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RESPIRO

Dove mi trovo in questi giorni sono prati verde smeraldo, alberi, torrenti, fiori di campo, monti ricoperti di abeti che man mano si diradano fino a diventare prati verso le cime. Alcune sono bianche, altre terminano in verde chiaro contro il cielo a volte azzurro a volte grigio a volte bianco, cotonatura  di nuvola. Dalla finestra di cucina, distante poche decine di metri, di stende il lago di Resia, con il suo campanile in parte sommerso, testimone di una triste storia che inghiottì tutto il paese.  Poco distante da qui, la sorgente dell’Adige: un rigagnolo di acqua fredda che a berla pare voglia staccarti i denti. Pare impossibile che quella minuscola fonte partorisca un figlio come l’Adige. Cammino, ogni giorno esplorando luoghi e ogni giorno mi stupisce la maestosità delle montagne e la vastità dei pascoli, così come la semplicità delle margherite, e delle moltissime qualità di fiori dai colori splendidi che colorano i prati puntellando quel verde incredibile. Nonostante una tendinite che a tratti mi morde le caviglie, io cammino e cammino. Tra le mucche che qui sono libere, pascolano e brucano erba vera e fresca, e fiori e chiesette e ruscelli, paesaggi da fiaba. Poca, pochissima gente per chilonetri di sentieri e ringrazio il cielo di questa quasi solitudine. E come spesso mi accade in circostanze come questa mi chiedo come e perchè e grazie a chi o cosa esiste tutto questo. Questi fiori viola sgargiante, o quegli altri, di un rosa delicatissimo, come quelli giallo limone. O quel fiore rosso che sembra un garofano ma i suoi boccioli somigliano a quelli del papavero. O il fiordaliso, il trifoglio, coi suoi fiori rossi. E la genziana, campanellina viola simbolo della montagna seconda forse solo alla stella alpina.  Oggi con tutto questo attorno mi sentivo parte di un solo grande infinito respiro. Ecco. Ci si sente parte di quell’unico respiro che non ha tempo, che non si sa da dove nasce o se un gioro finirà ma nemmeno importa di saperlo. Chi lo chiama Dio, pensavo oggi. Io l’ho chiamato Respiro.

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foto: mie.

LA LARA

Vediamo un po’ che c’è qui dentro…

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SONO O NON SONO DA CALENDARIO?

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SOTTIGLIEZZE

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immagine dal web

Il pensiero sottile.
O ce l’hai o non ce l’hai. Non si impara, non si compera, non si assorbe per via osmotica, né endovenosa, né inalandola. Due fialette di pensiero sottile, grazie. Pare proprio di no. E’ il contatto con l’anima, il tocco dell’anima, la trasmissione di una vibrazione che parte dai sensi arriva al cervello e lì dentro, tra quelle pieghe, diventa pensiero.  A volte, se ne vale la pena, un tentativo di mettergli uno zainetto sulle spalle e trasferirlo, si può anche fare, ma spesso è una questione disperata, foriera di delusioni. Infatti il pensiero sottile arriva sul pelo, sulla pelle prima che nella testa pertanto o il destinatario lo sente o non lo sente. Siamo sempre qui.

E’ condensato nelle frasi più semplici, palpita dentro poche sillabe,  e lo sappiamo bene quanto pensiero, quanta esperienza, quante riflessioni ci sono dietro una frase semplice. Perché sappiamo tutti che qualcosa di semplice, per essere semplice, è dovuta passare attraverso meccanismi e ingranaggi complicati. Ogni cosa è complicata, prima di essere semplice. Si sa.

Nel corso della vita, cerchiamo milioni di volte,  in milioni di occasioni, le “parole giuste” e poi, nell’età matura ci rendiamo conto che non servono grandi parole,  che ne servono poche e guarda caso, ogni volta che riesci a toccare un cuore, un’anima, un’intelligenza, ci riesce solo con le parole più semplici, quelle meno ricercate. I bambini lo fanno naturalmente: hanno a disposizione un dizionario “semplice”. Noi invece cerchiamo parole “adatte”, “calzanti”, “pertinenti” quando non “idonee” e ci perdiamo in un tecnicismo che il più delle volte non serve: se dobbiamo consegnare una cosa del cuore ad un cuore, viene bene soltanto con i vocaboli in dote a un bambino.

E così il pensiero sottile:  non ha bisogno di cose complicate, sa esprimersi da sé. E’ eleganza, nobiltà d’animo, bellezza. E l’eleganza, si sa, è sobrietà innanzitutto. Coco Chanel diceva più o meno così: prima di uscire passate davanti allo specchio e toglietevi l’ultimo accessorio che avete indossato. Ecco.  Il pensiero sottile è un po’ la stessa cosa. Il pensiero sottile è eleganza e classe dell’anima e non lo si compera. Un abito di Chanel invece sì, si può comperare, ma non è detto che lo si sappia anche portare. 

Ma il pensiero sottile è anche molto di più. Non è solo una dote innata, come la classe e l’eleganza: è anche figlio di riflessioni, di scavi dentro e fuori, di ricerche, di letture, di scontri e di confronti, di sperimentazione del dolore. Si forma in un utero sottile, permeabile a rumori a suoni a odori.  Conosce l’offesa, lo sfregio, lo sconforto e il dolore.  Poi nasce dall’acqua, sa vibrare sulle ali di una libellula. Può far ridere, sciogliere un cuore, far sgorgare fiumi di lacrime di gioia, frantumare la pietra che nasconde il diamante, liberarlo dalla sua gabbia di roccia e farlo brillare coi suoi mille colori che si porta dentro da sempre. 

 

COMPLICITA’

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Si può entrare in contatto con le persone anche senza parlare […] c’è un modo di entrare in contatto tra esseri umani più percettivo e affidabile della parola, fatto di sguardi, silenzi, gesti e messaggi ancora più sottili; è il modo in cui un essere umano nel suo intimo risponde al richiamo di un altro, quella silenziosa complicità che nel momento del pericolo dà alla muta domanda una risposta più inequivocabile di qualsiasi confessione o argomentazione, e il cui senso è semplicemente questo: io sono dalla tua parte … (Sándor Márai – Liberazione)

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Estrapolato dal suo contesto (il libro parla di guerra e di prigionia, di orrori, di mostruosità) mi piace il concetto di complicità così come espresso qui in quello stralcio. E’ un grande e rarissimo valore la complicità. La comunione profonda, totale tra persone ma anche tra uomo e animale, tra animale e animale.  Qualcosa di potente e di indistruttibile. Cemento armato di una relazione, impossibile da scalfire quando è vera, profonda, leale. Per questo è rarissima, una relazione come questa. Rara davvero.  E’ una magia. L’altro giorno una persona mi diceva queste parole: io chiedo “passami una mela” e lui mi porge una banana. Perchè lui sa che ho detto mela ma intendevo dire banana. Semplice e chiarissimo. Una magia: uno sguardo che capisce tutto, che sa leggere dentro le pieghe più profonde dell’anima, una meravigliosa energia che si incontra e non contrasta anzi, produce energia nuova. Un rapporto vero, un’intesa completa, che coinvolge corpo e anima. Maturo, consapevole, evoluto. Di scoperta continua, che sa toccare le stelle e la terra. Non esiste una relazione così se non c’è… la magia della complicità.  “Io sono dalla tua parte”. Ecco..

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e adesso te vieni all’asilo con me che ti faccio vedere quelli che mi tirano sempre i capelli!!

CORAGGIO

“Il coraggio, uno non se lo può dare!” protestava il don Abbondio dei Promessi Sposi. Francesco Alberoni rovescia questa famosa massima rivendicando l’urgenza di un valore dimenticato e sostenendo che “il coraggio si può imparare”. Audacia e timore sono legati a doppio filo. Chi non ha paura non sarà mai capace di atti di eroismo. Proprio per questo l’ardimento non va confuso con l’inconsapevolezza o l’incoscienza. La riflessione di Alberoni si concentra su una “virtù morale e sociale” che investe tutti gli aspetti dell’esistenza: amore, amicizia, lavoro, famiglia. E quel “coraggio quotidiano” che ci permette di plasmare il nostro destino è forza d’animo, rifiuto delle ipocrisie proprie e altrui, gesto che sovverte un sistema ingiusto, ricerca di ciò che innalza. La mediocrità, l’indifferenza e la vigliaccheria sono facili: basta lasciarsi andare, nascondersi e adagiarsi nella propria nicchia. C’è invece un gran bisogno di opporsi alla cultura della comodità, del disfattismo e della codardia. Partendo dal presupposto che ogni essere umano ha una missione da scoprire e da compiere nell’arco di una vita, il coraggio va esercitato per essere fedeli a se stessi, per non farsi confondere dalla complessità del reale e, a volte, per superare se stessi.

Dal sito IBS – descrizione del libro di Francesco Alberoni

Premetto che l’intenzione non è quella di parlare di Alberoni né del suo libro. Per carità. Volevo solo parlare del coraggio. Coraggio nel senso di virtù umana, mica di eroismo. Il coraggio di essere sé stessi. Sempre.

In questo tempo, soprattutto in questo tempo – sarà l’età, saranno le delusioni – sarà quel poco che ho imparato – mi rendo conto che la cosa più coraggiosa è essere fedeli a sé stessi. Costa molto, essere fedeli a sé stessi. Si paga in vari modi,  soprattutto con una certa solitudine. Che nell’età verde può costituire un dramma, ma nella maturità no. Perché serve altro. Il tempo è un ottimo distillatore. Serve “poco ma buono” in tutto. Dalle cose alle relazioni. Quindi la solitudine, una certa solitudine, fa meno paura anche a chi l’ha temuta in primavera.

Il coraggio … quel coraggio, quello che ti permette di dare una svolta alla tua vita, che magari non è nemmeno tanto male, che magari con qualche compromesso di qua qualche altro di là, il famoso colpo al cerchio e alla botte, ti fa “andare avanti”, è quello che ti dice NO non mi accontento, no sto bene, non mi piace. Ecc.. quello lì. Quello che ti permette di cercare, cercare altro e oltre, e che ti fa assumere le responsabilità e il dolore del cambiamento. Non è quasi mai molto comodo cambiare: meglio restare nel luogo sicuro, magari non tanto felice, ma sicuro. E non si pensa mai abbastanza che il “sicuro” semplicemente … non esiste. E’ presuntuoso pensarlo, perfino quando ci sono buone ragioni di sentirsi “al sicuro”. E’ sempre, ma proprio sempre tutto appeso ad un filo. Prima cosa fra tutte l’esistenza stessa.  A volte mi soffermo a pensare cosa maggiormente auguro a mia nipote. Auguro questo: il Coraggio. Il coraggio di cambiare, di non accontentarsi, il coraggio di pretendere di essere felice. Il coraggio di cercare sé stessa prima di tutto. Di capire cosa vuole e poi di cercarlo, senza smettere di farlo nemmeno quando dopo tutto c’è calduccio, dopo tutto c’è un tetto, dopo tutto c’è un amore, dopo tutto c’è un lavoro. Ecco, ragazzina il mio augurio. Rimorsi ma non rimpianti. La forza, il coraggio di voltare pagina, di lasciarti alle spalle ciò che non vuoi, che non ti somiglia,che non ami, che non ti fa stare bene.  Il coraggio di dire NO soprattutto se significa dire SI a qualcun altro. Il coraggio di riempire valigie e partire, pretendere, spiegare le vele anche se non c’è terra sicura. Non ti sto augurando l’incoscienza, la sfrontatezza, la sconsideratezza. Queste sono cose differenti.. Ti auguro di non adagiarti mai nella tua nicchia anche se comoda ma non è felice. Potrebbe rovesciarsi in un baleno. Costruisci la tua, con le tue mani, e facci entrare solo chi avrà …. coraggio. Chi chiederà di entrare perchè lo sceglierà, perchè sceglierà te. Che non sei un’alternativa ma una scelta. Una scelta coraggiosa, se anche tu sarai coraggiosa… Perchè ci vuole coraggio anche per amare chi ha coraggio.

Pensa con la tua testa. Segui il tuo intuito, il tuo cuore, la tua testa. Non badare alle opinioni degli altri, non essere mai prigioniera di niente e di nessuno. Non permettere mai che quella vocina che ti sussurra e spesso grida dentro sia messa a tacere dal mondo, dalle convenzioni, dalle aspettative degli altri, dalle mode, dal “ciò che è meglio” ma nemmeno da ciò che sembra “sicuro” ma che però non ti piace. Non barattare mai alcuna “certezza” con un paio di ali.  

LE CHIESE CHIUSE

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dal web

L’ennesima contraddizione tra ciò che si predica e ciò che invece si pratica. Le chiese chiuse. Ma la porta della Chiesa non è la porta aperta per definizione? Vedo cartelli: aperto dalle 15 alle 18. Come i negozi. Per non parlare dell’ingresso a pagamento di molti luoghi.  Bisogna dunque rinviare il proprio bisogno negli orari di apertura? Rimandiamo la necessità di un conforto dopo le ore 15 e prima delle 18.  Prima e dopo, le porte della “casa di tutti” sono chiuse.  Assurdo. Ma tant’è. Qui, vicino a me, ci sono luoghi meravigliosi. Santa Maria delle Grazie. La Chiesa di San Maurizio (splendida, una meraviglia … ingresso gratuito e aperta grazie al volontariato del Touring Club, dal martedì alla domenica). La basilica di Sant’Ambrogio. Ieri ho fatto una passeggiata, sono passata davanti. Tutte chiuse. Complimenti.

 

VALORI E DOMANDE

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Tutto vale

Io credo che una foglia d’erba 
non valga affatto meno della quotidiana fatica delle stelle.
E la formica è ugualmente perfetta, come un granello di sabbia,
come l’uovo di uno scricciolo,
E la piccola rana è un capolavoro pari a quelli più famosi,
E il rovo rampicante potrebbe ornare i balconi del cielo.
E la giuntura più piccola della mia mano qualsiasi meccanismo può deridere.

(Walt Whitman)

La “quotidiana fatica delle stelle”. Bello, no?  Questa mattina mi sono svegliata molto presto, verso le cinque. Riflettevo, dentro al letto, proprio sui valori. Sono partita, non so come mai, dall’aurora boreale, quel meraviglioso evento che ho visto solo in video. Ho letto tempo fa, da qualche parte,  (ma non ho “studiato”) che una barriera  garantisce alla terra di non essere distrutta dalle radiazioni. Insomma c’è uno schermo protettivo che tiene sotto controllo le radiazioni in modo da preservare la vita sulla terra. Eeeeeee  (adesso mi incarto di sicuro ma abbiate pazienza) particelle atomi e quant’altro, bombardando qua’ e là danno origine allo spettacolo, appunto, dell’Aurora Boreale. Il mio pensiero era rivolto alla protezione. A questo sistema di protezione perché su questo pianeta possa continuare la vita. Ecco. Straordinario, no? Ingegnoso. Meraviglioso. Il domandone one one ovviamente è: chi ha pensato tutto questo? Ma noi non ci addentriamo in questo campo per l’amor del cielo.. non ne usciremmo vivi.

Ma il domandone one one numero 2 (la mia riflessione one one di stamattina ore 5) è: esiste uno schermo che protegge la terra dalle radiazioni, quindi la vita sulla terra ecc ecc, allora perché sulla terra un animale sopravvive grazie al sacrificio di un altro animale? Contraddizione, paradosso, perversione.  Crudeltà. Io adoro i documentari, mi piace molto vedere i luoghi meravigliosi di questo pianeta e di altri: cambio canale quando mi impantano in alcuni che sanno di .. dolore. E ogni volta mi pongo questa domanda: PERCHE’?  Questa Legge che boh.. viene definita “perfetta” che “regola” tutto quanto: specie, sopravvivenza, adattamento, evoluzione, distribuzione, selezione.. Numeri, in una parola “numeri” a me tanto perfetta  non mi pare proprio.  Mi viene in mente il  corollario di Murphy – punto 10.

Tornando al domandone one one numero uno e trasgredendo, ma solo per un attimo allamordelcielo-nonneusciamovivi, pensavo, stamattina alle 5 – anche stamattina alle 5 – che a me riesce difficile immaginare un Creatore buono che abbia deciso che migliaia di  animali ogni istante per migliaia di anni si debbano divorare l’un l’altro, che ogni istante chissà quanti animali crepano di crepacuore per sfuggire al predatore, predatori che a loro volta sfuggono a predatori. Quanti cuccioli orfani. Quanti dilaniati agonizzanti. Soli. Perchè l’afflizione di tanta sofferenza? Qual è il fine, se c’è un fine? C’è una Giustizia?  

Un poeta inglese, Alfred Edward Housman scrisse “Perchè la Natura, la Natura senza cuore e senza ragione nulla sente e nulla sa”. Proprio come Murphy, dico io, Corollario, punto 10. 

Quelle meravigliose parole all’inizio del post perdono potenza davanti alla forza della Natura, alla sua.. furia, alle sue Leggi, alla sua indifferenza.  Sono piccolini, impotenti, i fili d’erba e le uova di scricciolo, e quanto vale il capolavoro che è una piccola rana. E le loro fatiche? E la giuntura della mia mano. E perfino le stelle. 

Per farmi perdonare per questo post doloroso, propongo questo filmato. Meraviglioso. La Natura non credo lo sappia. Essa è indifferente a tutto. Domani mattina alle 5 vedrò di dormire. Me lo dico da sola: ma perchè non dormi di mattina alle cinque? Ecco il video. 

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foto NASA: l’aurora boreale vista dallo spazio.

LA FURIA DEL MONDO

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immagine dal web

 

Stamattina, mentre si “scaldava” il server dell’ufficio, inizializzavano gli strumenti di lavoro e quant’altro, ho fatto un giro su un sito “Earth Picture Gallery” che propone, tra le altre cose, delle meravigliose fotografie. Bè… sono incappata in una foto terribile: un piccolo di elefante che con la sua piccola proboscide cerca di curare la ferita lasciata dalla rimozione della zanna della sua mamma, stesa a terra.. morta.  Ho pianto e ancora adesso lo sto facendo scrivendo queste righe. Perchè le scrivo? Non lo so. Forse cerco disperatamente un angolo un luogo una piega un rifugio dove poter rovesciare il dolore della furia del mondo e dove so di essere compresa. So… che queste righe fan male anche a voi, che leggete. Al di la’ dell’immagine che ovviamente vi risparmio e vi prego di non cercare, fanno male anche le parole. E ancora una volta rifletto sulla potenza delle immagini: arrivano dirette al cuore senza chiedere permesso. Abbattono qualsiasi barriera, tranne quelle che costituiscono, naturalmente, il patrimonio degli insensibili che a volte, detto fra noi, invidio. A me immagini come queste mi bruciano dentro. Non le voglio scacciare: so che non potrei. Qualsiasi espediente sarebbe un misero strumento, palliativo di una cura che … non c’è. La terapia del dolore non esiste per cose come queste. C’è solo da prendere atto che la furia del mondo risparmia solo chi nasce con la corazza sul cuore o forse meglio dire senza cuore. Uno dei libri più profondi che io abbia letto in vita mia è appunto “La furia del mondo” di Cesare de Marchi. Un ragazzino non sopravvive alla furia del mondo. Siamo nel diciottesimo secolo: un bambino, estremamente sensibile e intelligente, gracile, delicato, anche nella salute, non sopravvive alla furia del mondo e soccombe. Non ce la fa. Se volete leggerlo, consigliatissimo. Una lettura piena, uno scrittore meraviglioso, una storia intensa..  Io lo regalai anni fa, regalai la mia copia. Non l’ho più ricomprato e non credo di farlo. Perchè? Mah… probabilmente perché la persona cui l’ho regalato non si è, con il tempo, dimostrata la persona che credevo.  In altre parole non credo sia stata veramente raggiunta da questo libro. L’assenza di questo libro nella mia libreria mi ricorda questo: spesso le persone ci ingannano e non sono quelle che sembrano. Ma nella vita si impara. Forse non a difendersi dalla furia del mondo (per questo, per alcuni, non c’è speranza) ma almeno dalle falsità e dalle bugie. E dalle maschere.

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FIORIN FIORELLO

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foto dal web

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margherita

Ogni fiore è un capolavoro, un miracolo della natura. Un mistero.

Il mio fiore preferito è la margherita. Mi piace molto quella bianca, con il suo bel bottone giallo nel mezzo. Quella classica del “m’ama non m’ama” insomma. Chissà se davvero ci fu un tempo in cui lo sfortunato fiore veniva  spetalato da timide manine femminili ansiose di sapere se lui fosse innamorato. A rischio di scrivere una cosa banale e scontata, direi che mi piace la margherita innanzitutto per la sua semplicità.  Si fa per dire .. perché considero un miracolo ogni fiore. Tu tieni in tasca un semino, anche per mesi, anche per anni, lo metti sotto un po’ di terra e poi quando è il suo tempo… sbuca una piantina e poi, quando è il suo tempo, un bocciolo e poi quanto è il suo tempo, sboccia un fiore. Definire tutto questo “semplice” è paradossale.  

Emblemi. Protagonisti di leggende e storie. Miti. Simboli che hanno legato in tutte le civiltà l’anima degli uomini con le forze cosmiche. Ispiratori in letteratura, pittura, poemi e canzoni. Princìpi di ogni preparato di farmacia. I fiori sono da sempre legati all’uomo, alla sua esistenza, sul piano materiale e su quello spirituale.

Il fiore identifica luoghi, scogliere, golfi, riviere. Rappresenta senza bisogno di parole le varie età della vita e anche del mondo: il fiore che germoglia, il fiore appassito, il fiore che cade. Racconta di un luogo, delle sue genti, della loro storia.

E poi il profumo. Quei profumi che diventano casa, proprio come l’odore del ragù della mamma. La lavanda nei cassetti, l’acqua profumata del nonno sul fazzoletto, il mughetto che si associa al ricordo del foulard della nonna. La vaniglia che impregna la pettorina del grembiule di cucina. L’acqua di rose sul batuffolo di cotone. Odori come sapori.

Come accade con gli odori, i fiori rievocano in me ricordi e provocano emozioni in modo incisivo. A volte sono sensazioni delle quali non conosco l’origine. Ad esempio non amo le rose rosse: ne tengano conto eventuali ammiratori. Specie la rosa rosso scuro, dal lungo gambo, la classica Baccarà,  quella che dona l’innamorato all’innamorata. Pur riconoscendole bellissime, mi infondono una profonda tristezza. Le trovo tragiche. Severe. Una specie di simbolo di qualcosa di irraggiungibile, superbo, (forse arrogante). Ma anche di nefasto. Vai a capire da dove arrivano queste sensazioni. Forse le associo a qualche cosa di tragico cui ho assistito quando non ero in grado di capire.. Potrebbe essere un funerale? Chissà. Fatto sta che non mi piacerebbe ricevere un mazzo di rose rosse. Ecco.

Da tempo non acquisto più fiori recisi. Ogni venerdi uno o più mazzi di margherite bianche, o gialle o rosa, trovava posto al centro della mia casa. Mi piaceva guardarli, cambiar loro l’acqua, ma poi le vedevo anche seccare, perdere foglie e turgore. E provavo un po’ di tristezza.  Furono sempre le margherite bianche mescolate a fasci di spighe i fiori delle mie nozze. 

Credo che i fiori siano legati profondamente a noi, alla nostra anima, che siano fatti di qualcosa che somiglia a qualcosa che ci compone. Biologicamente ma anche spiritualmente. Ecco perché non trovo affatto bizzarra nè ciarlatana la filosofia dei fiori di Bach. I fiori sono utili all’uomo per i suoi mali del corpo: per quale ragione non possono essere utili anche per il mali dell’anima?

Un antico proverbio iraniano recita così: 

se possiedi due soldi soltanto: uno risparmialo,  per comperarti il pane, ricorda che devi nutrire il tuo corpo. L’altro spendilo per regalarti un fiore, ricorda che devi nutrire anche il tuo spirito. 

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DISTILLATI

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foto mia

Il tempo è un grande discernitore. Separa. Scarta. Distilla. Anche io mi rendo conto che cerco di usare sempre meglio il mio tempo. E tendo a stare sola piuttosto che stare con qualcuno solo per non stare sola. Non ho paura della solitudine: non la si può riempire con chiunque. Un libro, un film, o semplicemente un divano e i miei cani accanto non sono un’alternativa. Non sono affatto solitaria o misantropa: sto bene con la gente sincera, quella dal sorriso aperto, quella dal “pane al pane”. Con la gente vera. Mi piace passeggiare anche in silenzio con chi sto bene e mi riesce sempre meno dispensare sorrisi che posso produrre con le labbra ma non con il cuore, o con autentica cordialità. Lo faccio, ogni giorno, nell’ambito lavorativo. Devo. Ci sono regole e imposizioni e ciò è più che sufficiente. Mi fa male quando qualcuno chiede “come stai” e nemmeno ascolta la risposta. Per questo motivo spesso, a quasi tutti rispondo “Bene”.  Non mi fa stare bene, mi procura profondo disagio dover mostrare accondiscendenza: le mie corde di dentro avvertono vibrazioni stonate e stridenti e non mi fanno sentire bene con me stessa.

Meryl Streep è una donna che mi è sempre piaciuta come attrice. Ovviamente non la conosco come persona. Posto questa sua considerazione. Ecco. Queste parole potrei averle scritte io.

Non ho più pazienza per alcune cose, non perché sia diventata arrogante, semplicemente perché sono arrivata a un punto della mia vita, in cui non mi piace più perdere tempo con ciò che mi dispiace o ferisce. Non ho pazienza per il cinismo, critiche eccessive e richieste di qualsiasi natura. Ho perso la voglia di compiacere chi non mi aggrada, di amare chi non mi ama e di sorridere a chi non mi sorride. Non dedico più un minuto a chi mente o vuole manipolare. Ho deciso di non con-vivere più con la presunzione, l’ipocrisia, la disonestà e le lodi a buon mercato. Non tollero l’erudizione selettiva e l’arroganza accademica. Non mi adeguo più al provincialismo e ai pettegolezzi. Non sopporto conflitti e confronti. Credo in un mondo di opposti. Per questo evito le persone rigide e inflessibili. Nell’amicizia non mi piace la mancanza di lealtà e il tradimento. Non mi accompagno con chi non sappia incoraggiare o elogiare. I sensazionalismi mi annoiano e ho difficoltà ad accettare coloro a cui non piacciono gli animali. Soprattutto, non ho nessuna pazienza per chi non merita la mia pazienza.   Meryl Streep

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foto dal web

MA CHE BEL CASTELLO….

