BUGIARDINO BLOG

FARMACI1

 

CONTROLUCE ®

Indicato per i dispersi nei meandri del tempo che non vogliono assolutamente trovare la retta via, a coloro i quali cercano l’essenza della vita ma non la troveranno mai perchè quello che gli piace è l’atto stesso della ricerca, chi ha solo certezze, ma tutte e sole quelle di non averne, chi ama la zia, chi va a portapia, chi trova scontato, chi come ha trovato na na na na na na na na na, ma il cielo è sempre più blu.
Per gli altri: vedere le controindicazioni. La controindicazione si intende assoluta quando mancano del tutto circostanze ragionevoli per intraprendere la lettura che dovrebbe portare migliorie alle condizioni del soggetto.

CARATTERISTICHE DEL PRODOTTO
Controluce: sempre.
Controcorrente:  spesso.
Controvento: qualche volta
Contromano:   capita
Controindicazioni: leggere attentamente il foglio illustrativo

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AVVERTENZE E CONTROINDICAZIONI
Gli amanti dei luoghi comuni debbono astenersi dal leggere il blog. Può causare effetti collaterali anche gravi.  Casi riscontrati:  1000/1000: “morbo della mucca davanti al passaggio a livello”, una sindrome che paralizza i muscoli facciali e forma, in mezzo alla fronte, un ruga profonda simile al punto di domanda. Questi effetti scompaiono dopo qualche istante aver premuto  il tasto “esc” – uscire dal blog –  e  ritorno alla vita normale.
Se il morbo persiste, contrastare con qualche lettura di altri blog, facilmente reperibili in tutte le piattaforme. Alcuni sono molto efficaci e soddisfano il bisogno di consolidare la propria fede.

Si raccomanda cautela nel leggere il blog ai sofferenti di permalosite acuta o grave. Chi ne soffre in modo lieve, la lettura potrà essere limitata a 10 minuti al giorno, scegliendo tra i tag più generici quali:  sociale, valori, storie. Nei casi più gravi si raccomanda l’assunzione di Antipermal mezz’ora prima della lettura, sciolto in mezzo bicchiere di acqua tiepida diluita con un cucchiaio di  Celestan 500 mg  che rende l’acqua di un particolare colore celeste. Le stesse avvertenze sono raccomandate anche a chi soffre di mania di persecuzione.

I soggetti  affetti da sindrome bau-bau micio-micio  devono assumere  il prodotto con scrupolosa cautela. Nei periodi di stress, si consiglia di assumere giornalmente visioni di “Un posto al sole” e  “Cento vetrine” in modo da controllare e diminuire gradualmente il tasso glicemico fino al raggiungimento di quello ottimale.

Pazienti con grave insufficienza empatica moderata o grave e quelli affetti da insufficienza simpatica anche lieve: astenersi assolutamente di usare il prodotto e anche solo di avvicinarsi: in caso di contatto consultare immediatamente Luca Giurato o Pippo Baudo.

Pazienti affetti da psicosi: nessun effetto collaterale riscontrato nell’osservazione di questi pazienti i quali hanno mantenuto inalterate tutte le disfunzioni esistenti prima della somministrazione del prodotto. Sono consigliate le misure prudenziali di base al fine di scongiurare ogni possibile peggioramento.

Depressione: I dati riscontrati dall’osservazione dei pazienti depressi sono ad oggi oggetto di valutazione. La costante assunzione del prodotto Controluce  ha rilevato in questi pazienti una diminuzione dell’uso di anti depressivi e un aumento dell’uso  di cannabis e grappa. Si sono verificati alcuni casi di allucinazioni: qualche paziente ha giurato di aver orbitato, pedalando, attorno alle Pleiadi e altri di aver stretto la mano a gnomi nel bosco.

POSOLOGIA
Alla bisogna.

ASPETTO
Il prodotto viene aggiornato senza alcuna regolarità né preavviso.  Anche la confezione è soggetta a variazioni che dipendono esclusivamente dall’umore del suo produttore.

