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21 giugno

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in  greco: ΕΙΚΟΣΙ Ιούνιο

in latino: XXII Iunii

in italiano: 21 giugno

per il sole: solstizio

per mia nipote: primo giorno dopo la fine degli esami. Vacanza.

per noi: 21 giugno. Tante cose. 

Buona estate a tutti, da Celeste e Riccardo.

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EQUINOZIO

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la foto è del Riccardo. Il post … pure 🙂

 

 

Ecco, come è consuetudine, anche oggi la foto dell’equinozio di autunno. E… come si dice nelle presentazioni che si rispettano: lascio la parola a Riccardo.  Che ci scriverà appena avrà tempo/voglia/modo. Per ora godetevi la foto. Cele.

Eccomi!
Beh, trattasi della meridiana del Museo della Scienza di Firenze, altresì noto come “Museo Galileo”. Lo trovate qui: cliccare proprio qui!

A me piace osservare l’alternanza delle stagioni. Boh, mi piace, anche se non fa più parte delle cose di cui si ragiona normalmente. E’ che onestamente non capisco come non si possa porre attenzione a cose come queste: noi siamo legatissimi alla Terra, siamo fatti come siamo fatti perché Lei è fatta come è fatta, ne siamo la conseguenza. Ma ormai non ci pensiamo più, non fa parte del quotidiano. Oramai quasi non facciamo più caso nemmeno all’alternarsi tra giorno e notte, la vita prosegue h24.
Per carità, non sono certo io quello che dice “oh tempora, oh mores!” . Non sono un nostalgico e non necessariamente prima si stava meglio di ora, anzi.
Ma pensate anche ai vari summit per la preservazione dell’ambiente, Kyoto and dancing company: per carità, oramai la società umana è globale, che piaccia o meno, e ci si deve (dovrebbe) mettere d’accordo sulle regole del gioco. Ma fateci caso: si parla dell’ambiente in un modo spersonalizzato, che non si capisce nemmeno bene di cosa stiano parlando. Freddi numeri di tonnellate di CO2 e densità di O3, centesimi di gradi di temperature medie e miliardi di tonnellate di ghiaccio ai poli… Tutte cose addirittura vitali per carità ma… fredde. Distanti.
L’ambiente, quello vero, è l’odore del bosco dopo che è piovuto.
E’ il silenzio di quando c’è la neve.
E’ il buio di notte, e la coperta fine fine delle stelle che appaiono. Che sono infinitamente di più di quelle che vediamo le rare volte che alziamo gli occhi al cielo, in città.
Ed è, inequivocabilmente, l’alternarsi delle stagioni.
Che poi mica serve sapere tutti i dettagli dell’angolazione dell’asse terrestre rispetto all’eclittica e la precessione degli equinozi! Sennò si ritorna al discorso della freddezza del Summit. No.
Deve essere roba che senti sulla pelle, non in testa.
Lo sapete? C’erano tanti “tipi di ore”, nel passato. Tanti modi di misurarle. Quello che però mi ha sempre affascinato era “l’ora Italica”, che ancora si ritrova in qualche antica meridiana, ed era, semplicemente, quante ore mancavano al tramonto. Perché quello ti serviva no? Quando il lavoro era principalmente agricolo e la luce artificiale semplicemente non c’era, quale altra informazione poteva essere più importante? Chiaro che ogni giorno aveva “ora civile” (la nostra di ora) differente rispetto al giorno prima, ma chi se ne importava? Contava il Sole.
Quindi come si vede basta osservare gli effetti del moto del Sole, non serve “sapere niente” se non che facciamo parte integrante di questo sistema … che è stupefacentemente bello.
Poi la smetto, ma oramai chi è che pensa che il nostro scheletro è fatto così perché sulla terra c’è un certo peso? Sarebbe diverso se fossimo nati su Marte! Avremmo occhi diversi se avessimo avuto l’atmosfera di Giove e sentito frequenze diverse se fossimo stati su Venere. E nemmeno avremmo respirato aria se invece del carbonio la nostra biologia si fosse basata sul silicio ad esempio, in qualche sperduto pianeta della galassia.
Siamo legati a filo doppio e triplo alla Terra ed al Sole ma… guardiamo il cellulare e non il cielo, o una piccola, silente, innocua ombra che percorre un piazzale che ne porta la testimonianza.
Ecco.
Per finire: l’ombra di ieri ha percorso una linea diritta su quel piazzale che riportava il quadrante solare, testimoniando che la notte sarebbe durata quanto il giorno. Da oggi il giorno cederà il passo alla notte, e fino al prossimo 21 Dicembre la notte durerà ogni giorno di più del giorno precedente.
E a me questo non piace.
Ma viene la neve, e a me la neve mi piace.
Per cui me ne fo una ragione.
Buongiorno popolo di Controluce
R..

nota di Ori: Eh si, siamo legati a doppio triplo filo alla terra e al cielo.. Qualcuno disse:

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QUANDO LANCI UN SASSO IN UNO STAGNO DISTURBI UNA STELLA

 

LA LUNA, BELLA LA LUNA

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foto R.

Questa è la Luna di lunedì scorso. Una notte prima che fosse piena. E’ una foto fatta dal Menestrello della Luna. Bella, la luna. E belle le stelle. Quando guardo la luna non mi capita mai ma guardando le stelle, sì.. mi capita ogni volta: provo un senso di … timore. Non so spiegare, ma credo che “timore” sia la parola che maggiormente possa rendere l’idea. Probabilmente è il senso di infinito e di lontanissimo e il senso di mistero. Ci si perde pensando alla immensa distanza tra noi e loro, pur non sapendo misurarla, pur non possedendo l’idea vera di quanta sia quella distanza. La Luna è troppo vicina, troppo raggiungibile, troppo “nostra”. Un sassolino di casa. Famigliare dunque. Ma le stelle !! Le stelle fanno paura. Come tutte le cose lontane misteriose e irraggiungibili fanno paura. E si stempera, sotto il firmamento, la coscienza di sè. Tutto perde importanza: i nostri piccoli perimetri, i contorni, lo spazio infinitamente piccolo che occupiamo sulla Terra.

LA FURIA DEL MONDO

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immagine dal web

 

Stamattina, mentre si “scaldava” il server dell’ufficio, inizializzavano gli strumenti di lavoro e quant’altro, ho fatto un giro su un sito “Earth Picture Gallery” che propone, tra le altre cose, delle meravigliose fotografie. Bè… sono incappata in una foto terribile: un piccolo di elefante che con la sua piccola proboscide cerca di curare la ferita lasciata dalla rimozione della zanna della sua mamma, stesa a terra.. morta.  Ho pianto e ancora adesso lo sto facendo scrivendo queste righe. Perchè le scrivo? Non lo so. Forse cerco disperatamente un angolo un luogo una piega un rifugio dove poter rovesciare il dolore della furia del mondo e dove so di essere compresa. So… che queste righe fan male anche a voi, che leggete. Al di la’ dell’immagine che ovviamente vi risparmio e vi prego di non cercare, fanno male anche le parole. E ancora una volta rifletto sulla potenza delle immagini: arrivano dirette al cuore senza chiedere permesso. Abbattono qualsiasi barriera, tranne quelle che costituiscono, naturalmente, il patrimonio degli insensibili che a volte, detto fra noi, invidio. A me immagini come queste mi bruciano dentro. Non le voglio scacciare: so che non potrei. Qualsiasi espediente sarebbe un misero strumento, palliativo di una cura che … non c’è. La terapia del dolore non esiste per cose come queste. C’è solo da prendere atto che la furia del mondo risparmia solo chi nasce con la corazza sul cuore o forse meglio dire senza cuore. Uno dei libri più profondi che io abbia letto in vita mia è appunto “La furia del mondo” di Cesare de Marchi. Un ragazzino non sopravvive alla furia del mondo. Siamo nel diciottesimo secolo: un bambino, estremamente sensibile e intelligente, gracile, delicato, anche nella salute, non sopravvive alla furia del mondo e soccombe. Non ce la fa. Se volete leggerlo, consigliatissimo. Una lettura piena, uno scrittore meraviglioso, una storia intensa..  Io lo regalai anni fa, regalai la mia copia. Non l’ho più ricomprato e non credo di farlo. Perchè? Mah… probabilmente perché la persona cui l’ho regalato non si è, con il tempo, dimostrata la persona che credevo.  In altre parole non credo sia stata veramente raggiunta da questo libro. L’assenza di questo libro nella mia libreria mi ricorda questo: spesso le persone ci ingannano e non sono quelle che sembrano. Ma nella vita si impara. Forse non a difendersi dalla furia del mondo (per questo, per alcuni, non c’è speranza) ma almeno dalle falsità e dalle bugie. E dalle maschere.

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MA CHE BEL CASTELLO….

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foto dal web

Mi ferisce e mi offende e mi delude il raggiro, la bugia gratuita, quella senza alcun fine nè buono nè cattivo. Quella che più di altre è imperdonabile. Il trucco e parrucco che nasconde la realtà, per altro lecita e sacrosanta.   Mi ferisce e mi offende e mi delude chi insulta la mia intelligenza e la mia sensibilità e la mia capacità di giudizio. Mi ferisce e mi offende chi non ha compreso nulla di me e pensa che io condanni o assolva. Mi ferisce e mi offende chi confonde il mio diritto di avere un’opinione con l’arroganza del giudizio morale. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi cerca di imbonirmi, di conservare la mia benevolenza o amicizia, e condisce la menzogna con espedienti poveri, miseri. Meschini. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi nonostante abbia avuto la mia anima a un millimetro dal cuore, non ha mai percepito il vero odore. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi non sa custodire e proteggere la condivisione dei miei pensieri, della mia Storia. Crollano. I castelli di sabbia crollano. Miseramente e sempre. E passano dolore e delusione. Passano,  come tutto passa. Resta la lezione. Oro per il futuro. E resta la realtà, un po’ amara, di un addio che non avresti voluto. Quel tipo di addio che si scrive dentro, quello definitivo. Quel tipo di addio ben rappresentato da queste parole

(di Massimo Bisotti):

I veri addii scattano nella mente, sono silenziosi.
Sono i più veri, i più pericolosi.
Sono quelli che tieni per te.
E puoi anche continuare a sentirla una persona.
Non ti avrà più se l’hai salutata dentro

IL ROVESCIO DEI DIRITTI

Vorrei tornare a essere italiano, in tutto e per tutto, con difetti e pregi, ricco o povero ma ITALIANO

un Italiano, 13/11/2011   – da “Italiani Liberi”
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Con Oriana condivido gran parte delle idee. Oltre a una parte del nome. Non l’ho rispolverata (come tristemente fanno in molti, media in testa). Le credo da sempre.  

Sono stanca dell’ostentazione dei buoni sentimenti che circola da anni e più che mai in questi tempi recenti dove regna una ipocrisia estrema, a partire dai governi che hanno speculato sopra il concetto di “tolleranza” stravolgendolo e rendendolo una miniera d’oro. Migliaia le associazioni di ogni genere per centri di accoglienza, alfabetizzazione, mense, inserimenti ecc che non hanno prodotto risultati concreti ma solo una enorme, gigantesca torta da spartire e una altrettanto gigantesca spesa pubblica.  Tutto questo in nome di un buonismo religioso, ipocrita e parassitario che nasconde nelle sua torri personaggi che esercitano immensi poteri in nome dei diritti dell’uomo. 

Sono stanca di chi grida a bocca larga (ma con la pancia piena) i diritti dei clandestini, degli immigrati, degli islamici e poi di Paperino e di Qui Quo Qua, della Banda Bassotti, dei Puffi, dei gay. Non conosco  NESSUNO che abbia accolto in casa propria un immigrato. O che abbia offerto la propria, seconda o terza casa ad una famiglia arrivata col barcone. Nessuno. Quindi tutti a urlare i diritti di tutti purché lontani dal proprio orto, giardinetto, figlio o figlia, posto di lavoro, posto al sole. Insomma per dirla con parole poco fini: siamo tutti finocchi ma con il culo degli altri. 

La nostra civiltà è in pericolo. E’ in pericolo la nostra Storia, i nostri costumi, il nostro credo. Non debbo togliere il crocifisso dall’aula perché offende (OFFENDE?) qualcuno. Un crocifisso non ha mai ammazzato nessuno. Il kalashnikov invece si. Se scelgo di entrare in una moschea tolgo le scarpe e indosso il velo. Sono obbligata a farlo e lo ritengo giusto. Diversamente non entro. Questo è rispetto, non altro. Ma il mondo in cui viviamo non contempla il rispetto: è da una parte prevaricatore, dall’altra disposto a farsi prevaricare.

Stimo dal più profondo del cuore Tiziano Terzani e il suo Pensiero. In un mondo perfetto sarebbe applicabile.. Ma questo non è un mondo perfetto, ma un mondo corrotto e violento, dove purtroppo un pensiero così alto è pura utopia.  Io vorrei che nelle famiglie e nelle scuole venisse insegnato l’amore per il proprio paese, per la propria storia e cultura e valori. Che non significa affatto insegnare ad odiare gli altri, quelli che hanno altre culture valori e storia  ma Rispetto. E il Rispetto non può  prescindere dal rispetto per sè e per le proprie origini.  

Comunque… tranquilli.. C’è sempre la possibilità di convertisti no? Tra un po’ di anni diventeremo tutti musulmani. Che problema c’è? L’ideologia di questa gente vuole l’ugugaglianza, Vero. Verissimo! Tutti uguali… a loro.

Ma noi non lo abbiamo capito. Siamo qui a guardare l’isola dei famosi, il grande fratello, mentre tra poco non resterà più niente delle nostre Cattedrali, nella nostra Arte, delle nostre tradizioni. E saremo, finalmente tutti uguali.

E lo avremo voluto noi con l’inettitudine e la “tolleranza” .  Tolleranza che significa ben altro… Ma abbiamo stravolto la lingua, il significato delle parole, così come il significato di tutto.

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Ancora Oriana. Perché ho il diritto di ribellarmi all’ipocrisia. 

Sono anni che come una Cassandra mi sgolo a gridare «Troia brucia, Troia brucia». Anni che ripeto al vento la verità sul Mostro e sui complici del Mostro cioè sui collaborazionisti che in buona o cattiva fede gli spalancano le porte. Che come nell’Apocalisse dell’evangelista Giovanni si gettano ai suoi piedi e si lasciano imprimere il marchio della vergogna. Incominciai con La Rabbia e l’Orgoglio . Continuai con La Forza della Ragione . Proseguii con Oriana Fallaci intervista sé stessa e con L’Apocalisse . I libri, le idee, per cui in Francia mi processarono nel 2002 con l’accusa di razzismo-religioso e xenofobia. Per cui in Svizzera chiesero al nostro ministro della Giustizia la mia estradizione in manette. Per cui in Italia verrò processata con l’accusa di vilipendio all’Islam cioè reato di opinione. Libri, idee, per cui la Sinistra al Caviale e la Destra al Fois Gras ed anche il Centro al Prosciutto mi hanno denigrata vilipesa messa alla gogna insieme a coloro che la pensano come me. Cioè insieme al popolo savio e indifeso che nei loro salotti viene definito dai radical-chic «plebaglia-di-destra». E sui giornali che nel migliore dei casi mi opponevano farisaicamente la congiura del silenzio ora appaiono titoli composti coi miei concetti e le mie parole. Guerra-all’Occidente, Culto-della-Morte, Suicidio-dell’Europa, Sveglia-Italia-Sveglia.

Il nemico è in casa
Continua la fandonia dell’Islam «moderato», la commedia della tolleranza, la bugia dell’integrazione, la farsa del pluriculturalismo. E con questa, il tentativo di farci credere che il nemico è costituito da un’esigua minoranza e che quella esigua minoranza vive in Paesi lontani. Be’, il nemico non è affatto un’esigua minoranza. E ce l’abbiamo in casa. Ed è un nemico che a colpo d’occhio non sembra un nemico. Senza la barba, vestito all’occidentale, e secondo i suoi complici in buona o in malafede perfettamente-inserito-nel-nostro-sistema-sociale. Cioè col permesso di soggiorno. Con l’automobile. Con la famiglia. E pazienza se la famiglia è spesso composta da due o tre mogli, pazienza se la moglie o le mogli le fracassa di botte, pazienza se non di rado uccide la figlia in blue jeans, pazienza se ogni tanto suo figlio stupra la quindicenne bolognese che col fidanzato passeggia nel parco. È un nemico che trattiamo da amico. Che tuttavia ci odia e ci disprezza con intensità. Un nemico che in nome dell’umanitarismo e dell’asilo politico accogliamo a migliaia per volta anche se i Centri di accoglienza straripano, scoppiano, e non si sa più dove metterlo. Un nemico che in nome della «necessità» (ma quale necessità, la necessità di riempire le strade coi venditori ambulanti e gli spacciatori di droga?) invitiamo anche attraverso l’Olimpo Costituzionale. «Venite, cari, venite. Abbiamo tanto bisogno di voi». Un nemico che le moschee le trasforma in caserme, in campi di addestramento, in centri di reclutamento per i terroristi, e che obbedisce ciecamente all’imam. Un nemico che in virtù della libera circolazione voluta dal trattato di Schengen scorrazza a suo piacimento per l’Eurabia sicché per andare da Londra a Marsiglia, da Colonia a Milano o viceversa, non deve esibire alcun documento. Può essere un terrorista che si sposta per organizzare o materializzare un massacro, può avere addosso tutto l’esplosivo che vuole: nessuno lo ferma, nessuno lo tocca.

Il crocifisso sparirà
Un nemico che appena installato nelle nostre città o nelle nostre campagne si abbandona alle prepotenze ed esige l’alloggio gratuito o semi-gratuito nonché il voto e la cittadinanza. Tutte cose che ottiene senza difficoltà. Un nemico che ci impone le proprie regole e i propri costumi. Che bandisce il maiale dalle mense delle scuole, delle fabbriche, delle prigioni. Che aggredisce la maestra o la preside perché una scolara bene educata ha gentilmente offerto al compagno di classe musulmano la frittella di riso al marsala cioè «col liquore». E-attenta-a-non-ripeter-l’oltraggio. Un nemico che negli asili vuole abolire anzi abolisce il Presepe e Babbo Natale. Che il crocifisso lo toglie dalle aule scolastiche, lo getta giù dalle finestre degli ospedali, lo definisce «un cadaverino ignudo e messo lì per spaventare i bambini musulmani». Un nemico che in Inghilterra s’imbottisce le scarpe di esplosivo onde far saltare in aria il jumbo del volo Parigi-Miami. Un nemico che ad Amsterdam uccide Theo van Gogh colpevole di girare documentari sulla schiavitù delle musulmane e che dopo averlo ucciso gli apre il ventre, ci ficca dentro una lettera con la condanna a morte della sua migliore amica. Il nemico, infine, per il quale trovi sempre un magistrato clemente cioè pronto a scarcerarlo. E che i governi eurobei (ndr: non si tratta d’un errore tipografico, voglio proprio dire eurobei non europei) non espellono neanche se è clandestino.

Dialogo tra civiltà
Apriti cielo se chiedi qual è l’altra civiltà, cosa c’è di civile in una civiltà che non conosce neanche il significato della parola libertà. Che per libertà, hurryya, intende «emancipazione dalla schiavitù». Che la parola hurryya la coniò soltanto alla fine dell’Ottocento per poter firmare un trattato commerciale. Che nella democrazia vede Satana e la combatte con gli esplosivi, le teste tagliate. Che dei Diritti dell’Uomo da noi tanto strombazzati e verso i musulmani scrupolosamente applicati non vuole neanche sentirne parlare. Infatti rifiuta di sottoscrivere la Carta dei Diritti Umani compilata dall’Onu e la sostituisce con la Carta dei Diritti Umani compilata dalla Conferenza Araba. Apriti cielo anche se chiedi che cosa c’è di civile in una civiltà che tratta le donne come le tratta. L’Islam è il Corano, cari miei. Comunque e dovunque. E il Corano è incompatibile con la Libertà, è incompatibile con la Democrazia, è incompatibile con i Diritti Umani. È incompatibile col concetto di civiltà.

Una strage in Italia?
La strage toccherà davvero anche a noi, la prossima volta toccherà davvero a noi? Oh, sì. Non ne ho il minimo dubbio. Non l’ho mai avuto. E aggiungo: non ci hanno ancora attaccato in quanto avevano bisogno della landing-zone, della testa di ponte, del comodo avamposto che si chiama Italia. Comodo geograficamente perché è il più vicino al Medio Oriente e all’Africa cioè ai Paesi che forniscono il grosso della truppa. Comodo strategicamente perché a quella truppa offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà. Ma presto si scateneranno. Molti italiani non ci credono ancora. Si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi.

Multiculturalismo, che panzana
L’Eurabia ha costruito la panzana del pacifismo multiculturalista, ha sostituito il termine «migliore» col termine «diverso-differente», s’è messa a blaterare che non esistono civiltà migliori. Non esistono principii e valori migliori, esistono soltanto diversità e differenze di comportamento. Questo ha criminalizzato anzi criminalizza chi esprime giudizi, chi indica meriti e demeriti, chi distingue il Bene dal Male e chiama il Male col proprio nome. Che l’Europa vive nella paura e che il terrorismo islamico ha un obbiettivo molto preciso: distruggere l’Occidente ossia cancellare i nostri principii, i nostri valori, le nostre tradizioni, la nostra civiltà. Ma il mio discorso è caduto nel vuoto. Perché? Perché nessuno o quasi nessuno l’ha raccolto. Perché anche per lui i vassalli della Destra stupida e della Sinistra bugiarda, gli intellettuali e i giornali e le tv insomma i tiranni del politically correct , hanno messo in atto la Congiura del Silenzio. Hanno fatto di quel tema un tabù.

Conquista demografica
Nell’Europa soggiogata il tema della fertilità islamica è un tabù che nessuno osa sfidare. Se ci provi, finisci dritto in tribunale per razzismo-xenofobia-blasfemia. Ma nessun processo liberticida potrà mai negare ciò di cui essi stessi si vantano. Ossia il fatto che nell’ultimo mezzo secolo i musulmani siano cresciuti del 235 per cento (i cristiani solo del 47 per cento). Che nel 1996 fossero un miliardo e 483 milioni. Nel 2001, un miliardo e 624 milioni. Nel 2002, un miliardo e 657 milioni. Nessun giudice liberticida potrà mai ignorare i dati, forniti dall’Onu, che ai musulmani attribuiscono un tasso di crescita oscillante tra il 4,60 e il 6,40 per cento all’anno (i cristiani, solo 1’1 e 40 per cento). Nessuna legge liberticida potrà mai smentire che proprio grazie a quella travolgente fertilità negli anni Settanta e Ottanta gli sciiti abbiano potuto impossessarsi di Beirut, spodestare la maggioranza cristiano-maronita. Tantomeno potrà negare che nell’Unione Europea i neonati musulmani siano ogni anno il dieci per cento, che a Bruxelles raggiungano il trenta per cento, a Marsiglia il sessanta per cento, e che in varie città italiane la percentuale stia salendo drammaticamente sicché nel 2015 gli attuali cinquecentomila nipotini di Allah da noi saranno almeno un milione.

Addio Europa, c’è l’Eurabia
L’Europa non c’è più. C’è l’Eurabia. Che cosa intende per Europa? Una cosiddetta Unione Europea che nella sua ridicola e truffaldina Costituzione accantona quindi nega le nostre radici cristiane, la nostra essenza? L’Unione Europea è solo il club finanziario che dico io. Un club voluto dagli eterni padroni di questo continente cioè dalla Francia e dalla Germania. È una bugia per tenere in piedi il fottutissimo euro e sostenere l’antiamericanismo, l’odio per l’Occidente. È una scusa per pagare stipendi sfacciati ed esenti da tasse agli europarlamentari che come i funzionari della Commissione Europea se la spassano a Bruxelles. È un trucco per ficcare il naso nelle nostre tasche e introdurre cibi geneticamente modificati nel nostro organismo. Sicché oltre a crescere ignorando il sapore della Verità le nuove generazioni crescono senza conoscere il sapore del buon nutrimento. E insieme al cancro dell’anima si beccano il cancro del corpo.

Integrazione impossibile
La storia delle frittelle al marsala offre uno squarcio significativo sulla presunta integrazione con cui si cerca di far credere che esiste un Islam ben distinto dall’Islam del terrorismo. Un Islam mite, progredito, moderato, quindi pronto a capire la nostra cultura e a rispettare la nostra libertà. Virgilio infatti ha una sorellina che va alle elementari e una nonna che fa le frittelle di riso come si usa in Toscana. Cioè con un cucchiaio di marsala dentro l’impasto. Tempo addietro la sorellina se le portò a scuola, le offrì ai compagni di classe, e tra i compagni di classe c’è un bambino musulmano. Al bambino musulmano piacquero in modo particolare, così quel giorno tornò a casa strillando tutto contento: «Mamma, me le fai anche te le frittelle di riso al marsala? Le ho mangiate stamani a scuola e…». Apriti cielo. L’indomani il padre di detto bambino si presentò alla preside col Corano in pugno. Le disse che aver offerto le frittelle col liquore a suo figlio era stato un oltraggio ad Allah, e dopo aver preteso le scuse la diffidò dal lasciar portare quell’immondo cibo a scuola. Cosa per cui Virgilio mi rammenta che negli asili non si erige più il Presepe, che nelle aule si toglie dal muro il crocifisso, che nelle mense studentesche s’è abolito il maiale. Poi si pone il fatale interrogativo: «Ma chi deve integrarsi, noi o loro?».

L’islam moderato non esiste
Il declino dell’intelligenza è il declino della Ragione. E tutto ciò che oggi accade in Europa, in Eurabia, ma soprattutto in Italia è declino della Ragione. Prima d’essere eticamente sbagliato è intellettualmente sbagliato. Contro Ragione. Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione.

Ecco cos’è il Corano
Perché non si può purgare l’impurgabile, censurare l’incensurabile, correggere l’incorreggibile. Ed anche dopo aver cercato il pelo nell’uovo, paragonato l’edizione della Rizzoli con quella dell’Ucoii, qualsiasi islamista con un po’ di cervello ti dirà che qualsiasi testo tu scelga la sostanza non cambia. Le Sure sulla jihad intesa come Guerra Santa rimangono. E così le punizioni corporali. Così la poligamia, la sottomissione anzi la schiavizzazione della donna. Così l’odio per l’Occidente, le maledizioni ai cristiani e agli ebrei cioè ai cani infedeli.

post collegato 2010

https://lucecontroluce.wordpress.com/2010/08/31/yemen-e-il-silenzio-delloccidente/

PROFEZIE PER NULLA .. FALLACI

e83219aa5fda3a9eccf4306fb1d69089(liberoquotidiano.it) – “Parigi è persa: qui l’odio per gli infedeli, è sovrano e gli imam vogliono sovvertire le leggi laiche in favore della sharia”. È una delle “profezie” più inquietanti e apocalittiche, di Oriana Fallaci. Subito dopo le nuove stragi a Parigi, su Facebook in molti hanno condiviso i passaggi più duri di alcuni tra i libri e i discorsi della giornalista toscana, fiera oppositrice (controcorrente) dell’Islam e delle sue pulsioni fanatiche e radicali, soprattutto dopo l’11 settembre 2001.

