RESPIRO

Dove mi trovo in questi giorni sono prati verde smeraldo, alberi, torrenti, fiori di campo, monti ricoperti di abeti che man mano si diradano fino a diventare prati verso le cime. Alcune sono bianche, altre terminano in verde chiaro contro il cielo a volte azzurro a volte grigio a volte bianco, cotonatura  di nuvola. Dalla finestra di cucina, distante poche decine di metri, di stende il lago di Resia, con il suo campanile in parte sommerso, testimone di una triste storia che inghiottì tutto il paese.  Poco distante da qui, la sorgente dell’Adige: un rigagnolo di acqua fredda che a berla pare voglia staccarti i denti. Pare impossibile che quella minuscola fonte partorisca un figlio come l’Adige. Cammino, ogni giorno esplorando luoghi e ogni giorno mi stupisce la maestosità delle montagne e la vastità dei pascoli, così come la semplicità delle margherite, e delle moltissime qualità di fiori dai colori splendidi che colorano i prati puntellando quel verde incredibile. Nonostante una tendinite che a tratti mi morde le caviglie, io cammino e cammino. Tra le mucche che qui sono libere, pascolano e brucano erba vera e fresca, e fiori e chiesette e ruscelli, paesaggi da fiaba. Poca, pochissima gente per chilonetri di sentieri e ringrazio il cielo di questa quasi solitudine. E come spesso mi accade in circostanze come questa mi chiedo come e perchè e grazie a chi o cosa esiste tutto questo. Questi fiori viola sgargiante, o quegli altri, di un rosa delicatissimo, come quelli giallo limone. O quel fiore rosso che sembra un garofano ma i suoi boccioli somigliano a quelli del papavero. O il fiordaliso, il trifoglio, coi suoi fiori rossi. E la genziana, campanellina viola simbolo della montagna seconda forse solo alla stella alpina.  Oggi con tutto questo attorno mi sentivo parte di un solo grande infinito respiro. Ecco. Ci si sente parte di quell’unico respiro che non ha tempo, che non si sa da dove nasce o se un gioro finirà ma nemmeno importa di saperlo. Chi lo chiama Dio, pensavo oggi. Io l’ho chiamato Respiro.

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foto: mie.

LA LARA
Vediamo un po’ che c’è qui dentro…
DSCF1960
SONO O NON SONO DA CALENDARIO?

17 pensieri riguardo “RESPIRO

  1. si può chiamarlo come si vuole… io lo chiamo Dio, Respiro, Creato, Gioia, Bellezza… e a me piace anche chiamarlo Cammino

    un sorriso e buone vacanze cara Celeste

  2. Esistono ancora luoghi simili? Luoghi in cui il verde impera e i fiorellini sorridono al cielo? Esistono ancora fontanelle a cui abbeverarsi a volontà con acqua fresca e limpida?
    Esistono e ne sono la prova Lara e Raf dolcemente immersi in tale beltà, al FRESCO!
    Questa torrida, ed è dire poco, estate, fra una ventina di giorni , almeno secondo il calendario terminerà. Ce lo ricorderà il nostro impavido messere fiorentino con i suoi reportage dalla piazza dei giudici.

    Intanto qui da 15 giorni è iniziata la vendemmia e credetemi non invidio chi sta eseguendo questo lavoro. Mi riferisco , scusate la personalizzazione, Francesca che avendo preferito fermarsi a lavorare a casa, nell’azienda di famiglia, si alza prestissimo, con il sole, e parte.
    D’altra parte se non si lavora la mattina presto, poi diventa improbo con il passare delle ore e l’alzarsi delle temperature.

    Confidando in piogge di cui non ricordiamo nemmeno cosa siano, un saluto a tutti i Controlucini e al piccolo Elia: Ben arrivato dolce batuffolo!