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foto dal web

Mi ferisce e mi offende e mi delude il raggiro, la bugia gratuita, quella senza alcun fine nè buono nè cattivo. Quella che più di altre è imperdonabile. Il trucco e parrucco che nasconde la realtà, per altro lecita e sacrosanta.   Mi ferisce e mi offende e mi delude chi insulta la mia intelligenza e la mia sensibilità e la mia capacità di giudizio. Mi ferisce e mi offende chi non ha compreso nulla di me e pensa che io condanni o assolva. Mi ferisce e mi offende chi confonde il mio diritto di avere un’opinione con l’arroganza del giudizio morale. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi cerca di imbonirmi, di conservare la mia benevolenza o amicizia, e condisce la menzogna con espedienti poveri, miseri. Meschini. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi nonostante abbia avuto la mia anima a un millimetro dal cuore, non ha mai percepito il vero odore. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi non sa custodire e proteggere la condivisione dei miei pensieri, della mia Storia. Crollano. I castelli di sabbia crollano. Miseramente e sempre. E passano dolore e delusione. Passano,  come tutto passa. Resta la lezione. Oro per il futuro. E resta la realtà, un po’ amara, di un addio che non avresti voluto. Quel tipo di addio che si scrive dentro, quello definitivo. Quel tipo di addio ben rappresentato da queste parole

(di Massimo Bisotti):

I veri addii scattano nella mente, sono silenziosi.
Sono i più veri, i più pericolosi.
Sono quelli che tieni per te.
E puoi anche continuare a sentirla una persona.
Non ti avrà più se l’hai salutata dentro

PAROLA DI BAU

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Raf e Lara

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Un uomo scrisse ad un albergo di campagna in Irlanda per chiedere se avrebbero accettato il suo cane. Dopo qualche giorno ricevette la seguente risposta.

“Caro signore, lavoro negli alberghi da più di trent’anni. Fino ad oggi non ho mai dovuto chiamare la polizia per cacciare un cane ubriaco nel cuore della notte.
Nessun cane ha mai tentato di rifilarmi un assegno a vuoto.
Mai un cane ha bruciato le coperte fumando.
Non ho mai trovato un asciugamano dell’albergo nella valigia di un cane.
Il suo cane è benvenuto. Se lui garantisce, può venire anche lei.”

IL ROVESCIO DEI DIRITTI

Vorrei tornare a essere italiano, in tutto e per tutto, con difetti e pregi, ricco o povero ma ITALIANO

un Italiano, 13/11/2011   – da “Italiani Liberi”
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Con Oriana condivido gran parte delle idee. Oltre a una parte del nome. Non l’ho rispolverata (come tristemente fanno in molti, media in testa). Le credo da sempre.  

Sono stanca dell’ostentazione dei buoni sentimenti che circola da anni e più che mai in questi tempi recenti dove regna una ipocrisia estrema, a partire dai governi che hanno speculato sopra il concetto di “tolleranza” stravolgendolo e rendendolo una miniera d’oro. Migliaia le associazioni di ogni genere per centri di accoglienza, alfabetizzazione, mense, inserimenti ecc che non hanno prodotto risultati concreti ma solo una enorme, gigantesca torta da spartire e una altrettanto gigantesca spesa pubblica.  Tutto questo in nome di un buonismo religioso, ipocrita e parassitario che nasconde nelle sua torri personaggi che esercitano immensi poteri in nome dei diritti dell’uomo. 

Sono stanca di chi grida a bocca larga (ma con la pancia piena) i diritti dei clandestini, degli immigrati, degli islamici e poi di Paperino e di Qui Quo Qua, della Banda Bassotti, dei Puffi, dei gay. Non conosco  NESSUNO che abbia accolto in casa propria un immigrato. O che abbia offerto la propria, seconda o terza casa ad una famiglia arrivata col barcone. Nessuno. Quindi tutti a urlare i diritti di tutti purché lontani dal proprio orto, giardinetto, figlio o figlia, posto di lavoro, posto al sole. Insomma per dirla con parole poco fini: siamo tutti finocchi ma con il culo degli altri. 

La nostra civiltà è in pericolo. E’ in pericolo la nostra Storia, i nostri costumi, il nostro credo. Non debbo togliere il crocifisso dall’aula perché offende (OFFENDE?) qualcuno. Un crocifisso non ha mai ammazzato nessuno. Il kalashnikov invece si. Se scelgo di entrare in una moschea tolgo le scarpe e indosso il velo. Sono obbligata a farlo e lo ritengo giusto. Diversamente non entro. Questo è rispetto, non altro. Ma il mondo in cui viviamo non contempla il rispetto: è da una parte prevaricatore, dall’altra disposto a farsi prevaricare.

Stimo dal più profondo del cuore Tiziano Terzani e il suo Pensiero. In un mondo perfetto sarebbe applicabile.. Ma questo non è un mondo perfetto, ma un mondo corrotto e violento, dove purtroppo un pensiero così alto è pura utopia.  Io vorrei che nelle famiglie e nelle scuole venisse insegnato l’amore per il proprio paese, per la propria storia e cultura e valori. Che non significa affatto insegnare ad odiare gli altri, quelli che hanno altre culture valori e storia  ma Rispetto. E il Rispetto non può  prescindere dal rispetto per sè e per le proprie origini.  

Comunque… tranquilli.. C’è sempre la possibilità di convertisti no? Tra un po’ di anni diventeremo tutti musulmani. Che problema c’è? L’ideologia di questa gente vuole l’ugugaglianza, Vero. Verissimo! Tutti uguali… a loro.

Ma noi non lo abbiamo capito. Siamo qui a guardare l’isola dei famosi, il grande fratello, mentre tra poco non resterà più niente delle nostre Cattedrali, nella nostra Arte, delle nostre tradizioni. E saremo, finalmente tutti uguali.

E lo avremo voluto noi con l’inettitudine e la “tolleranza” .  Tolleranza che significa ben altro… Ma abbiamo stravolto la lingua, il significato delle parole, così come il significato di tutto.

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Ancora Oriana. Perché ho il diritto di ribellarmi all’ipocrisia. 

Sono anni che come una Cassandra mi sgolo a gridare «Troia brucia, Troia brucia». Anni che ripeto al vento la verità sul Mostro e sui complici del Mostro cioè sui collaborazionisti che in buona o cattiva fede gli spalancano le porte. Che come nell’Apocalisse dell’evangelista Giovanni si gettano ai suoi piedi e si lasciano imprimere il marchio della vergogna. Incominciai con La Rabbia e l’Orgoglio . Continuai con La Forza della Ragione . Proseguii con Oriana Fallaci intervista sé stessa e con L’Apocalisse . I libri, le idee, per cui in Francia mi processarono nel 2002 con l’accusa di razzismo-religioso e xenofobia. Per cui in Svizzera chiesero al nostro ministro della Giustizia la mia estradizione in manette. Per cui in Italia verrò processata con l’accusa di vilipendio all’Islam cioè reato di opinione. Libri, idee, per cui la Sinistra al Caviale e la Destra al Fois Gras ed anche il Centro al Prosciutto mi hanno denigrata vilipesa messa alla gogna insieme a coloro che la pensano come me. Cioè insieme al popolo savio e indifeso che nei loro salotti viene definito dai radical-chic «plebaglia-di-destra». E sui giornali che nel migliore dei casi mi opponevano farisaicamente la congiura del silenzio ora appaiono titoli composti coi miei concetti e le mie parole. Guerra-all’Occidente, Culto-della-Morte, Suicidio-dell’Europa, Sveglia-Italia-Sveglia.

Il nemico è in casa
Continua la fandonia dell’Islam «moderato», la commedia della tolleranza, la bugia dell’integrazione, la farsa del pluriculturalismo. E con questa, il tentativo di farci credere che il nemico è costituito da un’esigua minoranza e che quella esigua minoranza vive in Paesi lontani. Be’, il nemico non è affatto un’esigua minoranza. E ce l’abbiamo in casa. Ed è un nemico che a colpo d’occhio non sembra un nemico. Senza la barba, vestito all’occidentale, e secondo i suoi complici in buona o in malafede perfettamente-inserito-nel-nostro-sistema-sociale. Cioè col permesso di soggiorno. Con l’automobile. Con la famiglia. E pazienza se la famiglia è spesso composta da due o tre mogli, pazienza se la moglie o le mogli le fracassa di botte, pazienza se non di rado uccide la figlia in blue jeans, pazienza se ogni tanto suo figlio stupra la quindicenne bolognese che col fidanzato passeggia nel parco. È un nemico che trattiamo da amico. Che tuttavia ci odia e ci disprezza con intensità. Un nemico che in nome dell’umanitarismo e dell’asilo politico accogliamo a migliaia per volta anche se i Centri di accoglienza straripano, scoppiano, e non si sa più dove metterlo. Un nemico che in nome della «necessità» (ma quale necessità, la necessità di riempire le strade coi venditori ambulanti e gli spacciatori di droga?) invitiamo anche attraverso l’Olimpo Costituzionale. «Venite, cari, venite. Abbiamo tanto bisogno di voi». Un nemico che le moschee le trasforma in caserme, in campi di addestramento, in centri di reclutamento per i terroristi, e che obbedisce ciecamente all’imam. Un nemico che in virtù della libera circolazione voluta dal trattato di Schengen scorrazza a suo piacimento per l’Eurabia sicché per andare da Londra a Marsiglia, da Colonia a Milano o viceversa, non deve esibire alcun documento. Può essere un terrorista che si sposta per organizzare o materializzare un massacro, può avere addosso tutto l’esplosivo che vuole: nessuno lo ferma, nessuno lo tocca.

Il crocifisso sparirà
Un nemico che appena installato nelle nostre città o nelle nostre campagne si abbandona alle prepotenze ed esige l’alloggio gratuito o semi-gratuito nonché il voto e la cittadinanza. Tutte cose che ottiene senza difficoltà. Un nemico che ci impone le proprie regole e i propri costumi. Che bandisce il maiale dalle mense delle scuole, delle fabbriche, delle prigioni. Che aggredisce la maestra o la preside perché una scolara bene educata ha gentilmente offerto al compagno di classe musulmano la frittella di riso al marsala cioè «col liquore». E-attenta-a-non-ripeter-l’oltraggio. Un nemico che negli asili vuole abolire anzi abolisce il Presepe e Babbo Natale. Che il crocifisso lo toglie dalle aule scolastiche, lo getta giù dalle finestre degli ospedali, lo definisce «un cadaverino ignudo e messo lì per spaventare i bambini musulmani». Un nemico che in Inghilterra s’imbottisce le scarpe di esplosivo onde far saltare in aria il jumbo del volo Parigi-Miami. Un nemico che ad Amsterdam uccide Theo van Gogh colpevole di girare documentari sulla schiavitù delle musulmane e che dopo averlo ucciso gli apre il ventre, ci ficca dentro una lettera con la condanna a morte della sua migliore amica. Il nemico, infine, per il quale trovi sempre un magistrato clemente cioè pronto a scarcerarlo. E che i governi eurobei (ndr: non si tratta d’un errore tipografico, voglio proprio dire eurobei non europei) non espellono neanche se è clandestino.

Dialogo tra civiltà
Apriti cielo se chiedi qual è l’altra civiltà, cosa c’è di civile in una civiltà che non conosce neanche il significato della parola libertà. Che per libertà, hurryya, intende «emancipazione dalla schiavitù». Che la parola hurryya la coniò soltanto alla fine dell’Ottocento per poter firmare un trattato commerciale. Che nella democrazia vede Satana e la combatte con gli esplosivi, le teste tagliate. Che dei Diritti dell’Uomo da noi tanto strombazzati e verso i musulmani scrupolosamente applicati non vuole neanche sentirne parlare. Infatti rifiuta di sottoscrivere la Carta dei Diritti Umani compilata dall’Onu e la sostituisce con la Carta dei Diritti Umani compilata dalla Conferenza Araba. Apriti cielo anche se chiedi che cosa c’è di civile in una civiltà che tratta le donne come le tratta. L’Islam è il Corano, cari miei. Comunque e dovunque. E il Corano è incompatibile con la Libertà, è incompatibile con la Democrazia, è incompatibile con i Diritti Umani. È incompatibile col concetto di civiltà.

Una strage in Italia?
La strage toccherà davvero anche a noi, la prossima volta toccherà davvero a noi? Oh, sì. Non ne ho il minimo dubbio. Non l’ho mai avuto. E aggiungo: non ci hanno ancora attaccato in quanto avevano bisogno della landing-zone, della testa di ponte, del comodo avamposto che si chiama Italia. Comodo geograficamente perché è il più vicino al Medio Oriente e all’Africa cioè ai Paesi che forniscono il grosso della truppa. Comodo strategicamente perché a quella truppa offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà. Ma presto si scateneranno. Molti italiani non ci credono ancora. Si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi.

Multiculturalismo, che panzana
L’Eurabia ha costruito la panzana del pacifismo multiculturalista, ha sostituito il termine «migliore» col termine «diverso-differente», s’è messa a blaterare che non esistono civiltà migliori. Non esistono principii e valori migliori, esistono soltanto diversità e differenze di comportamento. Questo ha criminalizzato anzi criminalizza chi esprime giudizi, chi indica meriti e demeriti, chi distingue il Bene dal Male e chiama il Male col proprio nome. Che l’Europa vive nella paura e che il terrorismo islamico ha un obbiettivo molto preciso: distruggere l’Occidente ossia cancellare i nostri principii, i nostri valori, le nostre tradizioni, la nostra civiltà. Ma il mio discorso è caduto nel vuoto. Perché? Perché nessuno o quasi nessuno l’ha raccolto. Perché anche per lui i vassalli della Destra stupida e della Sinistra bugiarda, gli intellettuali e i giornali e le tv insomma i tiranni del politically correct , hanno messo in atto la Congiura del Silenzio. Hanno fatto di quel tema un tabù.

Conquista demografica
Nell’Europa soggiogata il tema della fertilità islamica è un tabù che nessuno osa sfidare. Se ci provi, finisci dritto in tribunale per razzismo-xenofobia-blasfemia. Ma nessun processo liberticida potrà mai negare ciò di cui essi stessi si vantano. Ossia il fatto che nell’ultimo mezzo secolo i musulmani siano cresciuti del 235 per cento (i cristiani solo del 47 per cento). Che nel 1996 fossero un miliardo e 483 milioni. Nel 2001, un miliardo e 624 milioni. Nel 2002, un miliardo e 657 milioni. Nessun giudice liberticida potrà mai ignorare i dati, forniti dall’Onu, che ai musulmani attribuiscono un tasso di crescita oscillante tra il 4,60 e il 6,40 per cento all’anno (i cristiani, solo 1’1 e 40 per cento). Nessuna legge liberticida potrà mai smentire che proprio grazie a quella travolgente fertilità negli anni Settanta e Ottanta gli sciiti abbiano potuto impossessarsi di Beirut, spodestare la maggioranza cristiano-maronita. Tantomeno potrà negare che nell’Unione Europea i neonati musulmani siano ogni anno il dieci per cento, che a Bruxelles raggiungano il trenta per cento, a Marsiglia il sessanta per cento, e che in varie città italiane la percentuale stia salendo drammaticamente sicché nel 2015 gli attuali cinquecentomila nipotini di Allah da noi saranno almeno un milione.

Addio Europa, c’è l’Eurabia
L’Europa non c’è più. C’è l’Eurabia. Che cosa intende per Europa? Una cosiddetta Unione Europea che nella sua ridicola e truffaldina Costituzione accantona quindi nega le nostre radici cristiane, la nostra essenza? L’Unione Europea è solo il club finanziario che dico io. Un club voluto dagli eterni padroni di questo continente cioè dalla Francia e dalla Germania. È una bugia per tenere in piedi il fottutissimo euro e sostenere l’antiamericanismo, l’odio per l’Occidente. È una scusa per pagare stipendi sfacciati ed esenti da tasse agli europarlamentari che come i funzionari della Commissione Europea se la spassano a Bruxelles. È un trucco per ficcare il naso nelle nostre tasche e introdurre cibi geneticamente modificati nel nostro organismo. Sicché oltre a crescere ignorando il sapore della Verità le nuove generazioni crescono senza conoscere il sapore del buon nutrimento. E insieme al cancro dell’anima si beccano il cancro del corpo.

Integrazione impossibile
La storia delle frittelle al marsala offre uno squarcio significativo sulla presunta integrazione con cui si cerca di far credere che esiste un Islam ben distinto dall’Islam del terrorismo. Un Islam mite, progredito, moderato, quindi pronto a capire la nostra cultura e a rispettare la nostra libertà. Virgilio infatti ha una sorellina che va alle elementari e una nonna che fa le frittelle di riso come si usa in Toscana. Cioè con un cucchiaio di marsala dentro l’impasto. Tempo addietro la sorellina se le portò a scuola, le offrì ai compagni di classe, e tra i compagni di classe c’è un bambino musulmano. Al bambino musulmano piacquero in modo particolare, così quel giorno tornò a casa strillando tutto contento: «Mamma, me le fai anche te le frittelle di riso al marsala? Le ho mangiate stamani a scuola e…». Apriti cielo. L’indomani il padre di detto bambino si presentò alla preside col Corano in pugno. Le disse che aver offerto le frittelle col liquore a suo figlio era stato un oltraggio ad Allah, e dopo aver preteso le scuse la diffidò dal lasciar portare quell’immondo cibo a scuola. Cosa per cui Virgilio mi rammenta che negli asili non si erige più il Presepe, che nelle aule si toglie dal muro il crocifisso, che nelle mense studentesche s’è abolito il maiale. Poi si pone il fatale interrogativo: «Ma chi deve integrarsi, noi o loro?».

L’islam moderato non esiste
Il declino dell’intelligenza è il declino della Ragione. E tutto ciò che oggi accade in Europa, in Eurabia, ma soprattutto in Italia è declino della Ragione. Prima d’essere eticamente sbagliato è intellettualmente sbagliato. Contro Ragione. Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione.

Ecco cos’è il Corano
Perché non si può purgare l’impurgabile, censurare l’incensurabile, correggere l’incorreggibile. Ed anche dopo aver cercato il pelo nell’uovo, paragonato l’edizione della Rizzoli con quella dell’Ucoii, qualsiasi islamista con un po’ di cervello ti dirà che qualsiasi testo tu scelga la sostanza non cambia. Le Sure sulla jihad intesa come Guerra Santa rimangono. E così le punizioni corporali. Così la poligamia, la sottomissione anzi la schiavizzazione della donna. Così l’odio per l’Occidente, le maledizioni ai cristiani e agli ebrei cioè ai cani infedeli.

post collegato 2010

https://lucecontroluce.wordpress.com/2010/08/31/yemen-e-il-silenzio-delloccidente/

PROFEZIE PER NULLA .. FALLACI

e83219aa5fda3a9eccf4306fb1d69089(liberoquotidiano.it) – “Parigi è persa: qui l’odio per gli infedeli, è sovrano e gli imam vogliono sovvertire le leggi laiche in favore della sharia”. È una delle “profezie” più inquietanti e apocalittiche, di Oriana Fallaci. Subito dopo le nuove stragi a Parigi, su Facebook in molti hanno condiviso i passaggi più duri di alcuni tra i libri e i discorsi della giornalista toscana, fiera oppositrice (controcorrente) dell’Islam e delle sue pulsioni fanatiche e radicali, soprattutto dopo l’11 settembre 2001.

“Islam contro ragione” – “Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione. E contro Ragione anche sperare che l’incendio si spenga da sé grazie a un temporale o a un miracolo della Madonna”.

Il Corano e i cani infedeli – “Il Corano non mia zia Carolina che ci chiama «cani infedeli» cioè esseri inferiori poi dice che i cani infedeli puzzano come le scimmie e i cammelli e i maiali. È il Corano non mia zia Carolina che umilia le donne e predica la Guerra Santa, la Jihad. Leggetelo bene, quel «Mein Kampf», e qualunque sia la versione ne ricaverete le stesse conclusioni: tutto il male che i figli di Allah compiono contro di noi e contro sé stessi viene da quel libro. È scritto in quel libro”.
La rabbia e l’orgoglio

La Guerra Santa – “Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente cioè d’apparire razzisti (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri”.

AMBRA E TOPAZIO

Paesaggio-autunnale

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Eccoci.
Finiscono le vacanze, la pelle è ancora abbronzata, i sandali ancora a portata di zampe,  le camicette leggere ancora in lavatrice, o fresche di stiro. Il temporalone, l’acquazzone.
Come stamattina. Ho appena finito di asciugare il jeans con il phon. E ho solo percorso la strada dalla stazione all’ufficio (7 minuti).

Tempo di castagne, di funghi, di cibi caldi. Il tempo che piace a Sir Biss.
Chissà se questo autunno ci regalerà ambra e topazio e rubino, e rossi infuocati.  La vite rossa accesa delle estati indiane.
E chissà se ci sarà la dolcezza e la morbidezza dell’aria, l’odore di muschio e di funghi e di terra umida.
E la luce.. quella luce che d’autunno accarezza come sa fare al crepuscolo nei luoghi di mare. Quel sole tiepido e gentile, quasi sciolto sugli alberi che lascia il posto alla sera ornata di stelle bianche e blu.
Serve dolcezza e poi passi calmi, carezze delicate ma profonde. E vino buono, nel bicchiere giusto, cristallo sottile, che vibra, che suona.
Sarà buono il vino di questo anno: estate calda senza pioggia. Lo avremo più avanti.
Si abbassano. I pensieri. Verso la terra, il suo odore: cercano rifugio tra le foglie e il tepore del suolo. Cercano un buco, una tana, un posto dove arrotolarsi. Come si arrotola la volpe che attende di sentire i passi conosciuti. 
Attendiamo un autunno così. Non ci piacciono i passaggi violenti: dal caldo al freddo, dalla luce al buio. Vogliamo essere accompagnati con dolcezza. Con gentilezza. Essere presi per mano ed entrare piano, dentro il cambiamento.
Non vogliamo che gli alberi si denudino in un giorno: vogliamo invece che si spoglino lentamente: c’è bellezza in questo. Sensualità. Dolcezza. Vogliamo avere il tempo giusto per godere con gli occhi, con l’olfatto, con i sensi tutti. 

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MIOPIE ISTITUZIONALI

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Una riflessione sulla mancanza di attenzione e di cura da parte delle Istituzioni. Avevo annunciato qualcosa settimane fa ma poi sono accadute molte cose. Ecco la storia. Arriva da Carola.

Suo figlio Luca, a metà percorso delle scuole superiori decide di mollare. Non ce la fa, non ne ha più voglia, non gli interessa più. Dopo la normale insistenza della mamma (il padre non c’è) e dopo estenuanti inviti a riflettere, Carola si rassegna. Luca si trova un lavoro: un lavoro fisso presso un ristorante, all’interno di uno di questi mega centri commerciali che spuntano come i funghi un po’ ovunque. Lavora sodo senza limiti di orari e di giorni. Lavora anche di sabato e di domenica. Con i soldi che guadagna si mantiene e si compera le sue cose tra cui la patente e un’automobile senza pretese, come senza pretese di cose materiali è l’esistenza di Luca. Un ragazzo sensibile, piedi per terra e testa sulle spalle. Solido, nessun piercing, tatoo, orecchini, catene nè tagli di capelli improbabili, un po’ retro’ direbbero molti ragazzi di oggi. Alcuni forse lo consideravano un po’ “sfigato” perchè … un tipo normale (:-)  

Dopo un anno e mezzo Luca annuncia alla mamma: torno a scuola ma non mollo il lavoro. E tre mesi fa consegue il diploma di maturità, con 85/100, lavorando sempre e spesso anche nei fine settimana, come stabiliscono i turni del ristorante. Carola ne è ovviamente fiera. Il suo ragazzo non solo si diploma lavorando ma si iscrive all’università.

Capita tra le mani di Carola un periodico del Comune, quei notiziari mensili o trimestrali mediante il quale il Comune comunica con i Cittadini. Ometteremo per ovvie ragioni di dire il nome del Comune che tra l’altro non è nemmeno utile al post. Appare, sul giornalino, come ogni anno, l’articolo con gli encomi, premiazioni, foto ecc dei ragazzi della scuola inferiore che hanno superato gli esami con il massimo del punteggio e poi di quei ragazzi che hanno conseguito il diploma di maturità con un punteggio tra 90 e 100. Borsettina di studio, premio in soldini più che altro simbolico ma comunque un premio. Incentivo a continuare gli studi. Ottima cosa per carità.

Ma la Carola si incazza. E ha ragione. Scrive una lettera assolutamente “giusta” all’assessore e al sindaco per quale ragione MAI una parola per quei ragazzi che raggiungono gli stessi risultati ma che hanno lavorato tutto l’anno, studiato di notte e rinunciato enne volte ad uscire con gli amici. Che non hanno avuto la fortuna di poter “solo studiare” e non hanno avuto la mamma o la nonna o la zia a preparare la merenda. E nemmeno genitori che hanno potuto seguirli nel percorso della scuola superiore perchè impegnati a lavorare o per altre ragioni. Grande Luca, in bocca al lupo. E grande Carola.

Ora vediamo il prossimo anno se il Comune avrà un po’ di cura anche per questi ragazzi ammirevoli e che più di altri meritano una foto sul giornalino e una stretta di mano “pubblica” da parte di chi è tenuto a dimostrare capacità di valutazione e maggiore attenzione ai principi di uguaglianza. 

ps: proprio ora mi arriva sms: Luca ha passato il test di accesso all’università. Ottimo.

PREZZI

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Ogni gioia smisurata (exultatio, insolens laetitia) nasce sempre da un’illusione che ci fa credere di aver trovato nella vita qualcosa che non è possibile trovarci: la soddisfazione duratura dei desideri che ci tormentano e che rinascono sempre di nuovo, insomma, il rimedio ad ogni affanno. Ora, ogni illusione di questo genere dovrà prima o poi infallibilmente svanire; e questo ci sarà fonte di dolore amarissimo, e molto più intenso che non la nostra primitiva gioia. Sotto un tale aspetto, la gioia è simile a una vetta scoscesa da cui non si può discendere che a precipizio.

Arthur Schopenhauer

PAUSE

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In questi giorni il tema sul treno, in ufficio, nei negozi, è sempre lo stesso: vacanze.