“Islam contro ragione” – “Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione. E contro Ragione anche sperare che l’incendio si spenga da sé grazie a un temporale o a un miracolo della Madonna”.

Il Corano e i cani infedeli – “Il Corano non mia zia Carolina che ci chiama «cani infedeli» cioè esseri inferiori poi dice che i cani infedeli puzzano come le scimmie e i cammelli e i maiali. È il Corano non mia zia Carolina che umilia le donne e predica la Guerra Santa, la Jihad. Leggetelo bene, quel «Mein Kampf», e qualunque sia la versione ne ricaverete le stesse conclusioni: tutto il male che i figli di Allah compiono contro di noi e contro sé stessi viene da quel libro. È scritto in quel libro”.
La rabbia e l’orgoglio

La Guerra Santa – “Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente cioè d’apparire razzisti (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri”.

INDOVINELLO

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dei due, qual è la femmina?

🙂 🙂 🙂.

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PAUSE

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In questi giorni il tema sul treno, in ufficio, nei negozi, è sempre lo stesso: vacanze.

Dove vai
ma che bello
ci sono stato anche io
ti consiglio di cenare in quel posticino
quando torni
se potessi farei le vacanze in luglio

E le raccomandazioni? Divertiti!!! Riposati!!! Rilassati!!! Mi raccomando!!!
Ecco.. menomale che ce lo dicono altrimenti da soli mica ci pensiamo! Ti vien da rispondere: sì, mamma!
Menomale che le riceviamo le altrui benedizioni altrimenti come faremmo?  

Scusate per questo sfogo di insofferenza. Personale idiosincrasia storica in aumento costante verso i luoghi comuni, le frasi fatte, le raccomandazioni (inutili come tutte) che arrivano solo da chi in realtà non gli frega assolutamente nulla se ci riposeremo rilasseremo divertiremo. Gli altri non ne fanno. Come sempre è questione di intelligenza e di sensibilità. O di comune allergia per i soliti stramaledetti luoghi comuni usanze cicalecci vari frasi fatte. 

Ho in serbo una condivisione, quella con e di Carola. La faremo presto. Perchè è un discorso interessante: riguarda i ragazzi in gamba, quelli responsabili, quelli che vanno avanti nonostante le difficoltà e lo fanno da soli.   

Lascio qui un saluto ai miei controlucini, per ora. Ora è tempo di pausa.
Vi auguro un tempo buono, di sereno, di pace, e di riflessione. Una tregua vera che possa interrompere per un po’ la violenza dei giorni, l’incombenza dei doveri, che ci sovrastano e schiacciano. Qualche tramonto dentro il quale perdersi con l’anima ed uscire un po’ migliori. O  qualche bagno che faccia fare un po’ pace con il mondo e con sè. Qualche prato di stelle sopra la testa capace di commuovere e stupire. O l’imponenza delle montagne: che ci faccia sentire piccini qui sotto quando rivolgiamo il nostro pensiero alle vette laddove è potente il silenzio e immobile il tempo. Qualche passeggiata meditativa capace di farci ritrovare il senso delle cose perdute, offese, uccise, tradite.
E leggerezza. Sere dolci e delicate. Morbidezza e passo leggero. Sere gentili.
Tutto questo è lontano dai gelati, dagli ombrelloni, dal chiasso, dalla musica, dai tormentoni, dall’olio di cocco, dal pareo all’ultimo grido, dai selfie che intaseranno la rete; non che abbia qualcosa contro: ognuno vive come gli pare. Solo perchè  niente di questo appartiene al popolo di Controluce.

Vi abbraccio tutti, intreccio di code stretto. Perchè qui trovo quella animalità che manca a molti umani, trovo code e pelo e occhi e cuore di cani di gatti e il respiro della sincerità e il dono della condivisione vera, leale. Che non trovo quasi più. In nessun luogo…

 

MESSAGGI IN BOTTIGLIA

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Parco Sempione, Milano

Domenica mattina presto – Milano la domenica mattina è godibilissima – sono stata a vedere la Nuova Darsena. Non l’avevo ancora vista nonostante da dove lavoro ci posso arrivare in 10 minuti. Ho letto e sentito le solite polemiche: queste non sia mai che manchino!

Piacevole. Piazza 24 maggio è adesso un piazzale grandissimo, pedonale, con le sue aree di sosta, camminamento per tutti, anziani, bambini, carrozzine e carrozzelle. Tutti.

Nell’acqua circolano coppie di germani con i piccolini al seguito. Ogni tanto qualche piccolo sbaglia famiglia e viene richiamato prontamente dai propri genitori e allora lo si vede nuotare in fretta con le zampotte rispondendo al rimprovero. Belle scene da ammirare nel cuore di Milano. E non c’erano! Al posto della darsena c’era solo un luogo maleodorante e in stato di abbandono. Possibile che l’opinione pubblica è pronta ad insorgere sempre e comunque? Possibile che non si riesca mai ad essere obiettivi e esprimere un giudizio OLTRE la polemica?

Assolutamente privi di impatto i mercati, che hanno accolto le attività del vecchio mercato. Lo trovo un progetto giusto, ben inserito nel cuore pulsante della Milano dei Navigli.  Definita Ecomostro e molto altro ancora.. Bah. A me non sembra proprio. Cosa dovremmo fare? del finto gotico? Anche no..

La nota triste c’è, eccome. E non sta nell’architettura, nelle facili polemiche, bensì nelle bottiglie di birra, nei sacchetti, nei rifiuti in generale,  sulla passeggiata e nell’acqua. Questo è il vero triste e doloroso aspetto. Una schiera di addetti del comune puliva (erano le otto del mattino e ho contato almeno sei sacchi di spazzatura da un solo lato del Naviglio). Che fare?

Chi mi accompagnava suggeriva una soluzione anzi due.

La prima: multe salatissime, sorveglianza costante e manganello. 

La seconda: obbligo di vendere birra solo in bottiglie di vetro (niente lattine niente spina) dietro cauzione di 5 euro/bottiglia.  Geniale, niente da dire. Ma mi vedo già una schiera di abusivi vendere bottiglie di birra…  Appoggio dunque la prima.

Mi sembra adeguata e l’unica efficace anche se, ovviamente, corrisponde ad una utopia. Ma l’unica, in una civiltà dove civiltà non c’è. E dove le regole si trasgredisco  prima di tutto in famiglia.  In nome della libertà i figli fanno tutto ciò che pare loro. Sopra i divani con le scarpe, porte chiuse a calci, mani nei piatti di chiunque. Noncuranza in generale nei confronti di persone e cose, invasione di spazi, mancanza di delicatezza e di cura. E poi si riflette tutto fuori. Ovvio no? C’è da stupirsi? Se i ragazzi in casa si comportano come selvaggi, come può essere diverso, fuori? 

Consiglio a tutti, scuole, genitori ed insegnanti per loro stessi innanzitutto e poi per i figli, un libro di Gherardo Colombo e Marina Morpurgo: le regole raccontate ai bambini” (http://zebuk.it/2013/04/le-regole-raccontate-ai-bambini-gherardo-colombo-marina-morpurgo/)

Perché “Libertà” NON significa assenza di regole. Anzi, è il rispetto delle regole a garantire la Libertà. Libertà di camminare in spazi non degradati. Per esempio. Libertà di respirare, di vivere, di stare bene. Libertà di essere Liberi.

Ricordo le polemiche, fortissime, di quando il Comune decise di recintare e mettere i cancelli al Parco Sempione. Un casino bestiale!  “E’ un verde pubblico, è contro il principio di libertà” ecc ecc ecc. Bene fece il Comune di Milano! Dopo la darsena infatti, ieri mattina, sono andata al Parco Sempione. Bellissimo, curato e pulito. 380 mila metri quadrati di bellezza. Rinato dopo la recinzione, nel 2003, ha ripreso lo splendore e la bellezza che merita. A mali estremi …. Speriamo solo che l’attuale Sindaco non decida di togliere le recinzioni. Dopo aver cercato di vietare la consumazione del gelato sui marciapiedi mi aspetto di tutto…  Magari in nome della “città più verde e più condivisa”. Intanto vediamo di vivere meglio e condividere meno ma meglio…

Invece chi volesse curiosare in Darsena:

https://it-it.facebook.com/comunemilano/videos/260803007377019/

https://www.youtube.com/watch?v=oxeYjjX1kMs

https://www.youtube.com/watch?v=IP26RpVAWiY

Parco Sempione, Park Sempione

Parco Sempione e Castello Sforzesco, Milano

 

TENEREZZA LACUSTRE

Ricevo da SirBiss due foto bellissime. Una coppia di cigni vive da tempo sul Lago Maggiore, proprio accanto all’imbarcadero. E, sempre li’, mette al mondo i suoi piccoli. Ho avuto modo di vederli dal vivo in tempi precedenti.

Questa volta no, nessun incontro “live” ma queste foto meritano di essere pubblicate. SirBiss tra i commenti potrà raccontarvi la storia di questa coppia di animali. SirBiss ha quotidianamente assistito alla vita dei genitori e alla covata e … stamane ha visto il miracolo della schiusa.

Che appunto viene pubblicata qui attraverso questi scatti “rubati” i quali replicano la scena vista da SirBiss alla stessa ora. Ecco le foto, scattate oggi alle 10 da Valerio Franchi. Grazie SirBiss e grazie a Valerio che non conosco ma che ci perdonerà per aver rubato questo momento.

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cigni 2.

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ARCHI CHI?

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Cosa pensate che sia? Una costruzione antica? Una bizzarra decorazione sul fondo di una piscina? Macchè!!!

Mi piacciono i documentari sulla natura. L’altro giorno ne ho visto uno che mi ha particolarmente colpita: il nido d’amore del pesce palla.

E’ qualcosa di straordinariamente bello, una geometria perfetta. Il pesce palla costruisce, negli abissi, qualcosa di perfetto, meravigliosamente perfetto. A me è venuto in mente un mandala.

Dentro questo nido d’amore il maschio attira la femmina, lei rilascia le uova, lui le feconda. Poi una cosa altrettanto bella: lui si strofina su di lei, pare che le dia un bacetto sulla schiena poi i due si separano. Forse gli scavi dell’opera servano anche a proteggere le uova appena fecondate ma io mi sono soffermata sulla bellezza, al di là dell’utilità.

Insomma una delle tante cose straordinarie di questa Terra.  Un pescetto. Capito,  Renzo Piano? Un pescetto.

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ps mentre scrivo questo post, ho trovato questo video. eccovi il link.

https://www.youtube.com/watch?v=kj-K_pFoaDo

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DIETRO LE QUINTE

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Dietro le quinte di Controluce vi è una statistica visibile all’amministratore del sito, cioè a me. In questo “retrobottega” è possibile vedere quali sono i post che sono stati letti ogni giorno. A volte, per curiosità, mi capita di farci un giro ed è un piacere vedere Controluce “sfogliata”: vengono letti anche i vecchi articoli e questo mi fa piacere, molto più dei numeri. Il numero delle visite non mi importa se chi passa lo fa solo per “vedere” se ci sono novità. Mi piace che chi passa.. cerca, e sfoglia, e mette il nasino dentro gli scaffali di Controluce. E così, sopra qualche articolo che vedo riletto ci torno anche io, rileggo il post ma soprattutto ritrovo il piacere grande degli interventi. Tranquilli! Vi risparmio un post nostalgico ci mancherebbe! Abbiamo già nostalgia di così tante cose, e persone, e luoghi, e sorrisi e soprattutto di speranza per cui, almeno qui… niente nostalgia. Anche se.. ehhh..  come si fa? Io non lo so.  

Comunque, a parte questo, ho voluto rendervi partecipi di questa cosa. Naturalmente non so chi legge cosa (nemmeno ci terrei a saperlo) ma vedo solo cosa viene letto. Ed è questo piacere, insieme ad altri, che mi fa tenere queste porte aperte, spolverare ogni giorno o quasi (“Si mamma, prometto che la prossima volta solleverò gli oggetti ma non sempre ho tempo, qualche volta giro attorno e fammela passare, no?”).  Qualche sera mi diverte anche scegliere le fotografie per postarle su Flickr, quindi non ho molto tempo per la polvere, però per aprire le porte e le finestre sì, quello lo trovo. Ed è evidente che funziona dal momento che non c’è odore di stantio ma un buon odore. 

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BOH

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Amarezza. Sconforto. Vuotitudine.  Ecco. Non riesco nemmeno più a provare rabbia.
Gli italiani sono praticamente affamati. Le mense dei poveri sono pieni dei nostri anziani. Nostri anziani. Persone che vivevano magari faticosamente, magari con piccole pensioni, ma con dignità,  ora non ce la fanno. Molti di loro hanno figli  senza più un lavoro, che non sanno come fare per tenere in piedi la propria famiglia, a tirare su i figli.

Siamo un popolo in ginocchio. La criminalità aumenta, anche per fame. Un giorno ho sentito un padre che diceva: quando non hai da sfamare ii tuoi figli diventi un ladro anche te.
Un quadro.

Altro quadro.
P
artita di calcio, “errori arbitrali”. Juventus-Roma Copio e incollo dalle notizie di oggi.

 “Due interrogazioni parlamentari al ministro dell’Economia sugli errori arbitrali di Juventus-Roma e un esposto alla Consob per capire “se ci possono essere stati atti che ledono le normative vigenti, svantaggiando e penalizzando gli incolpevoli azionisti” delle due società calcistiche. Più, fuori dalla politica, le risposte del mondo juventino alle accuse di capitan Totti e della Roma, la contro-risposta di Rudi Garcia, la presa di posizione del sistema calcio e le ripercussioni in Borsa. Nel giorno successivo al big match di Torino, le polemiche non si spengono. Anzi: arrivano persino all’interno del Parlamento”.
 
Capito? Stiamo affondando nelle sabbie mobili (ho usato un’espressione raffinata):  non c’è famiglia che non sia colpita nel lavoro, nell’orgoglio, nella dignità, nella salute. Già, perché quando non si può sostenere con dignità la propria famiglia si sta male e parecchio, ci si rimette anche la salute. E in parlamento? Ci finiscono gli errori degli arbitri di Juventus Roma.  Ecco.
Mi fa male. Mi offende. Perché il parlamento lo pago anche io. Perché voglio che quelli che pago lavorino per gli anziani, quelli che vanno a mangiare alla mensa dei poveri, a quelli che vedo la mattina a Cadorna con il bicchiere in mano e il cartello con su scritto HO FAME. E li vedi, perché li vedi che stanno provando un dolore enorme, perché erano persone normali, magari con la sola minestra tutte le sere sulla tavola, ma con una dignità. Li vedi. Sono puliti, in ordine e gli occhi tristi. Stupiti più che rassegnati. Li vedi che sono li’ perché … non possono fare altro. Perché hanno fame, o sono malati e spesso entrambe le cose. Voglio che si occupino dei nostri figli, dei nostri ospedali. Voglio che si occupino di quella donna che è rimasta vedova a 44 con due bambini,  vent’anni di mutuo, uno stipendio solo, il suo, e deve pagare ici tasi tari imu e mini imu e il libri di scuola. Tutti, senza uno sconto. Voglio che si occupino della gente come lei, dei ragazzi come i suoi. Sostegno, niente altro che sostegno, sicurezza, protezione. Ci si riempie la bocca con parole come garanzia, protezione, rispetto. Letteratura. Niente altro. Offese perfino le parole, non reagiscono più nemmeno loro. Le abbiamo svuotate, ridotte a orpelli per abbellire mostruosità e bugie. 

Io sto male. Veramente. Non ce la faccio più nemmeno ad indignarmi, ad arrabbiarmi. E quando non ci si arrabbia più è perché è finita anche la speranza. E se finisce la speranza non c’è più niente. Sabato guardavo mia nipote, 11 anni, correre felice con il cane, e poi in bicicletta. E poi la guardavo giocare a palla in giardino. Rideva, Gli occhi chiari, trasparenti, luminosi. Ho provato una fitta di amarezza. Ho sentito male, ho provato pena, dolore, un senso infinito di … boh..  Boh. Cosa c’è zia perché mi guardi così? Niente tesoro, ti voglio bene, tutto qua. 

Nel mondo del lavoro (chi il lavoro ce l’ha), si soffoca  ogni giorno dentro gli ingranaggi micidiali della burocrazia. Altro che semplificazione! Nessuna burocrazia è mai stata come in quest’ultimo decennio. Una creatura enorme e spaventosa  e affamata, che divora tempo, energie, risorse. Vita. Una cliente del mio studio, ottima persona, ex chirurgo ora in pensione, mi ha confessato di aver vissuto con sfinimento gli ultimi anni: alcuni interventi chirurgici le richiedevano meno tempo rispetto ai moduli che doveva compilare prima e dopo ogni intervento. Doveva certificare perfino chi aveva fatto le pulizie in camera operatoria, prima e dopo. Chi era di turno al guardaroba ecc ecc. Una roba da pazzi.  Oggi stesso io ho lavorato 5 ore su 8 per compilare un questionario ISTAT di un’azienda che altro non era che una specie di doppione del bilancio (regolarmente pubblicato al Registro delle Imprese e consultabile da chiunque). Un’altra ora per aiutare il medesimo cliente a districarsi in una pratica comunale ai fini della tassa rifiuti per via di una trasformazione di una società e quella che mi è rimasta ho cercato di fare … quello dovrebbe essere il mio lavoro principale. Manteniamo ed alimentiamo macchine enormi, prima era carta, ora sono server immensi mangia dati, mastica dati, archivia dati.  Paghiamo stipendi inutili per alimentare questi mostri che NON SERVONO A NULLA. A NULLA. E questo è un altro quadro ancora. Queste mie ore saranno addebitate dallo studio al cliente. Con quale risultato?  Indovina indovinello….

E mi chiedo:
ma i ragazzi, quelli che adesso sono ragazzi, che hanno in mano le redini di questo paese, cosa fanno?
Io mi domando cosa fanno. Dove sono.
Tutti su FB, wathsapp, twitter, armati fino ai denti di smartphone e tablet? Amebe fluttuanti nel mare della rete adesso? Pesci in carpione tra qualche anno? Non si sente mai la loro voce. PERCHE’?

Boh.mafaldaDelusa

 

SGUARDI

20140807_135858A differenza di molte persone, loro ti guardano sempre dritto negli occhi. Sguardi che ti frugano nel cuore e che sanno farti sentire piccolo. Lui è Pepe. Come lui, tanti. Sguardi speciali, potenti, penetranti, adulti, saggi, maturi, leali, dignitosi. Sanno spogliarti e a volte farti …. sentire piccolo, perché senti che loro hanno un cuore così grande e pulito e puro e bellissimo. E te invece no, mica ce lo hai così..

Namasté Pepe.

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RITORNI

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foto mia

Partenze e poi ritorni. Mari, ponti, isole, odori, sapori, colori.

Ponti, pontili. Ne ripercorro uno. Non lo faccio mai, ma questo è un po’ speciale quindi mi concedo un ponte che riporta

QUI …

IMPERMANENZE

FOLON

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Molte volte mi trovo a riflettere sulla “impermanenza”.
In questo tempo dove tutto è digitale il concetto di impermanenza risulta calzante. Abbiamo tutto in files, dentro cartelle che vivono dentro cartelle: un esercito sterminato di matrioska, che portiamo a spasso o sulla nuvola sopra di noi che può seguirci ovunque. Così come può perdersi nell’infinito spazio, tra le numerose galassie attorno alle quali gravitano server con i loro satelliti orbitanti, altri server, e gigantesche piattaforme di … nulla.

Ho pochissime fotografie di quando ero bambina, forse una ventina in tutto. E poi ho le fotografie dei miei genitori, quelle del loro matrimonio, raccolte dentro un album di pelle verde, e le fotografie del loro primo e unico viaggio, il viaggio di nozze. Costa azzurra. Non ho bisogno di alcun software se le voglio guardare: se avessi bisogno di un computer è possibile che i files sarebbero in un formato ora non leggibile.
Mi basta aprire un album, e una scatola di latta dei biscotti Lazzaroni per vedermi seduta con le scarpine bianche, quelle con le piccole bolle sotto per non scivolare, o per vedere il sorriso felice di mia madre che, in costume da bagno, sullo sfondo il mare di Montecarlo, Sanremo, Monaco, sorride a mio padre. E non ho bisogno di nuvole, pericolosamente vaganti in quel che chiamiamo cyberspazio per portarle con me, se lo voglio. Mi basta una piccola borsa.

Il materiale stesso era l’essenza, e anche per questo, assai prezioso. Non si fotografava lo stesso fiore trenta volte. La pellicola costava, sviluppo e stampa pure. Si pensava a ciò che era maggiormente rappresentativo, e non c’era alcuna noia né alcunché di compulsivo nello scatto: esso era il preciso gesto che doveva bastare.

Ho un viaggio a New York interamente documentato, da me, con una videocamera. Eh.. non digitale. Quindi ho delle cassette WHS che posso vedere ovviamente solo con un lettore di cassette WHS che forse, già ora, se si dovesse rompere il mio, ne troverò un altro solo al Museo della Scienza e della Tecnica. E sto parlando del 1999 mica di 50 anni fa. Vero, potrei farlo digitalizzare, trasferire su DVD.   Domandone: per quanto tempo leggeremo DVD? E ascolteremo CD?

Ho perso fotografie, recentemente, e anche documenti, tutti digitali: alcuni non li troverò mai altri devo solo rovistare in decine di pennine usb e in un paio di hd esterni per sapere dove sono (e se ci sono ancora…) e poi dovrei raggrupparli in un solo luogo. Sicuro. Sicuro? Cosa è sicuro? E poi quanto è privato?

L’altro giorno ho litigato ferocemente con “gugol” che da mesi mi ricatta. Riduce i servizi, perché …. non faccio parte di Google+.

Esegui l’upgrade cosi potrai condividere le tue foto con i tuoi amici! Fatti trovare! Renditi visibile! Sembrano inviti invece il tono alla fine è perentorio. E ricattatorio.

Fino a un mese fa inviavo fotografie a quei tre contatti che ho in Hangouts, il software chat di Gmail. Ora mi è stato “vietato”.Vuoi inviare foto ai tuoi contatti?  mi dice,  subdolo. Entra in Google+! Bè, sai che ti dico? Io in Gugolpiù non entro, manco morta. Ecco. Tiè.

L’altro giorno l’ho fatto. Ho eseguito l’upgrade, per provare a capire se potevo renderlo assolutamente privato. Cosa ho trovato? Le mie fotografie in Pikasa! Pikasa! Ma chi le vuole le fotografie in Pikasa? E poi: in quanti le hanno viste!! E con grande sorpresa, ho trovato, su uno dei “miei” album in Pikasa, una dozzina di fotografie che erano sparite dal mio tablet!! Sincronizzazione o semplice trasferimento? A me è parso un furto. Ho visto anche “amici che potresti avere” Ma non solo, c’erano anche gli amici dei miei amici! Io non voglio sapere chi sono gli amici dei miei amici!! Ascolterò le loro storie se loro, i miei amici, vorranno raccontarmele! Non le voglio sapere solo perché mi faccio gli affari loro spiandoli in rete!

Comoda eh.. la sincronizzazione. Per carità. A capirci qualcosa, puoi evitare di aggiornare dati, rubriche e documenti in tutti i dispositivi che possiedi. E’ come avere un server a portata di zampe e tutti i tuoi aggeggi diventano client. Ehh ok..

Ma… che succede veramente? Un giorno un amico mi mostra una fotografia. Un oggetto dedicato a me, ne ero gelosa. La apro e leggo: “questa foto la stanno visionando n. 4 utenti” Fantastico! Morale: credo l’avesse “upgradata” su gugol. E lui nemmeno lo sapeva, che eravamo in 4 a guardarla!

Ci saranno filtri, non lo metto in dubbio, come credo accada su Facebook. Probabilmente è possibile decidere con chi e cosa “condividere”. Ma sta diventando un lavoro! E poi: se non voglio condividere, perché devo “lavorare” per evitarlo? Perché agire sul “negativo”?
Come le varie compagnie telefoniche: se non vuoi un servizio (che pagherai) lo devi disattivare.

Una settimana fa: le mie amiche mi “costringono” a scaricare whatsapp. Ok, va bene, mi arrendo Ho resistito un anno ora scarico la app. Premetto che non mi interessa cosa succede, ma lo riporto per pura condivisione. Di ognuna di loro io posso “sapere” l’ora e il giorno in cui hanno fatto l’accesso alla chat. Per la serie: ahhh ma guarda un po’!! Pincopalla ha fatto l’accesso alle ore 14.15 e non mi ha nemmeno salutata. E non ha risposto alla mia chat! Ovviamente non è il mio caso. Ma capisco perfettamente quanti casini possono generare queste cose. Mi dicono che ora si può disattivare, l’info attraverso la quale si vede quando e chi accede … Migliorata eh!!!  Urca!
Cosa cambia, se è possibile vedere, dalla doppia spuntina quando la persona ha letto il mio messaggio? Facilissimo individuare il suo orario di ingresso, no? Se alle 10 non c’era la doppia spuntina e alle 10.20 c’è, anche un idiota saprebbe trarre la conclusione ovvia ovvero che l’accesso è avvenuto tra le 10 e le 10.20.

Non è ovviamente tutto qui: chi ha il tuo numero di telefono scritto in un telefonino, tablet, o pc che sia, sa se tu hai scaricato o meno Whatsapp. Non puoi nemmeno dire: non ce l’ho!! Ho trovato mia zia, nella mia rubrica, con il simbolino di Whatsapp! Grandissima la zia!

E, se leggo la mia posta hotmail sul sito anziché attraverso l’apposito software scaricato, vedo quali dei miei contatti hanno un profilo Facebook, quali  hanno skype ecc. qualora ovviamente registrati con la propria e mail. Assurdo. Semplicemente assurdo.

Ripeto: personalmente non mi interessa, non è un problema. Ho 4 contatti, con persone intelligenti e assolutamente immuni (io e loro) da questo tipo di rischi, equivoci e banalità varie. Ma è solo per dire cosa succede in questo genere di cose.

Siamo tutti quanti schedatissimi. Ogni volta che acconsentiamo di “fare una tessera” in un negozio, finiamo in un file, che sta dentro un altro file, che sta dentro una cartella, che sta dentro un’altra cartella, che sta dentro un server, che sta dentro ad un serverone e lì dentro c’è scritto se usiamo whatsapp e con chi, e poi ci sono le nostre foto di google, la lista di ciò che mangiamo, la spesa che facciamo alla esselunga, quante scarpe comperiamo in un anno, a quali riviste siamo abbonati e di certo i nostri dati sulla navigazione, grazie ai nostri “biscottini”. Oltre ai nostri movimenti bancari, of course.

Ci spiano. E nemmeno troppo dal buco della serratura: siamo noi ad offrirci, quasi volontari. In parte costretti e questo è quello che più fa rabbia.

