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LE CHIESE CHIUSE

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dal web

L’ennesima contraddizione tra ciò che si predica e ciò che invece si pratica. Le chiese chiuse. Ma la porta della Chiesa non è la porta aperta per definizione? Vedo cartelli: aperto dalle 15 alle 18. Come i negozi. Per non parlare dell’ingresso a pagamento di molti luoghi.  Bisogna dunque rinviare il proprio bisogno negli orari di apertura? Rimandiamo la necessità di un conforto dopo le ore 15 e prima delle 18.  Prima e dopo, le porte della “casa di tutti” sono chiuse.  Assurdo. Ma tant’è. Qui, vicino a me, ci sono luoghi meravigliosi. Santa Maria delle Grazie. La Chiesa di San Maurizio (splendida, una meraviglia … ingresso gratuito e aperta grazie al volontariato del Touring Club, dal martedì alla domenica). La basilica di Sant’Ambrogio. Ieri ho fatto una passeggiata, sono passata davanti. Tutte chiuse. Complimenti.

 

DISTILLATI

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foto mia

Il tempo è un grande discernitore. Separa. Scarta. Distilla. Anche io mi rendo conto che cerco di usare sempre meglio il mio tempo. E tendo a stare sola piuttosto che stare con qualcuno solo per non stare sola. Non ho paura della solitudine: non la si può riempire con chiunque. Un libro, un film, o semplicemente un divano e i miei cani accanto non sono un’alternativa. Non sono affatto solitaria o misantropa: sto bene con la gente sincera, quella dal sorriso aperto, quella dal “pane al pane”. Con la gente vera. Mi piace passeggiare anche in silenzio con chi sto bene e mi riesce sempre meno dispensare sorrisi che posso produrre con le labbra ma non con il cuore, o con autentica cordialità. Lo faccio, ogni giorno, nell’ambito lavorativo. Devo. Ci sono regole e imposizioni e ciò è più che sufficiente. Mi fa male quando qualcuno chiede “come stai” e nemmeno ascolta la risposta. Per questo motivo spesso, a quasi tutti rispondo “Bene”.  Non mi fa stare bene, mi procura profondo disagio dover mostrare accondiscendenza: le mie corde di dentro avvertono vibrazioni stonate e stridenti e non mi fanno sentire bene con me stessa.

Meryl Streep è una donna che mi è sempre piaciuta come attrice. Ovviamente non la conosco come persona. Posto questa sua considerazione. Ecco. Queste parole potrei averle scritte io.

Non ho più pazienza per alcune cose, non perché sia diventata arrogante, semplicemente perché sono arrivata a un punto della mia vita, in cui non mi piace più perdere tempo con ciò che mi dispiace o ferisce. Non ho pazienza per il cinismo, critiche eccessive e richieste di qualsiasi natura. Ho perso la voglia di compiacere chi non mi aggrada, di amare chi non mi ama e di sorridere a chi non mi sorride. Non dedico più un minuto a chi mente o vuole manipolare. Ho deciso di non con-vivere più con la presunzione, l’ipocrisia, la disonestà e le lodi a buon mercato. Non tollero l’erudizione selettiva e l’arroganza accademica. Non mi adeguo più al provincialismo e ai pettegolezzi. Non sopporto conflitti e confronti. Credo in un mondo di opposti. Per questo evito le persone rigide e inflessibili. Nell’amicizia non mi piace la mancanza di lealtà e il tradimento. Non mi accompagno con chi non sappia incoraggiare o elogiare. I sensazionalismi mi annoiano e ho difficoltà ad accettare coloro a cui non piacciono gli animali. Soprattutto, non ho nessuna pazienza per chi non merita la mia pazienza.   Meryl Streep

Meryl_Streep

foto dal web

PAROLA DI BAU

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Raf e Lara

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Un uomo scrisse ad un albergo di campagna in Irlanda per chiedere se avrebbero accettato il suo cane. Dopo qualche giorno ricevette la seguente risposta.

“Caro signore, lavoro negli alberghi da più di trent’anni. Fino ad oggi non ho mai dovuto chiamare la polizia per cacciare un cane ubriaco nel cuore della notte.
Nessun cane ha mai tentato di rifilarmi un assegno a vuoto.
Mai un cane ha bruciato le coperte fumando.
Non ho mai trovato un asciugamano dell’albergo nella valigia di un cane.
Il suo cane è benvenuto. Se lui garantisce, può venire anche lei.”

IL ROVESCIO DEI DIRITTI

Vorrei tornare a essere italiano, in tutto e per tutto, con difetti e pregi, ricco o povero ma ITALIANO

un Italiano, 13/11/2011   – da “Italiani Liberi”
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Con Oriana condivido gran parte delle idee. Oltre a una parte del nome. Non l’ho rispolverata (come tristemente fanno in molti, media in testa). Le credo da sempre.  

Sono stanca dell’ostentazione dei buoni sentimenti che circola da anni e più che mai in questi tempi recenti dove regna una ipocrisia estrema, a partire dai governi che hanno speculato sopra il concetto di “tolleranza” stravolgendolo e rendendolo una miniera d’oro. Migliaia le associazioni di ogni genere per centri di accoglienza, alfabetizzazione, mense, inserimenti ecc che non hanno prodotto risultati concreti ma solo una enorme, gigantesca torta da spartire e una altrettanto gigantesca spesa pubblica.  Tutto questo in nome di un buonismo religioso, ipocrita e parassitario che nasconde nelle sua torri personaggi che esercitano immensi poteri in nome dei diritti dell’uomo. 

Sono stanca di chi grida a bocca larga (ma con la pancia piena) i diritti dei clandestini, degli immigrati, degli islamici e poi di Paperino e di Qui Quo Qua, della Banda Bassotti, dei Puffi, dei gay. Non conosco  NESSUNO che abbia accolto in casa propria un immigrato. O che abbia offerto la propria, seconda o terza casa ad una famiglia arrivata col barcone. Nessuno. Quindi tutti a urlare i diritti di tutti purché lontani dal proprio orto, giardinetto, figlio o figlia, posto di lavoro, posto al sole. Insomma per dirla con parole poco fini: siamo tutti finocchi ma con il culo degli altri. 

La nostra civiltà è in pericolo. E’ in pericolo la nostra Storia, i nostri costumi, il nostro credo. Non debbo togliere il crocifisso dall’aula perché offende (OFFENDE?) qualcuno. Un crocifisso non ha mai ammazzato nessuno. Il kalashnikov invece si. Se scelgo di entrare in una moschea tolgo le scarpe e indosso il velo. Sono obbligata a farlo e lo ritengo giusto. Diversamente non entro. Questo è rispetto, non altro. Ma il mondo in cui viviamo non contempla il rispetto: è da una parte prevaricatore, dall’altra disposto a farsi prevaricare.

Stimo dal più profondo del cuore Tiziano Terzani e il suo Pensiero. In un mondo perfetto sarebbe applicabile.. Ma questo non è un mondo perfetto, ma un mondo corrotto e violento, dove purtroppo un pensiero così alto è pura utopia.  Io vorrei che nelle famiglie e nelle scuole venisse insegnato l’amore per il proprio paese, per la propria storia e cultura e valori. Che non significa affatto insegnare ad odiare gli altri, quelli che hanno altre culture valori e storia  ma Rispetto. E il Rispetto non può  prescindere dal rispetto per sè e per le proprie origini.  

Comunque… tranquilli.. C’è sempre la possibilità di convertisti no? Tra un po’ di anni diventeremo tutti musulmani. Che problema c’è? L’ideologia di questa gente vuole l’ugugaglianza, Vero. Verissimo! Tutti uguali… a loro.

Ma noi non lo abbiamo capito. Siamo qui a guardare l’isola dei famosi, il grande fratello, mentre tra poco non resterà più niente delle nostre Cattedrali, nella nostra Arte, delle nostre tradizioni. E saremo, finalmente tutti uguali.

E lo avremo voluto noi con l’inettitudine e la “tolleranza” .  Tolleranza che significa ben altro… Ma abbiamo stravolto la lingua, il significato delle parole, così come il significato di tutto.

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Ancora Oriana. Perché ho il diritto di ribellarmi all’ipocrisia. 

Sono anni che come una Cassandra mi sgolo a gridare «Troia brucia, Troia brucia». Anni che ripeto al vento la verità sul Mostro e sui complici del Mostro cioè sui collaborazionisti che in buona o cattiva fede gli spalancano le porte. Che come nell’Apocalisse dell’evangelista Giovanni si gettano ai suoi piedi e si lasciano imprimere il marchio della vergogna. Incominciai con La Rabbia e l’Orgoglio . Continuai con La Forza della Ragione . Proseguii con Oriana Fallaci intervista sé stessa e con L’Apocalisse . I libri, le idee, per cui in Francia mi processarono nel 2002 con l’accusa di razzismo-religioso e xenofobia. Per cui in Svizzera chiesero al nostro ministro della Giustizia la mia estradizione in manette. Per cui in Italia verrò processata con l’accusa di vilipendio all’Islam cioè reato di opinione. Libri, idee, per cui la Sinistra al Caviale e la Destra al Fois Gras ed anche il Centro al Prosciutto mi hanno denigrata vilipesa messa alla gogna insieme a coloro che la pensano come me. Cioè insieme al popolo savio e indifeso che nei loro salotti viene definito dai radical-chic «plebaglia-di-destra». E sui giornali che nel migliore dei casi mi opponevano farisaicamente la congiura del silenzio ora appaiono titoli composti coi miei concetti e le mie parole. Guerra-all’Occidente, Culto-della-Morte, Suicidio-dell’Europa, Sveglia-Italia-Sveglia.

Il nemico è in casa
Continua la fandonia dell’Islam «moderato», la commedia della tolleranza, la bugia dell’integrazione, la farsa del pluriculturalismo. E con questa, il tentativo di farci credere che il nemico è costituito da un’esigua minoranza e che quella esigua minoranza vive in Paesi lontani. Be’, il nemico non è affatto un’esigua minoranza. E ce l’abbiamo in casa. Ed è un nemico che a colpo d’occhio non sembra un nemico. Senza la barba, vestito all’occidentale, e secondo i suoi complici in buona o in malafede perfettamente-inserito-nel-nostro-sistema-sociale. Cioè col permesso di soggiorno. Con l’automobile. Con la famiglia. E pazienza se la famiglia è spesso composta da due o tre mogli, pazienza se la moglie o le mogli le fracassa di botte, pazienza se non di rado uccide la figlia in blue jeans, pazienza se ogni tanto suo figlio stupra la quindicenne bolognese che col fidanzato passeggia nel parco. È un nemico che trattiamo da amico. Che tuttavia ci odia e ci disprezza con intensità. Un nemico che in nome dell’umanitarismo e dell’asilo politico accogliamo a migliaia per volta anche se i Centri di accoglienza straripano, scoppiano, e non si sa più dove metterlo. Un nemico che in nome della «necessità» (ma quale necessità, la necessità di riempire le strade coi venditori ambulanti e gli spacciatori di droga?) invitiamo anche attraverso l’Olimpo Costituzionale. «Venite, cari, venite. Abbiamo tanto bisogno di voi». Un nemico che le moschee le trasforma in caserme, in campi di addestramento, in centri di reclutamento per i terroristi, e che obbedisce ciecamente all’imam. Un nemico che in virtù della libera circolazione voluta dal trattato di Schengen scorrazza a suo piacimento per l’Eurabia sicché per andare da Londra a Marsiglia, da Colonia a Milano o viceversa, non deve esibire alcun documento. Può essere un terrorista che si sposta per organizzare o materializzare un massacro, può avere addosso tutto l’esplosivo che vuole: nessuno lo ferma, nessuno lo tocca.

Il crocifisso sparirà
Un nemico che appena installato nelle nostre città o nelle nostre campagne si abbandona alle prepotenze ed esige l’alloggio gratuito o semi-gratuito nonché il voto e la cittadinanza. Tutte cose che ottiene senza difficoltà. Un nemico che ci impone le proprie regole e i propri costumi. Che bandisce il maiale dalle mense delle scuole, delle fabbriche, delle prigioni. Che aggredisce la maestra o la preside perché una scolara bene educata ha gentilmente offerto al compagno di classe musulmano la frittella di riso al marsala cioè «col liquore». E-attenta-a-non-ripeter-l’oltraggio. Un nemico che negli asili vuole abolire anzi abolisce il Presepe e Babbo Natale. Che il crocifisso lo toglie dalle aule scolastiche, lo getta giù dalle finestre degli ospedali, lo definisce «un cadaverino ignudo e messo lì per spaventare i bambini musulmani». Un nemico che in Inghilterra s’imbottisce le scarpe di esplosivo onde far saltare in aria il jumbo del volo Parigi-Miami. Un nemico che ad Amsterdam uccide Theo van Gogh colpevole di girare documentari sulla schiavitù delle musulmane e che dopo averlo ucciso gli apre il ventre, ci ficca dentro una lettera con la condanna a morte della sua migliore amica. Il nemico, infine, per il quale trovi sempre un magistrato clemente cioè pronto a scarcerarlo. E che i governi eurobei (ndr: non si tratta d’un errore tipografico, voglio proprio dire eurobei non europei) non espellono neanche se è clandestino.

Dialogo tra civiltà
Apriti cielo se chiedi qual è l’altra civiltà, cosa c’è di civile in una civiltà che non conosce neanche il significato della parola libertà. Che per libertà, hurryya, intende «emancipazione dalla schiavitù». Che la parola hurryya la coniò soltanto alla fine dell’Ottocento per poter firmare un trattato commerciale. Che nella democrazia vede Satana e la combatte con gli esplosivi, le teste tagliate. Che dei Diritti dell’Uomo da noi tanto strombazzati e verso i musulmani scrupolosamente applicati non vuole neanche sentirne parlare. Infatti rifiuta di sottoscrivere la Carta dei Diritti Umani compilata dall’Onu e la sostituisce con la Carta dei Diritti Umani compilata dalla Conferenza Araba. Apriti cielo anche se chiedi che cosa c’è di civile in una civiltà che tratta le donne come le tratta. L’Islam è il Corano, cari miei. Comunque e dovunque. E il Corano è incompatibile con la Libertà, è incompatibile con la Democrazia, è incompatibile con i Diritti Umani. È incompatibile col concetto di civiltà.

Una strage in Italia?
La strage toccherà davvero anche a noi, la prossima volta toccherà davvero a noi? Oh, sì. Non ne ho il minimo dubbio. Non l’ho mai avuto. E aggiungo: non ci hanno ancora attaccato in quanto avevano bisogno della landing-zone, della testa di ponte, del comodo avamposto che si chiama Italia. Comodo geograficamente perché è il più vicino al Medio Oriente e all’Africa cioè ai Paesi che forniscono il grosso della truppa. Comodo strategicamente perché a quella truppa offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà. Ma presto si scateneranno. Molti italiani non ci credono ancora. Si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi.

Multiculturalismo, che panzana
L’Eurabia ha costruito la panzana del pacifismo multiculturalista, ha sostituito il termine «migliore» col termine «diverso-differente», s’è messa a blaterare che non esistono civiltà migliori. Non esistono principii e valori migliori, esistono soltanto diversità e differenze di comportamento. Questo ha criminalizzato anzi criminalizza chi esprime giudizi, chi indica meriti e demeriti, chi distingue il Bene dal Male e chiama il Male col proprio nome. Che l’Europa vive nella paura e che il terrorismo islamico ha un obbiettivo molto preciso: distruggere l’Occidente ossia cancellare i nostri principii, i nostri valori, le nostre tradizioni, la nostra civiltà. Ma il mio discorso è caduto nel vuoto. Perché? Perché nessuno o quasi nessuno l’ha raccolto. Perché anche per lui i vassalli della Destra stupida e della Sinistra bugiarda, gli intellettuali e i giornali e le tv insomma i tiranni del politically correct , hanno messo in atto la Congiura del Silenzio. Hanno fatto di quel tema un tabù.

Conquista demografica
Nell’Europa soggiogata il tema della fertilità islamica è un tabù che nessuno osa sfidare. Se ci provi, finisci dritto in tribunale per razzismo-xenofobia-blasfemia. Ma nessun processo liberticida potrà mai negare ciò di cui essi stessi si vantano. Ossia il fatto che nell’ultimo mezzo secolo i musulmani siano cresciuti del 235 per cento (i cristiani solo del 47 per cento). Che nel 1996 fossero un miliardo e 483 milioni. Nel 2001, un miliardo e 624 milioni. Nel 2002, un miliardo e 657 milioni. Nessun giudice liberticida potrà mai ignorare i dati, forniti dall’Onu, che ai musulmani attribuiscono un tasso di crescita oscillante tra il 4,60 e il 6,40 per cento all’anno (i cristiani, solo 1’1 e 40 per cento). Nessuna legge liberticida potrà mai smentire che proprio grazie a quella travolgente fertilità negli anni Settanta e Ottanta gli sciiti abbiano potuto impossessarsi di Beirut, spodestare la maggioranza cristiano-maronita. Tantomeno potrà negare che nell’Unione Europea i neonati musulmani siano ogni anno il dieci per cento, che a Bruxelles raggiungano il trenta per cento, a Marsiglia il sessanta per cento, e che in varie città italiane la percentuale stia salendo drammaticamente sicché nel 2015 gli attuali cinquecentomila nipotini di Allah da noi saranno almeno un milione.

Addio Europa, c’è l’Eurabia
L’Europa non c’è più. C’è l’Eurabia. Che cosa intende per Europa? Una cosiddetta Unione Europea che nella sua ridicola e truffaldina Costituzione accantona quindi nega le nostre radici cristiane, la nostra essenza? L’Unione Europea è solo il club finanziario che dico io. Un club voluto dagli eterni padroni di questo continente cioè dalla Francia e dalla Germania. È una bugia per tenere in piedi il fottutissimo euro e sostenere l’antiamericanismo, l’odio per l’Occidente. È una scusa per pagare stipendi sfacciati ed esenti da tasse agli europarlamentari che come i funzionari della Commissione Europea se la spassano a Bruxelles. È un trucco per ficcare il naso nelle nostre tasche e introdurre cibi geneticamente modificati nel nostro organismo. Sicché oltre a crescere ignorando il sapore della Verità le nuove generazioni crescono senza conoscere il sapore del buon nutrimento. E insieme al cancro dell’anima si beccano il cancro del corpo.

Integrazione impossibile
La storia delle frittelle al marsala offre uno squarcio significativo sulla presunta integrazione con cui si cerca di far credere che esiste un Islam ben distinto dall’Islam del terrorismo. Un Islam mite, progredito, moderato, quindi pronto a capire la nostra cultura e a rispettare la nostra libertà. Virgilio infatti ha una sorellina che va alle elementari e una nonna che fa le frittelle di riso come si usa in Toscana. Cioè con un cucchiaio di marsala dentro l’impasto. Tempo addietro la sorellina se le portò a scuola, le offrì ai compagni di classe, e tra i compagni di classe c’è un bambino musulmano. Al bambino musulmano piacquero in modo particolare, così quel giorno tornò a casa strillando tutto contento: «Mamma, me le fai anche te le frittelle di riso al marsala? Le ho mangiate stamani a scuola e…». Apriti cielo. L’indomani il padre di detto bambino si presentò alla preside col Corano in pugno. Le disse che aver offerto le frittelle col liquore a suo figlio era stato un oltraggio ad Allah, e dopo aver preteso le scuse la diffidò dal lasciar portare quell’immondo cibo a scuola. Cosa per cui Virgilio mi rammenta che negli asili non si erige più il Presepe, che nelle aule si toglie dal muro il crocifisso, che nelle mense studentesche s’è abolito il maiale. Poi si pone il fatale interrogativo: «Ma chi deve integrarsi, noi o loro?».

L’islam moderato non esiste
Il declino dell’intelligenza è il declino della Ragione. E tutto ciò che oggi accade in Europa, in Eurabia, ma soprattutto in Italia è declino della Ragione. Prima d’essere eticamente sbagliato è intellettualmente sbagliato. Contro Ragione. Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione.

Ecco cos’è il Corano
Perché non si può purgare l’impurgabile, censurare l’incensurabile, correggere l’incorreggibile. Ed anche dopo aver cercato il pelo nell’uovo, paragonato l’edizione della Rizzoli con quella dell’Ucoii, qualsiasi islamista con un po’ di cervello ti dirà che qualsiasi testo tu scelga la sostanza non cambia. Le Sure sulla jihad intesa come Guerra Santa rimangono. E così le punizioni corporali. Così la poligamia, la sottomissione anzi la schiavizzazione della donna. Così l’odio per l’Occidente, le maledizioni ai cristiani e agli ebrei cioè ai cani infedeli.

post collegato 2010

https://lucecontroluce.wordpress.com/2010/08/31/yemen-e-il-silenzio-delloccidente/

PROFEZIE PER NULLA .. FALLACI

e83219aa5fda3a9eccf4306fb1d69089(liberoquotidiano.it) – “Parigi è persa: qui l’odio per gli infedeli, è sovrano e gli imam vogliono sovvertire le leggi laiche in favore della sharia”. È una delle “profezie” più inquietanti e apocalittiche, di Oriana Fallaci. Subito dopo le nuove stragi a Parigi, su Facebook in molti hanno condiviso i passaggi più duri di alcuni tra i libri e i discorsi della giornalista toscana, fiera oppositrice (controcorrente) dell’Islam e delle sue pulsioni fanatiche e radicali, soprattutto dopo l’11 settembre 2001.

“Islam contro ragione” – “Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione. E contro Ragione anche sperare che l’incendio si spenga da sé grazie a un temporale o a un miracolo della Madonna”.

