IL POPOLO DELLA CIABATTA

E dopo i pantaloni con il cavallo che arriva alle ginocchia, ma che però scendono sui fianchi per mostrare l’elastico delle mutande ovviamente firmato, dopo il pantaloncino corto e la giarrettiera sulla coscia nuda, dopo il collare con le borchie, i crocifissi che pendono da lobi lunghissimi e dalle scollature di canottiere opportunamente bucherellate ecc ecc, abbiamo le ciabatte. Non potevano mancare. Firmate, of course, con il pelo, dentro e fuori oppure solo fuori o solo dentro (dipende dalle stagioni immagino). La griffe più famosa: 900 euro al paio, in saldo. A proposito, approfittarne subito non sia mai che ci tocchi rimanere senza. Ciabatte di ecopelle, o di gomma, per intenderci quelle della doccia, con il pelo sopra o senza pelo, ma con la stampa della griffe bella grossa e colorata (non sia mai che passi inosservata). Vorrei dire al popolo della ciabatta, di stare sereno, che non passa inosservato nessuno che passeggia in ciabatte, firmate o meno, con o senza pelo. E questa è una cosa bella, perché nel momento in cui questi orrori, queste offese al buon gusto, questi sfregi al cavallo di battaglia che fu il gusto italiano, non provocheranno più alcun conato di vomito, avremmo toccato il fondo. Non mi voglio abituare alla ciabatta di gomma con il pelo nemmeno a quello senza pelo, al mocassino con il morsetto aperto dietro foderato di leopardo. Non mi voglio abituare, grazie! Io voglio ancora stupirmi e provare orrore.  Voglio ancora provare un brivido lungo la schiena e ringraziare una dote che immagino mi appartiene: quella del buon gusto, della semplicità, l’amore per il classico, il normale. Quella dote che si chiama eleganza. E pensare che basta un jeans, una camicia bianca, una scarpa semplice. 

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Lo metto solo per condivisione. Potete tranquillamente metterci un velo pietoso sopra- anzi un tendone, magari da circo che sarebbe anche calzante – e la parola calzante calza.  Per compensare posto Coco.  Che la sua anima non abbia a passeggiare per Montenapoleone a Milano o Tornabuoni a Firenze o per via Condotti a Roma… Ecc. Ecc.

IL RESPIRO DEL CIELO

Quando devo concentrarmi su “me”, cerco di immaginare un cielo oppure l’acqua. Immagino me stessa sdraiata sopra un prato verde a guardare il cielo. Oppure mi penso immersa nell’acqua, galleggio senza muovere nulla del mio corpo. E qualche volta riesco a stemperare i pensieri, smorzare le preoccupazioni e le ansie, affievolire il senso di pesantezza che è spesso nel cuore, nei giorni, nel quotidiano. E’ necessario, come il respiro. E’ energia vitale che scaturisce dal lasciare che sia. Non sono esperta di  meditazione, non ho mai fatto pratica, non yoga,  altro ma credo che lo scopo sia anche quello: lasciare che sia. Le tensioni quotidiane che attanagliano il cuore, imprigionano la creatività, la fantasia, condannano la favola al sottovuoto, legano le ali della mente, soffocano la capacità di accorgersi e godere delle piccole cose, levano dignità all’esistenza e fiato alla vita. E mi domando se il progresso sia questo: un susseguirsi di ansie e doveri che si replicano, come un enorme frattale. Ci sono due reazioni quando tutto è troppo: soccombere, deprimersi, abbattersi oppure reagire, combattere, affrontare. Ecco. Nel mezzo c’è un aiuto anzi più d’uno: il cielo, l’acqua, il prato verde sotto i piedi nudi. Ricerche di un primordiale istante anche solo immaginato, che possa conferire una po’ di dignità alla vita. Un mezzo che possa offrire un po’ di pace, quella che dura il tempo che basta per permettere  ad  un respiro di dire: ok, andiamo avanti. Una tregua. Un aiuto che può fare la differenza tra l’arrendersi e il lottare. Arrendersi è un attimo. Decidere di continuare a combattere, probabilmente pure.  Mi domando cosa abbia fatto tutta questa modernità, tutta questa tecnologia dentro la quale stiamo affogando, per migliorare veramente la qualità della vita della gente.  Molto banalmente: i nostri genitori trovavano il tempo di andare a ballare nelle sere d’estate, all’aperto, sotto le stelle. E non avevano la lavastoviglie e molto altro. Trovavano il tempo di portare i figli alle giostre, al cinema, al museo e anche quello di giocare per terra  sul pavimento, costruire con il Lego o giocare al fruttivendolo. Non c’è giorno che io non lotti contro il tempo. E mi serve il cielo, l’acqua, il prato sotto i piedi, la luce soffusa, l’aria fresca. Il vento addosso, la pioggia addosso. La neve dentro il collo del paltò.