La legge sulla privacy è pura formalità, una grandissima bufala. Quando arriva un nuovo cliente, insieme al mandato professionale deve firmare il documenti informativo sulla privacy. Qualcuno chiede: e se non acconsento? Bé … non possiamo seguire la sua azienda.  Semplice.

Ho un blog, vero. Metto in rete alcune cose mie. Per “proteggermi” un po’ non frequento altri blog se non quei 4 gatti collegati a Controluce. Non mi frega nulla dell’audience, ma solo dei miei lettori e amici, e di chi Controluce la sfoglia, la cerca, la porta con sé. Medio, ogni volta, tra ciò che vorrei dire e ciò che posso dire. A volte integro via e mail qualcosa che non posso pubblicare sopra una pagina web ma che voglio che i miei amici sappiano. Ho sempre ben presente una e mail, di anni fa (primi tempi di Controluce) un Pieffe, in tono più amico e protettivo che cattedratico, mi scrisse via e mail: potevi tenerti addosso almeno le mutande.

Da allora la mediazione è diventata anche più difficile. Un blog resta un blog e non ho mai avuto alcun dubbio sul mettere o meno le moderazioni oppure se renderlo visibile solo a chi ha la chiave. Che senso avrebbe? Allora manderei articoli via e mail a chi voglio io e poi le loro risposte a tutti.. E come si fa? La condivisione, se si usa la rete costa. Ma sta costando troppo perché pare che ormai “condividere” sia obbligatorio.

E, in quanto al concetto di “impermanenza” mi pare che sia un fenomeno crescente, anche al di qua del virtuale. Speriamo che qualche sentimento si salvi da questo mordi e fuggi, da questo fruire, carpire, rubare, catturare e  cancellare. 

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SOFF

MILLE BOLLE BLU

 

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Zio Piero non amava le ortensie: gli ricordavano i cortili della sua infanzia, ai tempi della guerra, e quel tempo gli ricordava la povertà.  Io invece le amo molto e non ho di quei ricordi perché non ero nata.

Mi sono sempre piaciute, le ortensie. Nella casa di mio padre sbocciavano ad ovest, dove c’era il sole gentile e la giusta ombra. Queste  fotografate sono le ortensie di casa mia,  rivolte a nord, piantate da piccole talee, adesso sono cresciute. Sono una parte:  altre piante, più piccole, hanno fiori di colore blu intenso, fucsia  e bianco.  Mi piacciono, ogni fiore è un pallone, formato da innumerevoli singoli fiorellini semplicissimi e allegri, di 4 petali ognuno, cuoriforme.  Ogni fiore è un gruppo di fiori, e tutti insieme, formano questi enormi cespugli. Quando c’è molto caldo i fiori diventano mollicci: non amano il sole forte, ma poi l’acqua compie il miracolo e ridiventano turgide. Bellissime, le mie mille bolle blu.

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OCCHI DI STELLE

Se ci affidiamo all’intuito siamo come stelle: fissiamo il mondo con migliaia di occhi.

Clarissa Pinkola Estes  – Donne che corrono coi lupi.

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IO MANGIO DA SOLO

Io mangio da solo!

ORESTE


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E’ nato in una cesta di vimini, destinata ai mici randagi che girano nel giardino della casa degli zii, limitrofa alla mia. Mamma riccia ad un certo punto ha deciso di occupare la cesta e poi si è capito che doveva partorire. Solo che …. è scomparsa: aveva una zampa intrappolata nei fili dello straccio che stava dentro la cesta. Liberata sabato dai fili, dopo qualche ora è scomparsa.  Lui è rimasto solo e dopo alcune ore, è stato portato a casa mia. Il corpicino freddo e l’aria stremata.  Scaricate istruzioni da un sito specializzato nel salvataggio ricci, comperato latte, creata cuccia ecc. Ora è a casa mia (e di giorno, per forza di cose, in auto, come riccio viaggiatore ma con tutti i confort, le cure, la pappa e le necessarie manovre per i bisogni… fisiologici che non sono autonomi ). Si chiama Oreste, pesava 44 grammi (stamane 46) è bello come il sole. Dai piccolo che ce la fai!

Potevo non presentarlo al pubblico di Controluce? 

Nelle foto in alto: il piccolo appena arrivato da me e la sua prima pappa. Non sappiamo niente della mamma ma nei nostri giardini (mio e quello degli zii) ne vivono diversi, quindi di certo ci sono cibo e rifugi. Speriamo … 

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L’AMORE SECONDO ALBERT

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Chissà perché spesso identifichiamo le persone con quello che fanno. Quando pensiamo ad un uomo di scienza, vediamo solo .. un uomo di scienza. Enstein, per esempio. Pensiamo a lui e compaiono immagini di calcoli, equazioni, numeri.  La sola cosa bizzarra è la sua immagine, quella famosa con la lingua fuori e i capelli eternamente spettinati. Ma a parte questa immagine a conferirgli un che di eccentrico, lui è il genio, la mente per eccellenza. Nell’immaginario collettivo è tutto questo prima di essere … un uomo.  E’ uno che discorre di movimento, di tempo, di atomi e di luce. Difficile, per i più,  poterlo immaginare  come il vicino di casa, uno che mangia, ride, si addormenta sul divano, sogna, si commuove. Insomma come un uomo raggiungibile: ha un cervello troppo ingombrante. In altre parole difficile giudicare senza pregiudizi. Ahimè.  Eppure amava la musica, aveva un animo delicato. La stravaganza è un aspetto più usuale: siamo abituati alle stravaganze dei geni, ma meno a quegli aspetti delicati, casalinghi, intimi, semplici, disarmati.

Ecco una cosa, semplicemente “umana” dove il cervello e il genio c’entrano poco.  Non c’è l’ombra del cattedratico, del professore, del genio, dello scienziato.

Io la trovo di una bellezza straordinaria.  

Io non pretendo di sapere cosa sia l’amore per tutti, ma posso dirvi che cosa è per me:
l’amore è sapere tutto su qualcuno, e avere la voglia di essere ancora con lui più che con ogni altra persona. L’amore è la fiducia di dirgli tutto su voi stessi, compreso le cose che ci potrebbero far vergognare. L’amore è sentirsi a proprio agio e al sicuro con qualcuno, ma ancor di più è sentirti cedere le gambe quando quel qualcuno entra in una stanza e ti sorride.

Albert Einstein

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SOCIAL NETWORK NO GRAZIE

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In alcuni momenti, più che in altri, ci si rende conto di quanto sia frustrante dover usare le parole. Specialmente le parole sole, senza cappotto, senza gesti, sguardi, senza offerta, senza le mani. Servite crude, cotte, elaborate, con o senza salsa, lavate, stirate, inamidate, profumate, idratate, asciutte o bagnate. Colorate, sbiadite, stinte, tirate, laccate, scialbe. Cucinate.

Riflessioni più frequenti di questi tempi, in cui i mezzi di trasporto usati dalle parole sono per lo più quelli tecnologici. Nemmeno il gusto della calligrafia, che è unica, personale, il tratto sulla carta profondo, deciso, sfiorato, ad offrire un’ impronta, un profumo, la certezza del tocco, di una impronta digitale invisibile ma unica. Niente. Tutto è impermanente, inorganico, etereo, volatile.  Piccole sillabe naufraghe in colate di cristalli liquidi evanescenti, destinate ad essere perdute per sempre tra canali di scolo di circuiti stampati.

“Tre etti di parole – un filo di olio, due foglie di basilico fresco, salvia rosmarino, due chiodi di garofano tutto tritato finemente, un pizzico di paprika.  Sale pepe e peperoncino s.n.  Mescolate bene.  Servite subito via whatsapp, facebook, twitter “. 

Ci si accorge sempre di più di quanto sia importante comunicare con il corpo, offrire parole non pronunciate ma liberate, parole tonde e silenziose, paffute e gonfie, come quelle parlate sott’acqua, bolle di fiato, con la vita dentro.   Si  riflette su quanto sia importante la voce che, perfino al telefono ha più potere delle parole scritte con una tastiera.  E’ qualcosa di vivo, vibrante, nasce dentro, è immediata, sciolta, diventa vento e viaggia a cavalcioni dell’aria. Come in teatro non si può tornare indietro:  deve essere per forza “buona la prima”  perché una “seconda” non c’è.

Ma per quanto anche con la voce sia possibile correggere, spiegare, sottolineare, marcare, approfondire, limare, niente può sostituire davvero uno sguardo, il movimento delle labbra o le mani, che si infilano negli spazi tra le parole e diventano vera comunicazione.

Le parole hanno un grande potere, certamente. Sanno ferire, anche profondamente, ma uno sguardo può inchiodare, sciogliere, offendere. Poche cose sanno essere più eterne, definitive, terribili o dolci di uno sguardo.

Come si fa a dirsi così tante cose attraverso i social network e solo attraverso questi? Eppure ogni giorno sento cose strane. Va bene, vanno benissimo la condivisione, lo scambio, ma…. quando c’è solo questo?  Una ragazza (non una ragazzina –  almeno non anagraficamente – ) raccontava sul treno di essere stata “lasciata dal fidanzato” con un sms.

Una mia amica è  stata “informata”, via sms, da un “amico storico” (almeno da lei ritenuto tale), attraverso quello che sembrava un comunicato stampa, che le loro esistenze non sarebbero più compatibili pertanto … fine della frequentazione. Ovviamente senza possibilità di replica perché è stata “bloccata” sul telefono.  Ma come si fa?  Si può essere più codardi di così?

Copio incollo un intervento di Ricc in CL di qualche tempo fa.

Le parole sono dei messaggeri. Sono personcine semplici e di buona volontà, ma sono piccoline. E non ce la fanno a fare cose complicate. Basta una porta chiusa, che non ci arrivano alla maniglia. Basta un tragitto un po’ più lungo, che le gambe gli si stancano e bisogna che si fermino. Loro fanno quello che possono e, se ci pensate, a volte chiediamo loro cose veramente complicate, compiti difficili per dei messaggeri con lo zainetto. Eh. Gli si chiede di trasmettere le “cose che sentiamo dentro”. Ba, eh. Facile. Glielo chiediamo anche quando nemmeno noi le abbiamo capite bene, però chiediamo alle parole di trasportarle a qualcun’altro. Che poi loro il messaggio lo portano, ma lo danno ad un orecchio che anche lui c’ha il suo da fare, che poi lo consegna al cervello che ha le sue palle e mica ci capisce tanto di cuore lui, e fa una traduzione letterale, e nemmeno, spiattellando il messaggio su gugol e mandando avanti quello che gli viene… ma pari pari eh. Escono fuori robe incomprensibili, e noi diamo la colpa alle parole. A volte ho compassione delle parole. Che sembrano elaborate e forbite, e invece sono come il pruno del fiore del Piccolo Principe: non sono adeguate a qualcosa di più complicato che non sia chiedere dove sia la stazione o per avere mezz’etto di caramelle di liquerizia. E allora dobbiamo usare tutto quello che abbiamo per fare si che quello che si sente arrivi per davvero. Le parole vanno mandate in macchina, aiutandole con gli sguardi, bisogna mettergli il cappotto usando le mani, per i gesti e per il contatto. Bisogna dargli le radioline con un sacco di sorrisi. E allora vedrete che questi messaggeri, questa volta attrezzati, sapranno spiegarsi meglio, e non ci saranno più parole del cuore, perse in mezzo alla strada…

SENZA PAROLE

Grazie, zio Renzo!

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PENSIERI DI VENTO

cielomare

foto mia, 14 08 2013

Ci sono momenti in cui il corpo sembra leggero, e la mente libera, l’anima anch’essa leggera, senza pesi, senza polvere, senza zavorre. Sono attimi. Di vento, di fiato, di odore di temporale, di acqua.
Piccoli istanti in cui alcune assenze sanno far male, così come tanto di quello che c’è, quasi tutto, che appare assolutamente inutile ma si stempera. Le assenze invece no. Sono nel vento e ti avvolgono e ti abbracciano. Questa mattina era così. Esattamente così. Non mancava niente e mancava tutto. In questa fotografie c’è quel pensiero. Di tutto e di niente. Di vento.

GIOIELLI DEL LAGO

villa del balbianello, lenno, como, foto mia 12.09.2010

In Controluce ci piace cambiare lo sfondo. Da ieri, anche in occasione della Giornata del FAI, appare uno scorcio del parco della Villa del Balbianello, situata a Lenno, Lago di Como, in una posizione mozzafiato. Nel post sottostante Pieffe e Pinuccia hanno manifestato la loro meraviglia. Essi sanno riconoscere il bello anche da uno scorcio. Fatto del resto normale per i frequentatori di questo sito. Modesta eh?

Allora, perché non pubblicare le slides della Villa del Balbianello dal collegamento del FAI? Eccolo. Guardatelo, ne vale davvero la pena. Buona visione a tutti, con uno dei gioielli del mio lago.

http://www.flickr.com//photos/fondo_per_l_ambiente_italiano/sets/72157622948401281/show/

RUMORI CHE OFFENDONO

foto mia

Funivia Cortina-Cima Tofana.  Il secondo tronco sale a Ra Valles a 2.475m. C’è un rifugio e una vista mozzafiato (l’ultimo tronco che termina a Cima Tofana è aperto solo in estate).
Le dolomiti, gigantesche, accolgono il sole che scende, e come per salutarlo si vestono di un rosa sussurrato.
Anche la neve brilla per l’ultima volta, pullulando di allegre stelline dorate che danzano per il sole. È il tramonto e tutto ma proprio tutto dovrebbe essere … Silenzio.
Ero a Ra Valles sabato scorso, al tramonto. Appunto. Non mancava nulla ma mancava tutto. Mancava il Silenzio.
Il rifugio aveva gli altoparlanti anche all’esterno e mentre il mio sguardo seguiva la discesa del sole che (appunto) faceva brillare la neve e colorare di rosa questi giganti di pietra urlavano la voce di Eros Ramazzotti, la pubblicità “volete perdere peso”? e poi le notizie “Bersani e Berlusconi… ” ecc ecc.
Ogni commento si perde. Si sarebbe perso il mio pensiero, il mio sguardo e forse anche, per un momento, tutta me stessa se solo ci fosse stato il Silenzio.
Invece no: la musica, la voce, il notiziario.  Offese. Offesa per il sole che calava, per le montagne che lo accoglievano, e per la neve che brillava. E per il mio cuore, per i miei occhi, per i miei pensieri.

Domenica sera, per puro caso, passando da Trento, a Torre Vanga  ho visto che c’era una mostra fotografica dal titolo: I Silenzi della Neve. L’ho visitata. Fatalità…
Fotografie di neve, dall’Archivio Fotografico Storico, immagini bellissime, tutte bianco e nero. Protagonisti: il Silenzio e la Neve. Fatalità…

E proprio dalla raccolta “Fatalità” gli organizzatori della mostra hanno scelto questa poesia di Ada Negri, che , stampata sopra un pannello scende dal soffitto. Il titolo è “Nevicata”.

Sui campi e su le strade
silenziosa e lieve
volteggiando, la neve,
Cade.

Danza la falda bianca
Nell’ampio ciel scherzosa,
poi sul terren si posa,
Stanca.

In mille immote forme
sui tetti e sui camini
sui cippi e nei giardini
Dorme.

Tutto d’intorno è pace;
chiuso in oblio profondo,
indifferente il mondo
Tace.

Ma ne la calma immensa
Torna ai ricordi il core.
E ad un sopito amore
Pensa.

qualcosa sulla mostra: http://www.giornalesentire.it/2012/dicembre/2919/isilenzidellaneve.html

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COS’E’?

Credo tutti qui conoscono la mia passione per le immagini, per questo mi piacciono le fotografia, mi piace farne. Ogni tanto giro tra i siti di fotografie, e ho trovato questo sul sito WallpapersWide. Mi piace, mi piacciono i colori, mi piace l’oggetto.

Ma … Cos’è??

TANGHI E LAGHI

ma guardando una immagine come questa, non vi viene in mente un lago?  (o il mare, ma in questo momento io chissà perché penso al lago). Autunno, spiaggia deserta. Spiaggia minuscola, di ghiaino e l’odore del lago. Le note di Piazzolla (concordo, Roberta),  Libertango… Escualo. Per esempio. Dolce-forte. Fortissima.  Strumenti che si pucciano nel lago di autunno, insieme al sole. Immagine dolce, morbidissima, sensualissima e calda. Come le note. Come la notte. Oltre la finestra della minuscolissima pensione che si affaccia sulla minuscolissima spiaggia di ghiaino, con le persiane di legno verde scuro, i muri esterni strullati, color rosa antico, l’interno è di lenzuola fresche che odorano di sapone,  stirati di fresco.

E … Libertango…

 

Immagine: Frost. Grazie!  http://robertaenne.wordpress.com/


 

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CAMBIA-MENTI

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Ci sono eventi, situazioni, stupori, delusioni, dolori che ci cambiano.

Non accade repentinamente ma nemmeno troppo lentamente, però accade profondamente e in modo significativo, intimo, incisivo. Forse definitivo.

Certe tempeste infuriano nel cuore e nella memoria: soffia un tale vento che disordina, stravolge e a volte disperde. Convinzioni, ideali, credo, fede. Crollano fiducia, stima, qualsiasi motivo di condivisione. E il passato, con i suoi slanci  diventa motivo di pentimento, il presente in qualche modo ricattabile, gli errori molto poco riparabili.

E capita che guardi le persone con lo stesso vetro nel mezzo, però  più trasparente, più nitido.  Come se passata la pasta levigante sul cristallino, vedi meno opaco.

E ti domandi chi sono le persone che hai davanti, dove sono gli occhi che un giorno ti hanno dato ristoro, sorriso, pace. Dove?

È che viviamo di illusioni, di costruzioni, di paure, di convinzioni che il nostro mondo contiene tutte le rassicurazioni di cui abbiamo bisogno, edulcoriamo le cose finché queste finiscono per somigliare all’oggetto dei nostri sogni. Ci innamoriamo di scatole che riempiamo di illusioni, di attenuanti, di concessioni, di perdoni, elargiamo possibilità e assoluzioni.  Prendiamo per mano superficialità e le trasformiamo in profondità. E ci crediamo, ci tuffiamo dentro con tutte le scarpe. Bella caduta!! Inconsapevolmente cadiamo in basso credendo di elevarci. Crediamo di vedere le stelle invece sono lampadine dismesse degli alberi di Natale dell’anno prima. Beviamo parole, e parole e parole trovandoci dentro sapienza e saggezza invece c’è solo presunzione e arroganza. E il misero tentativo di colpire, stupire, impressionare.

Ma poi il dolore quando è forte fa crollare tutto il castello di carta, gli occhiali dalle lenti colorate cadono miseramente e si infrangono e la realtà ci acceca quasi. Ma dopo passa. Si va avanti e magari per cento miraggi di oasi nei deserti sui nostri cammini, ne troviamo qualcuna che ci piace per com’è, e per com’è l’amiamo. Si sta male, quando crollano i miti, fanno un casino bestiale, un rumore nei giorni che rimbomba nella testa. Cadiamo anche sopra le macerie di una storia d’amore, di una amicizia, o sopra cioè che siamo,  ma poi quando rialziamo la testa, insieme ai dolori delle ossa e del cuore, in mezzo ai lividi, e tra le fessure degli occhi pesti, vediamo più chiaro. Certe volte le botte fanno bene, cadere può essere una fortuna, una opportunità. In alcuni casi la caduta e la botta sul testone è salvifica.

“Ciò che non uccide rende più forti” scrisse Nietzsche, e sebbene non mi sia particolarmente simpatico, in questo sono d’accordo con lui. Lo insegna la vita, lo insegna il dolore, soprattutto. E sempre cadendo si impara anche a voler sempre più bene a sé, ad essere più indipendenti,  a distinguere la plastica dal vero, che cerca di vivere respirando più cielo e meno gas di strada, che si veste poco ma di lino e cotone. Mai di lustrini e lamé.

INCONTRI

 

 

Sabato mattina. Un bosco fuori Roma,  Pieffe ed io. Bastone in mano, passo lento ma costante, silenzio. Solo la canzoncina lieve e per me assolutamente incomprensibile sussurrata dalla voce di Pieffe. Nessun altro essere umano. Solo io e poi Pieffe, con le sue orecchiette vibranti, pronte a captare rumori.  Ad un certo punto si blocca, mi guarda, sorride e sussurra: ci sono! Qui ci sono, li sento! Io mi guardo attorno, guardo tra le foglie .. Niente. Lui mi fa un segno appena percettibile con l’orecchietta destra, io traccio una linea immaginaria tra la punta di questa e il terreno e … lo vedo. Uno gnomo!!! Lui afferra il suo telefonino, infatti la foto è parecchio sgranata. Non aveva altro disponibile al momento…

 http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/7993412335/in/photostream

OMAGGIO

Ehi, si, sono proprio io, la Matilda di SirBiss e Silvia. Dal giorno in cui ho avuto l’onore di essere pubblicata tra i gatti sapienti, sono cresciuta, vero?
Ora sono qui che riposo, tra l’erbetta. L’erbetta qui è … di casa. Non potete sapere quanto! Altro che l’erba di Grace!!! Qui non si scherza mica. Erbette e giardini e orti mi circondano. La mia famiglia, quella umana, intendo, mi ha lasciata sola, hanno preso il traghetto, i traditori, e se ne sono andati, lasciandomi a fare la guardia. Io ho cercato di spiegar loro che non sono un cane ma una gattina … Macché! Comunque nel caso, miagolerò. Qualcuno arriverà. Magari con un’astronave, tutina da marziano, a salvare me e la casa, lucertole e tartaruga. Eh si, qui c’è anche Gigia, la tartaruga, che a memoria del padrone di casa, ha più di mezzo secolo. Ora vi saluto, torno a sonnecchiare. Vi lascio una cosa scritte qui sotto, da un illustrissimo scrittore, si chiama Borges. Ecco, lui sì che aveva capito tutto di noi felini. Ma anche molto degli umani, e anche oltre ….

Miaooooooooooooooooooo

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Matilda tra l’erbetta. Foto di Silvia, grazie Sissi.

Non sono più silenziosi gli specchi
nè più furtiva l’alba avventuriera;
sei, sotto la luna, quella pantera
cha a noi ci è dato percepire da lontano.
Per opera indecifrabile di un decreto
divino, ti cerchiamo invano;
più remoto del Gange e del Ponente,
tua è la solitudine, tuo il segreto.
La tua schiena accondiscende la carezza
lenta della mia mano. Hai accolto,
da quella eternità che è già oblio,
l’amore di una mano timorosa.
Sei in un altro tempo. Sei il padrone
di un abito chiuso come un sogno.

J.L.BORGES

NIENTE PAPAVERI

foto mie, ago 2012, National Park Plitvice, HR – Patrimonio dell’Umanità, Unesco

foto mie, ago 2012, National Park Plitvice, HR – Patrimonio dell’Umanità, Unesco

CELESTE MI

foto mia

Foto mia.. E poi dicono che a Milano il cielo non è mai celeste …

Svegliata dalla sveglia alle 6.30 di oggi, sabato mattina perché ci sono cose da fare (sono milanese, nessuno è perfetto..) ho visto su la7 un pezzo di Le invasioni Barbariche, ospite Enrico Bertolino, così ho conosciuto il suo libro, Pirla con me, Mondadori. È una caricatura di Milano, dei milanesi, di ciò che Milano era, di cioè che Milano è. Sottotitolo: da Milano si può guarire. Penso che lo leggerò. Immagino un libro divertente e triste, come fanno le caricature tutte: un cono di luce bianca e impietosa sopra difetti, miserie, dolori e nostalgie. Mi sono sdraiata di nuovo sul letto e gustata l’ultima parte (in rete ho trovato l’intervista completa) e mentre ascoltavo ho pensato che io non vorrei mai de-milanesizzarmi, non ci penso nemmeno. Provo perfino nostalgia per quella Milano della quale Enrico Bertolino, praticamente mio coetaneo, conserva dei ricordi in seppia. Quando al Bar Magenta c’erano i biliardi (ora sono rimaste solo le stecche e i contapunti, sono contenta che ci siano). Quando sulle ringhiere dei Navigli c’erano i panni stesi e non gli atelier e i teatri di posa più prestigioni della città. Non vivo in città, prima per scelta dei miei genitori, poi per scelta personale, per ragioni che ora qui non sono importanti ma che si possono sistetizzare così:  vivo in una casa con giardino  fiori prato e cani e ora anche orto,  ma se non avessi avuto queste esigenze, l’appartamento in condominio di certo lo avrei scelto a Milano. A Milano ci lavoro,  e di fatto ci vivo da che avevo 15 anni. E per me, vale la pena del viaggio. Che viaggio poi non è. Quaranta minuti sono spesso normali se non poca cosa per molti che pure vivono e lavorano in città. Milano è ottimamente servita dai mezzi pubblici, ha una rete di trasporti meravigliosamente efficiente ma è .. grande. Grande, in tutti i sensi. 🙂 E no, io di Milano non voglio guarire. Anzi, mi spiace di non essermi ammalata (non ero nata) quando ammalarsi di Milano era un privilegio, era costruire, era ammalarsi di cuore. Un bell’ammalarsi di cuore, quello.

Vivere fuori (però fuori per davvero e non nella periferia – la precisazione è fondamentale) è un buon compromesso per quelle che sono le mie esigenze. Ho bisogno di Milano, ma ho bisogno anche di altro. Così Milano, la sera e nei fine settimana è sotto i miei piedi, solo un pochino più a sud, raggiungibile in pochissimo tempo e rassicurante, con la sua Madonnina e tutte quante le sue contraddizioni e le sue spine, pungenti tanto quanto le guglie del suo duomo.

In fondo a questo video (verso la fine, si può far scorrere il cursore) c’è una bella cosa, che non c’entra nulla con Milano. Alla domanda: cosa conta di più nella vita, c’è una risposta interessate, attraverso un … vasetto di maionese.

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Navigli a Natale
Foto di Pierangelo Mariani- Grazie Pier, spero di rivederti presto.

P.Mariani

e da http://www.milanmilan.it

“Preghiera disperata” alla Madonnina del Duomo

©Ada Lauzi

L’è ‘na preghiera fada in milanes con umiltà, fervor, senza pretes: te preghi madonnina, per on’ora fa ritornà Milan ‘me l’era allora… e, per quell’ora, famm vedè i navilli, i bei tosann coi sòcch fin’ai cavilli, i “Gigi” con la gnaccia e intorna i fioeu e sentì anmò el cantà di barchiroeu, el vosattà di dònn in sul Verzee e quell del Vicolin di lavandee! O Madonnina, famm ‘sta carità. per on’oretta sola famm tornà ne la Milan di brumm e di cavai quand sòtta Tì giugavom num bagaj, e Te parevet alta in Paradis coi gulli intorna, bianch come benis, famm rivedè ‘ncamò i spazzacamin con tutta la carisna sul faccin… …el soo…l’è ‘na preghiera disperada… d’on coeur che ne pò pù de sta bugada… ma…quand de damm a trà Te avree decis… famm sarà i oeucc…e derva el Paradis.