Il Corano e i cani infedeli – “Il Corano non mia zia Carolina che ci chiama «cani infedeli» cioè esseri inferiori poi dice che i cani infedeli puzzano come le scimmie e i cammelli e i maiali. È il Corano non mia zia Carolina che umilia le donne e predica la Guerra Santa, la Jihad. Leggetelo bene, quel «Mein Kampf», e qualunque sia la versione ne ricaverete le stesse conclusioni: tutto il male che i figli di Allah compiono contro di noi e contro sé stessi viene da quel libro. È scritto in quel libro”.
La rabbia e l’orgoglio

La Guerra Santa – “Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente cioè d’apparire razzisti (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri”.

MIOPIE ISTITUZIONALI

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Una riflessione sulla mancanza di attenzione e di cura da parte delle Istituzioni. Avevo annunciato qualcosa settimane fa ma poi sono accadute molte cose. Ecco la storia. Arriva da Carola.

Suo figlio Luca, a metà percorso delle scuole superiori decide di mollare. Non ce la fa, non ne ha più voglia, non gli interessa più. Dopo la normale insistenza della mamma (il padre non c’è) e dopo estenuanti inviti a riflettere, Carola si rassegna. Luca si trova un lavoro: un lavoro fisso presso un ristorante, all’interno di uno di questi mega centri commerciali che spuntano come i funghi un po’ ovunque. Lavora sodo senza limiti di orari e di giorni. Lavora anche di sabato e di domenica. Con i soldi che guadagna si mantiene e si compera le sue cose tra cui la patente e un’automobile senza pretese, come senza pretese di cose materiali è l’esistenza di Luca. Un ragazzo sensibile, piedi per terra e testa sulle spalle. Solido, nessun piercing, tatoo, orecchini, catene nè tagli di capelli improbabili, un po’ retro’ direbbero molti ragazzi di oggi. Alcuni forse lo consideravano un po’ “sfigato” perchè … un tipo normale (:-)  

Dopo un anno e mezzo Luca annuncia alla mamma: torno a scuola ma non mollo il lavoro. E tre mesi fa consegue il diploma di maturità, con 85/100, lavorando sempre e spesso anche nei fine settimana, come stabiliscono i turni del ristorante. Carola ne è ovviamente fiera. Il suo ragazzo non solo si diploma lavorando ma si iscrive all’università.

Capita tra le mani di Carola un periodico del Comune, quei notiziari mensili o trimestrali mediante il quale il Comune comunica con i Cittadini. Ometteremo per ovvie ragioni di dire il nome del Comune che tra l’altro non è nemmeno utile al post. Appare, sul giornalino, come ogni anno, l’articolo con gli encomi, premiazioni, foto ecc dei ragazzi della scuola inferiore che hanno superato gli esami con il massimo del punteggio e poi di quei ragazzi che hanno conseguito il diploma di maturità con un punteggio tra 90 e 100. Borsettina di studio, premio in soldini più che altro simbolico ma comunque un premio. Incentivo a continuare gli studi. Ottima cosa per carità.

Ma la Carola si incazza. E ha ragione. Scrive una lettera assolutamente “giusta” all’assessore e al sindaco per quale ragione MAI una parola per quei ragazzi che raggiungono gli stessi risultati ma che hanno lavorato tutto l’anno, studiato di notte e rinunciato enne volte ad uscire con gli amici. Che non hanno avuto la fortuna di poter “solo studiare” e non hanno avuto la mamma o la nonna o la zia a preparare la merenda. E nemmeno genitori che hanno potuto seguirli nel percorso della scuola superiore perchè impegnati a lavorare o per altre ragioni. Grande Luca, in bocca al lupo. E grande Carola.

Ora vediamo il prossimo anno se il Comune avrà un po’ di cura anche per questi ragazzi ammirevoli e che più di altri meritano una foto sul giornalino e una stretta di mano “pubblica” da parte di chi è tenuto a dimostrare capacità di valutazione e maggiore attenzione ai principi di uguaglianza. 

ps: proprio ora mi arriva sms: Luca ha passato il test di accesso all’università. Ottimo.

PAUSE

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In questi giorni il tema sul treno, in ufficio, nei negozi, è sempre lo stesso: vacanze.

Dove vai
ma che bello
ci sono stato anche io
ti consiglio di cenare in quel posticino
quando torni
se potessi farei le vacanze in luglio

E le raccomandazioni? Divertiti!!! Riposati!!! Rilassati!!! Mi raccomando!!!
Ecco.. menomale che ce lo dicono altrimenti da soli mica ci pensiamo! Ti vien da rispondere: sì, mamma!
Menomale che le riceviamo le altrui benedizioni altrimenti come faremmo?  

Scusate per questo sfogo di insofferenza. Personale idiosincrasia storica in aumento costante verso i luoghi comuni, le frasi fatte, le raccomandazioni (inutili come tutte) che arrivano solo da chi in realtà non gli frega assolutamente nulla se ci riposeremo rilasseremo divertiremo. Gli altri non ne fanno. Come sempre è questione di intelligenza e di sensibilità. O di comune allergia per i soliti stramaledetti luoghi comuni usanze cicalecci vari frasi fatte. 

Ho in serbo una condivisione, quella con e di Carola. La faremo presto. Perchè è un discorso interessante: riguarda i ragazzi in gamba, quelli responsabili, quelli che vanno avanti nonostante le difficoltà e lo fanno da soli.   

Lascio qui un saluto ai miei controlucini, per ora. Ora è tempo di pausa.
Vi auguro un tempo buono, di sereno, di pace, e di riflessione. Una tregua vera che possa interrompere per un po’ la violenza dei giorni, l’incombenza dei doveri, che ci sovrastano e schiacciano. Qualche tramonto dentro il quale perdersi con l’anima ed uscire un po’ migliori. O  qualche bagno che faccia fare un po’ pace con il mondo e con sè. Qualche prato di stelle sopra la testa capace di commuovere e stupire. O l’imponenza delle montagne: che ci faccia sentire piccini qui sotto quando rivolgiamo il nostro pensiero alle vette laddove è potente il silenzio e immobile il tempo. Qualche passeggiata meditativa capace di farci ritrovare il senso delle cose perdute, offese, uccise, tradite.
E leggerezza. Sere dolci e delicate. Morbidezza e passo leggero. Sere gentili.
Tutto questo è lontano dai gelati, dagli ombrelloni, dal chiasso, dalla musica, dai tormentoni, dall’olio di cocco, dal pareo all’ultimo grido, dai selfie che intaseranno la rete; non che abbia qualcosa contro: ognuno vive come gli pare. Solo perchè  niente di questo appartiene al popolo di Controluce.

Vi abbraccio tutti, intreccio di code stretto. Perchè qui trovo quella animalità che manca a molti umani, trovo code e pelo e occhi e cuore di cani di gatti e il respiro della sincerità e il dono della condivisione vera, leale. Che non trovo quasi più. In nessun luogo…

 

CHIARIMENTI….

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Sto ancora ridendo.
Si è reso necessario, qui, in ufficio, approfondire un punto in materia di IVA ovvero se fosse applicabile la disposizione secondo la quale un’auto acquistata con Iva agevolata (da disabile) fosse poi vendibile dall’erede entro i due anni senza dover corrispondere la differenza di IVA. Leggete un po’ la circolare della Agenzia delle Entrate che “chiarisce”   🙂   🙂   🙂   la questione.

Ora: leggete dalla undicesima alla quattordicesima riga.

E SINALLAGMATICO ditelo a vostra sorella!!  CAPITO?

Ecco!! Un po’ di rispetto !!

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www.unlock-pdf.com_ris.+n.+136E+del+28+maggio+2009

CARO ISCRITTO TI SCRIVO

trappola

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Gentile “Iscritto che segue Controluce”

ricevo spesso, nella mia casella di posta,  le notifiche da WordPress che “Ora pinco pallo segue Controluce”. Segue l’invito, precotto di Word Press che dice: vai a vedere cosa scrive pinco pallo! Magari ti piace! E ti spiattella il link. 

Diffido molto di chi dice che “segue” un sito senza leggere alcun post nè lasciare alcun messaggio.
Ma capisco anche che la rete, in generale, e anche attraverso i cosiddetti Social Network, blog ecc, rappresenta una “opportunità di visibilità”. E Controluce, nel suo “piccolo”, vanta rispettabili statistiche di lettura (pubblicate da siti di statistica vari, mio malgrado).  

Tuttavia trovo irrispettoso nei confronti di chi scrive, cura, e pubblica un sito, affermare di seguirlo quando invece lo scopo è chiaramente quello di “farsi seguire”. Il che è ben differente! 

Forse lei, signor “iscritto che segue Controluce” non ci crederà, ma c’è chi, come me, pubblica articoli con amore e dedizione e senza alcuna pretesa. Senza girare tra altri blog a caccia di lettori o a seminar biscottini, e che considera il proprio “blog” un po’ come una casa, aperta a tutti, senza alcun filtro, o moderazione nei commenti, nè altro. Però … esige un po’ di buon gusto. Quando ciò viene a mancare, come adesso, cerco di farlo notare, serenamente e tranquillamente.

Dal momento che lei, gentile “iscritto che segue Controluce”, ehmmm “segue” Controluce, mi permetto di darle un piccolissimo consiglio: abbia un filo di professionalità in più, anche nel cercare di rendere i suoi lavori, i suoi scritti, la sua professione, più visibili: alcuni “espedienti”, generalmente, possono addirittura risultare controproducenti.

Non me ne voglia dunque, caro “iscritto che segue Controluce” se non passerò a “vedere cosa scrive lei”, così come incita – giustamente – wordpress – che è una piattaforma e fa il mestiere di piattaforma. Io preferisco una forma piatta. Nel dire le cose che penso. Ad esempio.    

Cordiali saluti e molti auguri per i suoi lavori.

Celeste
CONTROLUCE

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BOH

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Amarezza. Sconforto. Vuotitudine.  Ecco. Non riesco nemmeno più a provare rabbia.
Gli italiani sono praticamente affamati. Le mense dei poveri sono pieni dei nostri anziani. Nostri anziani. Persone che vivevano magari faticosamente, magari con piccole pensioni, ma con dignità,  ora non ce la fanno. Molti di loro hanno figli  senza più un lavoro, che non sanno come fare per tenere in piedi la propria famiglia, a tirare su i figli.

Siamo un popolo in ginocchio. La criminalità aumenta, anche per fame. Un giorno ho sentito un padre che diceva: quando non hai da sfamare ii tuoi figli diventi un ladro anche te.
Un quadro.

Altro quadro.
P
artita di calcio, “errori arbitrali”. Juventus-Roma Copio e incollo dalle notizie di oggi.

 “Due interrogazioni parlamentari al ministro dell’Economia sugli errori arbitrali di Juventus-Roma e un esposto alla Consob per capire “se ci possono essere stati atti che ledono le normative vigenti, svantaggiando e penalizzando gli incolpevoli azionisti” delle due società calcistiche. Più, fuori dalla politica, le risposte del mondo juventino alle accuse di capitan Totti e della Roma, la contro-risposta di Rudi Garcia, la presa di posizione del sistema calcio e le ripercussioni in Borsa. Nel giorno successivo al big match di Torino, le polemiche non si spengono. Anzi: arrivano persino all’interno del Parlamento”.
 
Capito? Stiamo affondando nelle sabbie mobili (ho usato un’espressione raffinata):  non c’è famiglia che non sia colpita nel lavoro, nell’orgoglio, nella dignità, nella salute. Già, perché quando non si può sostenere con dignità la propria famiglia si sta male e parecchio, ci si rimette anche la salute. E in parlamento? Ci finiscono gli errori degli arbitri di Juventus Roma.  Ecco.
Mi fa male. Mi offende. Perché il parlamento lo pago anche io. Perché voglio che quelli che pago lavorino per gli anziani, quelli che vanno a mangiare alla mensa dei poveri, a quelli che vedo la mattina a Cadorna con il bicchiere in mano e il cartello con su scritto HO FAME. E li vedi, perché li vedi che stanno provando un dolore enorme, perché erano persone normali, magari con la sola minestra tutte le sere sulla tavola, ma con una dignità. Li vedi. Sono puliti, in ordine e gli occhi tristi. Stupiti più che rassegnati. Li vedi che sono li’ perché … non possono fare altro. Perché hanno fame, o sono malati e spesso entrambe le cose. Voglio che si occupino dei nostri figli, dei nostri ospedali. Voglio che si occupino di quella donna che è rimasta vedova a 44 con due bambini,  vent’anni di mutuo, uno stipendio solo, il suo, e deve pagare ici tasi tari imu e mini imu e il libri di scuola. Tutti, senza uno sconto. Voglio che si occupino della gente come lei, dei ragazzi come i suoi. Sostegno, niente altro che sostegno, sicurezza, protezione. Ci si riempie la bocca con parole come garanzia, protezione, rispetto. Letteratura. Niente altro. Offese perfino le parole, non reagiscono più nemmeno loro. Le abbiamo svuotate, ridotte a orpelli per abbellire mostruosità e bugie. 

Io sto male. Veramente. Non ce la faccio più nemmeno ad indignarmi, ad arrabbiarmi. E quando non ci si arrabbia più è perché è finita anche la speranza. E se finisce la speranza non c’è più niente. Sabato guardavo mia nipote, 11 anni, correre felice con il cane, e poi in bicicletta. E poi la guardavo giocare a palla in giardino. Rideva, Gli occhi chiari, trasparenti, luminosi. Ho provato una fitta di amarezza. Ho sentito male, ho provato pena, dolore, un senso infinito di … boh..  Boh. Cosa c’è zia perché mi guardi così? Niente tesoro, ti voglio bene, tutto qua. 

Nel mondo del lavoro (chi il lavoro ce l’ha), si soffoca  ogni giorno dentro gli ingranaggi micidiali della burocrazia. Altro che semplificazione! Nessuna burocrazia è mai stata come in quest’ultimo decennio. Una creatura enorme e spaventosa  e affamata, che divora tempo, energie, risorse. Vita. Una cliente del mio studio, ottima persona, ex chirurgo ora in pensione, mi ha confessato di aver vissuto con sfinimento gli ultimi anni: alcuni interventi chirurgici le richiedevano meno tempo rispetto ai moduli che doveva compilare prima e dopo ogni intervento. Doveva certificare perfino chi aveva fatto le pulizie in camera operatoria, prima e dopo. Chi era di turno al guardaroba ecc ecc. Una roba da pazzi.  Oggi stesso io ho lavorato 5 ore su 8 per compilare un questionario ISTAT di un’azienda che altro non era che una specie di doppione del bilancio (regolarmente pubblicato al Registro delle Imprese e consultabile da chiunque). Un’altra ora per aiutare il medesimo cliente a districarsi in una pratica comunale ai fini della tassa rifiuti per via di una trasformazione di una società e quella che mi è rimasta ho cercato di fare … quello dovrebbe essere il mio lavoro principale. Manteniamo ed alimentiamo macchine enormi, prima era carta, ora sono server immensi mangia dati, mastica dati, archivia dati.  Paghiamo stipendi inutili per alimentare questi mostri che NON SERVONO A NULLA. A NULLA. E questo è un altro quadro ancora. Queste mie ore saranno addebitate dallo studio al cliente. Con quale risultato?  Indovina indovinello….

E mi chiedo:
ma i ragazzi, quelli che adesso sono ragazzi, che hanno in mano le redini di questo paese, cosa fanno?
Io mi domando cosa fanno. Dove sono.
Tutti su FB, wathsapp, twitter, armati fino ai denti di smartphone e tablet? Amebe fluttuanti nel mare della rete adesso? Pesci in carpione tra qualche anno? Non si sente mai la loro voce. PERCHE’?

Boh.mafaldaDelusa

 

IMPERMANENZE

FOLON

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Molte volte mi trovo a riflettere sulla “impermanenza”.
In questo tempo dove tutto è digitale il concetto di impermanenza risulta calzante. Abbiamo tutto in files, dentro cartelle che vivono dentro cartelle: un esercito sterminato di matrioska, che portiamo a spasso o sulla nuvola sopra di noi che può seguirci ovunque. Così come può perdersi nell’infinito spazio, tra le numerose galassie attorno alle quali gravitano server con i loro satelliti orbitanti, altri server, e gigantesche piattaforme di … nulla.

Ho pochissime fotografie di quando ero bambina, forse una ventina in tutto. E poi ho le fotografie dei miei genitori, quelle del loro matrimonio, raccolte dentro un album di pelle verde, e le fotografie del loro primo e unico viaggio, il viaggio di nozze. Costa azzurra. Non ho bisogno di alcun software se le voglio guardare: se avessi bisogno di un computer è possibile che i files sarebbero in un formato ora non leggibile.
Mi basta aprire un album, e una scatola di latta dei biscotti Lazzaroni per vedermi seduta con le scarpine bianche, quelle con le piccole bolle sotto per non scivolare, o per vedere il sorriso felice di mia madre che, in costume da bagno, sullo sfondo il mare di Montecarlo, Sanremo, Monaco, sorride a mio padre. E non ho bisogno di nuvole, pericolosamente vaganti in quel che chiamiamo cyberspazio per portarle con me, se lo voglio. Mi basta una piccola borsa.

Il materiale stesso era l’essenza, e anche per questo, assai prezioso. Non si fotografava lo stesso fiore trenta volte. La pellicola costava, sviluppo e stampa pure. Si pensava a ciò che era maggiormente rappresentativo, e non c’era alcuna noia né alcunché di compulsivo nello scatto: esso era il preciso gesto che doveva bastare.

Ho un viaggio a New York interamente documentato, da me, con una videocamera. Eh.. non digitale. Quindi ho delle cassette WHS che posso vedere ovviamente solo con un lettore di cassette WHS che forse, già ora, se si dovesse rompere il mio, ne troverò un altro solo al Museo della Scienza e della Tecnica. E sto parlando del 1999 mica di 50 anni fa. Vero, potrei farlo digitalizzare, trasferire su DVD.   Domandone: per quanto tempo leggeremo DVD? E ascolteremo CD?

Ho perso fotografie, recentemente, e anche documenti, tutti digitali: alcuni non li troverò mai altri devo solo rovistare in decine di pennine usb e in un paio di hd esterni per sapere dove sono (e se ci sono ancora…) e poi dovrei raggrupparli in un solo luogo. Sicuro. Sicuro? Cosa è sicuro? E poi quanto è privato?

L’altro giorno ho litigato ferocemente con “gugol” che da mesi mi ricatta. Riduce i servizi, perché …. non faccio parte di Google+.

Esegui l’upgrade cosi potrai condividere le tue foto con i tuoi amici! Fatti trovare! Renditi visibile! Sembrano inviti invece il tono alla fine è perentorio. E ricattatorio.

Fino a un mese fa inviavo fotografie a quei tre contatti che ho in Hangouts, il software chat di Gmail. Ora mi è stato “vietato”.Vuoi inviare foto ai tuoi contatti?  mi dice,  subdolo. Entra in Google+! Bè, sai che ti dico? Io in Gugolpiù non entro, manco morta. Ecco. Tiè.

L’altro giorno l’ho fatto. Ho eseguito l’upgrade, per provare a capire se potevo renderlo assolutamente privato. Cosa ho trovato? Le mie fotografie in Pikasa! Pikasa! Ma chi le vuole le fotografie in Pikasa? E poi: in quanti le hanno viste!! E con grande sorpresa, ho trovato, su uno dei “miei” album in Pikasa, una dozzina di fotografie che erano sparite dal mio tablet!! Sincronizzazione o semplice trasferimento? A me è parso un furto. Ho visto anche “amici che potresti avere” Ma non solo, c’erano anche gli amici dei miei amici! Io non voglio sapere chi sono gli amici dei miei amici!! Ascolterò le loro storie se loro, i miei amici, vorranno raccontarmele! Non le voglio sapere solo perché mi faccio gli affari loro spiandoli in rete!

Comoda eh.. la sincronizzazione. Per carità. A capirci qualcosa, puoi evitare di aggiornare dati, rubriche e documenti in tutti i dispositivi che possiedi. E’ come avere un server a portata di zampe e tutti i tuoi aggeggi diventano client. Ehh ok..

Ma… che succede veramente? Un giorno un amico mi mostra una fotografia. Un oggetto dedicato a me, ne ero gelosa. La apro e leggo: “questa foto la stanno visionando n. 4 utenti” Fantastico! Morale: credo l’avesse “upgradata” su gugol. E lui nemmeno lo sapeva, che eravamo in 4 a guardarla!

Ci saranno filtri, non lo metto in dubbio, come credo accada su Facebook. Probabilmente è possibile decidere con chi e cosa “condividere”. Ma sta diventando un lavoro! E poi: se non voglio condividere, perché devo “lavorare” per evitarlo? Perché agire sul “negativo”?
Come le varie compagnie telefoniche: se non vuoi un servizio (che pagherai) lo devi disattivare.

Una settimana fa: le mie amiche mi “costringono” a scaricare whatsapp. Ok, va bene, mi arrendo Ho resistito un anno ora scarico la app. Premetto che non mi interessa cosa succede, ma lo riporto per pura condivisione. Di ognuna di loro io posso “sapere” l’ora e il giorno in cui hanno fatto l’accesso alla chat. Per la serie: ahhh ma guarda un po’!! Pincopalla ha fatto l’accesso alle ore 14.15 e non mi ha nemmeno salutata. E non ha risposto alla mia chat! Ovviamente non è il mio caso. Ma capisco perfettamente quanti casini possono generare queste cose. Mi dicono che ora si può disattivare, l’info attraverso la quale si vede quando e chi accede … Migliorata eh!!!  Urca!
Cosa cambia, se è possibile vedere, dalla doppia spuntina quando la persona ha letto il mio messaggio? Facilissimo individuare il suo orario di ingresso, no? Se alle 10 non c’era la doppia spuntina e alle 10.20 c’è, anche un idiota saprebbe trarre la conclusione ovvia ovvero che l’accesso è avvenuto tra le 10 e le 10.20.