L’immagine del post, quel meraviglioso cielo, è uno scatto di Gil (GilGanesh,  amico di Controluce che ci manca una cifra). Guardandola mi sono venute in mente diverse canzoni, tributo al Cielo.  Una bellissima e di certo meno conosciuta rispetto a Renato Zero e altri è “Le traiettorie delle mongolfiere” di GianMaria Testa. Abbiamo scritto di lui in diverse occasioni.. Lui non c’è più e chissà se sta seguendo quelle traiettorie colorate, con la sua anima leggera e densa, priva di zavorra, e profonda come la sua voce. Una voce che entra dentro, scalda lo stomaco e si fa spazio scaldando. 

Lasciano tracce impercettibili
le traiettorie delle mongolfiere
e l’uomo che sorveglia il cielo
non scioglie la matassa del volo
e non distingue più l’inizio
di quando sono partite
sopra gli ormeggi e la zavorra sono partite
tolti gli ormeggi e la zavorra
sono partite

A guardarle sono quasi immobili
lune piene contro il cielo chiaro
e l’uomo che le sorveglia
adesso non è più sicuro
se veramente sono mai partite
oppure sono sempre state lì
senza legami, colorate e immobili
così

Anche noi, anche noi
con gli occhi controvento al cielo
abbiamo cercato e perso
le tracce del loro volo
dentro le nuvole del pomeriggio
nei pomeriggi delle città
ma chissà dove è incominciato tutto
chissà

Anche noi, anche noi
con le mani puntate al cielo
abbiamo inseguito e perso
le tracce del loro volo
anche noi, anche noi
nelle nuvole del pomeriggio
nei pomeriggi delle città
ma chissà dove è incominciato tutto
chissà

GianMaria Testa è, l’ho già scritto, da centellinare con un bicchiere di vino e il fuoco acceso, nei pomeriggi piovosi, e comunque dentro casa, tra divano e cuscini. Non è da automobile, non è da cuffiette dello smartphone mentre si corre al parco. E’ per intenditori e vuole un momento dedicato. E e mi manca molto. Dico mi manca in quanto non lo ascolto frequentemente perché (e qui il cane si morde la coda) occorre calma per ascoltarlo con calma. Ecco. E quando sono triste, serve averlo in dosi omeopatiche. No perché lui sia triste, ma perché scava dentro anche quando racconta cose tenere e dolci, e fresche. E’ uno così Gianmaria.  Dice delle cose vere e profonde con la delicatezza di una margherita. Con il tatto di una libellula. E’ speciale. Punto.

LONTANA-MENTE

 

lontano

Mi sento lontana da questo mondo di selfie davanti ai ponti che crollano, all’autostrada che brucia. Dai pellegrinaggi nei luoghi della brutalità umana.

Ma anche da quelli che vanno in vacanza con la bici e la telecamerina sul casco.

Mi chiedo se si accorgono dei monti, del cielo, dei fiori nei prati, dello specchio del lago che riflette le nuvole. Dell’odore di erba falciata, del profumo del mare. Immagino la concentrazione sull’inquadratura della strada. e poi me li immagino srotolarsi ore di … strada, di semplice strada,  guardarsela tutta senza averla goduta mai.  Se la rivedono su you tube, su FB. Registi e spettatori del nulla. Una strada tutta uguale, nessuna cornice. Ma l’importante è dire: io sono stato là, ho pedalato per queste strade a questa velocità e questa è la prova.

Mi chiedo se molti, a cena fuori gustano il cibo, se ne godono, se lo assaporano oppure se tutto si esaurisce con lo scatto del gambero adagiato sull’insalata postato sui social.