COSA FARE NEI CASI DI EMERGENZA
In caso di intossicazione del prodotto assumere immediatamente otto tavolette di cioccolato fondente 70%. Se associata a crampi si può ricorrere a massaggi. Sulle Pleiadi li sanno fare molto bene.  Per informazioni sui voli consultare la Pieffe Air Company. Assolutamente no low cost..∞

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Il presente foglio illustrativo è soggetto ad integrazioni ed aggiornamenti. Gli utilizzatori del prodotto sono invitati a segnalare eventuali effetti, positivi e negativi al fine di ampliare le conoscenze acquisite.

 

MELAPOSTO E MELARUBO

baffi

melaposto

È una torta di mele ma un po’ differente dalla torta di mele tradizionale.  Provatela e poi ditemi se non è da leccarsi i baffi.

COSA SERVE
– 1 rotolo di pasta frolla
– 4 mele
– 1 cucchiaio di cannella
– 100 g di zucchero
– 2 cucchiai di fecola
– 100 g di farina- sale
– 100 g di burro
– zucchero a velo

COME SI FA
Stendere la frolla su una tortiera formando un guscio.
Unire alle mele tagliate a cubetti lo zucchero, la cannella e la fecola.
Mescolare bene.
Versare il composto sul guscio.
Preparare il crumble mescolando farina, zucchero, sale e burro a tocchetti.
Lavorare l’impasto formando delle briciole che verranno distribuite sulla torta.
Cuocere a 180° per 30 minuti. Spargere lo zucchero a velo.

melarubo

La foto la rubo a Frost
http://robertaenne.wordpress.com/2013/01/19/an-apple-a-day-keeps-the-doctor-away/#more-1070
mi collego in controluce proprio per pubblicare la ricetta della torta di mele, passo da Frost e cosa trovo? Mele!!

2012 IN CONTROLUCE.

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

2012-emailteaser

Ecco un estratto:

2012: 4,329 films were submitted to the 2012 Cannes Film Festival. This blog had 25.000 views in 2012. If each view were a film, this blog would power 6 Film Festivals

Nel 2012, ci son stati 50 nuovi articoli, che hanno portato gli archivi totali del tuo blog a 409 articoli. Hai caricato 135 immagini.

Il giorno più trafficato dell’anno è stato 16 marzo con 211 pagine lette. Il messaggio più popolare quel giorno fu LA CHICCA – UNO.

Attrazioni nel 2012: ecco gli articoli più letti nel 2012.

Alcuni dei tuoi articoli più popolari sono stati scritti prima del 2012. I tuoi scritti restano!

(fin qui è scritto da WordPress, compreso il sottotitolo che cita i folletti!!!)

 

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da me:

Grazie a tutti e a tutti un abbraccio affettuoso per un tempo che sia foriero di luce e di tante piccole cose belle. Piccole perché è lì che sta la bellezza, dentro le piccole cose: lo diciamo sempre, qui.  Cerco di nominarvi tutti, questo blog è frequentato da 4 gatti ( ma che gatti! ) e questa è una ragione in più per essere orgogliosa di questi “numeri” che stupiscono me, prima di tutti.  In ordine sparso: 

Marinz, cui devo, tra l’altro, la migrazione del sito e poi tanti motivi di riflessione.
Pieffe, orecchiette, speciali sapienti e acute oltre che straordinariamente intuitive. Devo molto a quell’essere  peloso, non solo per questo sito, ma per ciò che rappresenta nel mio Tempo.
Petula, la gatta filosofa e Lucertola, da preda ad allieva. Devo molto anche alla sua coda e al suo naso.
Pinuccia, donna e nonna intelligente, delicata e sensibile, si commenta da sé, basta leggerla.
Roberta (Frost), che si diverte con noi e tesse le foto come una moderna Penelope.
Sir Biss che porta odori di lago e profumo di salvia e rosmarino e tanta partecipazione. Che sa prendersi in giro come ahimé pochi sanno fare.
Riccardo: quando i “numeri” sono alti, per visite e interventi, dietro c’è spesso lui, a dibattere con orecchiette e gatte. Un altro pilastro di cemento armato qui e non solo qui.
Francesca Pacini (Mulino di Almeto): perché è a lei che devo l’incontro con Pieffe e Petula.  E anche l’onore di avere scritto su Silmarillon. Non scriverò MAI come lei ma proprio per questo è un piacere vero leggerla. Imparo.
Carola, dal cuore dolce e romantico: la sua sensibilità e il suo calore dentro casa hanno fatto spesso il lavoro di un plaid. Amica di una vita, non ci si vede quasi mai, ma noi ci siamo.
Simona dagli occhi blu, che si firma Lotus, per qualche verso così simile a me da sembrare quasi…. mia parente  😉
GilGanesh che ci manca molto, così come il Gollum: hanno creato tante divertenti sceneggiature:  ci hanno dato tanto cuore e tanti sorrisi. E fiato per questo posto.
Simonetta (Calembour), che delle parole ne ha fatto e ne fa un mestiere.
E poi a tutti quelli “qui non nominati”,  e anche a quelli che leggono regolarmente senza apparire e mi scrivono  le e-mail.

