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LIVIA

Rainy Weather Accidents

Livia scrisse queste parole, in un momento specialmente intenso. Poi, dopo un po’ le condivise con me. Belle, le dissi. Dovresti scrivere un libro, le dissi. Quasi un peccato non renderle parte di un libro. Magari un libro un po’ speciale. Da leggere nelle sere d’inverno e ricordare che grazie ad alcune malinconie si apprezzano la gioia, la dolcezza di esserci.  Controluce è un libro un po’ speciale, rispose Livia. Quindi con il permesso di Livia le posto qui perche sono dense. Belle.  Cele. PS  Livia: no, non può piovere per sempre.

Pioveva.
Aveva l’impermeabile bagnato e una persona che l’attendeva a cena dall’altra parte della città. Il pave’ luccicava e tra le lacrime e la pioggia il rosso del semaforo era una macchia liquida e luminosa. Troppo. Feriva ancora di più gli occhi. La farmacia era dall’altro lato: era lì che andava adesso. La cena era stata annullata con una scusa. Le lacrime hanno la precedenza su tutto. Pensava questo attraversando l’incrocio. Lui, ma anche l’altra parte di sè, erano da un’altra parte con la loro vita, gli occhi intelligenti, il cuore di cane. Ognuno con il proprio ascesso.
Livia aveva un temperino nella tasca dell’impermeabile. Il semaforo propose la sua macchia indistinta di menta liquida. Uno sciroppo alla menta, denso, tra pioggia e lacrime.
L’ascesso. Il temperino serviva per l’ascesso, pensava muovendo la mano nella tasca.
Quando si incide l’ascesso del cuore, rabbie, antichi risentimenti, sensi di colpa, delusioni, antiche catene, ricatti senza riscatti, il senso di sbagliato, le pressioni, le morse, tenaglie di egoismi mascherati, tutto smette di pulsare. Finisce il tempo di convivere con il dolore che pulsa. Si è provato di tutto: dall’elusione alla negazione, alle estreme distrazioni, all’accettazione ma lui pulsa sempre. A volte così forte che non fa dormire. Tutto smette di pulsare: una piccola incisione e tutto cessa. Basta una mano che sia amore, un piccolo temperino in una mano che sia amore, che sia sorriso, che sia gioia. L’scesso è sgonfio, non pulsa più, non sono piu catene e gabbie compromessi e accomodamenti ma è cielo e aria. L’amore libera, non condanna non giudica non fa prigionieri. Sono vele spiegate, l’amore. Correnti ascensionali perché le stelle sono raggiungibili sempre.
L’amore è energia del sole è il fascino antico della luna, l’amore è “passare attraverso”. L’amore è gioia, in tempi difficili, nei temporali, nelle tempeste. E’ leggerezza di una mano nell’altra mano, è la complice mano che accompagna e accarezza. Non è accudente ma compagna, sostiene, sorregge, rispetta, procede nella vita senza paure senza minacce senza dimostrazioni. E’ la mano che c’è, semplicemente, sempre. Leggera e morbida. L’amore è questo è sopra tutto e tutti é pienezza respiro libertà è ogni giorno un giorno di cielo di voli e di stelle e anche passare tra nuvole scure. L’amore è il temperino che arma la mano che incide e sgonfia l’ascesso pulsante di cose antiche e libera libera libera. L’amore libera. Accoglie, protegge, fa scorrere via il male, è canale di scolo, è guarigione è un cuore pulito libero da infezioni. E’ la soluzione al dolore, è drenaggio, è riscatto, è linfa di vita, ossigeno, nutrimento. E basta a sé stesso non giustifica nemmeno cura è oltre non è nemneno rimedio semplicemente è.
Pensava a questo Livia, attraversanto la strada. La stazione dei treni era la’, poco distante, la piazza tra luci e pioggia, con il suo ago colorato piantato nell’asfalto e il nodo poco più in là.
Pioveva tanto. Piovevano pensieri, pioveva la sua vita. Piovevano i ricordi, le amarezze. Pioveva dentro il mare. Già. Pioveva. Ma non può piovere per sempre.

SANGIOVANNI LA MERIDIANA E I FOCHI

Ecco qui: dall’intervento di R. nel post precedente risulta impossibile vedere le fotografie. Mi sembra di essere Alice nella tana del bianconiglio!! Posto dunque le fotografie qui. 

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Perchè ai fochi ci s’era anche noi.

 

LA FURIA DEL MONDO

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immagine dal web

 

Stamattina, mentre si “scaldava” il server dell’ufficio, inizializzavano gli strumenti di lavoro e quant’altro, ho fatto un giro su un sito “Earth Picture Gallery” che propone, tra le altre cose, delle meravigliose fotografie. Bè… sono incappata in una foto terribile: un piccolo di elefante che con la sua piccola proboscide cerca di curare la ferita lasciata dalla rimozione della zanna della sua mamma, stesa a terra.. morta.  Ho pianto e ancora adesso lo sto facendo scrivendo queste righe. Perchè le scrivo? Non lo so. Forse cerco disperatamente un angolo un luogo una piega un rifugio dove poter rovesciare il dolore della furia del mondo e dove so di essere compresa. So… che queste righe fan male anche a voi, che leggete. Al di la’ dell’immagine che ovviamente vi risparmio e vi prego di non cercare, fanno male anche le parole. E ancora una volta rifletto sulla potenza delle immagini: arrivano dirette al cuore senza chiedere permesso. Abbattono qualsiasi barriera, tranne quelle che costituiscono, naturalmente, il patrimonio degli insensibili che a volte, detto fra noi, invidio. A me immagini come queste mi bruciano dentro. Non le voglio scacciare: so che non potrei. Qualsiasi espediente sarebbe un misero strumento, palliativo di una cura che … non c’è. La terapia del dolore non esiste per cose come queste. C’è solo da prendere atto che la furia del mondo risparmia solo chi nasce con la corazza sul cuore o forse meglio dire senza cuore. Uno dei libri più profondi che io abbia letto in vita mia è appunto “La furia del mondo” di Cesare de Marchi. Un ragazzino non sopravvive alla furia del mondo. Siamo nel diciottesimo secolo: un bambino, estremamente sensibile e intelligente, gracile, delicato, anche nella salute, non sopravvive alla furia del mondo e soccombe. Non ce la fa. Se volete leggerlo, consigliatissimo. Una lettura piena, uno scrittore meraviglioso, una storia intensa..  Io lo regalai anni fa, regalai la mia copia. Non l’ho più ricomprato e non credo di farlo. Perchè? Mah… probabilmente perché la persona cui l’ho regalato non si è, con il tempo, dimostrata la persona che credevo.  In altre parole non credo sia stata veramente raggiunta da questo libro. L’assenza di questo libro nella mia libreria mi ricorda questo: spesso le persone ci ingannano e non sono quelle che sembrano. Ma nella vita si impara. Forse non a difendersi dalla furia del mondo (per questo, per alcuni, non c’è speranza) ma almeno dalle falsità e dalle bugie. E dalle maschere.

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MA CHE BEL CASTELLO….

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foto dal web

Mi ferisce e mi offende e mi delude il raggiro, la bugia gratuita, quella senza alcun fine nè buono nè cattivo. Quella che più di altre è imperdonabile. Il trucco e parrucco che nasconde la realtà, per altro lecita e sacrosanta.   Mi ferisce e mi offende e mi delude chi insulta la mia intelligenza e la mia sensibilità e la mia capacità di giudizio. Mi ferisce e mi offende chi non ha compreso nulla di me e pensa che io condanni o assolva. Mi ferisce e mi offende chi confonde il mio diritto di avere un’opinione con l’arroganza del giudizio morale. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi cerca di imbonirmi, di conservare la mia benevolenza o amicizia, e condisce la menzogna con espedienti poveri, miseri. Meschini. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi nonostante abbia avuto la mia anima a un millimetro dal cuore, non ha mai percepito il vero odore. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi non sa custodire e proteggere la condivisione dei miei pensieri, della mia Storia. Crollano. I castelli di sabbia crollano. Miseramente e sempre. E passano dolore e delusione. Passano,  come tutto passa. Resta la lezione. Oro per il futuro. E resta la realtà, un po’ amara, di un addio che non avresti voluto. Quel tipo di addio che si scrive dentro, quello definitivo. Quel tipo di addio ben rappresentato da queste parole

(di Massimo Bisotti):

I veri addii scattano nella mente, sono silenziosi.
Sono i più veri, i più pericolosi.
Sono quelli che tieni per te.
E puoi anche continuare a sentirla una persona.
Non ti avrà più se l’hai salutata dentro

PAROLA DI BAU

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Raf e Lara

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Un uomo scrisse ad un albergo di campagna in Irlanda per chiedere se avrebbero accettato il suo cane. Dopo qualche giorno ricevette la seguente risposta.

“Caro signore, lavoro negli alberghi da più di trent’anni. Fino ad oggi non ho mai dovuto chiamare la polizia per cacciare un cane ubriaco nel cuore della notte.
Nessun cane ha mai tentato di rifilarmi un assegno a vuoto.
Mai un cane ha bruciato le coperte fumando.
Non ho mai trovato un asciugamano dell’albergo nella valigia di un cane.
Il suo cane è benvenuto. Se lui garantisce, può venire anche lei.”

MIOPIE ISTITUZIONALI

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Una riflessione sulla mancanza di attenzione e di cura da parte delle Istituzioni. Avevo annunciato qualcosa settimane fa ma poi sono accadute molte cose. Ecco la storia. Arriva da Carola.

Suo figlio Luca, a metà percorso delle scuole superiori decide di mollare. Non ce la fa, non ne ha più voglia, non gli interessa più. Dopo la normale insistenza della mamma (il padre non c’è) e dopo estenuanti inviti a riflettere, Carola si rassegna. Luca si trova un lavoro: un lavoro fisso presso un ristorante, all’interno di uno di questi mega centri commerciali che spuntano come i funghi un po’ ovunque. Lavora sodo senza limiti di orari e di giorni. Lavora anche di sabato e di domenica. Con i soldi che guadagna si mantiene e si compera le sue cose tra cui la patente e un’automobile senza pretese, come senza pretese di cose materiali è l’esistenza di Luca. Un ragazzo sensibile, piedi per terra e testa sulle spalle. Solido, nessun piercing, tatoo, orecchini, catene nè tagli di capelli improbabili, un po’ retro’ direbbero molti ragazzi di oggi. Alcuni forse lo consideravano un po’ “sfigato” perchè … un tipo normale (:-)  

Dopo un anno e mezzo Luca annuncia alla mamma: torno a scuola ma non mollo il lavoro. E tre mesi fa consegue il diploma di maturità, con 85/100, lavorando sempre e spesso anche nei fine settimana, come stabiliscono i turni del ristorante. Carola ne è ovviamente fiera. Il suo ragazzo non solo si diploma lavorando ma si iscrive all’università.

Capita tra le mani di Carola un periodico del Comune, quei notiziari mensili o trimestrali mediante il quale il Comune comunica con i Cittadini. Ometteremo per ovvie ragioni di dire il nome del Comune che tra l’altro non è nemmeno utile al post. Appare, sul giornalino, come ogni anno, l’articolo con gli encomi, premiazioni, foto ecc dei ragazzi della scuola inferiore che hanno superato gli esami con il massimo del punteggio e poi di quei ragazzi che hanno conseguito il diploma di maturità con un punteggio tra 90 e 100. Borsettina di studio, premio in soldini più che altro simbolico ma comunque un premio. Incentivo a continuare gli studi. Ottima cosa per carità.

Ma la Carola si incazza. E ha ragione. Scrive una lettera assolutamente “giusta” all’assessore e al sindaco per quale ragione MAI una parola per quei ragazzi che raggiungono gli stessi risultati ma che hanno lavorato tutto l’anno, studiato di notte e rinunciato enne volte ad uscire con gli amici. Che non hanno avuto la fortuna di poter “solo studiare” e non hanno avuto la mamma o la nonna o la zia a preparare la merenda. E nemmeno genitori che hanno potuto seguirli nel percorso della scuola superiore perchè impegnati a lavorare o per altre ragioni. Grande Luca, in bocca al lupo. E grande Carola.

