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21 maggio 2012 / celestechiaro

PROMESSE – DUE

Lo Stato non risarcirà il terremoto

Leggo nell’articolo sopra linkato che “solo un paio di settimane fa” lo Stato ha decretato lo STOP ai  risarcimenti per coloro che sono colpiti da calamità naturali.

Ma che tempismo!!!  Ora mi domando – me lo sono sempre domandato ma adesso me lo domando più forte – : possibile che con tutti i sistemi di rilevazione dei movimenti della terra, tutta ‘sta tecnologia, che a sentire alcuni rileva il respiro del pianeta ecc … POSSIBILE che non si riesca mai, dico MAI a prevedere un terremoto? E se invece fosse stato – almeno questa volta – possibile? Il decreto non sarebbe un pelo ad hoc? Giusto un pelo eh? Riccardo dice: ma perchè te pensi che si vergognerebbe qualcuno ad emetterlo “dopo”? No, non lo penso affatto. Figuriamoci. C’è da aspettarsi di tutto da questa classe dirigente ladra, da questo mare nostrum di delfini trote e moscardini vari che a far bene le cose, si farebbe un bel fritto misto di tutti con l’olio bollente, quello scadente si intende.  Ma è tempo di elezioni … Si è votato, giusto giusto in questi giorni. Voti che sono (anche) sondaggi per le elezioni 2013. Si sa, i voti valgono bene la vita di quattro gatti sotto le macerie. Bella mossa, quella di far emettere il decreto “niente soldi per le calamità naturali” da un governo “tecnico” . Che di tecnico non ha proprio niente. Ma proprio niente. Governi incapaci, inutili, assenti adesso come prima. Anzi.. molto meglio sarebbe se fossero assenti per davvero: avranno piu’ soldi le famiglie.  Soli siamo soli comunque. Allora che ci lascino SOLI. Fuori dai coglioni. TUTTI. Ma per davvero.

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15 maggio 2012 / celestechiaro

PROMESSE

 (grazie a RT per la foto e per il resto)

Fatto salvo che imbrattare muri cabine telefoniche treni e quant’altro “non s’ha da fare” … bè … è bello vedere una scritta come questa. Tra le tante Forza Inter Viva la f….. ecc.. un pensiero d’amore.

Che commuove, fa sorridere e anche invidiare un pochino quella stella che probabilmente avrà avuto modo di brillare (io spero di sì, che sia accaduto..)

Assolviamo l’autore dal peccato di avere scritto sopra una cabina telefonica?

1 maggio 2012 / celestechiaro

PELLE

Pioveva. Sul ponte, nel fiume e sull’impermeabile di Elena.  La pioggia rendeva il fiume frizzante. Il cielo, scuro, colore del fumo, sembrava dovesse cadere sulla terra, da un momento all’altro. Invece stava là, come sostenuto da una forza invisibile, misteriosa. Cadevano solo lacrime di cielo, gelate. Elena si domandò se il cielo le piange già fredde oppure se si raffreddano durante il percorso, dagli occhi alla terra. La pioggia le ricordava sempre un novembre di tanto tempo fa, quando non c’era alcuna ragione per cui  quel giorno dovesse splendere il sole tantomeno brillare le stelle quando il giorno fu sera.

Poco prima era sul treno: odore di umido mescolato a quello fresco del mandarino che la ragazza con i capelli neri mangiava lentamente, dividendo la sua attenzione tra una rivista di gossip e le unghie smaltate di rosso. Odori .. ecco cosa rimane dentro per sempre, pensò Elena. Gli odori. Ponti tra i ricordi incastonati in luoghi remoti della mente, trampolini tra presente e passato, onde radio velocissime e far riaffiorare momenti sia pure insignificanti ma pregni di odore. Non le parole, non i colori, non i gesti ma gli odori. Sapeva che avrebbe per sempre associato il treno del ritorno con il profumo del mandarino. Che avrebbe scordato le fattezze del viso della ragazza e anche le sue unghie rosse, troppo rosse e troppo lunghe ma che non avrebbe dimenticato l’odore.

Era stata indecisa per tanto tempo, Elena, ma alla fine guardando un’ ultima volta il biglietto, comperato tanto tempo prima, decise che era arrivato il tempo di fare ritorno. Mancava da molti anni da quella che un tempo il suo cuore considerava “casa”: una vita di spostamenti, studi e poi lavoro e poi specializzazioni e viaggi e ancora lavoro.