Dove vai
ma che bello
ci sono stato anche io
ti consiglio di cenare in quel posticino
quando torni
se potessi farei le vacanze in luglio

E le raccomandazioni? Divertiti!!! Riposati!!! Rilassati!!! Mi raccomando!!!
Ecco.. menomale che ce lo dicono altrimenti da soli mica ci pensiamo! Ti vien da rispondere: sì, mamma!
Menomale che le riceviamo le altrui benedizioni altrimenti come faremmo?  

Scusate per questo sfogo di insofferenza. Personale idiosincrasia storica in aumento costante verso i luoghi comuni, le frasi fatte, le raccomandazioni (inutili come tutte) che arrivano solo da chi in realtà non gli frega assolutamente nulla se ci riposeremo rilasseremo divertiremo. Gli altri non ne fanno. Come sempre è questione di intelligenza e di sensibilità. O di comune allergia per i soliti stramaledetti luoghi comuni usanze cicalecci vari frasi fatte. 

Ho in serbo una condivisione, quella con e di Carola. La faremo presto. Perchè è un discorso interessante: riguarda i ragazzi in gamba, quelli responsabili, quelli che vanno avanti nonostante le difficoltà e lo fanno da soli.   

Lascio qui un saluto ai miei controlucini, per ora. Ora è tempo di pausa.
Vi auguro un tempo buono, di sereno, di pace, e di riflessione. Una tregua vera che possa interrompere per un po’ la violenza dei giorni, l’incombenza dei doveri, che ci sovrastano e schiacciano. Qualche tramonto dentro il quale perdersi con l’anima ed uscire un po’ migliori. O  qualche bagno che faccia fare un po’ pace con il mondo e con sè. Qualche prato di stelle sopra la testa capace di commuovere e stupire. O l’imponenza delle montagne: che ci faccia sentire piccini qui sotto quando rivolgiamo il nostro pensiero alle vette laddove è potente il silenzio e immobile il tempo. Qualche passeggiata meditativa capace di farci ritrovare il senso delle cose perdute, offese, uccise, tradite.
E leggerezza. Sere dolci e delicate. Morbidezza e passo leggero. Sere gentili.
Tutto questo è lontano dai gelati, dagli ombrelloni, dal chiasso, dalla musica, dai tormentoni, dall’olio di cocco, dal pareo all’ultimo grido, dai selfie che intaseranno la rete; non che abbia qualcosa contro: ognuno vive come gli pare. Solo perchè  niente di questo appartiene al popolo di Controluce.

Vi abbraccio tutti, intreccio di code stretto. Perchè qui trovo quella animalità che manca a molti umani, trovo code e pelo e occhi e cuore di cani di gatti e il respiro della sincerità e il dono della condivisione vera, leale. Che non trovo quasi più. In nessun luogo…

 

SEGNI

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foto mia

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Ogni persona che passa nella nostra vita è unica.
Sempre lascia un pò di sè e si porta un pò di noi.
Ci sarà chi si è portavo via molto, ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla.
Questa è la più grande responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso.

J.L. Borges

MESSAGGI IN BOTTIGLIA

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Parco Sempione, Milano

Domenica mattina presto – Milano la domenica mattina è godibilissima – sono stata a vedere la Nuova Darsena. Non l’avevo ancora vista nonostante da dove lavoro ci posso arrivare in 10 minuti. Ho letto e sentito le solite polemiche: queste non sia mai che manchino!

Piacevole. Piazza 24 maggio è adesso un piazzale grandissimo, pedonale, con le sue aree di sosta, camminamento per tutti, anziani, bambini, carrozzine e carrozzelle. Tutti.

Nell’acqua circolano coppie di germani con i piccolini al seguito. Ogni tanto qualche piccolo sbaglia famiglia e viene richiamato prontamente dai propri genitori e allora lo si vede nuotare in fretta con le zampotte rispondendo al rimprovero. Belle scene da ammirare nel cuore di Milano. E non c’erano! Al posto della darsena c’era solo un luogo maleodorante e in stato di abbandono. Possibile che l’opinione pubblica è pronta ad insorgere sempre e comunque? Possibile che non si riesca mai ad essere obiettivi e esprimere un giudizio OLTRE la polemica?

Assolutamente privi di impatto i mercati, che hanno accolto le attività del vecchio mercato. Lo trovo un progetto giusto, ben inserito nel cuore pulsante della Milano dei Navigli.  Definita Ecomostro e molto altro ancora.. Bah. A me non sembra proprio. Cosa dovremmo fare? del finto gotico? Anche no..

La nota triste c’è, eccome. E non sta nell’architettura, nelle facili polemiche, bensì nelle bottiglie di birra, nei sacchetti, nei rifiuti in generale,  sulla passeggiata e nell’acqua. Questo è il vero triste e doloroso aspetto. Una schiera di addetti del comune puliva (erano le otto del mattino e ho contato almeno sei sacchi di spazzatura da un solo lato del Naviglio). Che fare?

Chi mi accompagnava suggeriva una soluzione anzi due.

La prima: multe salatissime, sorveglianza costante e manganello. 

La seconda: obbligo di vendere birra solo in bottiglie di vetro (niente lattine niente spina) dietro cauzione di 5 euro/bottiglia.  Geniale, niente da dire. Ma mi vedo già una schiera di abusivi vendere bottiglie di birra…  Appoggio dunque la prima.

Mi sembra adeguata e l’unica efficace anche se, ovviamente, corrisponde ad una utopia. Ma l’unica, in una civiltà dove civiltà non c’è. E dove le regole si trasgredisco  prima di tutto in famiglia.  In nome della libertà i figli fanno tutto ciò che pare loro. Sopra i divani con le scarpe, porte chiuse a calci, mani nei piatti di chiunque. Noncuranza in generale nei confronti di persone e cose, invasione di spazi, mancanza di delicatezza e di cura. E poi si riflette tutto fuori. Ovvio no? C’è da stupirsi? Se i ragazzi in casa si comportano come selvaggi, come può essere diverso, fuori? 

Consiglio a tutti, scuole, genitori ed insegnanti per loro stessi innanzitutto e poi per i figli, un libro di Gherardo Colombo e Marina Morpurgo: le regole raccontate ai bambini” (http://zebuk.it/2013/04/le-regole-raccontate-ai-bambini-gherardo-colombo-marina-morpurgo/)

Perché “Libertà” NON significa assenza di regole. Anzi, è il rispetto delle regole a garantire la Libertà. Libertà di camminare in spazi non degradati. Per esempio. Libertà di respirare, di vivere, di stare bene. Libertà di essere Liberi.

Ricordo le polemiche, fortissime, di quando il Comune decise di recintare e mettere i cancelli al Parco Sempione. Un casino bestiale!  “E’ un verde pubblico, è contro il principio di libertà” ecc ecc ecc. Bene fece il Comune di Milano! Dopo la darsena infatti, ieri mattina, sono andata al Parco Sempione. Bellissimo, curato e pulito. 380 mila metri quadrati di bellezza. Rinato dopo la recinzione, nel 2003, ha ripreso lo splendore e la bellezza che merita. A mali estremi …. Speriamo solo che l’attuale Sindaco non decida di togliere le recinzioni. Dopo aver cercato di vietare la consumazione del gelato sui marciapiedi mi aspetto di tutto…  Magari in nome della “città più verde e più condivisa”. Intanto vediamo di vivere meglio e condividere meno ma meglio…

Invece chi volesse curiosare in Darsena:

https://it-it.facebook.com/comunemilano/videos/260803007377019/

https://www.youtube.com/watch?v=oxeYjjX1kMs

https://www.youtube.com/watch?v=IP26RpVAWiY

Parco Sempione, Park Sempione

Parco Sempione e Castello Sforzesco, Milano

 

DIS-ARMONIE

Pace-si-armonie

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La sera, prima di dormire, ho qualche tempo per rifugiarmi nel mio mondo. Quello solo mio, che comprende solo i miei odori, il mio profilo, la mia pelle, il mio respiro. E’ un momento che mi piace, perché è tutto e soltanto mio. Ascolto il mio respiro e cerco di vedere i miei pensieri come se fossero fuori e non dentro di me.  Faccio il bozzolo, con il piumino, mi creo un posto per i piedi, li metto “a cuccia” e cerco di non pensare al domani, alle cose che mi aspettano, all’ufficio. Seguo solo il respiro e ascolto il silenzio della mia casa. Di solito c’è pace, in questo momento. Una pace leggera, respirabile, dove, almeno per un po’, si riallineano le cose, regalandomi un’idea di armonia. Si assottiglia il contrasto tra la mia anima e il mondo e le cose del mondo, le incombenze, le bruttezze, e non stride nulla. Niente unghie sulla lavagna, nessuna prova di eroica resistenza alle piccole e ripetute violenze quotidiane. Si allontanano le ipocrisie, le storie ripetute, i falsi sorrisi, le miserie tutte. E finalmente sento la mia pancia. E riesco a sentirla tranquilla, calda e sento di volermi bene. In questo stato riesco a vedere quasi tutto chiaro. Forse si vede bene solo al buio.  Appare tutto così chiaro… E i contorni sono così nitidi e precisi!

Poi arriva il giorno.. e trovi tutto sotto la luce artificiale sotto la quale, ormai, si vive. Un po’ perché ci siamo costruiti questo mondo. Di banche attorno a noi … e di  mode: quella del perdono, quella del mondo pulito, quella del tacco dodici, quella della tolleranza, dell’accoglienza, della accettazione, dell’indulgenza. La moda del volemossebbene, che semina il virus “iotisalverò” Pericolosissimo, a volte mortale. 

E un po’ perché ci arrivano le solite puntuali delusioni, le bugie, piccole e grandi e poi quelle davvero gratuite e le piccolezza tutte. I segreti di pulcinella. Le scatole di cartone che si aprono ed esce il pagliaccetto gonfiato che ti fa la pernacchia.

Ma non importa: la sera c’è l’appuntamento con la pancia. Calda… E il respiro. E i pensieri che a guardarli da fuori si vede che sono solo pensieri. E qualche persona davvero speciale nel cuore. Si spegne la luce e si immaginano i contorni.  L’essenziale è invisibile agli occhi.

 

 

BOH

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Amarezza. Sconforto. Vuotitudine.  Ecco. Non riesco nemmeno più a provare rabbia.
Gli italiani sono praticamente affamati. Le mense dei poveri sono pieni dei nostri anziani. Nostri anziani. Persone che vivevano magari faticosamente, magari con piccole pensioni, ma con dignità,  ora non ce la fanno. Molti di loro hanno figli  senza più un lavoro, che non sanno come fare per tenere in piedi la propria famiglia, a tirare su i figli.

Siamo un popolo in ginocchio. La criminalità aumenta, anche per fame. Un giorno ho sentito un padre che diceva: quando non hai da sfamare ii tuoi figli diventi un ladro anche te.
Un quadro.

Altro quadro.
P
artita di calcio, “errori arbitrali”. Juventus-Roma Copio e incollo dalle notizie di oggi.

 “Due interrogazioni parlamentari al ministro dell’Economia sugli errori arbitrali di Juventus-Roma e un esposto alla Consob per capire “se ci possono essere stati atti che ledono le normative vigenti, svantaggiando e penalizzando gli incolpevoli azionisti” delle due società calcistiche. Più, fuori dalla politica, le risposte del mondo juventino alle accuse di capitan Totti e della Roma, la contro-risposta di Rudi Garcia, la presa di posizione del sistema calcio e le ripercussioni in Borsa. Nel giorno successivo al big match di Torino, le polemiche non si spengono. Anzi: arrivano persino all’interno del Parlamento”.
 
Capito? Stiamo affondando nelle sabbie mobili (ho usato un’espressione raffinata):  non c’è famiglia che non sia colpita nel lavoro, nell’orgoglio, nella dignità, nella salute. Già, perché quando non si può sostenere con dignità la propria famiglia si sta male e parecchio, ci si rimette anche la salute. E in parlamento? Ci finiscono gli errori degli arbitri di Juventus Roma.  Ecco.
Mi fa male. Mi offende. Perché il parlamento lo pago anche io. Perché voglio che quelli che pago lavorino per gli anziani, quelli che vanno a mangiare alla mensa dei poveri, a quelli che vedo la mattina a Cadorna con il bicchiere in mano e il cartello con su scritto HO FAME. E li vedi, perché li vedi che stanno provando un dolore enorme, perché erano persone normali, magari con la sola minestra tutte le sere sulla tavola, ma con una dignità. Li vedi. Sono puliti, in ordine e gli occhi tristi. Stupiti più che rassegnati. Li vedi che sono li’ perché … non possono fare altro. Perché hanno fame, o sono malati e spesso entrambe le cose. Voglio che si occupino dei nostri figli, dei nostri ospedali. Voglio che si occupino di quella donna che è rimasta vedova a 44 con due bambini,  vent’anni di mutuo, uno stipendio solo, il suo, e deve pagare ici tasi tari imu e mini imu e il libri di scuola. Tutti, senza uno sconto. Voglio che si occupino della gente come lei, dei ragazzi come i suoi. Sostegno, niente altro che sostegno, sicurezza, protezione. Ci si riempie la bocca con parole come garanzia, protezione, rispetto. Letteratura. Niente altro. Offese perfino le parole, non reagiscono più nemmeno loro. Le abbiamo svuotate, ridotte a orpelli per abbellire mostruosità e bugie. 

Io sto male. Veramente. Non ce la faccio più nemmeno ad indignarmi, ad arrabbiarmi. E quando non ci si arrabbia più è perché è finita anche la speranza. E se finisce la speranza non c’è più niente. Sabato guardavo mia nipote, 11 anni, correre felice con il cane, e poi in bicicletta. E poi la guardavo giocare a palla in giardino. Rideva, Gli occhi chiari, trasparenti, luminosi. Ho provato una fitta di amarezza. Ho sentito male, ho provato pena, dolore, un senso infinito di … boh..  Boh. Cosa c’è zia perché mi guardi così? Niente tesoro, ti voglio bene, tutto qua. 

Nel mondo del lavoro (chi il lavoro ce l’ha), si soffoca  ogni giorno dentro gli ingranaggi micidiali della burocrazia. Altro che semplificazione! Nessuna burocrazia è mai stata come in quest’ultimo decennio. Una creatura enorme e spaventosa  e affamata, che divora tempo, energie, risorse. Vita. Una cliente del mio studio, ottima persona, ex chirurgo ora in pensione, mi ha confessato di aver vissuto con sfinimento gli ultimi anni: alcuni interventi chirurgici le richiedevano meno tempo rispetto ai moduli che doveva compilare prima e dopo ogni intervento. Doveva certificare perfino chi aveva fatto le pulizie in camera operatoria, prima e dopo. Chi era di turno al guardaroba ecc ecc. Una roba da pazzi.  Oggi stesso io ho lavorato 5 ore su 8 per compilare un questionario ISTAT di un’azienda che altro non era che una specie di doppione del bilancio (regolarmente pubblicato al Registro delle Imprese e consultabile da chiunque). Un’altra ora per aiutare il medesimo cliente a districarsi in una pratica comunale ai fini della tassa rifiuti per via di una trasformazione di una società e quella che mi è rimasta ho cercato di fare … quello dovrebbe essere il mio lavoro principale. Manteniamo ed alimentiamo macchine enormi, prima era carta, ora sono server immensi mangia dati, mastica dati, archivia dati.  Paghiamo stipendi inutili per alimentare questi mostri che NON SERVONO A NULLA. A NULLA. E questo è un altro quadro ancora. Queste mie ore saranno addebitate dallo studio al cliente. Con quale risultato?  Indovina indovinello….

E mi chiedo:
ma i ragazzi, quelli che adesso sono ragazzi, che hanno in mano le redini di questo paese, cosa fanno?
Io mi domando cosa fanno. Dove sono.
Tutti su FB, wathsapp, twitter, armati fino ai denti di smartphone e tablet? Amebe fluttuanti nel mare della rete adesso? Pesci in carpione tra qualche anno? Non si sente mai la loro voce. PERCHE’?

Boh.mafaldaDelusa

 

IMPERMANENZE

FOLON

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Molte volte mi trovo a riflettere sulla “impermanenza”.
In questo tempo dove tutto è digitale il concetto di impermanenza risulta calzante. Abbiamo tutto in files, dentro cartelle che vivono dentro cartelle: un esercito sterminato di matrioska, che portiamo a spasso o sulla nuvola sopra di noi che può seguirci ovunque. Così come può perdersi nell’infinito spazio, tra le numerose galassie attorno alle quali gravitano server con i loro satelliti orbitanti, altri server, e gigantesche piattaforme di … nulla.

Ho pochissime fotografie di quando ero bambina, forse una ventina in tutto. E poi ho le fotografie dei miei genitori, quelle del loro matrimonio, raccolte dentro un album di pelle verde, e le fotografie del loro primo e unico viaggio, il viaggio di nozze. Costa azzurra. Non ho bisogno di alcun software se le voglio guardare: se avessi bisogno di un computer è possibile che i files sarebbero in un formato ora non leggibile.
Mi basta aprire un album, e una scatola di latta dei biscotti Lazzaroni per vedermi seduta con le scarpine bianche, quelle con le piccole bolle sotto per non scivolare, o per vedere il sorriso felice di mia madre che, in costume da bagno, sullo sfondo il mare di Montecarlo, Sanremo, Monaco, sorride a mio padre. E non ho bisogno di nuvole, pericolosamente vaganti in quel che chiamiamo cyberspazio per portarle con me, se lo voglio. Mi basta una piccola borsa.

Il materiale stesso era l’essenza, e anche per questo, assai prezioso. Non si fotografava lo stesso fiore trenta volte. La pellicola costava, sviluppo e stampa pure. Si pensava a ciò che era maggiormente rappresentativo, e non c’era alcuna noia né alcunché di compulsivo nello scatto: esso era il preciso gesto che doveva bastare.

Ho un viaggio a New York interamente documentato, da me, con una videocamera. Eh.. non digitale. Quindi ho delle cassette WHS che posso vedere ovviamente solo con un lettore di cassette WHS che forse, già ora, se si dovesse rompere il mio, ne troverò un altro solo al Museo della Scienza e della Tecnica. E sto parlando del 1999 mica di 50 anni fa. Vero, potrei farlo digitalizzare, trasferire su DVD.   Domandone: per quanto tempo leggeremo DVD? E ascolteremo CD?

Ho perso fotografie, recentemente, e anche documenti, tutti digitali: alcuni non li troverò mai altri devo solo rovistare in decine di pennine usb e in un paio di hd esterni per sapere dove sono (e se ci sono ancora…) e poi dovrei raggrupparli in un solo luogo. Sicuro. Sicuro? Cosa è sicuro? E poi quanto è privato?

L’altro giorno ho litigato ferocemente con “gugol” che da mesi mi ricatta. Riduce i servizi, perché …. non faccio parte di Google+.

Esegui l’upgrade cosi potrai condividere le tue foto con i tuoi amici! Fatti trovare! Renditi visibile! Sembrano inviti invece il tono alla fine è perentorio. E ricattatorio.

Fino a un mese fa inviavo fotografie a quei tre contatti che ho in Hangouts, il software chat di Gmail. Ora mi è stato “vietato”.Vuoi inviare foto ai tuoi contatti?  mi dice,  subdolo. Entra in Google+! Bè, sai che ti dico? Io in Gugolpiù non entro, manco morta. Ecco. Tiè.

L’altro giorno l’ho fatto. Ho eseguito l’upgrade, per provare a capire se potevo renderlo assolutamente privato. Cosa ho trovato? Le mie fotografie in Pikasa! Pikasa! Ma chi le vuole le fotografie in Pikasa? E poi: in quanti le hanno viste!! E con grande sorpresa, ho trovato, su uno dei “miei” album in Pikasa, una dozzina di fotografie che erano sparite dal mio tablet!! Sincronizzazione o semplice trasferimento? A me è parso un furto. Ho visto anche “amici che potresti avere” Ma non solo, c’erano anche gli amici dei miei amici! Io non voglio sapere chi sono gli amici dei miei amici!! Ascolterò le loro storie se loro, i miei amici, vorranno raccontarmele! Non le voglio sapere solo perché mi faccio gli affari loro spiandoli in rete!

Comoda eh.. la sincronizzazione. Per carità. A capirci qualcosa, puoi evitare di aggiornare dati, rubriche e documenti in tutti i dispositivi che possiedi. E’ come avere un server a portata di zampe e tutti i tuoi aggeggi diventano client. Ehh ok..

Ma… che succede veramente? Un giorno un amico mi mostra una fotografia. Un oggetto dedicato a me, ne ero gelosa. La apro e leggo: “questa foto la stanno visionando n. 4 utenti” Fantastico! Morale: credo l’avesse “upgradata” su gugol. E lui nemmeno lo sapeva, che eravamo in 4 a guardarla!

Ci saranno filtri, non lo metto in dubbio, come credo accada su Facebook. Probabilmente è possibile decidere con chi e cosa “condividere”. Ma sta diventando un lavoro! E poi: se non voglio condividere, perché devo “lavorare” per evitarlo? Perché agire sul “negativo”?
Come le varie compagnie telefoniche: se non vuoi un servizio (che pagherai) lo devi disattivare.

Una settimana fa: le mie amiche mi “costringono” a scaricare whatsapp. Ok, va bene, mi arrendo Ho resistito un anno ora scarico la app. Premetto che non mi interessa cosa succede, ma lo riporto per pura condivisione. Di ognuna di loro io posso “sapere” l’ora e il giorno in cui hanno fatto l’accesso alla chat. Per la serie: ahhh ma guarda un po’!! Pincopalla ha fatto l’accesso alle ore 14.15 e non mi ha nemmeno salutata. E non ha risposto alla mia chat! Ovviamente non è il mio caso. Ma capisco perfettamente quanti casini possono generare queste cose. Mi dicono che ora si può disattivare, l’info attraverso la quale si vede quando e chi accede … Migliorata eh!!!  Urca!
Cosa cambia, se è possibile vedere, dalla doppia spuntina quando la persona ha letto il mio messaggio? Facilissimo individuare il suo orario di ingresso, no? Se alle 10 non c’era la doppia spuntina e alle 10.20 c’è, anche un idiota saprebbe trarre la conclusione ovvia ovvero che l’accesso è avvenuto tra le 10 e le 10.20.

Non è ovviamente tutto qui: chi ha il tuo numero di telefono scritto in un telefonino, tablet, o pc che sia, sa se tu hai scaricato o meno Whatsapp. Non puoi nemmeno dire: non ce l’ho!! Ho trovato mia zia, nella mia rubrica, con il simbolino di Whatsapp! Grandissima la zia!

E, se leggo la mia posta hotmail sul sito anziché attraverso l’apposito software scaricato, vedo quali dei miei contatti hanno un profilo Facebook, quali  hanno skype ecc. qualora ovviamente registrati con la propria e mail. Assurdo. Semplicemente assurdo.

Ripeto: personalmente non mi interessa, non è un problema. Ho 4 contatti, con persone intelligenti e assolutamente immuni (io e loro) da questo tipo di rischi, equivoci e banalità varie. Ma è solo per dire cosa succede in questo genere di cose.

Siamo tutti quanti schedatissimi. Ogni volta che acconsentiamo di “fare una tessera” in un negozio, finiamo in un file, che sta dentro un altro file, che sta dentro una cartella, che sta dentro un’altra cartella, che sta dentro un server, che sta dentro ad un serverone e lì dentro c’è scritto se usiamo whatsapp e con chi, e poi ci sono le nostre foto di google, la lista di ciò che mangiamo, la spesa che facciamo alla esselunga, quante scarpe comperiamo in un anno, a quali riviste siamo abbonati e di certo i nostri dati sulla navigazione, grazie ai nostri “biscottini”. Oltre ai nostri movimenti bancari, of course.

Ci spiano. E nemmeno troppo dal buco della serratura: siamo noi ad offrirci, quasi volontari. In parte costretti e questo è quello che più fa rabbia.

La legge sulla privacy è pura formalità, una grandissima bufala. Quando arriva un nuovo cliente, insieme al mandato professionale deve firmare il documenti informativo sulla privacy. Qualcuno chiede: e se non acconsento? Bé … non possiamo seguire la sua azienda.  Semplice.

Ho un blog, vero. Metto in rete alcune cose mie. Per “proteggermi” un po’ non frequento altri blog se non quei 4 gatti collegati a Controluce. Non mi frega nulla dell’audience, ma solo dei miei lettori e amici, e di chi Controluce la sfoglia, la cerca, la porta con sé. Medio, ogni volta, tra ciò che vorrei dire e ciò che posso dire. A volte integro via e mail qualcosa che non posso pubblicare sopra una pagina web ma che voglio che i miei amici sappiano. Ho sempre ben presente una e mail, di anni fa (primi tempi di Controluce) un Pieffe, in tono più amico e protettivo che cattedratico, mi scrisse via e mail: potevi tenerti addosso almeno le mutande.

Da allora la mediazione è diventata anche più difficile. Un blog resta un blog e non ho mai avuto alcun dubbio sul mettere o meno le moderazioni oppure se renderlo visibile solo a chi ha la chiave. Che senso avrebbe? Allora manderei articoli via e mail a chi voglio io e poi le loro risposte a tutti.. E come si fa? La condivisione, se si usa la rete costa. Ma sta costando troppo perché pare che ormai “condividere” sia obbligatorio.

E, in quanto al concetto di “impermanenza” mi pare che sia un fenomeno crescente, anche al di qua del virtuale. Speriamo che qualche sentimento si salvi da questo mordi e fuggi, da questo fruire, carpire, rubare, catturare e  cancellare. 

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SOFF

OMAGGIO IN LUGLIO

Qualche giorno fa Pinuccia ha voluto condividere con me una cosa bella cui aveva avuto modo di assistere. Mi è piaciuto molto, l’argomento, ma anche come Pinuccia me ne ha parlato. Le ho dunque chiesto se avesse voglia di scrivere per Controluce. Lo ha fatto, e io, molto contenta, pubblico. Grazie Pinuccia, e buona lettura a tutti.

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uccelli

09.07.2014

Nel mio girovagare per assistere a qualche manifestazione mi è capitato di incontrare qualche persona interessante. Poi si sa, da cosa nasce cosa… e con qualcuna si instaurato un buon rapporto, non dico di amicizia, ma di stima e rispetto reciproci.

Una di queste persone ha messo su uno spettacolino domenica scorsa con dei ragazzi delle scuole usando il testo di un libro di un poeta sufi Farid Ud Din Attar, uscito pochi anni fa con le illustrazioni di Peter Sis:  “La conferenza degli uccelli” .