Il tramonto dura un istante: c’è chi sceglie di viverlo attraverso l’obiettivo cosi da rivederlo poi sul telefonino pertanto senza averlo visto mai per davvero. Mi sento lontana da tutto questo. Molto molto lontana. Anche io ho fotografato qualche tramonto, ho sottratto un istante al mio sguardo senza mediazioni. Ma l’ho dato a chi amo, a chi è importante…

Mi sento lontana da questo mondo dove bisogna essere cult, dove la messa in piega conta più del vento che lo scompiglia, del mare che lo bagna, dell’amore che lo spettina.

Mi sento lontana dalle apparenze che ingabbiano e soffocano. Dalle mode che rende tutti uguali, come tanti soldatini, con gli stessi vestiti e gli stessi pensieri. Ci sono i social che pensano per noi, perché sottrarre tempo per la pedicure con i colori di tendenza, al giro di shopping del sabato pomeriggio, all’apericena la sera ai bordi della piscina all’ultimo  piano del grattacielo più in voga a Milano?

Perché pensare? C’è la rete che ti dice cosa pensare. Tutto precotto, pronto e mangiato, premasticato perfino. Nemmeno serve il microonde.

A proposito di microonde: perché utilizzare tempo e risorse per cucinare per i figli, quando ci sono i 3 salti in padella che è un attimo? E poi sono tanto buoni, appetitosi, sfiziosi. Pensa che i ragazzi mangiano perfino le verdure!! Udite udite! Poi che le verdure siano condite con chissà cosa, medaglioni di condimenti di grassi saturi congelati chi se ne frega! Dettaglio trascurabile: mangiano le verdure!! E alla mamma resta il tempo per postare su FB l’ultimo ciuffo costruito dal parrucchiere, per la ricostruzione dell’unghia del dito anulare rigorosamente diversa dalle altre nove. Mi sento lontana, molto lontana dall’unghia ultima nuance aggiunta al pantone dei colori dell’estate, lontana dal cibo di strada che non importa nulla di cosa sia,  ma sta “spaccando” in città.

Mi sento lontana dalle finte trattorie che fanno la finta Milano Firenze Roma di un tempo che fu. Dai locali alla moda, dall’ultimo disco di, dall’ultimo smartphone che si accende con il sorriso, l’odore della pelle, l’acidità del sudore…. Al primo ci siamo, alle ultime due ci arriveremo presto… Vi stupireste? Se si, beati voi.

Mi sento lontana dall’alga nella zuppa, da cose che non conosco, non so da dove vengono né come sono fatte, come sono raccolte, pulite, importate, manipolate. Non ritengo che sia per forza meglio o più sano il raviolo di Modena, ma credo sia importante cibarsi in modo consapevole, il meno sofisticato possibile. Per quanto è possibile. Mi sento lontana dal cibo cinese da quello thailandese da quello giapponese, indonesiano o finlandese cucinato o importato a casa mia.

Non introduco condimenti sconosciuti nel mio corpo. Non ho nessuna garanzia che non vi sia la spirulina il botulino e bacilli, cocchi, vibrioni, spirilli, spirochete e compagnia bella.

Mi sento lontana dal troppo essenziale, dal troppo minimal, e anche dal troppo. Da ogni eccesso e da ogni difetto. Mi sento lontana dal troppo e dal troppo poco. E mi viene da dire: ma come sono uguali tutti questi diversi!

Eppure mi sento normale, mi ritengo una persona che si cura, dalle unghie ai capelli. Ritengo di aver cura della mia persona e dei miei spazi.  Boh. Mi sa che devo trovare uno bravo che mi curi.

HERE AND NOW

Lo scorso venerdì, il cielo sopra casa mia, ha offerto uno spettacolo meraviglioso. Ad ovest si arrendeva il sole, colorando il cielo di arancione. Ad est, (seconda fotografia) erano rosa azzurri confetto e violetti. Ma la cosa speciale era la luce: c’era una luce che accendeva il verde delle foglie, il rosso del mio piccolo acero giapponese, e tutto ma proprio tutto sembrava osservato dal cielo, e sembrava che il cielo stesse lavorando per migliorare le cose sulla terra. Come il photoshop che satura, enfatizza, risalta, lo ha fatto il cielo, con una colata di luce speciale, come per farselo più bello. Un po’ come chi cerca di rendere più bella la vita di chi vive accanto. Era bellissimo stare li, in mezzo al giardino e godere di quella luce. Se mi fossi guardata allo specchio forse mi sarei vista più bella. C’era armonia, a mio sentire. Di sicuro la mia anima in quel momento era predisposta ad accogliere, vedere, sentire. Di sicuro c’era l’assoluto esserci in quel momento dentro solo quel momento, e solo per quel momento. Mi sembrava di essere bagnata, di quei colori di quella luce, di quel cielo regista.