SENZA PAROLE

Io l’ho definita .. triste. Triste. Perchè davvero non ci sono parole. Davvero. Restaurare un’opera, per me, significa comunque rendere parzialmente posticcio qualcosa. Meglio non perfettamente conservato che posticcio. Ma questa è la mia opinione, un po’ estrema forse. Ma è così che la penso. Ma leggete un po’ l’articolo. Oltre ogni limite, oltre ogni decenza, oltre… tutto. Qualcuno si incazza, qualcuno prova un colpo al cuore. Qualcuno prova  indifferenza,  perchè ci si anestetizza anche un po’ per le miserie che ci tocca vedere di questo nostro Paese.  Martellate, nel cuore e nell’orgoglio, sfregi, come sugli affreschi di Giotto. Uguale uguale. Cosa dire? Cosa?

Povera Italia!!!

http://www.repubblica.it/persone/2012/07/25/foto/assisi_patti_smith_restaura_giotto-39691150/1/?ref=HRESS-22

FIRMA DEL VENTO

Foto mia

Ho giocato le mie carte tra le piante di rosmarino e la spazzatura

con i pugni nel ventre della sera

In piedi ma con l’ombra sempre in ginocchio

ho portato in giro il mio cuore come un secchio tutto pieno di buchi

come si porta in giro un cane di notte

non per passione ma perché sennò sporca il tappeto

E qualche volta sono andato a raccogliere fiori

per fare piacere a una donna, per farle almeno pena

E qualche volta sono andato a raccogliere fiori

per fare un dispetto al prato, se lei non ti guarda

Ma la Breva firma i cipressi

e soffia via la polvere di quello che volevo essere

perché il tempo è un coniglio che scappa

ma è anche il cane che gli corre dietro

E vado avanti a spingere la mia biglia finché

finché c’è terra lei vuole rotolare

Con un plettro e una pastiglia, la mia biglia in tasca, la porterò a casa

E ho aspettato i marziani con la tuta tutta colorata

i fantasmi in mezzo ai prati dell’autostrada

e non ho capito che qualcuno aspettava me

più agitata della coda che ho staccato a una lucertola

con gli occhi chiusi e la patta aperta

per disegnare l’amore perfetto sul soffitto

E qualche volta sono andato a raccogliere fiori

per strappare loro i colori, per dire “m’ama non m’ama”

e qualche volta sono andato a raccogliere fiori

per dirottare il loro profumo là, dove c’era solo merda

ma la Breva firma i cipressi

e soffia via la polvere che volevo essere

perché il tempo è un coniglio che scappa

ma è anche il cane che gli corre dietro

E vado avanti a spingere la mia biglia perché

finché c’è terra lei vuole rotolare

Con un plettro e una pastiglia, la mia biglia in tasca, la porterò a casa

E adesso sono qui a guardare i passi in mezzo al prato

insieme ai fiori che stavolta non ho strappato

e nel vento, mi piace guardarli ballare

(Davide Van de Sfroos, Long John Xanax da Yanex)

(Traduzione mia)

Foto mia

PROMESSE

 (grazie a RT per la foto e per il resto)

Fatto salvo che imbrattare muri cabine telefoniche treni e quant’altro “non s’ha da fare” … bè … è bello vedere una scritta come questa. Tra le tante Forza Inter Viva la f….. ecc.. un pensiero d’amore.

Che commuove, fa sorridere e anche invidiare un pochino quella stella che probabilmente avrà avuto modo di brillare (io spero di sì, che sia accaduto..)

Assolviamo l’autore dal peccato di avere scritto sopra una cabina telefonica?

PELLE

Pioveva. Sul ponte, nel fiume e sull’impermeabile di Elena.  La pioggia rendeva il fiume frizzante. Il cielo, scuro, colore del fumo, sembrava dovesse cadere sulla terra, da un momento all’altro. Invece stava là, come sostenuto da una forza invisibile, misteriosa. Cadevano solo lacrime di cielo, gelate. Elena si domandò se il cielo le piange già fredde oppure se si raffreddano durante il percorso, dagli occhi alla terra. La pioggia le ricordava sempre un novembre di tanto tempo fa, quando non c’era alcuna ragione per cui  quel giorno dovesse splendere il sole tantomeno brillare le stelle quando il giorno fu sera.

Poco prima era sul treno: odore di umido mescolato a quello fresco del mandarino che la ragazza con i capelli neri mangiava lentamente, dividendo la sua attenzione tra una rivista di gossip e le unghie smaltate di rosso. Odori .. ecco cosa rimane dentro per sempre, pensò Elena. Gli odori. Ponti tra i ricordi incastonati in luoghi remoti della mente, trampolini tra presente e passato, onde radio velocissime e far riaffiorare momenti sia pure insignificanti ma pregni di odore. Non le parole, non i colori, non i gesti ma gli odori. Sapeva che avrebbe per sempre associato il treno del ritorno con il profumo del mandarino. Che avrebbe scordato le fattezze del viso della ragazza e anche le sue unghie rosse, troppo rosse e troppo lunghe ma che non avrebbe dimenticato l’odore.

Era stata indecisa per tanto tempo, Elena, ma alla fine guardando un’ ultima volta il biglietto, comperato tanto tempo prima, decise che era arrivato il tempo di fare ritorno. Mancava da molti anni da quella che un tempo il suo cuore considerava “casa”: una vita di spostamenti, studi e poi lavoro e poi specializzazioni e viaggi e ancora lavoro.

E poi Pietro. Che era diventato il suo tutto, la casa, l’amore, il calore, e un progetto. La certezza del ritorno, la poesia delle cose delicate ma anche la passione, il compagno con cui attraversava il tempo lontano dai luoghi comuni, dalle convenzioni, dai rapporti finti, dalle frasi fatte. Con lui non c’era palcoscenico, nè le pesanti tende di velluto a nascondere verità o bugie. Non c’era compromesso, non c’erano copioni da recitare.

Lo aveva incontrato su una spiaggia, in un ottobre insolitamente caldo, e conosciuto grazie ad un banalissimo sassolino colorato che stava raccogliendo sul bagnasciuga.

Lui divenne le sue ali: con lui attraversava i confini del tempo, abbandonava la pelle della “brava ragazza” che fin da piccola le avevano cucito su misura cento mani di sarti tutti uguali, usando lo stesso cartamodello con cui era stata cucita la pelle di sua madre e quella di sua sorella. Era diventata un buon prodotto, lo stesso che altri avevano desiderato, deciso, progettato e infine costruito.

Pietro era il sogno, la mano che scioglie le catene, era l’aria, il respiro, il battito del cuore. I suoi fianchi erano la casa dalle finestre aperte, la sua pelle sapeva di cose buone, di libertà. Dalle sue labbra non uscivano mai parole congelate nemmeno in inverno.  Aveva ascoltato parole così gelate, nella sua vita, che bisognava metterle accanto al fuoco per poterle ascoltare. Ma niente in Pietro era gelato anzi lui era il suo disgelo, il fiato caldo sugli strati duri del cuore. Gli strati costruiti dagli altri.

Con lui aveva smesso di vivere il tempo degli altri, di misurare le cose con il metro degli altri, e di vivere la vita degli altri. Piano piano aveva ritrovato la sua pelle, lasciato quella finta, un pezzetto al giorno, pagando ogni giorno con un po’ di dolore. Ma sapeva che in fondo c’era una Elena da raggiungere, da ritrovare, da amare.

Aveva smesso di cercare di uccidere il tempo, perché non gridasse troppo forte con una voce che non era la sua, perché smettesse di avanzare con passi che non erano i suoi, perché finisse di chiederle di ingannarlo, con menzogne e illusioni e false convinzioni.  Aveva smesso di cercare rifugio nel sonno, nel lavoro che erano solo palliativi, farmaci inefficaci per l’aridità dell’anima che mangiava l’anima e ogni tenerezza della vita.

Aveva imparato ad annusare la terra, l’erba, a sentire la pelle che, finalmente sua, le parlava una lingua comprensibile.  Aveva conosciuto l’odore delle stelle: lo portava la brezza della sera sulla schiena nuda di Pietro sul terrazzo,  nelle sere d’estate. Leggeva poesie nelle mani callose di un uomo che lavora, come tra le ciglia dei bimbi quando ridono, sui visi degli anziani tra i solchi della vita. Riconosceva il cuore di chi è capace di stupire e sentiva il suo cuore capace di stupirsi.  

Poi Pietro se ne andò, come una stagione, come le nuvole, come la neve.  Era novembre, pioveva. La offesero e ferirono tutti gli arcobaleni che vennero, come tutte le primavere che arrivarono una dietro l’altra, una più spudorata dell’altra. Esplosioni di colori e odori, cieli turchesi e canti di uccelli. Prati verdi e laghi di smeraldo liquido, autunni lussureggianti di rossi accesi e ori sui suoi giorni erano offese, colpi di piccone sopra un dolore profondo e sempre vivo.

Non era un caso, la pioggia, il giorno del ritorno. Non lo era affatto. La pioggia la stava accogliendo, era il benvenuto del cielo e non il pianto. Per una volta almeno. Tolse l’impermeabile per offrire alla pioggia la pelle, la sua vera pelle, quella ritrovata e si rese conto in quel momento di essere tornata a casa tanto tempo prima: capì che è quando si ritrova la propria pelle che si torna davvero a casa.  Il tempo di Pietro è stato questo: accompagnarla dentro casa, dentro sé stessa, la sola, unica, vera casa.  Permise alla pioggia di idratare la sua pelle: sapeva che sarebbe rifiorita perchè era la sua.

Forse ci sono incontri che hanno il compito di accompagnarci, di traghettarci in un posto, di seminare un pezzo del nostro orto con i nostri stessi semi che abbiamo in tasca… ma non lo sappiamo, pensò a voce alta Elena, e cominciò a sentire freddo.

La sua pelle ricominciò a parlarle anzi non aveva mai smesso. Solo che lei riprese ad ascoltarla.  Si rimise l’impermeabile: qualcosa scivolò dalla tasca. Si chinò: era un piccolo sasso colorato.

LA CHICCA – TRE

LA CHICCA – DUE

Il panettiere consegnava ogni mattina il pane a casa, lasciando il sacchetto nella cesta appesa al cancello della casa in cui vivevo all’epoca. Un sabato mi aspettò e mi disse che il suo nipotino desiderava da tempo un cagnolino: fu così che regalai il piccolo di Chicca. Noi avevamo già due cani e poi ero certa che il piccolo sarebbe stato  in buone mani per cui il nipotino del panettiere diventò il nuovo amico del cucciolo di Chicca.  Chicca guarì del tutto: medicine e cure ripristinarono il pelo laddove mancava, la sua salute migliorò e dopo un po’ di tempo si poteva considerare una cagnolina sana e felice. Gli altri nostri cani l’accolsero fin da subito, e lei ogni notte si arrotolava accanto a loro trovando calore e sicurezza e affetto. Abitavamo una villetta, con tre cancelli e un giardino e un orto, situata in una zona del paese costruita a villette. Dopo qualche tempo, notammo un cagnolino, pelo raso, bianco nero,  musetto curioso e occhietti  vispi, fare la posta davanti al nostro cancello: la ragione era fin troppo chiara, Chicca era in calore. Una sera, al rientro a casa di mio fratello, accadde il “fattaccio”: l’inseminator, come fu chiamato, non si lasciò  sfuggire l’occasione di quel cancello spalancato e una domenica di Maggio, proprio il giorno della festa della mamma, Chicca mise al mondo 4 cuccioli. Bellissimi, quattro palle di pelo riccio. Fu una gioia ma anche un problema: a quel punto i cani erano sette, non facilmente gestibili, con  due cancelli che servivano tre automobili. Fortunatamente quattro conoscenti, persone fidatissime e conosciute ci chiesero i piccoli,  i quali  dopo lo svezzamento trovarono casa e amore. Chicca era una cagnolina intelligente, molto intelligente, dotata di un carattere deciso, testardo e soprattutto disobbediente e curioso. Quando capiva che non volevo che facesse qualcosa, guardava il cielo, soffermandosi in punti precisi con grande interesse come se da quell’osservazione dipendesse la sua vita! La cosa mi faceva un po’ arrabbiare ma soprattutto ridere. Era uno spettacolo vedere quanto una cagnetta alta una spanna potesse prendersi gioco di una persona. Una delle sue trasgressioni preferite era quella di uscire  dal cancello ogni volta che questo restava aperto  (il solo  tempo necessario  per passare con l’auto). Dicevo prima che la casa stava in una zona residenziale di villette pertanto le strade servivano solo le case stesse: le piccole uscite di Chicca (tre minuti al massimo) non erano dunque un pericolo, considerando che lei si limitava a pascolare nell’erbetta che cresceva rasente il recinto di casa.  Ma un pomeriggio, questa piccola trasgressione fu fatale. Era una domenica, io stavo leggendo in camera mia, mio padre usci con l’auto ma la cagna del dirimpettaio (libera per la strada)  aggreedì la mia piccola. Sentii un urlo terribile, lo ricordo ancora,  non lo dimenticherò  mai. Uscii con il cuore in gola, caricai la cagnetta in auto: con le gambe tremanti e un senso forte di nausea e disperazione,  non so come raggiunsi un ambulatorio veterinario di quelli aperti 24 ore. La cagna della vicina  le aveva staccato un occhio a morsi. La lasciai li la notte, fu sedata, le vennero date medicine attraverso flebo,  operata il giorno dopo.  La salvarono. Lei rimase la stessa di sempre, allegra, con il suo cuore enorme, la sua fiducia neri confronti di tutti, e del tutto immmutata la sua vivacità.  Passarono altri anni, e l’unico suo occhio si ammalò di cataratta ma lei, come tutti gli animali, aveva il suo nasino: quell’organo meraviglioso e misterioso e potente le permise di vivere bene e di sopperire al resto. Mi trasferii, lei restò con mio padre perchè la mia casa non era idonea ad accoglierla: Chicca era troppo piccola e la casa aveva una recinzione provvisoria e per niente sicura. E poi era un ambiente sconosciuto e sarebbe stata sola tutto il giorno. Provai, a portarla qui, ci provai, ma la vidi disorientata, se pure curiosa, ma si si spezzava il cuore. Sapevo che lo avrei fatto per me e non per lei. La riportai quindi a “casa”. Continuai naturalmente a vederla, ovviamente ad amarla. Poi una domenica venne mio padre a pranzo da me e mi disse che era morta. Non volli sapere come, non lo so nemmeno adesso. Non mi importa di saperlo. Visse 12 anni felice, nonostante il terribile incidente. E questo mi basta. Nemmeno mio padre potrebbe più raccontarmelo, pero’ il cane di mio padre vive con me. Questo lui lo sa, glielo avevo promesso.

Nel post successivo, ci sarà la fotografia della Chicca. Quella del suo piccolo grandissimo cuore è invece impressa in un posto di dentro, per sempre.

LA CHICCA – UNO

Quando arrivò era in condizioni davvero pietose: un coso peloso, pelo tipo rasta, con chiazze di cute totalmente assenti da qualsiasi pelo. Attorno al collo una specie di cordolo, duro al tatto. Probabilmente era stata legata, e forse aveva rotto quella che poteva essere stata una corda. Malnutrita, disidratata, con la bocca asciutta: in bocca residui di calcina. E aveva un cucciolo. Nero, pelosissmo, minuscolo. Avevo notato mio padre andare via diverse volte il sabato e la domenica con il motorino, non prima di aver preso del latte, della carne, una bottiglia di acqua. Ma non era insolito, per lui. Era un cacciatore, ma un po’ atipico. Spesso nutriva i piccoli di coniglio, di volpe. Alcuni dei suoi racconti li avrei accostati, con il tempo, a qualcosa di Mario Rigoni Stern anche se ambienti, animali, scenari ed epoca non corrispondono. Un sabato pomeriggio, gli chiesi, dal balcone dove stesse andando, di nuovo, con latte pane e acqua. Sorrise .. e mi disse che aveva trovato, qualche settimana prima, una cagnolina, in una discarica di materiale edile, con un cucciolo. Mi disse che l’aveva vista cibarsi di calcina, di rimasugli di cemento. Probabilmente non poteva allontanarsi per cercare cibo, per via del cucciolo. Di sicuro il solo sopravvissuto. Lo allattava, lo sapeva il cielo come. Gli chiesi cosa aspettasse ancora.. e lo pregai di portare le bestiole a casa. Mi rispose che era una situazione disperata, gli dissi “appunto”. Forse aspettava questo, mio padre. Partì con il motorino e poco dopo arrivarono. Non dimenticherò mai le condizioni di Chicca (la chiamammo cosi, era piccolissima). La lavammo, le tagliammo quel pelo stopposo usando forbici da giardiniere, bevve a piu’ non posso, e poi latte e poi …. Bè penso si possa immaginare. Il lunedi portai lei e il piccolo dal veterinario. Mi disse che Chicca aveva circa 4-5 anni, lo dedusse dalle condizioni dei denti e mi confermò che sicuramente era stata in una casa, e che con tutta probabilità era scappata da tempo. La curai, con medicine e amore e cuore.
La storia segue … con un altro post. Ora è un po’ difficile, scrivo dal treno e il racconto che verrà comprenderà anche del dolore. Come sempre accade nella vita.

CUORE

Capita mai di voler spegnere la testa. Allontanarla da te. Spegnere i pensieri, le preoccupazioni spesso inutili. La presunzione di dover pensare al domani (quale domani? – ma sei certo che ci sarà?)

Capita mai di voler essere cuore? Non parlare con il cuore, fare l’amore con il cuore, pensare con il cuore, guardare con il cuore

Ma “diventare” il tuo cuore?  Ti capita mai?

A me sì. Devo farmi curare?

ANNI DI PLASTICA

Celeste:  ti va di tirare fuori qualcosa per Controluce? Le carpe hanno fondato un’associazione per la difesa della loro dignità e un sindacato. Chiedono di carpare in pace e hanno fatto sapere che il primo aprile si vendicheranno. Una certa Wanda apriva il corteo e faceva anche un po’ paura..

Riccardo: come? Scrivere? Ehi, ma come scrivere??? …  non hai tempo? … si,  ma…  si, ho capito ma… no, dai, ma come io… si,  ho visto come… cioè no… fammi parlare… no dai… ah… ma… ah, vabbè…

No, impossibile. Non può essere successo di nuovo. Ma che ci faccio io qui?? Mi par d’essere l’intervallo della Rai, quello con l’arpa e le città d’Italia! Ma pensa te come si deve andare a finire. E poi che dico? Si, ho capito che la padrona di casa non c’ha tempo, ho capito che questi stanno andando a ramengo coi commenti e similari, ma che c’entro io?? Ok, ok. Come al solito la “parità dei sessi” s’espleta con la capitolazione di uno dei due. Per pietà non fatemi dire quale, dei due. OK. Bene…

Buonasera, eh. … come va…? Hm, animo. Vabè, frughiamo nella mente alla ricerca di qualche argomento che mi sia interessato e di cui possa dire qualcosa che non sia stereotipato, banale o in qualunque senso prevedibile e alla fine tragicamente noioso. In effetti qualcosa c’è (spero), ed è anche uno di quei fatti che riempiono la cronaca new style, di quella brutta brutta, della tragedia spettacolo, dei giornalisti delle lacrime, della spettacolarizzazione dell’incubo. Ma che in effetti, secondo me, a differenza dei vari delitti di varie parti d’Italia, si presta a diversi aspetti di approfondimento. E poi l’interesse va scemando, quindi se ne può anche parlare un po’ più seriamente, o meglio, serenamente. In breve, “La Nave”, come ormai viene definita, il naufragio della Costa Concordia. Ok, non se ne può più. Questo in effetti è il primo sentimento, concordo (ops). E sarà che io ho un minimo di conflitto d’interessi dato che quello che considero uno dei posti più belli del mondo è lì a due passi, e ci vado da tanti anni in cerca di boh: bellezza, sincerità, asprezza anche, e di nuovo bellezza, storia e potrei continuare ad libitum, ossia l’isola d’Elba. Per cui mi interessa sapere come e se riusciranno a bonificare quella carcassa preistorica da tutti i suoi agenti inquinanti, e a pregare perchè tutto quello che conosco di quei posti possa continuare ad esistere, piante, animali, coste anfratti e insenature, e la gente che ti vende i sugarelli pescati la notte dalla barca sul porticciolo. Non mi dilungherò nelle disquisizioni tecniche delle potenzialità distruttive del carburante (si chiama “bunker”, è quanto di più “scarto” ci sia, è l’ultimo prodotto estratto dalle torri di raffinazione del petrolio, più raffinato solo dell’asfalto che si mette sulle strade. E’ così duro, si, duro, solido, che per essere usato va sciolto col vapore a centinaia di gradi), e nemmeno dell’olio lubrificante (nella vostra auto ce ne sono circa quattro litri no? Ossia poco più di tre chili e due. Beh, in quell’arnese ce ne sono quaranta tonnellate). Se fuoriuscissero, e non pensiamo a cosa sarebbe successo se fosse affondata in senso proprio, semplicemente distruggerebbero l’arcipelago toscano. Dicevo, il recupero e la bonifica lo seguo con ansia per quanto ho descritto, ma c’è altro che mi ha colpito e che vorrei condividere. La prima cosa ovvia è che ha fatto più danni Schettino in poche ore che Berlusconi in vent’anni di “cavalli in senato” in guisa di novello (si fa per dire) Caligola. Infatti, Berlusconi è uno che “non si sa come” è arrivato per “meriti” suoi ad avere l’influenza che ha avuto e l’ha usata allegramente a proprio vantaggio (al proposito segnalo un articolo dell’Economist “The man who screwed an entire country” ossia “l’uomo che ha fottuto un intero paese” che definirei bellissimo se non ci fosse da mettersi a bestemmiare

http://www.economist.com/node/18805327

e in una traduzione non fedelissima ma che rende comunque un’idea

http://www.metaforum.it/showthread.php/20658-Economist-l%E2%80%99uomo-che-ha-preso-in-giro-un-intero-paese

in rete ce ne sono anche altre per chi fosse interessato) ma è comunque un fatto che interessa un solo essere umano, quindi è un caso circoscritto, limitato e, si può presumere, particolare. Schettino invece fa paura davvero, perchè rappresenta il “manager qualunque” italiano, che fa lo splendido, osannato nel suo fascinoso completo bianco, potente al punto di poter sposare o arrestare chiunque sul suo pezzo d’italia galleggiante, di poter decidere della sorte, guidare e condurre gli esseri umani che gli sono stati affidati. E usare tutto questo per fare bravate, e fare colpo e comunque goderne a livello assolutamente personale, senza alcun obbligo associato. Se ne trovano esempi analoghi specialmente nel mondo finanziario o pseudoimprenditoriale italiano e non solo. E, una volta “fatto il guaio”, subito dopo fuggire dalle proprie responsabilità, pensando solo a salvare se stesso. Un danno etico incommensurabile, per il nostro paese, dove “paese” non è quel senso vago (per taluni certissimo, come “l’esistenza di Dio” d’altra parte) di confini territoriali, bensì di condivisione di valori derivanti dalla storia culturale precedente e perchè no, di una lingua. Al pari di quei cowboy che hanno usato uno degli aeroplani militari più evoluti esistenti, per giocare al loro videogame prima di tornare a casa loro, senza conoscere nè il posto e nemmeno avere guardato le carte: bravata che è costata la vita a venti persone (funivia del Cermis, per chi non ricordasse). L’atteggiamento è lo stesso. Si, è osceno, e mi ha dato fastidio. Anche la storia personale delle singole persone è stato piuttosto d’impatto (quella oggettiva, non ho mai voluto ascoltare nemmeno una trasmissione di spettacolarizzazione della tragedia). Stupidamente, quando hanno ritrovato la bambina dispersa ho pensato a quello che… beh, chiaro a cosa ho pensato, mi sembra normale. Ma c’era ancora qualcosa, che non avevo trovato cosa fosse, che mi aveva colpito. Poi ho capito. Era la nave. Non mi stava facendo nessun effetto vedere la morte di quella nave. Strano. Anche in alcuni temi dei bambini del Giglio si trova il dispiacere per questa enorme balena che è venuta a morire a casa loro.

http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2012/02/02/news/temi-in-classe-1.3136678

Se avete qualche minuto leggeteli, perchè ci sono cose che i grandi non immaginano. Punti di vista, oppure dettagli insignificanti che invece sono la cosa che ottunde tutto il resto della scena. Ok, esprimetevi liberamente: “questo è scemo” è un’espressione perfettamente accettabile nei miei confronti, lo dico io per primo di me stesso. Ecco, però, dopo che vi sarete sfogati, e ripeto, condivido, provate a starmi a sentire. L’avete vista quella nave? Mi ricordo la sensazione che all’inizio degli anni novanta mi fece il vedere il varo di una delle prime di queste dai cantieri di Trieste. Mi venne da dire: “ma questa non è una nave”. Non so cosa fosse, ma una nave no. È enorme. Quadrata. Sgraziata. Una nave è filante, ha una prua lunga ed affilata, un sistema di ponti discreto, con una specie di terrazzamenti elegante, spazioso, un po’ piramidale, ed una poppa che non è possibile che sia un nome attribuito a quella parte per caso: la poppa di una nave è una bellissima “poppa”, tout court. Quella, no. E tantomeno la Concordia. E poi l’avete vista dentro? Quello sfarzo vistoso e pacchiano, inutilmente carico di luci (ovvio, tutte banalmente artificiali) e di scalinate, ascensori di vetro, a vista, e poi ori e marmi e zampilli. E moquette. Ovunque. Mamma mia… Mi ricorda un hotel di Abu Dhabi dove alloggiai una volta. E un altro di Houston, di una missione successiva. Uguali, entrambi. Se non avessi saputo dove fossi stato nel momento del risveglio, certo non l’avrei capito dall’ambiente circostante. Sfarzo, ricchezza (o almeno lustrini e paillettes) a gogo. Stile? Non pervenuto. Ok, manca un pezzo. Tra i miei “frugamenti nelle soffitte” c’è stato anche la storia dei transatlantici, e in particolare quelli italiani. Ora, detta così paio un accademico di storia navale: niente di tutto questo, solo semplice curiosità e un minimo di approfondimento. Quindi, mentre i vari Lusitania e Titanic tra tutti erano delle macchine, per quanto fascinosissme, ma vecchie, sia per la costruzione, sia “socialmente” (basta pensare alla 3° classe, o all’alimentazione manuale delle caldaie a vapore in condizioni al limite della resitenza umana, testimonianze tecniche della struttura sociale del tempo, e del valore “variabile” della vita umana), lo stile, l’eleganza, la classe assolute erano rappresentate dalle navi italiane degli anni ‘50 e ‘60. Penso alla Michelangelo, alla Raffaello, e prima di loro all’Andrea Doria.

http://www.michelangelo-raffaello.com/italian_site/arte_a_bordo/arch_mich/arch_mich_pag1/arch_mich_1it.htm

Vere e proprie opere d’arte galleggianti, (e taccio dell’aspetto progettuale della macchina in sè). C’era ricerca, in tutta l’idea: dalla linea dello scafo ai locali, agli arredi, alle opere degli artisti del tempo, a decorare gli ambienti. C’erano soluzioni d’avanguardia, per l’epoca, a bordo. Questi eravamo “noi” negli anni ’60. Alla Michelangelo successe un incidente, fu travolta da un’onda oceanica anomala, e ci furono danni, e morti. All’epoca tutti i transatlantici, di ogni nazione e paese, furono mandati in cantiere per le modifiche necessarie, perchè “se è successo a loro” allora è grave davvero. Eravamo “quelli bravi”, all’epoca. E la Concordia? Io non ho competenze navali, ma di macchine un po’ me ne intendo, e anche di quelle che sono un po’ bastarde dal punto di vista della sicurezza: ad un certo punto del progetto, diciamo a metà, usa fare una riunione che si chiama HAZOP, ossia “HAZard and OPerability analysis”, cioè “analisi di pericolo e operabilità”

http://it.wikipedia.org/wiki/HAZOP

Tutti quelli coinvolti nel progetto sono invitati a formulare quesiti del tipo “cosa succede se”: cosa succede se si rompe quello, cosa succede se tizio non è lì a fare quello che deve, cosa succede se etc etc. E’ fondamentale, ma costruendo la Concordia, l’hanno fatto??? Cosa succede se quel ganzo di schettino la manda sugli scogli? Ci sta o no, con tanta acqua da tutte le parti, in mare? Appena è entrata acqua, (e lo scafo era singolo, che costa meno, ma s’è allagato subito tutto: ari-hazop), hanno perso all’istante i motori, tutti i controlli, compreso il timone, oltre alle pompe di bilanciamento (che sono quelle che siccome il fondo è piatto, e non c’è la chiglia (la nave è alta sessanta metri ma ne pesca solo otto…) per entrare anche nella laguna di Venezia perchè fa figo, la nave non sta diritta da sola come sarebbe naturale che fosse, ma c’ha bisogno di un sistema di pompe che bilancino l’acqua in dei serbatoi sui due lati della nave stessa): perse le pompe, la nave non è andata giù “pari”, ma si è rovesciata, che è stato il guaio dei guai. Schettino è solo la punta dell’iceberg (appunto), la tragedia della Concordia è ben più grave, ed è stata principalmente culturale. E allora io dico. Quando un’alluvione spazza la Biblioteca Nazionale, quando scoppia una bomba agli Uffizi, quando minano i due Buddha. Quando il museo nazionale di Baghdad viene sacheggiato. Quando infettano un lago rimasto intatto per venti milioni di anni. Quando succedono cose così, tutti perdiamo qualcosa. C’è anche chi sente male, quasi fisicamente, c’è chi pensa ad un essere viviente con un’anima, che muore. Beh, “perdere” la Raffaello o la Michelangelo, a sapere cosa sono state, a me, strettamente a me, suscita qualcosa di simile. Ovvio, lo capisco che non sono il museo di Baghdad. Ma perchè considerarle solo mezzi di tarsporto obsoleti, e non piuttosto delle opere d’arte? E non è allora un delitto sbarazzarsene a prezzo di rottame? La Tour Eiffel, è forse da vendere “alla libbra”, anche se c’hanno provato, ai tempi? (citazione da un’altro vecchio amore)

http://www.youtube.com/watch?v=RdD6L4cKKU8&feature=fvwrel – tradotto qui

http://www.dusk.it/Dusk_trselling.htm

ma qui è meglio che non mi si segua). Invece il grande cetaceo di metallo agonizzante appena fuori di Giglio porto beh, non ha un’anima. Ecco perchè non mi fa pena. E’ frutto di puro conto economico, di un senso del bello americano e stereotipato e omologato, condiviso e accettato, senza rischi, da “vincitore” che come esporta la democrazia in Iraq, così contamina come catrame ogni altra concezione del “bello” in sè. D’altra parte non è arte, è solo un mezzo di trasporto, no? E da “polli in batteria”, senza gloria, stile Ryanair, dove corri a prenderti il posto come sull’autobus, e non da Pan Am anni ’70. Vabè.