    Pinuccia

  3. Buonasera a tutti i controlucini e i viandanti che leggono e che non conosco. Con mio grande stupore, nonostante scriviamo cosi poco in quest sito (ma prometto, torneremo..) si contano anche sessanta lettura al giorno. Non è male….
    Non è questo che importa, naturalmente, ma sapere che questo libro viene sfogliato è un motivo di orgoglio.
    Detto questo, rispondo a Pinuccia che da nonna chioccia, naturalmente si preoccupa delle Francesca: è giovane!!! Una bella ragazza in mezzo alle vigne, con il sole sulla pelle e tra i capelli, non puo’ che diventare ancora più bella!
    Forza Franci, siamo con te.. Mi spiace per questo clima, per i frutti che spesso non ripagano i sacrifici. La campagna spesso prende molto e restituisce poco. A volte invece è generosa. Purtroppo lo decide… il cielo.
    Speriamo che piova.. Non ne posso più. In montagna si stava bene, ma rientrati qui, anche i miei pelosi sono per lo più come pelli d’orso stese sul pavimento…
    Un abbraccio a tutti
    Cele

  4. Grazie a Celeste per averci portato in quei magnifici posti. Un bacione sul naso a Raf e Lara. Benvenuto al piccolo Elia e un abbraccio di lago a tutti voi.
    Sir Biss

  5. Grazie
    ricambiamo l’abbraccio a te, ai cigni, alle oche tutte, palmate e non (ricordi di qualche anno fa). E naturalmente al lago. Risponderà col suo respiro, il suo fiato che sa di alga.

  6. Fatto. Salutano tutti. Proprio tutti. Anche le oche, che ogni mattina passeggiano sul marciapiede. E spesso mi ritrovo a camminare con loro… Parlare con le oche. Solo qui…
    Sir Biss

  7. Si ho visto la foto e appena ho un minuto la rendo pubblica.
    Intanto buona settimana.
    PS passeggiare con le oche, così come un cane, una gallina, un unicorno 🙂
    spesso è molto meglio che passeggiare con buona parte di esemplari umani..
    scusate, oggi forse sono un po acidula.
    Ma è quello che penso.
    Buona settimana a tutti!!

  8. L’estate sta finendo: già, sembra ieri che il nostro inviato speciale da piazza di giudici ci ha documentato il solstizio e siamo pronti a chiedergli di farlo, sempre se gli garba e non è di troppo disturbo, l’equinozio d’autunno.

    Confidiamo però, e credo che tutti concordino, in un autunno normale, con le sue pioggerelline, qualche filo di nebbietta, non tanta, ma quella che fa autunno…i funghi, i colori i cieli tersi e finalmente un bel maglioncino, un caminetto acceso, una tisana calda.
    Dopo l’estate torrida un po’ di normalità sembra un paradiso.
    L’estate che a Marinz ha fatto il regalo più prezioso che si possa desiderare! Elia!

    Un abbraccio Controlucini anche a chi latita e un qua qua alle oche che accompagnano Sir BIss.

    Pinuccia

  9. Ciao Pinuccia!!!!
    eh si, ci sono abitanti dello spazio che latitano, ma ormai viaggiano tra Saturno, Marte..
    Mercurio Giove e Venere poi non parliamone 🙂
    Ma noi siamo qui, anche noi un po’ spenti ma ci siamo.
    Ed è vero!! sembra ieri che Riccardo ha postato le foto del solstizio!!
    Mannaggia quanto passa in fretta il tempo!!

  10. Si, il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo e quindi il regalo più importante che possiamo fare. E’ facile fare regali no? Basta avere soldi da spendere e tutto a posto. Ma il tempo è altra cosa. Quello non si compera, non si ripristina, non si reintegra. Regalando tempo regali vita. Mica poco eh!
    E’ per questa ragione che ritengo molto importante non sprecarlo. Stare bene attenti a chi lo si dona, a come lo si spende. Quanto tempo, nel corso di una vita, abbiamo più o meno tutti malspeso? Non mi ci far pensare! Specie in una età in cui la percezione del tempo è differente e questo signore avanza impietoso coi piedoni grossi grossi sui giorni, le settimane, i mesi. E’ un omone eh. Ma agilissimo!

  11. Quando ero piccola e pescavo le alborelle per il mio gatto non avevo che sogni e desideri. E volevo diventare grande in fretta. Il tempo era un giovanotto sbarazzino con la maglietta a righe. Adesso, come dici tu, è un omone coi piedoni. E talmente grosso che si potrebbe sperare in un attimo di stanchezza. Figurarsi… È agile come un gatto. E non si ferma mai. Non conviene proprio sprecarlo. E darne solo a chi lo merita.