 

SCATTI

Canzoni-su-Milano

Una ragazza legge un libro, appoggiata alla struttura di sostegno del metrò. Il viso rigato di lacrime. Forse legge una storia triste. Forse le righe stampate hanno risvegliato un ricordo. Forse è commozione. Forse tenerezza. Un corpo minuto, le mani forti. E’ come sospesa, tra il metrò e una nuvola. Tra il nero e l’azzurro nella polvere delle vie di mezzo. Sfumata, tra un tempo ed un altro.

Un ragazzino è seduto, accanto alla nonna: ripassano insieme un capitolo di storia. Medioevo. La nonna è sportiva, capelli bianchi, un filo di perle. Scarpe comode. Tornano da Torino. E’ una nonna viaggiatrice, treni e nipote. Storie. Sorrisi. Complicità e protezione. Il ragazzino recita la lista delle prossime visite in programma con la nonna: Firenze, Venezia e Bologna. Bella scena.

Un signore sorride al proprio golden retriever. Lo tiene al guinzaglio. E’ bellissimo. Il cane e anche il signore che gli sorride, dietro i baffi curati e bianchi.

Una signora molto grossa, con una tuta da ginnastica rosso e nera, il berretto di cotone con visiera, con il cavallino della Ferrari ricamato sopra. Ha un viso irregolare, un occhio offeso che guarda da un’altra parte. Una grande borsa tra le mani. Scarpe da ginnastica. L’aria di chi non se la passa bene. Si guarda le mani. Le unghie rosicchiate.

Una giovane donna con una chioma biondo platino fino alla vita. Boccoli ossigenati, stopposi. Una gonna di raso rosa chiaro, di quelle fatte come le mantovane delle tende, a fasce arricciate. Un tacco alto a spillo, scarpe borchiate, listelli incrociati. Cammina a scatti, nervosa, altezzosa. Petto in fuori. Sembra uscita da un libro polveroso dimenticato da qualche parte qualche mezzo secolo fa. Un tipo tutta legno. Viso butterato spalmato di fondotinta scuro. Trasmette contrasti. Tristezza forse. Malinconia?

Una ragazza giovane, capelli lisci, lunghi. Senza trucco. Jeans, scarpe da ginnastica bianche, leggings nero. Zaino mezzo aperto da cui fuoriesce un codice civile. Occhi verdissimi. Faccia pulita. Freschezza.

Diversi turisti americani, tedeschi. Con il trolley al seguito. Salone del mobile qui, a Milano. Gente che approfitta e visita il lago di Como, il lago Maggiore. E poi Milano, Bergamo, Varese. Allegria. Curiosità. Entusiasmi.

Fotogrammi di un mattino qualunque. Milano. La mia città. Una città che si muove in fretta.

E’ curioso osservare: dietro il berretto rosso, oltre i boccoli artificiali, dietro gli occhi verdi, nell’intesa tra l’uomo e il cane cosa sono i pensieri, i battiti, la vita. Esistenze che per qualche minuto incrociano la mia. Sensazioni in briciole. Scatti. Fotogrammi. Esistenze. Umori. Odori. Ieri. Attimi. Milano.

IO, GHEBBELGATTO e IL FOLLETTO (che non è l’aspirapolvere)

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cat-and-fata
immagine dal web

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Allora: tutti sanno qui che sono amica e che convivente da tutta la vita di cani. Cani, cani, cani. Io e i gatti ci siamo sempre tenuti a distanza non per mancanza di amore, ci mancherebbe. Amo tutti gli animali e li ritengo, complessivamente, più umani di molti umani,  piuttosto perché non li conosco. Non riesco ad interagire per due ragioni: la prima è la scarsa conoscenza e la seconda è che il mio approccio è canino pertanto non viene accolto dal gatto di conseguenza il gatto non può rispondere alle mie aspettative. Detto questo l’altro giorno mi sono imbattuta in Ghebbelgatto e devo dire che è andata piuttosto bene. Insomma è andata molto meglio di come andava con Zia Miciola, gatta dal sangue  blu non so se per razza ma di certo per merito. Ma l’altra notizia ancor più strabiliante sta nel mio secondo incontro … udite udite, con un folletto del bosco. Stavolta è accaduto nel parco di Villa Pamphili e stava dentro un “buco” di un magnifico albero!!