Non è ovviamente tutto qui: chi ha il tuo numero di telefono scritto in un telefonino, tablet, o pc che sia, sa se tu hai scaricato o meno Whatsapp. Non puoi nemmeno dire: non ce l’ho!! Ho trovato mia zia, nella mia rubrica, con il simbolino di Whatsapp! Grandissima la zia!

E, se leggo la mia posta hotmail sul sito anziché attraverso l’apposito software scaricato, vedo quali dei miei contatti hanno un profilo Facebook, quali  hanno skype ecc. qualora ovviamente registrati con la propria e mail. Assurdo. Semplicemente assurdo.

Ripeto: personalmente non mi interessa, non è un problema. Ho 4 contatti, con persone intelligenti e assolutamente immuni (io e loro) da questo tipo di rischi, equivoci e banalità varie. Ma è solo per dire cosa succede in questo genere di cose.

Siamo tutti quanti schedatissimi. Ogni volta che acconsentiamo di “fare una tessera” in un negozio, finiamo in un file, che sta dentro un altro file, che sta dentro una cartella, che sta dentro un’altra cartella, che sta dentro un server, che sta dentro ad un serverone e lì dentro c’è scritto se usiamo whatsapp e con chi, e poi ci sono le nostre foto di google, la lista di ciò che mangiamo, la spesa che facciamo alla esselunga, quante scarpe comperiamo in un anno, a quali riviste siamo abbonati e di certo i nostri dati sulla navigazione, grazie ai nostri “biscottini”. Oltre ai nostri movimenti bancari, of course.

Ci spiano. E nemmeno troppo dal buco della serratura: siamo noi ad offrirci, quasi volontari. In parte costretti e questo è quello che più fa rabbia.

La legge sulla privacy è pura formalità, una grandissima bufala. Quando arriva un nuovo cliente, insieme al mandato professionale deve firmare il documenti informativo sulla privacy. Qualcuno chiede: e se non acconsento? Bé … non possiamo seguire la sua azienda.  Semplice.

Ho un blog, vero. Metto in rete alcune cose mie. Per “proteggermi” un po’ non frequento altri blog se non quei 4 gatti collegati a Controluce. Non mi frega nulla dell’audience, ma solo dei miei lettori e amici, e di chi Controluce la sfoglia, la cerca, la porta con sé. Medio, ogni volta, tra ciò che vorrei dire e ciò che posso dire. A volte integro via e mail qualcosa che non posso pubblicare sopra una pagina web ma che voglio che i miei amici sappiano. Ho sempre ben presente una e mail, di anni fa (primi tempi di Controluce) un Pieffe, in tono più amico e protettivo che cattedratico, mi scrisse via e mail: potevi tenerti addosso almeno le mutande.

Da allora la mediazione è diventata anche più difficile. Un blog resta un blog e non ho mai avuto alcun dubbio sul mettere o meno le moderazioni oppure se renderlo visibile solo a chi ha la chiave. Che senso avrebbe? Allora manderei articoli via e mail a chi voglio io e poi le loro risposte a tutti.. E come si fa? La condivisione, se si usa la rete costa. Ma sta costando troppo perché pare che ormai “condividere” sia obbligatorio.

E, in quanto al concetto di “impermanenza” mi pare che sia un fenomeno crescente, anche al di qua del virtuale. Speriamo che qualche sentimento si salvi da questo mordi e fuggi, da questo fruire, carpire, rubare, catturare e  cancellare. 

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SOFF

VENTI E VELE

 

 

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“Se non puoi imbrigliare il vento, orienta le vele”

Eredità, anche questa, di una gatta molto speciale. E un grande consiglio. A volte ci si intestardisce nel volere cambiare cose che non sono cambiabili. Altre “ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli” , per non vedere una realtà che non ci piace, oppure qualcosa che muta, qualcosa che passa, qualcosa che sta crollando. Cadendo con le scarpe dentro l’illusione. Energie sprecate. Sprecatissime. Lo so, lo so. Testa e pancia non si parlano. Hanno linguaggi differenti, e si ignorano bellamente, ostinatamente. Ed è giusto così perché se dovessimo godere delle emozioni e delle passioni grazie al cervello allora avremmo una vita piatta. Magari sicura, senza troppi rischi ma piatta, inodore, insapore, incolore. Ma quando è il cervello a voler “convincere” la pancia che qualcosa è come la vorremmo, sprechiamo energie (perchè la pancia… “sa”), spendiamo male i nostri sogni, riponiamo in luoghi senza fondamenta speranze e progetti e a rimetterci, manco a dirlo,  saranno sia pancino che testolina. E come se non bastasse, pregiudichiamo eventuali altre opportunità che magari stanno dietro l’angolo, occasioni di serenità, e altri odori, sapori, colori.

Allora si deve imparare ad orientare le vele. Ci sono venti che non possiamo imbrigliare, nemmeno controllare e nemmeno possiamo provare a resistere perché non sono “nostri”, non li conosciamo e non sappiamo come si chiamano, da dove arrivano e dove andranno. Arrivano da direzioni differenti, da altre dimensioni, altri luoghi, da altre labbra. E allora giriamo il timone, cambiamo direzione, orientiamo le vele.

Facile? nemmeno un po’…. Ma si deve rispettare il proprio diritto alla serenità e riporre i propri sogni sotto un cuscino diverso, per provare a cullarli di nuovo, in notti differenti, con un canto nuovo.

Orientare le vele, in questo momento storico, sociale, che ci vede attoniti, stupiti e impauriti, è necessario anzi indispensabile. Aiuta a resistere e ad andare avanti.  E se si ha coraggio, si può virare a tutto timone anziché resistere soltanto, e provare a navigare verso nuovi orizzonti. 

L’AMORE SECONDO ALBERT

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Chissà perché spesso identifichiamo le persone con quello che fanno. Quando pensiamo ad un uomo di scienza, vediamo solo .. un uomo di scienza. Enstein, per esempio. Pensiamo a lui e compaiono immagini di calcoli, equazioni, numeri.  La sola cosa bizzarra è la sua immagine, quella famosa con la lingua fuori e i capelli eternamente spettinati. Ma a parte questa immagine a conferirgli un che di eccentrico, lui è il genio, la mente per eccellenza. Nell’immaginario collettivo è tutto questo prima di essere … un uomo.  E’ uno che discorre di movimento, di tempo, di atomi e di luce. Difficile, per i più,  poterlo immaginare  come il vicino di casa, uno che mangia, ride, si addormenta sul divano, sogna, si commuove. Insomma come un uomo raggiungibile: ha un cervello troppo ingombrante. In altre parole difficile giudicare senza pregiudizi. Ahimè.  Eppure amava la musica, aveva un animo delicato. La stravaganza è un aspetto più usuale: siamo abituati alle stravaganze dei geni, ma meno a quegli aspetti delicati, casalinghi, intimi, semplici, disarmati.

Ecco una cosa, semplicemente “umana” dove il cervello e il genio c’entrano poco.  Non c’è l’ombra del cattedratico, del professore, del genio, dello scienziato.

Io la trovo di una bellezza straordinaria.  

Io non pretendo di sapere cosa sia l’amore per tutti, ma posso dirvi che cosa è per me:
l’amore è sapere tutto su qualcuno, e avere la voglia di essere ancora con lui più che con ogni altra persona. L’amore è la fiducia di dirgli tutto su voi stessi, compreso le cose che ci potrebbero far vergognare. L’amore è sentirsi a proprio agio e al sicuro con qualcuno, ma ancor di più è sentirti cedere le gambe quando quel qualcuno entra in una stanza e ti sorride.

Albert Einstein

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SOCIAL NETWORK NO GRAZIE

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In alcuni momenti, più che in altri, ci si rende conto di quanto sia frustrante dover usare le parole. Specialmente le parole sole, senza cappotto, senza gesti, sguardi, senza offerta, senza le mani. Servite crude, cotte, elaborate, con o senza salsa, lavate, stirate, inamidate, profumate, idratate, asciutte o bagnate. Colorate, sbiadite, stinte, tirate, laccate, scialbe. Cucinate.

Riflessioni più frequenti di questi tempi, in cui i mezzi di trasporto usati dalle parole sono per lo più quelli tecnologici. Nemmeno il gusto della calligrafia, che è unica, personale, il tratto sulla carta profondo, deciso, sfiorato, ad offrire un’ impronta, un profumo, la certezza del tocco, di una impronta digitale invisibile ma unica. Niente. Tutto è impermanente, inorganico, etereo, volatile.  Piccole sillabe naufraghe in colate di cristalli liquidi evanescenti, destinate ad essere perdute per sempre tra canali di scolo di circuiti stampati.

“Tre etti di parole – un filo di olio, due foglie di basilico fresco, salvia rosmarino, due chiodi di garofano tutto tritato finemente, un pizzico di paprika.  Sale pepe e peperoncino s.n.  Mescolate bene.  Servite subito via whatsapp, facebook, twitter “. 

Ci si accorge sempre di più di quanto sia importante comunicare con il corpo, offrire parole non pronunciate ma liberate, parole tonde e silenziose, paffute e gonfie, come quelle parlate sott’acqua, bolle di fiato, con la vita dentro.   Si  riflette su quanto sia importante la voce che, perfino al telefono ha più potere delle parole scritte con una tastiera.  E’ qualcosa di vivo, vibrante, nasce dentro, è immediata, sciolta, diventa vento e viaggia a cavalcioni dell’aria. Come in teatro non si può tornare indietro:  deve essere per forza “buona la prima”  perché una “seconda” non c’è.

Ma per quanto anche con la voce sia possibile correggere, spiegare, sottolineare, marcare, approfondire, limare, niente può sostituire davvero uno sguardo, il movimento delle labbra o le mani, che si infilano negli spazi tra le parole e diventano vera comunicazione.

Le parole hanno un grande potere, certamente. Sanno ferire, anche profondamente, ma uno sguardo può inchiodare, sciogliere, offendere. Poche cose sanno essere più eterne, definitive, terribili o dolci di uno sguardo.

Come si fa a dirsi così tante cose attraverso i social network e solo attraverso questi? Eppure ogni giorno sento cose strane. Va bene, vanno benissimo la condivisione, lo scambio, ma…. quando c’è solo questo?  Una ragazza (non una ragazzina –  almeno non anagraficamente – ) raccontava sul treno di essere stata “lasciata dal fidanzato” con un sms.

Una mia amica è  stata “informata”, via sms, da un “amico storico” (almeno da lei ritenuto tale), attraverso quello che sembrava un comunicato stampa, che le loro esistenze non sarebbero più compatibili pertanto … fine della frequentazione. Ovviamente senza possibilità di replica perché è stata “bloccata” sul telefono.  Ma come si fa?  Si può essere più codardi di così?

Copio incollo un intervento di Ricc in CL di qualche tempo fa.

Le parole sono dei messaggeri. Sono personcine semplici e di buona volontà, ma sono piccoline. E non ce la fanno a fare cose complicate. Basta una porta chiusa, che non ci arrivano alla maniglia. Basta un tragitto un po’ più lungo, che le gambe gli si stancano e bisogna che si fermino. Loro fanno quello che possono e, se ci pensate, a volte chiediamo loro cose veramente complicate, compiti difficili per dei messaggeri con lo zainetto. Eh. Gli si chiede di trasmettere le “cose che sentiamo dentro”. Ba, eh. Facile. Glielo chiediamo anche quando nemmeno noi le abbiamo capite bene, però chiediamo alle parole di trasportarle a qualcun’altro. Che poi loro il messaggio lo portano, ma lo danno ad un orecchio che anche lui c’ha il suo da fare, che poi lo consegna al cervello che ha le sue palle e mica ci capisce tanto di cuore lui, e fa una traduzione letterale, e nemmeno, spiattellando il messaggio su gugol e mandando avanti quello che gli viene… ma pari pari eh. Escono fuori robe incomprensibili, e noi diamo la colpa alle parole. A volte ho compassione delle parole. Che sembrano elaborate e forbite, e invece sono come il pruno del fiore del Piccolo Principe: non sono adeguate a qualcosa di più complicato che non sia chiedere dove sia la stazione o per avere mezz’etto di caramelle di liquerizia. E allora dobbiamo usare tutto quello che abbiamo per fare si che quello che si sente arrivi per davvero. Le parole vanno mandate in macchina, aiutandole con gli sguardi, bisogna mettergli il cappotto usando le mani, per i gesti e per il contatto. Bisogna dargli le radioline con un sacco di sorrisi. E allora vedrete che questi messaggeri, questa volta attrezzati, sapranno spiegarsi meglio, e non ci saranno più parole del cuore, perse in mezzo alla strada…

SOB!!

oddio

Riporto qui lo stralcio di una multa stradale (altrimenti detta contravvenzione al codice della strada 🙂 ricevuta da una mia amica che secondo la polizia locale sarebbe passata con il rosso.

Cioè “è passata col rosso”. Eppure le diciamo sempre che andare a lavorare alle 6.45 del mattino fa male!!! Il resto della multa recita “la sanzione è aumentata di un terzo in quanto la violazione è avvenuta in ore notturne!…  Lo ammetto, noi amiche / amici abbiamo infierito. Per la serie: oltre il danno anche la beffa!

Torniamo alle ragioni del post: il linguaggio oscuro usato nella redazione del verbale lo merita ampiamente. 

Il giorno  bip bip bip  alle ore 6.45   in via bip bip Il conducente dell’autoveicolo bip bip targato bip bip ha violato l’art. 41/11 C.d.S. superando la linea di arresto all’intersezione semaforizzata e proseguendo la marcia nonostante la lanterna proiettasse luce rossa nel senso di marcia.

Sob! Gulp! 

Poi:

La violazione è stata confermata dalla infrazione a semaforo rosso (finalmente si capisce la ragione della multa  ndr) sistema ecc ecc ecc prodotto da ecc ecc ecc…

Detto questo, vi lascio in quanto mi devo appropinquare a cose più serie. Devo recarmi nella stanza adiacente la mia al fine di risolvere una questione alquanto spinosa per la quale il mio capo mi ha fatto rilevare l’importanza di provvedere in merito. Porto meco la documentazione necessaria all’uopo, auspicandomi di concludere il lavoro entro la giornata lavorativa onde evitare il protrarsi della stessa.

Ecco.

26122013

Mafalda

VEROFALSO

 

Donald Sutherland – Billy nel film “La migliore offerta” – dice: 
 “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”.

Nessuna recensione sul film, per carità!  Piuttosto una riflessione su quello che è il leit motiv del film: verità e finzione, simulazione, artificio, inganno, falsificazione.

L’amore ripara e ricostruisce il meccanismo bloccato dalla ruggine, della personalità un bel po’ borderline dei due protagonisti, così che entrambi raggiungono una specie di “guarigione” (similia similibus curantur).

Ma …
questo amore è simulato dalla bella Claire. La simulatrice infatti alla fine deruba il ricco Virgil, dopo averlo completamente trasformato e “guarito” dalla sue manie che per tutta la vita gli hanno impedito di vivere relazioni sociali “normali” e qualsiasi rapporto con l’altro sesso. Un vero misantropo.

Falsa è l’amicizia di Robert, l’orologiaio che lo aiuta a mettere insieme l’automa Vaucanson. A tal proposito, è interessante notare che l’assemblaggio dell’automa è parallelo all’abbattimento del muro tra Clare e Virgil.  Ingranaggi di un meccanismo che con il robot si attivano, da una parte. Dall’altra le  fobie che  nei due protagonisti si dissolvono. Un parallelismo raffinato e affascinante, dal punto di vista della sceneggiatura.

Recitata è anche la fedele e ostentata amicizia di Billy: alla fine si scopre essere il regista di tutta la messa in scena. E’ lui che afferma che  “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”. E materializza questo concetto lasciando a Virgil come “firma” sull’opera (la truffa) un quadro che esso stesso ha dipinto.

Virgil è un battitore d’asta, è richiesto in tutto il mondo, perizia opere d’arte di enormi valori e deve la sua brillantissima carriera alla sua capacità di distinguere un’opera vera da una falsa…
Tuttavia … non si accorge del complotto, orchestrato dalla donna amata, dai suoi amici, dal conoscente orologiaio Robert che diventa il suo confidente intimo, dal vecchio amico Billy.

Ma forse è più facile scovare il particolare che sconfessa l’autenticità di un’opera che distinguere tra sentimenti veri e sentimenti simulati.

Perché?
Forse perché c’è qualcosa nella natura umana capace di idealizzare e di trasformare come argilla un sentimento che urge come nutrimento, unguento o anestetico. Forse perché siamo bravi a giocare  tra luce e ombre, a ingannare gli occhi, il cuore, e perfino negare evidenze, nascondere pochezze e convincerci che qualcosa/qualcuno  è come vorremmo che fosse. E che noi stessi siamo come vorremmo essere.
E forse anche perchè, come Claire afferma: “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”.

Forse ha ragione un mio amico della capitale che un giorno disse: Ori, non è vero niente. E’ tutto finto…

RELAZIONI

RELAZIONI

Dire solo ciò che si sa fa piacere all’altro, essere accondiscendenti, ammiccanti,  prestare cura e attenzione al fine di non urtare i sentimenti dell’altro, in poche parole astenersi dal dire ciò che si pensa perché potrebbe offendere. Recitare durante telefonate e incontri, insomma indossare l’abito del perfetto amico, l’atteggiamento “come tu mi vuoi”.. Ecco il “quadro vero dell’amico finto”.

Nascondersi, reciprocamente,  ciò che si pensa,  è di per sé sufficiente per diagnosticare il grado di malattia di una amicizia o presunta tale. Perché dunque molte volte ci si prende in giro? Perché non si ha il coraggio, per davvero, di dare il nome giusto alle cose? Perché si ha bisogno di finte relazioni? Per solitudine? Per disperazione? La non solitudine non è una questione di numeri. Si può essere soli pur avendo dozzine di persone che quotidianamente fanno in qualche modo parte della nostra vita, che gravitano con e dentro la nostra esistenza.

Con alcune persone ci si diverte, si gioca, ci si racconta, si studia, si lavora… Si condividono tempo, esperienze, viaggi. E vanno benissimo, si può stare bene con alcune persone pur non avendo mai avuto interesse di approfondire oltre, di condividere qualcosa di differente di un cinema, una pizza, un aperitivo, una gita, un giro di shopping. Anzi, direi che questi sono rapporti veri, sinceri, spassosi, salutari e sani, proprio perché non pretendono di essere “altro”. Non gli si incollano attributi che non hanno, sono quello che sono senza alcuna presunzione.

Ma.. se si vuole condividere veramente qualcosa di importante, una relazione non può prescindere dalla sincerità e deve mettere in conto che ci si può sentire dire l’opposto di ciò che si vorrebbe. Spesso le cose non dette fanno crollare l’impalcatura sulla quale si costruisce una relazione molto più delle cose dette, sbattute in faccia, quelle che magari arrivano che fanno un male cane. Ciò che si pensa dell’altro, dovrebbe essere nutrimento di un rapporto e non la mano che lo uccide.  Dovrebbe permettere un confronto vero, dovrebbe crescere e far crescere. Migliorare e migliorarsi.

“Non le  dico questo sennò ci rimane male”, “dico questo così farà piacere”, “non tocco questo argomento perché è spinoso”, “questo di certo offenderà”. E cosi di questo passo, ed eccoci dentro un qualcosa di formale, con aspetti terribilmente diplomatici/burocratici dove tutto è pesato, misurato, calcolato, attento. Perfino i muscoli facciali sono controllati, non sia mai che tradiscano il vero sentire. Insomma  una specie di compito che si assolve dentro un clima che è tutto un tacere, non dire, recitare, mentire, fingere. Che senso ha? È faticoso da morire oltre che inutile, insulso, banale.

Ho sempre immaginato dei centri concentrici attorno al cuore e negli spazi, più o meno vicini ad esso, ci sono le persone che partecipano alla nostra vita affettiva, gli affetti, più o meno importanti, più o meno profondi. Ecco, la “profondità” è il sistema con il quale si “misura” l’importanza di un rapporto. La profondità. Quante volte ci capita di vivere davvero un rapporto profondo, nel corso di una vita? La profondità è qualcosa di raro davvero: ci si accorge man mano che il tempo passa e si diventa grandi ed eventi, emozioni, esperienza e tempo fanno da cesoie. Perché il tempo diventa sempre più prezioso, perché si preferisce la solitudine alle farse, perché si pretende maggiore qualità e minore quantità di tutto. Di cibo, di riposo, di vacanze, di letture, di sport, di piaceri, di cose, e anche di sentimenti, di relazioni, di persone. Perché si prova un disperato bisogno di dare il giusto nome alle cose.
Quanti volti ha quella che comunemente chiamiamo con lo stesso nome: amicizia.
C’è quella morbosa, maliziosa, possessiva, claustrofobica, malata.
C’è quella che non accetta il confronto, la sincerità del pensiero, la libertà, il bene dell’altro, quella gelosa, quella faziosa, quella contorta. Quella che non permette di essere sé stessi. Ecc… ecc.
Infine quella secondo Facebook ma qui basterebbe sostituire alla parola amico la parola contatto e tutto andrebbe a posto.

L’amicizia è qualcosa di denso e di speciale, delicato eppure fortissimo, sa sfidare il tempo e non conosce ambiguità. Resiste ai periodi di separazione anzi, ne trae vantaggio. Tiene porte aperte per lasciar entrare e anche uscire. E soprattutto non può esistere senza dirsi ciò che si pensa veramente. Non condivide tutto per forza, è altra cosa della simbiosi. Ma quando lo fa, lo fa profondamente. È un affetto vivo, che si rinnova e si confronta ogni giorno, evento dopo evento, gioia dopo gioia, dolore dopo dolore. È quel sentimento che non passa mentre tutto va … Se invece passa allora vuol dire non c’è mai stato per davvero.