Celeste anno a tutti, dal cuore.
Orietta

ps perdonatemi questa seconda autocelebrazione … Giuro che è l’ultima.

PELLE

Pioveva. Sul ponte, nel fiume e sull’impermeabile di Elena.  La pioggia rendeva il fiume frizzante. Il cielo, scuro, colore del fumo, sembrava dovesse cadere sulla terra, da un momento all’altro. Invece stava là, come sostenuto da una forza invisibile, misteriosa. Cadevano solo lacrime di cielo, gelate. Elena si domandò se il cielo le piange già fredde oppure se si raffreddano durante il percorso, dagli occhi alla terra. La pioggia le ricordava sempre un novembre di tanto tempo fa, quando non c’era alcuna ragione per cui  quel giorno dovesse splendere il sole tantomeno brillare le stelle quando il giorno fu sera.

Poco prima era sul treno: odore di umido mescolato a quello fresco del mandarino che la ragazza con i capelli neri mangiava lentamente, dividendo la sua attenzione tra una rivista di gossip e le unghie smaltate di rosso. Odori .. ecco cosa rimane dentro per sempre, pensò Elena. Gli odori. Ponti tra i ricordi incastonati in luoghi remoti della mente, trampolini tra presente e passato, onde radio velocissime e far riaffiorare momenti sia pure insignificanti ma pregni di odore. Non le parole, non i colori, non i gesti ma gli odori. Sapeva che avrebbe per sempre associato il treno del ritorno con il profumo del mandarino. Che avrebbe scordato le fattezze del viso della ragazza e anche le sue unghie rosse, troppo rosse e troppo lunghe ma che non avrebbe dimenticato l’odore.

Era stata indecisa per tanto tempo, Elena, ma alla fine guardando un’ ultima volta il biglietto, comperato tanto tempo prima, decise che era arrivato il tempo di fare ritorno. Mancava da molti anni da quella che un tempo il suo cuore considerava “casa”: una vita di spostamenti, studi e poi lavoro e poi specializzazioni e viaggi e ancora lavoro.

E poi Pietro. Che era diventato il suo tutto, la casa, l’amore, il calore, e un progetto. La certezza del ritorno, la poesia delle cose delicate ma anche la passione, il compagno con cui attraversava il tempo lontano dai luoghi comuni, dalle convenzioni, dai rapporti finti, dalle frasi fatte. Con lui non c’era palcoscenico, nè le pesanti tende di velluto a nascondere verità o bugie. Non c’era compromesso, non c’erano copioni da recitare.

Lo aveva incontrato su una spiaggia, in un ottobre insolitamente caldo, e conosciuto grazie ad un banalissimo sassolino colorato che stava raccogliendo sul bagnasciuga.

Lui divenne le sue ali: con lui attraversava i confini del tempo, abbandonava la pelle della “brava ragazza” che fin da piccola le avevano cucito su misura cento mani di sarti tutti uguali, usando lo stesso cartamodello con cui era stata cucita la pelle di sua madre e quella di sua sorella. Era diventata un buon prodotto, lo stesso che altri avevano desiderato, deciso, progettato e infine costruito.