La lettura avrebbe dovuto avere luogo in un bosco, di sera, con i suoni della natura a fare da cornice, e mi immagino che altri spettatori, i padroni di casa, mi piace definirli così, sarebbero intervenuti numerosi.

Ma il tempo meteorologico, un po’ pazzerello non lo ha permesso. Così, così ci siamo trovati in una Chiesa, un po’ stipati, ad ascoltare. Bella Chiesa, non c’è che dire. E i suoni della natura, il canto degli uccelli? Bèh, è stato proiettato un documentario dove i protagonisti erano gli uccelli, il loro canto, il loro volo, i loro giochi.

La scena finale del documentario: alcuni uccelli che giocavano nell’ansa di un fiume, si facevano il bagno, si spruzzavano, si alzavano in volo, e cinguettavano felici. Quello che si dice: passerotti!!!

La storia racconta del poeta, che dopo una notte agitata, svegliandosi, si accorge di essere diventato un’upupa. Allora chiama a raccolta tutti gli uccelli del mondo proponendo loro un viaggio avventuroso per andare dal mitico re Sirmug, colui che ha tutte le risposte e che si trova sul monte Kaf. Per invogliarli a partire, qualche resistenza al cambiamento c’è sempre, e poi….. un altro re!!! Che chissà poi magari non esiste! L’upupa dice loro: Ho la prova della sua esistenza.

“Guardate! Ho il disegno di una sua penna. E’ caduta in Cina, nel cuore della notte”.

La piuma del re Sirmug indovinate come era: ovviamente bianca! ( che abbia a che fare con Celeste?)

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Quasi tutti partono, qualcuno fa qualche obiezione. Ma l’upupa con fermezza li convince ad intraprendere il viaggio che sarà lungo e faticoso. Gli uccelli attraverseranno sette valli: la valle della Ricerca, la valle dell’Amore, la valle della Comprensione, la valle del Distacco, la valle dell’Unità, la valle dello Stupore, la valle della Morte.

Quando arriveranno stremati, solo in trenta,  perché :

“Alcuni, scoraggiati e impauriti se la sono svignata. Altri hanno continuato, ma sono stati sopraffatti. Non sapevano più dove andare, né perché sono morti per la sete, la fame, sono stati vinti dalla calura e dalla vastità dei mari”

al  monte Kaf ,  chiedono del mitico re Sirmug e :

vedono il Simurg

e il re Simurg sono loro

“Così trenta uccelli uniti dalla stessa ricerca hanno finalmente trovato il loro re. E capiscono che sono loro Simurg il re e che Simurg il re è ciascuno di loro e tutti loro”.

Molte sono le considerazioni che si possono fare: dal testo del racconto, alla natura con le sue insidie, ma poi sono davvero insidie?, alle infinite prove che la vita ci riserva, e poi… poi magari qualcuno ci viene a dire dopo molto penare che:

“Valli? Erano solo un’illusione, uccelli, un sogno. Non abbiamo attraversato proprio niente. Il nostro viaggio ha inizio solo ora”. 

◊◊◊

Ho detto prima: il testo è stato letto da ragazzini delle scuole. Elementari e Medie. Certo la loro dizione non era impeccabile, era però spontanea, intimidita dalla presenza di tante persone. Ma era perfetta così. Con le loro stonature era più genuina, più reale.

La persona che ha dato vita a questo spettacolo raccontava che per invogliare i ragazzi a leggere li invitava a casa sua e preparava loro la pizza, le frittelle, i biscotti.

E raccontava di quanto era stato difficile insegnare le pause, perché il testo è breve breve, e i ragazzi tendevano a distrarsi, a scappare. Raccontava anche di come poco a poco i ragazzi si sono appassionati a questa avventura ed erano disposti a provare anche senza la pizza. Che lei preparava lo stesso.

Tanto che alla fine della lettura, il ragazzino più piccolo è andato da lei, che era seduta in uno dei banchi, le si è inchinato davanti e ha chiesto un applauso solo per Anna. Che, come da copione, si è commossa.   Non solo lei.

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PENSIERO

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Credere è una bella cosa, ma mettere in atto le cose in cui si crede è una prova di forza. Sono molti coloro che parlano come il fragore del mare, ma la loro vita è poco profonda e stagnante come una putrida palude. Sono molti coloro che levano il capo al di sopra delle cime delle montagne, ma il loro spirito rimane addormentato nell’oscurità delle caverne.

Kahlil Gibran 

VENTI E VELE

 

 

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“Se non puoi imbrigliare il vento, orienta le vele”

Eredità, anche questa, di una gatta molto speciale. E un grande consiglio. A volte ci si intestardisce nel volere cambiare cose che non sono cambiabili. Altre “ce la cantiamo e ce la suoniamo da soli” , per non vedere una realtà che non ci piace, oppure qualcosa che muta, qualcosa che passa, qualcosa che sta crollando. Cadendo con le scarpe dentro l’illusione. Energie sprecate. Sprecatissime. Lo so, lo so. Testa e pancia non si parlano. Hanno linguaggi differenti, e si ignorano bellamente, ostinatamente. Ed è giusto così perché se dovessimo godere delle emozioni e delle passioni grazie al cervello allora avremmo una vita piatta. Magari sicura, senza troppi rischi ma piatta, inodore, insapore, incolore. Ma quando è il cervello a voler “convincere” la pancia che qualcosa è come la vorremmo, sprechiamo energie (perchè la pancia… “sa”), spendiamo male i nostri sogni, riponiamo in luoghi senza fondamenta speranze e progetti e a rimetterci, manco a dirlo,  saranno sia pancino che testolina. E come se non bastasse, pregiudichiamo eventuali altre opportunità che magari stanno dietro l’angolo, occasioni di serenità, e altri odori, sapori, colori.

Allora si deve imparare ad orientare le vele. Ci sono venti che non possiamo imbrigliare, nemmeno controllare e nemmeno possiamo provare a resistere perché non sono “nostri”, non li conosciamo e non sappiamo come si chiamano, da dove arrivano e dove andranno. Arrivano da direzioni differenti, da altre dimensioni, altri luoghi, da altre labbra. E allora giriamo il timone, cambiamo direzione, orientiamo le vele.

Facile? nemmeno un po’…. Ma si deve rispettare il proprio diritto alla serenità e riporre i propri sogni sotto un cuscino diverso, per provare a cullarli di nuovo, in notti differenti, con un canto nuovo.

Orientare le vele, in questo momento storico, sociale, che ci vede attoniti, stupiti e impauriti, è necessario anzi indispensabile. Aiuta a resistere e ad andare avanti.  E se si ha coraggio, si può virare a tutto timone anziché resistere soltanto, e provare a navigare verso nuovi orizzonti. 

CONSAPEVOLEZZA

Da con sapere. Qualcosa di intimo, personale. Che non significa essere informati e nemmeno sapere. Ma essere coscienti, aver preso atto in modo profondo, intimo. Una voce importante, la sua. Occorre saperla ascoltare, e non sottovalutare. Costa, in molti casi, ma ci può salvare, aiutare. A raggiungere un equilibrio, una serenità, buone e sane relazioni.  È una compagna, alleata, complice, ci permette di scegliere anziché subire, essere protagonisti della prorpia vita, prendere decisioni e affrontarne le conseguenze. Come il bastone per il rabdomante, la bussola per il viaggiatore, la stella polare per il navigante.  Lei ci può guidare perfino quando si vive sui crinali, ci indica il punto  dove sorge il sole, il nostro sole. Ci guida nelle notti senza luna e senza stelle. Non ci culla troppo, e non racconta favole, tuttavia non ci priva del piacere di ascoltarle e di elaborarle, di viverle, perfino. Nel modo giusto, in armonia con il bisogno di favole e di magia e di sogni che naturalmente abbiamo. È l’asta per noi, eterni equilibristi tra sogno e realtà,  tra falso e vero. È la rete che ci accoglie a volte un secondo prima dell’impatto. È una voce che sa parlarci di noi: basta volerla ascoltare, tendere l’orecchio e fermarsi un poco. È la prima tappa di qualsiasi percorso importante, di ogni sfida, di ogni battaglia, ed è anche la più dura, il gradino più alto, quello tanto più scomodo quanto necessario. Spesso non ha una voce seducente, ma chiara, qualche volta spiacevole, assertiva, inclemente. Facile scambiarla per un nemico. Ma lei aspetta, è parte di noi. Una mano sempre pronta a sollevarci e indicarci il cammino soprattutto quando è buio. Una luce, sempre presente. Possiamo chiudere gli occhi. Oppure no.

 

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SOCIAL NETWORK NO GRAZIE

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In alcuni momenti, più che in altri, ci si rende conto di quanto sia frustrante dover usare le parole. Specialmente le parole sole, senza cappotto, senza gesti, sguardi, senza offerta, senza le mani. Servite crude, cotte, elaborate, con o senza salsa, lavate, stirate, inamidate, profumate, idratate, asciutte o bagnate. Colorate, sbiadite, stinte, tirate, laccate, scialbe. Cucinate.

Riflessioni più frequenti di questi tempi, in cui i mezzi di trasporto usati dalle parole sono per lo più quelli tecnologici. Nemmeno il gusto della calligrafia, che è unica, personale, il tratto sulla carta profondo, deciso, sfiorato, ad offrire un’ impronta, un profumo, la certezza del tocco, di una impronta digitale invisibile ma unica. Niente. Tutto è impermanente, inorganico, etereo, volatile.  Piccole sillabe naufraghe in colate di cristalli liquidi evanescenti, destinate ad essere perdute per sempre tra canali di scolo di circuiti stampati.

“Tre etti di parole – un filo di olio, due foglie di basilico fresco, salvia rosmarino, due chiodi di garofano tutto tritato finemente, un pizzico di paprika.  Sale pepe e peperoncino s.n.  Mescolate bene.  Servite subito via whatsapp, facebook, twitter “. 

Ci si accorge sempre di più di quanto sia importante comunicare con il corpo, offrire parole non pronunciate ma liberate, parole tonde e silenziose, paffute e gonfie, come quelle parlate sott’acqua, bolle di fiato, con la vita dentro.   Si  riflette su quanto sia importante la voce che, perfino al telefono ha più potere delle parole scritte con una tastiera.  E’ qualcosa di vivo, vibrante, nasce dentro, è immediata, sciolta, diventa vento e viaggia a cavalcioni dell’aria. Come in teatro non si può tornare indietro:  deve essere per forza “buona la prima”  perché una “seconda” non c’è.

Ma per quanto anche con la voce sia possibile correggere, spiegare, sottolineare, marcare, approfondire, limare, niente può sostituire davvero uno sguardo, il movimento delle labbra o le mani, che si infilano negli spazi tra le parole e diventano vera comunicazione.

Le parole hanno un grande potere, certamente. Sanno ferire, anche profondamente, ma uno sguardo può inchiodare, sciogliere, offendere. Poche cose sanno essere più eterne, definitive, terribili o dolci di uno sguardo.

Come si fa a dirsi così tante cose attraverso i social network e solo attraverso questi? Eppure ogni giorno sento cose strane. Va bene, vanno benissimo la condivisione, lo scambio, ma…. quando c’è solo questo?  Una ragazza (non una ragazzina –  almeno non anagraficamente – ) raccontava sul treno di essere stata “lasciata dal fidanzato” con un sms.

Una mia amica è  stata “informata”, via sms, da un “amico storico” (almeno da lei ritenuto tale), attraverso quello che sembrava un comunicato stampa, che le loro esistenze non sarebbero più compatibili pertanto … fine della frequentazione. Ovviamente senza possibilità di replica perché è stata “bloccata” sul telefono.  Ma come si fa?  Si può essere più codardi di così?

Copio incollo un intervento di Ricc in CL di qualche tempo fa.

Le parole sono dei messaggeri. Sono personcine semplici e di buona volontà, ma sono piccoline. E non ce la fanno a fare cose complicate. Basta una porta chiusa, che non ci arrivano alla maniglia. Basta un tragitto un po’ più lungo, che le gambe gli si stancano e bisogna che si fermino. Loro fanno quello che possono e, se ci pensate, a volte chiediamo loro cose veramente complicate, compiti difficili per dei messaggeri con lo zainetto. Eh. Gli si chiede di trasmettere le “cose che sentiamo dentro”. Ba, eh. Facile. Glielo chiediamo anche quando nemmeno noi le abbiamo capite bene, però chiediamo alle parole di trasportarle a qualcun’altro. Che poi loro il messaggio lo portano, ma lo danno ad un orecchio che anche lui c’ha il suo da fare, che poi lo consegna al cervello che ha le sue palle e mica ci capisce tanto di cuore lui, e fa una traduzione letterale, e nemmeno, spiattellando il messaggio su gugol e mandando avanti quello che gli viene… ma pari pari eh. Escono fuori robe incomprensibili, e noi diamo la colpa alle parole. A volte ho compassione delle parole. Che sembrano elaborate e forbite, e invece sono come il pruno del fiore del Piccolo Principe: non sono adeguate a qualcosa di più complicato che non sia chiedere dove sia la stazione o per avere mezz’etto di caramelle di liquerizia. E allora dobbiamo usare tutto quello che abbiamo per fare si che quello che si sente arrivi per davvero. Le parole vanno mandate in macchina, aiutandole con gli sguardi, bisogna mettergli il cappotto usando le mani, per i gesti e per il contatto. Bisogna dargli le radioline con un sacco di sorrisi. E allora vedrete che questi messaggeri, questa volta attrezzati, sapranno spiegarsi meglio, e non ci saranno più parole del cuore, perse in mezzo alla strada…

COLORI DI ORI

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Qual è il colore che preferisci, zia?

Il celeste, Aurora, lo sai da sempre. Mi piace il celeste, l’azzurro, il turchese. Insomma amo i toni che dall’ azzurro finiscono dentro il blu, o nascono dal blu. Mi piace il colore del cielo, il turchese delle pietre incastonate nei monili d’argento. Mi piace il blu.

Ma tutti i colori sono potenti. Non esiste un colore che non lo sia, perché ogni colore sa abitare la nostra anima, parlarci, evocare ricordi sepolti dentro i crepacci della memoria, riportare suoni, odori. In modo dolce o prepotente, gentile o sgarbato.

Diventa filo che cuce brandelli di esistenza, passato con presente. Buca la tela del tempo, libera emozioni intrappolate nei cristalli del tempo e credute sopite. Seduce, brucia, palpita, strugge.

L’arancio al tramonto incendia i cieli, è una striscia di tela che cuce il giorno con la notte, ma dentro è anche un sabato di luglio, senza vento, e un mare immobile come una distesa di cemento e un orizzonte finito, silenzioso come un muro.

Ma  è anche  la colata di luce che inonda e bagna la stanza, penetra attraverso fessure irregolari di persiane di legno della vecchia finestra sul lago, gioca a disegnare strisce dorate sulla pelle sudata, accompagna la danza intima e antica dell’amore.

L’azzurro è quel cielo di maggio, sfacciato, assurda cornice di  una lettera scritta a mano: parole come perle scure di una collana di piombo sui giorni a venire.

Ma è anche una sciarpa, incontrata per caso in un giorno di pioggia e di vento, arrotolata più volte sotto due occhi scuri penetranti come spilli che mi hanno sciolto il ghiaccio nel cuore. Sono ancora grata a quegli occhi, lo sono ancora, dopo tanto tempo.

E il verde? Il verde …. Il verde sono camici, camici e odore di medicine, e sensazione e odore di metallo e di freddo. Verde è una testa che si scuote, due braccia allargate, bocche serrate eppure urlanti di verità impietosa.

E verde è l’erba, sotto i miei piedini nudi, la sensazione di appartenere alla terra che sotto la pianta dei miei piedi pulsa e vibra e respira. Verde è il colore degli alberi, punti di sutura tra terra e cielo, custodi dei pensieri del vento, dispensatori del fiato di Dio sulla terra.

Bianco. Il bianco è l’inverno,  il ritorno in una casa che non era più la mia. I silenzi e i passi lievi, la stanchezza, la speranza. La consapevolezza. La fine dell’anno e la fine di altro.

Ma è il colore della neve, l’altra, quella  della gioia dei bambini. E’ quello dell’infanzia. E poi è quello che accende una camicia un pomeriggio afoso di giugno, e le lenzuola stese, e ogni nuovo giorno, che ruba la scena ai violetti e ai rosa dell’alba. E’ la luce della luna che,  feconda,  chiama a sé il mare e poi semina stelle nuove in cielo.  È il colore della verità,  quello che non nasconde, non mente mai, forse non per scelta ma perché non può. È identico al nero, il suo opposto, l’altra sua faccia nelle regole dell’universo.

Ogni colore può essere amato, odiato, maledetto e benedetto. Ognuno può abitare più parti dell’anima, lacerarla, renderla libera, accenderla, soffocarla, proprio come fa un odore,  un sapore.

Hanno mille dita, colori e sapori e odori, capaci di frugare nella borsa della vita, dietro gli occhi,  dentro il cuore. Dita che sanno spettinare, arruffare, disordinare, seppellire e scoprire segreti. Curare, guarire, trafiggere, stupire.

DELICATEZZE

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C’è bisogno di carezze, di passo leggero, di pensieri delicati. Ecco la ragione di questo sfondo. Spesso gli sfondi di Controluce corrispondono al mio umore o forse quasi sempre. Da bambina, la primavera,  la Pasqua, erano colori pastello nei miei disegni, le uova che coloravo con la mamma, i fiori di pesco sui quaderni. Stamane, in treno, leggevo qualcosa sulla memoria, sulla selezione della memoria, questo specialissimo luogo del cervello che sa fare cose meravigliose e anche terribili. Sa conservare, rievocare, stravolgere, edulcorare, svalutare, sminuire, esagerare, a volte cancellare a volte ossessionare.

Dicevo: leggevo e guardavo dal finestrino gli alberi fioriti in un batter di ciglia. Peschi, ciliegi da fiore, la brillantissima forsizia, color del sole, che contro i prati verdi e sotto il cielo azzurro sta che è una meraviglia. E mi sono ricordata di un tema, che feci in quarta o quinta elementare. Titolo:  La Primavera. Ricordo perfettamente che scrissi una cosa che mi disse mia mamma qualche giorno prima ed era più o meno questa: “è come un miracolo, come se la mano di un pittore invisibile fosse passata sui prati, sugli alberi, e nel cielo, trasformando tutto. Ma di certo è la mano di Dio”.  La maestra mi fece i complimenti, e ricordo perfettamente che pensai di non meritarli dato che non si trattava di farina del mio sacco.

Servono pensieri delicati, profumi lievi, colori e sole che non feriscono non accecano non offendono, per portarci piano piano fuori dalla grigitudine dell’inverno, dalla pesantezza dei pensieri, dalla lunghezza delle notti, dalla persistenza del buio.

Servono gentilezza, trasparenze, sorrisi semplici su visi semplici, senza trucco. Magliette bianche e jeans e margheritine nei campi. Servono le primule che aprono gli occhietti al sole, con i loro colori che ben rispondono a questa esigenza di pastello, di colori sussurrati, di lievità, di leggerezza. Di golfini sulle spalle, di passeggiate serali. Di carezze sul cuore.

LETTURE & CONDIVISIONI

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Mi piace la gente che vibra,

che non devi continuamente sollecitare

e alla quale non c’è bisogno di dire cosa fare

perché sa quello che bisogna fare

e lo fa in meno tempo di quanto sperato.

Mi piace la gente che sa misurare

le conseguenze delle proprie azioni,

la gente che non lascia le soluzioni al caso.

Mi piace la gente giusta e rigorosa,

sia con gli altri che con se stessa,

purché non perda di vista che siamo umani

e che possiamo sbagliare.

Mi piace la gente che pensa

che il lavoro in equipe, fra amici,

è più produttivo dei caotici sforzi individuali.

Mi piace la gente che conosce

l’importanza dell’allegria.

Mi piace la gente sincera e franca,

capace di opporsi con argomenti sereni e ragionevoli.

Mi piace la gente di buon senso,

quella che non manda giù tutto,

quella che non si vergogna di riconoscere

che non sa qualcosa o si è sbagliata.

Mi piace la gente che, nell’accettare i suoi errori,

si sforza genuinamente di non ripeterli.

Mi piace la gente capace di criticarmi

costruttivamente e a viso aperto:

questi li chiamo “i miei amici”.

Mi piace la gente fedele e caparbia,

che non si scoraggia quando si tratta

di perseguire traguardi e idee.

Mi piace la gente che lavora per dei risultati.

Con gente come questa mi impegno a qualsiasi impresa,

giacché per il solo fatto di averla al mio fianco

mi considero ben ricompensato.

(Mario Benedetti, La gente che mi piace)

26122013

Mafalda

VEROFALSO

 

Donald Sutherland – Billy nel film “La migliore offerta” – dice: 
 “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”.

Nessuna recensione sul film, per carità!  Piuttosto una riflessione su quello che è il leit motiv del film: verità e finzione, simulazione, artificio, inganno, falsificazione.

L’amore ripara e ricostruisce il meccanismo bloccato dalla ruggine, della personalità un bel po’ borderline dei due protagonisti, così che entrambi raggiungono una specie di “guarigione” (similia similibus curantur).

Ma …
questo amore è simulato dalla bella Claire. La simulatrice infatti alla fine deruba il ricco Virgil, dopo averlo completamente trasformato e “guarito” dalla sue manie che per tutta la vita gli hanno impedito di vivere relazioni sociali “normali” e qualsiasi rapporto con l’altro sesso. Un vero misantropo.

Falsa è l’amicizia di Robert, l’orologiaio che lo aiuta a mettere insieme l’automa Vaucanson. A tal proposito, è interessante notare che l’assemblaggio dell’automa è parallelo all’abbattimento del muro tra Clare e Virgil.  Ingranaggi di un meccanismo che con il robot si attivano, da una parte. Dall’altra le  fobie che  nei due protagonisti si dissolvono. Un parallelismo raffinato e affascinante, dal punto di vista della sceneggiatura.

Recitata è anche la fedele e ostentata amicizia di Billy: alla fine si scopre essere il regista di tutta la messa in scena. E’ lui che afferma che  “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”. E materializza questo concetto lasciando a Virgil come “firma” sull’opera (la truffa) un quadro che esso stesso ha dipinto.

Virgil è un battitore d’asta, è richiesto in tutto il mondo, perizia opere d’arte di enormi valori e deve la sua brillantissima carriera alla sua capacità di distinguere un’opera vera da una falsa…
Tuttavia … non si accorge del complotto, orchestrato dalla donna amata, dai suoi amici, dal conoscente orologiaio Robert che diventa il suo confidente intimo, dal vecchio amico Billy.

Ma forse è più facile scovare il particolare che sconfessa l’autenticità di un’opera che distinguere tra sentimenti veri e sentimenti simulati.

Perché?
Forse perché c’è qualcosa nella natura umana capace di idealizzare e di trasformare come argilla un sentimento che urge come nutrimento, unguento o anestetico. Forse perché siamo bravi a giocare  tra luce e ombre, a ingannare gli occhi, il cuore, e perfino negare evidenze, nascondere pochezze e convincerci che qualcosa/qualcuno  è come vorremmo che fosse. E che noi stessi siamo come vorremmo essere.
E forse anche perchè, come Claire afferma: “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”.

Forse ha ragione un mio amico della capitale che un giorno disse: Ori, non è vero niente. E’ tutto finto…

A TUTTO CUORE

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Il Boscaiolo di Stagno

. …una volta anch’io avevo il cervello e perfino il cuore; quindi avendo provato l’uno e l’altro, preferisco di gran lunga avere il cuore. Cos’è stato? chiese Doroty timidamente. – Non so immaginare, – le rispose lo Spaventapasseri: – ma proviamo ad andare a vedere. In quella, un altro lamento giunse alle loro orecchie e pareva che il suono venisse da dietro. Si volsero e fecero pochi passi nel bosco: d’un tratto, in un raggio di sole, Doroty vide brillare qualcosa che si abbattè fra due alberi. Corse a vedere e si fermò di botto con un grido di sorpresa. Il tronco di uno di quei grandi alberi era stato spaccato a metà, lì accanto con un’accetta sollevata in mano, c’era un uomo fatto interamente di stagno. La testa, le braccia e le gambe erano saldate al corpo, ma assolutamente rigide, come se quell’infelice taglialegna non potesse muoversi. – Sei tu che ti stai lamentando? gli chiese Doroty. Sì,- rispose l’omino di stagno, – sono stato io. È più di un anno che mi lamento e nessuno finora mi ha mai sentito, né mi è mai venuto in aiuto. (…) …come mai vi trovate da queste parti?- chiese il Boscaiolo di Stagno. – Siamo in cammino verso la città degli Smeraldi, per andare a trovare il Mago di Oz, – rispose Doroty. – Per quale motivo desiderate vedere il Mago? – chiese il Boscaiolo di stagno? – Io voglio che mi faccia ritornare al mio paese e lo spaventapasseri desidera che mette un po’ di cervello nel capo. Il Boscaiolo di stagno parve riflettere seriamente per un istante. Poi domandò: – Credete che il Mago di Oz possa darmi un cuore? – Mah! Io direi di sì, – rispose Doroty; – non sarebpbe più difficile che dare il cervello alla Spaventapasseri. – Allora se mi permettete di unirmi alla vostra compagnia, vengo anch’io nella Città degli Smeraldi a chiedere aiuto ad Oz. – Vieni pure! – esclamò lo Spaventapasseri con grande cordialità. (…) Sia Doroty che lo Spaventapasseri avevano ascoltato con grande attenzione la storia del Boscaiolo di Stagno ed ora capirono perché ci tenesse tanto a riavere un cuore. – Io domanderò che mi sia ridato il cuore perché il cervello non basta e render felice una persona e la felicità è quello che conta di più al mondo. Doroty non sapeva decidere quale dei suoi due amici avesse ragione.

Da   “Il mago di Oz”

RELAZIONI

RELAZIONI

Dire solo ciò che si sa fa piacere all’altro, essere accondiscendenti, ammiccanti,  prestare cura e attenzione al fine di non urtare i sentimenti dell’altro, in poche parole astenersi dal dire ciò che si pensa perché potrebbe offendere. Recitare durante telefonate e incontri, insomma indossare l’abito del perfetto amico, l’atteggiamento “come tu mi vuoi”.. Ecco il “quadro vero dell’amico finto”.