Francesca Pacini, sul Mulino di Amleto fece un bel post sull’amicizia. Un passo diceva più o meno questo “Non le piacciono le situazioni di circostanza, come i complimenti o le condoglianze dovute ma non sentite. Niente convenevoli, belletti, lusinghe. Quelli vanno bene per il bridge delle anziane signore perbene. Non è perbene, l’amicizia, magari ti segue passo passo, non interviene ma di sicuro non tace neanche. Può essere perfino aggressiva. Di certo è scomoda. E poi è spettinata, non si fa la messa in piega”

testo integrale qui:

http://www.francescapacini.it/15-blog/diario-di-bordo/14-sull-amicizia.html

SOMMINISTRAZIONI & DISTRAZIONI

Truffe2Se non si vuole qualcosa bisogna provvedere a darne disdetta.
Questo è uno degli  assurdi, infidi, subdoli sistemi per rubare soldi alla gente. Espedienti bassi ma redditizi.  E legali.  A cascarci sono soprattutto ragazzini, ma anche tanti adulti. Un esempio? Le suonerie dei cellulari. La pubblicità promette l’invio gratuito della suoneria con il cagnolino che fa bau bau,  il gattino miao miao,  il Titti ecc. E gratis, la suoneria arriva. Quello che però non viene spiegato  (se non successivamente ovvero al ricevimento della suoneria gratuita e in modo molto mimetico) è che, chiedendo di ricevere la suoneria, automaticamente accetti e sottoscrivi un contratto. Che prevede l’invio periodico e sistematico di ulteriori suonerie, ovviamente a pagamento, che se non vuoi, devi disdire entro tot giorni precedenti il giorno previsto. Ogni suoneria è, manco a dirlo, salatissima: il costo viene prelevato dal credito telefonico prepagato o addebitato sulla bolletta per chi non usa il prepagato. Tra l’altro, prova a disdire! Ti rimbalzano da un numero ad un altro, da un operatore ad un altro, con lunghissime attese, e ovviamente a costi elevatissimi. Conosco una ragazza, forse un po’ ingenua e molto giovane ma per niente stupida, che ha avuto questa triste esperienza. Il giochetto le è costato, tra suonerie non richieste e tentativi di disdetta, quasi 200 euro. Altre cose funzionano in questo modo. Si gioca sulla distrazione, superficialità, facilloneria del consumatore. E sulla fragilità della memoria. Truffe legalizzate dalle quali per difendersi occorrono mille occhi e orecchie e, nel caso, un sistema efficiente per gestire le scadenze. Personalmente mi è accaduto questo: abbiamo un abbonamento TV a pagamento, piuttosto basic, comunque senza il canale calcio in quanto non interessa minimamente. Un giorno arriva un avviso:  per due mesi avremmo avuto il canale “calcio” gratuitamente e che sarebbe stato considerato acquistato per un intero anno se non fosse pervenuta disdetta entro il xyz giorno precedente il termine della promozione gratuita. In breve: non era possibile rifiutare la promozione (e mi pare già un abuso), inoltre veniva imposto l’onere di inviare la disdetta. Così altre cose. Compagnie telefoniche (colossale business, si sa) che propongono servizi non richiesti (TG24 ecc) che se non vuoi devi disdire. Terribilmente subdolo e terribilmente pericoloso e altamente redditizio. D’altro canto viviamo in un paese dove  la donazione dei propri organi (cosa ben differente dal Titti versione Nokia cui è semblato di avele visto un gatto) è oggetto di silenzio-assenso. Ovviamente senza adeguata informazione. Anzi senza informazione alcuna sulla legge in sé. Dato che una risposta scientifica su quando si è veramente morti non la sa dare nessuno.

Vi lascio con l’augurio di una buona notte. Qualora non fosse gradito, mandatemi regolare disdetta!

RUMORI CHE OFFENDONO

foto mia

Funivia Cortina-Cima Tofana.  Il secondo tronco sale a Ra Valles a 2.475m. C’è un rifugio e una vista mozzafiato (l’ultimo tronco che termina a Cima Tofana è aperto solo in estate).
Le dolomiti, gigantesche, accolgono il sole che scende, e come per salutarlo si vestono di un rosa sussurrato.
Anche la neve brilla per l’ultima volta, pullulando di allegre stelline dorate che danzano per il sole. È il tramonto e tutto ma proprio tutto dovrebbe essere … Silenzio.
Ero a Ra Valles sabato scorso, al tramonto. Appunto. Non mancava nulla ma mancava tutto. Mancava il Silenzio.
Il rifugio aveva gli altoparlanti anche all’esterno e mentre il mio sguardo seguiva la discesa del sole che (appunto) faceva brillare la neve e colorare di rosa questi giganti di pietra urlavano la voce di Eros Ramazzotti, la pubblicità “volete perdere peso”? e poi le notizie “Bersani e Berlusconi… ” ecc ecc.
Ogni commento si perde. Si sarebbe perso il mio pensiero, il mio sguardo e forse anche, per un momento, tutta me stessa se solo ci fosse stato il Silenzio.
Invece no: la musica, la voce, il notiziario.  Offese. Offesa per il sole che calava, per le montagne che lo accoglievano, e per la neve che brillava. E per il mio cuore, per i miei occhi, per i miei pensieri.

Domenica sera, per puro caso, passando da Trento, a Torre Vanga  ho visto che c’era una mostra fotografica dal titolo: I Silenzi della Neve. L’ho visitata. Fatalità…
Fotografie di neve, dall’Archivio Fotografico Storico, immagini bellissime, tutte bianco e nero. Protagonisti: il Silenzio e la Neve. Fatalità…

E proprio dalla raccolta “Fatalità” gli organizzatori della mostra hanno scelto questa poesia di Ada Negri, che , stampata sopra un pannello scende dal soffitto. Il titolo è “Nevicata”.

Sui campi e su le strade
silenziosa e lieve
volteggiando, la neve,
Cade.

Danza la falda bianca
Nell’ampio ciel scherzosa,
poi sul terren si posa,
Stanca.

In mille immote forme
sui tetti e sui camini
sui cippi e nei giardini
Dorme.

Tutto d’intorno è pace;
chiuso in oblio profondo,
indifferente il mondo
Tace.

Ma ne la calma immensa
Torna ai ricordi il core.
E ad un sopito amore
Pensa.

qualcosa sulla mostra: http://www.giornalesentire.it/2012/dicembre/2919/isilenzidellaneve.html

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BELLEZZE AL BAGNO

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Creme cremine sieri fluidi pozioni lozioni.
Contro rughe, cellulite, seni piccoli, grandi, cadenti. Smagliature e cicatrici, pelle grassa magra mista. Segni di espressione, zampe di gallina ecc ecc.
Funzionano? NO! Lo sanno tutti, soprattutto le donne. Eppure sono le donne ad alimentare questo mercato che comprende sofferenze agli animali, enormi danni al portafoglio e anche all’autostima.

La maggior parte dei prodotti cosmetici contiene siliconi e paraffine e altri petrolderivati. Impediscono alla pelle di respirare, creando una specie di film che la soffoca. Per forza sembra lucida, liscia e levigata! Diventa di plastica! Il silicone NON è biodegradabile, non si smaltisce, resta nell’ambiente, figurarsi i danni che provoca alla pelle. Per questa ragione  sono state vietate, per esempio,  le protesi al silicone. Eppure quanti prodotti cosmetici lo contengono? Moltissimi. Davvero moltissimi.

Siamo bombardati  da “pelle visibilmente più giovane in sette giorni”, “capelli con la brillantezza del diamante”, “una pelle effetto cachemire”, “la chirurgia può attendere” .
Un mercato colossale, un business miliardario attorno a tante cazzate che noi donne ci beviamo. Ci  caschiamo  dentro con tutte le scarpe in questo mare magnum di illusioni, ci lasciamo incantare da affermazioni quali “test clinici dimostrano che ….. ” oppure “dalla ricerca scientifica, otto donne su dieci….”

Bè, lascio qui due trucchetti infallibili se qualche ragazza giovane avesse qualche dubbio sull’efficacia di un prodotto.

1) quando la bellona di turno nello spot recita “l’ho consigliato a tutte le mie amiche”  dubitate molto molto seriamente!

2) quando a consigliarvelo è una vostra amica: in tal caso abbiate la certezza assoluta. NON FUNZIONA!

Perché? Bè, semplice: se una donna scoprisse un prodotto così “miracoloso”, capace di far sparire le rughe o alzare le tette sollevare glutei o sconfiggere la cellulite NON lo confesserebbe mai. Nemmeno sotto tortura! Figurarsi consigliarlo ad altre donne!!

Perché ascoltare questi consigli?

Ma perché voi valete!

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Scusate una nota personale: questo è il quattrocentesimo post di Controluce. 400!! Che dire?  Grazie!  

VAL-ORI

BLA BLA BLA

“Ma no.. quali mezzi? Figurati! Mio marito a Milano a lavorare ci va in macchina! Funzionassero, i mezzi a Milano… ma schifo come fanno, è impossibile!”

Conversazione captata dalle mie orecchie sul treno Milano Como, in prossimità della mia fermata, una sera di qualche settimana fa, tra due signore. Arrivata dritta dritta sui miei nervi già provati dalla giornata. Per fortuna un briciolo di saggezza ha fatto scattare uno dei pochissimi riflessi ancora svegli per cui  si sono serrate le mascelle attorno alla lingua.

Pura polemica, critica gratuita, luoghi comuni, parole buttate là senza avere l’idea di cosa si sta parlando, come e perché. Ultimamente sono intollerante verso i luoghi comuni, soffro di  idiosincrasia acuta verso le polemiche sterili, le critiche ingiuste  e le persone che parlano tanto per il gusto di aprire la bocca.

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Ebbene sì, ancora Milano. Ma a parte il cuore di Milano e il mio che batterà – per sempre – per e con Milano nel senso che Milano non può uscire da lì nemmeno se io volessi. A  parte questo:

Oggettivamente:
MILANO ha una rete di trasporto pubblico invidiabile. Sfido chiunque dovesse tratteggiare un percorso da un luogo ad un altro, trovare un tratto che comprenda più di 200/300? metri a piedi.

just in case: http://www.atm-mi.it/it/Pagine/default.aspx

Tre linee di metropolitana,  saranno cinque nel 2015, data in cui saranno completati i lavori di ulteriori due linee. Passante ferroviario: http://www.msrmilano.com/passante_ferr.htm.

Praticamente non esiste (e meno esisterà) periferia che non sia raggiunta dalla metropolitana con tanto di parcheggi auto e terminal bus. Anzi non esisteranno periferie, parlando in termini di velocità di trasferimento.

Non manca di certo l’attenzione per chi ama la bici: ci sono le biciclette comunali prelevabili dalle moltissime stazioni sparse per tutta la città. (controluce del 02.07.2011).

https://lucecontroluce.wordpress.com/2011/07/02/colora-mi/

Ambiente? I bus a gasolio stanno per essere sostituiti. La circonvallazione interna, per esempio, servita dalla “94”, usa già alcuni bus elettrici. 

Né manca l’attenzione per i ragazzi che nel fine settimana si muovono dopo le ore di fine servizio dei mezzi pubblici. Si può evitare il taxi? Certamente! Si può eccome!
La Città di Milano offre un servizio  “bus by night” attivo tutti i venerdì notte e i sabato notte, al costo di un euro. Sono nove, i punti di raccolta, dislocati nelle aree più frequentati dai giovani nelle ore notturne.

http://www.milanofree.it/milano/trasporti/bus_by_night_a_milano.html

E per gli altri? Donne in giro di notte per esempio?
Esiste “Radio Bus” un servizio notturno di bus a chiamata, praticamente un taxi. Attivo tutti i giorni, dalle 20 alle 2.00 ti viene a prendere dove ti trovi e ti porta a casa. Costo: due euro per il biglietto acquistato nelle rivendite, euro 2,50 se il biglietto lo acquisti sulla vettura.

http://www.atm-mi.it/it/ViaggiaConNoi/Radiobus/Pagine/Radiobus_.aspx

Cara signora viaggiatrice comasca in quel di Milano (spero occasionalmente, sennò sarebbe grave) è proprio sicura che suo marito usa l’auto perché i mezzi a Milano fanno schifo? Io probabilmente non indagherei, per mia forma mentale . Ma lei forse sì…. 

Ad maiora!

VERGOGNE NOSTRANE

Allora:  se andate dallo specialista o dal dentista e vi propone lo sconto, purchè senza la “ricevuta”, accettate (consiglio da italiano medio ma anche da italiano disperato).  Spiego? Ok , spiego. Diminuisce  la detrazione e aumenta la franchigia. Insomma  il povero cristo che fa il suo bravo 730 potrà detarre sempre meno dalle tasse. Questa è la geniale trovata (una delle tante) di quella massa di imbecilli bastardi che ci governa. Risultato? bè è molto semplice: aumenta il nero (e conto in banca  – svizzera – ) della classe medica specialmente. Capito come si combatte la crisi?  Riducendo le detrazioni fiscali. E’ così facile!

ps: nei commenti sono ammesse parolacce. Tutte. 

SENZA TITOLO

Dal libro: Acid Lethal Fast, di Astor Amanti

Esistono uomini che portano su di sé il dolore del mondo.
Quando vedono pesci rossi nei sacchetti dei Luna Park non riescono più a respirare e vedono orribili facce ridenti deformate dall’acqua. Uomini che guardano foto di esseri viventi maltrattati e ne sentono, in maniera accecante e assordante, le urla, il panico, …la sofferenza.  C’è chi li considera santi o fanatici e chi, semplicemente, afferma che sono persone troppo buone per riuscire a sopravvivere senza impazzire.

Per chi ha un cuore capace di somigliare anche solo un po’ al cuore di un animale.

E poi per Ulisse, per Beba, per Atum, per Asso, per Giada, per Chicca, per Vienna, per Ambra, per Kira, per Paco, Pepe, Ful e per tutte le zampe, le piume, le pinne, le pellicce, gli zoccoli, i becchi, le ali del mondo.

CELESTE MI

foto mia

Foto mia.. E poi dicono che a Milano il cielo non è mai celeste …

Svegliata dalla sveglia alle 6.30 di oggi, sabato mattina perché ci sono cose da fare (sono milanese, nessuno è perfetto..) ho visto su la7 un pezzo di Le invasioni Barbariche, ospite Enrico Bertolino, così ho conosciuto il suo libro, Pirla con me, Mondadori. È una caricatura di Milano, dei milanesi, di ciò che Milano era, di cioè che Milano è. Sottotitolo: da Milano si può guarire. Penso che lo leggerò. Immagino un libro divertente e triste, come fanno le caricature tutte: un cono di luce bianca e impietosa sopra difetti, miserie, dolori e nostalgie. Mi sono sdraiata di nuovo sul letto e gustata l’ultima parte (in rete ho trovato l’intervista completa) e mentre ascoltavo ho pensato che io non vorrei mai de-milanesizzarmi, non ci penso nemmeno. Provo perfino nostalgia per quella Milano della quale Enrico Bertolino, praticamente mio coetaneo, conserva dei ricordi in seppia. Quando al Bar Magenta c’erano i biliardi (ora sono rimaste solo le stecche e i contapunti, sono contenta che ci siano). Quando sulle ringhiere dei Navigli c’erano i panni stesi e non gli atelier e i teatri di posa più prestigioni della città. Non vivo in città, prima per scelta dei miei genitori, poi per scelta personale, per ragioni che ora qui non sono importanti ma che si possono sistetizzare così:  vivo in una casa con giardino  fiori prato e cani e ora anche orto,  ma se non avessi avuto queste esigenze, l’appartamento in condominio di certo lo avrei scelto a Milano. A Milano ci lavoro,  e di fatto ci vivo da che avevo 15 anni. E per me, vale la pena del viaggio. Che viaggio poi non è. Quaranta minuti sono spesso normali se non poca cosa per molti che pure vivono e lavorano in città. Milano è ottimamente servita dai mezzi pubblici, ha una rete di trasporti meravigliosamente efficiente ma è .. grande. Grande, in tutti i sensi. 🙂 E no, io di Milano non voglio guarire. Anzi, mi spiace di non essermi ammalata (non ero nata) quando ammalarsi di Milano era un privilegio, era costruire, era ammalarsi di cuore. Un bell’ammalarsi di cuore, quello.

Vivere fuori (però fuori per davvero e non nella periferia – la precisazione è fondamentale) è un buon compromesso per quelle che sono le mie esigenze. Ho bisogno di Milano, ma ho bisogno anche di altro. Così Milano, la sera e nei fine settimana è sotto i miei piedi, solo un pochino più a sud, raggiungibile in pochissimo tempo e rassicurante, con la sua Madonnina e tutte quante le sue contraddizioni e le sue spine, pungenti tanto quanto le guglie del suo duomo.

In fondo a questo video (verso la fine, si può far scorrere il cursore) c’è una bella cosa, che non c’entra nulla con Milano. Alla domanda: cosa conta di più nella vita, c’è una risposta interessate, attraverso un … vasetto di maionese.

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Navigli a Natale
Foto di Pierangelo Mariani- Grazie Pier, spero di rivederti presto.

P.Mariani

e da http://www.milanmilan.it

“Preghiera disperata” alla Madonnina del Duomo

©Ada Lauzi

L’è ‘na preghiera fada in milanes con umiltà, fervor, senza pretes: te preghi madonnina, per on’ora fa ritornà Milan ‘me l’era allora… e, per quell’ora, famm vedè i navilli, i bei tosann coi sòcch fin’ai cavilli, i “Gigi” con la gnaccia e intorna i fioeu e sentì anmò el cantà di barchiroeu, el vosattà di dònn in sul Verzee e quell del Vicolin di lavandee! O Madonnina, famm ‘sta carità. per on’oretta sola famm tornà ne la Milan di brumm e di cavai quand sòtta Tì giugavom num bagaj, e Te parevet alta in Paradis coi gulli intorna, bianch come benis, famm rivedè ‘ncamò i spazzacamin con tutta la carisna sul faccin… …el soo…l’è ‘na preghiera disperada… d’on coeur che ne pò pù de sta bugada… ma…quand de damm a trà Te avree decis… famm sarà i oeucc…e derva el Paradis.

SENZA PAROLE

Io l’ho definita .. triste. Triste. Perchè davvero non ci sono parole. Davvero. Restaurare un’opera, per me, significa comunque rendere parzialmente posticcio qualcosa. Meglio non perfettamente conservato che posticcio. Ma questa è la mia opinione, un po’ estrema forse. Ma è così che la penso. Ma leggete un po’ l’articolo. Oltre ogni limite, oltre ogni decenza, oltre… tutto. Qualcuno si incazza, qualcuno prova un colpo al cuore. Qualcuno prova  indifferenza,  perchè ci si anestetizza anche un po’ per le miserie che ci tocca vedere di questo nostro Paese.  Martellate, nel cuore e nell’orgoglio, sfregi, come sugli affreschi di Giotto. Uguale uguale. Cosa dire? Cosa?

Povera Italia!!!

http://www.repubblica.it/persone/2012/07/25/foto/assisi_patti_smith_restaura_giotto-39691150/1/?ref=HRESS-22

PROMESSE – DUE

Lo Stato non risarcirà il terremoto

Leggo nell’articolo sopra linkato che “solo un paio di settimane fa” lo Stato ha decretato lo STOP ai  risarcimenti per coloro che sono colpiti da calamità naturali.

Ma che tempismo!!!  Ora mi domando – me lo sono sempre domandato ma adesso me lo domando più forte – : possibile che con tutti i sistemi di rilevazione dei movimenti della terra, tutta ‘sta tecnologia, che a sentire alcuni rileva il respiro del pianeta ecc … POSSIBILE che non si riesca mai, dico MAI a prevedere un terremoto? E se invece fosse stato – almeno questa volta – possibile? Il decreto non sarebbe un pelo ad hoc? Giusto un pelo eh? Riccardo dice: ma perchè te pensi che si vergognerebbe qualcuno ad emetterlo “dopo”? No, non lo penso affatto. Figuriamoci. C’è da aspettarsi di tutto da questa classe dirigente ladra, da questo mare nostrum di delfini trote e moscardini vari che a far bene le cose, si farebbe un bel fritto misto di tutti con l’olio bollente, quello scadente si intende.  Ma è tempo di elezioni … Si è votato, giusto giusto in questi giorni. Voti che sono (anche) sondaggi per le elezioni 2013. Si sa, i voti valgono bene la vita di quattro gatti sotto le macerie. Bella mossa, quella di far emettere il decreto “niente soldi per le calamità naturali” da un governo “tecnico” . Che di tecnico non ha proprio niente. Ma proprio niente. Governi incapaci, inutili, assenti adesso come prima. Anzi.. molto meglio sarebbe se fossero assenti per davvero: avranno piu’ soldi le famiglie.  Soli siamo soli comunque. Allora che ci lascino SOLI. Fuori dai coglioni. TUTTI. Ma per davvero.

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PROMESSE

 (grazie a RT per la foto e per il resto)

Fatto salvo che imbrattare muri cabine telefoniche treni e quant’altro “non s’ha da fare” … bè … è bello vedere una scritta come questa. Tra le tante Forza Inter Viva la f….. ecc.. un pensiero d’amore.

Che commuove, fa sorridere e anche invidiare un pochino quella stella che probabilmente avrà avuto modo di brillare (io spero di sì, che sia accaduto..)

Assolviamo l’autore dal peccato di avere scritto sopra una cabina telefonica?