Mi fa un po’ compassione, questo gigante senza l’anima, e senza significato. Forse non se lo meritava, forse lei voleva essere una regina come quelle che l’hanno preceduta. Ma, a lei come a noi, sono toccati questi anni di plastica, questo tempo, e questi “nani” schettini, così lontani dai giganti di solo settant’anni fa, ma che sembra così tanto tempo.

Riccardo

L’ARROGANZA DEI PERDENTI

gatinha-arrogante

Trasolco. Si comincia con quello meno visibile, quasi virtuale: richieste di trasferimento di linee telefoniche, internet, utenze varie. Permessi: comunali, condominiali ecc. E poi si entra nel vivo: restituzione e/o distruzione di documenti, sgombero cantine, soppalchi, ripostigli. Indi inscatolamento di tutto ciò che deve essere trasferito, imballaggi, fogli millebolle per protezione vetri, computer, tastiere, monitor, quadri, cristalli, piantane, lampade ecc. Questi fatti personalmente, con una Celeste un po’ grigio polvere dalla testa ai piedi. I nuovi uffici sono al quarto piano di una casa d’epoca: ascensori stretti, quelli con il cancelletto in ferro battuto. La casa affaccia sulla circonvallazione che è anche corsia preferenziale bus nonchè ovviamente senso unico. Niente permessi a breve perchè occorrono tre vigili, deviazione della linea bus 94, permesso ATM, assicurazioni varie ecc. Che fare? Unica soluzione: trasporto dalla strada al piano a mano. Tutto a mano: mobili e scatoloni.  Preventivi nuovi e poi  la scelta. Ieri hanno smontato i mobili negli attuali uffici e oggi sono arrivati nei nuovi. Una squadra di persone meravigliosamente efficienti, discerete, maneggiavano con cura ogni cosa, come fosse loro. Mi ha colpito anche il silenzio con cui tutto si è svolto: pochissimo rumore, pochissime parole e tanti sorrisi. Rispetto, delicatezza, gentilezza. Oggi ero ad accogliere mobili e cose nei nuovi locali: ho lavorato anche io, ho raccolto  scatoloni, li ho portati a destinazione nelle varie stanze: no.. signora no… questo è troppo pesante! Lasci, faccio io.  Non mi è mai piaciuto stare a guardare altri che lavorano, provo un profondo disagio. Ogni tanto qualcuno chiedeva timidamente “posso usare il bagno”. Altri dell’acqua (avevo mostrato subito dove stava il boccione e il dispenser..) Ogni tanto offrivo il caffè. Capivano bene la nostra lingua ma la parlavano con un pochino di difficoltà, sempre con il sorriso, perfino quando li incrociavo carichi si peso sulle spalle, sorridevano e si scusavano (loro) mentre ero io, casomai, ad intralciare i lavori.  Hanno lavorato dalle 7 alle 8 di questa sera, ininterrottamente fatta salva un’ora per il pranzo. Sudori e sorrisi, incroci pei corridoi. scusi signora, prego, passi prima lei…. Poi ho pensato all’arroganza che subisco ogni giorno da giacche cravatte gemelli mont blanc ecc ecc. L’arroganza dei perdenti. La tracontanza delle piccole persone. Il diavolo veste prada. Spesso.

DREAM

sulle ali del sogno

 

Se puoi sognarlo, puoi farlo

Walt Disney (1901-1966) 
(foto R. su Flickr)

CONTRARIA-MENTE

Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita, come fai ad andare avanti, quando nel tuo cuore cominci a capire che non si torna indietro…  Ci sono cose che il tempo non può accomodare … ferite talmente profonde che lasciano un segno.

(Frodo Baggins)

Eppure si fa. Non solo si va avanti ma certe mattine, senti che sei contento di esserci.
Magari non c’è il cielo azzurro, non hai appena fatto un sogno tutto blu, dove tutto era blu, i muri, i pensieri erano blu, le luci erano blu. E non suonano nemmeno le campane della domenica, non cantano gli uccelli. Anzi, magari il cielo è grigio e gonfio, tumefatto, gioallognolo. Eppure ti alzi, scendi dal letto, ti infili sotto la doccia e sorridi.  Respiri all’unisono con la mattina, non importa se di pioggia o di sole.

Altre mattine invece la sensazione è quella di avere cento chili sopra il petto. Manca l’aria, fatichi a respirare. Magari non hai nemmeno avuto quel sogno che ricorre spesso: tu che cerchi di correre perché devi farlo, ma le gambe sono pesantissime e per quanto estenuante sia l’impegno, riesci solo a fare pochi passi. Eppure ti infili sotto la doccia e ti chiedi perché lo fai, ti dirigi al lavoro e ti chiedi perché lo fai.

Siamo fatti male..

Occorre tenere acceso quel fuoco che abbiamo dentro, perché ci accoglie quando rientriamo dopo  la tempesta, coperti di lividi e colmi di dolore. Prendersi cura della “casa” di dentro, tenere acceso quel fuoco è importante. E poi si può uscire. Tante volte la tempesta è passata, e c’è il sole.  Altre volte magari no.

C’è gioia senza sofferenza?  Quanto è netto il confine?

****

Ieri ho finito di guardare Il Signore degli Anelli. No, non avevo visto il film. L’ho fatto in questi giorni. Mi hanno colpito tante cose: è un film che fa riflettere. Il bene e il male. Cosa è bene, cosa è male? Gollum Smeagol è forse il solo personaggio “vero” del film, l’unico che incarna l’essenza di ogni essere vivente? In bilico tra il bene e il male, eroe e vittima. È lui che raccoglie pietà, compassione, ribrezzo.  È lui che permette la salvezza degli uomini, e il trionfo del Bene.
Film denso di metafore, di analogie, di sentimenti contrapposti. Amicizia, solidarietà, feldetà, umiltà.

Io non posso portare l’anello per Voi, dice Sam a Frodo, però posso portare Voi.

E poi odio, tradimento.  Ma quanto netti sono i confini?

Bene – Male
Bianco – Nero
Odio – Amore
Luce – buio

IMMAGINANDO

una lucia

Oggi vedevo un tramonto sul lago,
Dal crepuscolo in poi, fino al momento in cui il sole si spegne.
Ero allo studio, per cui lo vedevo con la mente.

Sentivo l’odore dell’alga che si sente quando l’aria della sera si fa pesante e si
sposa con il fiato del lago.

Vedevo la luce, la mezza luce, il controluce, e poi il velo della sera.
Sentivo i miei passi lenti scompigliare il ghiaino delle piccole spiagge,
le narici allargarsi e accogliere l’aria.

Pace. Pace con il mondo, pace con me, tregua con i miei problemi.
Pausa per la mia testa.

La luna che si specchia, le lucine danzanti come stelline sull’acqua.
Silenzio, pace, respiro.

È durato pochi istanti ma in quel momento aveva un senso solo essere li, davanti al lago.
E che tutto ciò che vedevo, sentivo, respiravo era una sensazione di appartenenza.
Io, il lago, la notte, la luna, le stelle eravamo tutt’uno.

Tornando a casa, in treno, pensavo che il lago, le montagne, la sera e il suo odore,
la notte che si avvicinava, le luci dei piccoli paesi che immaginavo accendersi e disegnare il profilo della riva, era armonia, e che il mio quotidiano è  … innaturale.
Il mio ritmo, il mio respiro, il mio vivere di corsa è innaturale. 

 

angolo lariano

 le foto sono mie, scorci lariani

reti (per pensieri)

TIEMPO

sfoglia(foto mia)

El tiempo es la sustancia de que estoy hecho.
El tiempo es un rio que me arrebata, pero yo soy el rio;
es un tigre que me destroza, pero yo soy el tigre;
es un fuego que me consume, pero yo soy el fuego.

Jorge Luis Borges

Il tempo è la sostanza di cui sono fatto.
Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume;
è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre;
è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco.

 


Non ricordare il giorno trascorso
e non perderti in lacrime sul domani che viene: su passato e futuro non far fondamento
vivi dell'oggi e non perdere al vento la vita.
(Omar Ḫayyām)

COSA


chiuso

(foto mia http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/)

Cosa ci sarà, "dietro"?

….

ssssttttt

ISTANTI

 arance

(foto mia . Dubrovnik, estate 2009)
 

A cosa serve una grande profondità di campo
se non c è un'adeguata profondità di sentimento?
(Eugene Smith)

Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare,
tre concetti che riassumono l' arte della fotografia.
(Helmut Newton)

Non bisognerebbe mai giudicare un fotografo dal tipo di pellicola che usa,
ma solo da come la usa.

(Ernst Haas)
 

Non esiste la fotografia artistica.
Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere
e altre che non sanno nemmeno guardare.
(Nadar)

Attrezzatura e tecnica sono solo l' inizio. È il fotografo che conta più di tutto.
(John Hedgecoe)

E un illusione che le foto si facciano con la macchina…
si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa.
(Henri Cartier-Bresson)

 

Sono aforismi sulla fotografia. Secondo me trovano analogie con l'amore, per esempio. (A cosa serve una grande profondità di campo se non c è un'adeguata profondità di sentimento?)

non è un elefantino?

ELEFANTINO    (foto mia. HR estate 2010)
 

Ma a parte questa riflessione, la fotografia è una sfida al tempo. Non so fare foto, non ho fatto alcun corso, non conosco tecniche né trucchi, ma mi piace farne.
Ogni volta che scatto una fotografia è questo che io penso: al fiore, all'insetto, al tramonto, alla nuvola dico:  fermo questo istante perché  tu possa restare ed io rivederti ancora.  È il tentativo di fermare un'emozione, qualcosa che non si ripeterà.

Eppure mentre guardi un tramonto, un'alba, il volo di un uccello, un lampo nel cielo e ti fermi per scattare una fotografia, quella emozione la perdi, la perdi per sempre.
Non puoi assaporarla, goderla, perché tra te e "lei" c'è l'obiettivo e c'è la mente che deve lavorare, inquadrare, valutare. Per questo mi è capitato di rinunciare a fermare istanti che sapevo brevi. Sono fotografati dentro, non condivisibili, miei, intatti nella memoria. Come lo sono le cose non fotografabili, come un bacio, una carezza, un respiro, un brivido. Sono miei, miei e basta.

C'è chi trova triste la fotografia, quasi un patetico tentativo di mantenere in vita ciò che vive un giorno, come un fiore. È capitato anche a me di pensarlo, ma poi scatta quel click con il mio ditino. E quella luna, quel lago, quel pontile davanti a quel cielo che sanguina, li posso rivedere ma anche regalare.

 bambi

(foto mia, Canada 2008)

PENSIERO ULTIMO


E' questo il difetto delle parole.
Stabiliamo che non c'è altro mezzo d'intenderci e di spiegarci, e finiamo con lo scoprire che restiamo a metà della spiegazione e così lontani dal comprenderci che sarebbe stato molto meglio lasciare agli occhi e al gesto il loro peso di silenzio.
Forse anche il gesto è un di più. In fin de conti, non è altro che il disegno di una parola, il muoversi di una frase nello spazio. 
Ci restano gli occhi e il loro accesso privilegiato alle apparizioni".

Josè Saramago – Di questo mondo e degli altri

COLORA-MI

NAVIGAZIONE MILANO LINEA 1-033

 foto: http://www.flickr.com/photos/40617467@N04/
 

Marinz nel suo ultimo post parla di Milano: quasi tutti i post di Marinz contengono Milano, lui vive Milano davvero, ne segue le stagioni, le manifestazioni, partecipa a molte iniziative e conosce Milano dal centro alla periferia, conosce gli angoli, tutti, quelli acuti e quelli ottusi.

Qui ha parlato dei colori di Milano. I colori contribuiscono al volto di una città. Penso al giallo Milano, che non è la Chinatown meneghina di Paolo Sarpi,  e nemmeno il risotto alla milanese che pure è giallo, ma il colore tipico delle case di Milano, così diffuso, da conquistarsi una nuance: Giallo Milano, appunto.

Un tempo molto più diffuso: vestiva le caserme, gli edifici pubblici ma anche meravigliosi palazzi signorili, come le case  di ringhiera che si affacciano sui Navigli . un  giallo democratico, insomma. Comunque ancora molto presente e, ultimamente, rispolverato dal desiderio di tradizione, dalla voglia di retrò che forse è anche fisiologica, o semplicemente una scelta dopo la fine e il fallimento delle idee “nuove” e l’omologazione che cancella ogni tratto somatico e sottrae carattere e memoria a tutto.


Sono Giallo Milano le BikeMi, le oltre mille biciclette pubbliche del servizio di bike sharing della città e indosseranno di nuovo l’abito giallo tutti i tram. I tram, insieme al Duomo, alla Madonnina, al panettone e al risotto, sono il simbolo della città.

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Alcuni dei tram storici sono di colore verde, come le vedovelle: molte case sono di colore rosa antico o rosso.  E poi c’è anche il grigio, certo, come c’è in tutte le città.
Milano si porta addosso la nomea di città grigia, immersa dentro il bicchiere di acqua e orzata di Paolo Conte, ma non è così.

Il Duomo, da molti anni tenuto costantemente pulito dallo smog sfoggia un bianco luminoso che splende sotto il sole  mostrando sfumature di un bellissimo rosa. E il cielo a Milano non è affatto vero che è sempre grigio: sa essere turchese e celeste e blu.
Sa perfino mostrare le stelle, Milano, io le ho viste da poco e non c’era alcun black out.

Vorrei che insieme al giallo tornassero le trattorie, quelle vere, diverse da quelle per fricchettoni e turisti, e che Panarello (che è genovese) non smettesse mai di fare i cannoncini così come li fa dal 1930. Ma queste sono piccole cose: io vorrei che Milano ritrovasse il suo giallo e che insieme alle pennellate su case e tram, le venisse restituita la sua identità, la sua musica, il suo respiro ma soprattutto vorrei che non perdesse  il suo cuore. Quasi tutti lo hanno sentito dire che Milano ha un cuore grande ma non tutti sanno quanto.

Suggerisco di fare una visita qui:  si resta incantati dalla bellezza dei Navigli.  Altro che grigio!

http://www.flickr.com/apps/slideshow/show.swf?v=104087 

Per finire: un po’ di Milano in bianco-nero.

INSOLITI INCONTRI

insoliti incontri

(foto: mia) Strada per Castelluccio di Norcia. Una piana, ricoperta di fiori di campo giallo, viola, fuscia, rosa pallido raggiunta dopo un percorso fitto di ginestre fiorite di un giallo carico, spettacolare.
Probabilmente è abituata alle persone, dato che si è avvicinata parecchio. Dalle ciuccine mi sembrava che avesse i piccoli; probabilmente allatta. Un bell’incontro. Mancava il gatto? Nemmeno per sogno! Ho incontrato (pensate che coincidenze!) Petula e Zar Ziguli e, sul loro davanzale c’era anche La Lucertola.

Da “Il Piccolo Principe”:
Non c’è niente di perfetto”, sospirò la volpe.
Ma la volpe ritornò alla sua idea: ” La mia vita è monotona. Io do la caccia alle galline, e gli uomini danno la caccia a me . Tutte le galline si assomigliano, e tutti gli uomini si assomigliano. E io mi annoio per ciò. Ma se tu mi addomestichi la mia vita, sarà come illuminata. Conoscerò il rumore di passi che sarà diverso da tutti gli altri. Gli altri passi mi faranno nascondere sotto terra. Il tuo, mi farà uscire dalla tana, come una musica
.

OMAGGIO AI MICI TUTTI – AMLETICI E SIMMETRICI

SINOTTICI SIMPATICI EMPATICI EPICI PISCOTICI COMICI FOBICI
CINICI FANTASTICI BIONICI ROMANTICI EDIPICI DOGMATICI ECCENTRICI METAFISICI CINETICI
E A TUTTI QUELLI PETULANTI
Celeste

 

micini amletici

PRIMAVERA

verde

coriandoli

foto su
http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/

È un miracolo, ogni anno. In pochissimi giorni gli alberi si vestono, fioriscono i fiori, prima le bulbose, le primule e poi gli altri.  I prati si colorano, le serate profumano. I merli, le tortore, i passeri, le cinciallegre, le gazze popolano i giardini, nidificano nellle siepi, sugli alberi, rallegrano le giornate. Primavera, il miracolo della rinascita. Tutto si rinnova e tutto si prepara: i fiori di oggi saranno semi per futuri fiori. Mi stupisce sempre la velocità del cambiamento, l'affermarsi di questa stagione. Odora la terra, odora l'aria, odorano di vita e di promesse.  Buoni giorni a tutti gli amici di questo posto che lo rendono così colorato e così speciale. Grazie! 
 

iris

GIOSTRE


E’ questo ciò che posso consigliare ad altri: cambiare vita per curarsi, cambiare vita per cambiare se stessi.  Per il resto ognuno deve fare la strada da solo. Non ci sono scorciatoie che posso indicare. I libri sacri, i maestri, i guru, le religioni servono, ma come servono gli ascensori che ci portano in su facendoci risparmiare le scale.
L’ultimo pezzo del cammino, quella scaletta che conduce sul tetto dal quale si vede il mondo o sul quale ci si può distendere a diventare una nuvola, quell’ultimo pezzo va fatto a piedi, da soli.

Un altro giro di giostra – Tiziano Terzani.

Ieri sera, ore 18.30, stazione di Saronno. Scendo, mi assale un odore fortissimo: fiori di acacia. Inconfondibile, penetrante. Sono fiorite,  penso tra me e me. Sono fiorite oggi.

Mi incammino verso il sottopasso e mi guardo attorno: un mare di persone, quasi tutte di corsa, in bilico tra tacchi alti e valigette 24 ore. Qualcuno ha le chiavi della macchina in bocca, mentre con una mano litiga con la cerniera della borsa con l’altra regge colomba e uovo di cioccolato, imprecando.

Una bambina ha una gabbia rosa con dentro un gatto e la mamma la incita a scendere veloce, sennò restano sul treno, lei e il gatto.
Qualuno parla al cellulare, tenendolo tra guacia e spalla mentre cerca di infilarsi la manica di un golfino: gli altri dietro imprecano per il passo rallentato: qualcuno deve correre perché appena fuori dalla stazione deve prendere il bus e quello si sa non aspetta nessuno.
Molti si scambiano auguri: Buona Pasqua. Anche a te, andate via? No, figurati, le code. Magari in un altro week end. Ciao allora, un bacio ai bambini.
Qualcuno annuncia la promessa di dormire tre giorni, una donna con passeggino biposto cerca di scendere le scale del sottopasso bloccando il flusso di persone tra banchina e scale. Due uomini le danno una mano: il passeggino va sollevato, non ci sono scale mobili a scendere. Una coppia anziana scrolla la testa: lei dice a lui te lo avevo detto che si doveva evitare questa ora di punta.

Mi dirigo all’uscita dalla parte del binario n. 6. C’è un piccolo parcheggio, e su questo affaccia una vecchia casa, di mattoni, mezzo diroccata, con i vetri rotti, probabilmente un edificio della stazione  che fu.
Quasi totalmente rivestita d’edera, bella, autenticamente vecchia e autenticamente verde, un verde vero, selvaggio, sopra un vecchio vero, senza un solo cenno di recupero. È bella così, la guardo e la ricordo in autunno quando la vite rampicante è rosso infuocato.

È fuori luogo, la vecchia casa, come lo è l’odore dei fiori di acacia. Stridono, con le corse delle persone, le imprecazioni, con il passaggio veloce della gente che sale scende dalle auto, con il rumore delle ruotine dei trolley, con l’attesa del treno Malpensa Express che transita sul sei. L’odore dei fiori probabilmente lo hanno sentito in tre. Forse.

Qualcuno nel parcheggio mi aspetta,  individuo l’auto, salgo, guardo fuori dai vetri e quello che vedo e sento sembrano due parti di due film distinti, accostati dal gioco di un regista strambo, oppure due pellicole mescolate per caso, infilate nello stesso proiettore e proiettate parallelamente.

Arrivo a casa: da queste parti le acace non sono ancora fiorite, sono sempre indietro di una settimana rispetto a “giù”. Però sono fioriti i tigli davanti casa, dall’altra parte della strada.
Metto una pentola di acqua sul fuoco e nell’attesa mi siedo sotto il portico: il prato di casa mia è disseminato di pratoline, le trovo rassicuranti.
C’è un po’ più di armonia, è tutto più omogeneo e perché lo sia maggiormente, salgo in camera, mi levo la camicia bianca il pantalone di tela blu, le scarpe, mi infilo una tuta da ginnastica e le infradito e mi sento meglio, meno inquieta, più in linea con le cose di fuori.

Manca armonia, nella mia vita. Ciò che c’è dentro stride con con fuori, spesso, troppo spesso. Passando lo sguardo sulle margheritine arrivano i pensieri ad inquinare l’istante: calcoli, scritture private, recupero crediti, arretrati, bilanci che scadono. E poi il  mio personale che non so fare.
Stride, il mio esistere.  Accidenti se stride.

Da Ale

Ciao Ale


 

ARROGANZA E DINTORNI

Ieri, ore 13.15:
Passo davanti ad un bar, esce una donna, trent’anni circa, gonna nera, stivale con tacco, borsa fimata.
Ha il portafogli in mano, vedo con la coda dell’occhio che le cade qualcosa. Lei non si accorge e si dirige verso la fermata del bus. Guardo sul marciapiedi, è una carta di credito. Le dico: signora, le è caduto qualcosa. Lei si china, raccoglie la carta di credito. Non un cenno, non un sorriso, non un “grazie”.

Ieri, tardo pomeriggio.
Mi chiama la banca presso la quale ho il conto corrente.
Mi chiedono un appuntamento da settimane, dico sempre la stessa cosa: quando ritengo di voler venire, telefonerò io, ora non ho tempo. Macchè, contuano a chiamare: vogliono parlarmi di “prodotti”. La cosa non mi interessa e comunque quando e se mi interesserà, vorrei deciderlo io.
Rispondo e comunico  che mi sono trovata addebiti di spese non concordate o, peggio, mi trovo spese quando era stato concordato un conto senza spese. Ovviamente non un centesimo di interessi attivi.
Contestualmente comunico che sto provvedendo alla chiusura del conto. Il tono passa dall’affettazione più viscida a quello acido: la invito nuovamente a presentarsi, parleremo anche di questo: probabilmente le hanno addebitato spese non dovute. Peggio ancora, rispondo!
Ribadisco che è questione di giorni e che ho già provveduto ad aprire un altro conto (è tutto vero). Il tono diventa quasi aggressivo e testualmente mi sento dire: che cattiveria! Lei è una persona cattiva. Rispondo: forse si, e aggiungerei: finalmente! Saluto e riattacco.

Quasi quasi divento cattiva davvero. Un po’ di “sana cattiveria” penso farebbe bene, in questa jungla di persone feroci e brutte. Brutte. Ma brutte.

NO TITLE



Apro, due minuti fa, la pagina "news" di Google:

PRIMA PAGINA

  • Parigi: la Nato avrà solo un ruolo tecnico, a noi la guida
  • Abolito aumento 1 euro al cinema
  • Intesa tra PDL e la Lega sulla mozione
     

mi sposto su: ITALIA 

  • Napolitano: chiarisca la sua posizione.
  • Con lo spostamento di Galan ai Beni culturali, l'esponente dei Responsabili ha giurato al Quirinale
  • Abolito aumento 1 euro al cinema
  • Ruby: Sì la conflitto di attribuzione ma il processo al premier non si ferma.