Pietro era il sogno, la mano che scioglie le catene, era l’aria, il respiro, il battito del cuore. I suoi fianchi erano la casa dalle finestre aperte, la sua pelle sapeva di cose buone, di libertà. Dalle sue labbra non uscivano mai parole congelate nemmeno in inverno.  Aveva ascoltato parole così gelate, nella sua vita, che bisognava metterle accanto al fuoco per poterle ascoltare. Ma niente in Pietro era gelato anzi lui era il suo disgelo, il fiato caldo sugli strati duri del cuore. Gli strati costruiti dagli altri.

Con lui aveva smesso di vivere il tempo degli altri, di misurare le cose con il metro degli altri, e di vivere la vita degli altri. Piano piano aveva ritrovato la sua pelle, lasciato quella finta, un pezzetto al giorno, pagando ogni giorno con un po’ di dolore. Ma sapeva che in fondo c’era una Elena da raggiungere, da ritrovare, da amare.

Aveva smesso di cercare di uccidere il tempo, perché non gridasse troppo forte con una voce che non era la sua, perché smettesse di avanzare con passi che non erano i suoi, perché finisse di chiederle di ingannarlo, con menzogne e illusioni e false convinzioni.  Aveva smesso di cercare rifugio nel sonno, nel lavoro che erano solo palliativi, farmaci inefficaci per l’aridità dell’anima che mangiava l’anima e ogni tenerezza della vita.

Aveva imparato ad annusare la terra, l’erba, a sentire la pelle che, finalmente sua, le parlava una lingua comprensibile.  Aveva conosciuto l’odore delle stelle: lo portava la brezza della sera sulla schiena nuda di Pietro sul terrazzo,  nelle sere d’estate. Leggeva poesie nelle mani callose di un uomo che lavora, come tra le ciglia dei bimbi quando ridono, sui visi degli anziani tra i solchi della vita. Riconosceva il cuore di chi è capace di stupire e sentiva il suo cuore capace di stupirsi.  

Poi Pietro se ne andò, come una stagione, come le nuvole, come la neve.  Era novembre, pioveva. La offesero e ferirono tutti gli arcobaleni che vennero, come tutte le primavere che arrivarono una dietro l’altra, una più spudorata dell’altra. Esplosioni di colori e odori, cieli turchesi e canti di uccelli. Prati verdi e laghi di smeraldo liquido, autunni lussureggianti di rossi accesi e ori sui suoi giorni erano offese, colpi di piccone sopra un dolore profondo e sempre vivo.

Non era un caso, la pioggia, il giorno del ritorno. Non lo era affatto. La pioggia la stava accogliendo, era il benvenuto del cielo e non il pianto. Per una volta almeno. Tolse l’impermeabile per offrire alla pioggia la pelle, la sua vera pelle, quella ritrovata e si rese conto in quel momento di essere tornata a casa tanto tempo prima: capì che è quando si ritrova la propria pelle che si torna davvero a casa.  Il tempo di Pietro è stato questo: accompagnarla dentro casa, dentro sé stessa, la sola, unica, vera casa.  Permise alla pioggia di idratare la sua pelle: sapeva che sarebbe rifiorita perchè era la sua.

Forse ci sono incontri che hanno il compito di accompagnarci, di traghettarci in un posto, di seminare un pezzo del nostro orto con i nostri stessi semi che abbiamo in tasca… ma non lo sappiamo, pensò a voce alta Elena, e cominciò a sentire freddo.

La sua pelle ricominciò a parlarle anzi non aveva mai smesso. Solo che lei riprese ad ascoltarla.  Si rimise l’impermeabile: qualcosa scivolò dalla tasca. Si chinò: era un piccolo sasso colorato.

NO TITLE



Apro, due minuti fa, la pagina "news" di Google:

PRIMA PAGINA

  • Parigi: la Nato avrà solo un ruolo tecnico, a noi la guida
  • Abolito aumento 1 euro al cinema
  • Intesa tra PDL e la Lega sulla mozione
     

mi sposto su: ITALIA 

  • Napolitano: chiarisca la sua posizione.
  • Con lo spostamento di Galan ai Beni culturali, l'esponente dei Responsabili ha giurato al Quirinale
  • Abolito aumento 1 euro al cinema
  • Ruby: Sì la conflitto di attribuzione ma il processo al premier non si ferma.