Nascondersi, reciprocamente,  ciò che si pensa,  è di per sé sufficiente per diagnosticare il grado di malattia di una amicizia o presunta tale. Perché dunque molte volte ci si prende in giro? Perché non si ha il coraggio, per davvero, di dare il nome giusto alle cose? Perché si ha bisogno di finte relazioni? Per solitudine? Per disperazione? La non solitudine non è una questione di numeri. Si può essere soli pur avendo dozzine di persone che quotidianamente fanno in qualche modo parte della nostra vita, che gravitano con e dentro la nostra esistenza.

Con alcune persone ci si diverte, si gioca, ci si racconta, si studia, si lavora… Si condividono tempo, esperienze, viaggi. E vanno benissimo, si può stare bene con alcune persone pur non avendo mai avuto interesse di approfondire oltre, di condividere qualcosa di differente di un cinema, una pizza, un aperitivo, una gita, un giro di shopping. Anzi, direi che questi sono rapporti veri, sinceri, spassosi, salutari e sani, proprio perché non pretendono di essere “altro”. Non gli si incollano attributi che non hanno, sono quello che sono senza alcuna presunzione.

Ma.. se si vuole condividere veramente qualcosa di importante, una relazione non può prescindere dalla sincerità e deve mettere in conto che ci si può sentire dire l’opposto di ciò che si vorrebbe. Spesso le cose non dette fanno crollare l’impalcatura sulla quale si costruisce una relazione molto più delle cose dette, sbattute in faccia, quelle che magari arrivano che fanno un male cane. Ciò che si pensa dell’altro, dovrebbe essere nutrimento di un rapporto e non la mano che lo uccide.  Dovrebbe permettere un confronto vero, dovrebbe crescere e far crescere. Migliorare e migliorarsi.

“Non le  dico questo sennò ci rimane male”, “dico questo così farà piacere”, “non tocco questo argomento perché è spinoso”, “questo di certo offenderà”. E cosi di questo passo, ed eccoci dentro un qualcosa di formale, con aspetti terribilmente diplomatici/burocratici dove tutto è pesato, misurato, calcolato, attento. Perfino i muscoli facciali sono controllati, non sia mai che tradiscano il vero sentire. Insomma  una specie di compito che si assolve dentro un clima che è tutto un tacere, non dire, recitare, mentire, fingere. Che senso ha? È faticoso da morire oltre che inutile, insulso, banale.

Ho sempre immaginato dei centri concentrici attorno al cuore e negli spazi, più o meno vicini ad esso, ci sono le persone che partecipano alla nostra vita affettiva, gli affetti, più o meno importanti, più o meno profondi. Ecco, la “profondità” è il sistema con il quale si “misura” l’importanza di un rapporto. La profondità. Quante volte ci capita di vivere davvero un rapporto profondo, nel corso di una vita? La profondità è qualcosa di raro davvero: ci si accorge man mano che il tempo passa e si diventa grandi ed eventi, emozioni, esperienza e tempo fanno da cesoie. Perché il tempo diventa sempre più prezioso, perché si preferisce la solitudine alle farse, perché si pretende maggiore qualità e minore quantità di tutto. Di cibo, di riposo, di vacanze, di letture, di sport, di piaceri, di cose, e anche di sentimenti, di relazioni, di persone. Perché si prova un disperato bisogno di dare il giusto nome alle cose.
Quanti volti ha quella che comunemente chiamiamo con lo stesso nome: amicizia.
C’è quella morbosa, maliziosa, possessiva, claustrofobica, malata.
C’è quella che non accetta il confronto, la sincerità del pensiero, la libertà, il bene dell’altro, quella gelosa, quella faziosa, quella contorta. Quella che non permette di essere sé stessi. Ecc… ecc.
Infine quella secondo Facebook ma qui basterebbe sostituire alla parola amico la parola contatto e tutto andrebbe a posto.

L’amicizia è qualcosa di denso e di speciale, delicato eppure fortissimo, sa sfidare il tempo e non conosce ambiguità. Resiste ai periodi di separazione anzi, ne trae vantaggio. Tiene porte aperte per lasciar entrare e anche uscire. E soprattutto non può esistere senza dirsi ciò che si pensa veramente. Non condivide tutto per forza, è altra cosa della simbiosi. Ma quando lo fa, lo fa profondamente. È un affetto vivo, che si rinnova e si confronta ogni giorno, evento dopo evento, gioia dopo gioia, dolore dopo dolore. È quel sentimento che non passa mentre tutto va … Se invece passa allora vuol dire non c’è mai stato per davvero.

Francesca Pacini, sul Mulino di Amleto fece un bel post sull’amicizia. Un passo diceva più o meno questo “Non le piacciono le situazioni di circostanza, come i complimenti o le condoglianze dovute ma non sentite. Niente convenevoli, belletti, lusinghe. Quelli vanno bene per il bridge delle anziane signore perbene. Non è perbene, l’amicizia, magari ti segue passo passo, non interviene ma di sicuro non tace neanche. Può essere perfino aggressiva. Di certo è scomoda. E poi è spettinata, non si fa la messa in piega”

testo integrale qui:

http://www.francescapacini.it/15-blog/diario-di-bordo/14-sull-amicizia.html

RUMORI CHE OFFENDONO

foto mia

Funivia Cortina-Cima Tofana.  Il secondo tronco sale a Ra Valles a 2.475m. C’è un rifugio e una vista mozzafiato (l’ultimo tronco che termina a Cima Tofana è aperto solo in estate).
Le dolomiti, gigantesche, accolgono il sole che scende, e come per salutarlo si vestono di un rosa sussurrato.
Anche la neve brilla per l’ultima volta, pullulando di allegre stelline dorate che danzano per il sole. È il tramonto e tutto ma proprio tutto dovrebbe essere … Silenzio.
Ero a Ra Valles sabato scorso, al tramonto. Appunto. Non mancava nulla ma mancava tutto. Mancava il Silenzio.
Il rifugio aveva gli altoparlanti anche all’esterno e mentre il mio sguardo seguiva la discesa del sole che (appunto) faceva brillare la neve e colorare di rosa questi giganti di pietra urlavano la voce di Eros Ramazzotti, la pubblicità “volete perdere peso”? e poi le notizie “Bersani e Berlusconi… ” ecc ecc.
Ogni commento si perde. Si sarebbe perso il mio pensiero, il mio sguardo e forse anche, per un momento, tutta me stessa se solo ci fosse stato il Silenzio.
Invece no: la musica, la voce, il notiziario.  Offese. Offesa per il sole che calava, per le montagne che lo accoglievano, e per la neve che brillava. E per il mio cuore, per i miei occhi, per i miei pensieri.

Domenica sera, per puro caso, passando da Trento, a Torre Vanga  ho visto che c’era una mostra fotografica dal titolo: I Silenzi della Neve. L’ho visitata. Fatalità…
Fotografie di neve, dall’Archivio Fotografico Storico, immagini bellissime, tutte bianco e nero. Protagonisti: il Silenzio e la Neve. Fatalità…

E proprio dalla raccolta “Fatalità” gli organizzatori della mostra hanno scelto questa poesia di Ada Negri, che , stampata sopra un pannello scende dal soffitto. Il titolo è “Nevicata”.

Sui campi e su le strade
silenziosa e lieve
volteggiando, la neve,
Cade.

Danza la falda bianca
Nell’ampio ciel scherzosa,
poi sul terren si posa,
Stanca.

In mille immote forme
sui tetti e sui camini
sui cippi e nei giardini
Dorme.

Tutto d’intorno è pace;
chiuso in oblio profondo,
indifferente il mondo
Tace.

Ma ne la calma immensa
Torna ai ricordi il core.
E ad un sopito amore
Pensa.

qualcosa sulla mostra: http://www.giornalesentire.it/2012/dicembre/2919/isilenzidellaneve.html

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PEPE

Questa sera ho fatto il solito giro a piedi, un’ora di passeggiata. C’era vento caldo, caldissimo, sembrava maggio, si stava bene. Pensavo leggero, guardavo i campi che ora sono a riposo, in attesa.  C’era Pepe con me, un setter di tre anni. Sono inciampata, senza cadere, ma lo sforzo per rimanere in piedi mi è costato un dolore piuttosto forte alla schiena per cui mi sono fermata. Pepe si è bloccato (era un po’ più avanti il guinzaglio è lungo), si è voltato, mi ha raggiunta camminando lentamente, orecchie alzate, il muso serissimo e mi si è avvicinato, con cautela e delicatezza. Ho dovuto rassicurarlo, era evidente che si era spaventato ed era preoccupato. Sì, preoccupato. La cosa è accaduta mentre si tornava, a un paio di chilometri da casa. Per tutto il tempo, ogni tanto si fermava, e mi guardava, e poi con estrema delicatezza si alzava sulle gambe posteriori appoggiandosi a me,  cercando di avvicinare il suo muso al mio viso. Non è solito farlo, se non quando mi saluta. Era più che evidente che voleva essere rassicurato, aveva capito che era successo qualcosa e che non stavo bene. E ancora una volta ho pensato a quanto sanno dare questi animali a differenza della gran parte del genere umano. A quante volte chiamiamo “amore” ciò che è altro… A quante volte passano inosservati  alle persone  dolori, assenze, giorni bui e freddi. La tristezza, la solitudine.  A quante volte non vengono ascoltate parole o silenzi, a quante volte viene negato una parola, un gesto, un abbraccio, una carezza, un po’ di …. tempo.  Lo sguardo  di un cane è un  abbraccio che sa scaldare il cuore. E anche guarirlo.

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pepe

vabé insomma mi hanno fatto una foto bruttissima ma io sono bellissimo. Celestina mia ha promesso che mi farà una foto con la luce giusta, io in compenso ho promesso che poserò … IMMOBILE.

DI STUP-ORI E DI LETTURE DI ORI

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(….) L’unica cosa di cui abbiamo bisogno per diventare buoni filosofi è la capacità di stupirci.

Tutti i bambini piccoli ce l’hanno. E ci mancherebbe altro. Dopo soli pochi mesi di vita cominciano a percepire una realtà nuova fiammante. Eppure a mano a mano che crescono questa capacità di stupirsi sembra attenuarsi (….)Se un neonato potesse parlare, avrebbe sicuramente molte cose da dire sullo strano mondo in cui è capitato. Tuttavia, se il piccolo non può esprimersi a parole, indica tutto quello che gli sta intorno, cercando al contempo di afferrare gli oggetti che si trovano nella stanza.

Quando comincia a parlare, può succedere che il bambino si fermi di colpo e dica: “Bau bau “ogni volta che vede un cane. Comincia ad agitarsi nella carrozzina, muove freneticamente le braccia e ripete:” Bau, bau, bau, bau! “.Allora noi, che abbiamo qualche anno in più alle spalle, ci sentiamo forse un pò a disagio per via del suo entusiasmo. ” Ma sì, ma sì, è un bau” rispondiamo, ormai abituati al mondo. “Adesso però fai il bravo, su!”. Non proviamo la stessa eccitazione: abbiamo già visto un cane. Una scena del genere si può ripetere centinaia di volte prima che il bimbo riesca a incrociare un cane ( o un elefante, o un ippopotamo) senza perdere il controllo. Tuttavia, molto prima che il piccolo impari a parlare nonchè a pensare in modo filosofico, il mondo sarà diventato per lui un’abitudine.

(….) La cosa più triste è che, crescendo, noi non ci abituiamo solo alla legge di gravità bensì al mondo così com’è. In altre parole, perdiamo a poco a poco la capacità di stupirci per quello che il mondo ci offre. Ed è una perdita grave, alla quale i filosofi cercano di porre rimedio. Nel nostro animo noi intuiamo che la vita è un mistero. E questa è una sensazione che abbiamo provato una volta, molto tempo prima che imparassimo a pensarci.

(….) Anche se le domande filosofiche riguardano tutti gli esseri umani, non tutti diventano filosofi. Per motivi diversi, la maggior parte delle persone è così presa dalle cose di tutti i giorni che il pensare all’esistenza occupa l’ultimissimo posto…

Per i bambini, il mondo, con tutto ciò che offre, è qualcosa di nuovo, di stupefacente. Non è così per tutti gli adulti, la maggior parte dei quali percepisce il mondo come un fatto ordinario.

I filosofi rappresentano una nobile eccezione. Un filosofo non è mai riuscito ad abituarsi del tutto la mondo che per lui continua ad essere assurdo, sì, enigmatico e misterioso. I filosofi e i bambini hanno in comune questa importante capacità. Potremmo ben dire che un filosofo conserva la pelle delicata di un bambino per tutta la vita.

(….) Un coniglio bianco viene estratto da un cilindro vuoto. Dal momento che l’animale è molto grosso, ci vogliono miliardi di anni per fare questo gioco di prestigio. Sulla punta dei suoi peli nascono i bambini. In questo modo hanno la possibilità di stupirsi di questa incredibile magia. Tuttavia a mano a mano che diventano vecchi, scivolano sempre più giù nella pelliccia del coniglio. E lì rimangono. Molti stanno così bene che non osano più arrampicarsi nuovamente sui peli sottili. Solo i filosofi si imbarcano in questo viaggio pericoloso alla ricerca dei confini ultimi della lingua e dell’esistenza. Alcuni cadono, altri però si aggrappano con tutte le loro forze ai peli del coniglio e gridano agli uomini che, comodamente sistemati nella morbida pelliccia dell’animale, mangiano e bevono in assoluta tranquillità. ” Signore e signori- dicono i filosofi- Siamo sospesi nel vuoto!” Ma agli esseri umani che vivono di sotto non importa nulla. Anzi, prima commentano:” Uffa che scocciatori” poi continuano a ripetere le stesse cose di prima:” Mi passi il sale?”, “Come va oggi la Borsa?”, “Quanto costano oggi i pomodori?”, “Hai sentito che lady Di aspetta un bambino?”.

Da “Il mondo di Sofia” di J. Gaarder

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BELLEZZE AL BAGNO

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Creme cremine sieri fluidi pozioni lozioni.
Contro rughe, cellulite, seni piccoli, grandi, cadenti. Smagliature e cicatrici, pelle grassa magra mista. Segni di espressione, zampe di gallina ecc ecc.
Funzionano? NO! Lo sanno tutti, soprattutto le donne. Eppure sono le donne ad alimentare questo mercato che comprende sofferenze agli animali, enormi danni al portafoglio e anche all’autostima.

La maggior parte dei prodotti cosmetici contiene siliconi e paraffine e altri petrolderivati. Impediscono alla pelle di respirare, creando una specie di film che la soffoca. Per forza sembra lucida, liscia e levigata! Diventa di plastica! Il silicone NON è biodegradabile, non si smaltisce, resta nell’ambiente, figurarsi i danni che provoca alla pelle. Per questa ragione  sono state vietate, per esempio,  le protesi al silicone. Eppure quanti prodotti cosmetici lo contengono? Moltissimi. Davvero moltissimi.

Siamo bombardati  da “pelle visibilmente più giovane in sette giorni”, “capelli con la brillantezza del diamante”, “una pelle effetto cachemire”, “la chirurgia può attendere” .
Un mercato colossale, un business miliardario attorno a tante cazzate che noi donne ci beviamo. Ci  caschiamo  dentro con tutte le scarpe in questo mare magnum di illusioni, ci lasciamo incantare da affermazioni quali “test clinici dimostrano che ….. ” oppure “dalla ricerca scientifica, otto donne su dieci….”

Bè, lascio qui due trucchetti infallibili se qualche ragazza giovane avesse qualche dubbio sull’efficacia di un prodotto.

1) quando la bellona di turno nello spot recita “l’ho consigliato a tutte le mie amiche”  dubitate molto molto seriamente!

2) quando a consigliarvelo è una vostra amica: in tal caso abbiate la certezza assoluta. NON FUNZIONA!

Perché? Bè, semplice: se una donna scoprisse un prodotto così “miracoloso”, capace di far sparire le rughe o alzare le tette sollevare glutei o sconfiggere la cellulite NON lo confesserebbe mai. Nemmeno sotto tortura! Figurarsi consigliarlo ad altre donne!!

Perché ascoltare questi consigli?

Ma perché voi valete!

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Scusate una nota personale: questo è il quattrocentesimo post di Controluce. 400!! Che dire?  Grazie!  

TANGHI E LAGHI

ma guardando una immagine come questa, non vi viene in mente un lago?  (o il mare, ma in questo momento io chissà perché penso al lago). Autunno, spiaggia deserta. Spiaggia minuscola, di ghiaino e l’odore del lago. Le note di Piazzolla (concordo, Roberta),  Libertango… Escualo. Per esempio. Dolce-forte. Fortissima.  Strumenti che si pucciano nel lago di autunno, insieme al sole. Immagine dolce, morbidissima, sensualissima e calda. Come le note. Come la notte. Oltre la finestra della minuscolissima pensione che si affaccia sulla minuscolissima spiaggia di ghiaino, con le persiane di legno verde scuro, i muri esterni strullati, color rosa antico, l’interno è di lenzuola fresche che odorano di sapone,  stirati di fresco.

E … Libertango…

 

Immagine: Frost. Grazie!  http://robertaenne.wordpress.com/


 

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CAMBIA-MENTI

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Ci sono eventi, situazioni, stupori, delusioni, dolori che ci cambiano.

Non accade repentinamente ma nemmeno troppo lentamente, però accade profondamente e in modo significativo, intimo, incisivo. Forse definitivo.

Certe tempeste infuriano nel cuore e nella memoria: soffia un tale vento che disordina, stravolge e a volte disperde. Convinzioni, ideali, credo, fede. Crollano fiducia, stima, qualsiasi motivo di condivisione. E il passato, con i suoi slanci  diventa motivo di pentimento, il presente in qualche modo ricattabile, gli errori molto poco riparabili.

E capita che guardi le persone con lo stesso vetro nel mezzo, però  più trasparente, più nitido.  Come se passata la pasta levigante sul cristallino, vedi meno opaco.

E ti domandi chi sono le persone che hai davanti, dove sono gli occhi che un giorno ti hanno dato ristoro, sorriso, pace. Dove?

È che viviamo di illusioni, di costruzioni, di paure, di convinzioni che il nostro mondo contiene tutte le rassicurazioni di cui abbiamo bisogno, edulcoriamo le cose finché queste finiscono per somigliare all’oggetto dei nostri sogni. Ci innamoriamo di scatole che riempiamo di illusioni, di attenuanti, di concessioni, di perdoni, elargiamo possibilità e assoluzioni.  Prendiamo per mano superficialità e le trasformiamo in profondità. E ci crediamo, ci tuffiamo dentro con tutte le scarpe. Bella caduta!! Inconsapevolmente cadiamo in basso credendo di elevarci. Crediamo di vedere le stelle invece sono lampadine dismesse degli alberi di Natale dell’anno prima. Beviamo parole, e parole e parole trovandoci dentro sapienza e saggezza invece c’è solo presunzione e arroganza. E il misero tentativo di colpire, stupire, impressionare.

Ma poi il dolore quando è forte fa crollare tutto il castello di carta, gli occhiali dalle lenti colorate cadono miseramente e si infrangono e la realtà ci acceca quasi. Ma dopo passa. Si va avanti e magari per cento miraggi di oasi nei deserti sui nostri cammini, ne troviamo qualcuna che ci piace per com’è, e per com’è l’amiamo. Si sta male, quando crollano i miti, fanno un casino bestiale, un rumore nei giorni che rimbomba nella testa. Cadiamo anche sopra le macerie di una storia d’amore, di una amicizia, o sopra cioè che siamo,  ma poi quando rialziamo la testa, insieme ai dolori delle ossa e del cuore, in mezzo ai lividi, e tra le fessure degli occhi pesti, vediamo più chiaro. Certe volte le botte fanno bene, cadere può essere una fortuna, una opportunità. In alcuni casi la caduta e la botta sul testone è salvifica.

“Ciò che non uccide rende più forti” scrisse Nietzsche, e sebbene non mi sia particolarmente simpatico, in questo sono d’accordo con lui. Lo insegna la vita, lo insegna il dolore, soprattutto. E sempre cadendo si impara anche a voler sempre più bene a sé, ad essere più indipendenti,  a distinguere la plastica dal vero, che cerca di vivere respirando più cielo e meno gas di strada, che si veste poco ma di lino e cotone. Mai di lustrini e lamé.

CELESTE MI

foto mia

Foto mia.. E poi dicono che a Milano il cielo non è mai celeste …

Svegliata dalla sveglia alle 6.30 di oggi, sabato mattina perché ci sono cose da fare (sono milanese, nessuno è perfetto..) ho visto su la7 un pezzo di Le invasioni Barbariche, ospite Enrico Bertolino, così ho conosciuto il suo libro, Pirla con me, Mondadori. È una caricatura di Milano, dei milanesi, di ciò che Milano era, di cioè che Milano è. Sottotitolo: da Milano si può guarire. Penso che lo leggerò. Immagino un libro divertente e triste, come fanno le caricature tutte: un cono di luce bianca e impietosa sopra difetti, miserie, dolori e nostalgie. Mi sono sdraiata di nuovo sul letto e gustata l’ultima parte (in rete ho trovato l’intervista completa) e mentre ascoltavo ho pensato che io non vorrei mai de-milanesizzarmi, non ci penso nemmeno. Provo perfino nostalgia per quella Milano della quale Enrico Bertolino, praticamente mio coetaneo, conserva dei ricordi in seppia. Quando al Bar Magenta c’erano i biliardi (ora sono rimaste solo le stecche e i contapunti, sono contenta che ci siano). Quando sulle ringhiere dei Navigli c’erano i panni stesi e non gli atelier e i teatri di posa più prestigioni della città. Non vivo in città, prima per scelta dei miei genitori, poi per scelta personale, per ragioni che ora qui non sono importanti ma che si possono sistetizzare così:  vivo in una casa con giardino  fiori prato e cani e ora anche orto,  ma se non avessi avuto queste esigenze, l’appartamento in condominio di certo lo avrei scelto a Milano. A Milano ci lavoro,  e di fatto ci vivo da che avevo 15 anni. E per me, vale la pena del viaggio. Che viaggio poi non è. Quaranta minuti sono spesso normali se non poca cosa per molti che pure vivono e lavorano in città. Milano è ottimamente servita dai mezzi pubblici, ha una rete di trasporti meravigliosamente efficiente ma è .. grande. Grande, in tutti i sensi. 🙂 E no, io di Milano non voglio guarire. Anzi, mi spiace di non essermi ammalata (non ero nata) quando ammalarsi di Milano era un privilegio, era costruire, era ammalarsi di cuore. Un bell’ammalarsi di cuore, quello.

Vivere fuori (però fuori per davvero e non nella periferia – la precisazione è fondamentale) è un buon compromesso per quelle che sono le mie esigenze. Ho bisogno di Milano, ma ho bisogno anche di altro. Così Milano, la sera e nei fine settimana è sotto i miei piedi, solo un pochino più a sud, raggiungibile in pochissimo tempo e rassicurante, con la sua Madonnina e tutte quante le sue contraddizioni e le sue spine, pungenti tanto quanto le guglie del suo duomo.

In fondo a questo video (verso la fine, si può far scorrere il cursore) c’è una bella cosa, che non c’entra nulla con Milano. Alla domanda: cosa conta di più nella vita, c’è una risposta interessate, attraverso un … vasetto di maionese.

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Navigli a Natale
Foto di Pierangelo Mariani- Grazie Pier, spero di rivederti presto.

P.Mariani

e da http://www.milanmilan.it

“Preghiera disperata” alla Madonnina del Duomo

©Ada Lauzi

L’è ‘na preghiera fada in milanes con umiltà, fervor, senza pretes: te preghi madonnina, per on’ora fa ritornà Milan ‘me l’era allora… e, per quell’ora, famm vedè i navilli, i bei tosann coi sòcch fin’ai cavilli, i “Gigi” con la gnaccia e intorna i fioeu e sentì anmò el cantà di barchiroeu, el vosattà di dònn in sul Verzee e quell del Vicolin di lavandee! O Madonnina, famm ‘sta carità. per on’oretta sola famm tornà ne la Milan di brumm e di cavai quand sòtta Tì giugavom num bagaj, e Te parevet alta in Paradis coi gulli intorna, bianch come benis, famm rivedè ‘ncamò i spazzacamin con tutta la carisna sul faccin… …el soo…l’è ‘na preghiera disperada… d’on coeur che ne pò pù de sta bugada… ma…quand de damm a trà Te avree decis… famm sarà i oeucc…e derva el Paradis.

BI-SOGNI

Io non ho bisogno di denaro

ho bisogno di sentimenti

di parole

di parole scelte sapientemente

di fiori detti pensieri

di rose dette presenze

di sogni che abitino gli alberi

di canzoni che facciano danzare le statue

di stelle che mormorino

all’orecchio degli amanti.

Ho bisogno di poesia

questa magia che brucia

la pesantezza delle parole

che risveglia le emozioni e dà colori nuovi

(alda merini)

CUORE

Capita mai di voler spegnere la testa. Allontanarla da te. Spegnere i pensieri, le preoccupazioni spesso inutili. La presunzione di dover pensare al domani (quale domani? – ma sei certo che ci sarà?)

Capita mai di voler essere cuore? Non parlare con il cuore, fare l’amore con il cuore, pensare con il cuore, guardare con il cuore

Ma “diventare” il tuo cuore?  Ti capita mai?

A me sì. Devo farmi curare?

ANNI DI PLASTICA

Celeste:  ti va di tirare fuori qualcosa per Controluce? Le carpe hanno fondato un’associazione per la difesa della loro dignità e un sindacato. Chiedono di carpare in pace e hanno fatto sapere che il primo aprile si vendicheranno. Una certa Wanda apriva il corteo e faceva anche un po’ paura..