E … solo "dopo" Ruby:

Nube sul Nord Italia, da stasera.
ROMA – Alcune masse d'aria debolmente contaminate da materiale radioattivo rilasciato a Fukushima dovrebbero passare oggi sulla Francia e proseguire per l'Italia, che dovrebbe essere 'sorvolata' fra oggi e domani. Lo afferma il bollettino quotidiano … ecc ecc.

Prosit !

VAL-ORI

 

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La dignità è un valore tra i valori. Preservarla, conservarla, difenderla è un dovere verso sé.  Perderla  è smarrire qualcosa di profondo e ancestrale.
Ci si può giocare tutto su un tavolo di pocker sbagliato. Non è sempre vero che quando il gioco di fa duro i duri incominciano a giocare. A volte lo fanno gli sciocchi.

Chi calpesta la dignità altrui, va allontanato presto e subito, senza pensare alle possibili perdite, perché ci sarebbe solo  da guadagnare.  Nulla di buono potrà mai arrivare da chi cerca di privarci della dignità. Non ci può essere libertà senza di essa e diventare ricattabili significa perdere la condizione di persone libere.  La dignità è coerenza tra pensiero e azione.
Un valore e come tale non negoziabile. Chi ne fissa il prezzo, semplicemente non ne possiede.  Ma oggi più che mai tutto è relativo,  così anche  il peso dei valori. Tutto può essere merce di scambio, moneta liquida, disponibile, immediatamente convertibile e spendibile.

E capita di incontrare coacervi di pirati che ci propongono compromessi che non valgono una briciola dei nostri valori. Eppure c’è chi ci mette sopra un’etichetta con codice a barre.  Ultimamente c’è un tre per due in giro. Con tessera punti, regali, ricchi premi e bollini fedeltà.

Mi chiedo cosa lasciamo ai bambini, se resterà qualche piantina come quella protetta da Walli-e con Eve per ricominciare a coltivare valori, per salvare un po’ di quell’humus che permette ad uomini e donne di essere persone libere per davvero.

PORTE D’ASSI

al centonove

foto mie: isola di Krapanj, HR, agosto 2010

 

C'è qualcosa da questa parte della porta e c'è qualcosa oltre la porta. Quando si è fuori, non è possibile vedere dentro. Quando si è dentro non è possibile vedere fuori. Si può fare un foro, da fuori si vede un poco dentro, da dentro si vede un poco fuori. Ma è un campo limitato. Allora di deve abbassare la maniglia, e aprire. Sia per essere dentro, sia per essere fuori. Fuori di qui, per esempio, c'è il mare. Una striscia di mare e un altro paese, davanti. Un pontile che ogni notte disegna sé stesso sopra un orizzonte arancione. Poi c'è, fuori di qui, una strada, tra il mare e il porto. Una banchina. E poi la strada diventa una lingua di sabbia, delimitata da cespugli di mirto. E poi, sulla sinistra,  una pineta, grande: odora di resina e di mare. Circondata dal muretto a secco. Mi sono sempre piaciuti i muretti a secco: in alcune fessure nascono piante di capperi e fiori. Non ci sono auto sull'isola, nemmeno una. È una lingua di terra, una buccia di banana, tra un mare e un altro mare. Davanti alla porta c'è il mare. Oltre la porta non lo so. Era chiusa, quel giorno. Forse era chiusa da tempo, non saprei. Poco più avanti vendevano spugne, spugne di mare. Non ne ho comperate: una volta, tanto tempo prima le avevo viste respirare, nel mare, appiccicate alla barriera di corallo. Erano vive, organismi pulsanti di aria e di fiato.
C'erano dei bambini con delle biciclette vecchissime che giravano per l'isola, specie sulla piazza. C'era un ristorante, sempre sulla piazza, ho cenato una sera: riba na zaru (pesce alla griglia).  Fuori dalla porta.
Dentro la porta non so cosa c'era. Fuori c'erano anche i boat.taxi per  attraversare la stricia di mare e arrivare ad un'altra stricia di terra, dove c'erano altre luci sul mare. Sempre fuori dalla porta.
Dentro la porta, non lo so. Era chiusa, quel giorno. non so se c'era un qualche foro: io non l'ho cercato. Non si può vedere bene attraverso i fori. Ho visto il mare e la porta, il pontile quando tra cielo e mare era arancione. Fuori da una porta con una casa intorno. Chiusa, era chiusa quel giorno. Celeste come il mare che gli stava davanti e che guardava con occhi di legno.

Krapanj

FONTANE

fontana e basta

fontana con lino

le foto sono mie
la fontana no, è una nicchia scavata in un muricciolo, in un vecchio vicolo di un paesino di pescatori, sul lago di Como. Il foulard era un foulard ma poi è diventato un abbraccio. A riparare dal vento quando c'è vento, dalla gola al cuore.

CONFUSA-MENTE

foto dal web

Vento che accompagna come Tempo Tempo che scorre avvolge sempre presente compagno amico nemico inseparabile come respiro come battito di cuore come pelle come sangue.
Fili che uniscono me alle stelle fili sottili ragnatele d’argento che assecondano il vento, l’aria il fiato. Resistono a tempeste gelate brillano contro nuvole quando sono nuvole scure.
Destini di vento mutevole sabbia di deserto a formare volti alla terra a giocare tracciare fuggire scaldare di giorno gelare la notte.
Sabbia in fiale clessidre di Tempo che scende non sale esistenza che passa scivola opaca racchiusa nel vetro protetta dal vento e dal Tempo di fuori.
Filo di lana sciolto nel vento nastro di fiato sopra il deserto filo intrecciato maglione tappeto mantello per sempre destino segnato cucito ritorto.
Filo di acciaio tra esistenza e stelle luce bianca di luna riflette altre vite toccate dai venti. Strada da qui al mare e poi quella dietro il cielo di sopra e la terra di sotto più sotto della curva celeste del fato.
Leggi le linee del mutamento. Intera spezzata cambia il tuo giorno come pure i pensieri progetti di ieri vecchi di anni su fogli bianchi si gioca coi dadi.
Volta la carta cerca il mio viso sparisce la ruga attorno agli occhi, volta la carta e sono sparita, inghiottita tra due linee rette, tra questo e quello, tra il nero e il bianco.
Filo spinato tra me e la mia mente tra la mia mente e il mio cuore tra due parti di me.
Regole destini tappeti annodati voli di sabbia deserti di nulla di scelte e tempo che scorre che batte che scappa.
Memoria di sabbia orme dune montagne spuma del mare baci bagnati sogni in barattoli giochi di latta favole antiche le rotte dei sogni da qui al mare.
Vento sul mare vento di mare che ruba la terra spettina i prati sconvolge le tracce confonde i tramonti sciogliendone i tratti penetra l’alba oltre i confini del giorno e si perde nel nero di notte con passi lenti e costanti ruba la luce per darla al mare.
Esistenze appese al caso al filo di seta alla ragnatela di Dio, ad una preghiera sogno o speranza. A una parola un gioco un ricordo un pezzo di stoffa che cuce le cose.
Le cose non dette non fatte lasciate perdute giocate buttate e quelle rimaste stantie sotto letti sfatti e rifatti noia dolore stanchezza coperta di polvere di tempo.
Parole non dette tra  fiato e un muro rimaste nei pori del gesso sudato, dipinto di scala col suolo di cotto.
Polvere d’oro rimasta sui muri nel legno intarsiato lasciato dal tarlo che esce di notte che ruba il silenzio sopra il respiro di te che dormi che sogni che pensi che muovi le ciglia che nascondono te e l’idea che hai di me e di noi e di tutto questo che è tutto un non c’è.
Un orecchino azzurro in mezzo a due tempi due storie due vite, pensieri distanti pensieri vicini.
Portoni di legno e vicoli e case e fili tra alberi che restano muti abbracciano inchinano raccolgono ascoltano giochi e favole racchiuse in un tubo. Serve un tappo di stella a chiudere il buco sennò viene il vento portantosi il Tempo e ciò che non deve.

ORI



oro

NEL BOSCO

Nel bosco ogni vecchio gigante,
sia abete, sia quercia, sia pino,
ha intorno, ai suoi piedi, un giardino
di piccole piante.
Son muschi, son felci, son fiori
e fragole rosse e lichene,
cui l'albero antico vuol bene,
suoi teneri amori.
E mentre le fronde superbe
protende più in su verso i cieli,
ci pensa a quegli umili steli
nell'ombra tra l'erbe.

Lina Schwarz.

(Foto mia: boschi di Pianbosco Nov 2010 – Pioveva, sull'oro)

AIUORCAIEM

Francesca al Mulino parla del lavoro, delle corse, della qualità della vita, del tempo per sé.
SirBiss in OdorediLago rimpiange il lavoro che ha perduto, dopo molti anni.
E io? Che posso dire?  Mah !
Ci sono giorni che graffiano il cuore, più di altri.  E non è normale che sia il lavoro, a farlo, e infatti non lo è. A ferire è l’umanità. A volte è difficile non farsi coinvolgere emotivamente, non provare rabbia o disprezzo, mantenere  distacco e freddezza. Separare le offese “da lavoro” dalla vita personale, intima, che non può e non deve essere contaminata, scalfita, inquinata, coinvolta dalla pochezza da parte di chi non scegli ma che ti tocca di subire.
Pensando con lucidità sono cose che sappiamo tutti ma raggiungere la consapevolezza e quella necessaria lontananza equivale a un cammino spesso lungo e non sempre semplice.
Non possediamo un tasto reset, ma dovremmo pensare come se lo avessimo, e premerlo non appena si appende un telefono, o si chiude la porta la sera.
Noi non siamo il nostro lavoro, come non siamo ciò che mangiamo né ciò che pensiamo.
E non siamo nemmeno i graffi che portiamo, nemmeno quelli infertici da chi amiamo o abbiamo amato.
Forse ciò che siamo è “la” ricerca di una vita, una ricerca dentro la quale ci perdiamo: troppi gli inganni, i caleidoscopi che confondono cattive e buone intenzioni, egosimi e affetti, passioni e doveri, che offrono giustificazioni alle offese, rumori che copriono silenzi che potrebbero parlarci davvero, luci abbaglianti che coprono altre piccole luci che invece potrebbero indicarci alcune verità.
Bisogna imparare a guardare senza le lenti deformanti che abbiamo sopra gli occhi, costi quel che costi.
Leggere sotto e oltre le righe ottuse di ciò che appare che spesso è finto e foriero di inutili disagi, fuorviante e causa di enormi dispersioni di energie. Un insulto, per la propria persona che merita il nostro rispetto, e cure e attenzioni. Anche quando il prezzo è alto, ne vale sempre la pena.
Perché questa riflessione non lo so. Un disagio, forse. Qualcosa che sta stretto, che costringe, che limita.
Gli affetti non possono essere confinati in spazi stabiliti nello stesso modo in cui il lavoro deve occupare spazi definiti. Anche quando coincide con una passione.

SIEPE DI CASA MIA

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(foto mia)

Sono piccoli di merlo. I merli nidificano anche nelle siepi. In questo caso, questo nido è stato trovato nella siepe di casa mia, durante una potatura.

Occorre prestare attenzione quando si praticano le potature, per questa e per altre ragioni. Quando si trova un nido, si lascia quella parte di siepe intatta fino al volo dei piccoli. Piccoli che a volte volano troppo presto e … bè, sotto ci sono i gatti. È una legge dura, cruda, quella della natura. Ma garantisce l’equilibrio e la continuità e la qualità di tutte le creature.

Mi piace vederli, mi piace sentirli cantare: annunciano la primavera, con il loro chiacchiericcio e il loro canto, specie nel periodo del corteggiamento. Mangiano di tutto, i merli,  ma il piatto preferito sono i vermiciattoli della terra. Quando piove è bellissimo vederli frugare nel terreno, con zampette e becco e poi vederli sparire nelle siepi a sfamare i piccoli.

A volte, durante il fine settimana, mi piace alzarmi presto e mettermi seduta sotto il portico con la tazza di caffè e assistere a tutta questa vita che è un gran daffare per trovare cibo e poi rametti e altre cose per costruire i nidi, corteggiare, combattere per la femmina. Ho visto combattere passerotti e merli e darsele di santa ragione.

C’è una tortora che da tre anni nidifica sotto il mio tetto: è una gran pasticciona, porta centinaia di rametti che regolarmente cadono sul marciapiedi sottostante: ogni settimana ne raccolgo un gran mucchio con scopa e paletta! L’abbiamo ironicamente battezzata “Renza” (dall’architetto Piano),  dato che con l’architettura non ci sa proprio fare.
Poi abbiamo avuto per tre anni un piccolo insettivoro, che passava l’inverno sulla trave sotto il portico. Lui si chiamava Bartolo. Era minuscolo, aveva il pancino tutto colorato e non ricordo ora, di quale razza fosse ma lo scriverò presto tra i commenti.

Questa foto è stata “rubata” in un momento speciale, un paio di anni fa. Si stava appunto potando una siepe di lauro, con la cura di sempre, quando è stato avvistato. La scala è rimasta sul posto perché stava per arrivare a casa un’ospite speciale: la mia nipotina che aveva 5 anni. È salita, con tanto silenzio e attenzione e ha spalancato occhi e bocca, meravigliata. Parlava sottovoce per non disturbarli; questa foto l’ha voluta lei ed è stata scattata con il mio cellulare. Poi per giorni ha chiesto notizie dei piccoli.
Ecco, un piccolo racconto di una piccola-grande cosa.

IL SOLE DOVE

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(foto Luca: grazie 🙂
 

Ma dove va il Sole quando muore?-

– Non muore mai, il Sole. Si scioglie e si infila nella fessura dell’orizzonte.  Si insinua e poi si dilata, colma spazi, esplode e splende nella pancia della Terra. Solo che noi, che stiamo sopra la Terra, non lo vediamo –

– Ma allora anche le profondità si domandano se il Sole muore, quando noi lo vediamo sorgere?-

– È possibile che se lo domandino, le profondità della Terra. Ma Lei sa che torna, come noi sappiamo che torna.  Il grembo della Terra lo attende ogni sera, noi lo attendiamo all’alba –

CHE SARÀ?

invito

(foto mia)

Che sarà CHE SARÀ cHe Sarà chE SaRA che sarà CHE SARà cHe saRà Che Sarà CHe SaRà Che sarà CHE SARÀ che sarà cHE sarà Che sarà CHE SARÀ cHe SarA chE SaRA che sarà CHE SARà cHe saRà Che Sarà CHe SaRà Che sarà CHE SARÀ che sarà cHE sarà  CHe sarà CHE SARÀ cHE SarÀ Che sarà CHE Sarà Che sarà Che sarà Che sarà CHE SARÀ CHE SARÀ

allegORIe

anche ad essere si impara...

(Foto: Riccardo – su Flickr)

Non c’è difesa né offesa, non c’è senso di nulla, – disse Torrismondo. – La guerra durerà fino alla fine dei secoli e nessuno vincerà o perderà, resteremo fermi gli uni di fronte agli altri per sempre. E senza gli uni gli altri non sarebbero nulla e ormai sia noi che loro abbiamo dimenticato perché combattiamo…

PORTE

  (foto mia: sul lago di Como, ottobre 2009)

Jorge Luis Borges

   La luna nuova.  Lei pure la guarda da un'altra porta.  

UNA STORIA VERA

Un violinista nella metropolitana.

Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio.

Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti.

Durante questo tempo, poiché era l’ora di punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro.

Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c’era un musicista che suonava.

Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non essere in ritardo sulla tabella di marcia. Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella cassettina e senza neanche fermarsi continuò a camminare. Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l’uomo guardò l’orologio e ricominciò a camminare. Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista.

Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi.

Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, né ci fu alcun riconoscimento.

Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi musicisti al mondo! Suonò uno dei pezzi più complessi mai scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari. Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari.

L’esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone.

La domanda era: “In un ambiente comune ad un’ora inappropriata: percepiamo la bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?”

Ecco una domanda su cui riflettere: “Se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo?”

Joshua Bell – foto dal web

SPUNTI DI VISTA

E’ la “speranza” una creatura alata
che si annida nell’anima
e canta melodie senza parole
senza smettere mai
(…)
(Emily Dickinson)

La speranza è il peggiore tra i mali, poiché prolunga i tormenti degli uomini.
(Friedrich Nietzsche)

La speranza è un sogno ad occhi aperti
(Aristotele)

TEMPUS

tempus

Una fotografia è un segreto che parla di un segreto.
Più essa racconta, meno è possibile conoscere. 

(Diane Arbus)

MANDORLE

E’ un Natale amaro. E’ nell’aria, è nel cuore.
Un momento difficile, per molti. Da tempo non si riesce più a sentire un telegiornale, non  si ha più la forza per contenere questo nero, che arriva dallo schermo ai cuori di chi ancora non si è lasciato anestetizzare, e dentro quelli, pochi forse, che rifiutano di “abituarsi” al brutto, al male, al dolore, all’ipocrisia, al falso, e al nulla.

Mai come in questo tempo, si percepisce la tendenza a “tenere quel che si ha” anzichè allargare, investire, proporre, rischiare.
E’ tempo di conservazione, non di crescita. Di approvvigionamenti, di scorte, non di investimento. In tutti i sensi: da quello economico a quello affettivo. Tempo di paguri, tempo di “io speriamo che me la cavo”. Tempi di ritiri, di ripari, di tane,  che generano solo solitudine, buio e freddo.
Niente uscite al sole, niente Gioia. Non ci sono messaggi di gioia e stridono quelli della Bauli, e del tronchetto di cioccolato.
Stride la slitta di Babbo Natale sulla neve, come unghie sulla lavagna.

Sono al lavoro, un po’ perché ho da fare, e un po’ perché, forse, ho bisogno di “sentire” quale strada percorrere, se continuare su questa, che percorro da tanti anni, oppure se iniziare a camminare sopra sentieri nuovi.

Rispondevo ad una e mail di Pinuccia, poco fa, e la mia è diventata un po’ una riflessione, come faccio spesso quando scrivo a qualcuno (chi ha la bontà e la pazienza di leggermi e di ascoltarmi, lo sa molto bene).
Le dicevo che, tra tutte queste luci colorate, gli alberi, le luminarie, i negozi luminosi e scintillanti, le ombre sono più dense. E’ naturale, del resto: l’ombra esiste perché esiste la luce.

Forse anche perché ci si sente addosso, in questo tempo, l’obbligo di essere sereni, sorridenti, felici, insomma essere come tutti si aspettano.
Evvai quindi con il solito carrozzone, la musica a paletta, i neon, la giostra che poi, quando va via, lascia il solito prato con l’erba schiacciata, le carte per terra, e non sai mai se era più triste durante oppure dopo.

Vedere i propri credo che pensavi saldi vacillare come torri di carta esposti al vento, non è una bella cosa.
Fare passi indietro, dopo che il cammino è stato il passo lento ma costante del montanaro che scala la montagna, è cosa dura da accettare.

La delusione ha un sapore amaro, come le mandorle stantie.
E resta in bocca a lungo accidenti. Non c’è edulcorante che possa aiutare – anzi –  verrebbe fuori solo una mescolanza chimica indotta che avrebbe il potere, casomai, di rendere il tutto ancora più sgradevole e di più indefinito e confuso.

Il gusto della delusione è diverso e per certi versi peggiore di quello del Dolore.
Il Dolore è qualcosa che può anche uccidere, ti può anche lacerare, devastare lavorandoti sui fianchi con un cesello appuntito, ma a volte è come il fuoco che brucia l’erba di un prato e spesso nascono germogli meravigliosamente nuovi e forti.

La delusione no. Essa ti costringe a compromessi, a rivedere le cose, e ti può schiacciare, a volte, come una pressa. Perché  …  ci avevi creduto. E può impedire ogni possibilità di crederci ancora,  perchè lascia un terreno cattivo, inquinato, arido, infertile o quantomeno ingeneroso.

Certo, c’è delusione e delusione: a volte non viene distrutto il credo, ma si verificano solo eventi che costringono a virate, a cambi di rotta, ad abbandoni di progetti. In tal caso si può prendere la buona volotà, e ricominciare, Piantare i semi del credo da un’altra parte. Crescereanno. Perchè in questo caso sono gli eventi a deludere, perchè non collimano con il progetto, non ciò in cui si crede.

A volte invece la delusione arriva quando una mano ti toglie quel velo che avevi davanti al viso, magari un po’ azzurrato, che non ti permetteva di distinguere il falso dal vero, la realtà dal sogno perché sai che qualora fosse calato, sarebbe arrivata la luce abbagliante della realtà. Come guardare il sole allo zenith dopo aver passato giorni un uno sgabuzzino buio.

Crediamo ostinatamente a cose, persone, progetti, per dare un senso alla vita.
Invece il senso della vita dovrebbe dimorare dentro, perché la vita dovrebbe bastare alla vita, come l’amore all’amore. Punto.

Ecco, forse, perchè sono qui, nella solitudine di questo enorme ufficio (sembra enorme davvero, senza le persone e senza rumori). Forse per capire se c’è, qui, qualche manciata di semi che possono essere piantati altrove oppure se sto sotto una quercia che non riesco più ad abbracciare.

Stamane Andrea (lettore di Controluce.. ehmm in ombra),  ha scritto una cosa che, insieme alla lettera a Pinuccia, ha ispirato questo post del cui colore grigio topo  mi scuso:
“mi piacerebbe essere pensato come il nulla, è una delle pochissime cose che non potrebbero mai deludere”.

Ecco, ho pensato che anche io chissà quante persone avrò deluso, e anche queste sono ombre sotto tutte queste luci che ci sono.
Chissà se qualcuno ha in tasca qualche seme mio e chissà se ha anche un pezzo di campo arato di fresco e con terra buona per farci crescere qualcosa che somigli ad una quercia, piantata tanto tempo fa.

BELLEZZA

neve fiorita

 (foto mia – dedicata a mia madre)

Spesso mi capita di restare senza parole guardando le opere fatte dall’uomo, dagli edifici ad altre. Sono rimasta affascinata, da ragazzina, dagli antichi Egizi, il popolo che più di altri mi avrebbe fatto leggere, negli anni, parecchi libri e guardare numerosi documentari.

Mi sono sempre domandata come sia stato possibile, per uomini che non disponevano di niente, costruire opere tanto grandiose e perfette come le piramidi, i templi, le tombe, le città, le dighe. E poi come, osservando semplicemente il cielo con gli occhi, acquisire tanta conoscenza. Trasmettere tanto sapere,  senza disporre di strumenti che non fossero gli occhi.

Affascinano gli edifici, ma anche quello che c’è oltre: le piramidi sarebbero costruite in modo da replicare il cielo sulla terra. La conoscenza della relazione tra terra e cielo era così evoluta e stupefacente da suggerire ipotesi fantastiche quali lo stargate, porta che permette passaggi dimensionali, o interferenze da parte di civiltà provenienti dalle stelle, poichè pare difficile collocare tanta conoscenza, di matematica, fisica, astronomia ecc in epoche così remote.
Affascina anche la raffinatezza della loro arte, quella puramente decorativa, da quella orafa a quella pittorica.

E, parlando di tempi più vicini ai nostri, come non restare a bocca aperta davanti alle Grandi Cattedrali?
Edifici lanciati a raggiungere i cieli, perfetti, maestosi, da togliere il fiato, non solo le parole.  Costruite senza affidare calcoli ai computer, senza il disegno a scala che non credo fosse tecnica conosciuta.
Idee che prendevano forma direttamente nella materia, opere immense e armoniose fatte da architetti, capomastri, operai, manovali che disponevano di pochi, rudimentali attrezzi.
Eppure, sono in piedi da centinaia di anni costruzioni che penetrano il cielo, con una struttura costituita anche da vetrate, che erano importanti, perché dovevano accendersi di Luce.
Sfide, quasi, alle forze della terra: altezze spinte all’inverosimile, case enormi, parlanti, sapienti.
Libri di pietra, di umile pietra.
Chissà se oggi saremmo in grado di edificare una Cattedrale come Notre Dame, Reims, Chartres ecc.

E ci sono altre opere magari meno importanti, ma pure meravigliose a testimoniare quanto siano straordinarie le mani dell’uomo. L’altro giorno ero a Mantova: a Palazzo Ducale mi sono soffermata nella stanza degli arazzi. Enormi, ricoprivano le pareti, fino agli alti soffitti, raffiguravano tutti scene complesse, elaborati e particolareggiati dipinti ma fatti di fili di seta: le stoffe degli abiti dei soggetti raffigurati, ricchi di sfumature, e poi le pieghe, i plisse’, le ombre.  La pelle, il controluce, la prospettiva, la profondità.  Il tutto tessuto in incroci di trame e orditi e nodi con fili sottilissimi, minuscoli punti.
Non ti capaciti, quasi non ci credi che sono stati tessuti da mani di uomini e donne senza niente altro che mani,  testa, volontà e tempo. Una mescolanza di stupore e ammirazione, a starci davanti.

E un fiocco di neve?
Cristalli di ghiaccio, dalla strutture simmetriche, complesse e perfette.
Così è questa neve, caduta sopra questo ramo di fiori selvatici colore rosa-arancione, sbocciati in un bosco qualsiasi, immortalati dalla mia macchina fotografica una domenica qualsiasi.

Stupore.
Come davanti o dentro una cattedrale, una piramide, come davanti ad un arazzo, un quadro.
Insomma come accade davanti alla Bellezza, sia quella costruita dall’uomo come una trina  disegnata dalla brina, una tela tessuta da un ragno o una goccia di rugiada che fa di una foglia un topazio per un attimo.
L’architetto, in questo caso è la Natura. Un architetto speciale, che custodisce i Misteri della Vita, le sue Formule, il suo Principio.

PAGURI E PRESEPI




Non amo il Natale, l’ho già detto, e spiegato le ragioni.
Anche quest’anno, sarò il solito paguro. A parte il giorno di Natale che trascorro in famiglia (siamo 7 in totale, come i nanetti:-) fino a tardo pomeriggio (la sera di solito è mia, nella mia casa o a passeggiare per il paese – deserto -) gli altri giorni sono, per me, giorni normali, capodanno compreso. Non ho nemmeno ricordi speciali di tempi passati: mia mamma non amava particolarmente questo periodo anche se ho avuto la mia dose di magia. Con Gesu’ Bambino (non Babbo Natale), il presepe, la messa a mezzanotte, la neve e i nonni spesso a casa nostra.
Da adulta, giorni più “miei”: montagna, passeggiate nelle pinete imbiancate, il camino di casa mia, gli amici piu’ cari.

Mi piacciono le favole, le storie, e in questi ultimi anni qualche volta mi accade di ritrovarne il sapore con la mia nipotina: le leggo e lei e a volte ne invento.