E poi Pietro. Che era diventato il suo tutto, la casa, l’amore, il calore, e un progetto. La certezza del ritorno, la poesia delle cose delicate ma anche la passione, il compagno con cui attraversava il tempo lontano dai luoghi comuni, dalle convenzioni, dai rapporti finti, dalle frasi fatte. Con lui non c’era palcoscenico, nè le pesanti tende di velluto a nascondere verità o bugie. Non c’era compromesso, non c’erano copioni da recitare.

Lo aveva incontrato su una spiaggia, in un ottobre insolitamente caldo, e conosciuto grazie ad un banalissimo sassolino colorato che stava raccogliendo sul bagnasciuga.

Lui divenne le sue ali: con lui attraversava i confini del tempo, abbandonava la pelle della “brava ragazza” che fin da piccola le avevano cucito su misura cento mani di sarti tutti uguali, usando lo stesso cartamodello con cui era stata cucita la pelle di sua madre e quella di sua sorella. Era diventata un buon prodotto, lo stesso che altri avevano desiderato, deciso, progettato e infine costruito.

Pietro era il sogno, la mano che scioglie le catene, era l’aria, il respiro, il battito del cuore. I suoi fianchi erano la casa dalle finestre aperte, la sua pelle sapeva di cose buone, di libertà. Dalle sue labbra non uscivano mai parole congelate nemmeno in inverno.  Aveva ascoltato parole così gelate, nella sua vita, che bisognava metterle accanto al fuoco per poterle ascoltare. Ma niente in Pietro era gelato anzi lui era il suo disgelo, il fiato caldo sugli strati duri del cuore. Gli strati costruiti dagli altri.

Con lui aveva smesso di vivere il tempo degli altri, di misurare le cose con il metro degli altri, e di vivere la vita degli altri. Piano piano aveva ritrovato la sua pelle, lasciato quella finta, un pezzetto al giorno, pagando ogni giorno con un po’ di dolore. Ma sapeva che in fondo c’era una Elena da raggiungere, da ritrovare, da amare.

Aveva smesso di cercare di uccidere il tempo, perché non gridasse troppo forte con una voce che non era la sua, perché smettesse di avanzare con passi che non erano i suoi, perché finisse di chiederle di ingannarlo, con menzogne e illusioni e false convinzioni.  Aveva smesso di cercare rifugio nel sonno, nel lavoro che erano solo palliativi, farmaci inefficaci per l’aridità dell’anima che mangiava l’anima e ogni tenerezza della vita.

Aveva imparato ad annusare la terra, l’erba, a sentire la pelle che, finalmente sua, le parlava una lingua comprensibile.  Aveva conosciuto l’odore delle stelle: lo portava la brezza della sera sulla schiena nuda di Pietro sul terrazzo,  nelle sere d’estate. Leggeva poesie nelle mani callose di un uomo che lavora, come tra le ciglia dei bimbi quando ridono, sui visi degli anziani tra i solchi della vita. Riconosceva il cuore di chi è capace di stupire e sentiva il suo cuore capace di stupirsi.  

Poi Pietro se ne andò, come una stagione, come le nuvole, come la neve.  Era novembre, pioveva. La offesero e ferirono tutti gli arcobaleni che vennero, come tutte le primavere che arrivarono una dietro l’altra, una più spudorata dell’altra. Esplosioni di colori e odori, cieli turchesi e canti di uccelli. Prati verdi e laghi di smeraldo liquido, autunni lussureggianti di rossi accesi e ori sui suoi giorni erano offese, colpi di piccone sopra un dolore profondo e sempre vivo.

Non era un caso, la pioggia, il giorno del ritorno. Non lo era affatto. La pioggia la stava accogliendo, era il benvenuto del cielo e non il pianto. Per una volta almeno. Tolse l’impermeabile per offrire alla pioggia la pelle, la sua vera pelle, quella ritrovata e si rese conto in quel momento di essere tornata a casa tanto tempo prima: capì che è quando si ritrova la propria pelle che si torna davvero a casa.  Il tempo di Pietro è stato questo: accompagnarla dentro casa, dentro sé stessa, la sola, unica, vera casa.  Permise alla pioggia di idratare la sua pelle: sapeva che sarebbe rifiorita perchè era la sua.