Riccardo: come? Scrivere? Ehi, ma come scrivere??? …  non hai tempo? … si,  ma…  si, ho capito ma… no, dai, ma come io… si,  ho visto come… cioè no… fammi parlare… no dai… ah… ma… ah, vabbè…

No, impossibile. Non può essere successo di nuovo. Ma che ci faccio io qui?? Mi par d’essere l’intervallo della Rai, quello con l’arpa e le città d’Italia! Ma pensa te come si deve andare a finire. E poi che dico? Si, ho capito che la padrona di casa non c’ha tempo, ho capito che questi stanno andando a ramengo coi commenti e similari, ma che c’entro io?? Ok, ok. Come al solito la “parità dei sessi” s’espleta con la capitolazione di uno dei due. Per pietà non fatemi dire quale, dei due. OK. Bene…

Buonasera, eh. … come va…? Hm, animo. Vabè, frughiamo nella mente alla ricerca di qualche argomento che mi sia interessato e di cui possa dire qualcosa che non sia stereotipato, banale o in qualunque senso prevedibile e alla fine tragicamente noioso. In effetti qualcosa c’è (spero), ed è anche uno di quei fatti che riempiono la cronaca new style, di quella brutta brutta, della tragedia spettacolo, dei giornalisti delle lacrime, della spettacolarizzazione dell’incubo. Ma che in effetti, secondo me, a differenza dei vari delitti di varie parti d’Italia, si presta a diversi aspetti di approfondimento. E poi l’interesse va scemando, quindi se ne può anche parlare un po’ più seriamente, o meglio, serenamente. In breve, “La Nave”, come ormai viene definita, il naufragio della Costa Concordia. Ok, non se ne può più. Questo in effetti è il primo sentimento, concordo (ops). E sarà che io ho un minimo di conflitto d’interessi dato che quello che considero uno dei posti più belli del mondo è lì a due passi, e ci vado da tanti anni in cerca di boh: bellezza, sincerità, asprezza anche, e di nuovo bellezza, storia e potrei continuare ad libitum, ossia l’isola d’Elba. Per cui mi interessa sapere come e se riusciranno a bonificare quella carcassa preistorica da tutti i suoi agenti inquinanti, e a pregare perchè tutto quello che conosco di quei posti possa continuare ad esistere, piante, animali, coste anfratti e insenature, e la gente che ti vende i sugarelli pescati la notte dalla barca sul porticciolo. Non mi dilungherò nelle disquisizioni tecniche delle potenzialità distruttive del carburante (si chiama “bunker”, è quanto di più “scarto” ci sia, è l’ultimo prodotto estratto dalle torri di raffinazione del petrolio, più raffinato solo dell’asfalto che si mette sulle strade. E’ così duro, si, duro, solido, che per essere usato va sciolto col vapore a centinaia di gradi), e nemmeno dell’olio lubrificante (nella vostra auto ce ne sono circa quattro litri no? Ossia poco più di tre chili e due. Beh, in quell’arnese ce ne sono quaranta tonnellate). Se fuoriuscissero, e non pensiamo a cosa sarebbe successo se fosse affondata in senso proprio, semplicemente distruggerebbero l’arcipelago toscano. Dicevo, il recupero e la bonifica lo seguo con ansia per quanto ho descritto, ma c’è altro che mi ha colpito e che vorrei condividere. La prima cosa ovvia è che ha fatto più danni Schettino in poche ore che Berlusconi in vent’anni di “cavalli in senato” in guisa di novello (si fa per dire) Caligola. Infatti, Berlusconi è uno che “non si sa come” è arrivato per “meriti” suoi ad avere l’influenza che ha avuto e l’ha usata allegramente a proprio vantaggio (al proposito segnalo un articolo dell’Economist “The man who screwed an entire country” ossia “l’uomo che ha fottuto un intero paese” che definirei bellissimo se non ci fosse da mettersi a bestemmiare

http://www.economist.com/node/18805327

e in una traduzione non fedelissima ma che rende comunque un’idea

http://www.metaforum.it/showthread.php/20658-Economist-l%E2%80%99uomo-che-ha-preso-in-giro-un-intero-paese

in rete ce ne sono anche altre per chi fosse interessato) ma è comunque un fatto che interessa un solo essere umano, quindi è un caso circoscritto, limitato e, si può presumere, particolare. Schettino invece fa paura davvero, perchè rappresenta il “manager qualunque” italiano, che fa lo splendido, osannato nel suo fascinoso completo bianco, potente al punto di poter sposare o arrestare chiunque sul suo pezzo d’italia galleggiante, di poter decidere della sorte, guidare e condurre gli esseri umani che gli sono stati affidati. E usare tutto questo per fare bravate, e fare colpo e comunque goderne a livello assolutamente personale, senza alcun obbligo associato. Se ne trovano esempi analoghi specialmente nel mondo finanziario o pseudoimprenditoriale italiano e non solo. E, una volta “fatto il guaio”, subito dopo fuggire dalle proprie responsabilità, pensando solo a salvare se stesso. Un danno etico incommensurabile, per il nostro paese, dove “paese” non è quel senso vago (per taluni certissimo, come “l’esistenza di Dio” d’altra parte) di confini territoriali, bensì di condivisione di valori derivanti dalla storia culturale precedente e perchè no, di una lingua. Al pari di quei cowboy che hanno usato uno degli aeroplani militari più evoluti esistenti, per giocare al loro videogame prima di tornare a casa loro, senza conoscere nè il posto e nemmeno avere guardato le carte: bravata che è costata la vita a venti persone (funivia del Cermis, per chi non ricordasse). L’atteggiamento è lo stesso. Si, è osceno, e mi ha dato fastidio. Anche la storia personale delle singole persone è stato piuttosto d’impatto (quella oggettiva, non ho mai voluto ascoltare nemmeno una trasmissione di spettacolarizzazione della tragedia). Stupidamente, quando hanno ritrovato la bambina dispersa ho pensato a quello che… beh, chiaro a cosa ho pensato, mi sembra normale. Ma c’era ancora qualcosa, che non avevo trovato cosa fosse, che mi aveva colpito. Poi ho capito. Era la nave. Non mi stava facendo nessun effetto vedere la morte di quella nave. Strano. Anche in alcuni temi dei bambini del Giglio si trova il dispiacere per questa enorme balena che è venuta a morire a casa loro.

http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2012/02/02/news/temi-in-classe-1.3136678

Se avete qualche minuto leggeteli, perchè ci sono cose che i grandi non immaginano. Punti di vista, oppure dettagli insignificanti che invece sono la cosa che ottunde tutto il resto della scena. Ok, esprimetevi liberamente: “questo è scemo” è un’espressione perfettamente accettabile nei miei confronti, lo dico io per primo di me stesso. Ecco, però, dopo che vi sarete sfogati, e ripeto, condivido, provate a starmi a sentire. L’avete vista quella nave? Mi ricordo la sensazione che all’inizio degli anni novanta mi fece il vedere il varo di una delle prime di queste dai cantieri di Trieste. Mi venne da dire: “ma questa non è una nave”. Non so cosa fosse, ma una nave no. È enorme. Quadrata. Sgraziata. Una nave è filante, ha una prua lunga ed affilata, un sistema di ponti discreto, con una specie di terrazzamenti elegante, spazioso, un po’ piramidale, ed una poppa che non è possibile che sia un nome attribuito a quella parte per caso: la poppa di una nave è una bellissima “poppa”, tout court. Quella, no. E tantomeno la Concordia. E poi l’avete vista dentro? Quello sfarzo vistoso e pacchiano, inutilmente carico di luci (ovvio, tutte banalmente artificiali) e di scalinate, ascensori di vetro, a vista, e poi ori e marmi e zampilli. E moquette. Ovunque. Mamma mia… Mi ricorda un hotel di Abu Dhabi dove alloggiai una volta. E un altro di Houston, di una missione successiva. Uguali, entrambi. Se non avessi saputo dove fossi stato nel momento del risveglio, certo non l’avrei capito dall’ambiente circostante. Sfarzo, ricchezza (o almeno lustrini e paillettes) a gogo. Stile? Non pervenuto. Ok, manca un pezzo. Tra i miei “frugamenti nelle soffitte” c’è stato anche la storia dei transatlantici, e in particolare quelli italiani. Ora, detta così paio un accademico di storia navale: niente di tutto questo, solo semplice curiosità e un minimo di approfondimento. Quindi, mentre i vari Lusitania e Titanic tra tutti erano delle macchine, per quanto fascinosissme, ma vecchie, sia per la costruzione, sia “socialmente” (basta pensare alla 3° classe, o all’alimentazione manuale delle caldaie a vapore in condizioni al limite della resitenza umana, testimonianze tecniche della struttura sociale del tempo, e del valore “variabile” della vita umana), lo stile, l’eleganza, la classe assolute erano rappresentate dalle navi italiane degli anni ‘50 e ‘60. Penso alla Michelangelo, alla Raffaello, e prima di loro all’Andrea Doria.

http://www.michelangelo-raffaello.com/italian_site/arte_a_bordo/arch_mich/arch_mich_pag1/arch_mich_1it.htm

Vere e proprie opere d’arte galleggianti, (e taccio dell’aspetto progettuale della macchina in sè). C’era ricerca, in tutta l’idea: dalla linea dello scafo ai locali, agli arredi, alle opere degli artisti del tempo, a decorare gli ambienti. C’erano soluzioni d’avanguardia, per l’epoca, a bordo. Questi eravamo “noi” negli anni ’60. Alla Michelangelo successe un incidente, fu travolta da un’onda oceanica anomala, e ci furono danni, e morti. All’epoca tutti i transatlantici, di ogni nazione e paese, furono mandati in cantiere per le modifiche necessarie, perchè “se è successo a loro” allora è grave davvero. Eravamo “quelli bravi”, all’epoca. E la Concordia? Io non ho competenze navali, ma di macchine un po’ me ne intendo, e anche di quelle che sono un po’ bastarde dal punto di vista della sicurezza: ad un certo punto del progetto, diciamo a metà, usa fare una riunione che si chiama HAZOP, ossia “HAZard and OPerability analysis”, cioè “analisi di pericolo e operabilità”

http://it.wikipedia.org/wiki/HAZOP

Tutti quelli coinvolti nel progetto sono invitati a formulare quesiti del tipo “cosa succede se”: cosa succede se si rompe quello, cosa succede se tizio non è lì a fare quello che deve, cosa succede se etc etc. E’ fondamentale, ma costruendo la Concordia, l’hanno fatto??? Cosa succede se quel ganzo di schettino la manda sugli scogli? Ci sta o no, con tanta acqua da tutte le parti, in mare? Appena è entrata acqua, (e lo scafo era singolo, che costa meno, ma s’è allagato subito tutto: ari-hazop), hanno perso all’istante i motori, tutti i controlli, compreso il timone, oltre alle pompe di bilanciamento (che sono quelle che siccome il fondo è piatto, e non c’è la chiglia (la nave è alta sessanta metri ma ne pesca solo otto…) per entrare anche nella laguna di Venezia perchè fa figo, la nave non sta diritta da sola come sarebbe naturale che fosse, ma c’ha bisogno di un sistema di pompe che bilancino l’acqua in dei serbatoi sui due lati della nave stessa): perse le pompe, la nave non è andata giù “pari”, ma si è rovesciata, che è stato il guaio dei guai. Schettino è solo la punta dell’iceberg (appunto), la tragedia della Concordia è ben più grave, ed è stata principalmente culturale. E allora io dico. Quando un’alluvione spazza la Biblioteca Nazionale, quando scoppia una bomba agli Uffizi, quando minano i due Buddha. Quando il museo nazionale di Baghdad viene sacheggiato. Quando infettano un lago rimasto intatto per venti milioni di anni. Quando succedono cose così, tutti perdiamo qualcosa. C’è anche chi sente male, quasi fisicamente, c’è chi pensa ad un essere viviente con un’anima, che muore. Beh, “perdere” la Raffaello o la Michelangelo, a sapere cosa sono state, a me, strettamente a me, suscita qualcosa di simile. Ovvio, lo capisco che non sono il museo di Baghdad. Ma perchè considerarle solo mezzi di tarsporto obsoleti, e non piuttosto delle opere d’arte? E non è allora un delitto sbarazzarsene a prezzo di rottame? La Tour Eiffel, è forse da vendere “alla libbra”, anche se c’hanno provato, ai tempi? (citazione da un’altro vecchio amore)

http://www.youtube.com/watch?v=RdD6L4cKKU8&feature=fvwrel – tradotto qui

http://www.dusk.it/Dusk_trselling.htm

ma qui è meglio che non mi si segua). Invece il grande cetaceo di metallo agonizzante appena fuori di Giglio porto beh, non ha un’anima. Ecco perchè non mi fa pena. E’ frutto di puro conto economico, di un senso del bello americano e stereotipato e omologato, condiviso e accettato, senza rischi, da “vincitore” che come esporta la democrazia in Iraq, così contamina come catrame ogni altra concezione del “bello” in sè. D’altra parte non è arte, è solo un mezzo di trasporto, no? E da “polli in batteria”, senza gloria, stile Ryanair, dove corri a prenderti il posto come sull’autobus, e non da Pan Am anni ’70. Vabè.

Mi fa un po’ compassione, questo gigante senza l’anima, e senza significato. Forse non se lo meritava, forse lei voleva essere una regina come quelle che l’hanno preceduta. Ma, a lei come a noi, sono toccati questi anni di plastica, questo tempo, e questi “nani” schettini, così lontani dai giganti di solo settant’anni fa, ma che sembra così tanto tempo.

Riccardo

L’ARROGANZA DEI PERDENTI

gatinha-arrogante

Trasolco. Si comincia con quello meno visibile, quasi virtuale: richieste di trasferimento di linee telefoniche, internet, utenze varie. Permessi: comunali, condominiali ecc. E poi si entra nel vivo: restituzione e/o distruzione di documenti, sgombero cantine, soppalchi, ripostigli. Indi inscatolamento di tutto ciò che deve essere trasferito, imballaggi, fogli millebolle per protezione vetri, computer, tastiere, monitor, quadri, cristalli, piantane, lampade ecc. Questi fatti personalmente, con una Celeste un po’ grigio polvere dalla testa ai piedi. I nuovi uffici sono al quarto piano di una casa d’epoca: ascensori stretti, quelli con il cancelletto in ferro battuto. La casa affaccia sulla circonvallazione che è anche corsia preferenziale bus nonchè ovviamente senso unico. Niente permessi a breve perchè occorrono tre vigili, deviazione della linea bus 94, permesso ATM, assicurazioni varie ecc. Che fare? Unica soluzione: trasporto dalla strada al piano a mano. Tutto a mano: mobili e scatoloni.  Preventivi nuovi e poi  la scelta. Ieri hanno smontato i mobili negli attuali uffici e oggi sono arrivati nei nuovi. Una squadra di persone meravigliosamente efficienti, discerete, maneggiavano con cura ogni cosa, come fosse loro. Mi ha colpito anche il silenzio con cui tutto si è svolto: pochissimo rumore, pochissime parole e tanti sorrisi. Rispetto, delicatezza, gentilezza. Oggi ero ad accogliere mobili e cose nei nuovi locali: ho lavorato anche io, ho raccolto  scatoloni, li ho portati a destinazione nelle varie stanze: no.. signora no… questo è troppo pesante! Lasci, faccio io.  Non mi è mai piaciuto stare a guardare altri che lavorano, provo un profondo disagio. Ogni tanto qualcuno chiedeva timidamente “posso usare il bagno”. Altri dell’acqua (avevo mostrato subito dove stava il boccione e il dispenser..) Ogni tanto offrivo il caffè. Capivano bene la nostra lingua ma la parlavano con un pochino di difficoltà, sempre con il sorriso, perfino quando li incrociavo carichi si peso sulle spalle, sorridevano e si scusavano (loro) mentre ero io, casomai, ad intralciare i lavori.  Hanno lavorato dalle 7 alle 8 di questa sera, ininterrottamente fatta salva un’ora per il pranzo. Sudori e sorrisi, incroci pei corridoi. scusi signora, prego, passi prima lei…. Poi ho pensato all’arroganza che subisco ogni giorno da giacche cravatte gemelli mont blanc ecc ecc. L’arroganza dei perdenti. La tracontanza delle piccole persone. Il diavolo veste prada. Spesso.

LE MANI

mani mani

Ho sempre prestato particolare attenzione alle mani.
Le mani parlano, raccontano, dicono, svelano. Non solo per come sono fatte ma anche per come si muovono, toccano, afferrano, stringono, sorreggono.  Le mani dicono quanto gli occhi, e per certi versi svelano più cose.

Oggi in treno guardavo un uomo seduto davanti: aveva delle belle mani: interessanti, seducenti. Durante il viaggio riflettevo su quanto poco vengono usate oggi le mani per creare.
Le mani della mia famiglia sono state “il” lavoro: pensavo  alle mani di mio padre, a quelle del nonno. Mani abituate a stringere, piegare, montare, assemblare. Fare.
Pensavo al piacere di creare, plasmare, eliminare gli eccessi. Toccare.
La conquista di una forma,  la ricerca,  la carezza attenta che decide se è abbastanza liscia, morbida, tonda.  La cura per il dettaglio mentre la mente medita, concentrata nei pensieri, vicina alle cose più distanti. Libera di seguire un pensiero, un’idea mentre le mani seguono una forma. E la pazienza, la perseveranza, che trasformano un’idea in una forma.
A volte con fatica, senza che importi il risultato perché sarà comunque buono.

È la fatica che ci metti a rendere le cose uniche.

CI FERMIAMO QUI

Controluce si ferma qui, almeno per un po’.

Ho sempre pensato che scrivere debba essere qualcosa fatto bene, curato nei dettagli,  e per farlo occorre tempo. Non intendo il tempo cronologico bensì quel respiro dentro il quale possono trovare fiato le idee, prendere forma i pensieri, vestire questi di parole. Devono essere spontanee, arrivare dal di dentro, senza forzature, sgorgare, fluire in modo naturale.

Il fuocherello dentro di me è sufficiente per poche cose, in questo tempo, e allora occorre fare delle scelte.  Tutto cio’ che non sono doveri e incombenze, ma che appartengono alla sfera del piacere, a maggior ragione meritano cura, attenzione e anche amore.

Questo angolo è stato una pausa caffè, un sorriso, un salotto molto speciale, motivo di scambio, di risate, di riflessioni. Motivo di incontri speciali che fanno e faranno parte della mia vita al di là di questo posto, ovviamente. 
E’ stato un plaid, una coccola, una carezza. Spesso, una boccata di ossigeno e lo dico senza enfasi. Ci sono stati scambi, intelligenza, umorismo, dolcezza e anche i cazziatoni (Pieffe). Ho imparato, mi sono divertita e qualche volta ho anche pianto (!!!!!). Già.

Ma si “sente” quando qualcosa non ha piu’ il respiro giusto, il giusto colore, la giusta verve. 
Tre anni e 83.320 visite (un numero quasi imbarazzante) bastano per dire: nessuna flebo!  Ho riletto qualche post passato: c’era piu’ sentimento, piu’ passione, c’era piu’ Ori.
Invece voi siete sempre stati vivacissimi anzi, il sito è vostro, già da un pezzo, e questa è la cosa che maggiormente mi piace e mi è piaciuta, fin da subito.

Ecco
Chiedo scusa se questo post è anche un po’ … patetico? Ma serve solo per avvisare che bè ….. diciamo che io mi prendo una pausa.   NON e’ un addio.

Avete tutti la mia e mail: se vi viene voglia di scrivere qualcosa basta inviare io copio, incollo e pubblico, molto molto  volentieri. E poi chissà, potrei commentare !!! Altrimenti resta qui, un po’ in frigorifero. So che da una terra bene arata nascono belle piantine. Accadrà.

A presto. Grazie. 
Orietta

..ooOOOoo..

ringrazio di cuore, copio e incollo.

da:   PINUCCIA – 18.09.2011

Sono passata da Controluce e mi sono goduta quelle due meravigliose margherite che haI donato a tutti noi. Anche se la vendemmia non è ancora finita, nei giorni di pausa ho giocato un po’ e ho messo giù queste piccole cose. Se pensi che vanno bene per Controluce mettile pure, se no cestina pure. Non farti scrupoli. Nel pomeriggio vado ad ascoltare una conferenza su Streghe, sibille tenuta da professori dell’università di Genova in un paesino qui vicino.    Credo sia un modo per dimostrarmi che mi voglio bene…ogni tanto ci si deve concedere qualche dolcetto.

Gli asparagi e l’immortalità dell’Anima

“Non c’è alcun rapporto fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Quelli sono un legume appartenente alla famiglia delle asparagine, credo, ottimo lessato e condito con olio, aceto, sale e pepe. Alcuni preferiscono il limone all’aceto; anche eccellente è l’asparago cotto col burro e condito con formaggio parmigiano. Alcuni ci mettono un uovo frittellato sopra, e ci sta benissimo.

L’immortalità dell’anima, invece, è una questione; questione, occorre aggiungere, che da secoli affatica le menti dei filosofi. Inoltre gli asparagi si mangiano, mentre l’immortalità dell’anima no. Questa, insomma, appartiene al mondo delle idee. Naturalmente, nel caso in esame, all’idea corrisponde un fatto. Da questo punto di vista si può dire che l’immortalità dell’anima è una qualità dell’anima, una proprietà peculiare dell’anima, un concetto insomma, il quale indica il fatto che le anime sono immortali. Siamo sempre ben lontani dagli asparagi.”…… 

(Achille Campanile : Gli asparagi e l’immortalità dell’Anima)   

Gli Asparagi e l’immortalità dell’Anima è stato il primo libro che mi sono comprata quando ho preso il mio primo stipendio dall’azienda in cui lavoravo. Avevo scelto quel libro come un regalo per me. Un regalo che mi rasserenasse nei momenti bui che è ovvio succedono nella vita Mi piaceva l’idea che due cose inconciliabili trovassero il modo di fondersi e potessero originare qualcosa di bello .

A me Achille Campanile piace. I ragionamenti che fa e che possono sembrare strampalati, in realtà raccontano un mondo gentile, arguto, surreale, mai volgare.
A volte succede che con una frase, messa lì con nonchalance, faccia comprendere che la vita è leggerezza, è gioco, gioco serio. Ma è un gioco.

Qui a casa di Celeste si fa un po’ il gioco degli asparagi: si passa da cose serie a cose giocose. 
Comprendiamo tutti il suo bisogno di silenzio, di raccogliere le forze. Sono del parere che dobbiamo darle una mano: lei ci ha confortati, ci ha stupiti, ci ha commossi con i suoi post, ci ha sedotti con le sue foto.

Mettere giù qualcosa mi sembra un modo per ringraziarla della sua ospitalità.
E ricordarle che la stima per lei è immutata.

Coraggio siori e siore venghino. Mi scuso per non essere brava a scrivere come tutti voi qui.
Pinuccia. 


DA ANDREA, SETTEMBRE 2011   –  copio e incollo (grazie A.)

Michele,  Michele e Michele erano nati in un villaggio nebbioso di quelli in cui nelle sere d’inverno si cucinavano lunghissime minestre di miglio. Dall’infanzia erano sempre stati amici e, come in tutte le infanzie nascono le uniche promesse che vengono mantenute, anche nel loro caso così avvenne.

– Andremo ognuno per la propria strada – dissero, e in un giorno caldo ci troveremo in un morbido campo di grano e ci racconteremo le storie che avremo imparato.

Michele andò verso nord-est, a conoscere i freddi, le piane ventose e i grandi maghi dell’oriente.
Michele andò a nord-ovest, sperando di trovare il Sacro Graal ma finendo per deliziarsi tra i vini e gli amplessi.
Michele invece freddoloso e sereno, andò a sud, dalla gazzella attenta.

Ascoltarono tante storie, vissero ognuno un proprio sogno.
Una volta arrivati caminarono in spirali sempre più larghe, per essere sicuri che nulla sarebbe sfuggito loro.

Era un luglio di tanto tempo dopo, ognuno arrivò ad un bel campo di grano morbido.

Decisero di tracciare una mappa dei propri percorsi, che erano per altro identici.
Unendo le tre mappe formarono un simbolo che riusciva a riepilogare gli aspetti importanti: la separazione, il viaggio, il ritorno e il gusto del racconto.

Lo chiamarono tris-chele.

CONTRARIA-MENTE

Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita, come fai ad andare avanti, quando nel tuo cuore cominci a capire che non si torna indietro…  Ci sono cose che il tempo non può accomodare … ferite talmente profonde che lasciano un segno.

(Frodo Baggins)

Eppure si fa. Non solo si va avanti ma certe mattine, senti che sei contento di esserci.
Magari non c’è il cielo azzurro, non hai appena fatto un sogno tutto blu, dove tutto era blu, i muri, i pensieri erano blu, le luci erano blu. E non suonano nemmeno le campane della domenica, non cantano gli uccelli. Anzi, magari il cielo è grigio e gonfio, tumefatto, gioallognolo. Eppure ti alzi, scendi dal letto, ti infili sotto la doccia e sorridi.  Respiri all’unisono con la mattina, non importa se di pioggia o di sole.

Altre mattine invece la sensazione è quella di avere cento chili sopra il petto. Manca l’aria, fatichi a respirare. Magari non hai nemmeno avuto quel sogno che ricorre spesso: tu che cerchi di correre perché devi farlo, ma le gambe sono pesantissime e per quanto estenuante sia l’impegno, riesci solo a fare pochi passi. Eppure ti infili sotto la doccia e ti chiedi perché lo fai, ti dirigi al lavoro e ti chiedi perché lo fai.

Siamo fatti male..

Occorre tenere acceso quel fuoco che abbiamo dentro, perché ci accoglie quando rientriamo dopo  la tempesta, coperti di lividi e colmi di dolore. Prendersi cura della “casa” di dentro, tenere acceso quel fuoco è importante. E poi si può uscire. Tante volte la tempesta è passata, e c’è il sole.  Altre volte magari no.

C’è gioia senza sofferenza?  Quanto è netto il confine?

****

Ieri ho finito di guardare Il Signore degli Anelli. No, non avevo visto il film. L’ho fatto in questi giorni. Mi hanno colpito tante cose: è un film che fa riflettere. Il bene e il male. Cosa è bene, cosa è male? Gollum Smeagol è forse il solo personaggio “vero” del film, l’unico che incarna l’essenza di ogni essere vivente? In bilico tra il bene e il male, eroe e vittima. È lui che raccoglie pietà, compassione, ribrezzo.  È lui che permette la salvezza degli uomini, e il trionfo del Bene.
Film denso di metafore, di analogie, di sentimenti contrapposti. Amicizia, solidarietà, feldetà, umiltà.

Io non posso portare l’anello per Voi, dice Sam a Frodo, però posso portare Voi.

E poi odio, tradimento.  Ma quanto netti sono i confini?

Bene – Male
Bianco – Nero
Odio – Amore
Luce – buio

IMMAGINANDO

una lucia

Oggi vedevo un tramonto sul lago,
Dal crepuscolo in poi, fino al momento in cui il sole si spegne.
Ero allo studio, per cui lo vedevo con la mente.

Sentivo l’odore dell’alga che si sente quando l’aria della sera si fa pesante e si
sposa con il fiato del lago.

Vedevo la luce, la mezza luce, il controluce, e poi il velo della sera.
Sentivo i miei passi lenti scompigliare il ghiaino delle piccole spiagge,
le narici allargarsi e accogliere l’aria.