Ora vediamo il prossimo anno se il Comune avrà un po’ di cura anche per questi ragazzi ammirevoli e che più di altri meritano una foto sul giornalino e una stretta di mano “pubblica” da parte di chi è tenuto a dimostrare capacità di valutazione e maggiore attenzione ai principi di uguaglianza. 

ps: proprio ora mi arriva sms: Luca ha passato il test di accesso all’università. Ottimo.

TENEREZZA LACUSTRE

Ricevo da SirBiss due foto bellissime. Una coppia di cigni vive da tempo sul Lago Maggiore, proprio accanto all’imbarcadero. E, sempre li’, mette al mondo i suoi piccoli. Ho avuto modo di vederli dal vivo in tempi precedenti.

Questa volta no, nessun incontro “live” ma queste foto meritano di essere pubblicate. SirBiss tra i commenti potrà raccontarvi la storia di questa coppia di animali. SirBiss ha quotidianamente assistito alla vita dei genitori e alla covata e … stamane ha visto il miracolo della schiusa.

Che appunto viene pubblicata qui attraverso questi scatti “rubati” i quali replicano la scena vista da SirBiss alla stessa ora. Ecco le foto, scattate oggi alle 10 da Valerio Franchi. Grazie SirBiss e grazie a Valerio che non conosco ma che ci perdonerà per aver rubato questo momento.

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cigni 2.

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CHIARIMENTI….

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Sto ancora ridendo.
Si è reso necessario, qui, in ufficio, approfondire un punto in materia di IVA ovvero se fosse applicabile la disposizione secondo la quale un’auto acquistata con Iva agevolata (da disabile) fosse poi vendibile dall’erede entro i due anni senza dover corrispondere la differenza di IVA. Leggete un po’ la circolare della Agenzia delle Entrate che “chiarisce”   🙂   🙂   🙂   la questione.

Ora: leggete dalla undicesima alla quattordicesima riga.

E SINALLAGMATICO ditelo a vostra sorella!!  CAPITO?

Ecco!! Un po’ di rispetto !!

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www.unlock-pdf.com_ris.+n.+136E+del+28+maggio+2009

CARO ISCRITTO TI SCRIVO

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Gentile “Iscritto che segue Controluce”

ricevo spesso, nella mia casella di posta,  le notifiche da WordPress che “Ora pinco pallo segue Controluce”. Segue l’invito, precotto di Word Press che dice: vai a vedere cosa scrive pinco pallo! Magari ti piace! E ti spiattella il link. 

Diffido molto di chi dice che “segue” un sito senza leggere alcun post nè lasciare alcun messaggio.
Ma capisco anche che la rete, in generale, e anche attraverso i cosiddetti Social Network, blog ecc, rappresenta una “opportunità di visibilità”. E Controluce, nel suo “piccolo”, vanta rispettabili statistiche di lettura (pubblicate da siti di statistica vari, mio malgrado).  

Tuttavia trovo irrispettoso nei confronti di chi scrive, cura, e pubblica un sito, affermare di seguirlo quando invece lo scopo è chiaramente quello di “farsi seguire”. Il che è ben differente! 

Forse lei, signor “iscritto che segue Controluce” non ci crederà, ma c’è chi, come me, pubblica articoli con amore e dedizione e senza alcuna pretesa. Senza girare tra altri blog a caccia di lettori o a seminar biscottini, e che considera il proprio “blog” un po’ come una casa, aperta a tutti, senza alcun filtro, o moderazione nei commenti, nè altro. Però … esige un po’ di buon gusto. Quando ciò viene a mancare, come adesso, cerco di farlo notare, serenamente e tranquillamente.

Dal momento che lei, gentile “iscritto che segue Controluce”, ehmmm “segue” Controluce, mi permetto di darle un piccolissimo consiglio: abbia un filo di professionalità in più, anche nel cercare di rendere i suoi lavori, i suoi scritti, la sua professione, più visibili: alcuni “espedienti”, generalmente, possono addirittura risultare controproducenti.

Non me ne voglia dunque, caro “iscritto che segue Controluce” se non passerò a “vedere cosa scrive lei”, così come incita – giustamente – wordpress – che è una piattaforma e fa il mestiere di piattaforma. Io preferisco una forma piatta. Nel dire le cose che penso. Ad esempio.    

Cordiali saluti e molti auguri per i suoi lavori.

Celeste
CONTROLUCE

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ARCHI CHI?

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Cosa pensate che sia? Una costruzione antica? Una bizzarra decorazione sul fondo di una piscina? Macchè!!!

Mi piacciono i documentari sulla natura. L’altro giorno ne ho visto uno che mi ha particolarmente colpita: il nido d’amore del pesce palla.

E’ qualcosa di straordinariamente bello, una geometria perfetta. Il pesce palla costruisce, negli abissi, qualcosa di perfetto, meravigliosamente perfetto. A me è venuto in mente un mandala.

Dentro questo nido d’amore il maschio attira la femmina, lei rilascia le uova, lui le feconda. Poi una cosa altrettanto bella: lui si strofina su di lei, pare che le dia un bacetto sulla schiena poi i due si separano. Forse gli scavi dell’opera servano anche a proteggere le uova appena fecondate ma io mi sono soffermata sulla bellezza, al di là dell’utilità.

Insomma una delle tante cose straordinarie di questa Terra.  Un pescetto. Capito,  Renzo Piano? Un pescetto.

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ps mentre scrivo questo post, ho trovato questo video. eccovi il link.

https://www.youtube.com/watch?v=kj-K_pFoaDo

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SOTTO LA LUNA UNA STORIA

La nostra luna

LA STRADA CHE NON ANDAVA IN NESSUN POSTO (Favole al telefono di Gianni Rodari- 1962)

All’uscita del paese si dividevano tre strade:una andava verso il mare,la seconda verso la città e la terza non andava in nessun posto. Martino lo sapeva perchè l’aveva chiesto un po’ a tutti e da tutti aveva avuto la stessa risposta: -Quella strada li? Non va in nessun posto! È inutile camminarci. -E fin dove arriva? -Non arriva da nessuna parte -Ma allora perchè l’hanno fatta? -Manon l’ha fatta nessuno, è sempre stata li! -Ma nessuno è mai andato a vedere? -oh sei una bella testa dura! Se ti diciamo che non c’è niente da vedere… -Non potete saperlo se non ci siete stati mai. Era così ostinato che cominciarono a chiamarlo “Martino Testadura” ma lui non se la prendeva e continuava a pensare alla strada che non andava in nessun posto. Quando fu abbastanza grande da attraversare la strada senza dare la mano al nonno, una mattina si alzò per tempo, uscì dal paese e senza esitare imboccò la strada misteriosa e andò sempre avanti. Il fondo era pieno di buche e di erbacce ma per fortuna non pioveva da un pezzo così non c’erano pozzanghere; a destra e a sinistra si allungava una siepe ma ben presto cominciarono i boschi. I rami degli alberi si intrecciavano al di sopra della strada e formavano una galleria oscura e fresca nella quale penetrava solo quà e là qualche raggio di sole a far da fanale. Cammina e cammina…la galleria non finiva mai,la strada non finiva mai. A Martino dolevano i piedi e già cominciava a pensare che avrebbe fatto bene a tornarsene indietro quando vide un cane. -Dove c’è un cane c’è una casa- riflettè Martino- o perlomeno un uomo! Il cane gli corse incontro scodinzolando e gli leccò le mani,poi si avviò lungo la strada e ad ogni passo si voltava per controllare se Martino lo seguiva ancora. -Vengo!Vengo!-diceva Martino incuriosito. Finalmente il bosco cominciò a diradarsi, in alto riapparve il cielo e la strada terminò sulla soglia di un grande cancello di ferro. Attraverso le sbarre Martino vide un castello con tutte le porte e le finestre spalancate e il fumo usciva da tutti i comignoli e da un balcone una bellissima signora salutava con la mano e gridava allegramente: -Avanti!Avanti,Martino Testadura! -Toh!- si rallegrò Martino- io non sapevo che sarei arrivato..ma lei si! Spinse il cancello, attraversò il parco ed entrò nel salone del castello in tempo per fare l’inchino alla bella signora che scendeva dallo scalone. Era bella!E vestita anche meglio delle fate, delle principesse e in più era proprio allegra e rideva. -Allora non ci hai creduto! -A che cosa? -Alla storia della strada che non andava in nessun posto -Era troppo stupida e seconso me ci sono anche più posti che strade! -certo!Basta aver voglia di muoversi!Ora vieni ti farò visitare il castello. C’erano più di cento saloni zeppi di tesori d’ogni genere, come quei castelli delle favole dove dormono le belle addormentate o dove gli orchi ammassano le loro ricchezze. C’erano diamanti pietre preziose,oro,argento e ogni momento la bella signora diceva: -Prendi! Prendi quello che vuoi! Ti presterò un carretto per portare il peso. Figuratevi se Martino si fece pregare! Il carretto era ben pieno quando egli ripartì.A cassetta sedeva il cane che era un cane ammaestrato e sapeva reggere le briglie e abbaiare ai cavalli quando sonnecchiavano e uscivano di strada. In paese, dove l’avevan già dato per morto, Martino Testadura fu accolto con grande sorpresa. Il cane scaricò in piazza tutti i suoi tesori, dimenò due volte la coda in segno di saluto, rimontò a cassetta e via, in una nuvola di polvere! Martino fece grandi regali a tutti, amici e nemici e dovette raccontare cento volte la sua avventura e ogni volta che finiva, qualcuno correva a casa a prendere carretto e cavallo e si precipitava giù per la strada che non andava in nessun posto. Ma quella sera stessa tornarono uno dopo l’altro con la faccia lunga così per il dispetto: la strada per loro finiva in mezzo al bosco, contro un fitto muro d’alberi, in un mare di spine. Non c’era più nè cancello, nè castello, nè bella signora perchè certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova e il primo era stato Martino Testadura.

OMAGGIO IN LUGLIO

Qualche giorno fa Pinuccia ha voluto condividere con me una cosa bella cui aveva avuto modo di assistere. Mi è piaciuto molto, l’argomento, ma anche come Pinuccia me ne ha parlato. Le ho dunque chiesto se avesse voglia di scrivere per Controluce. Lo ha fatto, e io, molto contenta, pubblico. Grazie Pinuccia, e buona lettura a tutti.

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uccelli

09.07.2014

Nel mio girovagare per assistere a qualche manifestazione mi è capitato di incontrare qualche persona interessante. Poi si sa, da cosa nasce cosa… e con qualcuna si instaurato un buon rapporto, non dico di amicizia, ma di stima e rispetto reciproci.

Una di queste persone ha messo su uno spettacolino domenica scorsa con dei ragazzi delle scuole usando il testo di un libro di un poeta sufi Farid Ud Din Attar, uscito pochi anni fa con le illustrazioni di Peter Sis:  “La conferenza degli uccelli” .

La lettura avrebbe dovuto avere luogo in un bosco, di sera, con i suoni della natura a fare da cornice, e mi immagino che altri spettatori, i padroni di casa, mi piace definirli così, sarebbero intervenuti numerosi.

Ma il tempo meteorologico, un po’ pazzerello non lo ha permesso. Così, così ci siamo trovati in una Chiesa, un po’ stipati, ad ascoltare. Bella Chiesa, non c’è che dire. E i suoni della natura, il canto degli uccelli? Bèh, è stato proiettato un documentario dove i protagonisti erano gli uccelli, il loro canto, il loro volo, i loro giochi.

La scena finale del documentario: alcuni uccelli che giocavano nell’ansa di un fiume, si facevano il bagno, si spruzzavano, si alzavano in volo, e cinguettavano felici. Quello che si dice: passerotti!!!

La storia racconta del poeta, che dopo una notte agitata, svegliandosi, si accorge di essere diventato un’upupa. Allora chiama a raccolta tutti gli uccelli del mondo proponendo loro un viaggio avventuroso per andare dal mitico re Sirmug, colui che ha tutte le risposte e che si trova sul monte Kaf. Per invogliarli a partire, qualche resistenza al cambiamento c’è sempre, e poi….. un altro re!!! Che chissà poi magari non esiste! L’upupa dice loro: Ho la prova della sua esistenza.