Forse ci sono incontri che hanno il compito di accompagnarci, di traghettarci in un posto, di seminare un pezzo del nostro orto con i nostri stessi semi che abbiamo in tasca… ma non lo sappiamo, pensò a voce alta Elena, e cominciò a sentire freddo.

La sua pelle ricominciò a parlarle anzi non aveva mai smesso. Solo che lei riprese ad ascoltarla.  Si rimise l’impermeabile: qualcosa scivolò dalla tasca. Si chinò: era un piccolo sasso colorato.

14 aprile 2012 / celestechiaro

PER AURORA

sottotitolo:

quando la zia dà i numeri

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Buongiorno !! Grido’ Uno incontrando per la strada Sette.

Ohh buongiorno a Te, Uno – risposte Sette con un leggero inchino.

Mmmm eslamò Uno … Sei sempre con quel braccino teso, come qualcuno un po’ di anni fa…

Eh mio caro Uno, non sono di certo stato io a copiare quel saluto! Io sono nato prima, molto tempo prima sai?  Sono antico, molto antico e sono anche un numero speciale.  Come? Perchè  sono speciale???

Sette sono le note musicali, i giorni della settimana, sette sono le stelle delle Pleiadi visibili dalla Terra. Sette sono le virtu’ e anche i vizi capitali, le piaghe d’Egitto, i libri della Bibbia. Sono sette i dolori della Madonna, i re di Roma, i veli della veste di Salomè. Devo continuare?

No! Per carità! Anzi perdonami se con tutta questa Storia mi sono soffermato sul saluto fascista!!! Promesso che non lo faro’ più. Prendiamo un caffè?

Volentieri!

Mentre passeggiavano per la stradina del parco, ciascuno con il proprio braccino, uno teso, l’altro a mezz’asta, videro arrivare in contromano una specie di lumachina, che rotolava, rotolava, perchè il sentiero, che era un po’ in salita  per Uno e Sette, era in discesa per Sei.

Sei si fermò appena in tempo, qualche istante prima di cozzare contro la gambetta secca secca di Sette grazie a una frenata stile Willy il Coyote sull’orlo del precipizio quando è rincorso da Beep Beep.

Buongiorno!  – dissero in coro Uno e Sette!

Pant Pant… Buongiorno!  – rispose Sei. Beati voi, che non rischiate di rotolare. Io con questo pancino tondo e un baricentro un po’ precario, potrete ben immaginare che fatica è camminare lungo i sentieri in discesa quando mi capita di perdere l’equilibrio! Tra l’altro, poco fa, ero in giro con due dei miei fratelli… Mai più!!! Insieme a passeggio facciamo Sei Sei Sei.. Eh!!! Non è mica una bella cosa quando un gruppo di ragazzini travestiti da Iron Maiden si mettono a canzonarti con “Six Six Six the number of the beast!”  Provare per credere! Proprio oggi ci siamo accordati: in futuro passeggeremo in due, in quattro ma  mai più in tre!

Tre??? Tre??? Siii?? Chi mi ha chiamato?

La vocina arrivava dalla panchina dove un tranquillo Tre se ne stava seduto a leggere il giornale.

Buongiorno Tre! – dissero tutti insieme Uno, Sette e Sei.

Buongiorno a Voi –  rispose Tre lasciando suo giornale sulla panchina, raggiungendoli. Di cosa stavate parlando?

Mah… ognuno di noi parlava delle proprie forme e dei propri dolori e difetti.

Difetti? Io di certo non ne ho! Sono il numero perfetto!!!

Ecco!! Senti coso… numero perfetto, vieni a prendere un caffè con noi? E visto che sei perfetto, paghi tu!

Va bene, andiamo pure ma prima devo telefonare a Quattro che, data la sua forma, si è prestato a far da altalena a una virgola che passava di qua e ora non so più dove sia. Anzi dirò a Quattro di raggiungerci al bar. Di solito la sera facciamo sempre… ehmm quattro passi insieme.

Chiacchierando del piu’ e del meno, Uno, Sette, Sei, e Tre,  raggiunsero il bar che era anche una trattoria.

Il cuoco, Otto, con un bel pancione tondo e un faccione altrettanto tondo stava discutendo con Nove che si burlava di lui perchè a volte entrava nel locale a testa in giù spacciandosi per Sei. Sei un numero monello!!!  diceva Otto, paonazzo, mentre rincorreva Nove,  agitando il suo cappello bianco.