TAM TAM

Leggo sul sito di Enrica Garzilli, che visito spesso, e linko.

http://orientalia4all.net/2012/03/19/animali-e-diritti-altrimenti-ci-arrabbiamo/

ANNI DI PLASTICA

Celeste:  ti va di tirare fuori qualcosa per Controluce? Le carpe hanno fondato un’associazione per la difesa della loro dignità e un sindacato. Chiedono di carpare in pace e hanno fatto sapere che il primo aprile si vendicheranno. Una certa Wanda apriva il corteo e faceva anche un po’ paura..

Riccardo: come? Scrivere? Ehi, ma come scrivere??? …  non hai tempo? … si,  ma…  si, ho capito ma… no, dai, ma come io… si,  ho visto come… cioè no… fammi parlare… no dai… ah… ma… ah, vabbè…

No, impossibile. Non può essere successo di nuovo. Ma che ci faccio io qui?? Mi par d’essere l’intervallo della Rai, quello con l’arpa e le città d’Italia! Ma pensa te come si deve andare a finire. E poi che dico? Si, ho capito che la padrona di casa non c’ha tempo, ho capito che questi stanno andando a ramengo coi commenti e similari, ma che c’entro io?? Ok, ok. Come al solito la “parità dei sessi” s’espleta con la capitolazione di uno dei due. Per pietà non fatemi dire quale, dei due. OK. Bene…

Buonasera, eh. … come va…? Hm, animo. Vabè, frughiamo nella mente alla ricerca di qualche argomento che mi sia interessato e di cui possa dire qualcosa che non sia stereotipato, banale o in qualunque senso prevedibile e alla fine tragicamente noioso. In effetti qualcosa c’è (spero), ed è anche uno di quei fatti che riempiono la cronaca new style, di quella brutta brutta, della tragedia spettacolo, dei giornalisti delle lacrime, della spettacolarizzazione dell’incubo. Ma che in effetti, secondo me, a differenza dei vari delitti di varie parti d’Italia, si presta a diversi aspetti di approfondimento. E poi l’interesse va scemando, quindi se ne può anche parlare un po’ più seriamente, o meglio, serenamente. In breve, “La Nave”, come ormai viene definita, il naufragio della Costa Concordia. Ok, non se ne può più. Questo in effetti è il primo sentimento, concordo (ops). E sarà che io ho un minimo di conflitto d’interessi dato che quello che considero uno dei posti più belli del mondo è lì a due passi, e ci vado da tanti anni in cerca di boh: bellezza, sincerità, asprezza anche, e di nuovo bellezza, storia e potrei continuare ad libitum, ossia l’isola d’Elba. Per cui mi interessa sapere come e se riusciranno a bonificare quella carcassa preistorica da tutti i suoi agenti inquinanti, e a pregare perchè tutto quello che conosco di quei posti possa continuare ad esistere, piante, animali, coste anfratti e insenature, e la gente che ti vende i sugarelli pescati la notte dalla barca sul porticciolo. Non mi dilungherò nelle disquisizioni tecniche delle potenzialità distruttive del carburante (si chiama “bunker”, è quanto di più “scarto” ci sia, è l’ultimo prodotto estratto dalle torri di raffinazione del petrolio, più raffinato solo dell’asfalto che si mette sulle strade. E’ così duro, si, duro, solido, che per essere usato va sciolto col vapore a centinaia di gradi), e nemmeno dell’olio lubrificante (nella vostra auto ce ne sono circa quattro litri no? Ossia poco più di tre chili e due. Beh, in quell’arnese ce ne sono quaranta tonnellate). Se fuoriuscissero, e non pensiamo a cosa sarebbe successo se fosse affondata in senso proprio, semplicemente distruggerebbero l’arcipelago toscano. Dicevo, il recupero e la bonifica lo seguo con ansia per quanto ho descritto, ma c’è altro che mi ha colpito e che vorrei condividere. La prima cosa ovvia è che ha fatto più danni Schettino in poche ore che Berlusconi in vent’anni di “cavalli in senato” in guisa di novello (si fa per dire) Caligola. Infatti, Berlusconi è uno che “non si sa come” è arrivato per “meriti” suoi ad avere l’influenza che ha avuto e l’ha usata allegramente a proprio vantaggio (al proposito segnalo un articolo dell’Economist “The man who screwed an entire country” ossia “l’uomo che ha fottuto un intero paese” che definirei bellissimo se non ci fosse da mettersi a bestemmiare

http://www.economist.com/node/18805327

e in una traduzione non fedelissima ma che rende comunque un’idea

http://www.metaforum.it/showthread.php/20658-Economist-l%E2%80%99uomo-che-ha-preso-in-giro-un-intero-paese

in rete ce ne sono anche altre per chi fosse interessato) ma è comunque un fatto che interessa un solo essere umano, quindi è un caso circoscritto, limitato e, si può presumere, particolare. Schettino invece fa paura davvero, perchè rappresenta il “manager qualunque” italiano, che fa lo splendido, osannato nel suo fascinoso completo bianco, potente al punto di poter sposare o arrestare chiunque sul suo pezzo d’italia galleggiante, di poter decidere della sorte, guidare e condurre gli esseri umani che gli sono stati affidati. E usare tutto questo per fare bravate, e fare colpo e comunque goderne a livello assolutamente personale, senza alcun obbligo associato. Se ne trovano esempi analoghi specialmente nel mondo finanziario o pseudoimprenditoriale italiano e non solo. E, una volta “fatto il guaio”, subito dopo fuggire dalle proprie responsabilità, pensando solo a salvare se stesso. Un danno etico incommensurabile, per il nostro paese, dove “paese” non è quel senso vago (per taluni certissimo, come “l’esistenza di Dio” d’altra parte) di confini territoriali, bensì di condivisione di valori derivanti dalla storia culturale precedente e perchè no, di una lingua. Al pari di quei cowboy che hanno usato uno degli aeroplani militari più evoluti esistenti, per giocare al loro videogame prima di tornare a casa loro, senza conoscere nè il posto e nemmeno avere guardato le carte: bravata che è costata la vita a venti persone (funivia del Cermis, per chi non ricordasse). L’atteggiamento è lo stesso. Si, è osceno, e mi ha dato fastidio. Anche la storia personale delle singole persone è stato piuttosto d’impatto (quella oggettiva, non ho mai voluto ascoltare nemmeno una trasmissione di spettacolarizzazione della tragedia). Stupidamente, quando hanno ritrovato la bambina dispersa ho pensato a quello che… beh, chiaro a cosa ho pensato, mi sembra normale. Ma c’era ancora qualcosa, che non avevo trovato cosa fosse, che mi aveva colpito. Poi ho capito. Era la nave. Non mi stava facendo nessun effetto vedere la morte di quella nave. Strano. Anche in alcuni temi dei bambini del Giglio si trova il dispiacere per questa enorme balena che è venuta a morire a casa loro.

http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2012/02/02/news/temi-in-classe-1.3136678

Se avete qualche minuto leggeteli, perchè ci sono cose che i grandi non immaginano. Punti di vista, oppure dettagli insignificanti che invece sono la cosa che ottunde tutto il resto della scena. Ok, esprimetevi liberamente: “questo è scemo” è un’espressione perfettamente accettabile nei miei confronti, lo dico io per primo di me stesso. Ecco, però, dopo che vi sarete sfogati, e ripeto, condivido, provate a starmi a sentire. L’avete vista quella nave? Mi ricordo la sensazione che all’inizio degli anni novanta mi fece il vedere il varo di una delle prime di queste dai cantieri di Trieste. Mi venne da dire: “ma questa non è una nave”. Non so cosa fosse, ma una nave no. È enorme. Quadrata. Sgraziata. Una nave è filante, ha una prua lunga ed affilata, un sistema di ponti discreto, con una specie di terrazzamenti elegante, spazioso, un po’ piramidale, ed una poppa che non è possibile che sia un nome attribuito a quella parte per caso: la poppa di una nave è una bellissima “poppa”, tout court. Quella, no. E tantomeno la Concordia. E poi l’avete vista dentro? Quello sfarzo vistoso e pacchiano, inutilmente carico di luci (ovvio, tutte banalmente artificiali) e di scalinate, ascensori di vetro, a vista, e poi ori e marmi e zampilli. E moquette. Ovunque. Mamma mia… Mi ricorda un hotel di Abu Dhabi dove alloggiai una volta. E un altro di Houston, di una missione successiva. Uguali, entrambi. Se non avessi saputo dove fossi stato nel momento del risveglio, certo non l’avrei capito dall’ambiente circostante. Sfarzo, ricchezza (o almeno lustrini e paillettes) a gogo. Stile? Non pervenuto. Ok, manca un pezzo. Tra i miei “frugamenti nelle soffitte” c’è stato anche la storia dei transatlantici, e in particolare quelli italiani. Ora, detta così paio un accademico di storia navale: niente di tutto questo, solo semplice curiosità e un minimo di approfondimento. Quindi, mentre i vari Lusitania e Titanic tra tutti erano delle macchine, per quanto fascinosissme, ma vecchie, sia per la costruzione, sia “socialmente” (basta pensare alla 3° classe, o all’alimentazione manuale delle caldaie a vapore in condizioni al limite della resitenza umana, testimonianze tecniche della struttura sociale del tempo, e del valore “variabile” della vita umana), lo stile, l’eleganza, la classe assolute erano rappresentate dalle navi italiane degli anni ‘50 e ‘60. Penso alla Michelangelo, alla Raffaello, e prima di loro all’Andrea Doria.

http://www.michelangelo-raffaello.com/italian_site/arte_a_bordo/arch_mich/arch_mich_pag1/arch_mich_1it.htm

Vere e proprie opere d’arte galleggianti, (e taccio dell’aspetto progettuale della macchina in sè). C’era ricerca, in tutta l’idea: dalla linea dello scafo ai locali, agli arredi, alle opere degli artisti del tempo, a decorare gli ambienti. C’erano soluzioni d’avanguardia, per l’epoca, a bordo. Questi eravamo “noi” negli anni ’60. Alla Michelangelo successe un incidente, fu travolta da un’onda oceanica anomala, e ci furono danni, e morti. All’epoca tutti i transatlantici, di ogni nazione e paese, furono mandati in cantiere per le modifiche necessarie, perchè “se è successo a loro” allora è grave davvero. Eravamo “quelli bravi”, all’epoca. E la Concordia? Io non ho competenze navali, ma di macchine un po’ me ne intendo, e anche di quelle che sono un po’ bastarde dal punto di vista della sicurezza: ad un certo punto del progetto, diciamo a metà, usa fare una riunione che si chiama HAZOP, ossia “HAZard and OPerability analysis”, cioè “analisi di pericolo e operabilità”

http://it.wikipedia.org/wiki/HAZOP

Tutti quelli coinvolti nel progetto sono invitati a formulare quesiti del tipo “cosa succede se”: cosa succede se si rompe quello, cosa succede se tizio non è lì a fare quello che deve, cosa succede se etc etc. E’ fondamentale, ma costruendo la Concordia, l’hanno fatto??? Cosa succede se quel ganzo di schettino la manda sugli scogli? Ci sta o no, con tanta acqua da tutte le parti, in mare? Appena è entrata acqua, (e lo scafo era singolo, che costa meno, ma s’è allagato subito tutto: ari-hazop), hanno perso all’istante i motori, tutti i controlli, compreso il timone, oltre alle pompe di bilanciamento (che sono quelle che siccome il fondo è piatto, e non c’è la chiglia (la nave è alta sessanta metri ma ne pesca solo otto…) per entrare anche nella laguna di Venezia perchè fa figo, la nave non sta diritta da sola come sarebbe naturale che fosse, ma c’ha bisogno di un sistema di pompe che bilancino l’acqua in dei serbatoi sui due lati della nave stessa): perse le pompe, la nave non è andata giù “pari”, ma si è rovesciata, che è stato il guaio dei guai. Schettino è solo la punta dell’iceberg (appunto), la tragedia della Concordia è ben più grave, ed è stata principalmente culturale. E allora io dico. Quando un’alluvione spazza la Biblioteca Nazionale, quando scoppia una bomba agli Uffizi, quando minano i due Buddha. Quando il museo nazionale di Baghdad viene sacheggiato. Quando infettano un lago rimasto intatto per venti milioni di anni. Quando succedono cose così, tutti perdiamo qualcosa. C’è anche chi sente male, quasi fisicamente, c’è chi pensa ad un essere viviente con un’anima, che muore. Beh, “perdere” la Raffaello o la Michelangelo, a sapere cosa sono state, a me, strettamente a me, suscita qualcosa di simile. Ovvio, lo capisco che non sono il museo di Baghdad. Ma perchè considerarle solo mezzi di tarsporto obsoleti, e non piuttosto delle opere d’arte? E non è allora un delitto sbarazzarsene a prezzo di rottame? La Tour Eiffel, è forse da vendere “alla libbra”, anche se c’hanno provato, ai tempi? (citazione da un’altro vecchio amore)

http://www.youtube.com/watch?v=RdD6L4cKKU8&feature=fvwrel – tradotto qui

http://www.dusk.it/Dusk_trselling.htm

ma qui è meglio che non mi si segua). Invece il grande cetaceo di metallo agonizzante appena fuori di Giglio porto beh, non ha un’anima. Ecco perchè non mi fa pena. E’ frutto di puro conto economico, di un senso del bello americano e stereotipato e omologato, condiviso e accettato, senza rischi, da “vincitore” che come esporta la democrazia in Iraq, così contamina come catrame ogni altra concezione del “bello” in sè. D’altra parte non è arte, è solo un mezzo di trasporto, no? E da “polli in batteria”, senza gloria, stile Ryanair, dove corri a prenderti il posto come sull’autobus, e non da Pan Am anni ’70. Vabè.

Mi fa un po’ compassione, questo gigante senza l’anima, e senza significato. Forse non se lo meritava, forse lei voleva essere una regina come quelle che l’hanno preceduta. Ma, a lei come a noi, sono toccati questi anni di plastica, questo tempo, e questi “nani” schettini, così lontani dai giganti di solo settant’anni fa, ma che sembra così tanto tempo.

Riccardo

DIRITTI E ROVESCI

bavaglio-informazione

Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo
Articolo 27

«Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici.
Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.»

Una buona ragione per rompere questo semi-silenzio. Perchè non si può fare finta di niente.  

Wikipedia da oggi si è autocensurata per protesta contro la “legge bavaglio”.
La norma prevede l’obbligo «per tutti i siti web, giornali online, blog, di pubblicare, entro 48 ore dalla richiesta e senza alcun commento, una rettifica su qualsiasi contenuto che il richiedente giudichi lesivo della propria immagine».  E … a decidere se i contenuti  siano realmente lesivi e se la parte offesa abbia diritto a richiedere la rettifica, non è un giudice terzo quindi soggetto imparziale bensì il soggetto che ritiene di essere danneggiato. Pertanto chiunque  si sentirà offeso da contenuti presenti nella rete, potrà arrogarsi il diritto  di chiedere una “rettifica”, volta a contraddire e smentire detti contenuti.

http://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Comunicato_4_ottobre_2011

http://www.valigiablu.it/doc/541/diciamo-no-alla-legge-bavaglio.htm

PRESSIONE BASSISSIMA

Imposta patrimoniale
Aumento IRPEF aumento IVA
Aumento dei treni (venti per cento)

Ottantamila auto blu, sessantamila grigie.
Cassa integrazione, disoccupazione.
Politici (da sempre) corrotti mafiosi ladri e puttanieri.
Sinistra destra sinistra destra.

Siamo un Paese alla frutta. Anzi, in coma.
Con un braccio attaccato ad una macchina che anch’essa sta per morire
Con l’altro braccio attaccato a sanguisughe che succhiano ciò che entra dal primo.
La preoccupazione è ormai paura.
Non per un futuro incerto, bensì troppo certo.

Però siamo in Libia. Ecchecazzo … potevano non esserci?
Vuoi mettere? DECISIVO il “nostro” intervento!!!

Pensiero di tante mattine: andare via. Fare le valigie e andare via.

Ecco. Fine della retorica celestescura. Un post che non mancava proprio per niente.

Avvertenze
l’ascolto del video è sconsigliato nei casi di depressione anche moderata.
Del resto le stessa che valgono per TG, giornali ecc ecc.

Vantaggi
Non serve vomitare a comando. Viene naturale.

POESCIENZA

http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/07/31/news/voyager_1_nell_universo-19830718/

Ho letto l’articolo, ho titolato il post, ho pubblicato la foto e il link e anche ho scritto qualcosa.
Poi ho cancellato. Ho cercato di riscrivere altro due giorni dopo ma .. a volte le parole le devi frustare.
Ha scritto Riccardo (giuro che non lo pago, e lui lo sa).  Ricevo, dunque, e copio-incollo
(per la serie: ma devo fare sempre tutto io? 🙂 

celestepigraeanchestanca
ps: mi sento tanto giornalista “riceviamo-e-volentieri-pubblichiamo”:-)


Pesante?
Eh. Si.
Perché?
Eh, perché. Bella domanda. Perché.

L’avvenimento che quel simpaticone barbuto di Zucconi è che in questi giorni, la sonda americana Voyager-1, obsoleta da tempo, ha lasciato l’eliosfera.

Ma daaaaaaaaaaai!!! Davveeeeeero??? Graaaaande!!!
Traducendo in italiano: “hm, devo rifarmi lo smalto alle unghie”
In dialetto: “chissà quest’anno chi prende l’Inter?”
In codice Morse: …—– …. — – .-…-…-.-.-..–. – .. -…. — .. – .. — .. – .  ossia: “devo tornare a casa a farmi crescere i capelli”

Ah ok. Quindi è questo, il pesante.
Anche, forse, ma non mi riferivo proprio a questo.

Allora: Voyager 1 è una delle mille sonde mandate negli anni a giro per lo spazio.
Il loro fascino, al tempo attuale è praticamente svanito. Sono così tante che, parlando di quelle che sono nell’orbita terrestre, si comincia a parlare di inquinamento…
La “Conquista dello Spazio”è un mito che ha quarant’anni, e da tempo “non vende più”…

Ogni tanto si sente di qualcuna di queste sonde che raggiunge qualcosa, facendo qualcos’altro.
Tutto molto scontato e …noioso. Sono interessanti solo quando succede un incidente, allora, come quando succede sull’autostrada, tutti si fermano a guardare (e spesso diventano degli ineffabili e rodati esperti di propulsione aerospaziale, con laurea conseguita presso la rinomata università  “Bar Mario”).

Quindi che ci frega di Voyager?
Anche nulla, e credo sarebbe la cosa più sana, pratica, da dire.
O, viceversa si può pensare che ci sia tanta di quella roba da farsi montare le lacrime, e pensare, tra sè e sè, un “buon viaggio”.

L’eliosfera, come racconta Zucconi, è quella specie di culla che contiene il sistema solare, la zona dentro la quale il Sole fa sentire i suoi effetti, e dove questo è stato capace di costruire come minimo tutto quello che ci circonda (che i creazionisti si tappino gli orecchi pls). E’ quello che comunemente viene chiamato “sistema solare”.

E noi parliamo di “infinito” e roba così, ma fino a ieri (o meglio, al giugno ‘10), fino a che questo nostro emissario meccanico ci arrivasse, non sapevamo nemmeno cosa ci fosse “all’uscio di casa”, subito fuori appunto, dal sistema solare “questo angoletto di Universo del quale noi ci crediamo il centro, per avventurarsi dentro la Via Lattea, la nostra galassia, dentro la quale stiamo in proporzione come una moneta da dieci centesimi caduta nel territorio della Francia”

Il fascino, in parte ritrovato, per alcuni mai nemmeno sbiadito, è che Voyager 1 è l’oggetto più lontano creato dall’uomo, e si sta allontanando dal sistema solare a una velocità “folle” di 17,058 km al secondo.
Si sta dirigendo in direzione della costellazione dell’Ofiuco, ma in 33 anni non è arrivato che all’uscio di casa…  (che chissà poi come mai, pur essendo nel piano dell’eclittica, non è presente da nessuna parte nella simbologia dello zodiaco… Quindi nessun carattere particolare dei nati nell’Ofiuco, nessuna particolare sorte riservata loro dalle stelle, giovedì non sarà una giornata particolare in cui “La Luna in Ofiuco quest’oggi farà in modo che abbiate tutte le carte in regola per sedurre chiunque vi interessi. Il vostro charme e il vostro fascino, saranno veramente irresistibili. Inoltre sarete particolarmente propensi al dialogo e a fare nuove conoscenze.”
Si vede che quando scrivevano l’oroscopo avevano finito la pagina e l’Ofiuco non c’entrava più? Mah!.)

Ma … alla sua “folle velocità” gli ci vorranno circa 40.000 anni per “sfiorare”, ad una distanza di circa 1,6 anni luce, la stella AC+793888 (non ha nemmeno un nome, da tempo ormai, sono troppe per poter dare un nome a tutte….
Quindi, in realtà, va pianissimo, e le distanze sono enormemente superiori alle sue possibilità “in vita”, se non pensando che il suo viaggio abbia altri scopi e che possa durare qualche milione di anni…. non avendo significato dire “in eterno”.

E questa straordinaria avventura, anche un po’ infantile e tenera, col suo disco a 16 giri che racconta dell’uomo, della terra e della sua civiltà, chissà come poi, ci fa toccare con mano, per la prima volta fisicamente e non speculativamente, quanto enorme possa essere quello che ci circonda, sia come spazio, sia come tempo.
E come sia assolutamente ridicolo (creazionisti: assumere la configurazione precedente please!) pensare di essere noi, e le nostre tre cose che ci portiamo appresso, in qualunque modo considerarci il centro dell’Universo, come dice Zucconi nell’articolo.

Voyager 1 funzionerà fino al 2025, quando avrà raggiunto oltre 25 miliardi di chilometri di distanza dalla Terra, poi continuerà il suo viaggio.
Da parte mia i migliori auguri di buon viaggio, e… mettiti la maglia di lana!