“Guardate! Ho il disegno di una sua penna. E’ caduta in Cina, nel cuore della notte”.

La piuma del re Sirmug indovinate come era: ovviamente bianca! ( che abbia a che fare con Celeste?)

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Quasi tutti partono, qualcuno fa qualche obiezione. Ma l’upupa con fermezza li convince ad intraprendere il viaggio che sarà lungo e faticoso. Gli uccelli attraverseranno sette valli: la valle della Ricerca, la valle dell’Amore, la valle della Comprensione, la valle del Distacco, la valle dell’Unità, la valle dello Stupore, la valle della Morte.

Quando arriveranno stremati, solo in trenta,  perché :

“Alcuni, scoraggiati e impauriti se la sono svignata. Altri hanno continuato, ma sono stati sopraffatti. Non sapevano più dove andare, né perché sono morti per la sete, la fame, sono stati vinti dalla calura e dalla vastità dei mari”

al  monte Kaf ,  chiedono del mitico re Sirmug e :

vedono il Simurg

e il re Simurg sono loro

“Così trenta uccelli uniti dalla stessa ricerca hanno finalmente trovato il loro re. E capiscono che sono loro Simurg il re e che Simurg il re è ciascuno di loro e tutti loro”.

Molte sono le considerazioni che si possono fare: dal testo del racconto, alla natura con le sue insidie, ma poi sono davvero insidie?, alle infinite prove che la vita ci riserva, e poi… poi magari qualcuno ci viene a dire dopo molto penare che:

“Valli? Erano solo un’illusione, uccelli, un sogno. Non abbiamo attraversato proprio niente. Il nostro viaggio ha inizio solo ora”. 

◊◊◊

Ho detto prima: il testo è stato letto da ragazzini delle scuole. Elementari e Medie. Certo la loro dizione non era impeccabile, era però spontanea, intimidita dalla presenza di tante persone. Ma era perfetta così. Con le loro stonature era più genuina, più reale.

La persona che ha dato vita a questo spettacolo raccontava che per invogliare i ragazzi a leggere li invitava a casa sua e preparava loro la pizza, le frittelle, i biscotti.

E raccontava di quanto era stato difficile insegnare le pause, perché il testo è breve breve, e i ragazzi tendevano a distrarsi, a scappare. Raccontava anche di come poco a poco i ragazzi si sono appassionati a questa avventura ed erano disposti a provare anche senza la pizza. Che lei preparava lo stesso.

Tanto che alla fine della lettura, il ragazzino più piccolo è andato da lei, che era seduta in uno dei banchi, le si è inchinato davanti e ha chiesto un applauso solo per Anna. Che, come da copione, si è commossa.   Non solo lei.

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IO MANGIO DA SOLO

Io mangio da solo!

ORESTE


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E’ nato in una cesta di vimini, destinata ai mici randagi che girano nel giardino della casa degli zii, limitrofa alla mia. Mamma riccia ad un certo punto ha deciso di occupare la cesta e poi si è capito che doveva partorire. Solo che …. è scomparsa: aveva una zampa intrappolata nei fili dello straccio che stava dentro la cesta. Liberata sabato dai fili, dopo qualche ora è scomparsa.  Lui è rimasto solo e dopo alcune ore, è stato portato a casa mia. Il corpicino freddo e l’aria stremata.  Scaricate istruzioni da un sito specializzato nel salvataggio ricci, comperato latte, creata cuccia ecc. Ora è a casa mia (e di giorno, per forza di cose, in auto, come riccio viaggiatore ma con tutti i confort, le cure, la pappa e le necessarie manovre per i bisogni… fisiologici che non sono autonomi ). Si chiama Oreste, pesava 44 grammi (stamane 46) è bello come il sole. Dai piccolo che ce la fai!

Potevo non presentarlo al pubblico di Controluce? 

Nelle foto in alto: il piccolo appena arrivato da me e la sua prima pappa. Non sappiamo niente della mamma ma nei nostri giardini (mio e quello degli zii) ne vivono diversi, quindi di certo ci sono cibo e rifugi. Speriamo … 

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L’AMORE SECONDO ALBERT

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Chissà perché spesso identifichiamo le persone con quello che fanno. Quando pensiamo ad un uomo di scienza, vediamo solo .. un uomo di scienza. Enstein, per esempio. Pensiamo a lui e compaiono immagini di calcoli, equazioni, numeri.  La sola cosa bizzarra è la sua immagine, quella famosa con la lingua fuori e i capelli eternamente spettinati. Ma a parte questa immagine a conferirgli un che di eccentrico, lui è il genio, la mente per eccellenza. Nell’immaginario collettivo è tutto questo prima di essere … un uomo.  E’ uno che discorre di movimento, di tempo, di atomi e di luce. Difficile, per i più,  poterlo immaginare  come il vicino di casa, uno che mangia, ride, si addormenta sul divano, sogna, si commuove. Insomma come un uomo raggiungibile: ha un cervello troppo ingombrante. In altre parole difficile giudicare senza pregiudizi. Ahimè.  Eppure amava la musica, aveva un animo delicato. La stravaganza è un aspetto più usuale: siamo abituati alle stravaganze dei geni, ma meno a quegli aspetti delicati, casalinghi, intimi, semplici, disarmati.

Ecco una cosa, semplicemente “umana” dove il cervello e il genio c’entrano poco.  Non c’è l’ombra del cattedratico, del professore, del genio, dello scienziato.

Io la trovo di una bellezza straordinaria.  

Io non pretendo di sapere cosa sia l’amore per tutti, ma posso dirvi che cosa è per me:
l’amore è sapere tutto su qualcuno, e avere la voglia di essere ancora con lui più che con ogni altra persona. L’amore è la fiducia di dirgli tutto su voi stessi, compreso le cose che ci potrebbero far vergognare. L’amore è sentirsi a proprio agio e al sicuro con qualcuno, ma ancor di più è sentirti cedere le gambe quando quel qualcuno entra in una stanza e ti sorride.

Albert Einstein

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SOCIAL NETWORK NO GRAZIE

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In alcuni momenti, più che in altri, ci si rende conto di quanto sia frustrante dover usare le parole. Specialmente le parole sole, senza cappotto, senza gesti, sguardi, senza offerta, senza le mani. Servite crude, cotte, elaborate, con o senza salsa, lavate, stirate, inamidate, profumate, idratate, asciutte o bagnate. Colorate, sbiadite, stinte, tirate, laccate, scialbe. Cucinate.

Riflessioni più frequenti di questi tempi, in cui i mezzi di trasporto usati dalle parole sono per lo più quelli tecnologici. Nemmeno il gusto della calligrafia, che è unica, personale, il tratto sulla carta profondo, deciso, sfiorato, ad offrire un’ impronta, un profumo, la certezza del tocco, di una impronta digitale invisibile ma unica. Niente. Tutto è impermanente, inorganico, etereo, volatile.  Piccole sillabe naufraghe in colate di cristalli liquidi evanescenti, destinate ad essere perdute per sempre tra canali di scolo di circuiti stampati.

“Tre etti di parole – un filo di olio, due foglie di basilico fresco, salvia rosmarino, due chiodi di garofano tutto tritato finemente, un pizzico di paprika.  Sale pepe e peperoncino s.n.  Mescolate bene.  Servite subito via whatsapp, facebook, twitter “. 

Ci si accorge sempre di più di quanto sia importante comunicare con il corpo, offrire parole non pronunciate ma liberate, parole tonde e silenziose, paffute e gonfie, come quelle parlate sott’acqua, bolle di fiato, con la vita dentro.   Si  riflette su quanto sia importante la voce che, perfino al telefono ha più potere delle parole scritte con una tastiera.  E’ qualcosa di vivo, vibrante, nasce dentro, è immediata, sciolta, diventa vento e viaggia a cavalcioni dell’aria. Come in teatro non si può tornare indietro:  deve essere per forza “buona la prima”  perché una “seconda” non c’è.

Ma per quanto anche con la voce sia possibile correggere, spiegare, sottolineare, marcare, approfondire, limare, niente può sostituire davvero uno sguardo, il movimento delle labbra o le mani, che si infilano negli spazi tra le parole e diventano vera comunicazione.

Le parole hanno un grande potere, certamente. Sanno ferire, anche profondamente, ma uno sguardo può inchiodare, sciogliere, offendere. Poche cose sanno essere più eterne, definitive, terribili o dolci di uno sguardo.

Come si fa a dirsi così tante cose attraverso i social network e solo attraverso questi? Eppure ogni giorno sento cose strane. Va bene, vanno benissimo la condivisione, lo scambio, ma…. quando c’è solo questo?  Una ragazza (non una ragazzina –  almeno non anagraficamente – ) raccontava sul treno di essere stata “lasciata dal fidanzato” con un sms.

Una mia amica è  stata “informata”, via sms, da un “amico storico” (almeno da lei ritenuto tale), attraverso quello che sembrava un comunicato stampa, che le loro esistenze non sarebbero più compatibili pertanto … fine della frequentazione. Ovviamente senza possibilità di replica perché è stata “bloccata” sul telefono.  Ma come si fa?  Si può essere più codardi di così?

Copio incollo un intervento di Ricc in CL di qualche tempo fa.

Le parole sono dei messaggeri. Sono personcine semplici e di buona volontà, ma sono piccoline. E non ce la fanno a fare cose complicate. Basta una porta chiusa, che non ci arrivano alla maniglia. Basta un tragitto un po’ più lungo, che le gambe gli si stancano e bisogna che si fermino. Loro fanno quello che possono e, se ci pensate, a volte chiediamo loro cose veramente complicate, compiti difficili per dei messaggeri con lo zainetto. Eh. Gli si chiede di trasmettere le “cose che sentiamo dentro”. Ba, eh. Facile. Glielo chiediamo anche quando nemmeno noi le abbiamo capite bene, però chiediamo alle parole di trasportarle a qualcun’altro. Che poi loro il messaggio lo portano, ma lo danno ad un orecchio che anche lui c’ha il suo da fare, che poi lo consegna al cervello che ha le sue palle e mica ci capisce tanto di cuore lui, e fa una traduzione letterale, e nemmeno, spiattellando il messaggio su gugol e mandando avanti quello che gli viene… ma pari pari eh. Escono fuori robe incomprensibili, e noi diamo la colpa alle parole. A volte ho compassione delle parole. Che sembrano elaborate e forbite, e invece sono come il pruno del fiore del Piccolo Principe: non sono adeguate a qualcosa di più complicato che non sia chiedere dove sia la stazione o per avere mezz’etto di caramelle di liquerizia. E allora dobbiamo usare tutto quello che abbiamo per fare si che quello che si sente arrivi per davvero. Le parole vanno mandate in macchina, aiutandole con gli sguardi, bisogna mettergli il cappotto usando le mani, per i gesti e per il contatto. Bisogna dargli le radioline con un sacco di sorrisi. E allora vedrete che questi messaggeri, questa volta attrezzati, sapranno spiegarsi meglio, e non ci saranno più parole del cuore, perse in mezzo alla strada…

SOB!!

oddio

Riporto qui lo stralcio di una multa stradale (altrimenti detta contravvenzione al codice della strada 🙂 ricevuta da una mia amica che secondo la polizia locale sarebbe passata con il rosso.

Cioè “è passata col rosso”. Eppure le diciamo sempre che andare a lavorare alle 6.45 del mattino fa male!!! Il resto della multa recita “la sanzione è aumentata di un terzo in quanto la violazione è avvenuta in ore notturne!…  Lo ammetto, noi amiche / amici abbiamo infierito. Per la serie: oltre il danno anche la beffa!

Torniamo alle ragioni del post: il linguaggio oscuro usato nella redazione del verbale lo merita ampiamente. 

Il giorno  bip bip bip  alle ore 6.45   in via bip bip Il conducente dell’autoveicolo bip bip targato bip bip ha violato l’art. 41/11 C.d.S. superando la linea di arresto all’intersezione semaforizzata e proseguendo la marcia nonostante la lanterna proiettasse luce rossa nel senso di marcia.