Dietro il bancone del bar, Cinque e Due se la ridevano a crepapelle.

Bè.. è quasi ora di cena. Che ne dite di un aperitivo, al posto del caffè? proposero Cinque e Due, rispettivamente barista e cameriere ma all’occorrenza anche tuttofare.

Due si lamentava sempre, diceva che lavorava per … due. Lo diceva ingiustamente perchè Cinque gli dava sempre… ehmm .. una mano. Appunto!

Benissimo!! – Risposero tutti in coro. – Magari con un po’ di salatini! – Aggiunse Quattro che nel frattempo aveva raggiunto il gruppo.

Eh no!! I salatini sono finiti –  informo’ Cinque.  E’ passato Zero, qualche ora fa, e come sempre fa piazza pulita di tutto. Ora starà dormendo, satollo, sotto qualche albero, indisturbato, dato che nessuno lo vede!!!  Sembra una bolla d’aria, lui!

Non fa niente. Anche senza salatini …

Prosit!

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3 aprile 2012 / celestechiaro

LABIRINTI

 (Disegno:  Stefano Boer. )

 

“Un fuggiasco non si nasconde in un labirinto. Non innalza un labirinto su un luogo alto della costa, un labirinto cremisi che i marinai avvistano da lontano. Non ha bisogno di erigere un labirinto, perchè l’universo già lo è.”

(Abenjacàn il Bojarì  J.L.Borges)

Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine”.

(L’immortale J.L.Borges)

“Dall’inesauribile labirinto di sogni tornai, come a una casa, alla dura prigione. Benedissi la sua umidità, benedissi il suo giaguaro, benedissi il foro della luce, benedissi il mio vecchio corpo dolente, benedissi la tenebra e la pietra”.

(La scrittura del dio J.L.Borges)

29 marzo 2012 / celestechiaro

CONTROLUCE SONG

26 marzo 2012 / celestechiaro

TAM TAM

Leggo sul sito di Enrica Garzilli, che visito spesso, e linko. 

http://orientalia4all.net/2012/03/19/animali-e-diritti-altrimenti-ci-arrabbiamo/

20 marzo 2012 / celestechiaro

LA CHICCA – TRE

18 marzo 2012 / celestechiaro

info

COMUNICAZIONE DI SERVIZIO

Ricevo diverse segnalazioni: nessuno riesce a commentare. Nemmeno io, senza log-in, posso farlo. Preciso che non ho messo i commenti in moderazione nè mai lo farei a meno che non fossi costretta e finora non è mai successo. Mi spiace, credo sia un problema della piattaforma. In ogni caso, ogni vostro commento mi potrà essere inviato via e mail, e provvederò a pubblicarlo.. So che non è bello ma non vedo altre soluzioni, per ora. Ho scritto al servizio assistenza: aspettiamo.  Nel caso … migreremo su altra piattaforma. Non vedo altre soluzioni.  Grazie. Ori

PS chissà se Splinder aveva qualcosa a che fare con i Maya? 

INFO DUE

Ho scoperto COME commentare 1) se non si possiede un gravatar (l’immaginetta come la chiama Pieffe) nessun problema. Si esce come anonimi, come accade a Pinuccia, Riccardo, Gil  ecc. 2) se si possiede un account (vedi immaginetta) quindi come Pieffe, Petula, Sir Biss, Frost ecc, allora il sistema (non chiedetemi perchè) chiede il log in. Quindi, nella finestrina SOTTO lo spazio per il commento, si clicca sulla W di wordpress e si inseriscono le proprie credenziali (ID e password). Abbiamo fatto la prova ora, con Lotus e funziona. Credo sia un errore, un baco di wordpress. Io non ho cambiato alunchè nelle impostazioni…  Non avrebbe senso dato che il blog viene penalizzato…

 