  12. La montagna, questa montagna in particolare, e cioè quella dei prati e del fresco, dei fiori e delle malghe, dei paesi un po’ arroccati, è quella che preferisco. Anche io la conosco, e ci trovo rifugio volentieri. Mio zio, che non c’è più, amava la parte aspra della montagna, quella della roccia senza speranza e delle vette che guardano tutto.
    No, non “dominano” tutto, come si dice spesso, e secondo me impropriamente: quando sei lì, non domini. Quando sei lì, vedi.
    Non hai bisogno di dominare, sei oltre questo.
    Ricordo ad Agosto in cima allo Stelvio, sul Livrio, a 3200 metri, quando vidi arrivare il gipeto da lontano, coi suoi tre metri di apertura d’ali: arrivò lento, fece un giro intorno al rifugio che c’è lì, all’altezza delle finestre guardando dentro, e poi prese la strada del ritorno. Tutto questo senza un solo, unico, battito d’ali. Nemmeno uno.
    Noi imbacuccati nelle nostre giacche a vento, bitume come crema solare e occhiali da ghiacciaio e lui senza un battito d’ali. Può una situazione essere più chiara di così?
    Lui non dominava, lui vedeva.
    Quella era casa sua, e non era casa nostra, è tutto molto evidente.
    Un pezzo di quei posti che tanto amava gli fa ancora compagnia, a testimonianza e celebrazione di questo suo amore.
    Per cui la montagna, per me, è qualcosa di molto intenso, che permea dentro non appena ti allontani cento metri da dove possono arrivare le macchine: oltre quei cento metri la densità umana diminuisce esponenzialmente, e a cinquecento metri veramente non trovi più nessuno. Da lì, si comincia.
    Ma volevo dire altro, mi fate sempre perdere il filo del discorso, voialtri.
    Volevo parlare del Lago di Resia.
    Ricordo che eravamo in giro, un gruppo di motociclette, e amici. Un mondo diverso da quello che ho appena finito di descrivere, un mondo che adesso mi appartiene un po’ meno, mentre le montagne di prima, un po’ di più. Capitammo al Resia, ed è chiaro, ti fermi a vedere, a riposare, a chiacchierare. Il campanile è lì, e non è molto rassicurante in se.
    Sulla passeggiata di fronte al campanile ci sono, o almeno c’erano, dei cartelli, che raccontavano la storia di quei posti.
    Raccontavano la storia di una violenza. Una violenza sotto molteplici aspetti.
    In sintesi, il paese di Curon Venosta fu cancellato d’imperio per ampliare il lago di Resia naturale, per alimentare un bacino idroelettrico.
    Era piuttosto evidente da prima, ma vedere la storia nero su bianco fa un’altra impressione.
    Rimasi però malissimo a leggere anche altre cose: mi ricordo che lì l’esodo forzato era posta come una oppressione “del popolo italiano” contro “il popolo di lingua tedesca”, quindi era posta come una storia di oppressione di una minoranza etnica. In realtà quello era il periodo fascista, e l’oppressione non era riservata solo ad una minoranza purtroppo, ed anche io in famiglia ne ho le cicatrici. Anche altri luoghi hanno avuto la stessa sorte, ad esempio Fabbriche di Careggine in Garfagnana, pochi anni dopo.
    L’italia, da sempre sprovvista se non in minima parte di risorse energetiche fossili, per alimentare la propria industria in sviluppo andava cercando in quegli anni, diciamo nella prima metà del ventesimo secolo, l’unica possibilità di ricavare energia, ossia l’idroelettrico, e non guardava in faccia a nessuno.
    Questa lettura non mi piacque, e questo è quello che mi ricordo di quella visita, ma al di là di un lieve disappunto non è certo questo che importa, quanto piuttosto la tragedia accaduta.
    Ricercando informazioni per scrivere qui, ora, non ho più trovato una lettura di questo tipo, ma piuttosto la storia di una oppressione di una multinazionale, bella inserita negli organi di stato, che è riuscita a perorare i propri interessi a scapito di una intera comunità. Ossia, ed è questo che mio modo di vedere è l’importante, nulla di diverso da quello che attualmente, e da centocinquanta anni, fanno le multinazionali del petrolio in Africa, portando via loro con la forza tutto quello che hanno foraggiando i governi o dittatori del luogo con ampie ricompense per la loro connivenza, depredando il territorio e costringendo interi popoli a migrare in cerca di un futuro migliore. O, più semplicemente, di un qualche futuro.
    Il progetto originale prevedeva un’innalzamento del livello del lago che non avrebbe comportato danni per il paese, mentre in seguito, quando Montecatini subentrò nel progetto, fu “autorizzato” un aumento che lo avrebbe sommerso e cancellato.
    Riporto da un sito:
    http://development.idm-suedtirol.com/it/film-location//un-paese-si-inabissa-tragedia-sul-lago-di-resia