Riccardo

GIROTONDO

http://www.guerrenelmondo.it/?page=static1258218333

 

 

DUBBIO DI BOBBIO


Mi sento un piccolo granello di sabbia in questo universo

Io non sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità. Religiosità significa per me, semplicemente, avere il senso dei propri limiti, sapere che la ragione dell’uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infimo rispetto alla grandiosità, all’immensità dell’universo. (…)

Io vivo il senso del mistero, che evidentemente è comune tanto all’uomo di ragione che all’ uomo di fede. Con la differenza che l’uomo di fede riempie questo mistero con rivelazioni e verità che vengono dall’alto, e di cui non riesco a convincermi. Resta però fondamenale questo profondo senso del mistero, che ci circonda, e che è ciò che io chiamo senso di religiosità

La mia è una religiosità del dubbio, anziché delle risposte certe. Io accetto solo ciò che è nei limiti della stretta ragione, e sono limiti davvero angusti: la mia ragione si ferma dopo pochi passi mentre, volendo percorrere la strada che penetra nel mistero, la strada non ha fine. Più noi sappiamo, più sappiamo di non sapere. Qualsiasi scienziato ti dirà che più sa e più scopre di non sapere. Credevano di sapere di più gli antichi, che non sapevano niente al confronto di quello che sappiamo noi.

Abbiamo allargato enormemente lo spazio della nostra conoscenza, ma più lo allarghiamo più ci rendiamo conto che questo spazio è grande. Cos’ è il cosmo? Cosa sappiamo del cosmo? Come e perché il passaggio dal nulla all’essere? È una domanda tradizionale, ma io non ho la risposta: perché l’essere e non piuttosto il nulla? Io non mi sono mai nascosto di non avere una risposta, e non so chi sappia darla a questa domanda ultima, se non per fede. (…).

E di fronte alle domande cui è impossibile dare una risposta – perché di questo sono certo: non posso dare una riposta, benché appartenga ad una umanità che ha realizzato progressi enormi – mi sento un piccolo granello di sabbia in questo universo. E negare che la domanda abbia senso, come potrebbe fare una certa filosofia analitica, mi pare un gioco di parole. Probabilmente dipende dalla mia incapacità di andare al di là. Ma quando sento di essere arrivato alla fine della vita senza aver trovato una risposta alle domande ultime, la mia intelligenza è umiliata. Umiliata.

E io accetto questa umiliazione. La accetto. E non cerco di sfuggire a questa umiliazione con la fede, attraverso strade che non riesco a percorrere.  Resto uomo della mia ragione limitata – e umiliata. So di non sapere. Questo io chiamo “la mia religiosità”.

Norberto Bobbio, La Repubblica” 30 aprile 2000

http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/000430e.htm#inizio

SIPARIO


“Viviamo in un mondo in cui l’uomo è l’abito che indossa.  

Meno c’è l’uomo, più è necessario l’abito”.

Siamo stanchi di tanti abiti e di pochi uomini. Stanchi di bugie, di mezze verità, di cose non dette, dell’ipocrisia. Di tattiche e strategie.

C’è bisogno di lealtà e di trasparenza, di cose vere, poche e vere. Troppi stagni di acqua ferma e torbida a mescolare smorfie con sorrisi, e falsi pudori, finte partecipazioni, ipocrite condivisioni.

Troppi rumori, troppa musica. Recitiamo ruoli che finiscono per inghiottire ciò che siamo, respiro dopo respiro.

Basta con i vestiti basta. Servono persone. Persone. Persone. Persone che sanno ancora stringere una mano con fermezza e lealtà, persone la  cui parola vale ancora l’onore che riveste.

Viviamo di relazioni, siamo animali gregari ma siamo soli. Troppi che “sotto il vestito niente”, troppe giacche senza sotto un cuore, troppi occhiali scuri sopra occhi che non si fanno vedere.

C’è bisogno di cose vere, di fiducia. Di fiducia. Di essere  uomini e donne senza cerone a soffocare, a opprimere, a imprigionare.

C’è  bisogno di abbracciare alberi, di sentire il prato sotto i piedi nudi, c’è bisogno di carezze, di odore di pelle senza profumi. Di terra. C’è bisogno di terra, di odore di foglie e di persone.  C’è bisogno di sentire mani nelle mani il cuore dentro le mani e contro il cuore.

Di fare l’amore senza istruzioni senza silicone senza manuali, senza aver bevuto, senza averlo programmato. Senza aver deciso le mutande da indossare.

Abbiamo paura di parlarci e di toccarci veramente. Paura di eplorare.  Paura di spogliarsi.

Stanca. Tutto questo vivere di plastica. stanca 

Ci si abiuta a tutto, anche a vivere in multiversi, a vagare dentro gli strati come zombie, inconsapevoli degli orizzonti, dei confini tra più mondi. Ci perdiamo, dentro i nostri labirinti, ci guardiamo allo specchio senza riconoscersi. Togliamo strati di cerone trascinando via sorrisi o smorfie di dolore senza sapere quand’è che son finiti.

Il canto degli uccelli, il rumore dell’acqua sono tutti registrati. Basta chiudere gli occhi.  La luna e le stelle, il sole, sono affreschi sullo sfondo, dirimpetto il sipario.

Venghino signori. Venghino.

CAPITO?

 

Non ci sono aggettivi.
E nemmeno predicati verbali.
celeste

GIOSTRE


E’ questo ciò che posso consigliare ad altri: cambiare vita per curarsi, cambiare vita per cambiare se stessi.  Per il resto ognuno deve fare la strada da solo. Non ci sono scorciatoie che posso indicare. I libri sacri, i maestri, i guru, le religioni servono, ma come servono gli ascensori che ci portano in su facendoci risparmiare le scale.
L’ultimo pezzo del cammino, quella scaletta che conduce sul tetto dal quale si vede il mondo o sul quale ci si può distendere a diventare una nuvola, quell’ultimo pezzo va fatto a piedi, da soli.

Un altro giro di giostra – Tiziano Terzani.

Ieri sera, ore 18.30, stazione di Saronno. Scendo, mi assale un odore fortissimo: fiori di acacia. Inconfondibile, penetrante. Sono fiorite,  penso tra me e me. Sono fiorite oggi.

Mi incammino verso il sottopasso e mi guardo attorno: un mare di persone, quasi tutte di corsa, in bilico tra tacchi alti e valigette 24 ore. Qualcuno ha le chiavi della macchina in bocca, mentre con una mano litiga con la cerniera della borsa con l’altra regge colomba e uovo di cioccolato, imprecando.

Una bambina ha una gabbia rosa con dentro un gatto e la mamma la incita a scendere veloce, sennò restano sul treno, lei e il gatto.
Qualuno parla al cellulare, tenendolo tra guacia e spalla mentre cerca di infilarsi la manica di un golfino: gli altri dietro imprecano per il passo rallentato: qualcuno deve correre perché appena fuori dalla stazione deve prendere il bus e quello si sa non aspetta nessuno.
Molti si scambiano auguri: Buona Pasqua. Anche a te, andate via? No, figurati, le code. Magari in un altro week end. Ciao allora, un bacio ai bambini.
Qualcuno annuncia la promessa di dormire tre giorni, una donna con passeggino biposto cerca di scendere le scale del sottopasso bloccando il flusso di persone tra banchina e scale. Due uomini le danno una mano: il passeggino va sollevato, non ci sono scale mobili a scendere. Una coppia anziana scrolla la testa: lei dice a lui te lo avevo detto che si doveva evitare questa ora di punta.

Mi dirigo all’uscita dalla parte del binario n. 6. C’è un piccolo parcheggio, e su questo affaccia una vecchia casa, di mattoni, mezzo diroccata, con i vetri rotti, probabilmente un edificio della stazione  che fu.
Quasi totalmente rivestita d’edera, bella, autenticamente vecchia e autenticamente verde, un verde vero, selvaggio, sopra un vecchio vero, senza un solo cenno di recupero. È bella così, la guardo e la ricordo in autunno quando la vite rampicante è rosso infuocato.

È fuori luogo, la vecchia casa, come lo è l’odore dei fiori di acacia. Stridono, con le corse delle persone, le imprecazioni, con il passaggio veloce della gente che sale scende dalle auto, con il rumore delle ruotine dei trolley, con l’attesa del treno Malpensa Express che transita sul sei. L’odore dei fiori probabilmente lo hanno sentito in tre. Forse.

Qualcuno nel parcheggio mi aspetta,  individuo l’auto, salgo, guardo fuori dai vetri e quello che vedo e sento sembrano due parti di due film distinti, accostati dal gioco di un regista strambo, oppure due pellicole mescolate per caso, infilate nello stesso proiettore e proiettate parallelamente.

Arrivo a casa: da queste parti le acace non sono ancora fiorite, sono sempre indietro di una settimana rispetto a “giù”. Però sono fioriti i tigli davanti casa, dall’altra parte della strada.
Metto una pentola di acqua sul fuoco e nell’attesa mi siedo sotto il portico: il prato di casa mia è disseminato di pratoline, le trovo rassicuranti.
C’è un po’ più di armonia, è tutto più omogeneo e perché lo sia maggiormente, salgo in camera, mi levo la camicia bianca il pantalone di tela blu, le scarpe, mi infilo una tuta da ginnastica e le infradito e mi sento meglio, meno inquieta, più in linea con le cose di fuori.

Manca armonia, nella mia vita. Ciò che c’è dentro stride con con fuori, spesso, troppo spesso. Passando lo sguardo sulle margheritine arrivano i pensieri ad inquinare l’istante: calcoli, scritture private, recupero crediti, arretrati, bilanci che scadono. E poi il  mio personale che non so fare.
Stride, il mio esistere.  Accidenti se stride.

Da Ale

Ciao Ale


 

ARROGANZA E DINTORNI

Ieri, ore 13.15:
Passo davanti ad un bar, esce una donna, trent’anni circa, gonna nera, stivale con tacco, borsa fimata.
Ha il portafogli in mano, vedo con la coda dell’occhio che le cade qualcosa. Lei non si accorge e si dirige verso la fermata del bus. Guardo sul marciapiedi, è una carta di credito. Le dico: signora, le è caduto qualcosa. Lei si china, raccoglie la carta di credito. Non un cenno, non un sorriso, non un “grazie”.

Ieri, tardo pomeriggio.
Mi chiama la banca presso la quale ho il conto corrente.
Mi chiedono un appuntamento da settimane, dico sempre la stessa cosa: quando ritengo di voler venire, telefonerò io, ora non ho tempo. Macchè, contuano a chiamare: vogliono parlarmi di “prodotti”. La cosa non mi interessa e comunque quando e se mi interesserà, vorrei deciderlo io.
Rispondo e comunico  che mi sono trovata addebiti di spese non concordate o, peggio, mi trovo spese quando era stato concordato un conto senza spese. Ovviamente non un centesimo di interessi attivi.
Contestualmente comunico che sto provvedendo alla chiusura del conto. Il tono passa dall’affettazione più viscida a quello acido: la invito nuovamente a presentarsi, parleremo anche di questo: probabilmente le hanno addebitato spese non dovute. Peggio ancora, rispondo!
Ribadisco che è questione di giorni e che ho già provveduto ad aprire un altro conto (è tutto vero). Il tono diventa quasi aggressivo e testualmente mi sento dire: che cattiveria! Lei è una persona cattiva. Rispondo: forse si, e aggiungerei: finalmente! Saluto e riattacco.

Quasi quasi divento cattiva davvero. Un po’ di “sana cattiveria” penso farebbe bene, in questa jungla di persone feroci e brutte. Brutte. Ma brutte.

NO TITLE



Apro, due minuti fa, la pagina "news" di Google:

PRIMA PAGINA

  • Parigi: la Nato avrà solo un ruolo tecnico, a noi la guida
  • Abolito aumento 1 euro al cinema
  • Intesa tra PDL e la Lega sulla mozione
     

mi sposto su: ITALIA 

  • Napolitano: chiarisca la sua posizione.
  • Con lo spostamento di Galan ai Beni culturali, l'esponente dei Responsabili ha giurato al Quirinale
  • Abolito aumento 1 euro al cinema
  • Ruby: Sì la conflitto di attribuzione ma il processo al premier non si ferma.

E … solo "dopo" Ruby:

Nube sul Nord Italia, da stasera.
ROMA – Alcune masse d'aria debolmente contaminate da materiale radioattivo rilasciato a Fukushima dovrebbero passare oggi sulla Francia e proseguire per l'Italia, che dovrebbe essere 'sorvolata' fra oggi e domani. Lo afferma il bollettino quotidiano … ecc ecc.

Prosit !

VAL-ORI

 

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La dignità è un valore tra i valori. Preservarla, conservarla, difenderla è un dovere verso sé.  Perderla  è smarrire qualcosa di profondo e ancestrale.
Ci si può giocare tutto su un tavolo di pocker sbagliato. Non è sempre vero che quando il gioco di fa duro i duri incominciano a giocare. A volte lo fanno gli sciocchi.

Chi calpesta la dignità altrui, va allontanato presto e subito, senza pensare alle possibili perdite, perché ci sarebbe solo  da guadagnare.  Nulla di buono potrà mai arrivare da chi cerca di privarci della dignità. Non ci può essere libertà senza di essa e diventare ricattabili significa perdere la condizione di persone libere.  La dignità è coerenza tra pensiero e azione.
Un valore e come tale non negoziabile. Chi ne fissa il prezzo, semplicemente non ne possiede.  Ma oggi più che mai tutto è relativo,  così anche  il peso dei valori. Tutto può essere merce di scambio, moneta liquida, disponibile, immediatamente convertibile e spendibile.

E capita di incontrare coacervi di pirati che ci propongono compromessi che non valgono una briciola dei nostri valori. Eppure c’è chi ci mette sopra un’etichetta con codice a barre.  Ultimamente c’è un tre per due in giro. Con tessera punti, regali, ricchi premi e bollini fedeltà.

Mi chiedo cosa lasciamo ai bambini, se resterà qualche piantina come quella protetta da Walli-e con Eve per ricominciare a coltivare valori, per salvare un po’ di quell’humus che permette ad uomini e donne di essere persone libere per davvero.

IL PARADOSSO DEL NOSTRO TEMPO

 

Il paradosso del momento storico in cui viviamo è che abbiamo edifici più alti, ma tolleranza più bassa; autostrade più ampie, ma punti di vista ridotti; spendiamo di più, ma abbiamo meno; compriamo di più, ma ne godiamo di meno.   

Abbiamo case più grandi, ma famiglie più piccole; siamo più agiati, ma abbiamo meno tempo; abbiamo più lauree, ma meno buon senso; sappiamo di più, ma abbiamo meno giudizio; siamo più esperti, ma con più problemi; più medicine, ma meno benessere.  

Beviamo troppo, fumiamo troppo, siamo spendaccioni, ridiamo troppo poco, guidiamo troppo veloce, ci arrabbiamo più in fretta, facciamo le ore piccole, ci alziamo più stanchi, leggiamo troppo di rado, guardiamo troppa televisione e preghiamo raramente.  

Abbiamo moltiplicato i nostri beni ma ridotto i nostri valori. Parliamo troppo, amiamo di rado e odiamo spesso.  

Sappiamo come guadagnarci da vivere, ma non sappiamo vivere; abbiamo aggiunto anni alla nostra vita, ma non vita ai nostri anni. 

Siamo andati e tornati dalla luna, ma ci è difficile attraversare la strada per incontrare i nostri vicini. Abbiamo conquistato lo spazio esterno, ma non quello interiore. Abbiamo fatto cose più grandi, ma non migliori. Abbiamo ripulito l’aria, ma inquinato la nostra anima. Abbiamo scisso l’atomo, ma non i pregiudizi. 

Scriviamo di più ma impariamo meno; pianifichiamo più cose ma ne otteniamo meno. Abbiamo imparato ad affrettarci, ma non ad aspettare; abbiamo salari più alti, ma moralità più bassa; abbiamo più cibo, ma meno armonia; costruiamo più computers per contenere più informazione, per fare più copie che mai, ma comunichiamo di meno. Abbiamo migliorato la quantità ma non la qualità.  

Sono tempi di cibo veloce e di digestione lenta, di uomini alti ma bassi di carattere, di enormi profitti, ma di rapporti superficiali. 

Sono tempi di relativa pace nel mondo, ma di guerre interne; più agi, ma meno gioie; più tipi di cibo ma meno nutrimento.  

Sono giorni di doppi salari, ma più divorzi; di case sfarzose ma distrutte da separazioni. Questi sono i giorni dei viaggi veloci, dei pannolini usa e getta, della moralità da scarto, di avventure di una notte, di corpi sovrappeso e di pillole che ci esaltano, ci tranquillizzano e ci ammazzano. 

È il tempo in cui c’è molto in vetrina, ma poco in magazzino. Il tempo in cui la tecnologia vi ha portato questo articolo, ed è il tempo in cui potete o fare la differenza oppure semplicemente “saltare alla pagina successiva”.  

Il Dr. Bob Moorehead, è ex pastore della Overlake Christian Church di Seattle’s. (Ritiratosi nel 1998 dopo 29 di attività in tale chiesa). Questo saggio è apparso col titolo “The Paradox of Our Age” in “Words Aptly Spoken” la raccolta del Dr. Moorehead del 1995 di preghiere, omelie e monologhi utilizzati nei suoi sermoni e trasmissioni radiofoniche.   Titolo originale: “The Paradox Of Our Time”.

FUORI TEMA … O MEGLIO FUORI POST

Avevo letto tempo fa questo testo e ieri durante un viaggio in treno mi girottolava in testa probabilmente per la nausea di questo tempo in cui è impossibile seguire un qualsiasi telegiornale e leggere qualsiasi giornale senza avere un profondo senso di nausea. E di dispiacere per questo nostro meraviglioso, ricco eppure povero Paese. Credo che il fondo si sia toccato da un pezzo, ora si sta scavando.
E mi chiedo quando sia profondo ancora lo strato. Fino a quali bassezze potranno arrivare persone pagate per fare gli interessi di un Paese, persone che hanno in mano gli italiani, il loro futuro, le loro scuole e gli ospedali, la giustizia, il futuro dei bambini, gli anziani, le pensioni da fame e i disoccupati. Persone che hanno ricevuto la fiducia della gente, i loro voti, e che vivono con i loro soldi.

Io non voterò più. So che è una scelta profondamente sbagliata, per niente etica e anche paradossale, come paradossale è ormai tutto quanto. Ma io non ce la faccio. Non andrò di nuovo alle urne per esercitare …. cosa? Un diritto, un dovere .. entrambi. Cosa? Assistiamo ogni giorno a spettacoli teatrali di infimo livello, dove i commedianti sono puttane travestiti da attori, con chili di cerone sulla faccia, vediamo le loro bocche oscene, spalancate, urlanti, vomitanti. Facce come culi che offendono il mio cuore, la mia dignità,  la mia condizione di essere umano, calpestano i miei diritti tutti e tutti i miei valori.

Abbiamo scuole che vanno in pezzi, bambini che crescono nella solitudine, insegnanti menefreghisti quando non ignoranti come capre, ospedali dove si muore di parto o di appendicite, anziani abbandonati senza cure e mi fermo perché l’elenco è lunghissimo e diventa retorica, ma intasiamo i tribunali con i festini dei politici, spendiamo milioni in intercettazioni, non c’è differenza tra il circo equestre e una riunione del consiglio dei ministri (il minuscolo non è una svista).

L’immondizia a Napoli è la rappresentazione artistica del nostro Paese o forse .. paese.
Ha perso la dignità del P maiuscolo da un bel pezzo o forse non l’ha mai meritata. Già, perché quello che accade ora si sa, ha radici nel passato. Un tempo qualcuno ha seminato e la gramigna non nasce certo da semi di fiordaliso.

UNA STORIA VERA

Un violinista nella metropolitana.

Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio.

Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti.

Durante questo tempo, poiché era l’ora di punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro.

Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c’era un musicista che suonava.

Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non essere in ritardo sulla tabella di marcia. Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella cassettina e senza neanche fermarsi continuò a camminare. Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l’uomo guardò l’orologio e ricominciò a camminare. Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista.

Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi.

Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, né ci fu alcun riconoscimento.

Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi musicisti al mondo! Suonò uno dei pezzi più complessi mai scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari. Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari.

L’esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone.

La domanda era: “In un ambiente comune ad un’ora inappropriata: percepiamo la bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?”

Ecco una domanda su cui riflettere: “Se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo?”

Joshua Bell – foto dal web

SPUNTI DI VISTA

E’ la “speranza” una creatura alata
che si annida nell’anima
e canta melodie senza parole
senza smettere mai
(…)
(Emily Dickinson)

La speranza è il peggiore tra i mali, poiché prolunga i tormenti degli uomini.
(Friedrich Nietzsche)

La speranza è un sogno ad occhi aperti
(Aristotele)

CHE SI FA?

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Oggi si celebra la giornata mondiale dei diritti dei bambini: l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1954 raccomandò a tutti i paesi di istituire una “Universal Children’s Day”.

E puntualmente, come mi accade nei confronti di ogni celebrazione, provo disagio. Disagio perchè parliamo tanto e facciamo poco.

Disagio perchè dei dieci milioni di bambini che muoiono ogni anno, due terzi muoiono per cause prevedibili: diarrea, malaria, parto.

Provo disagio, perchè mi sento presa in giro, sento presi in giro e offesi milioni di bambini che invece di celebrazioni vogliono latte e pane e acqua. Provo disagio perchè leggo che i costi della guerra all’Iraq ammonterebbero a mille miliardi di dollari.
E le guerre, tutte, producono altri morti fame miseria disperazione, malattie. Morte che produce altra morte. Arginare la fame non conviene a nessuno, nessuno potrebbe ripagare con moneta pregiata o con risorse interessanti: dove c’è fame c’è povertà.