E … solo "dopo" Ruby:

Nube sul Nord Italia, da stasera.
ROMA – Alcune masse d'aria debolmente contaminate da materiale radioattivo rilasciato a Fukushima dovrebbero passare oggi sulla Francia e proseguire per l'Italia, che dovrebbe essere 'sorvolata' fra oggi e domani. Lo afferma il bollettino quotidiano … ecc ecc.

Prosit !

LA SOLITUDINE DEGLI AMORI PRIMI


Ogni volta che la presenza della tua assenza cuce un istante alla mia memoria con una goffa imbastitura, provvisorio collegamento tra questo tempo e quel tempo, rimbalzo nel tempo e resto incastrata in un tempo di mezzo, sospeso tra una domanda nitida e un’attesa sfocata.

Quella cena era stata lunga, forse la cena più lunga di tutte le cene della mia vita. Era un posto piuttosto brutto, perfettamente in tinta con l’anima. Con la tua, intendo. Ho ancora qualche frammento del cibo di quella sera incastrato da qualche parte, forse in qualche imperfezione o piccola ferita della gola chissà.

E’ passato molto tempo, sulle tue certezze e suoi miei dubbi: molti di questi sono rimasti appiccicati al tempo andato, così come immagino sia accaduto alle tue certezze.
I passi di alcune certezze lasciano discrete impronte, del resto. E la speculazione del tempo non era certamente qualcosa di buono, per noi né per loro.

E’ possibile che io abbia scritto alcune ore dei tuoi giorni di adesso ma forse no.
E’ certo che alcuni frammenti dei miei giorni di adesso sono (anche) pensieri riposti nella forma concava delle orme che hai lasciato passando.

Ricordi quando parlavamo per ore della felicità? Se fosse o meno una nostra opzione? La consapevolezza che stavamo crescendo qualcosa senza essere preparati, non c’era, allora: eravamo come genitori troppo giovani con un bimbo piccolo.
Tuttavia gli odori del tuo mondo si mescolavano con quelli del mio mondo creando così nuovi odori che fanno parte dei miei giorni da che sei assente .
Lo stesso accade con alcuni suoni e silenzi. E credo che questo accada anche a te.

Sorrido: alcuni Silenzi hanno forme che di notte diventano strette e lunghe e sembrano avanzare verso il mio letto fino a sdraiarsi accanto a me manifestando vaghe promesse di mattino.
Alcuni vuoti si disegnano sul soffitto perché era là che di solito disegnavamo i sogni o appiccicavamo alcuni dolori. Ricordi il bimbo dagli occhi celeste opaco, spento come l’inverno in una landa, il giorno della festa di Gabriele? Lo rivedo, ogni tanto, nell’angolo di un soffitto differente da quello della casa che era nostra.
Il suo nome rimbalza ancora ad ogni festa di bambini, tra una fetta di torta e un bicchiere di carta colorato. Questo per esempio è un vuoto, riempito da quegli occhi. Di un bambino che non crescerà mai perché quel tempo è sospeso, congelato sul soffitto come nella stanza della mia memoria.

Dentro ogni casa c’è un odore particolare, non riproducibile e alcune molecole restano addosso intrappolate negli alveoli dei polmoni, specie di notte.

L’ora del tardo pomeriggio corrisponde a quel tempo quando di solito si stava in montagna, oppure nella mia città o nella tua ed era quasi sempre il corridoio di un programma serale o anche di niente, che era sempre un’idea migliore.
Adesso corrisponde alla stagione più colorata del mio pensiero, a quella più odorosa, più densa ma dovrei vederti per spiegartelo bene, cosa che ritengo poco opportuna.

Il nostro tempo non si è mosso con noi e in fondo noi non ci siamo mossi con esso: sincronizzare la nostra vita e alcuni progetti sugli stessi binari del tempo era un’ impresa possibile se solo ne fossimo stati coscienti.
E’ successo un po’ come quando un corpo da uomo cresce con una velocità differente dall’anima del ragazzino che contiene. Intima consapevolezza dell’incontrollabile e della dissipazione di ogni rassicurante punto fermo.