Sob! Gulp! 

Poi:

La violazione è stata confermata dalla infrazione a semaforo rosso (finalmente si capisce la ragione della multa  ndr) sistema ecc ecc ecc prodotto da ecc ecc ecc…

Detto questo, vi lascio in quanto mi devo appropinquare a cose più serie. Devo recarmi nella stanza adiacente la mia al fine di risolvere una questione alquanto spinosa per la quale il mio capo mi ha fatto rilevare l’importanza di provvedere in merito. Porto meco la documentazione necessaria all’uopo, auspicandomi di concludere il lavoro entro la giornata lavorativa onde evitare il protrarsi della stessa.

Ecco.

SOGNI VOLI E MAGIE

nel vento

Da bambina a volte mio padre mi portava al Circo. Non ho idea di come sia il Circo ora, non so  se vi sono ancora i leoni, gli elefanti, i cavalli. Spero di no, lo spero con tutto il cuore. Da bambina però non pensavo alla dignità che veniva tolta loro, ero probabilmente troppo piccola e la violenza si configurava con il maltrattamento fisico, le percosse, le torture. Non credo che allora considerassi questo aspetto della violenza.
Ma quello che mi ha fatto aprire questa pagina bianca è stato un ricordo, emerso qualche giorno fa chiacchierando con un’amica: la magia del Circo e il mio sogno, profondo e intimo, di voler far parte della Compagnia, girare il mondo e soprattutto indossare quei costumi scintillanti delle acrobate. Guardavo in alto, e ammiravo quelle donne mentre compivano le loro meravigliose acrobazie, mi piacevano da pazzi i costumi di lamè, sgambatissimi, le coroncine tra i capelli, le calze a rete, le scarpette color nudo con le quali avanzavano leggere, in punta di piedi, e la capacità di flettere il corpo, piegarsi e… volare.
Trattenevo il fiato quando si lanciavano dal trapezio per eseguire il volo libero e respiravo solo quando le braccia muscolose dei compagni le avevano afferrate. Mi piaceva il silenzio del pubblico, rotto solo dal rumore delle funi, un leggero cigolio e le catene degli attrezzi. La fiducia che condividevano le persone lassù: fidati di me, ti tengo io.  Mi piacevano i lunghi capelli, raccolti in quella coda di cavallo capace di sorreggere il corpo che si avvitava, velocissimamente. 
I numeri con gli animali invece mi annoiavano: li trovavo banali, non riconoscevo alcun coraggio nei domatori che si cimentavano in numeri che trovavo sciocchi, con i cerchi di fuoco, la testa tra le fauci dell’animale e mi procurava un senso di fastidio il rumore del frustino che batteva il pavimento.
Mi rattristavano i pagliacci, fissavo quella lacrime e quel sorriso disegnato. Già allora percepivo chiaramente la natura del clown, la tristezza malcelata dalla mano di gesso sulla faccia e dal sorriso color ciliegia, disegnato sempre troppo grande.
Una volta tornata a casa … sognavo. Sognavo di far parte di quella che mi appariva, ogni volta, come una grande famiglia, fantasticavo su come dovesse essere meraviglioso girare il mondo. Immaginavo la mia roulotte ordinata, una specie di guscio, un luogo tutto mio in grado di seguirmi e di contenere tutte le mie cose. Quando capitava che un piccolo Circo sostasse dalle parti di casa mia, volevo assistere anche alle operazioni di smontaggio e poi restavo a guardare l’erba schiacciata, e credo provassi un senso di libertà e di profonda invidia. Ma erano i Grandi Circhi (o presunti tali .. si sa che da piccoli sembra tutto molto grande) della famiglia Orfei o dei vari discendenti ad affascinarmi tanto. Non ho mai approfondito se fossero davvero tutti degli Orfei oppure furbacchioni, ma non era importante: la magia incominciava lassù, appena sotto il punto più alto del tendone. Più in alto erano gli acrobati, più corto il mio respiro.
Sorridevo, consegnando questo ricordo alla mia amica e le dissi che a ben pensarci, le mie preghiere, almeno in parte sono state esaudite: non lavoro in un Circo ma vi assicuro che a volte non è tanto differente!

PONTI

C’era una volta.. Tutte le storie cominciano così. C’era una volta.

Francesco, si chiamava Francesco ed era un bambino quando incontrò Chiara e gli occhi di Chiara.
Capitò in primavera, una di quelle primavere in cui i prati sono bucati dai crocus come i cieli dalle stelle.
Chiara comparve all’improvviso in quello che era un mondo di silenzi, di scoperte, di verde, di alberi e di fiori e di nevicate. Un paese di dentro che sarebbe diventato grande, che avrebbe accolto foglie dorate e fiocchi di neve, che sarebbe resistito al gelo, e profumato dall’aria di primavera. Che avrebbe saputo meravigliarsi sotto cieli stellati quelli che a vederli stando sdraiati pare che caschino addosso e tolgono il respiro.
Un posto sul quale sarebbe cresciuto del morbido muschio, che avrebbe accolto la pioggia, che sarebbe stato schiaffeggiato da tempeste di sabbia, bruciato dal sole, accarezzato dalla gentilezza della sera.

Ma questo paese era ancora protetto dalla membrana che separa i mondi dagli altri mondi quando proprio lì, ai piedi di un Albero, incontrò Chiara. Si guardarono, per un istante: gli occhi dentro gli occhi.
Fu un istante, un guizzo, il tempo di un fiato poi Chiara scomparve. Senza una parola, senza un rumore, senza che l’aria si dovesse spostare per lasciarla passare. Chiara. Chiara era il nome che doveva per forza avere: la pelle era bianca, chiari gli occhi e i capelli. Per Francesco fu Chiara. Chiara per sempre.

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Tornò diverse volte all’albero, ma Chiara non c’era. Forse non c’era mai stata. Forse era solo la fantasia di un bambino che bucava la membrana di un mondo che separa un mondo dagli altri mondi.

Come il paese di dentro, e con il paese di dentro, il bambino crebbe. Diventò quello che doveva diventare, accolse la pioggia, i fiori, resistette alle tempeste, qualche volta cadendo, altre volte solo piegandosi un po’ verso i propri contorni, tastando i propri confini, esplorando le proprie terre, lasciandosi arare dal tempo e da mani più grandi.
Accolse le notti e i giorni in modo regolare, come le stagioni, e le cose belle, i pianti, il dolore. Imparò le paure, perdette cento volte le chiavi dei suoi portoni, abbassò e sollevò i suoi ponti, visse i suoi temporali.
Si lasciò coprire di neve, ascoltò i passi affondare. Il tempo scavò le sue tane e nascose tesori. Seppellì sogni e dolori e costruì ali, e altri sogni. Imparò a tastare i suoi confini, a conoscerne i limiti.
Disseppellì sogni e dolori, ruppe ali, e sognò altri sogni. Incontrò gioie, emozioni, amori. Profumi, odori di cani. Calore e fiato. Curiosità, di vita, di libri e di sé. Cresceva il pelo sul corpo, perdeva l’altro pelo dal corpo.
Crebbe, come tutte le cose, come i paesi, come gli alberi: non c’era nemmeno il ricordo di Chiara.
Solo un senso di Albero, qualcosa di grande, di infinito, che bucava la parte più blu del cielo, più vicina alle stelle, non lo avrebbe mai abbandonato. Non ne era consapevole, c’era solo un senso di ….. qualcosa.
L’Albero aveva lasciato una goccia di resina nella sua anima, e in qualche luogo di dentro aveva seminato un odore, un sapore, un seme. Ogni tanto affiorava come una vaga sensazione di un luogo antico, lontano, ma si traduceva solo in un senso di qualcosa, qualcosa di aspro e dolce, di legno e di pietra… sassi, forse. Sassi come stelle cadute da qualche parte, con la sensazione, forte ma sempre brevissima, di qualcosa da andare a riprendere. Qualcosa che aspettava, da tempo, in un altro Tempo.

Poi un giorno – un bel giorno – come si dice in tutte le storie,  lei arrivò.

Arrivò “per caso”, piombando dentro un pomeriggio di telefoni e fax, tra appuntamenti e odore di carta e led, schermi luminosi, bip bip. Niente posto per gli alberi, nessun angolo per un solo centimetro di muschio, nessuna zolla di terra, nemmeno un sasso. Non un buco nel soffitto a mostrare le stelle, in quel luogo.
Una voce, dapprima, e un nome. E poi il viso di Chiara. Le labbra di Chiara. Il fiato di Chiara, l’amore di Chiara.

E lentamente si delineava, nel tempo di mezzo tra la veglia e il sonno, tra ciò che sembriamo e ciò che siamo, una sagoma… Un vago ricordo, fuggente, come quelle cose che non appena affiorano nella mente, scivolano via e si perdono, nemmeno a rincorrerle. Niente. Sembrano solo idee. Guizzi. Come un sogno che non si riesce ad afferrare, come una parola che sta sulla punta della lingua.  Come ….. Come cosa? Come…. Come? Come… ma si!!! Come un Albero. Ecco cosa affiora ogni tanto! La maestosa figura di un Albero! Un grande Albero.
Fu in un momento preciso, non saprebbe dire esattamente quale, in cui le narici si spalancarono perché quell’odore fosse percepito, goduto, inspirato… Era odore di resina. Quella resina. Di quell’Albero.   E… gli occhi dentro gli occhi. Gli occhi di .. Chiara.

Se avessi dei piccoli lettori, allora chiederebbero:

Ma allora era un ricordo? Francesco aveva davvero incontrato Chiara quando erano piccoli? O forse accadde tutto in un altro mondo, separato da questo?

Nessuno lo sa. Tranne l’Albero.

L’Albero?
Sì. L’Albero. L’Albero sa tutto. È il ponte tra presente e passato, tra un mondo e un altro mondo. Un ponte che attraversa la terra di mezzo e che conosce i segreti di tutte le cose che stanno tra la terra e il cielo. Conosce i segreti del tempo e qualche volta ne trasporta gli odori.

Ma… loro lo sentono?
Si, loro lo sentono. A volte è una sensazione leggera, come quella di una farfallina con le ali che si posa sul braccio. A volte è una fotografia che appare all’improvviso, a volte è una voce. Un sasso nelle tasche. Un segno nel cielo. Una luce sotto il Paese, quello di dentro ma anche quello di fuori, attraversato da altri ponti, tagliato da fiumi, illuminato da lune gigantesche e bianche, piene o velate.
A volte è un odore che permane, a volte è altro.

Cos’altro è, a volte?
È … Albero.

la foto è tratta dal web.

INDOVINA CHI VIENE A CENA

Ho annunciato, tra gli interventi del post sottostante, di avere una storia da raccontare. Una di quelle storie che sembrano favole, e che anche il finale è degno di una favola, dove è anche bello mettere la parola “fine” proprio perché non è finito un bel niente. Anzi.
La storia è un evento accaduto a Riccardo. L’ho pregato di scriverne, perché di storie come queste, piccole grandi storie dense di umanità e di bellezza ne abbiamo bisogno sempre. E ora anche di più. Forse per testimoniare, ostinatamente, che esistono ancora delle cose cosi piccole che fanno fare delle cose tanto grandi.. O forse dovrei dire che capitano delle cose tanto grandi che possiamo salvare facendo …. delle cose tanto piccole.
Vai Ricc. E grazie della storia, e di aver permesso questa condivisione con questo popolo di Controluce, più in ombra che in luce. Più a suo agio nel silenzio di uno sfondo crepuscolare che con la luce contro.

Celeste

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Quella che vado a raccontare è una bella storia. E’ la storia di un incontro tra due esseri diversi, mondi diversi. Che non si conoscono, che sono divisi da storie e credenze, che sono fondamentalmente divisi dall’ignoranza.

E che il caso ha fatto sbattere il naso insieme. E che li ha obbligati a guardarsi negli occhi e volere o (appunto) volare mescolarsi e conoscersi, e capirsi un pochino, prima di lasciarsi, un po’ più consapevoli di prima.

