gentilezza, è una frase bellissima. E manca, manca nel quotidiano, manca negli occhi della gente, manca tantissimo. Ma c’è. poca ma c’è…Io mi accorgo quando c’è, e questo mi permette di scegliere le mie relazioni. La gentilezza gratuita, diversa ovviamente da quella interessata, strumentale. è quella che incroci sul treno, al semaforo, al negozio di frutta e verdura quando il cliente aiuta la signora a reggere la borsa pesante. Oppure quando un pendolare accompagna qualcuno sul binario giusto… Cose così. Bè Folon parla di questo. Di gentilezza. Di delicatezza. Grazie per questa parola da aggiungere ai disegni di Folon. La gentilezza.
    bacio

  3. Bella la tua frase:” gentilezza gratuita” . Bella perché in un mondo dove tutto è a pagamento, magari mascherato con il concetto di solidarietà ( falsa) per farci sentire buoni e metterci la coscienza a posto.

    Scusate, ma sono anziana, e mi piace ricordare qui qualche episodio della mia vita passata.

    Tanti anni fa mi succedeva spesso di fare dei viaggi in treno, quando le persone chiacchieravano tra di loro e la loro attenzione non era distolta da quell’aggeggio chiamato telefonino.

    Allora: un giorno mi è capitato di incontrare un signore, un geologo, che aveva raccontato un episodio della sua vita giovanile e che ricordo con tenerezza tanto mi era parso delicato.

    Raccontava che tanti anni prima lavorava su un’enorme frana che era attraversata dalla ferrovia. Era una delle sue prime esperienze lavorative e seguiva attentamente quanto gli diceva un geologo attempato.
    Era fresco di studi e riteneva importanti le nozioni dei vecchi maestri.
    Sul lavoro posizionò gli strumenti adatti e ogni settimana li controllava: dopo alcune volte fu stupito dai piccoli movimenti del terreno in quasi tutte le direzioni registrati l’attrezzo e ne e domandò la spiegazione al collega, che con serietà rispose: «E’ il respiro della Terra». La maiuscola era implicita nel tono della voce . “Il respiro della Terra” non aveva mai fatto capolino nelle seriose materie universitarie ma si guardò bene dal sottovalutare quell’affermazione perché all’epoca ero come una spugna e cercava di assorbire ogni esperienza professionale.
    In seguito, nel frequentare le gallerie in costruzione, ebbe modo nei sopralluoghi festivi perchè non c’era nessuno in giro, di udire scricchiolii, in certi casi a grande profondità addirittura delle specie di miagolii.
    Il suo lavoro era forse una ferita dolorosa per la montagna?

    Mi sono commossa nel ricordare questo episodio, che avevo trascritto tanto mi era parso degno di memoria, “ miracolosamente” l’ho ritrovato dopo aver letto il post di Celeste.
    Buona Domenica Controlucini
    Pinuccia

  4. “quando le persone chiacchieravano”. Un brivido passa sulla schiena a vedere cosa invece siamo diventati: in treno tutti o quasi con le cuffiette negli orecchi o comunque con lo smartphone in mano. Pochi quelli che parlano tra loro… molto triste.
    “era fresco di studi e riteneva importanti le nozioni dei vecchi maestri”. Tutt’altro che scontato, te lo posso assicurare. Chi “ha studiato” di solito “sa”. Ovviamente crede di sapere, perchè del mondo quello vero poco sa, o nulla, ma nella sua testa il più delle volte lui “sa”, ossia è convinto di poter tranquillamente essere autonomo ,e magari anche insegnare “come si fa”.
    Nelle grandi aziende poi, per la riduzione costi o “cost reduction” ed avere una “lean structure” (come la chiamano per darle una veste di dignità forse, dato che le parole in una lingua non nostra non accendono la pelle come le nostre), vige ormai la consuetudine del prepensionamento. Perchè, si sa, i “vecchi” a fine carriera guadagnano di più di un giovane neoassunto, e quindi se te ne liberi riduci i costi. Non farebbe una piega se non per il fatto che, volere o volare, la cultura, il “know how” (perchè se non lo dici in inglese non sei nessuno) del lavoro è appannaggio delle persone di esperienza, che spesso volentieri lo tramandano ai giovani, magari dando loro qualche salutare strigliata sulla loro presunta sapienza. Crescendo insieme, unendo la loro esperienza alla reattività e alla modernità insita nei ragazzi, realizzano il detto per cui un nano sulle spalle di un gigante vede più lontano di entrambi.
    Sarà che nella mia storia, e specialmente in questi ultimi anni, ho la fortuna e il piacere e si, l’onore, di poter lavorare a contatto con molte persone di esperienza, che avrebbero potuto fare quello che avessero voluto ma che invece hanno scelto di darci una mano, a quelli della mia generazione e alla successiva per nostro tramite, nell’imparare del nostro mestiere, che è stato il loro prima di noi. Sono cose da trattare con cura, da raccogliere come le più preziose che possiamo ricevere e sono senza dubbio una dimostrazione di amore, alla fine. Perchè da quella base noi e quelli dopo di noi possono evolvere, aggiungendo il nostro mattone del ponte che insieme costruiamo: ” nessun uomo è un’isola”, e questo è il caso.
    A latere devo inoltre aggiungere che è così triste, per quelli che hanno fatto della competenza e del sapere la loro vita, vedere celebrata l’ignoranza e l’incompetenza come una sorta di verginità riconquistata. Triste e disgustoso come un cattivo odore, e irrispettoso per queste persone di esperienza, perchè non è così che si potrà mai evolvere, e perchè loro avrebbero conquistato il loro sapere per… nulla.
    Grazie Pinuccia di averci raccontato del “respiro della Terra”: lo aggiungo ai miei “respiri” che ho avuto modo di raccogliere in questi anni: per me sono cose da brividi, diversi da quelli del treno.
    Un abbraccio
    R

  5. Eccomi qui, in punta di piedi e con il mio, di respiro. Più lieve possibile, come spesso accade quando mi affaccio qui, per non disturbare la delicatezza che veglia qui, che è padrona di casa qui,
    Sono cose sempre dense, e profonde, e testimoni di anime speciali, quelle cose che io annuso qui dentro e che entrano a far parte di me. Sono come ventate di aria fresca e pura che avvolgono la mia sensibilità e il mio senso del sacro come a far da protezione.
    L’antico saper fare che offre la propria struttura al nuovo, lo appoggia, lo sostiene come fondamenta. E il respiro della terra. Entrambi offrono il battito della propria pancia per accogliere e trasmettere. Trattenere e restituire…
    Un abbraccio a tutti da una celeste consapevole che questo luogo, meno popoloso di un tempo, non ha mai smesso di respirare, di far sentire il proprio afflato sulla pelle più delicata che riveste l’anima, quella che ha il pelo corto e sottile e per questo sa sentire… Molto ma molto prima della testa e della ragione.

    Ps pero’ anche i respiri del treno, i suoi sbuffi al vapore, portano il loro cuore…
    E.. il cuore di quelli che si ritrovano al binario, con il treno alle spalle? Parliamone..

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