Noi piccole voci, con i nostri blog e le nostre preghiere siamo impotenti davanti ai potenti, non possiamo niente. Contro le banche gli industriali i politici che alimentano questa grande macchina, non possiamo niente.

Provo disagio perchè so che è la Macchina della Guerra che detta legge e che ci priva della Libertà quindi della Felicità.
Provo disagio pensando che è grazie a questa macchina che anche io ho il TV color, l’auto, il cappotto di lana caldo, il mare in agosto. E non mi sento libera e nemmeno felice.
Provo disagio perfino davanti alle splendide immagini dei documentari mozzafiato Great Migration perchè vedo una Terra meravigliosa, un posto dove si potrebbe vivere in pace, godere di più e soffrire di meno. Un posto disegnato creato nato per questo. Immagino una grande marcia e un enorme silenzioso grido in tutte le lingua del mondo, una sola parola: BASTA!

La Terra non ci appartiene, siamo noi ad appartenere alla Terra e lei può provvedere a tutto, nutrire tutti i suoi ospiti, animali, uomini, piante.
La Terra nonostante le ferite che le abbiamo inferto, conserva una bellezza che ci dice che c’è ancora una possibilità, per noi.

Abbiamo avuto tante occasioni, ne abbiamo anche adesso, abbiamo conoscenza, esperienza e Storia.  E la felicità? E la Dignità? E l’Orgoglio?

Ripropongo quello che fu un post in Controluce un po’ di tempo fa.

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Robert F. Kennedy, dal discorso pronunciato all’Università del Kansas 18.03.1968 

IL GENIO


Cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione – Amici miei, Mario Monicelli

 
Qualcuno potrebbe credere che uno Stravinsky, un Einstein o un Picasso si sia conquistato, in forza del suo genio, il diritto all’eccentricità, all’idiosincrasia, alla caparbietà. Io sostengo al contrario che è stata la decisione di diventare padroni del proprio destino che ha dato loro il coraggio di tentare vie nuove – Ari Kiev
 

La differenza fra la genialità e la stupidità è che la genialità ha i suoi limiti. – Albert Einstein
 

Ora di pranzo, piove. Niente passeggiata, nemmeno fame. Cazzeggio. Col minimo delle risorse intellettive e fisiche il massimo che si può fare è, stravaccati sulla sedia e con la palpebra a mezz’asta, muovere micrometricamente il polso e poderosamente usare l’indice per il “click”.

Internet è un mare infinito.
O per lo meno ci si può applicare il concetto di infinito che si usa per definire lo spazio al di là del nostro pianeta, dove “infinito” semplicemente è un atto di superbia umana per non voler riconoscere il limite verso qualcosa che non ci è noto.
I latini nelle loro carte geografiche sostituivano un concetto simile con uno molto più comprensibile di “hic sunt leones” ossia, “da qui in poi ci sono i leoni”, quindi non ci si può andare (non è che non ci volessi andare per carità, fosse stato per me c’avrei fatto anche una villettina per le ferie coll’aumento del 20%, ma oh, e c’erano ‘sti leoni…).

L’infinito spaziale è un concetto molto profondo e astratto, ma la sua applicazione è molto più semplice e meschina ossia, banalmente, non sappiamo cosa ci possa essere oltre quello che è il nostro orizzonte attuale, ossia 13,7 miliardi di anni luce di distanza dalla Terra. Ma risolve un sacco di grane, no?
Quindi, ritornando al discorso originario, internet anche se non è infinita può essere considerata tale ai fini dei più. Me incluso, e alla grande.

Premetto: a mio parere il saper fare, o meglio, l’applicazione del proverbio “quello che non serve è quello che non si sa”, in senso esteso, è Valore, inteso alla Erri de Luca (riporto il link alla bellissima poesia a cui mi riferisco per chi non la conoscesse ancora. E’ nota, e per me è importante:

http://www.youtube.com/watch?v=1y-BC1uJxUc&feature=related )
 
Sapere fare è, per lo più, non cedere alla pigrizia mentale dell’abitudine.
Tra l’altro l’abitudine è rassicurante, è un maglione caldo a volte, ma ti accorgi del prezzo che le paghi nel momento in cui riesci a sviluppare e dare una forma a quello che ti appartiene, e che hai dentro, più o meno latente, più o meno espresso o consapevole.
Quando, almeno io, riesco a farlo, è una sensazione inebriante.
Quando “ti riesce”, è bello. Ma bello forte. E’ una cosa che fa stare bene.

Tutto quanto sopra per introdurre una cosa che appunto, peregrinando per internet con la palpebra calata, mi ha fatto (in primis svegliare), divertire un sacco e, permettetemi, fatto pensare che il genio esiste ancora, che l’idea è tutto, e che la fantasia non vede riconosciuto, nel comune pensare quotidiano, il valore inestimabile che invece ha, e questo mi viene da urlarlo.

Il merito della questione è, in realtà, poca cosa: è un video di una canzone di un gruppo di ragazzini rocchettari e sguaiati, che il sito Repubblica commenta così:
 
“Volevamo fare qualcosa di grandioso spendendo pochi soldi”. E così  gli Hollerado, band canadese, per il video del loro pezzo  Americanarama hanno messo in piedi un’impalcatura in cui 24 persone  eseguono speciali coreografie a tempo di musica all’interno di  altrettanti cubi. …. Per molti la clip degli  Hollerado – realizzato con un’unica, ininterrotta ripresa – si candida a video musicale dell’anno.

    

Il risultato dimostra che il budget spesso non è una variabile significativa.  E’ l’idea, la variabile significativa per davvero, è la creatività. Il resto sono, spesso, accessori.

Usare la mente poi, sapere usare quello che si sa, che ormai è parte di noi, qualunque cosa sia, dagli scritti di Platone alla potatura degli gli olivi, a sapere fare la schiacciata con l’uva, dimostra spesso come
 
“Il genio stesso non è che una forte capacità di osservazione, unita a fermezza di carattere. Qualsiasi uomo tenga aperti gli occhi e sappia restar fedele alle decisioni prese, senza neanche rendersene conto diventa un genio” (Edward Bulwer-Lytton)”
 
Questo tizio non lo conosco, ma c’ha ragione da vendere…
 Riccardo

  
PS:
A proposito: ho deciso che mi farò promotore della cultura della “Schiacciata con l’Uva” nel mondo.
Comincio da qui; mi ringrazierete:

http://www.cookaround.com/yabbse1/showthread.php?t=9584&page=1

Buon appetito
R
 


Dato che gli ingegneri hanno un senso estetico pari e inferiore ad un organismo unicellulare, la veste grafica è stata doverosamente rivista “by me”.  
Celeste

COVER BAND

Bene bene.
Avete presente “chi la fa, l’aspetti?” Ecco. Stavolta però sono rimasto col cerino in mano io.
Mi lamentavo con la nostra Ospite, Celeste, per la sua latitanza in questo angolo di… mondo? Mente? Ognuno chiami Controluce come vuole. E lei ha fatto “matto in tre” come si dice in gergo scacchistico. Insomma, mi ha estorto la scrittura del post che segue. Mettiamola così: come in ogni concerto del grande cantante, c’è la “cover band”, da sorbirsi prima della esibizione principe no?
Per cui oggi, attendendo il “grande Ritorno” (e ora voglio vedere come te la cavi, Celestina mia), pòsto qui:

Oro Nero

Provate a cercare, sull’Oracolo del mondo moderno, che non è più nell’ “ombelico del mondo” come veniva definito il santuario di Delfi, bensì in ogni casa, luogo di lavoro e piano piano in ogni nostra tasca, insomma, su Google (eh, anche questo sarebbe un bell’argomento, ma una cosa per volta), le parole “Deepwater Horizon”. Vedrete come, appena scritto “Deep”, il vostro obiettivo venga suggerito al terzo posto. Non deve essere stato proprio uno scherzo, allora.

Da Wikipedia (un alto oracolino, che permettetemi mi sta parecchio più simpatico del primo):

“La Deepwater Horizon era un piattaforma semisommergibile di perforazione di proprietà della Transocean, una società di servizi per il mondo petrolifero, sotto contratto con la compagnia inglese British Petroleum.

Il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon è stato uno sversamento massivo di petrolio nelle acque del Golfo del Messico in seguito a un incidente riguardante il Pozzo Macondo, posto a oltre 1.500 m di profondità. Lo sversamento è iniziato il 20 aprile 2010 ed è terminato 106 giorni più tardi, il 4 agosto 2010, con milioni di barili di petrolio che ancora galleggiano sulle acque di fronte a Luisiana, Mississippi, Alabama e Florida, oltre alla frazione più pesante del petrolio che ha formato ammassi chilometrici sul fondale marino.

Gli agenti dispersanti, cioè le sostanze chimiche utilizzate per disperdere gli idrocarburi in parti più piccole e per farli precipitare sul fondale del mare hanno consentito di nascondere la marea nera della superficie; tuttavia tali sostanze non hanno ridotto la quantità di greggio ma l’hanno solo nascosta alla vista, ad oltre 1600 metri di profondità, dove continua ad esercitare i suoi effetti nefasti sulla catena alimentare a tutti i livelli, uomo compreso.

Le prime specie  animali vittime del disastro sono state quelle di dimensioni più piccole e alla base della catena alimentare, come ad esempio il plancton. Sono seguite le specie di dimensioni via via maggiori che sono state contaminate direttamente (dagli idrocarburi e dalle sostanze chimiche dispersanti) oppure indirettamente (per essersi alimentate di animali contaminati). Fra le specie coinvolte: numerose specie di pesci, tartarughe marine, squali, delfini e capodogli, tonni, granchi e gamberi, ostriche, varie specie di uccelli delle rive, molte specie di uccelli migratori, pellicani.

Il disastro avrà nel breve e medio periodo effetti sulla popolazione locale in termini di esacerbazione di malattie respiratorie e patologie della pelle (follicoliti cutanee) e, nel lungo periodo, gravi effetti in termini di aumento statistico dell’incidenza di tumori.

La valutazione dei danni, ammettendo che sia possibile, è ancora in corso.

È il disastro ambientale più grave della storia americana, avendo superato di oltre dieci volte per entità quello della petroliera Exxon Valdez nel 1989.”

Ricordo molto bene anche la Exxon Valdez…
Sempre da Wikipedia:

Exxon Valdez era il nome di una superpetroliera di proprietà della Exxon Mobil. Il 24 marzo 1989 la nave si incagliò in una scogliera dello stretto di Prince William un’insenatura del golfo di Alaska disperdendo in mare 40,9 milioni di litri di petrolio.

Migliaia di animali perirono a causa della fuoriuscita, la stima fu di 250.000 uccelli marini, 2.800 lontre, 300 foche, 250 aquile di mare testabianca circa 22 orche e miliardi di uova di salmone e aringa.

I danni ambientali che ne conseguirono costrinsero il governo degli Stati Uniti a rivedere i requisiti di sicurezza delle petroliere e ad assegnare i costi delle operazioni di pulizia della costa alle compagnie petrolifere.

Nel 1991 la Exxon Mobil fu condannata in sede civile e penale per oltre un miliardo di dollari, il maggior risarcimento mai registrato per un disastro industriale. Le operazioni di ripulitura delle coste costarono alla Exxon circa 2 miliardi di dollari, coperti in gran parte delle assicurazioni.

L’incidente alla petroliera ha rappresentato uno tra i maggiori disastri per l’ecosistema, sebbene sia stato – per gravità – assai inferiore al disastro provocato dall’incendio della piattaforma Ixtoc-1 nel Golfo del Messico nel marzo 1979.

E così via.
Risparmio ai lettori cosa successe nel Golfo del Messico nel marzo 1979, tanto se lo possono immaginare e i dettagli non aggiungono niente al concetto.
A mio parere non importa essere ambientalisti fanatici e sfegatati, nemmeno io assalto le baleniere giapponesi a bordo dei gommoni di Greenpeace, ma l’assalto al territorio è veramente negli occhi di tutti. Ammesso che gliene freghi qualcosa a questi “tutti”, certamente, ma ormai il Moplen degli anni sessanta, col bel faccione pieno di Gino Bramieri che celebra il dopoguerra in piena rinascita economica, sappiamo bene, diciamo a differenza del buon Gino, sia da dove viene, e anche dove va a finire. Oggi, citando Rudyard Kipling, “Abbiamo quaranta milioni di ragioni per fallire, ma non una sola scusa”.

Ma non facciamo niente.
Obama ha provato a rallentare il ritmo delle concessioni per nuove perforazioni, LA GENTE, salvo la prima ora, e quelli direttamente interessati, lo ha poi contestato dicendo che non è possibile comportarsi in questo modo, c’è la crisi, eccheccazzo!
Spettacolare. Non sappiamo, non abbiamo voglia, di pensare a qualcosa di differente.
In effetti, anche questo è una specie di “ingessatura” dei nostri giorni. Un esempio: avete visto le automobili di adesso? Sono tutte uguali, per sapere che macchina è bisogna leggere la targhetta dietro… I tempi in cui Andree Citroen chiese ai suoi ingegneri di progettare una macchina che costasse meno della metà di quella che aveva attualmente in produzione (e che tra le altre cose vendeva benissimo) per dare “quattro ruote con sopra un ombrello” ai contadini francesi, che poi fu la “2 cavalli” che ha campato cinquant’anni, sono tempi lontanissimi. Lì c’era fantasia, voglia di trovare qualcosa di differente e, credendoci, di rischiare pure. Chiaro, per guadagnare, mica per fare beneficenza, ma c’era lo stile. Oggi i “numeri del quarter” sono la religione.
“Cash”, ossia “Soldi”. E basta. No investimenti, no innovazione, no qualità della vita, no considerazione dell’ambiente e, paradossalmente, nemmeno business: Cash. That’s all. E quel cash poi va fatto sempre nella stessa maniera, perché a cambiare si rischia: il mercato dell’auto è in crisi: per forza, hanno riempito di macchine anche il sottoscala, che dobbiamo fare, inzupparle nel caffellatte la mattina?? Una bella panda con su burro e marmellata per il tuo bambino! Mah. Saturare ogni cosa, ma non azzardare cambiamenti, questo è il credo.
E se per farli, i soldi, (ma poi, alla fine, ma “cui prodest”??) si deve assassinare il pianeta ad esempio bucando sempre di più con macchine che costano sempre meno, se si deve fare petroliere con scafo singolo perchè doppio è sì più sicuro ma cazzo, costa troppo troppo eh, e se poi la strada più corta passa dalle bocche di Bonifacio (viene considerato da sempre ad altissimo pericolo di incidente, ma circunnavigare la Sardegna costa…) o, da pochi mesi, dal mitico “passaggio a Nord-Ovest” che ormai permette, con lo scioglimento dei ghiacci polari, di andare dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico attraverso l’arcipelago artico del Canada, vabè, si starà a vedere. Ve la immaginate una petroliera che disperde il carico al polo Nord? Altro che Exxon Valdez! Vabè.

Ok.
Dopo questo interminabile prologo Vi propongo la mia opinione al riguardo.
Ricordo che mi venne fuori che ero al liceo (ricordo che solo il prof di filosofia sorrise, e si interessò, qello di scienze mi guardò piuttosto male), ed è:
“Io sono favorevole alla proliferazione degli armamenti nucleari”.
Allora, poi, c’erano le “due superpotenze”, quindi avvoglia a “teste di … ops, testate nucleari! Beh certo, anche oggi forse si sta bene assai, anzi forse meglio, visto che l’atomica ormai ce l’ha anche il gatto, Iran compreso.
Diranno i lettori: ma che c’entra col destino del pianeta? Beh: mettete che ci scappi una bella guerretta nucleare. La specie umana, la metà subito, l’altra metà dopo atroci stenti, lascerebbe il pianeta Terra per non farvi più ritorno per lo meno a breve, e certo non come la conosciamo.
La Terra, da parte sua, dopo un casino genetico che, se usiamo il plutonio, durerà diciamo una decina di migliaia d’anni, ritornerà più bella di prima, e senza i suoi fastidiosissimi inquilini parassiti.
Il Sole ingoierà la Terra al momento in cui, morendo, si trasformerà in una Gigante Rossa, e si stima che raggiungerà questo stadio tra circa 5 miliardi di anni. E c’è chi dice che nemmeno allora la Terra sparirà, pensa te. Quindi, di tempo felice al pianeta Azzurro (o Celeste?) gliene rimarrebbe parecchio.
Questa è una soluzione che mi piace, in effetti. E piaceva anche al Prof di filosofia, anche se non me lo disse, sono sicuro (?).

D’altra parte ultimamente ho visto un film di qualche anno fa, ed è “Ultimatum alla Terra”, tratto dal racconto del 1940 “Addio al padrone” di Harry Bates (Pubblicato in Italia nel 1973 da De Carlo Editore con il titolo “Klaatu, prologo a un’invasione”. Ne sono alla ricerca, chi ne avesse notizie batta un colpo). Le gentili signore forse si ricorderanno l’interpretazione del tenebroso Keanu Reevs (ah, tra l’altro: signore, mi dispiace, ma fonti informate me lo indicano come “sull’altra sponda”, quindi “non c’è trippa per gatti”. Ma poi scusate eh, vedo fanciulle stracciarsi le vesti per la disperazione che tale bellezza d’uomo sia “diversamente orientata”… ma che invece se fosse stata orientata in modo canonico sarebbe toccata a loro? Mah!), comunque, per tornare in tema, nel film Keanu Reeves è Klaatu, alieno dalle sembianze umane mandato a parlamentare con i “signori della terra” per spiegare loro che stanno esagerando con le loro guerre, il loro inquinamento, il loro sfruttamento sconsiderato del Pianeta. Ovviamente come mette il naso fuori dall’astronave gli sparano addosso… E allora giustamente s’incazza. Helen è una tipa che ha avuto la casualità di incontrare il bell’alieno.
Riporto di seguito qualche battuta (per me stupenda) di quel film.

Helen: Che cosa ci fa sul nostro pianeta?
Klatu: Questo è il vostro pianeta?
Helen: Si…
Klatu: Il pianeta non è vostro.

Helen: che cosa vuoi da noi?
Klaatu: sono venuto a salvare la Terra.
Helen: sei venuto a salvarci?
Klaatu: sono venuto a salvare la Terra.
Helen: Sei venuto a salvare la Terra?
Klaatu: Sono venuto a salvare la terra… da voi. Se la terra muore, tu muori. Se tu muori, la terra sopravvive.

Allora ho capito che in quella classe del liceo non avevo scoperto granchè: qualcuno aveva già pensato alla stessa soluzione nel 1940.

Riccardo

YEMEN e il silenzio dell’occidente

nostalgia.

Guerra santa: tabù per l’occidente, dato di fatto per l’Islam

Avete mai provato a circolare per una qualsiasi città dell’Arabia Saudita con una croce al collo in bella vista? Non fatelo, sareste accusati di “apostasia” e condannati a morte. Ma se siete persone intelligenti non fatelo nemmeno in molti altri Paesi musulmani, compresi in quelli che il buonismo europeo chiama “moderati” come l’Egitto, la Turchia, il Marocco o la Tunisia. Il rischio di ritrovarsi con la gola tagliata è molto alto. Fa impressione constatare come l’occidente ha reagito al massacro degli otto operatori umanitari uccisi in Afghanistan perché accusati di essere cristiani, anzi, fa impressione constatare come l’occidente non ha reagito a questo efferato massacro, perché di reazioni se ne sono viste ben poche, come se fosse una cosa normale essere uccisi in Paese islamico perché si è cristiani o semplicemente non musulmani.
E’ un po’ come se si accettasse l’idea che quegli operatori umanitari in fondo se la siano cercata, che poi è la stessa che ci fa accettare i massacri di cristiani in Iraq, la stessa che ci ha fatto digerire il villaggio dato alle fiamme un anno fa in Pakistan (con gli abitanti dentro alle capanne) perché cristiano, la stessa che ci fa considerare normale che in Afghanistan – che stiamo cercando di liberare dall’estremismo islamico – una persona venga condannata a morte solo perché si è convertito al cristianesimo, oppure la stessa idea che ci fa considerare normale che nello Yemen da anni sia in corso una vera e propria caccia al cristiano, così come in Algeria o in Egitto per i cristiani copti. In fondo chi sono i cristiani per manifestare liberamente la loro fede in paesi musulmani? E’ chiaro che se lo fanno poi devono accettare le conseguenze di questa loro decisione. Questa è la mentalità corrente in occidente. Davvero spaventoso.
Eppure in occidente, soprattutto in Europa, usare la frase “guerra santa” oppure “guerra di religioni” è severamente vietato dal bon ton. Il problema è che noi questa guerra santa non la vediamo. Siamo cresciuti nella mentalità cristiana del perdono e del porgere l’altra guancia, una mentalità lontana anni luce da quella musulmana. Ci facciamo abbindolare dal concetto di “Islam moderato” sperando che sia un concetto vincente su quello di “Islam estremista”, una speranza a dire il vero assai recondita se si considera il fatto che il confine tra Islam moderato e Islam estremista – se tale confine esiste – è molto, ma molto labile. Gli islamici, a differenza di noi cristiani, crescono con la mentalità della guerra santa. L’islam non è una religione basata sul perdono, sulla tolleranza o sul porgere l’altra guancia, l’Islam non è una religione che si confronta con le altre pacificamente o che tollera altri credi, l’Islam tende ad assimilare gli infedeli e chi non si fa assimilare diventa automaticamente un nemico da abbattere. L’obbiettivo ultimo dell’Islam, lo dice il Corano, è quello di espandersi in tutto il mondo.
Chi non è musulmano lo può diventare, ma non c’è posto per altre religioni nella mentalità islamica. Ecco perché sostengo che l’Islam è in guerra con le altre religioni da molto tempo, praticamente da quando questa religione è nata. Non si potrebbe spiegare altrimenti il comportamento del mondo musulmano verso i cristiani, gli ebrei, i buddisti ecc. ecc
La rappresentazione ideale dell’Islam l’abbiamo vista quando mani criminali hanno posto la dinamite ai piedi delle millenarie statue del Buddha di Bamiyan fatte saltare in aria in Afghanistan. Quelle statue rappresentavano un’altra religione e quindi andavano distrutte.
La stessa cosa avviene oggi per le bibbie in mano agli operatori umanitari trucidati l’altro giorno, per la croce portata al collo dai cristiani di tutto il mondo o per i ciondoli a forma di Stella di David che gli ebrei portano orgogliosamente al collo. Sono simboli che vanno distrutti insieme a coloro che li portano.
Personalmente credo che sarebbe il caso di riflettere seriamente sugli eventi che stanno capitando ai cristiani, agli ebrei e alle persone di altre confessioni, per mano degli islamici. Credo che non sia il caso di continuare a sottovalutare questo fatto. Credo che sarebbe il caso di riflettere sul perché alcuni Paesi europei (vedi la Gran Bretagna) accettano passivamente sul loro territorio i “tribunali islamici” e chi non lo fa ufficialmente li tollera. L’Islam sta prendendo sempre più piede in Europa portando con se tutto il suo retaggio di intolleranza, di violenza, di misoginia e quella logica prepotenza insita in coloro che nascono e crescono con la mentalità di dover conquistare il mondo.
Io non me la sento di porgere l’altra guancia, non me la sento di tollerare tutto questo, non me la sento di cancellare dal mio vocabolario le frasi “guerra santa” e “guerra di religione” per una mera questione etica o per pseudo-buonismo, non me la sento per il semplice fatto che per i musulmani quelle frasi esistono e vengono pronunciate e applicate ogni giorno.