“Che è successo? Dove sono? Perchè c’è tutta questa luce e questo caldo infernale? Dov’è la mia mamma? E i fratelli dove sono? Li sento sempre accanto e ora invece non ci sono. Oddio!! E tutti questi giganti che sono? Cosa vogliono?? Ho paura, ho paura! Devo andarmene, devo scappare ma non ci vedo, e poi non mi riesce di muovermi su questa superfice liscia!!! Sento che comunicano, che urlano con quelle loro voci, mi indicano. Perchè? Uno di quegli esseri mi si avvicina e mi prende, che vuole?? Ma che vuole?? Ho paura, ma mi difendo, devo scappare, mordo, lo mordo!!!”

MA PORCAPUTT!!!!!!!… ma senti questo che denti che c’ha! Mi ha morso, e faccio sangue perdio… porterà malattie? E se mi morde di nuovo?? LO SAPEVO, PERDIO! E ORA? VA A FINIRE CHE MI PRENDO LA RABBIA!!! MA FARMI I FATTI MIEI MAI EH???
…. E chi li conosce i pipistrelli???

Io pranzo raramente. Non perchè sia uno stakanovista, mi piace il mio lavoro ma il fatto è che se mangio, dopo mi addormento. No … Non è vero nemmeno questo. E’ che è tutto talmente squallido intorno a dove lavoro, che proprio mi mette tristezza. Solo quando c’è compagnia allora esco, per non fare quello che è l’orso. Ma mangiare per mangiare, quasi mai.

Quel giorno era il primo d’agosto, ed avevo stranamente fame.
Allora scesi giù, mi incamminai lungo il marciapiede di questo quartiere di periferia per andare al “bar pasticceria” per prendere una schiacciatina al prosciutto. Si, la schiacciatina non è malaccio.
Mentre cammino per la strada, vedo un assembramento di persone, qualcuna agitata che smanaccia, altri parlano tra loro, ma non si capisce.

Mi avvicino e sento: “ma buttalo lì, no? Nel prato!” L’altro: “buttiamolo nella fogna, quei cosi stanno lì dentro” . Una tizia coperta di vernici e stucchi vari: “Aaaahhhh!!! Che schifo!! Si muove!!!!”.

Guadagno un po’ di spazio e vedo che in terra c’è una specie di topolino, che sta arrancando sulle mattonelle cercando di andarsene da lì, ma non ce la fa perchè scivola. Come mai? Vedo meglio e quello che sembrava un topolino è in realtà … un pipistrello. Inequivocabilmente.

Eccoci.
E ora? Io no so nulla di pipistrelli. Portano malattie? Sono aggressivi? So che sono dei roditori, ma non so di più… E che fo? Lascio fare e vo via, in qualche modo farà. Siiii !!! Come no!! Con tutte ste bestie ignoranti d’intorno non la scampa.

Ok, ok , ok. Proprio oggi dovevo prendere il panino, eh!! Ok.

Signori, qualcuno se ne vuole occupare di questa bestiolina? No? Niente in contrario allora se ci penso io?”

Eh, come immaginavo tutti zitti d’improvviso. Ma va bene così. “Allora lo prendo io, per favore spostatevi”.

Come lo prendo per tirarlo su, mi appiccica un morso da urlare, e non molla il bastardo! Dolore atroce e sangue a litri (esagerato!) e subito mi viene in mente a chi posso chiedere per sapere se portano malattie, ora che è agosto, e come faccio a non farmi mordere di nuovo, senza fargli male o ributtarlo per terra…

Ma straporcaputt…. ma farmi i fatti miei no eh? MAI! E ora???
Da un ufficio lì accanto esce una signora, che mi porta una scatola di carta, quella delle risme di carta per stampanti. Ha il coperchio, e ci metto l’esserino dentro, con più garbo che posso. Intanto noto che nei secondi dopo il morso s’è un po’ calmato, e non ha più accennato a mordermi di nuovo. Ringrazio la signora e le chiedo se me lo può tenere cinque minuti che, perdio, oramai sto panino lo voglio!

Torno e lei mi porge la scatola con un librettino di fogli: nel frattempo che io mangiavo lei s’è messa su internet e ha cercato “tutto quello che avreste voluto sapere sui pipistrelli ma non avete mai osato chiedere”. Comprese malattie, comporamenti, istruzioni per l’uso, primo soccorso.

Sono commosso… non siamo più abituati a vedere che qualcuno si muove per aiutarti. Ringrazio, prendo la scatola con l’animaletto dentro e salgo in ufficio. Chiamo il veterinario, siamo amici.

Prima si fa ripetere un paio di volte quello che mi è successo: “Cosa ti ha morso??? E come hai fatto a trovarne uno per strada?? Ma ‘ste cose solo a te possono capitare!”   Eh oh!!! E’ capitato! Ba!

Mi rassicura un po’ sulle malattie, non è cosa nota che ne portino. Meglio.

Comincia la ricerca di cosa diavolo mangino o facciano, o chissà cosa c’è da sapere. Intanto il dito fa male. Sbircio dentro la scatola. Lui sta in un angolino. So che non stanno a terra (lo sanno tutti che stanno a testa in giù, mi dico).  Allora trovo un asciugamano e lo metto dentro la scatola, appeso al bordo. Parte come un razzo sull’asciugamano per nascondersi dentro.
Io mi piglio un colpo e richiudo la scatola.
Non stiamo andando bene.

Chiamo la LIPU. Io non sono in grado di tenerlo, non so nemmeno se è cucciolo o adulto, se è ferito o no. Loro lo sapranno. Mi danno appuntamento per la sera. Non mi danno l’impressione di saperne molto più di me.

Tornare a casa, in moto, con un pipistrello in una scatola al posto del passeggero è una cosa che può capitare solo a me.

L’appuntamento alla LIPU è dopo cena, parto per portarlo. A metà strada mi fermo. L’ho guardato ancora, ed è bellissimo: è lungo una decina di centimetri ed ha degli orecchioni enormi… e un musino che pare un cane in miniatura. E poi ora che si è calmato e ha trovato il modo di nascondersi nell’asciugamano, ti guarda affacciandosi col capo da una piega del tessuto. E non sembra per nulla aggressivo.

Allora mi ricordo che a poca distanza da casa mia c’è l’università di biologia, che sono quelli che hanno progettato e venduto la “batbox” da attaccare sulla facciata di casa. Io ovviamente ne ho messa una.
Decido: torno a casa e domani chiamo l’università. Loro qualcosa ne sapranno eh! Volto la macchina e torno indietro.

Nel frattempo ho letto che il primo soccorso si fa con una siringa (senza ago, ovviamente) riempita di omogeneizzato di carne. Facciamo anche questa. Onestamente sono un po’ in pensiero per i morsi, ma vabè, va fatto. D’altra parte al primo sono sopravvissuto.

L’indomani mattina compro tutto e faccio la prova pappa. Lo lascio nell’asciugamano e lui si fa prendere senza protestare troppo. Gli metto davanti la siringa. Mangia a quattro palmenti. Una scena fantastica. Si fa fuori tre siringhe intere. Stiamo cominciando a diventare amici.

Chiamo l’università, e di chirotteri c’è un dipartimento apposta.
“No signore… non sono roditori. Sono mammiferi, come lei e me.”
Non so se il viso rosso si vede per telefono. Forse il mio si vedeva!
“Senta, venga domani che c’è il ragazzo che si occupa dei recuperi, le spiegherà meglio come fare.”
Nel frattempo gli ho dato un nome: si chiama Pippo, Pippo il Pipistrello ovviamente.

L’indomani lo riporto all’università, e suscito l’entusiasmo di tutto il dipartimento: Pippo è un Molosso dei Cestoni, il più grande pipistrello italiano coi suoi 40 cm di apertura alare. Ali che però non ha mai spiegato. Loro non ne vedevano uno da tanto.

Mi dicono che è un giovane al primo volo, che probabilmente ha avuto un problema ed è caduto a terra, la notte precedente il ritrovamento. Ma sta bene, non ha ferite ed è piuttosto in forma.
E qui c’è stata la scena più bella. O meglio, una di queste.

Il ragazzo l’ha preso in mano, e se l’è appoggiato alla maglia. Pippo è partito a razzo arrampicandosi con… mani e piedi ed ha puntato all’ascella. Ci si è rintanato e poi ha messo fuori la testina per guardare. “Qui sono al sicuro”, diceva.

Una scena di una bellezza rara. E… sorpresa!! Oltre a non essere un roditore, non era nemmeno un maschio: Pippo in realtà… era Pippa.

Mi spiega cosa le devo dare da mangiare. L’omogeneizzato va bene per l’inizio, ma dopo non lo troverà in natura perchè il supermercato dei pipistrelli ha litigato col fornitore (:-). Quindi parte la caccia alle “larve di camola”. Le procuro, e lei le mangia. Mangia queste, l’omogeneizzato e beve acqua.
E andiamo molto bene.

Io però sono preoccupato per il volo: non ha mai aperto le ali da quando è con me. Saprà farlo?
A quello ci penso io. Te rimettila in piedi (si fa per dire), poi a insegnargli a volare ci penso io”, risponde il ricercatore. Ecco, un sollievo che non vi dico.

La sera, mentre le do da mangiare, scappa, e gattona verso i mobili della cucina. E in una frazione di secondo sparisce dentro un buchino tra il muro e lo zoccolino. Per riprenderla ho dovuto smontare un mobile intero della cucina. Non ho parole.

Il giorno successivo, la mattina la riprendo dalla scatola dove dorme per darle da mangiare.
E non c’è.
Panico.
Alzo gli occhi. Sopra la sua scatola c’è… la mia libreria.
Dove i libri sono in terza fila. Strapiena. Se si è nascosta lì, la troverò a primavera. Comincio a smontare la libreria. Riempio tutta la casa di pile di libri.

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Poi la trovo dietro un mobiletto in salotto. Meno male!

Per rimontare la libreria ci ho messo due week end. Però ora è ordinata. Quando la vedo mi ricordo sempre di lei, è come se mi avesse fatto il regalo di darmi la libreria nuova…

Passa qualche giorno, porto Pippa a scuola di volo. Il ragazzo mi manda un video del suo primo volo all’interno di un ampio garage, condotto con una maestria da navigata pilota.

Me la riconsegna affinchè sia io a liberarla, nello stesso posto dove l’avevo trovata. In effetti al tramonto lì si sentono spessissimo degli schiocchi, secchi e acutissimi: come al solito noi non facciamo più caso a niente, ma quello è il verso che fanno queste bellissime creature: sono gli unici pipistrelli che emettono suoni nel campo dell’udibile, tutti gli altri sono negli ultrasuoni, che noi non possiamo sentire. Ma loro si sentono. E questo significa che dove l’ho trovata, c’è una colonia.

Gli ripeto che ho paura di sciupare tutto all’ultimo, facendo qualcosa di inadeguato. Ma lui dice che non è così, e che farà tutto da sola. Gli credo: è stato, in questa esperienza, un vecchio saggio di ventcinque anni… e gli credo senza riserve, anche se sono comunque un po’ preoccupato.

Andava fatto al primo buio, che d’estate è verso le nove. E così feci.

Ci mise una decina di minuti in tutto: per un po’ stette lì, appesa alla mia mano. Poi fece un po’ di toeletta, drizzò le sue enormi orecchie, si guardò intorno emettendo i suoi schiocchi. Infine aprì le sue enormi ali e se ne volò via, con un volo teso e potente…

Un’emozione enorme. Veramente una cosa che ti ricordi a vita.
Stetti lì un’altra mezz’ora, lei passava ogni tanto lì sopra, col suo verso. Poi la salutai: ciao Pippa, abbi buon vento. E me ne tornai a casa.

Morale della favola?
Io non sapevo niente di questi piccoli esseri. Niente se non quello che la stupida cultura popolare ti insegna su di loro, alla quale ovviamente non no mai creduto.

Ora ne so molto di più, e ho visto anche che sono degli esseri che possiamo bene capire e che quando capita, possiamo conviverci e aiutarci a vicenda. Sono miti, e hanno bisogno di essere rassicurati quando sono in difficoltà. E non sono ostili se non quando sono terrorizzati e hanno paura.
Come noi. Proprio come noi.