    “Curon Venosta. Poco dopo il Passo di Resia, un testimone silenzioso continua a indicare una tragedia che ha avuto inizio negli anni ’20 del secolo scorso. Il passante getta uno sguardo terrificato al campanile di S. Pietro che si erge solitario dall’acqua del lago artificiale di Resia, progetto che, per intere generazioni, ha distrutto un intero paese, la patria e la salvezza dell’anima di molti altoatesini.
    È il 1920 quando il governo italiano concede il permesso di innalzare di 5 metri il livello del lago di Resia, non sussistendo alcun pericolo per i paesi di Resia e Curon. Ma un grande gruppo industriale si aggiudica subito la concessione e i progetti dei responsabili fanno rabbrividire i cittadini di Resia: il livello del lago va innalzato di 22 metri, segnando così la proverbiale rovina di Curon. Raggirando gli abitanti con una infame manovra, il grande gruppo industriale riesce a non far sollevare alcuna protesta e a ottenere illegalmente da Roma il permesso per iniziare i lavori di costruzione. Il piano è comunque bloccato dall’occupazione tedesca dell’Italia settentrionale, che lascia sperare alla gente del posto che il progetto cada vittima dei disordini della Seconda Guerra Mondiale. Ma nel 1950 il grande gruppo industriale affoga, nel vero senso della parola, le speranze delle famiglie di Curon, nonostante la protesta internazionale, le perizie scientifiche e le proteste a livello ministeriale e nonostante persino un’udienza dal Papa, organizzata dal coraggioso parroco di paese Alfred Rieper. Alle otto di sera del 16 luglio le campane del campanile di S. Pietro suonano per l’ultima volta. Tre giorni dopo gli abitanti di Curon scendono le scale del campanile trasportando la vecchia campana risalente all’anno 1505. Il 23 luglio, domenica, si cerca di far esplodere la chiesa, ma il tentativo riesce solo in parte. Come un dongione, silenzioso e disabitato, la torre si erge ancora oggi a eterno ammonimento.”

    La tragedia del Vajont fu causata da una situazione simile: all’ultimo momento fu autorizzato un ulteriore aumento del livello del lago, per aumentare l’invaso e la sua altezza e quindi l’energia ottenibile oltre, infine, al valore economico dell’opera. E questo impregnò la montagna oltre misura e causò lo smottamento, e la tracimazione.

    Anche nella valle dove vado di solito in trentino c’è una storia di questo tipo.
    Come si sa mi piacciono i treni, e lassù, durante la grande guerra (non me la sento di usare in maiuscolo, specie ora che sono stato da poco al museo della Marmolada) fu costruita in fretta una ferrovia militare dagli austriaci. Uno dei problemi più grossi fu l’attraversamento di un paese, per i ponti sul grande, enorme fiume che c’era, e che andavano fatti non si sa come.
    Fiume che adesso non è che un rigagnolo, e per tanto tempo non ho capito questa cosa.
    E poi ho capito perchè. A monte del paese, lungo il fiume, è stato fatto un altro bacino idroelettrico e, per aumentare l’energia prodotta, si è fatto un tunnel nella montagna e si è deviato il fiume nella valle accanto, che è più bassa.
    Hanno tolto un fiume da una valle, non so se mi sono spiegato.
    Assurdo, incredibile. E devastante.