Bè, questo post è un saluto, un pretesto, la prova che sono viva anche se sommersa dal lavoro, nonché la prova che vi penso, vi ho tutti nel cuore, insieme a questa casa che odora di tè, di fiori di limone, di zagara, di zenzero. Di basilico e rosmarino come la tisana offertami da Ghebbelgatto e di biscottini frolla e cioccolato nella solita cornice di pace e serenità che nonostante tutti i momenti, i dolori, le fatiche e le delusioni, si respirano in certi luoghi, in certe case, davanti a certi camini accesi. 

Ovviamente questo post è anche il pretesto per aprire un dialogo, conversazioni senza tema. Tema libero, come a scuola. I temi di Controluce sono sempre liberi, liberissimi, e tutti aperti alle cose di dentro, alle anime e ai cuori belli. All’intelligenza, alla bellezza. Un invito al sorriso. Quindi vi invito a sorridere. Offro io!

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E, a seguito dei commenti a questo post, signore e signori ecco a voi l’unico, l’insuperabile, lo scalatore filosofo GHEBBELGATTO!!  Standing ovation raccomandato….

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Immagine: Autosgatto. perché a noi, selfie non ci piace!! Un gatto è un gatto, è un gatto!! Tutti i diritti riservati. E anche un paio di etti di rovesci!

AUGURI

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Celeste

Auguri a tutti i Controlucini, cani gatti e cagnolini.

Auguri ai miei amici, ai compagni di tante ore, dal Piemonte a Roma, passando per il Fiore. Auguri agli ingegneri, ai filosofi, alle nonne e alle nipoti, dai vigneti, colline e prati, fino ai laghi.   Auguri ai podisti di Marte e a quelli di  Milano. Un pensiero speciale a chi mi tiene compagnia, ma anche a chi ha lasciato tanti passi nei miei giorni prima di andare via. 

Auguro a tutti  di ricevere una piccola scatola vuota da riempire perché come diciamo sempre, le cose grandi stanno dentro le piccole scatole. Auguro tanti sogni e pochi cassetti: tanta dolcezza senza oggetti.

Uno scialle magari, da coprire le spalle quando si esce a guardar le stelle.  E auguri a tutti noi che ancora abbiamo una luna piena da contemplare e in quei momenti ci pare di sentir miagolare. Mica solo adesso che è Natale.

Auguri a noi che sappiamo ancora giocare, e che un nuovo mondo ci piacerebbe disegnare.  Ma soprattutto auguri a noi, che ci sappiamo ancora emozionare.

   Buon Natale    stella-cometa

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foto dal web

PAROLA DI BAU

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Raf e Lara

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Un uomo scrisse ad un albergo di campagna in Irlanda per chiedere se avrebbero accettato il suo cane. Dopo qualche giorno ricevette la seguente risposta.

“Caro signore, lavoro negli alberghi da più di trent’anni. Fino ad oggi non ho mai dovuto chiamare la polizia per cacciare un cane ubriaco nel cuore della notte.
Nessun cane ha mai tentato di rifilarmi un assegno a vuoto.
Mai un cane ha bruciato le coperte fumando.
Non ho mai trovato un asciugamano dell’albergo nella valigia di un cane.
Il suo cane è benvenuto. Se lui garantisce, può venire anche lei.”

CARO ISCRITTO TI SCRIVO

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Gentile “Iscritto che segue Controluce”

ricevo spesso, nella mia casella di posta,  le notifiche da WordPress che “Ora pinco pallo segue Controluce”. Segue l’invito, precotto di Word Press che dice: vai a vedere cosa scrive pinco pallo! Magari ti piace! E ti spiattella il link. 

Diffido molto di chi dice che “segue” un sito senza leggere alcun post nè lasciare alcun messaggio.
Ma capisco anche che la rete, in generale, e anche attraverso i cosiddetti Social Network, blog ecc, rappresenta una “opportunità di visibilità”. E Controluce, nel suo “piccolo”, vanta rispettabili statistiche di lettura (pubblicate da siti di statistica vari, mio malgrado).  