Questa è una storia che dovrebbe fare parte della cultura di tutti gli esseri umani che vogliano definirsi tali. E’ una storia di convivenza, di comprensione delle difficoltà. Di ascolto, di attenzione.
E, infine, di sola splendente bellezza, che è quanto che ho provato io mentre succedeva.

Buonasera controlucini
Riccardo

e ………………….

Pippa

Eccola

Lei .. è proprio Pippa.

SEI UOVA E UNA PREGHIERA

La chiamo ieri, da casa.

Ciao. Ti avevo cercata perché ho delle radici, se ti interessano. Sai, come quelle dove ho incollato gnomi e folletti e che ti piacevano? Se ti interessano te le porto …

Ma… Ma…… Ma lo sai perché non ti ho risposto al telefono? Perché stavo chiedendo ad un mio vicino di casa che ha appena estirpato una pianta morta, se mi potesse relagare le radici! Magia!!

Ci vediamo domattina? Ti va?

C’è mezz’ora di autostrada tra di noi, vero, non tanta strada. Ma ci sono le famiglie, gli impegni.  Più per lei che per me: due ragazzi, un marito, il lavoro: dieci ore al giorno fuori casa.  Ma c’è quel filo che ci lega dalla prima elementare nonostante la vita, le scelte, nonostante tutto.

Arrivo all’appuntamento e la vedo, con il suo ragazzo più giovane, 14 anni,  l’apparecchio ai denti,  un metro e settanta (ma quanto crescono mi dico… non è che li concimano, i figli, come si fa con le piante?).

Un abbracccio, due chiacchiere. Poi lei mi dice: ti va se andiamo un salto da mia mamma? E come no…
Ok.
Lei sale sulla sua auto io sulla mia. Conosco la strada: ho abitato per anni a due passi dalla sua casa.
Ci vediamo là .. Ok, a tra poco.

La grande casa è sempre la stessa, sono anni che non ci vado ma …
Varco la soglia, e ho dieci anni, le calzine corte bianche, e sono li, per andare all’oratorio insieme. L’aspetto un po’: lei deve aiutare a sparecchiare.
Entro nel grande soggiorno: mi vengono incontro due laghi che sono gli occhi della signora AnnaMaria. Occhi abituati ad essere presenti ovunque, con tutti quei ragazzi cui prestare attenzione, cui dare dolcezza e protezione e cura. Il tavolo è sempre lo stesso di allora. Un tavolo grandissimo, per una famiglia numerosa.
Parliamo di questo, di altre cose, e poi del nipote, l’altro figlio della mia amica,  che si è divertito alla notte bianca. Lei domanda cos’è sta notte bianca. La notte bianca è una notte di festa, di musica in strada. Scuote la testa e ridendo dice: sai quante notti in bianco ho fatto io??

Ehhhh Lo immagino…

Parlo con lei: parla la mamma, la nonna e sono tanti, figli e nipoti. Una grande famiglia. Le domando: ma quando vengono tutti come si fa?

Ehhh! Quando succede, per esempio a Natale, è come fare un trasloco. Tavoli, cavalletti e assi, e piatti e posate, e sedie che vengono raccolte da ogni dove. Come si fa… Facciamo due turni!

Guardo la mia amica e mentre io lo penso, lei dice che lì dentro il tempo si è fermato, che solo lì trova il sereno, la tranquillità, il giusto ritmo del cuore del respiro, e la pace.

Mentre lo dice penso che in quella casa c’è qualcosa di speciale. E ancora una volta sento che la serenità, la gioia, l’amore, restano nei muri, si rifugiano tra le mattonelle del pavimento e … restano, restano incuranti del tempo. Restano.
Ho sempre pensato che le case sanno conservare l’amore e restituire un senso di serenità profonda e di pace e stamane è stata una conferma. La provavo a casa dei miei nonni, e l’ho provata stamane.

Beviamo il caffè e poi usciamo in giardino. Il giardino sul retro della casa non lo ricordavo. Così grande e con la fontana che ora però è diventata una fioriera. La signora AnnaMaria mi racconta dei giochi dei bambini con i pesci rossi quando nella fontana c’erano i pesci rossi. Ammiro le sue piante grasse, grandissime, i fichi d’India, i cactus.

Frugo nei suoi ricordi: mio padre avrebbe la sua età: loro due sono cresciuti a pochi metri. Le chiedo di questo e ottengo conferma: cortili comunicanti, famiglie contadine, poi la guerra che erano bambini. Volgo lo sguardo verso il cortile che fu l’infanzia di mio padre e la sua, è che è li vicino alla grande casa.

“Un giorno venne tua nonna da me, allora ero fidanzata, e mi chiese se il mio fidanzato (l’uomo che poi sposò, che era carabiniere) poteva intercedere perché fosse concessa una licenza al tuo papà, che era a militare. C’era bisogno di falciare il fieno. Mi portò sei uova”.

Ho già detto in questi spazi che non amo i ricordi. E stamane niente è stato un ricordo ma un regalo del tempo. Sono stata bene. In certe case è perfino possibile fare pace con il tempo, almeno per un po’. Riesce perfino a me.

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TRIBUTO AL CANE

lui è Pepe, abita con me.

“Signori della giuria, il migliore amico che un uomo abbia a questo mondo può rivoltarsi contro di lui e diventargli nemico. Il figlio e la figlia che ha allevato con cura amorevole possono rivelarsi ingrati. Coloro che ci sono più vicini e più cari, ai quali affidiamo la nostra felicità e il nostro buon nome, possono tradire la loro fede. Il denaro si può perdere, e ci sfugge di mano proprio quando ne abbiamo più bisogno. La reputazione di un uomo può essere sacrificata in un momento di sconsideratezza. Le persone che sono inclini a gettarsi in ginocchio per ossequiarci quando il successo ci arride possono essere le prime a lanciare il sasso della malizia, quando il fallimento aleggia sulla nostra testa come una nube temporalesca.

Il solo amico del tutto privo di egoismo che un uomo possa avere in questo mondo egoista, l’unico che non lo abbandona mai, l’unico che non si rivela mai ingrato o sleale è il suo cane.
Signori della giuria, il cane resta accanto al padrone nella prosperità e nella povertà, nella salute e nella malattia. Pur di stare al suo fianco, dorme sul terreno gelido, quando soffiano i venti invernali e cade la neve. Bacia la mano che non ha cibo da offrirgli, lecca le ferite e le piaghe causate dallo scontro con la rudezza del mondo. Veglia sul sonno di un povero come se fosse un principe. Quando tutti gli altri amici si allontanano, lui resta. Quando le ricchezze prendono il volo e la reputazione s’infrange, è altrettanto costante nel suo amore come il sole nel suo percorso nel cielo.

Se la sorte spinge il padrone a vagare nel mondo come un reietto, senza amici e senza una casa, il cane fedele non chiede altro privilegio che poterlo accompagnare per proteggerlo dal pericolo e lottare contro i suoi nemici, e quando arriva la scena finale e la morte stringe nel suo abbraccio il padrone e il suo corpo viene deposto nella terra fredda, non importa se tutti gli altri amici lo accompagneranno; lì, presso la tomba, ci sarà il nobile cane, con la testa fra le zampe e gli occhi mesti, ma aperti in segno di vigilanza, fedele e sincero anche nella morte”.

George Graham Vest 

Pepe

George Graham Vest  è stato un politico e avvocato statunitense.

Nel 1869 Vest sostenne in giudizio le ragioni di un uomo del villaggio di Big Creek, Charles Burden, il cui cane da caccia, un American foxhound di nome Drum (meglio noto come “Old Drum”, il vecchio Drum), era stato ucciso a fucilate da un tale di nome Samuel “Dick” Ferguson, guardiano di un vicino allevamento di pecore di proprietà di un cognato di Burden, Leonidas Hornsby. Ferguson aveva sparato solo perché Drum era entrato nella proprietà di Hornsby e costui rifiutava di risarcire Burden, nonostante le richieste di quest’ultimo.  Burden portò allora la controversia (nota ufficialmente con la denominazione “Burden v. Hornsby”) davanti al tribunale della Contea di Johnson, chiedendo un risarcimento di 150 dollari, il massimo all’epoca consentito dalla legge, a titolo di indennizzo sia del danno patrimoniale che, e soprattutto, del danno morale per la perdita dell’amato cane.  Vest, incaricato da Burden di assisterlo, esordì in giudizio asserendo che avrebbe “vinto la causa o chiesto scusa a ogni cane del Missouri”. Quindi, il 23 settembre 1870, Vest pronunciò l’arringa finale alla giuria, un’orazione che sarebbe divenuta celeberrima, sotto il nome di “Eulogy on the dog” (elogio al cane; nota anche come “Tribute to the dog”, tributo al cane).

RELAZIONI

RELAZIONI

Dire solo ciò che si sa fa piacere all’altro, essere accondiscendenti, ammiccanti,  prestare cura e attenzione al fine di non urtare i sentimenti dell’altro, in poche parole astenersi dal dire ciò che si pensa perché potrebbe offendere. Recitare durante telefonate e incontri, insomma indossare l’abito del perfetto amico, l’atteggiamento “come tu mi vuoi”.. Ecco il “quadro vero dell’amico finto”.

Nascondersi, reciprocamente,  ciò che si pensa,  è di per sé sufficiente per diagnosticare il grado di malattia di una amicizia o presunta tale. Perché dunque molte volte ci si prende in giro? Perché non si ha il coraggio, per davvero, di dare il nome giusto alle cose? Perché si ha bisogno di finte relazioni? Per solitudine? Per disperazione? La non solitudine non è una questione di numeri. Si può essere soli pur avendo dozzine di persone che quotidianamente fanno in qualche modo parte della nostra vita, che gravitano con e dentro la nostra esistenza.

Con alcune persone ci si diverte, si gioca, ci si racconta, si studia, si lavora… Si condividono tempo, esperienze, viaggi. E vanno benissimo, si può stare bene con alcune persone pur non avendo mai avuto interesse di approfondire oltre, di condividere qualcosa di differente di un cinema, una pizza, un aperitivo, una gita, un giro di shopping. Anzi, direi che questi sono rapporti veri, sinceri, spassosi, salutari e sani, proprio perché non pretendono di essere “altro”. Non gli si incollano attributi che non hanno, sono quello che sono senza alcuna presunzione.

Ma.. se si vuole condividere veramente qualcosa di importante, una relazione non può prescindere dalla sincerità e deve mettere in conto che ci si può sentire dire l’opposto di ciò che si vorrebbe. Spesso le cose non dette fanno crollare l’impalcatura sulla quale si costruisce una relazione molto più delle cose dette, sbattute in faccia, quelle che magari arrivano che fanno un male cane. Ciò che si pensa dell’altro, dovrebbe essere nutrimento di un rapporto e non la mano che lo uccide.  Dovrebbe permettere un confronto vero, dovrebbe crescere e far crescere. Migliorare e migliorarsi.

“Non le  dico questo sennò ci rimane male”, “dico questo così farà piacere”, “non tocco questo argomento perché è spinoso”, “questo di certo offenderà”. E cosi di questo passo, ed eccoci dentro un qualcosa di formale, con aspetti terribilmente diplomatici/burocratici dove tutto è pesato, misurato, calcolato, attento. Perfino i muscoli facciali sono controllati, non sia mai che tradiscano il vero sentire. Insomma  una specie di compito che si assolve dentro un clima che è tutto un tacere, non dire, recitare, mentire, fingere. Che senso ha? È faticoso da morire oltre che inutile, insulso, banale.