Questo è un racconto che somiglia un po’ a una favola. Un ricordo d’infanzia che comprende la magia e il calore di quei Natali che le grandi città hanno dimenticato. Nei paesi invece si fanno ancora i presepi, nelle case e anche nelle piccole piazze, come nei giardini delle villette.
Sir Biss vive sul lago, non il mio ma  “l’altro”.  Tra Milano Varese Como i laghi sono due: il “mio” che è il Lario (Lago di Como) e l’altro, il “Verbano” ovvero il Lago Maggiore. Sono piuttosto vicini, simili anche se con  personalità differenti. In ogni caso entrambi profondamente diversi, per esempio, dal Lago di Garda.

800066-portacandele-angelo-in-cristallo-h-18-cm-ottaviani-homeTra un mese e’ Natale. Di nuovo.
Passando da un negozio addobbato, ho visto un piccolo presepe in vetrina e, come ogni volta quando arrivano le feste, ho pensato  a te.
Le feste di Natale erano la tua (e nostra) gioia e la dannazione (in senso buono) della mamma.  Infatti, due mesi prima, partivi con il tuo motorino per raccogliere radici, muschio, alberelli e quant’altro potesse servire per il presepe.
Portavi a casa di tutto, anche tronchi di una certa dimensione, dicendo con autorità’: ‘questo mi serve per costruire la casetta vicino al lago’.
E la mamma si disperava per tutto quanto tu lasciavi in giro per casa. Portavi del muschio bellissimo, ricordo sempre il profumo che emanava, come mi ricordo di quanta attenzione e cura mettevi nel far nascere ogni singolo pezzo del nostro presepe.  La grotta di Gesù doveva essere ogni anno più’ bella e simile a una grotta vera, le casette avevano tutte rigorosamente la luce vera, il mulino ovviamente l’acqua che scorreva.
Poi c’era il pescatore che lanciava  la sua esca nel laghetto e il boscaiolo che tagliava (davvero) la legna. Tutti i personaggi del presepe erano ‘vivi’.    Nel caminetto dentro alla casa, una lampadina imitava persino il fuoco acceso.
Costruivi con le tue mani ponti, ponticelli, panchine e persino mobili in miniatura che mettevi, non so come dato le tue grosse mani, dentro alle casette. Gli ultimi giorni eri nervoso come un artista prima del debutto e la mamma  ed io dovevamo darti gli ultimi consigli su come mettere i personaggi o le pecore.
Poi, una decina di giorni prima di Natale, accendevi le luci e…spettacolo!    In tanti venivano a farci visita per vedere  il presepe.
Ricordo che persino Don Ruggero portava i bambini dell’oratorio.  I piccolini rimanevano a bocca aperta ad osservare e i grandi si complimentavano con te.
Tu eri felice come un bambino e dicevi che, in fondo, era solo un presepe.  Modesto, come sempre.
E io passavo un mese con Gesù, Giuseppe, Maria, le pecore e tutti i personaggi.
Gia’.  Perché’ il nostro grande presepe lo costruivi nella mia altrettanto grande camera da letto. E, la notte, sognavo che tutti i personaggi uscivano e se ne andavano in giro per casa.
Poi mi svegliavo e correvo a controllare.  Erano ancora li’, a farmi compagnia.
Quel presepe mi manca tanto, anche tu, papa’.

(sir biss http://odoredilago.splinder.com/)

PIGOTTANDO


http://www.unicef.it/doc/347/pigotta-la-bambola-che-salva-una-vita.htm
 

Ecco, così lo sapete.
Non solo credo ai folletti  (ci credo veramente) ma compero (ancora) bambole di pezza. Queste della foto non sono mie: è una foto scattata per strada ma sono simili alle mie. Ho anche una "pigotta". Le pigotte sono le bambole confezionate con quello che si ha in casa (avanzi di stoffe, di lana, bottoni) che poi vengono "adottate" da chi le acquista: il ricavato va all'Unicef.  La mia ha un abito di colore verde, i capelli ricci neri. E' stata acquistata .. ops… adottata in un giorno un po' speciale, in una Casa, a Coredo (TN): Ca' Marta, di architettura veneziana, del 1500  splendidamente ristrutturata dal Comune. Vi si tengono mostre e quel giorno c'era una mostra di costumi di un tempo.
Un paese che frequento da tanti anni anche se molto meno di quanto vorrei data la distanza. C'è tranquillità, cortesia, silenzio, natura e quella cosa strana chiamata "gentilezza".
La gente cammina per strada con passo regolare e calmo e .. udite udite, ti sorride, incrociandoti e ti saluta!!!
Accade anche in altri luoghi, per fortuna, ma ci sono luoghi che per qualche ragione che non serve nemmeno conoscere, restano un po' dentro e fanno sentire, ogni volta, un po' a casa.
Ci sono cose che qui a Milano e dintorni si sono perdute: la salumeria, la macelleria, il panificio, il fruttivendolo, e poi quei minuscoli negozi in cui si trova di tutto: dal prosciutto alle pale per la neve. Dai lecca-lecca (non i chupa chups) ai calzettoni di lana lavorati ai ferri.  Lo speck lo comperi in macelleria e non alla Esselunga, buonissimo e costa due soldi; il formaggio in qualche malga, come anche la marmellata e il miele. La vita ha ancora qualcosa di umano.

pigotte

(foto: mia 03.07.2010)

BAMBOLE

Nella culla dei balocchi
tra i miei giochi  c'eri tu:
visetto di pezza, capelli di lana,
un vestitino con grandi bottoni
e sopra di tutto due teneri occhioni.

Ora son grande…
l'infanzia l'ho messa da parte.
nel solaio, da una vecchia scatola di cartone
sento spesso chiamare il mio nome.

È la spensieratezza
nascosta dentro una fortezza di malinconia
che quando stringevo la mia bambola
per un attimo se ne andava via.

(Maria Fantini)

http://www.unicef.it/doc/347/pigotta-la-bambola-che-salva-una-vita.htm

PENSIERI

 

inchino al sole

(foto mia: Cavtat – HR – ago 2009)

Lenta l'acqua scorreva dal passato al presente;
fiumi di vita si manifestavano dal tempo per insabbiarsi nell'eternità.
Fluivano i pensieri nascosti, si ridestavano antichi sortilegi.
La notte ci accolse serena, presàga di fughe, di amori, di intense evocazioni. 
Una moltitudine di anime ci fece coraggio, uno stuolo di presenze ci concesse ospitalità. 
Migrammo verso il mattino pagaiando tranquilli.
Nulla e nessuno sulle rive.
Solo il fiume, immenso e lento testimone del nostro sogno.

Ben Okri (scrittore nigeriano)
Flowers and Shadows

***  

Quale voce viene sul suono delle onde che non è la voce del mare?
È la voce di qualcuno che ci parla, ma che, se ascoltiamo, tace, proprio per esserci messi ad ascoltare.
E solo se, mezzo addormentati, udiamo senza sapere che udiamo, essa ci parla della speranza verso la quale, come un bambino che dorme, dormendo sorridiamo.
Sono isole fortunate, sono terre che non hanno luogo, dove il Re vive aspettando.
Ma, se vi andiamo destando, tace la voce, e solo c'è il mare.

Fernando Pessoa  

BACI


Francesco Hayez,  Il bacio 

L’ho rivisto alla Pinacoteca di Brera un po’ di mesi fa con Marco,un amico che da parecchi anni vive a Boston. Si vede che ci voleva Marco in visita in Italia per tornare alla Pinacoteca dopo un tempo infinito.

Tra i dipinti che conosco e ricordo e che amo, è uno dei miei preferiti. Il mio pittore prediletto resta sempre Van Gogh, non lo tradirò mai, credo.  Però ho sempre associato il bacio a questa immagine: quando penso ad un bacio, essa riveste quel pensiero come un velo.

Lo trovo di una bellezza e di una fisicità potenti: la passione sembra uscire dalla tela e abbracciare, scaldare. Trasmettersi attraverso un linguaggio misterioso e segreto.

La gamba del cavaliere sembra accogliere i fianchi della dama in un gesto di possesso ma anche di protezione, forse nei confronti di qualche intrusione che le ombre sulle pareti più distanti possono far intuire come possibile.

E poi la mano di lui sul viso di lei,  a sottolinere un desiderio forte e denso, reso anche più marcato dall’assenza dei volti: non sono necessari, infatti: il dipinto si esprime attraverso il corpo, la postura delle figure.

Il corpo della donna disegna un arco come per adeguarsi a quello di lui, assecondarlo, accoglierlo in una convessità tutta femminile, delicata e potente al contempo, fiduciosa ma anche rassicurante.

Un quadro bello. Come un bacio. Appunto.

RAME

rame
(foto mia, 14.11.2010 Appiano Gentile-CO)
 

Una immagine da un pomeriggio magico. Domenica scorsa, tra i boschi, sotto la pioggia. A volte servono momenti come questi. Ti fanno sentire un po' in pace con un mondo contro il quale combatti. A volte sono giorni estenuanti, difficili, sofferti, caratterizzati da incertezze e anche da un buio passato, che ti insegue mentre tu non riesci a correre più forte di lui.
 
La lascio qui, questa immagine, un po' per celebrare un autunno dolce anche se molto piovoso, e purtroppo foriero di dolore in alcune regioni.
E la lascio qui anche per dire che non ho dimenticato Controluce nè chi la frequenta.

Nel post precedente a questo si continua a parlare di libri. Ma come sempre anche di tutto cio' che si vuole. Un abbraccio a tutti. 

LIBRI SU STRADA

libri

(immagine dal web)

Ho seguito, ieri sera per intero, e questa sera solo per una parte, il quiz televisivo condotto da Gerry Scotti “Chi vuol essere milionario”.
I miei orari mi consentono di seguire gli ultimi venti-trenta minuti della trasmissione, mentre preparo la tavola. E’ ben condotta, nessuno urla, si imparano cose e perchè no, ci si misura. Una piccola sfida personale.

Ci provano in tanti, soprattutto sono persone laureate, molti sono insegnanti.
Ieri sera e questa sera ci ha provato un uomo che nella vita fa il camionista. Una faccia simpatica, accento lombardo marcatissimo, sorriso aperto, spontaneo: una persona al naturale, insomma. E davvero preparata. Con semplicità e naturalezza ha risposto alle domande raggiungendo un traguardo che non molti riescono a raggiungere.

Diceva di aver una grande passione per la lettura, affermando di “leggere libri in quantità industriali”. Frequenta le biblioteche e se si trova sprovvisto di carta stampata, “leggerebbe perfino pezzi di carta per terra.” Una speciie di droga, insomma. Una buona droga.

Chapeau al Signor Giuseppe e complimenti per il traguardo raggiunto che, tra l’altro, sarebbe raddoppiato se solo fosse stato un pelo più temerario.
Già, perché avrebbe risposto correttamente anche alla domanda a seguito della quale ha poi deciso di lasciare. La sapeva, accipicchia, ma anche il sapersi fermare merita un encomio. A lui e a quelli come lui la mia stima e la mia simpatia.

Un signor Giuseppe solo non basta per far crollare un po’ di pregiudizi però credo che ce ne siano parecchi di signor Giuseppe. Certamente non tanti quanti gli insegnanti ignoranti, ahinoi.

(Forse Borges annoverebbe anche qualche signor Giuseppe tra quelli che stanno salvando il mondo?)

A proposito di insegnanti: la mia nipotina, seconda elementare, l’altro giorno mi ha detto che la sua insegnante di religione ha affermato quanto segue: “Solo gli uomini hanno un’anima. Gli animali no. Pertanto dopo la morte gli uomini vivono eternamente ma non gli animali” .   
(!!!!!!  ndr)

Invece, a proposito di libri e di lettura quindi più in linea con il post, da “Una storia di amore e di tenebra”di Amos Oz, autobiografico, riporto questo passo.

“(…) mamma mi disse che i libri erano capaci di cambiare, con gli anni, proprio come cambiano le persone, ma con la differenza che le persone, quasi tutte, prima o poi finisce che ti abbandonano, quando arriva il giorno in cui non ricavano da te più nessun profitto o piacere o interesse o quanto meno un buon sentimento, mentre i libri, loro non ti abbandonano mai.
Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale.
Aspettano financo decenni. Senza lamentarsi. Finchè un giorno, magari alle tre di notte, hai improvvisamente bisogno di uno di loro, e anche se magari l’hai abbandonato, quasi cancellato dalla tua mente, per anni e anni, lui non ti delude, scende dal suo posto e ti sta accanto, nel momento del bisogno.
Senza sussiego, senza inventarsi delle scuse, senza domandare a se stesso se gli conviene e lo meriti e se gli vai ancora bene, viene a te non appena lo chiami. Non ti tradisce mai.”

crepuscolo    
(foto mia: Crepuscolo)

Abbiamo perso anche questo crepuscolo.
Nessuno ci ha visto stasera mano nella mano
mentre la notte azzurra cadeva sul mondo.
Ho visto dalla mia finestra
la festa del tramonto sui monti lontani.
A volte, come una moneta
mi si accendeva un pezzo di sole tra le mani.
Io ti ricordavo con l’anima oppressa
da quella tristezza che tu mi conosci.
Dove eri allora?
Tra quali genti?
Dicendo quali parole?
Perché mi investirà tutto l’amore di colpo
quando mi sento triste e ti sento lontana?
È caduto il libro che sempre si prende al crepuscolo
e come cane ferito il mantello mi si è accucciato tra i piedi.
Sempre, sempre ti allontani la sera
e vai dove il crepuscolo corre cancellando statue

Pablo Neruda – da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”

J.L.B.

magica

(foto mia – "Magica"  – Aprile 2009, Praga)
Dire una cosa è troppo poco. Le cose bisogna viverle. Franz Kafka

I giusti

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

(Jorge Luis Borges – da La cifra (1981)
Tratto da Tutte le opere – vol. II – Meridiani Mondadori, 1986)

   biancoluce   
(foto mia: biancoluce)

PIOVE

 

Ho sempre provato particolare tristezza in questi giorni e non perché comprendono la ricorrenza dei defunti, e nemmeno perché mia mamma se ne andò che era novembre, ma per ciò che questa ricorrenza comprende.

Nei cimiteri si aprono gare di vanità a vantaggio del business speculativo.

C’è chi corre per accaparrarsi i fiori più belli, il bouchet più originale. I marmi vengono tirati a lucido, le statue di bronzo rese brillanti. Questa è la cosa triste di questi giorni, perché per l’altra, di tristezza, ogni giorno è un giorno buono.

Girando tra i miei cari, percorrendo i vari vialetti, non posso fare a meno di notare, in giorni come questi, la presenza di fiori anche sopra quelle tombe dimenticate. Piove, piove tantissimo in questi giorni, piove sulla campagna, sopra le città, piove sui cimiteri e sui bei fiori. Piove sopra i marmi lucidi, sulle tombe ornate con opulenza, come piove su quelle dimenticate.

Alcuni dicono che io sono troppo complicata e forse hanno ragione. Una mia zia dice che non so essere felice, che non so apprezzare la magia delle cose, che non ho rispetto per le tradizioni, che sono troppo seria. Sarà.

Del resto ho sempre trovato triste anche il Natale. Poche situazioni, per me, sono più ipocrite delle ricorrenze tradizionali. Tradizioni uccise dal business, giri di soldi impressionanti in babbi natali con le facce idiote e alberi sintetici (inquinanti e non degradabili) o veri (destinati a morire nelle discariche).

Girando per Milano qualche giorno dopo ogni Natale, altri cimiteri: montagne di cartoni, scatole di compensato, confezioni di panettoni e bottiglie vuote.  Offese, per alcuni.

Infine, alberelli sradicati, con i loro piccoli rami, ormai secchi e scarni, tesi verso l’asfalto e non verso il cielo, in attesa del camion dell’Amsa. Offese, per alcuni. PS non voglio intristire nessuno. Per cui resta aperto lo spazio nel / nei precedente/i post. Come sempre, del resto.  Questa è solo una riflessione, messa qui, scritta di getto mentre fuori …..  piove.

 

piove

                                                      foto mia.  http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/ 

ALBERI

L’ho letto lo scorso luglio, durante un viaggio in treno. Si legge in meno di un’ora.

E’ una storia di impegno, di Amore, di perseveranza, di volontà. Alla fine c’è il premio per tanta fatica e tanta costanza. Un premio inaspettato. Perchè è bello quando arriva qualcosa che non hai chiesto, qualcosa che non ti aspettavi perchè è bello quando fai qualcosa perchè ci credi e basta. 

Un po’ come quando si ama senza aspettarsi niente. Che poi, per me, è la sola forma di Amore.

Ho dedicato molta cura, sempre, al mio lavoro. L’ho fatto per tanti anni senza badare all’orario, alla stanchezza, agli altri impegni. Non mi sono mai pentita di questo, perchè sono sempre stata convinta che si sta bene quando si fanno le cose bene, e che il premio è nella consapevolezza di “avere lavorato bene“.

Ma capita che ci si trova a confrontarsi con l’arroganza, la presunzione, con la mancanza di rispetto per la persona che sei, non solo per il lavoro che fai. 
Allora quando accade questo, resiste un sapore amaro in bocca e ti volti indietro e vedi tutti i tuoi alberi piantati, li riconosci uno ad uno, sapresti dire, per ognuno, che tempo faceva quando lo hai piantato; di ognuno conosci le sfumature, i segni sul tronco, l’odore del legno.

E davanti vedi un deserto, arido.
E senti che non hai più voglia di piantare niente ma non hai nemmeno più voglia di camminare in un deserto.

Da Wikipedia

L’uomo che piantava gli alberi
Titolo originale L’homme qui plantait des arbres  Autore Jean Giono  – 1ª ed. originale 1953

È la storia di un pastore che, con impegno costante, riforestò da solo un’arida vallata ai piedi delle Alpi, vicino alla Provenza, nella prima metà del XX secolo. Il racconto è piuttosto corto – 3400 parole nella traduzione italiana.
 
Trama
La storia è narrata da un uomo che rimane anonimo per tutto il racconto (anche se è stato suggerito che si tratti dell’autore stesso, Jean Giono, ma non vi è alcuna certezza).

La storia ha inizio nel 1910, quando il giovane narratore intraprende un’escursione in solitaria attraverso la Provenza, in Francia, arrivando fin sulle Alpi.
Il narratore finisce le scorte d’acqua in una vallata deserta e senza alberi, dove cresceva ovunque solo lavanda selvatica, senza alcun segno di civilizzazione, eccetto alcune strutture ormai abbandonate. Il ragazzo incontra un pastore di mezza età, che gli mostra una sorgente d’acqua che conosceva.

Curioso riguardo al pastore e alla vita solitaria che conduceva, decide di restare presso di lui per alcuni giorni. Il pastore, divenuto vedovo, aveva deciso di migliorare la landa desolata in cui viveva facendovi crescere una foresta, un albero per volta.
Il pastore, che si chiamava Elzéard Bouffier, aveva piantato oltre 100mila querce; di queste, si aspettava che ne restassero in vita solo 10mila.

Il narratore torna a casa, e più tardi si arruola come soldato nella prima guerra mondiale.
Nel 1920, traumatizzato e depresso, l’uomo torna dal pastore, ed è sorpreso alla vista di migliaia di alberelli in tutta la vallata, e nuovi torrenti dove non scorreva più acqua da anni.
Da quel momento, il ragazzo tornerà a trovare Elezéard Bouffier ogni anno. Bouffier nel frattempo aveva cambiato mestiere, dato che il gregge di pecore rischiava di rovinare la sua opera, si iniziò a dedicare all’agricoltura.

Per quattro decenni, Bouffier ha continuato a piantare alberi, prima querce, poi faggi e betulle, e la valle si trasformava lentamente in una sorta di Giardino dell’Eden.

La vallata ha ricevuto protezione ufficiale dopo la prima guerra mondiale (le autorità credevano che la rapida crescita della foresta fosse uno strano fenomeno naturale, poiché non sapevano del lavoro dell’uomo), e più di 10mila persone tornarono a viverci.

Il narratore vede Bouffier per l’ultima volta nel 1945, ormai molto vecchio. L’uomo che piantava gli alberi morirà felicemente nel 1947, in un ospizio a Banon.

ORI E COLORI

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(foto dal web: windoweb.it)

Tempo da masticare lentamente, tempo di frutti maturi, polposi, generosi di zuccheri e di materia densa, morbida. Tempo su cui passeggiare con passo lento: il peso del corpo non fa male alla Terra quando è coperta di foglie.

Tempo di riflessioni sfumate di ocra e di amaranti. Sfumature cangianti sotto il sole che sa come fare per non ferire la terra vestita fiammingo.

Giorni da annusare, nei boschi di castagno, l’oro accanto al glacè, alle nuances marrone, arancio, nocciola, spezzate dalle lunghe liane accese  della vite canadese che si adagia si arrotola, scivola infuocata dai rami degli alti fusti delle robinie, dei castagni, dei pioppi.

Le gocce di acqua che a fatica si separano dalle foglie appese ricevono la luce del sole diventando diamanti per poco: per altri istanti si credono rubini, smeraldi, topazi, agate, pietre di luna,
Con il loro peso ne accelerano la caduta, aiutano a spezzare quel filo che le tiene ostinatamente attaccate al ramo. Si, pioggia e autunno sono alleati.

E’ una magia, un incantesimo, il piccolo stagno le cui acque si colorano di rosso sangue, come diventasse donna.

Tutto è maturità, silenzi ovattati, attesa sospesa ma piena, completa: niente sa di agonia o di morte ma è promessa. Gli anelli del tempo, tra le mie dita adesso, riflettono come poche volte, il ciclo del tempo.

Tempo, questo, di seni morbidi, di ventre pieno e caldo su cui potersi addormentare, corpo generoso che sa cullare, vegliare. Abbracciare. L’autunno, indubbiamente è Donna: dentro la sua pancia cova la vita.

Gli scoiattoli, i ghiri, i ricci addormentati nella pancia della terra dai rumori attutiti dal sonno della terra stessa, hanno per ninna nanna le foglie che cadono in attesa dei germogli di Tutto che già silenziosamente si prepara per diventare domani fiori nocciole e semi e frutti e bacche.

I tramonti non contrastano più ma assecondano e replicano i colori della Terra.
Esplodono l’arancio e il rosso e colano, sopra altri arancio e rosso sui quali si confondono e con i quali si fondono dentro silenzi d’oro e di bronzo.

caminetto

(foto mia)

IL TEMPO DEL POMODORO

«L’eccessivo valore che diamo ai minuti,
la fretta che sta alla base del nostro vivere,
è senza dubbio il peggior nemico del piacere.»
(Hermann Hesse)

 

L’altro giorno ho conosciuto un signore, una di quelle persone dal portamento signorile, elegante, il tono della voce basso, voce calma e calda. Classe, intelligenza, insomma  quelle cose che rendono una persona interessante, affascinante.

Niente era “impostato”, non c’era enfasi nelle cose che diceva, non c’era “studio” nei suo gesti, non c’era atteggiamento.

Abbiamo parlato di diverse cose, partendo dal Tempo. Anzi il Tempo è stato l’argomento principe nonchè  la ragione di questo incontro, sebbene sia avvenuto per lo più in modo casuale.
Ma forse nulla accade per caso, come ogni tanto si dice qui, come spesso dice Francesca al Mulino.

Ci sono persone che è bello stare ad ascoltare: lo è per il suono della voce, la gestualità, per come lo sguardo incrocia il tuo, lo cerca e gli parla.  Per la franchezza negli occhi, per come ti stringono la mano, per il lampo di intelligenza che passa sul viso e anche per la tranquillità, la calma, la sicurezza nei gesti e nelle parole.

Una delle cose che mi ha detto è stata questa: noi nutriamo il nostro corpo e la nostra mente.  Per nutrire il corpo usiamo il cibo quindi il cibo è una cosa importante: la nostra sopravvivenza dipende dal cibo eppure …  lo facciamo senza rispetto, pensando che il tempo dedicato non sia investimento bensì una incombenza, una seccatura, una risposta ad una necessità biologica, tant’è che trasferiamo cibi direttamente dal congelatore al microonde.
Mentre la calma che ci vuole, la cura e l’attenzione nel tagliare un pomodoro, sono cura e attenzione verso sè. Questo diceva, il signore del Tempo, come mi viene di chiamarlo.

Oggi è stata una giornata difficile, e anche ieri, considerando il post precedente, ma è un periodo difficile, per alcune cose “qui non nominate“.

E quando i giorni sono pesanti, grigi, freddi, con certi livelli di ansia e di tristezza allora a me, che ho un rapporto difficile con il Tempo, sale l’ansia.
Sale come una marea e sento in pericolo i miei affetti, le mie certezze. Li cerco, voglio essere messa in salvo, con loro e da loro e poi cullata, strappata alle onde, portata su una spiaggia sicura e cullata.

E pensavo, oggi,  al pomodoro del signore del Tempo. Un pomodoro tagliato in fretta e furia è l’amico l’amica che non vogliamo ascoltare, la persona che ci irrita perchè ci chiede attenzione, l’abbraccio che non vogliamo dare, l’amore frettoloso che riusciamo a garantire quando non siamo troppo stanchi.  La tavola apparecchiata senza amore, le candele che non abbiamo il tempo di accendere, il camino che richiede troppa cura.

C’è stato un tempo in cui mio compagno  fumava la pipa. C’è una forma di cura, nel fumare la pipa. Richiede gesti lenti e rutualità, richiede attenzione. Non me ne vogliano i non fumatori, anche io non fumo più da diversi anni e aver smesso è una delle mie rare ragioni di orgoglio ma era piacevole, e per alcuni versi rassicurante, assistere alla ripetizione di quei gesti, un po’ come aggiungere legna al camino, ravvivare il fuoco, assicurarsi che non faccia fumo, che non sia troppo umida la legna ecc.
Mi piaceva guardarlo, specie durante le lente passeggiate nelle sere di autunno dopo cena.

Già, c’erano queste lente passeggiate, anche queste accostabili al pomodoro affettato con calma perchè rappresentano, anche queste, cose che si fanno per sè, una fetta di tempo che ci si dedica senza fretta.

Tempo fa ho conosciuto un uomo, trentenne allora o poco più, single, e la sera si preparava la cena, apparecchiava la tavola con il calice per l’acqua e quello per il vino. Era un uomo vivace, pieno di interessi, non un solitario patologico. Penso che, semplicemente voleva bene a sè stesso.

Per volersi bene ci vuole tempo, questo è il messaggio del pomodoro.

Oggi qualcuno mi ha dedicato un pomodoro, forse anche più d’uno. Anzi forse sono io ad averlo .. ehmm… affettato lentamente, il pomodoro si intende.
Spero che mi perdonerà e naturalmente sono pronta a ricambiare ma lo farei con piacere, e anche con una punta di orgoglio.

Fuori diluvia, sento l’acqua scosciare e poi l’altro rumore, quello dello scolo dei canali del tetto.
Sarebbe una notte da coperta, una notte di musica liquida, musica di pioggia, ninna nanna di pioggia.  Pioggia che culla, che accompagna, che addormenta. Pioggia che canta, che scorre lungo la tettoia, che batte il Tempo, pioggia che bagna il Tempo.

E sarebbe così se avessi tempo per non pensare. Tempo per non pensare? Si, ho scritto bene: Tempo per non pensare. Perchè c’è un Tempo per seminare uno per raccogliere, c’è un Tempo per sognare, come dice una canzone di Fossati, ma c’è anche un Tempo per pensare e perfino uno per non pensare.