Franco Londei

http://www.secondoprotocollo.org/?p=1435”>http://www.secondoprotocollo.org/?p=1435.
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traduco …

Il cavaliere senza morte

Di terre ne ho attraversate,  di acqua ne ho vista scorrere,
di vento ne ho così portato nelle mie tasche sono abbassato come un ramo di salice,
mi sono macchiato come un tronco di platano
ma sono stato anche bello dritto come un cipresso
quando mi hanno detto che il mondo girava
ho cominciato a rincorrerlo e adesso che ho girato più di lui
lo so che non ho vinto

Ho provato il Martello di Thor, i graffi della Babayaga,
e Vainamoinen mi ha insegnato a cantare
e quanti uomini armati di spada ho trasformato in fontane di sangue
e poi la Morrigan passava a pulire tutto

quando mi hanno detto che il mondo cantava storie di Achille e Cuchulain
io ne ho uccisi più di loro
ma di canzoni non me ne hanno mai scritte

E allora via anima in pena a cercare il fondo della damigiana
senza accorgersi che ho bevuto dal Sacro Graal
volevo bere per dimenticare e ho guadagnato l’immortalità
proprio la sera in cui volevo provare a morire

una Valchiria di seconda mano e un druido senza giudizio
mi hanno fatto saltare nel tempo come in un precipizio

e son partito per la nuova gloria e ho visto marcire la storia
come un Dio in armatura ma a piedi nudi

Forse per noia o per vanità,
sono andato sul fondo del lago per ritrovare la spada di Re Artù
ma Excalibur non serve a un cazzo,
e Viviana me l’ha detto se a maneggiarla c’è un rimbambito

quando mi hanno detto che il mondo pregava, ho pregato più di lui,
e adesso che ho appeso la spada al muro
effettivamente mi sembra una croce.

E sono partito per la Terra Santa
la lama in cielo e l’inferno in terra
perchè mi hanno detto che era Santa anche la guerra

colpi di spada a forma di croce colpi di spada a mezzaluna
che in paradiso a tutti spetta una poltrona

e mi hanno detto che se ne ammazzavo tanti,
cancellavo tutti i miei peccati
che è diverso uccidere quelli giusti o quelli sbagliati

Ma io non potevo più morire…. e quindi niente aldilà

ho chiuso gli occhi e ho provato ad aspettare
ho aspettato che finiva e mi sono addormentato

ho aperto gli occhi e passavano i carrarmati

e ho aspettato  ho aspettato
ho aspettato

Davide Van De Sfroos

Ognuno di noi quando è vittima o carnefice o spettatore della continuità della guerra è come il cavaliere della canzone che passa attraverso le epoche ed è costretto a vedere mutare i tempi ma mai l’idea di guerra stessa. Sembra chiederci ” quanto vogliamo che continui ancora?

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NESSUN TITOLO

CHARLIE CHAPLIN
“Il grande dittatore”

DISCORSO ALL’UMANITA’

Mi dispiace, ma io non voglio fare l’Imperatore: non è il mio mestiere; non voglio governare né conquistare nessuno.
Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi.
Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro.

In questo mondo c’è posto per tutti.
La natura è ricca, è sufficiente per tutti noi; la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato.
L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca fra le cose più abbiette.
Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi.
La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici; l’avidità ci ha resi duri e cattivi; pensiamo troppo e sentiamo poco.
Più che macchinari, ci serve umanità; più che abilità, ci serve bontà e gentilezza.
Senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto.
L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti; la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà nell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità.
Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente.
A coloro che mi odono, io dico: non disperate! L’avidità che ci comanda è solamente un male passeggero, l’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano.
L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori e il potere che hanno tolto al popolo ritornerà al popolo e, qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.
Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie.
Non vi consegnate a questa gente senza un’anima, uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore.
Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini!

Voi avete l’amore dell’umanità nel cuore, voi non odiate, coloro che odiano sono quelli che non hanno l’amore altrui.
Soldati! Non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate nel Vangelo di S. Luca è scritto: “Il Regno di Dio è nel cuore dell’uomo”. Non di un solo uomo o di un gruppo di uomini, ma di tutti gli uomini.
Voi! Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, la forza di creare la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di fare che la vita sia bella e libera; di fare di questa vita una splendida avventura.
Quindi, in nome della democrazia, usiamo questa forza. Uniamoci tutti!
Combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore!
Che dia a tutti gli uomini lavoro; ai giovani un futuro; ai vecchi la sicurezza.
Promettendovi queste cose dei bruti sono andati al potere, mentivano!
Non hanno mantenuto quelle promesse, e mai lo faranno! I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavi il popolo.
Allora combattiamo per mantenere quelle promesse!
Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere; eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole.
Un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere.
Soldati, nel nome della democrazia, siate tutti uniti!

Hannah, puoi sentirmi?
Dovunque tu sia, abbi fiducia. Guarda in alto, Hannah!
Le nuvole si diradano: comincia a splendere il Sole.
Prima o poi usciremo dall’oscurità, verso la luce e vivremo in un mondo nuovo.
Un mondo più buono in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio, della loro brutalità.
Guarda in alto, Hannah!
L’animo umano troverà le sue ali, e finalmente comincerà a volare, a volare sull’arcobaleno verso la luce della speranza, verso il futuro.
Il glorioso futuro che appartiene a te, a me, a tutti noi.
Guarda in alto Hannah, lassù.

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IL PUNTO SUL PUNTO G

E mentre su Facebook

si tenta l’ipnosi di massa …………. la scienza nega l’esistenza del punto G.

copio e incollo

Un ipnotizzatore britannico tenterà stasera di indurre in uno stato di trance un numero record di persone utilizzando i network sociali Facebook e Twitter. Oltre 6.000 persone in tutto il mondo, tra cui moltissimi italiani, si sono iscritti per prendere parte all’esperimento di Chris Hughes, il 34enne di Banbury, nell’Oxfordshire, che da cinque anni a questa parte si dedica all’ipnosi.

“Nessuno ha mai tentato una cosa del genere su una scala così grande”, ha detto Hughes, aggiungendo: “Da quando abbiamo lanciato il progetto, si sono iscritte persone da 85 Paesi, dal Perù a Israele, e gli italiani, i britannici e gli americani sono emersi come i più interessati”.

L’esperimento, chiamato SocialTrance, organizzato in concomitanza con il World Hypnotism Day, avrà inizio alle 20.30 (21.30 in Italia) e per parteciparvi è necessario essere dotati di un computer con una connessione a internet affidabile, dotato di altoparlante o auricolari e di trovarsi in un luogo confortevole e tranquillo, dove non si viene disturbati.

 http://www.rainews24.rai.it/it/news.php?newsid=136411

 copio e incollo (ovviamente in rosa)

 (ANSA) – ROMA, 4 GEN – Il ‘punto-G’ sarebbe ‘solo un mito, un luogo della ragione’. A dare la notizia e’ la Bbc che cita uno studio del ‘Journal of Sexual Medicine’.

Il King’s College di Londra ha fatto uno studio su 1800 donne non riuscendo a trovare provadell’esistenza del mitico punto, che sarebbe ‘un’immaginazione delle donne, incoraggiata dalle riviste e dai terapisti sessuali’. Critica la sessuologa Beverley Whipple, secondo cui lo studio fatto avrebbe ignorato le esperienze di lesbiche e donne bisessuali’. 

http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/scienza/2010/01/04/visualizza_new.html_1651601844.html

RIDATEMI IL G! 

 

DIRITTO E DOLORE


solitude

Sembra incredibile, ma poter alleviare o togliere la sofferenza ad un malato, specie terminale, è una conquista culturale.

Qualcosa che si ottiene a fatica  e solo se si possiedono mezzi quali determinazione, ostinazione e accesso alle informazioni, insomma se si è decisi a non mollare e a far sentire la propria voce senza lasciarsi intimorire.

Chi soffre spesso è invitato a “non esagerare”, a “sopportare”,  ad aver “pazienza”. Sembra incredibile, ma è così.

C’è una resistenza, da parte di alcuni medici (tanti, tantissimi) a invitare, incoraggiare, informare i malati a rivolgersi ai medici palliativisti.
Pregiudizi? Ignoranza? Mancanza di umiltà?  Oppure business?

Un cerotto a rilascio graduale a base di Fentanil costa dai 50 ai 100-130 euro. Chi è vittima di un dolore oncologico, neuropatico, è come se ricevesse dell’acqua fresca. Una fiala di morfina costa pochi euro.

Perchè un oncologo non ti dice: “io non posso guarirti dal cancro, ci ho provato e ora non posso fare più niente per te, però ci sono delle persone che possono aiutarti nel dolore: sono medici palliativisti, bussa alla loro porta“.   Perchè non lo dicono o lo dicono in pochi? Cosa c’è “dietro”? Politiche commerciali o cos’altro?

Alcuni oncologi sostengono perfino che il dolore “serve” per capire se una cura funziona o meno.  E già, perchè nel terzo millennio abbiamo bisogno del dolore per sapere se una cura funziona!!

Il dolore ha effetti devastanti: è umiliante, toglie dignità e speranza. Toglie vita alla vita residua che in questi casi è normalmente poca.

E’ atroce trovarsi, magari soli, in un letto di ospedale, in balia del dolore e della paura, dover chiamare un paramedico il quale arriva dopo un tempo che pare un’eternità per dire “chiamo il medico” che a sua volta arriva dopo un tempo che pare una seconda eternità per dire “se proprio non riesce a resistere, tra un po’ le faccio portare qualcosa”.  E quel qualcosa arriva dopo un tempo interminabile e dopo altre chiamate.

E’ una tortura, qualcosa di inaudito, di inaccettabile, specie in un paese che si reputa civile, moderno, che si riempie la bocca ogni giorno e in svariate occasioni, con parole quali tolleranza, rispetto, qualità della vita.  Diritti. Uguaglianza.

Il caso Englaro ha sollevato un polverone: molte persone muoiono disperate, maledicendo la vita e non fanno notizia. Non fanno rumore. Nessuno li sente a meno di incappare in alcune divisioni ospedaliere.

Oggi sono stata a trovare un caro amico, che è anche un medico.
Quando ho bisogno di fidarmi, io vado da lui. Mi conosce, mi comprende ma soprattutto lui è un uomo che fa il medico ed è un medico che fa il medico: una rarità, di questi tempi.

Abbiamo speso qualche minuto in queste considerazioni e ho scoperto, con una certa amarezza, che non cambia mai niente in questo paese.

Ancora una volta mi è venuta voglia di piazzarmi nel corridoio di qualche reparto ospedaliero e dire ai famigliari dei malati oncologici cui tocca assistere allo strazio del dolore “non credete se vi dicono che è in atto la terapia del dolore se i vostri cari sono disperati: rompete i silenzi, le paure, le remore, liberatevi dalla deferenza, dalla soggezione e urlate a squarciagola il diritto di non soffrire”.

Chi riceve DAVVERO la terapia del dolore non grida, non soffre di dolore fisico, non è sfinito da quel tipo di dolore.
Può perfino sorridere, leggere, accarezzare i propri cari, il cane, guardare un film. Può sognare, sperare, giocare.
Mantenere una dignità e continuare a sentirsi una “Persona“.

Non guarisce dal cancro, la terapia del dolore, certo.  Ma dalla disperazione sì.


FUFFI ALLA SPA

PACO17
(foto: Paco, per Celeste)

Fermo restando aperto lo spazio sul post precedente (come sugli altri precedenti, ovviamente) posto una cosa che ho letto oggi.
Sia chiaro: non mi stupisce affatto.
E’ solo uno dei tanti esempi di mancanza di rispetto e violenza verso gli animali, commesso da chi dice di amarli. E’ tratto da “La Repubblica”: sotto c’è il link.
Mentre nei TG, sui giornali, nei blog (immagino, in quanto io ne seguo solo 3/4 Mulino compreso), in Facebook e in ogni dove infuria la bufera sul Crocefisso nelle scuole (e la dice lunga su come siamo combinati in Europa), c’è chi porta Fido dall’estetista. Leggete questa “notizia” e poi ditemi se non viene voglia anche a  voi di costruire un’astronave, come ha fatto Pieffe.


Milano, il beauty center per clienti a quattro zampe

Massaggi con petali di rosa e olio di jojoba, impacchi di argilla, trattamenti con vapori ionizzati per migliorare le condizioni dell’epidermide e acconciature all’ultima moda tratte da un ricco book fotografico di modelle.
Il tutto riservato a una clientela rigorosamente a quattro zampe: da For Pets Only, in zona San Babila a Milano, cani e gatti possono farsi coccolare in una spa dedicata a loro.
Magari dopo aver fatto un giro nella boutique al piano sottostante del negozio, dove si trovano accessori di ogni tipo: dai portacrocchette colorati ai pigiami con gli strass.
Il listino prezzi del salone di bellezza va dai 20 euro per il trattamento base a un cane di piccola taglia (pulizia di orecchie e occhi e taglio delle unghie) agli 80 per un complicato taglio a forbice per i cani a pelo ruvido.
Se poi ci si vuole concedere una maschera d’argilla o un massaggio agli oli essenziali, la maggiorazione è di circa 10 euro.
(lucia landoni.  http://milano.repubblica.it/multimedia/home/18157546)


Riccardo, subito all’autocad.  Astronave, modello basic va benissimo.
Bussola e meridiana escluse (le ho). Thank’s.

IL POPOLO DEL TRENO

Sul treno del mattino una mescolanza di vite, di odori, di storie.

Uomini, donne, pelle bianca, bruna.

 

Alcuni hanno l’Africa intrappolata tra la trama e l’ordito delle vesti colorate.

Vesti di colore giallo, arancio, fucsia, a replicare tramonti africani, momenti in cui il sole diventa marmellata e cola sopra l’orizzonte lasciando alle spalle agonie di rosa, rosso, giallo, ocra.

Africa cucita negli orli di vesti troppo leggere per questa città troppo a Nord.

Hanno quell’Africa addosso e un’altra dentro, quella loro, più personale, ce l’hanno negli occhi, e  liquida scorre nelle loro vene insieme con il ritmo di canti antichi.

Fin da bambina mi affascinavano il bianco degli occhi e quello dei denti; quando vedevo una persona di colore (allora accadeva raramente) chiedevo ai miei genitori se anche i miei occhi e i miei denti fossero tanto bianchi.

 

Alcuni sono indiani; hanno l’odore delle spezie tra i capelli, negli indumenti e nel fiato.

 

Donne dai lunghissimi capelli neri, lisci, raccolti in trecce o lasciati cadere di lato, da una sola spalla. Piccoli tatuaggi sulla fronte, a denunciare appartenenze o stati sociali.

Bracciali d’oro rosso e orecchini pendenti. Grandi occhi neri come laghi di notte.

 

 

Uomini e donne bianchi, fasciati in abiti firmati, cravatte di seta, calze sottili.

Sfoggiano tacchi alti, occhiali colorati, griffati, bigiotteria vistosa, tintinnante.

Odorano di fresco, di doccia appena fatta, di dopobarba, di abiti appena stirati.

Quasi tutti hanno un quotidiano in mano, sguardi scorrono titoli, quotazioni di borsa, oroscopi.

Sfilano dalle eleganti valigette computer portatili sempre più piccoli, sempre più sottili, sempre più colorati.

Si diffonde il suono di apertura di Windows; brillano sotto le luci al neon le piccole mele mutilate da un morso, incastonate sui monitor.

Si confrontano, i tecnologici compagni di viaggio, parlando una lingua per molti incomprensibile:

nuovo il tuo note book? … ora immetto la pwd….. sai, ho ampliato la ram…Vedi, uso questa pen drive, basta una usb libera …. Cavoli.. non ho svuotato la cache… Ci sono errori: sarà colpa del bios? Aspetta che faccio il download…  Ora scarico l’e-mail…. Poi ti linko il sito….. Per favore mi mandi l’attachment?

Ops… è cascata l’adsl… Una mattina signore anziano  guarda a terra mormorando in tono tra il dispiaciuto e il rassicurante “signorina… sul pavimento sotto i miei piedi non c’è niente”.

Gli sorrido: –  lasci stare, signore: è un nuovo glossario, una nuova lingua… E’ computerese. –

 

Madri al telefono ad interrogare nonne e baby sitter; com’è andata la colazione … quanti i capricci prima dell’asilo. A impartire istruzioni circa la pappa, la nanna e il bagnetto.

 

Ansie di genitori divisi tra lavoro e casa. Figli e viaggi pendolari.

 

Marocchini, tunisini, egiziani, giovani uomini vestiti tutti uguali, molti i denti cariati, il pacchetto di sigarette che sbuca dal taschino della camicia, il Nokia dalla tasca dei jeans. Scarpe da muratore, infarinate di calce. Altri invece vanno in città a tirare sera, oppure a fare code in questura.

 

 

Piccoli mondi chiusi in tante bolle, racchiuse in una sola carrozza, dai vetri appannati; fuori piove. Il riscaldamento porta voglia di sonno, appesantisce le palpebre di qualcuno la cui testa ciondola sopra un libro aperto. Qualcuno scuote la testa frugando disperatamente nella borsa in cerca di un telefono che suona senza sosta; qualcuno la scuote perché sta leggendo e quel telefono …. accidenti non smette mai e nessuno risponde. Qualcuno studia pagine di testi sottolineati, evidenziati, muove le labbra socchiude gli occhi; nella memoria si imprimeranno formule, odori, suoni.

 

Questa fetta di mondo arriva in città, sullo stesso ferro, sullo stesso binario… Si scende .

Come polline al vento il popolo del treno si disperde.

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PENSIERI IN AGRODOLCE

Ferma, in autostrada, ascolto Renato Zero. C’è un incidente, più avanti.

Sono da poco passati i vigili del fuoco, costretti tra le due corsie.

Sfiorano la mia auto… e me, seduta al posto di guida.

Perché…..Perché la corsia di emergenza è occupata.

Occupata  dai “furbi”.

Quelli che “loro la coda loro non la fanno”….  

Mi domando se qualcuno dei “furbi” si rende conto di quanto una manciata di secondi può essere determinante per una vita umana… che pochi istanti  possono fare la differenza tra la vita e la morte… 

E sale l’amarezza, l’amarezza di sentire sulla pelle, quotidianamente, l’arroganza del popolo dei furbi.

Di quelli che “noi non siamo come gli altri”.

Quelli che “figuriamoci se io”

Quelli che “lei non sai chi sono io” .

Si che lo sappiamo. Lo sappiamo bene chi siete voi…

Siete il "popolo dei furbi" .

Namastè !!!!

 


Si riparte; ascolto queste parole e sorrido; potrei rubarle, affidarle al vento perché ti raggiungano, trasportate dalle onde fino alle antenne del tuo terrazzo, fino alla tua radio, fino a te…

E mi domando quanti rimpianti avrai…  Quanta anima avrai lasciato andare via… Quanti sogni avrai lavato con il pianto. Quante volte ti sarai ferito per difenderti dal dolore di un dolore probabile. E quanti morsi per ogni bacio non dato? Quante testate per ogni carezza trattenuta? Quante lacrime per quel treno passato? E… "quando dolore per nulla"? E… quanti sogni il tuo silenzio avrà ucciso.

Il brano è questo… Lo senti? Sta arrivando… esattamente come io ….. sono andata via.

.

Prendimi prova a prendermi
a bruciare le mie partenze adesso
Muoviti tra le rapide del mio vivere
con la mia esperienza
Provaci a raggiungermi
con il peso dei tuoi rimpianti addosso
Facile troppo facile giudicare e poi
non buttarsi in gioco mai…
Provaci a riemergere
da quei sogni che il tuo silenzio ha ucciso
Che ne sai dell'origine delle lacrime
se non hai mai pianto.
Provaci a scommettere
che al traguardo tu non sarai secondo
Agile è quest'anima
non puoi vincerla non la puoi ingannare più
Prova a prendermi…
Catturami…