Ho sempre immaginato dei centri concentrici attorno al cuore e negli spazi, più o meno vicini ad esso, ci sono le persone che partecipano alla nostra vita affettiva, gli affetti, più o meno importanti, più o meno profondi. Ecco, la “profondità” è il sistema con il quale si “misura” l’importanza di un rapporto. La profondità. Quante volte ci capita di vivere davvero un rapporto profondo, nel corso di una vita? La profondità è qualcosa di raro davvero: ci si accorge man mano che il tempo passa e si diventa grandi ed eventi, emozioni, esperienza e tempo fanno da cesoie. Perché il tempo diventa sempre più prezioso, perché si preferisce la solitudine alle farse, perché si pretende maggiore qualità e minore quantità di tutto. Di cibo, di riposo, di vacanze, di letture, di sport, di piaceri, di cose, e anche di sentimenti, di relazioni, di persone. Perché si prova un disperato bisogno di dare il giusto nome alle cose.
Quanti volti ha quella che comunemente chiamiamo con lo stesso nome: amicizia.
C’è quella morbosa, maliziosa, possessiva, claustrofobica, malata.
C’è quella che non accetta il confronto, la sincerità del pensiero, la libertà, il bene dell’altro, quella gelosa, quella faziosa, quella contorta. Quella che non permette di essere sé stessi. Ecc… ecc.
Infine quella secondo Facebook ma qui basterebbe sostituire alla parola amico la parola contatto e tutto andrebbe a posto.

L’amicizia è qualcosa di denso e di speciale, delicato eppure fortissimo, sa sfidare il tempo e non conosce ambiguità. Resiste ai periodi di separazione anzi, ne trae vantaggio. Tiene porte aperte per lasciar entrare e anche uscire. E soprattutto non può esistere senza dirsi ciò che si pensa veramente. Non condivide tutto per forza, è altra cosa della simbiosi. Ma quando lo fa, lo fa profondamente. È un affetto vivo, che si rinnova e si confronta ogni giorno, evento dopo evento, gioia dopo gioia, dolore dopo dolore. È quel sentimento che non passa mentre tutto va … Se invece passa allora vuol dire non c’è mai stato per davvero.

Francesca Pacini, sul Mulino di Amleto fece un bel post sull’amicizia. Un passo diceva più o meno questo “Non le piacciono le situazioni di circostanza, come i complimenti o le condoglianze dovute ma non sentite. Niente convenevoli, belletti, lusinghe. Quelli vanno bene per il bridge delle anziane signore perbene. Non è perbene, l’amicizia, magari ti segue passo passo, non interviene ma di sicuro non tace neanche. Può essere perfino aggressiva. Di certo è scomoda. E poi è spettinata, non si fa la messa in piega”

testo integrale qui:

http://www.francescapacini.it/15-blog/diario-di-bordo/14-sull-amicizia.html

UNO DI NOI

CORRIERI DAL CIELO

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foto dal web: wallpaperswide.com

Questa notte, verso le 4,00, mentre dormo profondamente, qualcuno suona. Un’occhiata al videocitofono: NULLA, nessunissima immagine.  Chi è? Chi è? Una vocina acuta e sottile come quella di un bambino arriva a malapena dall’apparecchio: sono iooooo sono quiii ma non mi vedi? Sono piccino, è vero ma insomma non ce la faccio più di saltare. Apri!!! Insomma, mi vuoi aprire questa maledetta porta? Infilo vestaglia e pantofole e scendo. Apro la porta e  il… coso… della foto entra in casa correndo come un razzo, e si dirige verso il camino (spento). Lo guardo, allibita e penso: ecco, sto avendo un incubo, eppure ieri sera non ho partecipato ad alcun cenone, non ho bevuto. E non fumo niente, nemmeno la sigaretta elettronica che va tanto forte di questi tempi. Lo seguo, e questo mi dice: senti ma un po’ di legna nel camino noooo? Io vengo da Roma, ho volato fin qui e sto morendo di freddo.  Da Roma? domando io. Ma chi sei? Lui: sono una matricola della PCS-Pieffe Costellation Shool! Chi potrebbe mai essere, secondo te, uno combinato così? Dovevo immaginarlo che dietro a ‘sto coso pelosetto e piccino c’era Pieffe. Accendo il camino e dopo un po’ il topo parte con lo spiegone che, per compassione, vi riassumo solo brevemente. Il poveretto è l’allievo n. 75893P di Pieffe. Prende lezioni di volo, per il momento, (… e qui .. non ho osato chiedere notizie sul  dopo-lezioni di volo, ho avuto paura giuro). Pieffe, perché si allenasse, lo ha mandato da me per consegnarmi un pacchetto espresso urgente. Fatta la predetta spiega, si ripiega ben bene le ali, si mette sul divano e si copre con un plaid. Io vado in cucina, preparo una tisana calda e quando gliela porto lo trovo addormentato. Secco secco. Gli metto un secondo plaid sui piedini gelati, e apro finalmente il famoso pacchetto. Destinatario: CelesteChiaro,  Riservato-Personale Urgente.  Timbro blu, una serie di stelle: riconosco la costellazione di Orione. Dentro che c’è? Ve lo dico prossimamente a meno che Pieffe non voglia farlo di persona. Cosa che sarebbe gradita,  date le circostanze. Insomma il topo, che era arrivato semi congelato, adesso è qui, al caldo, vicino al mio camino e dice di non saper più tornare.  Suggerimenti?

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INCONTRI

 

 

Sabato mattina. Un bosco fuori Roma,  Pieffe ed io. Bastone in mano, passo lento ma costante, silenzio. Solo la canzoncina lieve e per me assolutamente incomprensibile sussurrata dalla voce di Pieffe. Nessun altro essere umano. Solo io e poi Pieffe, con le sue orecchiette vibranti, pronte a captare rumori.  Ad un certo punto si blocca, mi guarda, sorride e sussurra: ci sono! Qui ci sono, li sento! Io mi guardo attorno, guardo tra le foglie .. Niente. Lui mi fa un segno appena percettibile con l’orecchietta destra, io traccio una linea immaginaria tra la punta di questa e il terreno e … lo vedo. Uno gnomo!!! Lui afferra il suo telefonino, infatti la foto è parecchio sgranata. Non aveva altro disponibile al momento…

 http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/7993412335/in/photostream

SENZA TITOLO

Dal libro: Acid Lethal Fast, di Astor Amanti

Esistono uomini che portano su di sé il dolore del mondo.
Quando vedono pesci rossi nei sacchetti dei Luna Park non riescono più a respirare e vedono orribili facce ridenti deformate dall’acqua. Uomini che guardano foto di esseri viventi maltrattati e ne sentono, in maniera accecante e assordante, le urla, il panico, …la sofferenza.  C’è chi li considera santi o fanatici e chi, semplicemente, afferma che sono persone troppo buone per riuscire a sopravvivere senza impazzire.

Per chi ha un cuore capace di somigliare anche solo un po’ al cuore di un animale.

E poi per Ulisse, per Beba, per Atum, per Asso, per Giada, per Chicca, per Vienna, per Ambra, per Kira, per Paco, Pepe, Ful e per tutte le zampe, le piume, le pinne, le pellicce, gli zoccoli, i becchi, le ali del mondo.

CELESTE MI

foto mia

Foto mia.. E poi dicono che a Milano il cielo non è mai celeste …

Svegliata dalla sveglia alle 6.30 di oggi, sabato mattina perché ci sono cose da fare (sono milanese, nessuno è perfetto..) ho visto su la7 un pezzo di Le invasioni Barbariche, ospite Enrico Bertolino, così ho conosciuto il suo libro, Pirla con me, Mondadori. È una caricatura di Milano, dei milanesi, di ciò che Milano era, di cioè che Milano è. Sottotitolo: da Milano si può guarire. Penso che lo leggerò. Immagino un libro divertente e triste, come fanno le caricature tutte: un cono di luce bianca e impietosa sopra difetti, miserie, dolori e nostalgie. Mi sono sdraiata di nuovo sul letto e gustata l’ultima parte (in rete ho trovato l’intervista completa) e mentre ascoltavo ho pensato che io non vorrei mai de-milanesizzarmi, non ci penso nemmeno. Provo perfino nostalgia per quella Milano della quale Enrico Bertolino, praticamente mio coetaneo, conserva dei ricordi in seppia. Quando al Bar Magenta c’erano i biliardi (ora sono rimaste solo le stecche e i contapunti, sono contenta che ci siano). Quando sulle ringhiere dei Navigli c’erano i panni stesi e non gli atelier e i teatri di posa più prestigioni della città. Non vivo in città, prima per scelta dei miei genitori, poi per scelta personale, per ragioni che ora qui non sono importanti ma che si possono sistetizzare così:  vivo in una casa con giardino  fiori prato e cani e ora anche orto,  ma se non avessi avuto queste esigenze, l’appartamento in condominio di certo lo avrei scelto a Milano. A Milano ci lavoro,  e di fatto ci vivo da che avevo 15 anni. E per me, vale la pena del viaggio. Che viaggio poi non è. Quaranta minuti sono spesso normali se non poca cosa per molti che pure vivono e lavorano in città. Milano è ottimamente servita dai mezzi pubblici, ha una rete di trasporti meravigliosamente efficiente ma è .. grande. Grande, in tutti i sensi. 🙂 E no, io di Milano non voglio guarire. Anzi, mi spiace di non essermi ammalata (non ero nata) quando ammalarsi di Milano era un privilegio, era costruire, era ammalarsi di cuore. Un bell’ammalarsi di cuore, quello.

Vivere fuori (però fuori per davvero e non nella periferia – la precisazione è fondamentale) è un buon compromesso per quelle che sono le mie esigenze. Ho bisogno di Milano, ma ho bisogno anche di altro. Così Milano, la sera e nei fine settimana è sotto i miei piedi, solo un pochino più a sud, raggiungibile in pochissimo tempo e rassicurante, con la sua Madonnina e tutte quante le sue contraddizioni e le sue spine, pungenti tanto quanto le guglie del suo duomo.

In fondo a questo video (verso la fine, si può far scorrere il cursore) c’è una bella cosa, che non c’entra nulla con Milano. Alla domanda: cosa conta di più nella vita, c’è una risposta interessate, attraverso un … vasetto di maionese.

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Navigli a Natale
Foto di Pierangelo Mariani- Grazie Pier, spero di rivederti presto.

P.Mariani

e da http://www.milanmilan.it

“Preghiera disperata” alla Madonnina del Duomo

©Ada Lauzi

L’è ‘na preghiera fada in milanes con umiltà, fervor, senza pretes: te preghi madonnina, per on’ora fa ritornà Milan ‘me l’era allora… e, per quell’ora, famm vedè i navilli, i bei tosann coi sòcch fin’ai cavilli, i “Gigi” con la gnaccia e intorna i fioeu e sentì anmò el cantà di barchiroeu, el vosattà di dònn in sul Verzee e quell del Vicolin di lavandee! O Madonnina, famm ‘sta carità. per on’oretta sola famm tornà ne la Milan di brumm e di cavai quand sòtta Tì giugavom num bagaj, e Te parevet alta in Paradis coi gulli intorna, bianch come benis, famm rivedè ‘ncamò i spazzacamin con tutta la carisna sul faccin… …el soo…l’è ‘na preghiera disperada… d’on coeur che ne pò pù de sta bugada… ma…quand de damm a trà Te avree decis… famm sarà i oeucc…e derva el Paradis.

LEGGENDA

LA  LEGGENDA  DELLA  TIGRE  BIANCA

C’  era  una  volta  una  tigre  del  Bengala  , che  aveva  fame  però  non  trovò  da  mangiare .

Andò  su  una  collina  per  vedere   meglio  se  c’erano  degli  animali  !!!

Però  non  c’ erano, allora  andò  in  letargo.  In  una  grotta.

Due  giorno  dopo  uscì  dalla  grotta  e  vide  che  nevicava  e  la  neve  gli  cadde  addosso.

Poi  la  tigre  vide  un  pittore  e  anche  il  pittore  vide  la  tigre  ,  e  visto  che  era  tutta  bianca le dipinse  con  il  pennello delle  strisce  nere.

Così la chiamarono “La  tigre  delle  nevi”.

Dopo  un  po’  il  pittore  dipinse  di  bianco  un’altra tigre e  le  dipinse  anche  le  strisce  nere .

Così  il  maschio  e  la  femmina  si  accoppiarono.

Dopo  un  mese  il  pittore  ritornò  e  vide  che  avevano  fatto  dei  cuccioli  bianchi  con  le  strisce  nere.

Leggenda  scritta da  Aurora, 8   anni.