Io non farò mai la pace con il Tempo, perchè devo fare troppe cose, compresa quella di costruire un ponte tra me e le stelle.

Non importa se non sarà un ponte di cemento, uno di quelli che tanto mi affascinano, con i piloni enormi, maestosi eppure parti di strutture snelle, quasi invisibili,  eleganti,  che a guardarle  non le si darebbe la forza che invece hanno di sostenere, collegare, separare, unire, sopportare.

Anzi non deve essere un ponte come quello bensì un ponte leggero, fatto di corda, un po’ come le reti dei pescatori.  Che a lanciarlo nel cielo sia capace di aggrapparsi a qualche punta di stella così da stendersi per poi … poterci passare.

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Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C’è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.

C’è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d’estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l’ora muta delle fate.

C’è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz’ora sono qui arruffato
dentro una sala d’aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C’è un tempo d’aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C’è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l’istante in cui scocca l’unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno avvisato.

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare. 

 Ivano Fossati

YEMEN e il silenzio dell’occidente

nostalgia.

Guerra santa: tabù per l’occidente, dato di fatto per l’Islam

Avete mai provato a circolare per una qualsiasi città dell’Arabia Saudita con una croce al collo in bella vista? Non fatelo, sareste accusati di “apostasia” e condannati a morte. Ma se siete persone intelligenti non fatelo nemmeno in molti altri Paesi musulmani, compresi in quelli che il buonismo europeo chiama “moderati” come l’Egitto, la Turchia, il Marocco o la Tunisia. Il rischio di ritrovarsi con la gola tagliata è molto alto. Fa impressione constatare come l’occidente ha reagito al massacro degli otto operatori umanitari uccisi in Afghanistan perché accusati di essere cristiani, anzi, fa impressione constatare come l’occidente non ha reagito a questo efferato massacro, perché di reazioni se ne sono viste ben poche, come se fosse una cosa normale essere uccisi in Paese islamico perché si è cristiani o semplicemente non musulmani.
E’ un po’ come se si accettasse l’idea che quegli operatori umanitari in fondo se la siano cercata, che poi è la stessa che ci fa accettare i massacri di cristiani in Iraq, la stessa che ci ha fatto digerire il villaggio dato alle fiamme un anno fa in Pakistan (con gli abitanti dentro alle capanne) perché cristiano, la stessa che ci fa considerare normale che in Afghanistan – che stiamo cercando di liberare dall’estremismo islamico – una persona venga condannata a morte solo perché si è convertito al cristianesimo, oppure la stessa idea che ci fa considerare normale che nello Yemen da anni sia in corso una vera e propria caccia al cristiano, così come in Algeria o in Egitto per i cristiani copti. In fondo chi sono i cristiani per manifestare liberamente la loro fede in paesi musulmani? E’ chiaro che se lo fanno poi devono accettare le conseguenze di questa loro decisione. Questa è la mentalità corrente in occidente. Davvero spaventoso.
Eppure in occidente, soprattutto in Europa, usare la frase “guerra santa” oppure “guerra di religioni” è severamente vietato dal bon ton. Il problema è che noi questa guerra santa non la vediamo. Siamo cresciuti nella mentalità cristiana del perdono e del porgere l’altra guancia, una mentalità lontana anni luce da quella musulmana. Ci facciamo abbindolare dal concetto di “Islam moderato” sperando che sia un concetto vincente su quello di “Islam estremista”, una speranza a dire il vero assai recondita se si considera il fatto che il confine tra Islam moderato e Islam estremista – se tale confine esiste – è molto, ma molto labile. Gli islamici, a differenza di noi cristiani, crescono con la mentalità della guerra santa. L’islam non è una religione basata sul perdono, sulla tolleranza o sul porgere l’altra guancia, l’Islam non è una religione che si confronta con le altre pacificamente o che tollera altri credi, l’Islam tende ad assimilare gli infedeli e chi non si fa assimilare diventa automaticamente un nemico da abbattere. L’obbiettivo ultimo dell’Islam, lo dice il Corano, è quello di espandersi in tutto il mondo.
Chi non è musulmano lo può diventare, ma non c’è posto per altre religioni nella mentalità islamica. Ecco perché sostengo che l’Islam è in guerra con le altre religioni da molto tempo, praticamente da quando questa religione è nata. Non si potrebbe spiegare altrimenti il comportamento del mondo musulmano verso i cristiani, gli ebrei, i buddisti ecc. ecc
La rappresentazione ideale dell’Islam l’abbiamo vista quando mani criminali hanno posto la dinamite ai piedi delle millenarie statue del Buddha di Bamiyan fatte saltare in aria in Afghanistan. Quelle statue rappresentavano un’altra religione e quindi andavano distrutte.
La stessa cosa avviene oggi per le bibbie in mano agli operatori umanitari trucidati l’altro giorno, per la croce portata al collo dai cristiani di tutto il mondo o per i ciondoli a forma di Stella di David che gli ebrei portano orgogliosamente al collo. Sono simboli che vanno distrutti insieme a coloro che li portano.
Personalmente credo che sarebbe il caso di riflettere seriamente sugli eventi che stanno capitando ai cristiani, agli ebrei e alle persone di altre confessioni, per mano degli islamici. Credo che non sia il caso di continuare a sottovalutare questo fatto. Credo che sarebbe il caso di riflettere sul perché alcuni Paesi europei (vedi la Gran Bretagna) accettano passivamente sul loro territorio i “tribunali islamici” e chi non lo fa ufficialmente li tollera. L’Islam sta prendendo sempre più piede in Europa portando con se tutto il suo retaggio di intolleranza, di violenza, di misoginia e quella logica prepotenza insita in coloro che nascono e crescono con la mentalità di dover conquistare il mondo.
Io non me la sento di porgere l’altra guancia, non me la sento di tollerare tutto questo, non me la sento di cancellare dal mio vocabolario le frasi “guerra santa” e “guerra di religione” per una mera questione etica o per pseudo-buonismo, non me la sento per il semplice fatto che per i musulmani quelle frasi esistono e vengono pronunciate e applicate ogni giorno.

Franco Londei

http://www.secondoprotocollo.org/?p=1435”>http://www.secondoprotocollo.org/?p=1435.
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traduco …

Il cavaliere senza morte

Di terre ne ho attraversate,  di acqua ne ho vista scorrere,
di vento ne ho così portato nelle mie tasche sono abbassato come un ramo di salice,
mi sono macchiato come un tronco di platano
ma sono stato anche bello dritto come un cipresso
quando mi hanno detto che il mondo girava
ho cominciato a rincorrerlo e adesso che ho girato più di lui
lo so che non ho vinto

Ho provato il Martello di Thor, i graffi della Babayaga,
e Vainamoinen mi ha insegnato a cantare
e quanti uomini armati di spada ho trasformato in fontane di sangue
e poi la Morrigan passava a pulire tutto

quando mi hanno detto che il mondo cantava storie di Achille e Cuchulain
io ne ho uccisi più di loro
ma di canzoni non me ne hanno mai scritte

E allora via anima in pena a cercare il fondo della damigiana
senza accorgersi che ho bevuto dal Sacro Graal
volevo bere per dimenticare e ho guadagnato l’immortalità
proprio la sera in cui volevo provare a morire

una Valchiria di seconda mano e un druido senza giudizio
mi hanno fatto saltare nel tempo come in un precipizio

e son partito per la nuova gloria e ho visto marcire la storia
come un Dio in armatura ma a piedi nudi

Forse per noia o per vanità,
sono andato sul fondo del lago per ritrovare la spada di Re Artù
ma Excalibur non serve a un cazzo,
e Viviana me l’ha detto se a maneggiarla c’è un rimbambito

quando mi hanno detto che il mondo pregava, ho pregato più di lui,
e adesso che ho appeso la spada al muro
effettivamente mi sembra una croce.

E sono partito per la Terra Santa
la lama in cielo e l’inferno in terra
perchè mi hanno detto che era Santa anche la guerra

colpi di spada a forma di croce colpi di spada a mezzaluna
che in paradiso a tutti spetta una poltrona

e mi hanno detto che se ne ammazzavo tanti,
cancellavo tutti i miei peccati
che è diverso uccidere quelli giusti o quelli sbagliati

Ma io non potevo più morire…. e quindi niente aldilà

ho chiuso gli occhi e ho provato ad aspettare
ho aspettato che finiva e mi sono addormentato

ho aperto gli occhi e passavano i carrarmati

e ho aspettato  ho aspettato
ho aspettato

Davide Van De Sfroos

Ognuno di noi quando è vittima o carnefice o spettatore della continuità della guerra è come il cavaliere della canzone che passa attraverso le epoche ed è costretto a vedere mutare i tempi ma mai l’idea di guerra stessa. Sembra chiederci ” quanto vogliamo che continui ancora?

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INSIEME

 

insieme

                                                                                               (foto: mia)

 

Quasi sempre, fotografando una cosa che mi colpisce, ne decido il titolo: avviene in modo spontaneo.
E’ frutto della mente che associa immagini a parole.
Questa fotografia si chiama “Insieme”:  l’immagine delle due barche è sovrapponibile all’idea di due persone. Insieme” si è scritto nella mente al momento del click della mia fotocamera.

Quando si è bambini, si pensa che gli oggetti siano animati, che le cose abbiano una vita segreta, che le parole coincidano con le cose e che queste abbiano il potere di reinventarsi e di popolare in mille modi differenti, il mondo fantastico, quell’immenso laboratorio di creatività che costituisce la base dell’esperienza cognitiva che accoglierà le pareti portanti dell’esperienza adulta.

Nella favola c’è la luce che si scorge nel buio, l’amore che vince l’odio, pazienza e costanza che vengono premiate, l’uscita dal labirinto, il riscatto del dolore.
Dentro la favola si osservano le prime trame del tessuto della vita, è la prima rappresentazione della realtà, la prima maestra ancora più della mamma perchè la favola ce la costruiamo da soli, nasce dai luoghi di dentro dove abita il sentire più intimo e solo nostro.

Ebbene, qualcosa dentro di me deve essersi bloccato, un qualche processo di maturazione non deve essere andato a buon fine, perché che le cose abbiano un’anima io … ci credo ancora.

Avevo scritto un post, tempo fa, dove un muro e una mura si amavano senza potersi mai toccare.
Alcuni anni fa piansi tutte le mie lacrime per una macchina schiacciasassi: immaginavo il dolore e il sollievo, rispettivamente, di quei sassi che vedevano avanzare il mostro e di quelli che sapevano che non sarebbe toccato loro perché “un po’ più in là”.

Sono anche convinta che gli oggetti che amiamo assorbano, in qualche modo, qualcosa di noi e che questo qualcosa sia trasmettibile attraverso il dono dell’oggetto stesso a qualcuno di importante.

Alcuni oggetti, infine, risultano, alla mia sensibilità più vivi di altri: una barca si muove, naviga, subisce l’effetto del vento, offre protezione, coperta e salvezza a persone e cose, scivola sull’acqua ora fredda, ora calda, si spella con il sole, secca con il vento.  E’ fatta di legno e il legno è materia viva, si muove, respira, dilata, si ritrae, reagisce. Sente.

Guardando queste barche ho pensato a due compagni, due amici, due amanti che si toccano, si confidano, si consegnano le emozioni del giorno, le sensazioni provate. Si preparano al riposo oppure verranno disturbate dalla chiamata di una nuova partenza, svegliate per un altro viaggio.

Ho provato anche un filo di tristezza all’idea che una mano di uomo le separi, usandole per spostarsi da un lago all’altro del parco, e ho sperato che una volta giunta la sera possano ritrovarsi vicine, ancora, per guardare il tramonto. Insieme.

Natura

terrazze

 smeraldo
a casa di adamo ed eva

(foto mie) altre su http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/

 

Vidi questo posto 27 anni fa e poi pochi giorni fa. Non ho conservato alcuna foto di allora perchè tutte le foto dell'epoca  restarono ad una persona che dopo un paio di anni non rividi mai più. Però era tutto conservato perfettamente nella mia mente. Ho ritrovato tutto com'era. Bella sensazione. Ed è bello pensare che alcuni luoghi restano immutati mentre altre cose intorno e dentro di noi cambiano. Alcune in meglio altre no.

VOLI

voli imminenti

(foto mia)

 

La prima volta che lo vidi fu tre giorni fa, sotto il porticato bianco di una casa a ridosso della strada, conteneva tre piccoli, già cresciuti e, a giudicare dalle dimensioni, già pronti per volare.

Un nido di rondini: da noi, in Italia è cosa rara credo per diverse ragioni comunque riconducibili all’uomo e immagino anche per l’assenza di porticati e grondaie, tipiche dei cortili di un tempo passato.

Ci ripassai l’indomani mattina e trovai i due piccoli della foto e poi di nuovo la sera,  quando faceva già buio: un genitore stava lasciando il nido dopo un breve “controllo” mentre l’altro stava sopra una sorta di greca in muratura appena sotto il soffitto, dirimpetto al nido.

La scena fu dolcissima­: per far posto alla compagna il papà si spostò con piccolissimi passetti laterali. Insieme avrebbero passato la notte, sorvegliando i loro piccoli e stando vicini tra loro. Erano una famiglia. Ieri, a dispetto del progetto della giornata, presi l’auto e percorsi in fretta i trenta chilometri per raggiungere il posto: il nido conteneva un solo piccolo, segno che anche il secondo aveva spiccato il volo.

Stavo per andarmene quando accadde qualcosa che mi fece restare li’ impalata ad assistere a qualcosa di naturale e, proprio per questo, di tanto speciale.  La madre svolazzava davanti al piccolo, stridendo: lo incitava a volare. Ogni volta che si avvicinava al nido, il piccolo spalancava il becco ma non riceveva alcun cibo. Il messaggio era chiaro: era ora di volare.

Poi l’inaspettato: mamma papà e presumibilmente i due fratelli, cominciarono a sfilare davanti al nido, uno dopo l’altro, sfrecciando, stridendo, per poi tornare e poi ancora, in continuazione: era un chiaro invito rivolto al piccolo, un incitamento a trovare il coraggio.

Restai li’, incapace di muovermi e in cuor mio speravo di … vedere quel volo. E lo vidi. Dopo circa venti minuti di quella meravigliosa sfilata, sfarfallio di ali e grida, il piccolo lasciò il nido. Non potei fare a meno di applaudire e saltare dalla gioia … e bè …  quasi piansi per l’emozione.

Auguri piccolo, tra non molto dovrai affrontare un lungo viaggio verso paesi lontani. Abbi buon vento, fortuna e ali forti per volare.

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BORGES

(foto: celeste)

         Diritto

Dormivi. Ti sveglio.
Il gran mattino reca l’illusione di un inizio.
Avevi dimenticato Virgilio. Sono qui gli esametri.
Ti porto molte cose.
I quattro elementi dei greci: la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria.
Un solo nome di donna.
L’amicizia della luna.
I chiari colori dell’atlante.
L’oblio, che purifica.
La memoria che sceglie e che riscrive.
L’abitudine che ci aiuta a sentirci immortali.
Il quadrante e le lancette che dividono l’inafferrabile tempo.
La fragranza del sandalo.
I dubbi che chiamiamo, non senza vanità, metafisica.
Il manico del bastone che la tua mano attende.
Il sapore dell’uva e del miele.

            Jorge Luis Borges

Oro

(foto: celeste)

Oro
come la luna come il grano come la luce nella stanza quella dei lampioni come la fiamma della candela come il mattino come l'uva matura come la sabbia come il tempo come l'attimo come l'estate come il miele come lava come un orizzonte come il silenzio.

PERCORSI

(foto: celeste)

Sappi che tutte le strade, anche le più sole
hanno un vento che le accompagna

e che il gomitolo, forse
non ha voluto diventar maglione

che preferisco non imparare la rotta
per ricordarmi il mare

(Gianmaria Testa Album: Il walzer di un giorno.
Brano: Sappi che tutte le strade – Pier Mario Giovannone)

BELLEZZA

 

(foto di Giò ©)

 

Mi sono innamorata di questa fotografia appena l’ho vista; Giovanna l’ha scattata in India la scorsa estate, me ne ha fatto dono quando, guardandola sono rimasta incantata.

Mi ha concesso di pubblicarla su Ricordi e mentre lo facevo, stamane, ho pensato a lungo un titolo ma poi …  non poteva che essere questo: Bellezza.

Qui dentro c’è naturalezza, c’è armonia, c’è eleganza, c’è delicatezza.
 
Il gesto è semplice eppure forte, ricorda un’offerta, una preghiera, un richiamo, un saluto.

E’ un’ immagine potente, e si sente che lo è proprio perché è semplice.

Grazie Giò e ……  Namastè

REGALI

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(immagine:  personale)

ORO SUI COLLI

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(foto: Celeste)

18 luglio 2009

Sono parecchio stanca in questi giorni.
Però ieri, nonostante la stanchezza, ho preso un treno per Bologna.
E ho avuto la conferma, ancora una volta, che quando stai bene con ciò che ti sta intorno, trovi il riposo anche senza essere a casa in poltrona a leggere o sonnecchiare.
Prelevata dalla stazione di Bologna, lentamente e in buona compagnia ho girovagato per l’appennino tosco emiliano esplorando senza itinerario e senza fretta.
Sulle colline colava una luce meravigliosa; il cielo era nuvole basse ma non così dense da impedire al sole di bucarle.
Gli appezzamenti collinari intervallavano il colore dell’oro del grano appena tagliato con il colore verde dei prati naturali e dei campi coltivati ad erba medica, e il marrone dei campi già arati.
Alcune strisce di argilla scivolavano sui fianchi di qualche collina conferendo una forza che sottolineava la morbidezza degli appezzamenti di velluto verde.
Ma la luce… la luce era qualcosa di surreale; lo scenario, quello di un quadro impressionista.
Vang Gogh non avrebbe resistito al desiderio complusivo di colpire una tela direttamente con il tubo del colore, come faceva negli ultimi tempi.
Forse avrebbe dipinto quelle colline e quel cielo con la sua consueta violenza, quasi tragica. Dolorosa, passionale.
Monet invece le avrebbe dipinte con “troppa” delicatezza, confondendo e sfumando le linee che invece erano marcatissimi confini tra un colore e l’altro. Forse avrebbe fatto lo stesso anche Degas.
Ma non l’acquerello delicato e tenue, non la tempera disperata di Vincent avrebbero raccontato la Poesia di quella luce e di quei colori.
Forse solo un jazz delicato improvvisato e mutevole avrebbe potuto.
E, come il jazz, la bellezza dell’emozione in movimento è unica, non replicabile.
E un’altra volta ancora mi torna alla mente “Il collezionista di tramonti”: lui aveva racchiuso tramonti in barattoli di latta, perchè nessun tramonto è uguale ad un altro.
Nessuno. Luce e movimento forse possono essere solo musica. Respiro. RESPIRO (….)
Tornando verso casa,  in solitudine sul treno,  pensavo che il mio corpo forse non si è riposato ma lo hanno fatto cuore e mente.
Lo ha fatto l’anima che, scivolando dolcemente sopra quei colli,  ha saputo sciogliersi in un canto quasi magico e stare bene, semplicemente. Sono rientrata a casa con un senso di gratitudine verso una giornata così bella e verso chi l’ha voluta condividere.

IL POPOLO DEL TRENO

Sul treno del mattino una mescolanza di vite, di odori, di storie.

Uomini, donne, pelle bianca, bruna.

 

Alcuni hanno l’Africa intrappolata tra la trama e l’ordito delle vesti colorate.

Vesti di colore giallo, arancio, fucsia, a replicare tramonti africani, momenti in cui il sole diventa marmellata e cola sopra l’orizzonte lasciando alle spalle agonie di rosa, rosso, giallo, ocra.

Africa cucita negli orli di vesti troppo leggere per questa città troppo a Nord.

Hanno quell’Africa addosso e un’altra dentro, quella loro, più personale, ce l’hanno negli occhi, e  liquida scorre nelle loro vene insieme con il ritmo di canti antichi.

Fin da bambina mi affascinavano il bianco degli occhi e quello dei denti; quando vedevo una persona di colore (allora accadeva raramente) chiedevo ai miei genitori se anche i miei occhi e i miei denti fossero tanto bianchi.

 

Alcuni sono indiani; hanno l’odore delle spezie tra i capelli, negli indumenti e nel fiato.

 

Donne dai lunghissimi capelli neri, lisci, raccolti in trecce o lasciati cadere di lato, da una sola spalla. Piccoli tatuaggi sulla fronte, a denunciare appartenenze o stati sociali.

Bracciali d’oro rosso e orecchini pendenti. Grandi occhi neri come laghi di notte.

 

 

Uomini e donne bianchi, fasciati in abiti firmati, cravatte di seta, calze sottili.

Sfoggiano tacchi alti, occhiali colorati, griffati, bigiotteria vistosa, tintinnante.

Odorano di fresco, di doccia appena fatta, di dopobarba, di abiti appena stirati.

Quasi tutti hanno un quotidiano in mano, sguardi scorrono titoli, quotazioni di borsa, oroscopi.

Sfilano dalle eleganti valigette computer portatili sempre più piccoli, sempre più sottili, sempre più colorati.

Si diffonde il suono di apertura di Windows; brillano sotto le luci al neon le piccole mele mutilate da un morso, incastonate sui monitor.

Si confrontano, i tecnologici compagni di viaggio, parlando una lingua per molti incomprensibile:

nuovo il tuo note book? … ora immetto la pwd….. sai, ho ampliato la ram…Vedi, uso questa pen drive, basta una usb libera …. Cavoli.. non ho svuotato la cache… Ci sono errori: sarà colpa del bios? Aspetta che faccio il download…  Ora scarico l’e-mail…. Poi ti linko il sito….. Per favore mi mandi l’attachment?

Ops… è cascata l’adsl… Una mattina signore anziano  guarda a terra mormorando in tono tra il dispiaciuto e il rassicurante “signorina… sul pavimento sotto i miei piedi non c’è niente”.

Gli sorrido: –  lasci stare, signore: è un nuovo glossario, una nuova lingua… E’ computerese. –

 

Madri al telefono ad interrogare nonne e baby sitter; com’è andata la colazione … quanti i capricci prima dell’asilo. A impartire istruzioni circa la pappa, la nanna e il bagnetto.

 

Ansie di genitori divisi tra lavoro e casa. Figli e viaggi pendolari.

 

Marocchini, tunisini, egiziani, giovani uomini vestiti tutti uguali, molti i denti cariati, il pacchetto di sigarette che sbuca dal taschino della camicia, il Nokia dalla tasca dei jeans. Scarpe da muratore, infarinate di calce. Altri invece vanno in città a tirare sera, oppure a fare code in questura.

 

 

Piccoli mondi chiusi in tante bolle, racchiuse in una sola carrozza, dai vetri appannati; fuori piove. Il riscaldamento porta voglia di sonno, appesantisce le palpebre di qualcuno la cui testa ciondola sopra un libro aperto. Qualcuno scuote la testa frugando disperatamente nella borsa in cerca di un telefono che suona senza sosta; qualcuno la scuote perché sta leggendo e quel telefono …. accidenti non smette mai e nessuno risponde. Qualcuno studia pagine di testi sottolineati, evidenziati, muove le labbra socchiude gli occhi; nella memoria si imprimeranno formule, odori, suoni.

 

Questa fetta di mondo arriva in città, sullo stesso ferro, sullo stesso binario… Si scende .

Come polline al vento il popolo del treno si disperde.

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FOTOGRAFIE

L' impermeabile addosso e l'ombrello in mano, l’uomo esce dal portone.

Si incammina lungo il vicolo.

La strada, lastricata di pietra lucida è bagnata dalla pioggia.

Una colata di colore, arancione, dai lampioni regala miele dorato alla notte.

Forse una passeggiata. Forse un appuntamento.

….

L’uomo sul treno parla al telefono.

Dall’altro capo, di certo, una donna.

Lo si comprende dal viso leggermente imbarazzato, di lui.

Un leggero rossore sulla pelle, nonostante i capelli bianchi.

Porta la fede al dito.

Un sorriso compiacente, di certo le mani un po’ sudate.

Allenta la cravatta e fruga nella grande borsa ai suoi piedi.

Un giorno speciale, forse, dove si può anche dar vita all'illusione.

La ragazza è in piedi, passeggia lungo la banchina della stazione.

Ha lo sguardo assente, occhiaie profonde, l’aria vagamente anoressica.

Il viso bianchissimo; gli occhi seguono con incomprensibile attenzione un nulla,

sospeso da fili invisibili al mondo.

Un nulla intrappolato in una ragnatela di cielo, traballante come le gambe della ragazza,

sopra zatteroni troppo grossi e di certo troppo pesanti.

Un giorno incerto, annunciazione di un futuro ancora più incerto.

Sulle scale della metropolitana

la giovane donna spinge il passeggino e una pancia enorme.

I capelli raccolti, l’aspetto trascurato.

La tuta da ginnastica un po’consunta, le mani sciupate.

Dal borsone appeso al passeggino spunta il sacchetto del pane.

Un giorno, forse, di accettazione o forse di stanco vivere.

Un altro giorno di attesa per una vita che sta attendendo vita.

 

CARPE DIEM

Riflettendo: Tempo, ancora il Tempo. Tirannia e Possibilità. Il tempo che passa, la Storia che partorisce se stessa. Le occasioni lasciate… Le lasciate perse…. Le rinunce… Le sconfitte…. Un cocktail di Tempo, una scelta non fatta. Che sapore puo’ avere:  1/3 amarezza 1/3 rimpianto  1/3 delusione? Sapore di sconfitta? O forse il sapore della protezione. Protezione dal dolore futuro? Ma la vita è adesso… O no? E allora ? Chi scrive la storia? Il rimpianto? No, il rimpianto non puo’ scrivere la Storia.. Il rimorso puo’ farlo… Comunque sià sarà uno scritto … Il rimpianto è una pagina invisibile, scritta nell’aria da una mano invisibile. Il rimpianto è vita non vissuta. E’ una “non storia”. Pertanto non può essere scritta. E tanti rimpianti sono una “non vita”.

Nessuno ti renderà gli anni, nessuno ti restituirà a te stesso; andrà il tempo della vita per la via intrapresa e non tornerà indietro né arresterà il suo corso; non farà rumore, non darà segno della sua velocità: scorrerà in silenzio; non si allungherà per editto di re o favore di popolo; correrà come è partito dal primo giorno, non farà mai fermate, mai soste. (Seneca, De Brevitate Vitae 8, 5)

I treni passano, le locomotive arrugginiscono… fanno il loro Tempo, scrivono la loro Storia. Ci sono treni da prendere… Treni che non tornano…  Locomotive… affascinanti … viaggiano nel Tempo, lo trafiggono, lo possiedono, lo attraversano, lo feriscono, lo trapassano e si fanno possedere, attraversare, trapassare. E hanno un cuore, le locomotive.  Come questa, la Locomotiva di Riccardo, che contiene oltre al proprio cuore, un po’ di cuore di Riccardo. E adesso, anche un po’ del mio.

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 foto: Riccardo