Pace. Pace con il mondo, pace con me, tregua con i miei problemi.
Pausa per la mia testa.

La luna che si specchia, le lucine danzanti come stelline sull’acqua.
Silenzio, pace, respiro.

È durato pochi istanti ma in quel momento aveva un senso solo essere li, davanti al lago.
E che tutto ciò che vedevo, sentivo, respiravo era una sensazione di appartenenza.
Io, il lago, la notte, la luna, le stelle eravamo tutt’uno.

Tornando a casa, in treno, pensavo che il lago, le montagne, la sera e il suo odore,
la notte che si avvicinava, le luci dei piccoli paesi che immaginavo accendersi e disegnare il profilo della riva, era armonia, e che il mio quotidiano è  … innaturale.
Il mio ritmo, il mio respiro, il mio vivere di corsa è innaturale. 

 

angolo lariano

 le foto sono mie, scorci lariani

reti (per pensieri)

ISTANTI

 arance

(foto mia . Dubrovnik, estate 2009)
 

A cosa serve una grande profondità di campo
se non c è un'adeguata profondità di sentimento?
(Eugene Smith)

Il desiderio di scoprire, la voglia di emozionare, il gusto di catturare,
tre concetti che riassumono l' arte della fotografia.
(Helmut Newton)

Non bisognerebbe mai giudicare un fotografo dal tipo di pellicola che usa,
ma solo da come la usa.

(Ernst Haas)
 

Non esiste la fotografia artistica.
Nella fotografia esistono, come in tutte le cose, delle persone che sanno vedere
e altre che non sanno nemmeno guardare.
(Nadar)

Attrezzatura e tecnica sono solo l' inizio. È il fotografo che conta più di tutto.
(John Hedgecoe)

E un illusione che le foto si facciano con la macchina…
si fanno con gli occhi, con il cuore, con la testa.
(Henri Cartier-Bresson)

 

Sono aforismi sulla fotografia. Secondo me trovano analogie con l'amore, per esempio. (A cosa serve una grande profondità di campo se non c è un'adeguata profondità di sentimento?)

non è un elefantino?

ELEFANTINO    (foto mia. HR estate 2010)
 

Ma a parte questa riflessione, la fotografia è una sfida al tempo. Non so fare foto, non ho fatto alcun corso, non conosco tecniche né trucchi, ma mi piace farne.
Ogni volta che scatto una fotografia è questo che io penso: al fiore, all'insetto, al tramonto, alla nuvola dico:  fermo questo istante perché  tu possa restare ed io rivederti ancora.  È il tentativo di fermare un'emozione, qualcosa che non si ripeterà.

Eppure mentre guardi un tramonto, un'alba, il volo di un uccello, un lampo nel cielo e ti fermi per scattare una fotografia, quella emozione la perdi, la perdi per sempre.
Non puoi assaporarla, goderla, perché tra te e "lei" c'è l'obiettivo e c'è la mente che deve lavorare, inquadrare, valutare. Per questo mi è capitato di rinunciare a fermare istanti che sapevo brevi. Sono fotografati dentro, non condivisibili, miei, intatti nella memoria. Come lo sono le cose non fotografabili, come un bacio, una carezza, un respiro, un brivido. Sono miei, miei e basta.

C'è chi trova triste la fotografia, quasi un patetico tentativo di mantenere in vita ciò che vive un giorno, come un fiore. È capitato anche a me di pensarlo, ma poi scatta quel click con il mio ditino. E quella luna, quel lago, quel pontile davanti a quel cielo che sanguina, li posso rivedere ma anche regalare.

 bambi

(foto mia, Canada 2008)

DUBBIO DI BOBBIO


Mi sento un piccolo granello di sabbia in questo universo

Io non sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità. Religiosità significa per me, semplicemente, avere il senso dei propri limiti, sapere che la ragione dell’uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infimo rispetto alla grandiosità, all’immensità dell’universo. (…)

Io vivo il senso del mistero, che evidentemente è comune tanto all’uomo di ragione che all’ uomo di fede. Con la differenza che l’uomo di fede riempie questo mistero con rivelazioni e verità che vengono dall’alto, e di cui non riesco a convincermi. Resta però fondamenale questo profondo senso del mistero, che ci circonda, e che è ciò che io chiamo senso di religiosità

La mia è una religiosità del dubbio, anziché delle risposte certe. Io accetto solo ciò che è nei limiti della stretta ragione, e sono limiti davvero angusti: la mia ragione si ferma dopo pochi passi mentre, volendo percorrere la strada che penetra nel mistero, la strada non ha fine. Più noi sappiamo, più sappiamo di non sapere. Qualsiasi scienziato ti dirà che più sa e più scopre di non sapere. Credevano di sapere di più gli antichi, che non sapevano niente al confronto di quello che sappiamo noi.

Abbiamo allargato enormemente lo spazio della nostra conoscenza, ma più lo allarghiamo più ci rendiamo conto che questo spazio è grande. Cos’ è il cosmo? Cosa sappiamo del cosmo? Come e perché il passaggio dal nulla all’essere? È una domanda tradizionale, ma io non ho la risposta: perché l’essere e non piuttosto il nulla? Io non mi sono mai nascosto di non avere una risposta, e non so chi sappia darla a questa domanda ultima, se non per fede. (…).

E di fronte alle domande cui è impossibile dare una risposta – perché di questo sono certo: non posso dare una riposta, benché appartenga ad una umanità che ha realizzato progressi enormi – mi sento un piccolo granello di sabbia in questo universo. E negare che la domanda abbia senso, come potrebbe fare una certa filosofia analitica, mi pare un gioco di parole. Probabilmente dipende dalla mia incapacità di andare al di là. Ma quando sento di essere arrivato alla fine della vita senza aver trovato una risposta alle domande ultime, la mia intelligenza è umiliata. Umiliata.

E io accetto questa umiliazione. La accetto. E non cerco di sfuggire a questa umiliazione con la fede, attraverso strade che non riesco a percorrere.  Resto uomo della mia ragione limitata – e umiliata. So di non sapere. Questo io chiamo “la mia religiosità”.

Norberto Bobbio, La Repubblica” 30 aprile 2000

http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/000430e.htm#inizio

PENSIERO ULTIMO


E' questo il difetto delle parole.
Stabiliamo che non c'è altro mezzo d'intenderci e di spiegarci, e finiamo con lo scoprire che restiamo a metà della spiegazione e così lontani dal comprenderci che sarebbe stato molto meglio lasciare agli occhi e al gesto il loro peso di silenzio.
Forse anche il gesto è un di più. In fin de conti, non è altro che il disegno di una parola, il muoversi di una frase nello spazio. 
Ci restano gli occhi e il loro accesso privilegiato alle apparizioni".

Josè Saramago – Di questo mondo e degli altri

E20

  
 


Accadono cose che sono come domande, passa un minuto oppure anni e poi la vita risponde. (A Baricco – Castelli di rabbia).

Trovo affascinante, curioso, interessante questo concetto: ho parlato diverse volte, anche qui in Controluce, dei fili  che legano eventi e persone. A volte legami potenti, determinati da fatti banali.

A volte invece sembra che ci siano stati cuciti addosso come abiti su misura, come tessere mancanti del puzzle che siamo, come fili della ragnatela che ogni giorno costruiamo, perfezioniamo, rafforziamo, ripariamo e che ci collega con gli altri, con l’universo, che permette scambi e relazioni. Che consente trasmissioni, interferenze, interazioni, empatie. Legami.

Succede quando accadono quelle cose che  sembrano disegni, schemi, cose che dovevano accadere. Momenti che pare ci hanno sempre atteso e che abbiamo sempre aspettato e che arrivano quando il tempo è giusto, ma sembra quello sbagliato. Ma poi non è mai giusto e non è mai sbagliato. Accadono quando accadono, semplicemente.
 
Capita di sfiorare esistenze, che sfrecciano trasportate dal proprio tappeto, mentre noi attraversiamo il nostro tempo a bordo del nostro tappeto: ne sentiamo il fruscio, percepiamo l'odore, le avvertiamo sui peli come fossero aria, sono vicine, le possiamo annusare.
Ci spettinano, passando, scompigliano le frange dei tappeti, come fa il vento e ci passano sulla pelle, gonfiando i nostri vestiti, come fa il vento.

E forse è mancato poco, forse è bastato poco: un pugno di tempo, una decisione rimandata, un treno non preso, una gita annullata, uno starnuto. Uno starnuto, una scarpa slacciata, le chiavi cadute per terra ed è passato il tappeto in un tempo diverso dal nostro.

E certe volte è vero che " al destino di certo, non manca il senso dell'umorismo", come disse Morpheus a Neo in "Matrix",
 
Sliding doors, un bel film: corri, ma la porta del metrò si chiude, perdi il treno per un pelo, e la tua vita ha un corso. La variabile: tu che corri, arriva il metrò, lo prendi al volo mentre le porte si chiudono e la tua vita ha un corso diverso perché seguono cose diverse, incontri diversi, perché arrivi in un posto in un tempo diverso dove stanno accadendo cose diverse.

Una terza variabile che però non è nel film: un certo metrò  non arriva, quindi non c'è nessuna porta che si apre né in tempo né fuori tempo: due persone restano dove sono e accadono cose che non sarebbero accadute se fosse arrivato un qualsiasi metrò.


Insomma, eventi banali che determino eventi che ne determinano altri che tutti  insieme scrivono la tua storia. Strano, vero?

"Getta un sasso in un fiume e il mondo non sarà più uguale a prima".

 "Basta il battito d'ali di una farfalla per sconvolgere il mondo".

Cosa accadrebbe ora, o domani, se io adesso fossi in riva al lago e non sul mio divano? E se fossi al cinema? A teatro?  E se fossi in vacanza a Praga?

Avrei incontrato qualcuno se non avessi letto mai Il Piccolo Principe, oppure se oggi avessi mangiato una pizza invece del gelato?

A volte sono odori speciali che ti passano accanto, mani che tocchi senza toccare, fiato che senti nel fiato per qualche istante. 

A volte qualcuno o qualcosa arriva, inaspettatamente, senza averlo cercato, deciso, voluto. E ti accorgi che era tutto ciò che serviva, che non poteva non arrivare perché non era mai mancato così tanto prima di quel momento.  E che una "banale" coincidenza ti ha offerto, per un po', una impagabile felicità.

Accadono cose che sono come domande: Il Piccolo Principe ha  viaggiato, e trovato risposte, soprattutto che l'essenziale è invisibile agli occhi. E io penso che abbia ragione. Non servono gli occhi servono il cuore, l'immaginazione. Serve leggere oltre. Oltre.

SIPARIO


“Viviamo in un mondo in cui l’uomo è l’abito che indossa.  

Meno c’è l’uomo, più è necessario l’abito”.

Siamo stanchi di tanti abiti e di pochi uomini. Stanchi di bugie, di mezze verità, di cose non dette, dell’ipocrisia. Di tattiche e strategie.

C’è bisogno di lealtà e di trasparenza, di cose vere, poche e vere. Troppi stagni di acqua ferma e torbida a mescolare smorfie con sorrisi, e falsi pudori, finte partecipazioni, ipocrite condivisioni.

Troppi rumori, troppa musica. Recitiamo ruoli che finiscono per inghiottire ciò che siamo, respiro dopo respiro.

Basta con i vestiti basta. Servono persone. Persone. Persone. Persone che sanno ancora stringere una mano con fermezza e lealtà, persone la  cui parola vale ancora l’onore che riveste.

Viviamo di relazioni, siamo animali gregari ma siamo soli. Troppi che “sotto il vestito niente”, troppe giacche senza sotto un cuore, troppi occhiali scuri sopra occhi che non si fanno vedere.

C’è bisogno di cose vere, di fiducia. Di fiducia. Di essere  uomini e donne senza cerone a soffocare, a opprimere, a imprigionare.

C’è  bisogno di abbracciare alberi, di sentire il prato sotto i piedi nudi, c’è bisogno di carezze, di odore di pelle senza profumi. Di terra. C’è bisogno di terra, di odore di foglie e di persone.  C’è bisogno di sentire mani nelle mani il cuore dentro le mani e contro il cuore.

Di fare l’amore senza istruzioni senza silicone senza manuali, senza aver bevuto, senza averlo programmato. Senza aver deciso le mutande da indossare.

Abbiamo paura di parlarci e di toccarci veramente. Paura di eplorare.  Paura di spogliarsi.

Stanca. Tutto questo vivere di plastica. stanca 

Ci si abiuta a tutto, anche a vivere in multiversi, a vagare dentro gli strati come zombie, inconsapevoli degli orizzonti, dei confini tra più mondi. Ci perdiamo, dentro i nostri labirinti, ci guardiamo allo specchio senza riconoscersi. Togliamo strati di cerone trascinando via sorrisi o smorfie di dolore senza sapere quand’è che son finiti.

Il canto degli uccelli, il rumore dell’acqua sono tutti registrati. Basta chiudere gli occhi.  La luna e le stelle, il sole, sono affreschi sullo sfondo, dirimpetto il sipario.

Venghino signori. Venghino.

BAU

 


 

Era già capitato di recente in Sardegna: una cagnetta ferita in un bosco e il suo amico quadrupede che abbaia allo sfinimento fino ad attirare l’attenzione di due cacciatori. E ora anche in Giappone: un cagnetto che assiste il suo amico tra le macerie lasciate dal terremoto e dallo tsunami. Quando sono arrivati i soccorritori hanno cercato di portare via il cane che stava bene e lasciare al suo destino il Fido ferito. Ma quello non ne ha voluto saperne. Non si è mosso di un millimetro. Guaiva come a dire: “O portate via entrambi, oppure preferisco morire qui con lui”. E’ andata nel migliore dei modi. I due cani sono stati soccorsi entrambi e ora sono in un centro veterinario. Forse li chiameranno Eurialo e Niso.

La morale è che ci chiamate bestie ma noi non scappiamo quando c’è un amico in difficoltà. Perché abbiamo sentimenti e talvolta più umanità degli umani.
Un bau a tutti.

Un articolo che emoziona: l’ennesima prova di fedeltà da parte di questi esseri speciali quali sono i cani. Molti di noi sono cresciuti con Rin Tin Tin, Lassie. Recentemente è arrivato Rex, il cane poliziotto.  C’era anche il mitico Skyppy, che era un canguro.

Protagonisti di storie meravigliose: loro erano l’appuntamento quotidiano più speciale dei bambini. Erano nei sogni, nei disegni, più che nei gadgets. Erano nei cuori dei bambini più che sulle copertine dei quaderni, più che sopra gli zainetti di scuola.

In quei telefilm c’era dentro tutto: lezioni di pace, di amore, di rispetto. La cura e l’attenzione per chi è più debole, per chi non può difendersi, per chi non ha modo di farsi valere. Per chi è diverso.

Era chiaro cosa è il bene e cosa il male, cosa è giusto e cosa non lo è. Erano chiari i valori quali solidarietà, amicizia, fedeltà ed era chiaro dove risiede la bellezza e l’armonia. E quanto fosse importante l’onestà e quanto preziose le piccole cose.

Sto andando fuori tema, ma ci torno subito. Chiaro che il tema è l’amicizia, la solidarietà: in una parola sola l’amore che da solo rappresenta tutto.

Si parla tanto, ora, di amicizia: sorrido quando sento i ragazzi in treno dire: Luca mi ha chiesto l’amicizia su facebook. Amicizia ?!! Meglio sarebbe dire “contatto” oppure “autorizzazione”.

Amicizia! Termine abusatissimo anche “fuori” dal mondo virtuale, dai social network, dalle varie chat e dai vari blog. Si fa in fretta a dire “un mio amico, una mia amica”. Capita anche a me ma poi sempre mi correggo, a proteggere quel valore e allora dico: “anzi conoscente… direi un conoscente”.

Faccio fatica a vedere un confine tra ciò che definiamo “amicizia” e ciò che definiamo “amore”. Non puoi amare qualcuno senza essere suo amico, e non puoi essere amico di qualcuno senza amarlo. E l’amicizia è un sentimento alto, un valore che si fonda sulla stima e sulla solidarietà, sul rispetto, sulla fiducia. Come l’amore. Poggia su valori altrettanto alti e comprende anche rinunce e disponibilità. Disponibilità? Cos’è?

Tornando all’articolo, che è il responsabile di queste riflessioni mi vien da dire che chi non ha auto cani forse non sa di cosa sono capaci. Per molti questa loro natura è poco dignitosa. Io invece sostengo che bisogna guardare dentro lo sguardo di un cane per trovare la dignità che abita dentro l’umiltà alta.

Molti ci vedono umiliazione al posto di umiltà. L’umiliazione dello zerbino. Esiste, certo, ma non appartiene ai cani. C’è un pozzo dentro gli occhi di un cane: dentro quel pozzo ci si può calare con la certezza di essere al sicuro anche se è buio e umido. Li dentro abita la capacità di amare senza compromessi e senza riserve. Abita anche quella rassegnazione adulta, matura, di quando è “finita”. Che è accettazione, e mai fine della lotta. Un cane non smette mai di lottare, è capace di camminare per mesi e mesi o per anni se ti deve rovare. E’ capace di resistere (con dignità senza pari) a qualsiasi freddo e caldo e fame e sete e morire senza un lamento.

Abita dentro di essi una specie di … consapevolezza del mondo, una grande saggezza. Secondo me loro possiedono la chiave dei segreti del mondo.  Io non so come fanno, ma so che “loro sanno”. Loro sanno leggere dentro di te, sanno quando stai male quando sei felice. Sanno quanto sei stanco quando sei nervoso quando sei semplicemente annoiato.

E fin qui forse è anche facile. Ma loro sanno quando sei ammalato, lo sanno, esattamente come sanno di essere ammalati quando loro sono ammalati. E non ci lasciano mai soli, non lo fanno mai.

Un cane mangia il suo piccolo quando sta male. Un gesto crudele? No, ovviamente. Un enorme gesto di pietà e di amore e di consapevolezza. Mio padre ha vissuto 4 anni con un cane che ora vive con me da 6: si è ammalato a maggio, mio padre, cancro ai polmoni. Ful sapeva. Io sentivo che lui sapeva, ancora prima che noi tutti sapessimo, prima che mio padre sapesse. Mi trasferii praticamente a casa sua: per qualche mese lasciai quasi completamente la mia casa e vissi con loro due. Le finestre al piano terreno della casa erano costantemente piantonate, dal di fuori. In qualsiasi stanza mio padre si trovasse, Ful era fuori dalla finestra di quella stanza. Per mesi.

Morì in dicembre dello stesso anno e lui ovviamente sapeva. Non lo cercò mai perché semplicemente sapeva. Lo lasciammo ancora diversi mesi nella casa: la nostra presenza era frequentissima, ovviamente, non volevamo semplicemente non volevamo staccarlo di botto dalle sue abitudini, dai suoi luoghi e probabilmente sbagliavamo: lui sapeva.

Un paio di anni dopo la morte di mio padre, lessi che sanno avvertire il tumore al polmone, lo annusano dal fiato, prima ancora che qualsiasi potentissima tac possa fare una qualsiasi diagnosi.

Hanno un’anima speciale e la fine dell’articolo “La morale è che ci chiamate bestie ma noi non scappiamo quando c’è un amico in difficoltà. Perché abbiamo sentimenti e talvolta più umanità degli umani” io non la trovo corretta, toglierei “tavolta”. Inoltre “umanità” non significa niente: è un termine che viene usato per indicare valori che spesso non appartengono affatto agli uomini.

Sarebbe un mondo meraviglioso se fosse governato dai cani. Giusto, corretto, con regole semplici e un ordine preciso. Affidabile e sincero. E a proposito di sincerità (poi giuro la faccio finita, sopportatemi): quante sono le amicizie che girano attorno alla nostra esistenza che non comprendono bugie, oppure segnate da mezze verità? In altre parole è soprattutto l’opportunismo che regola molti dei rapporti che abbiamo, inutile raccontarci balle: abbiamo bisogno di relazioni e per non perderle, mentiamo … Triste? Forse, ma forse solo umano. Appunto, umano quindi non comune ai cani (per esempio).

Con il passare degli anni impariamo a sentire sulla pelle – cioè sotto il pelo che abbiamo perduto – chi ci “adopera”, e distinguerlo da chi è presente nei nostri giorni perché ci vuole bene e ci ha scelti per costruire un rapporto che cresce, con lo scambio, la condivisione, il confronto.

E’ con il tempo e sulla pelle che impariamo ad usare con parsimonia la parola “amico – amica” e a scegliere con chi passare il nostro tempo.

Io con i miei cani non sento mai niente sulle pelle se non la voglia di sentire il loro fiato, anche quando – diciamolo – proprio profumato …. non è.

GROVIGLI DI PENSIERI

reti in rose

(foto: mia)

Allo specchio siamo braccia, corpo, gambe capelli. Occhi, denti, unghie. Scatole, belle o meno belle. Armoniosi nei lineamenti oppure disarmonici, delicati o marcati nei tratti. Figure slanciate, snelle oppure formose, rotonde o secche. Visi regolari o asimmetici, sorrisi simpatici, teneri o disarmanti, o poco attraenti. Siamo noi, ci diciamo allo specchio, in fotografia. Ci riconosciamo. Si?

Ma c’è un posto, che è anche un istante,  in cui si mescolano il giorno e la notte della coscienza, quel punto indistinto del ponte che accoglie e unisce luce e tenebre, bellezza e fango, freddo e caldo, bene e male, dentro e fuori.
Somiglia al sonno quando non è acnora sonno ma non è più veglia. E’ il punto estremo della linea di confine del crepuscolo o dell’alba, un guizzo appena percettibile, evanescente per il Tempo così come lo conosciamo, ma sterminato nel Tempo nello stato incorporeo del mondo.

E’ li che si svolge l’incontro tra consapevolezza e anima. L’anima che sente, che pulsa senza meccanismi, lo scrigno dell’istinto.  Potente e chiaro come la luce del mattino, trasparente come acqua. E’ l’istinto che fa in modo che noi “sappiamo”.
E’ lui che ci avverte, che ci solleva il pelo quando è paura, che arriva avvolto di tenebre nei nostri sogni e si veste di immagini. Scrive, con le immagini. Racconta fiabe, ci avverte, ci ammonisce, ci suggerisce.
Ci mostra ciò che siamo, ci informa di noi, deponendo nei sogni i suoi graffiti i suoi disegni animati. Messaggi potenti, preziosi se li ascoltiamo, se vogliamo riconoscerli e attraverso questi, ri-conoscerci.

In quel territorio, infinitamente sottile per le misure del mondo, ma molto meno sottile per il mondo in cui vive l’anima, si trovano il senso dei fili, le risposte, il suolo dei numeri e dei suoni, e un’altra natura del Tempo. E’ un luogo indeterminato:  da lì i numeri sbucano fuori, evadono e si travestono affinché il loro mistero continui ad essere mistero, da questa parte del confine, qui, dove vivono le “scatole”, i corpi funzionanti grazie ai cuori che battono e al sangue che circola, ai reni che lavano.

Lì ci sono risposte, basta saperle accoglierle, volerle leggere.
Saper dar retta alle voci senza suoni, alle immagini che ci compaiono senza che passino attraverso gli occhi. Dentro, sotto la cenere della consapevolezza, tra la brace dell’anima si sa sempre cosa si deve fare, cosa si vuole e cosa sarebbe giusto fare per noi.

E’ il giorno del mondo, con le sue chimere, le sue illusioni, le sue luci colorate ad allontanare l’istinto: basta un golfino per eludere il brivido sulle braccia, calmare il pelo che si solleva.
Basta un po’ di frastuono, una risata,  per mettere a tacere la vocina che cerca di dare l’allarme, che ci avverte che ciò che cerchiamo è altrove, e che esiste, e che abbiamo unghie e dita per scavare, e denti per mordere e gambe per salire e che abbiamo tutto, ma proprio tutto per riscattarci,  per raggiungere ciò che noi siamo di dentro e finalmente congiungere queste due parti.
E’ dolore ciò che le separa, un dolore che ad un certo punto diventa insopportabile.
Ma quando arriva la consapevolezza, ecco che siamo forza splendente che nessuno può fermare.

Occorre imparare a stare in silenzio e raggiungere “quel” posto. Li ci siamo noi, con tutte ma proprio tutte le risposte. Lì vediamo chiaramente i tratti di coloro che sono i predatori della nostra energia, i ladri della nostra luce. Vediamo lo stato di salute del nostro esistere e di chi ci porta via la libertà di essere ciò che siamo, il diritto di essere ciò che siamo davvero. Ci porta lontani dalla nostra natura, dal nostro naturale battito.

Siamo animali: prima di imparare noi “sappiamo”. Prima di capire noi “sentiamo”. Prima di diventare, noi “siamo”. Abbiamo l’intuito, sappiamo sempre meno usarlo, meno ancora lo ascoltiamo. Lo deridiamo, spesso, lo mettiamo a tacere. Il presentimento, il fiuto, la capacità di annusare, a quattro zampe il mondo. Quella di avvertire il temporale, la tempesta, di  sentire dove c’è acqua e dove fuoco sono diventate storie di realtà selvagge, che non esistono più, perchè ci siamo “evoluti”.
Perché il cervello “sa” e ad esso bisogna affidarsi. Dobbiamo essere razionali, decidere, pianificare. Dobbiamo essere sempre più testa sempre meno pancia,  sempre meno pelle. Vivere di strategie:  esistenze come partite a scacchi, piani di guerra, progetti tracciati e scommesse, sfide.

Ma noi … siamo fatti di fiato, di pensieri, di desideri, di anima. Siamo intrecciati ai fili che uniscono le persone alle cose, il mistero che stabilisce gli incontri, che fa leggere i ricordi, che ci fa sentire l’odore di chi ci è simile, fino a raggiungerlo. Siamo rabdomanti. Intrecciati alla magia dei numeri, legati ai tracciati delle stelle, subiamo la luna, il potere dell’acqua, i minerali, la luce e il buio. Affidarci a ciò che sentiamo molto spesso è la salvezza.

cielofiorentino

GIOSTRE


E’ questo ciò che posso consigliare ad altri: cambiare vita per curarsi, cambiare vita per cambiare se stessi.  Per il resto ognuno deve fare la strada da solo. Non ci sono scorciatoie che posso indicare. I libri sacri, i maestri, i guru, le religioni servono, ma come servono gli ascensori che ci portano in su facendoci risparmiare le scale.
L’ultimo pezzo del cammino, quella scaletta che conduce sul tetto dal quale si vede il mondo o sul quale ci si può distendere a diventare una nuvola, quell’ultimo pezzo va fatto a piedi, da soli.