Del resto se non fosse stato così, noi ci saremmo persi ma nemmeno avuti.
Esiste un tempo fragile, cornice di eventi potenti come una felicità improvvisa, immediata e non riconosciuta e quel tempo ha sfondato gli argini, perdendosi e trascinando anche noi.

Cieli sorprendentemente azzurri che sono stati sopra di noi non riescono a stupire, adesso, per l’assenza di rimorsi.
Eppure a volte quell’azzurro è qualcosa che ferisce come qualcosa di bello e di perfetto al contempo. Bellezza e perfezione sono cose che feriscono, a volte.
Ricordi? Ne parlavamo spesso.

Del resto si possono riparare le lacerazioni di un rimpianto ma non le ferite di un rimorso. Quello resta, pesante come una montagna e sbarra la strada, anche se a volte non è nemmeno importante in quanto la strada diventa un’altra.

So che un giorno ci rivedremo, e non è una cosa che aspetto, nè spero.
Tuttavia io lo so da sempre, così come so che tutto ciò che hai lasciato di te prima o poi lo troverò scavando a fondo e tra le pieghe del mio tempo qualora scendesse a patti con il tuo.

C’è stato un giorno in cui ho contato le stelle dal balcone: andavo la sera a fumare, ricordi?
Ti vedo ancora, oltre i vetri della finestra: una sagoma scura tra i tessuti azzurri del salotto. Ero arrivata a 79 ma poi suonarono alla porta. E persi il filo. Non sapevo che avevo perso anche te.

Ti racconterei del freddo sul bus e poi dell’altro freddo, quello di quando lessi quella lettera, unico testimone del cambiamento del tempo: lo farei se avesse un senso.
Niente piu’ fu uguale ma del resto niente rimane uguale nell’universo dopo un sassolino lanciato in un laghetto.

Poi il terzo freddo, quello verde chiaro delle pareti di quella casa, il più freddo di tutti. L’unico definitivo freddo. Impietoso, quello che non concede appelli e non redime.
Ti racconterei anche questo, lo farei, se avesse un senso. Ma ci sono storie che si chiudono senza far rumore, esattamente come alcuni libri e alcune porte.

Sono al margine di ogni emozione, ormai.
Riesco perfino ad osservarle da lontano, le mie emozioni, e non fanno poi tanto male. Non è sempre vero che ai margini non si sta bene.

Ho imparato ad ammortizzare i silenzi, la tua assenza, e perfino la tua presenza, mai così densa come da che non ci sei.
Ho imparato a lasciare in sospeso il filo che conta le stelle in attesa di un giorno nel quale riprenderò a contare quelle che mi restano, nella parte visibile del mio universo.
Ho imparato a sognare sogni di plastica perchè solo così posso non scordarmi che esistono i sogni.
Ho anche scambiato la pelle con altri odori, molto differenti dai tuoi e sono perfino riuscita a stare bene.

Giacchè ti scrivo, ti informo che non era rimasto granché nel sacchetto delle monetine perciò le ho regalate, senza comperare le solite biglie di vetro. Un investimento che adesso non ha più senso.
Non so cos’altro aggiungere in questa lettera che con tutta probabilità non avrai.

Ci sono posti che nessuno può occupare, vuoti incolmabili e amori che non possono e non devono sostituirne altri. Possono arrivare, importanti, incisivi, forti, ma in un posto loro, unico, nuovo, mai usato prima.
Allo stesso modo e per le stesse ragioni ci sono lettere che non vanno spedite in quanto una lettera non puo’ sostituire niente: non una mancanza, un’emozione, un fiato.

Piove: anche in questo tempo capita che piove, esattamente come pioveva attorno a noi e le luci delle auto di fronte sono occhi di gatto come sulla strada per C. di un venerdì sera.

Entro piano, in punta di piedi, nell’edificio altissimo e pieno di anfratti in cui risiede la mia memoria e per un attimo percepisco la presenza di un corpo, tangibile ma anche impalpabile come una poesia che tenta di descrivere il vento.
E capisco che oltre il tempo ci sono porte senza muri attorno: imbocco di sentieri in cui si va incontro ad ogni tempesta come ad ogni mare calmo. E sono inevitabili sia gli uni che l’altro.