17 marzo 2012 / celestechiaro

LA CHICCA – DUE

Il panettiere consegnava ogni mattina il pane a casa, lasciando il sacchetto nella cesta appesa al cancello della casa in cui vivevo all’epoca. Un sabato mi aspettò e mi disse che il suo nipotino desiderava da tempo un cagnolino: fu così che regalai il piccolo di Chicca. Noi avevamo già due cani e poi ero certa che il piccolo sarebbe stato  in buone mani per cui il nipotino del panettiere diventò il nuovo amico del cucciolo di Chicca.  Chicca guarì del tutto: medicine e cure ripristinarono il pelo laddove mancava, la sua salute migliorò e dopo un po’ di tempo si poteva considerare una cagnolina sana e felice. Gli altri nostri cani l’accolsero fin da subito, e lei ogni notte si arrotolava accanto a loro trovando calore e sicurezza e affetto. Abitavamo una villetta, con tre cancelli e un giardino e un orto, situata in una zona del paese costruita a villette. Dopo qualche tempo, notammo un cagnolino, pelo raso, bianco nero,  musetto curioso e occhietti  vispi, fare la posta davanti al nostro cancello: la ragione era fin troppo chiara, Chicca era in calore. Una sera, al rientro a casa di mio fratello, accadde il “fattaccio”: l’inseminator, come fu chiamato, non si lasciò  sfuggire l’occasione di quel cancello spalancato e una domenica di Maggio, proprio il giorno della festa della mamma, Chicca mise al mondo 4 cuccioli. Bellissimi, quattro palle di pelo riccio. Fu una gioia ma anche un problema: a quel punto i cani erano sette, non facilmente gestibili, con  due cancelli che servivano tre automobili. Fortunatamente quattro conoscenti, persone fidatissime e conosciute ci chiesero i piccoli,  i quali  dopo lo svezzamento trovarono casa e amore. Chicca era una cagnolina intelligente, molto intelligente, dotata di un carattere deciso, testardo e soprattutto disobbediente e curioso. Quando capiva che non volevo che facesse qualcosa, guardava il cielo, soffermandosi in punti precisi con grande interesse come se da quell’osservazione dipendesse la sua vita! La cosa mi faceva un po’ arrabbiare ma soprattutto ridere. Era uno spettacolo vedere quanto una cagnetta alta una spanna potesse prendersi gioco di una persona. Una delle sue trasgressioni preferite era quella di uscire  dal cancello ogni volta che questo restava aperto  (il solo  tempo necessario  per passare con l’auto). Dicevo prima che la casa stava in una zona residenziale di villette pertanto le strade servivano solo le case stesse: le piccole uscite di Chicca (tre minuti al massimo) non erano dunque un pericolo, considerando che lei si limitava a pascolare nell’erbetta che cresceva rasente il recinto di casa.  Ma un pomeriggio, questa piccola trasgressione fu fatale. Era una domenica, io stavo leggendo in camera mia, mio padre usci con l’auto ma la cagna del dirimpettaio (libera per la strada)  aggreedì la mia piccola. Sentii un urlo terribile, lo ricordo ancora,  non lo dimenticherò  mai. Uscii con il cuore in gola, caricai la cagnetta in auto: con le gambe tremanti e un senso forte di nausea e disperazione,  non so come raggiunsi un ambulatorio veterinario di quelli aperti 24 ore. La cagna della vicina  le aveva staccato un occhio a morsi. La lasciai li la notte, fu sedata, le vennero date medicine attraverso flebo,  operata il giorno dopo.  La salvarono. Lei rimase la stessa di sempre, allegra, con il suo cuore enorme, la sua fiducia neri confronti di tutti, e del tutto immmutata la sua vivacità.  Passarono altri anni, e l’unico suo occhio si ammalò di cataratta ma lei, come tutti gli animali, aveva il suo nasino: quell’organo meraviglioso e misterioso e potente le permise di vivere bene e di sopperire al resto. Mi trasferii, lei restò con mio padre perchè la mia casa non era idonea ad accoglierla: Chicca era troppo piccola e la casa aveva una recinzione provvisoria e per niente sicura. E poi era un ambiente sconosciuto e sarebbe stata sola tutto il giorno. Provai, a portarla qui, ci provai, ma la vidi disorientata, se pure curiosa, ma si si spezzava il cuore. Sapevo che lo avrei fatto per me e non per lei. La riportai quindi a “casa”. Continuai naturalmente a vederla, ovviamente ad amarla. Poi una domenica venne mio padre a pranzo da me e mi disse che era morta. Non volli sapere come, non lo so nemmeno adesso. Non mi importa di saperlo. Visse 12 anni felice, nonostante il terribile incidente. E questo mi basta. Nemmeno mio padre potrebbe più raccontarmelo, pero’ il cane di mio padre vive con me. Questo lui lo sa, glielo avevo promesso.

Nel post successivo, ci sarà la fotografia della Chicca. Quella del suo piccolo grandissimo cuore è invece impressa in un posto di dentro, per sempre.

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