C’ERA UNA VOLTA

C’era una volta un Cuore che non voleva saperne di scendere a patti con la Testa. Eppure -diceva la Testa-  siamo due parti dello spesso corpo, siamo stati creati per viver e insieme nello stesso condominio, ma per quale ragione non possiamo parlarci, raggiungere accordi, o almeno convivere civilmente? Macchè! Ad ogni assemblea degli Organi, Cuore e Testa riuscivano a malapena a sopportarsi a vicenda.  Quando andava bene, perché quando andava per la peggiore, il Cuore, o la Testa, a seconda dei casi, ne uscivano pesti. Di solito a pagare maggiormente, manco a dirlo, era il Cuore, si sa. Nelle assemblee degli Organi, il Cuore era sempre quello più canzonato. C’è chi gli dava del “sentimentale” chi del “troppo sensibile” chi del “romanticone” ecc ecc e quel poveretto di Cuore diventava a volte rosso rosso, ancora più rosso di quanto non lo fosse di suo.

Soffriva il Cuore, e quando soffriva lui anche Fegato, Pelle, Stomaco e perfino Capelli non stavano granchè bene. Ma lui, il Cuore, si ascoltava da sé palpitare nelle notti senza fine e senza fondo,  si guardava  cercare una ragione perché tutto quel gelo che a volte gli faceva da stanza.  Era lui a dover cercare una ragione per continuare a battere e da lui dipendevano tutti… Allora, per resistere, a volte doveva ripiegarsi su sé stesso e starsene come in letargo. Cheto cheto, buono buono con un solo scopo: resistere. Appunto.

Per resistere doveva ritrovare un battito regolare, una sorta di calma e tranqullità ma per far questo doveva chiudere fuori dalla sua piccola gabbietta tutto ciò che poteva fargli male, dalle bugie alle illusioni, dalle false promesse, alle false speranze. Doveva prendere atto – prendere  atto – che il quotidiano era fatto anche (o soprattutto?) di tanti piccoli o grandi palchi dove marionette travestite e orrendamente truccate danzavano una danza altrettanto orribile, cantavano menzogne e promesse con bocche oscene e ridanciane. Rosse e larghe e bruttissime bocche. La Testa gli parlava (accidenti a lei non stava zitta mai) pertanto per riuscire a sopravvivere doveva fare in modo di non ascoltare più nemmeno lei, sprangare porte e finestre e cercare di far passare la nottata, che a volte era lunga quanto un inverno e a volte era un vero lunghissimo inverno. Infinito. E si ripeteva una frase che aveva letto tanto tempo fa: nessuna notte è tanto lunga da impedire al sole di sorgere.

Aveva provato a rallentare il suo ritmo controllando il respiro, e cercato calore nel fondo del fondo dello spazietto più  piccolo di sé, quello riservato alle Cose Piccole. Ricordava, forse per consolarsi o forse per esorcizzare il pericolo, ogni volta che era stato naufrago di palude, con le sabbie mobili che volevano mangiarlo a tutti i costi. Trascinarlo sul fondo e soffocarlo. Guardava la luna, e anche le stelle, nelle notti gelide che avvolgevano le paludi, ma luna e stelle erano troppo lontane. E le sabbie mobili parevano possedere milioni di dita e … la Testa, quel maledetto testone lassù in cima pesava milioni di chili e non l’aiutava per niente, anzi… era come la classica pietra al Collo, persuasiva e promettente e definitiva come solo una pietra al collo sa essere.

Ricordava tutti i colori che gli era capitato di vedere nel corso della sua esistenza, li ricordava tutti quanti, compresi quelli finti che erano solo una sottile e banalissima pellicola davanti ad uno sfondo grigio che più grigio non si può. Colori ad acqua, pronti a sciogliere miseramente sotto la prima pioggerella o le prime lacrime. Poi c’erano quelli coprenti. Fabbricati da artigiani bugiardi e sapienti. Resistenti all’acqua e anche ai solventi.  Le parole, finte, degli altri, parlate e scritte, molte delle quali incise, sulla sua superficie non sarebbero mai scomparse, con gli anni. Lo sapeva che sarebbero state indelebili, lo sapeva da sempre. E portava senza orgoglio e senza vergogna, le sue cicatrici. Non erano trofei, né meriti, nè  medaglie al valore. Semplicemente era Dolore. Ricordava il piccolo Cuore che aveva incontrato una volta, nella stessa palude fangosa, piiiiiccolo e rosa, quasi come lui un po’ di tempo prima,  e quando aveva cercato di avvicinarsi ad lui. Ricordava il tuono proveniente dal testone che diceva: noooo è un cuore di plastica. Non fidarti mai dei cuori di plastica.

Eh… Ma ci vuole tempo (ma da solo il tempo non basta) per capire quali sono i Cuori di plastica,   freddi gelidi calcolatori, che ti tengono in tasca perché  presto o tardi potresti servire. Perché un bel Cuore sa essere una buona compagnia, una tazza di tè caldo d’inverno fresco in estate, un camino acceso che sa dare calore quando c’è tanto freddo o quando piove. Un ristoro, un androne fresco e ombroso quando il caldo è feroce e asciuga e bagna pelle e occhi calma e disseta, riposa e accoglie. Un lago che sa cullare e trasportare da una riva all’altra senza scossoni, senza far male, ed essere ninna nanna, carezza, sollievo.  E poi la mente inganna. Più di quando sappia fare un cattivo Cuore. Quindi come riconoscere un Cuore di plastica da un Cuore vero? Come? Come salvare i Cuori belli dalle paludi, permettere loro di guardare le stelle senza paura di affogare?  Come non permettere al mondo di usare i Cuori belli? E come fare per sentirli respirare, vederli sorridere.. .. E continuare a credere. Credere.  

PELLE

Pioveva. Sul ponte, nel fiume e sull’impermeabile di Elena.  La pioggia rendeva il fiume frizzante. Il cielo, scuro, colore del fumo, sembrava dovesse cadere sulla terra, da un momento all’altro. Invece stava là, come sostenuto da una forza invisibile, misteriosa. Cadevano solo lacrime di cielo, gelate. Elena si domandò se il cielo le piange già fredde oppure se si raffreddano durante il percorso, dagli occhi alla terra. La pioggia le ricordava sempre un novembre di tanto tempo fa, quando non c’era alcuna ragione per cui  quel giorno dovesse splendere il sole tantomeno brillare le stelle quando il giorno fu sera.

Poco prima era sul treno: odore di umido mescolato a quello fresco del mandarino che la ragazza con i capelli neri mangiava lentamente, dividendo la sua attenzione tra una rivista di gossip e le unghie smaltate di rosso. Odori .. ecco cosa rimane dentro per sempre, pensò Elena. Gli odori. Ponti tra i ricordi incastonati in luoghi remoti della mente, trampolini tra presente e passato, onde radio velocissime e far riaffiorare momenti sia pure insignificanti ma pregni di odore. Non le parole, non i colori, non i gesti ma gli odori. Sapeva che avrebbe per sempre associato il treno del ritorno con il profumo del mandarino. Che avrebbe scordato le fattezze del viso della ragazza e anche le sue unghie rosse, troppo rosse e troppo lunghe ma che non avrebbe dimenticato l’odore.

Era stata indecisa per tanto tempo, Elena, ma alla fine guardando un’ ultima volta il biglietto, comperato tanto tempo prima, decise che era arrivato il tempo di fare ritorno. Mancava da molti anni da quella che un tempo il suo cuore considerava “casa”: una vita di spostamenti, studi e poi lavoro e poi specializzazioni e viaggi e ancora lavoro.

E poi Pietro. Che era diventato il suo tutto, la casa, l’amore, il calore, e un progetto. La certezza del ritorno, la poesia delle cose delicate ma anche la passione, il compagno con cui attraversava il tempo lontano dai luoghi comuni, dalle convenzioni, dai rapporti finti, dalle frasi fatte. Con lui non c’era palcoscenico, nè le pesanti tende di velluto a nascondere verità o bugie. Non c’era compromesso, non c’erano copioni da recitare.

Lo aveva incontrato su una spiaggia, in un ottobre insolitamente caldo, e conosciuto grazie ad un banalissimo sassolino colorato che stava raccogliendo sul bagnasciuga.

Lui divenne le sue ali: con lui attraversava i confini del tempo, abbandonava la pelle della “brava ragazza” che fin da piccola le avevano cucito su misura cento mani di sarti tutti uguali, usando lo stesso cartamodello con cui era stata cucita la pelle di sua madre e quella di sua sorella. Era diventata un buon prodotto, lo stesso che altri avevano desiderato, deciso, progettato e infine costruito.

Pietro era il sogno, la mano che scioglie le catene, era l’aria, il respiro, il battito del cuore. I suoi fianchi erano la casa dalle finestre aperte, la sua pelle sapeva di cose buone, di libertà. Dalle sue labbra non uscivano mai parole congelate nemmeno in inverno.  Aveva ascoltato parole così gelate, nella sua vita, che bisognava metterle accanto al fuoco per poterle ascoltare. Ma niente in Pietro era gelato anzi lui era il suo disgelo, il fiato caldo sugli strati duri del cuore. Gli strati costruiti dagli altri.

Con lui aveva smesso di vivere il tempo degli altri, di misurare le cose con il metro degli altri, e di vivere la vita degli altri. Piano piano aveva ritrovato la sua pelle, lasciato quella finta, un pezzetto al giorno, pagando ogni giorno con un po’ di dolore. Ma sapeva che in fondo c’era una Elena da raggiungere, da ritrovare, da amare.

Aveva smesso di cercare di uccidere il tempo, perché non gridasse troppo forte con una voce che non era la sua, perché smettesse di avanzare con passi che non erano i suoi, perché finisse di chiederle di ingannarlo, con menzogne e illusioni e false convinzioni.  Aveva smesso di cercare rifugio nel sonno, nel lavoro che erano solo palliativi, farmaci inefficaci per l’aridità dell’anima che mangiava l’anima e ogni tenerezza della vita.

Aveva imparato ad annusare la terra, l’erba, a sentire la pelle che, finalmente sua, le parlava una lingua comprensibile.  Aveva conosciuto l’odore delle stelle: lo portava la brezza della sera sulla schiena nuda di Pietro sul terrazzo,  nelle sere d’estate. Leggeva poesie nelle mani callose di un uomo che lavora, come tra le ciglia dei bimbi quando ridono, sui visi degli anziani tra i solchi della vita. Riconosceva il cuore di chi è capace di stupire e sentiva il suo cuore capace di stupirsi.  

Poi Pietro se ne andò, come una stagione, come le nuvole, come la neve.  Era novembre, pioveva. La offesero e ferirono tutti gli arcobaleni che vennero, come tutte le primavere che arrivarono una dietro l’altra, una più spudorata dell’altra. Esplosioni di colori e odori, cieli turchesi e canti di uccelli. Prati verdi e laghi di smeraldo liquido, autunni lussureggianti di rossi accesi e ori sui suoi giorni erano offese, colpi di piccone sopra un dolore profondo e sempre vivo.

Non era un caso, la pioggia, il giorno del ritorno. Non lo era affatto. La pioggia la stava accogliendo, era il benvenuto del cielo e non il pianto. Per una volta almeno. Tolse l’impermeabile per offrire alla pioggia la pelle, la sua vera pelle, quella ritrovata e si rese conto in quel momento di essere tornata a casa tanto tempo prima: capì che è quando si ritrova la propria pelle che si torna davvero a casa.  Il tempo di Pietro è stato questo: accompagnarla dentro casa, dentro sé stessa, la sola, unica, vera casa.  Permise alla pioggia di idratare la sua pelle: sapeva che sarebbe rifiorita perchè era la sua.

Forse ci sono incontri che hanno il compito di accompagnarci, di traghettarci in un posto, di seminare un pezzo del nostro orto con i nostri stessi semi che abbiamo in tasca… ma non lo sappiamo, pensò a voce alta Elena, e cominciò a sentire freddo.

La sua pelle ricominciò a parlarle anzi non aveva mai smesso. Solo che lei riprese ad ascoltarla.  Si rimise l’impermeabile: qualcosa scivolò dalla tasca. Si chinò: era un piccolo sasso colorato.