Tuttavia trovo irrispettoso nei confronti di chi scrive, cura, e pubblica un sito, affermare di seguirlo quando invece lo scopo è chiaramente quello di “farsi seguire”. Il che è ben differente! 

Forse lei, signor “iscritto che segue Controluce” non ci crederà, ma c’è chi, come me, pubblica articoli con amore e dedizione e senza alcuna pretesa. Senza girare tra altri blog a caccia di lettori o a seminar biscottini, e che considera il proprio “blog” un po’ come una casa, aperta a tutti, senza alcun filtro, o moderazione nei commenti, nè altro. Però … esige un po’ di buon gusto. Quando ciò viene a mancare, come adesso, cerco di farlo notare, serenamente e tranquillamente.

Dal momento che lei, gentile “iscritto che segue Controluce”, ehmmm “segue” Controluce, mi permetto di darle un piccolissimo consiglio: abbia un filo di professionalità in più, anche nel cercare di rendere i suoi lavori, i suoi scritti, la sua professione, più visibili: alcuni “espedienti”, generalmente, possono addirittura risultare controproducenti.

Non me ne voglia dunque, caro “iscritto che segue Controluce” se non passerò a “vedere cosa scrive lei”, così come incita – giustamente – wordpress – che è una piattaforma e fa il mestiere di piattaforma. Io preferisco una forma piatta. Nel dire le cose che penso. Ad esempio.    

Cordiali saluti e molti auguri per i suoi lavori.

Celeste
CONTROLUCE

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MELESCAMBIO

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Se tu hai una mela, e io ho una mela, e ce le scambiamo, allora tu ed io abbiamo sempre una mela per uno. Ma se tu hai un’idea, ed io ho un’idea, e ce le scambiamo, allora abbiamo entrambi due idee.

George Bernard Shaw

 

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PEPE

Questa sera ho fatto il solito giro a piedi, un’ora di passeggiata. C’era vento caldo, caldissimo, sembrava maggio, si stava bene. Pensavo leggero, guardavo i campi che ora sono a riposo, in attesa.  C’era Pepe con me, un setter di tre anni. Sono inciampata, senza cadere, ma lo sforzo per rimanere in piedi mi è costato un dolore piuttosto forte alla schiena per cui mi sono fermata. Pepe si è bloccato (era un po’ più avanti il guinzaglio è lungo), si è voltato, mi ha raggiunta camminando lentamente, orecchie alzate, il muso serissimo e mi si è avvicinato, con cautela e delicatezza. Ho dovuto rassicurarlo, era evidente che si era spaventato ed era preoccupato. Sì, preoccupato. La cosa è accaduta mentre si tornava, a un paio di chilometri da casa. Per tutto il tempo, ogni tanto si fermava, e mi guardava, e poi con estrema delicatezza si alzava sulle gambe posteriori appoggiandosi a me,  cercando di avvicinare il suo muso al mio viso. Non è solito farlo, se non quando mi saluta. Era più che evidente che voleva essere rassicurato, aveva capito che era successo qualcosa e che non stavo bene. E ancora una volta ho pensato a quanto sanno dare questi animali a differenza della gran parte del genere umano. A quante volte chiamiamo “amore” ciò che è altro… A quante volte passano inosservati  alle persone  dolori, assenze, giorni bui e freddi. La tristezza, la solitudine.  A quante volte non vengono ascoltate parole o silenzi, a quante volte viene negato una parola, un gesto, un abbraccio, una carezza, un po’ di …. tempo.  Lo sguardo  di un cane è un  abbraccio che sa scaldare il cuore. E anche guarirlo.

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pepe
vabé insomma mi hanno fatto una foto bruttissima ma io sono bellissimo. Celestina mia ha promesso che mi farà una foto con la luce giusta, io in compenso ho promesso che poserò … IMMOBILE.