Uso sempre le dita per tracciare l’orizzonte al tramonto, sai? Faccio lo stesso gesto di allora quando mangio le penne e mi cullo da me ancora, prima di addormentarmi.
E come sempre scrivo, per non perdere la rotta del pensiero.

E poi uso le stesse braccia per riuscire a navigare, anche adesso,  attaccata a questo tocco di legno la cui scia raramente risulta visibile sotto la luce di qualsivoglia luna.

MURI – parte seconda

 

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Non vi abitano molti bambini qui, i pochi che ci sono vorrei non crescessero mai.
Dopo il vento, è solo attraverso le loro piccole mani che io posso toccarti: quando incedono incerti sui loro piedini, appoggiandosi ora a te, ora a me, è attraverso quel tocco che io ricevo il tuo odore ed è sempre a loro che io affido la mia carezza per te.

L’ultima carezza te la mandai due giorni fa, ricordi? Fu Aurora, la bimba bionda con gli occhi azzurri a consegnartela per me.

Sono dei piccoli ponti, i bimbi: ancora pieni di magia possono trasferire questi miracoli. Gli adulti no, loro non possono anche se l’altro giorno  (tu stavi dormendo, nel caldo del pomeriggio) un uomo e una donna si abbracciavano e si toccavano con una dolcissima urgenza: attraverso la schiena di lei premuta contro di me ricevevo le vibrazioni di entrambi, insieme al sudore e all’emozione di un desiderio bello, forte, potente,  tanto che ne sentivo l’odore.

Quando accadono cose come queste io.. io provo un senso di tenerezza e di felicità ma anche una grande amarezza.  Il dolore di non poterti toccare è più che mai avvertito come una terribile condanna.

Mi ha un po’ riscattato raccogliere qualche goccia di mistero che traspirava dal loro fiato e .. sì, le ho assorbite e le custodisco ancora. Forse un giorno torneranno qui e allora potrò restituir loro ciò che ho raccolto impedendo che anche poche gocce di tanta passione, così rara e pulita, andassero disperse chissà dove.

Loro mi hanno riscattato un po’ anche dalle offese subite da parte di chi, per sfogare la propria rabbia mi prende a calci  o mi sputa addosso. Ma questo è poca cosa al confronto del dolore che provo quando capita a te di dover subire cose come queste.
Ti guardo, silenziosa e dignitosa ricevere, assorbire, sopportare maleducazioni e violenze. Fiera ma anche rassegnata, aspetti che il momento passi per tornare a respirare.

E ho voglia di lasciarmi andare, di arrendermi: in quei momenti lo vorrei tanto.
Ho voglia di piangere e se dovessi farlo, piangerei così a lungo da inondare l’androne; il pavimento di palladiana diventerebbe una piscina e poi il mio dolore liquido salirebbe sino ad arrivare al cielo, che chiamano “soffitto” ma che per noi è un cielo prima del Cielo.

Già.. non abbiamo altri che questo cielo, tu ed io… ma quando rimane aperta la finestra del pianerottolo del mezzanino possiamo anche noi vedere le stelle. Nelle notti senza luna sono bellissime anche se poche. Sarebbe stupendo potersi trovare insieme sotto il cielo, quello vero, quello che per tutti è il solo cielo,  ma non per noi.  Noi siamo Muri, condannati a sostenere questo peso infinito che non sono questi sette piani, non è il tetto, che per noi è l’ultimo cielo prima del Cielo ma sono l’arroganza delle persone, le ipocrisie, la pochezza. La mancanza di umiltà e di coraggio. L’assenza di pietà e di compassione che accomuna la maggior parte degli umani.

In mezzo a tutto questo grigio a volte penso che quel poco azzurro che c’è, come le risate allegre dei bambini, rischia di essere inesorabilmente sconfitto, sepolto dal peso del senso della vita che cerca sè stesso girando come un cieco senza un percorso da seguire.

L’altro giorno ti guardavo, mentre ti coloravano di fresco: quanto ho invidiato quei rulli e quei pennelli che ti accarezzavano, non lo saprai mai. E non potrò mai dirti quanto sono stato .. geloso. Ebbene sì, geloso di quelle setole che scorrevano sulla tua superficie, con quel fruscio che non potevo non sentire e ad ogni fruscio provavo un brivido.