    Questi cosa sono se non violenze? Quando sento che l’idroelettrico è “green” beh… come al solito bisognerebbe avere la voglia di informarsi, e di sapere, e di capire.
    Ma più in generale si deve divenire consapevoli, ora, subito, che siamo troppo invasivi su questo pianeta, e, ancora più alla radice, che c’è troppa avidità e troppi pochi scrupoli.
    Che il “i miei interessi prima di tutto”, come ha sdoganato il presidente di una delle più grosse potenze mondiali all’ONU ieri, non è la soluzione ma è “IL” problema.

    Scusate per questa pesantezza… a volte succede. La prossima volta sarò più allegro, giuro.
    Saluti
    R
    A proposito, PS! Pinuccia, non mi sono scordato dell’appuntamento, ma mi fa piacere che tu me lo ricordi 🙂

  13. .
    Grazie Riccardo per le storia e per le riflessioni personali che le accompagnano.

    Lessi da qualche parte, tempo fa, che un cane, per molti mesi dopo i fatti di Curon, nuotò disperatamente nel lago per cercare la sua casa. E che una signora tuttora vivente non si sarebbe mai recata sulle rive del lago. Ai tempi la sua famiglia perse casa, fattoria, animali, prati.. In poche parole venne loro sommersa la vita. E lei non ha dimenticato anche se ai tempi era probabilmente molto piccola.
    Lessi anche che i manifesti che annunciavano quel che stava per accadere furono furbescamente scritti in italiano. E si sa che ai tempi, l’italiano era molto meno conosciuto di ora. Il che è tutto dire..
    Non so se ciò corrisponde al vero oppure se c’è qualche pennellata di poesia. Approfondiremo.
    Di certo non ho incontrato persone del posto particolarmente orgogliose di questo luogo né ho trovato forti richiami nei contesti turistici.
    .
    Il campanile, secondo me, esprime ciò che hanno ancora nel cuore gli abitanti di Curon che c’erano allora e/o che portano le cicatrici dei propri parenti.
    Lui sta là comunque, e al crepuscolo mi ha offerto una immagine potente.
    Non chiede nulla, è chiaramente orfano della sua Chiesa: anche lui senza casa, come accadde ai suoi abitanti. E lui è rimasto lì, dicendo: bè io da qui non mi muovo. Non cedo. Non me ne vado. Io non mi sposto. E lo ha fatto davvero. Gli hanno tolto la voce attraverso la rimozione delle sue campane. Ma a dispetto di tutto, del “progresso” dell’economia, del profitto lui è rimasto lì.
    Non esprime orgoglio ma testimonianza. La sera è, per me, la voce muta di un pezzo di storia e di tanta gente che comunque non dimentica. La sera, perché per me, in vacanza, la sera ha un effetto speciale. Subisco il fascino del crepuscolo. E poi la sera cessano le voci, il turismo si fa “meno turistico” e tutto è più contemplativo.
    Una leggenda racconta che a volte si sente suonare le campane. Tutti lo sanno che non ci sono più, le campane, dentro a quel signore. Ma chi può dire veramente che non suonino?
    .
    Forse queste mie riflessioni sono un po’ “poetiche”… Ma chi mi conosce bene, sa che per me hanno pensieri e respiro anche i sassi.

  14. La padrona di casa latita, chissà dove sta celestando adesso.
    Comunque l’equinozio è sì passato, ma c’ero a testimoniare la presenza del popolo controlucio tutto.
    Aspettiamo tutti pregni di fiducia.
    Regards
    R

  15. eccomi qui
    molto celestialmente dopo aver celestato nel fine settimana in tutt’altre faccende celesti e non.
    Non mi sono ovviamente dimenticata – non potrei mai, del nostro appuntamento. Il nostro reporter – inviato speciale – mi ha dotata delle fotografie ma non ho potuto postarle. In realtà c’è una cosa da dire ovvero che io e R volevamo costruire insieme il post a corredo delle foto, e non abbiamo avuto modo per le più svariate ragioni, non sempre celesti..
    Forse gli astri che veramente son celesti, dovrebbero allinearsi qualche volta e rendere propizio il momento. Penso ad una congiunzione… astrale. Per esempio. I post verrebbero benissimo…
    Comunque ora provvedo non so ancora se in totale solitudine oppure in doppio.
    A prestissimo.
    Intanto abbiate tutti quanti una celeste settimana, pennellata di rosa e di giallo ocra quando diventa sera.
    Mamma mia quanto so’ poetica stamattina!

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