BENVENUTI

Eccoci qui, nella nuova casa che ospita Controluce. Non sono brava ancora, ad editare, ma imparerò. Ci stiamo trasferendo, un po’ tutti. Marinz aveva già un blog parallelo, http://druidearyn.wordpress.com/ e sta aggiornando questo. Anche Calembour si sta dando da fare. Insieme abbiamo commentato la mancanza di informazione da parte di Spinder, che, bontà sua, ha pubblicato oggi un piccolo e stringatissimo annuncio.  C’erano anche le slides, in collegamento con l’album RIC.OR.DI, che io, pasticciona, ho ben pensato di perdere, cambiando template. Ma lo rimetteremo quanto prima, una volta deciso il vestito definitivo che chiamano, appunto, template. Ecco, non so fare altro. Non so cambiare i colori al testo, giustificarlo, ma non servono interventi estetici per dare a chi passerà di qua, il mio “benvenuto”. Mi sono portata dietro la porta, che apriva le stanze di Controluce su splinder. È la stessa, di legno, con assi inchiodate ma ben manutentata. Anche lo zerbino è lo stesso: un po’ consumato dai passi, ma è per questo che mi piace. Non lo cambierei mai con uno nuovo. La chiave, ovviamente, è sempre sotto lo zerbino. La teiera, di ghisa color verde salvia, è sempre sul fuoco e le tazze sapete bene, sono nella solita credenza. Eggià, perché anche gli arredi sono gli stessi. Essenziali ma solidi, per niente preziosi ma profumati di legno vero. Fuori, nel grande vaso,  c’è la solita pianta di limone: chi trova la terra un po’ secca è pregato di darle un po’ di acqua. Pieffe ci riesce benissimo, così come riesce a far spuntare belle margherite. Petula, il tuo quadrotto di terra con erba gatta c’è sempre, così  come c’è anche il davanzale. È stato un poco faticoso spostarlo, visto che è di serizzo, ma i gatti e le gatte non amano i cambiamenti per cui ho cercato di fare un trasloco il più indolore possible. Anche “La Lucertola” credo si troverà a suo agio. Ecco, credo di aver detto le cose principali. Buona serata a tutti e … mi raccomando, l’ultimo chiuda la porta!

Ricevo degli omaggi, per Controluce. Provvedo a pubblicarli sotto le zampette dell’uccellino celeste del post sottostante.  I messaggi, le e-mail, e i passaggi qui, fanno di questo sito un luogo tutt’altro che abbandonato o dimenticato! Grazie di cuore. 

E grazie a R. per  il collegamento con le slide 

PRIMAVERA

verde

coriandoli

foto su
http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/

È un miracolo, ogni anno. In pochissimi giorni gli alberi si vestono, fioriscono i fiori, prima le bulbose, le primule e poi gli altri.  I prati si colorano, le serate profumano. I merli, le tortore, i passeri, le cinciallegre, le gazze popolano i giardini, nidificano nellle siepi, sugli alberi, rallegrano le giornate. Primavera, il miracolo della rinascita. Tutto si rinnova e tutto si prepara: i fiori di oggi saranno semi per futuri fiori. Mi stupisce sempre la velocità del cambiamento, l'affermarsi di questa stagione. Odora la terra, odora l'aria, odorano di vita e di promesse.  Buoni giorni a tutti gli amici di questo posto che lo rendono così colorato e così speciale. Grazie! 
 

iris

GUARDA

(foto da web)

– Mi fanno male gli occhi –
– Perché non li hai mai usati –

(dal film Matrix)


 Un percorso, dagli occhi al cuore: vedere o guardare? Vedere: i colori, la luce, il mare, le stelle. Ci stupiscono un tramonto, un prato di stelle, un arcobaleno.

Guardare: i particolari, sprofondare dentro un’immagine, pensare oltre l’immagine. Vedere: è “occhi che catturano immagini”?

Ma quand’è che “guardiamo”? Solo quando elaboriamo ciò che vediamo?

“Guardare” è davvero qualcosa di più profondo del “vedere”, così come si dice/legge spesso?

Io apro gli occhi, e vedo. Una persona cieca è definita “non vedente” e non “non guardante”.

Quando sto vedendo e quando sto guardando?

Cos’è che implica un’opinione? Il guardare? Cos’è che provoca un’ emozione? Il vedere?

Un quadro, un tramonto, un fiore ci colpisce, ci regala emozioni. Perché lo abbiamo visto o perché lo abbiamo guardato?

Guardare e vedere: la differenza, apparentemente, pare chiara a tutti. E abissale. Il significato di ciascuno dei due verbi pare univoco.

Ma …. riflettendo: è davvero tanto semplice definire “guardare” e “vedere” e soprattutto è davvero tanto chiara la differenza?