Eri bella anche prima, ma ora lo sei di più:  con questa mano di fresco puoi meglio ricevere la luce calda e dorata del grande lampadario di ferro e di vetro che ti regala la sua magia di miele insieme con i  disegni che solo la luce con l’ombra sa comporre, in un gioco di seduzione che, ad assistervi può spezzare il cuore oppure lasciare incantati, dipende.

Se fossi un umorista ti potrei dire che … davanti alla bellezza si deve soltanto restare immobili …e in silenzio. Ma quanto è sarcastica e dolorosamente vera questa battuta, per noi che non possiamo stare che immobili e in silenzio…

Ecco, in questa silenziosa sera io ti parlo, con tutta la mia anima: essa non contiene  ferro come invece ne contiene la mia struttura, pertanto è leggera e non ha confini. E’ con l’anima che ti parlo ed è ancora con l’anima che ti ascolto.

Quante volte ci è toccato di sentir dire “sto parlando con il muro?”  Ormai ci siamo abituati, non è vero? 

E allora fallo, tu.  Parlami.  Io ti ascolterò finché avrò vita.

 

(Dialoghi silenziosi: Il Muro alla Mura – seconda ed utlima parte)   – fine –

MURI

Un giorno ti accarezzerò.  Amo guardarti quando viene la sera e la luce colore dell’ocra (o dell’ambra?) ti bagna: ti addolcisce i tratti, quella luce. Ammorbidisce i tuoi contorni e sebbene sia ora di riposare, io resto un po’ sveglio, a pensare a te. Ti vedo respirare a volte. E quando capita che c’è vento, io prego perchè qualcuno apra le finestre e il portone: e allora quando accade, io … io affido al vento i miei pensieri e una carezza silenziosa, affinchè possano sfiorarti. Sono “solo” un Muro, dicono. Ma dentro di me c’è un’anima. Come c’è un’anima nelle Macchine, nelle Locomotive, negli Orologi. Come c’è un’anima nei Sassi.

Dialoghi Silenziosi: Il Muro alla Mura                      …. continua (forse)

MULTIVERSI

 

Emozione

L’istante che è appena passato

Quello stesso che non si è fermato.

La sera che ti ho incontrato

Il cane che ho raccolto infreddolito bagnato

Affamato.

I tuoi occhi quando ti ho trovato

E quel treno quando è arrivato.

 

Rimpianto

L’amore che non mi hai dato

La pelle che non ho sfiorato

E quell’attimo che non ho fermato

Quel treno che non ho perduto

Il mio sguardo che non si è voltato

Il mio sorriso che non ti ha bagnato

 

Rimorso

La rabbia che ho vomitato

Quella frase che non ho ingoiato

Le mani che ti hanno fermato

L’abbraccio che ti ho negato

Il tuo grido che non ho ascoltato

E quel dolore che non ho capito

 

Vivo

Con tutto quanto io vivo

E cammino e lavoro

E sorrido e piango

E sogno

O forse sono i sogni a sognare me

(ma forse è qualcuno che sta vivendo me)

SONO

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Sono la polvere sui tuoi vestiti

sono la chiave perduta nel fosso

sono quel treno passato quel giorno che tu eri voltato.

 

Sono l’attesa che senti di notte

sono la pioggia che batte sui tetti

sono un fiore di ghiaccio che vive se scende la notte.

 

Sono un momento che vive e poi passa

sono favole nella memoria

sono la neve che resta sui rami, quel tanto che basta.

 

Sono una piega sul letto al mattino

sono il vento che soffia sul molo

sono il tempo che cede il suo passo se devi partire.

 

Sono una tela che avvolge il dolore

sono l’aria soffiata nel vetro

sono quel giorno passato nel vuoto, ricordo sbiadito.

 

Sono l’ombrello lasciato sul treno

sono quel disco senza memoria

sono il passato che canta lo stesso pezzetto di storia.

 

Sono la donna che non è rimasta

sono la luna lasciata sul mare

sono la sola che trova da sempre la strada più corta.

 

E sono aria che soffia sul cuore

sono il colore del sole che muore

sono l’onda che frusta la spiaggia ogni luna che torna.