Un altro giro di giostra – Tiziano Terzani.

Ieri sera, ore 18.30, stazione di Saronno. Scendo, mi assale un odore fortissimo: fiori di acacia. Inconfondibile, penetrante. Sono fiorite,  penso tra me e me. Sono fiorite oggi.

Mi incammino verso il sottopasso e mi guardo attorno: un mare di persone, quasi tutte di corsa, in bilico tra tacchi alti e valigette 24 ore. Qualcuno ha le chiavi della macchina in bocca, mentre con una mano litiga con la cerniera della borsa con l’altra regge colomba e uovo di cioccolato, imprecando.

Una bambina ha una gabbia rosa con dentro un gatto e la mamma la incita a scendere veloce, sennò restano sul treno, lei e il gatto.
Qualuno parla al cellulare, tenendolo tra guacia e spalla mentre cerca di infilarsi la manica di un golfino: gli altri dietro imprecano per il passo rallentato: qualcuno deve correre perché appena fuori dalla stazione deve prendere il bus e quello si sa non aspetta nessuno.
Molti si scambiano auguri: Buona Pasqua. Anche a te, andate via? No, figurati, le code. Magari in un altro week end. Ciao allora, un bacio ai bambini.
Qualcuno annuncia la promessa di dormire tre giorni, una donna con passeggino biposto cerca di scendere le scale del sottopasso bloccando il flusso di persone tra banchina e scale. Due uomini le danno una mano: il passeggino va sollevato, non ci sono scale mobili a scendere. Una coppia anziana scrolla la testa: lei dice a lui te lo avevo detto che si doveva evitare questa ora di punta.

Mi dirigo all’uscita dalla parte del binario n. 6. C’è un piccolo parcheggio, e su questo affaccia una vecchia casa, di mattoni, mezzo diroccata, con i vetri rotti, probabilmente un edificio della stazione  che fu.
Quasi totalmente rivestita d’edera, bella, autenticamente vecchia e autenticamente verde, un verde vero, selvaggio, sopra un vecchio vero, senza un solo cenno di recupero. È bella così, la guardo e la ricordo in autunno quando la vite rampicante è rosso infuocato.

È fuori luogo, la vecchia casa, come lo è l’odore dei fiori di acacia. Stridono, con le corse delle persone, le imprecazioni, con il passaggio veloce della gente che sale scende dalle auto, con il rumore delle ruotine dei trolley, con l’attesa del treno Malpensa Express che transita sul sei. L’odore dei fiori probabilmente lo hanno sentito in tre. Forse.

Qualcuno nel parcheggio mi aspetta,  individuo l’auto, salgo, guardo fuori dai vetri e quello che vedo e sento sembrano due parti di due film distinti, accostati dal gioco di un regista strambo, oppure due pellicole mescolate per caso, infilate nello stesso proiettore e proiettate parallelamente.

Arrivo a casa: da queste parti le acace non sono ancora fiorite, sono sempre indietro di una settimana rispetto a “giù”. Però sono fioriti i tigli davanti casa, dall’altra parte della strada.
Metto una pentola di acqua sul fuoco e nell’attesa mi siedo sotto il portico: il prato di casa mia è disseminato di pratoline, le trovo rassicuranti.
C’è un po’ più di armonia, è tutto più omogeneo e perché lo sia maggiormente, salgo in camera, mi levo la camicia bianca il pantalone di tela blu, le scarpe, mi infilo una tuta da ginnastica e le infradito e mi sento meglio, meno inquieta, più in linea con le cose di fuori.

Manca armonia, nella mia vita. Ciò che c’è dentro stride con con fuori, spesso, troppo spesso. Passando lo sguardo sulle margheritine arrivano i pensieri ad inquinare l’istante: calcoli, scritture private, recupero crediti, arretrati, bilanci che scadono. E poi il  mio personale che non so fare.
Stride, il mio esistere.  Accidenti se stride.

GIARDINI DI DENTRO


Non sapeva come fosse accaduto. Forse attraversando una qualche parete del Sonno, fatto sta che come Alice dopo il volo nella tana del Bianconiglio, Stella si trovò in uno strano giardino.
Il suolo era piuttosto simile ad un prato anche si l’erba non era soltanto di colore verde bensì di differenti colori e i fiori, sebbene era chiaro fossero fiori, erano differenti dai fiori presenti sulla terra.

Era uno scenario un po’ fiabesco ma lei era sicura di essere sveglia.
Soffiavano differenti venti, alcuni erano come alito caldo, altri le procuravano brividi, una sensazione gelata come fosse fiato di un essere di acciaio.

Il suo cammino, le direzioni che prendeva, condizionavano ciò che provava, sulla pelle quali il caldo e il freddo ma anche l’umore.
Passava infatti da uno stato di profonda tristezza, ad uno di una diffusa e calda serenità.
Da una sensazione di dolcezza che le si allargava nel petto, invadendola, ad un senso di solitudine o di profonda disperazione.

Man mano che procedeva, si faceva sempre più chiaro che erano i suoi spostamenti a farle provare diverse sensazioni e a modificare il suo umore.  Fu presto chiaro come il sole: si trovava in un giardino speciale, il giardino dei sentimenti e delle emozioni.

Consapevole di questo Stella  cominciò ad osservare quello strano posto con occhi differenti e si accorse che laddove provava dolcezza, crescevano fiori semplici, simili a piccole margherite e il sole regalava una sensazione tiepida, delicata, come primavera.
Passeggiando entrò in una zona arida, dove era il colore grigio a dominare il cielo ma anche il prato e crescevano piante spinose, senza foglie, che cercavano di ferirle le caviglie, di avvinghiarsi attorno ai polpacci. Non fu facile uscire da quella zona del giardino perché provava una sensazione che la faceva soffrire ma dalla quale non poteva liberarsi. Si trovò a pensare alle persone che conosceva, agli amici, ai vicini di casa, ai conoscenti e desiderò cose brutte per tutti … e allora capì. Era nel giardino della Superbia e dell’Invidia.

Corse, terrorizzata e ferita e si ritrovò in un posto che pareva avvolgerla, come un abbraccio: sembrava fosse entrata in una bolla, in una capsula di tempo che racchiudeva lei immersa in un silenzio quasi liquido,  un silenzio teipido, rassciurante, in cui la luce arrivava con discrezione, senza ferire gli occhi, e il giardino che la circondava mostrava i suoi fiori sotto quella luce, d’ambra, che accarezzava fiori, piante. C’era armonia, equilibrio.

Si chiese se fosse un sogno o se lo fosse prima, quando scappò da quel luogo ostile ma poi si guardò la pelle e vide i graffi e capì che tutto il mondo era un giardino, immenso, variegato, con tante trappole e colori, voci e  suoni. Si trattava soltanto di ascoltare con l’orecchio speciale, quello che si nasconde dietro gli occhi e vedere con l’occhio speciale, quello che sta dietro le orecchie.

E allora capì che il giardino non era esterno a sé, ma che era dentro di sé.

PENSIERI


Mi piaceva pensare che i problemi dell'umanità potessero essere risolti un giorno da una congiura di poeti: un piccolo gruppo si prepara a prendere le sorti del mondo perché solo dei poeti ormai, solo della gente che lascia il cuore volare, che lascia libera la propria fantasia senza la pesantezza del quotidiano, è capace di pensare diversamente. Ed è questo di cui avremmo bisogno oggi: pensare diversamente.

tiziano terzani

Foto da web

Da Ale

Ciao Ale


 

NO TITLE



Apro, due minuti fa, la pagina "news" di Google:

PRIMA PAGINA

  • Parigi: la Nato avrà solo un ruolo tecnico, a noi la guida
  • Abolito aumento 1 euro al cinema
  • Intesa tra PDL e la Lega sulla mozione
     

mi sposto su: ITALIA 

  • Napolitano: chiarisca la sua posizione.
  • Con lo spostamento di Galan ai Beni culturali, l'esponente dei Responsabili ha giurato al Quirinale
  • Abolito aumento 1 euro al cinema
  • Ruby: Sì la conflitto di attribuzione ma il processo al premier non si ferma.

E … solo "dopo" Ruby:

Nube sul Nord Italia, da stasera.
ROMA – Alcune masse d'aria debolmente contaminate da materiale radioattivo rilasciato a Fukushima dovrebbero passare oggi sulla Francia e proseguire per l'Italia, che dovrebbe essere 'sorvolata' fra oggi e domani. Lo afferma il bollettino quotidiano … ecc ecc.

Prosit !

VAL-ORI

 

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La dignità è un valore tra i valori. Preservarla, conservarla, difenderla è un dovere verso sé.  Perderla  è smarrire qualcosa di profondo e ancestrale.
Ci si può giocare tutto su un tavolo di pocker sbagliato. Non è sempre vero che quando il gioco di fa duro i duri incominciano a giocare. A volte lo fanno gli sciocchi.

Chi calpesta la dignità altrui, va allontanato presto e subito, senza pensare alle possibili perdite, perché ci sarebbe solo  da guadagnare.  Nulla di buono potrà mai arrivare da chi cerca di privarci della dignità. Non ci può essere libertà senza di essa e diventare ricattabili significa perdere la condizione di persone libere.  La dignità è coerenza tra pensiero e azione.
Un valore e come tale non negoziabile. Chi ne fissa il prezzo, semplicemente non ne possiede.  Ma oggi più che mai tutto è relativo,  così anche  il peso dei valori. Tutto può essere merce di scambio, moneta liquida, disponibile, immediatamente convertibile e spendibile.

E capita di incontrare coacervi di pirati che ci propongono compromessi che non valgono una briciola dei nostri valori. Eppure c’è chi ci mette sopra un’etichetta con codice a barre.  Ultimamente c’è un tre per due in giro. Con tessera punti, regali, ricchi premi e bollini fedeltà.

Mi chiedo cosa lasciamo ai bambini, se resterà qualche piantina come quella protetta da Walli-e con Eve per ricominciare a coltivare valori, per salvare un po’ di quell’humus che permette ad uomini e donne di essere persone libere per davvero.

AIUORCAIEM

Francesca al Mulino parla del lavoro, delle corse, della qualità della vita, del tempo per sé.
SirBiss in OdorediLago rimpiange il lavoro che ha perduto, dopo molti anni.
E io? Che posso dire?  Mah !
Ci sono giorni che graffiano il cuore, più di altri.  E non è normale che sia il lavoro, a farlo, e infatti non lo è. A ferire è l’umanità. A volte è difficile non farsi coinvolgere emotivamente, non provare rabbia o disprezzo, mantenere  distacco e freddezza. Separare le offese “da lavoro” dalla vita personale, intima, che non può e non deve essere contaminata, scalfita, inquinata, coinvolta dalla pochezza da parte di chi non scegli ma che ti tocca di subire.
Pensando con lucidità sono cose che sappiamo tutti ma raggiungere la consapevolezza e quella necessaria lontananza equivale a un cammino spesso lungo e non sempre semplice.
Non possediamo un tasto reset, ma dovremmo pensare come se lo avessimo, e premerlo non appena si appende un telefono, o si chiude la porta la sera.
Noi non siamo il nostro lavoro, come non siamo ciò che mangiamo né ciò che pensiamo.
E non siamo nemmeno i graffi che portiamo, nemmeno quelli infertici da chi amiamo o abbiamo amato.
Forse ciò che siamo è “la” ricerca di una vita, una ricerca dentro la quale ci perdiamo: troppi gli inganni, i caleidoscopi che confondono cattive e buone intenzioni, egosimi e affetti, passioni e doveri, che offrono giustificazioni alle offese, rumori che copriono silenzi che potrebbero parlarci davvero, luci abbaglianti che coprono altre piccole luci che invece potrebbero indicarci alcune verità.
Bisogna imparare a guardare senza le lenti deformanti che abbiamo sopra gli occhi, costi quel che costi.
Leggere sotto e oltre le righe ottuse di ciò che appare che spesso è finto e foriero di inutili disagi, fuorviante e causa di enormi dispersioni di energie. Un insulto, per la propria persona che merita il nostro rispetto, e cure e attenzioni. Anche quando il prezzo è alto, ne vale sempre la pena.
Perché questa riflessione non lo so. Un disagio, forse. Qualcosa che sta stretto, che costringe, che limita.
Gli affetti non possono essere confinati in spazi stabiliti nello stesso modo in cui il lavoro deve occupare spazi definiti. Anche quando coincide con una passione.

GUARDA

(foto da web)

– Mi fanno male gli occhi –
– Perché non li hai mai usati –

(dal film Matrix)


 Un percorso, dagli occhi al cuore: vedere o guardare? Vedere: i colori, la luce, il mare, le stelle. Ci stupiscono un tramonto, un prato di stelle, un arcobaleno.

Guardare: i particolari, sprofondare dentro un’immagine, pensare oltre l’immagine. Vedere: è “occhi che catturano immagini”?

Ma quand’è che “guardiamo”? Solo quando elaboriamo ciò che vediamo?

“Guardare” è davvero qualcosa di più profondo del “vedere”, così come si dice/legge spesso?

Io apro gli occhi, e vedo. Una persona cieca è definita “non vedente” e non “non guardante”.

Quando sto vedendo e quando sto guardando?

Cos’è che implica un’opinione? Il guardare? Cos’è che provoca un’ emozione? Il vedere?

Un quadro, un tramonto, un fiore ci colpisce, ci regala emozioni. Perché lo abbiamo visto o perché lo abbiamo guardato?

Guardare e vedere: la differenza, apparentemente, pare chiara a tutti. E abissale. Il significato di ciascuno dei due verbi pare univoco.

Ma …. riflettendo: è davvero tanto semplice definire “guardare” e “vedere” e soprattutto è davvero tanto chiara la differenza?

CON-TATTO

(foto da web)

Nelle postume lezioni americane –  pubblicate col titolo – “L’invenzione della poesia” (In italia edito da Mondadori, 2004) – Borges afferma che:

“Un libro è un oggetto fisico in un mondo di oggetti fisici. È un insieme di simboli morti. Poi arriva un buon lettore e le parole – o, meglio, la poesia che sta dietro le parole, perché le parole in sé sono semplici simboli – tornano in vita.  Ed ecco la resurrezione della parola. (…)  Sicchè si può dire che la poesia è ogni volta una nuova esperienza. E, tutte le volte che leggo una poesia, l’esperienza accade. Ecco che cos’è la poesia”.

Il vescovo Berkeley ricorda che Borges ha detto:

il sapore delle mele non si trova nella mela che non può gustare se stessa, né nella bocca di colui che la mangia. Ci vuole un contatto fra l’una e l’altra.  Lo stesso accade nel caso di un libro, di una raccolta di libri, di una biblioteca”. 

E riferendosi alla poesia continua dicendo:

“Ogni volta che mi sono immerso nei testi di estetica, ho avuto la sgradevole impressione di leggere le opere di astronomi che non avessero mai osservato le stelle.
Voglio dire che si trattava di scritti sulla poesia come se la poesia fosse un dovere, e non quello che in realtà è: una passione e una gioia (… ) E la vita è – ne sono sicuro – fatta di poesia. La poesia non è un’estranea; la poesia è, come vedremo, sempre in agguato dietro l’angolo. Ci può balzare addosso in ogni momento. Sicché si può dire che la poesia è ogni volta una nuova esperienza. E, tutte le volte che leggo una poesia, l’esperienza accade. Ecco che cos’ è la poesia”. 

    
Dei maestri che si amano, poi, egli dice:

“Mi piacerebbe sentire le loro voci. E, qualche volta, provo a imitarle, per poter pensare come loro avrebbero pensato, li sento sempre intorno a me”.

IL PARADOSSO DEL NOSTRO TEMPO

 

Il paradosso del momento storico in cui viviamo è che abbiamo edifici più alti, ma tolleranza più bassa; autostrade più ampie, ma punti di vista ridotti; spendiamo di più, ma abbiamo meno; compriamo di più, ma ne godiamo di meno.   

Abbiamo case più grandi, ma famiglie più piccole; siamo più agiati, ma abbiamo meno tempo; abbiamo più lauree, ma meno buon senso; sappiamo di più, ma abbiamo meno giudizio; siamo più esperti, ma con più problemi; più medicine, ma meno benessere.  

Beviamo troppo, fumiamo troppo, siamo spendaccioni, ridiamo troppo poco, guidiamo troppo veloce, ci arrabbiamo più in fretta, facciamo le ore piccole, ci alziamo più stanchi, leggiamo troppo di rado, guardiamo troppa televisione e preghiamo raramente.  

Abbiamo moltiplicato i nostri beni ma ridotto i nostri valori. Parliamo troppo, amiamo di rado e odiamo spesso.  

Sappiamo come guadagnarci da vivere, ma non sappiamo vivere; abbiamo aggiunto anni alla nostra vita, ma non vita ai nostri anni. 

Siamo andati e tornati dalla luna, ma ci è difficile attraversare la strada per incontrare i nostri vicini. Abbiamo conquistato lo spazio esterno, ma non quello interiore. Abbiamo fatto cose più grandi, ma non migliori. Abbiamo ripulito l’aria, ma inquinato la nostra anima. Abbiamo scisso l’atomo, ma non i pregiudizi. 

Scriviamo di più ma impariamo meno; pianifichiamo più cose ma ne otteniamo meno. Abbiamo imparato ad affrettarci, ma non ad aspettare; abbiamo salari più alti, ma moralità più bassa; abbiamo più cibo, ma meno armonia; costruiamo più computers per contenere più informazione, per fare più copie che mai, ma comunichiamo di meno. Abbiamo migliorato la quantità ma non la qualità.  

Sono tempi di cibo veloce e di digestione lenta, di uomini alti ma bassi di carattere, di enormi profitti, ma di rapporti superficiali. 

Sono tempi di relativa pace nel mondo, ma di guerre interne; più agi, ma meno gioie; più tipi di cibo ma meno nutrimento.  

Sono giorni di doppi salari, ma più divorzi; di case sfarzose ma distrutte da separazioni. Questi sono i giorni dei viaggi veloci, dei pannolini usa e getta, della moralità da scarto, di avventure di una notte, di corpi sovrappeso e di pillole che ci esaltano, ci tranquillizzano e ci ammazzano. 

È il tempo in cui c’è molto in vetrina, ma poco in magazzino. Il tempo in cui la tecnologia vi ha portato questo articolo, ed è il tempo in cui potete o fare la differenza oppure semplicemente “saltare alla pagina successiva”.  

Il Dr. Bob Moorehead, è ex pastore della Overlake Christian Church di Seattle’s. (Ritiratosi nel 1998 dopo 29 di attività in tale chiesa). Questo saggio è apparso col titolo “The Paradox of Our Age” in “Words Aptly Spoken” la raccolta del Dr. Moorehead del 1995 di preghiere, omelie e monologhi utilizzati nei suoi sermoni e trasmissioni radiofoniche.   Titolo originale: “The Paradox Of Our Time”.

FUORI TEMA … O MEGLIO FUORI POST

Avevo letto tempo fa questo testo e ieri durante un viaggio in treno mi girottolava in testa probabilmente per la nausea di questo tempo in cui è impossibile seguire un qualsiasi telegiornale e leggere qualsiasi giornale senza avere un profondo senso di nausea. E di dispiacere per questo nostro meraviglioso, ricco eppure povero Paese. Credo che il fondo si sia toccato da un pezzo, ora si sta scavando.
E mi chiedo quando sia profondo ancora lo strato. Fino a quali bassezze potranno arrivare persone pagate per fare gli interessi di un Paese, persone che hanno in mano gli italiani, il loro futuro, le loro scuole e gli ospedali, la giustizia, il futuro dei bambini, gli anziani, le pensioni da fame e i disoccupati. Persone che hanno ricevuto la fiducia della gente, i loro voti, e che vivono con i loro soldi.

Io non voterò più. So che è una scelta profondamente sbagliata, per niente etica e anche paradossale, come paradossale è ormai tutto quanto. Ma io non ce la faccio. Non andrò di nuovo alle urne per esercitare …. cosa? Un diritto, un dovere .. entrambi. Cosa? Assistiamo ogni giorno a spettacoli teatrali di infimo livello, dove i commedianti sono puttane travestiti da attori, con chili di cerone sulla faccia, vediamo le loro bocche oscene, spalancate, urlanti, vomitanti. Facce come culi che offendono il mio cuore, la mia dignità,  la mia condizione di essere umano, calpestano i miei diritti tutti e tutti i miei valori.

Abbiamo scuole che vanno in pezzi, bambini che crescono nella solitudine, insegnanti menefreghisti quando non ignoranti come capre, ospedali dove si muore di parto o di appendicite, anziani abbandonati senza cure e mi fermo perché l’elenco è lunghissimo e diventa retorica, ma intasiamo i tribunali con i festini dei politici, spendiamo milioni in intercettazioni, non c’è differenza tra il circo equestre e una riunione del consiglio dei ministri (il minuscolo non è una svista).

L’immondizia a Napoli è la rappresentazione artistica del nostro Paese o forse .. paese.
Ha perso la dignità del P maiuscolo da un bel pezzo o forse non l’ha mai meritata. Già, perché quello che accade ora si sa, ha radici nel passato. Un tempo qualcuno ha seminato e la gramigna non nasce certo da semi di fiordaliso.

Intuĭtus

cielo-stellato

  Se ci affidiamo all’intuito
siamo come una notte stellata: fissiamo il mondo con migliaia di occhi

  (clarissa pinkola estes – donne che corrono coi lupi)

UOMINI E DONNE


Mi sono sempre relazionata meglio con persone di sesso maschile: di conseguenza ho sempre avuto più amici che amiche.

Quasi sempre, quel peso sul cuore, quel buco nello stomaco, quel senso di vuoto, il freddo dentro, il buio, sono stati ascoltati, raccolti, accolti da orecchie maschili.  Il più delle volte sono state braccia maschili ad accogliermi, mani maschili ad asciugare gli occhi, cullare, consolare.

In prima elementare non conoscevo nessuno: con la mia famiglia mi trasferii qualche settimana prima dell’inizio della scuola. Gli altri bambini e bambine si conoscevano tutti e da sempre e la classe era una sola: una sola prima elementare di un paese piccolino, dove anche genitori e nonni si conoscevano da sempre.  C’erano parecchie corti e molti bambini giocavano tutti i giorni, tutti insieme.
Io ero “forestiera”, quindi da escludere: i bambini sanno essere crudeli, sanno emarginare, sono dei maestri specie quando fanno gruppo.
Inoltre non abitai mai in corti né in palazzine: i miei avevano costruito una villetta singola, in una strada dove per diversi anni fu la sola casa in mezzo a campi di spighe.
Il mio primo compagno di scuola fu un bambino: eravamo i soli scolari di sesso opposto a condividere lo stesso banco.  Anche lui come me era uno “straniero” quindi subiva qualcosa di simile anche se in modo molto più soft: i maschi non sapevano essere crudeli e stronzi come le bambine.  Questo lo avrei constatato a mie spese, col tempo, anche nel mondo degli adulti.

È così, non c’è niente da fare: se ci sono ragioni di competizione oppure qualche turba per cui una donna si sente in competizione con un’altra anche senza averne motivo (lavoro, sport, amori ecc) le donne sanno essere davvero piccole. Non me ne voglia qualche nostalgica femminista se dovesse inciampare in Controluce: è una verità ahinoi e non ci fa certamente onore.

Denota sempre poca intelligenza per cui  vale il solito adagio: se vuoi emergere, migliora te stesso, non puoi pensare di sopprimere la concorrenza.
Ma, al di là di questo, credo di aver avuto bisogno spesso dell’ascolto e delle parole della “mia parte maschile”.  Delle sue orecchie, dei suoi occhi, della sua voce, della sua mente.  È lì che spesso cerco alcune risposte, ho spesso bisogno di vedere le cose da un’altra angolazione,  spesso più lucida e diretta, spesso più pura.

E sono stata e sono, qualche volta, “una donna per amico”, come nella canzone di Lucio Battisti, quindi è possibile che il confronto  maturo, intelligente, leale, disinteressato viene cercato negli opposti, tra i misteri di una diversità che pure ci appartiene ma che, naturamente, non prevale. La messa a fuoco ottimale delle cose forse la si ottiene così,  con la mescolanza di due cuori, due anime, due menti, due sguardi.

Eros a parte, secondo me. E qui Freud avrebbe di sicuro qualcosa da dire.

allegORIe

anche ad essere si impara...

(Foto: Riccardo – su Flickr)

Non c’è difesa né offesa, non c’è senso di nulla, – disse Torrismondo. – La guerra durerà fino alla fine dei secoli e nessuno vincerà o perderà, resteremo fermi gli uni di fronte agli altri per sempre. E senza gli uni gli altri non sarebbero nulla e ormai sia noi che loro abbiamo dimenticato perché combattiamo…

L’IRIS DI PABLO E QUELLO DI RICHARD

« Quando la spieghi la poesia diventa banale,
meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni
che può svelare la poesia ad un animo predisposto a comprenderla. »
(PABLO NERUDA)


 IL POETA E LO SCIENZIATO  (fonte citata in fondo al testo)

Ho un amico artista che alle volte dice cose con le quali non sono molto d’accordo. Magari raccoglie un fiore e dice: “Guarda com’è bello”, e sono d’accordo; ma poi aggiunge: “Io riesco a vedere che è bello proprio perché sono un artista; voi scienziati lo scomponete in tanti pezzi e diventa una cosa senza vita”, e, allora penso che abbia le traveggole. Per cominciare, la bellezza che vede lui è accessibile a chiunque e quindi anche a me, credo. Non avrò un senso estetico raffinato come il suo, ma sono comunque in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Per di più vedo nel fiore molte cose che lui non riesce a vedere. Posso immaginare le cellule, là dentro, e i complicati meccanismi interni, anch’essi con una loro bellezza. Non esiste solo la bellezza alla dimensione dei centimetri, c’è anche su scale più piccole, nella struttura interna, o nei processi. Il fatto che i colori dei fiori si siano evoluti per adescare gli insetti impollinatori, ad esempio, è interessante: significa che gli insetti vedono i colori. E allora uno si chiede: il senso estetico dell’uomo vale anche per le forme di vita inferiori? Perché è estetico? Domande affascinanti che mostrano come una conoscenza scientifica in realtà dilati il senso di meraviglia, di mistero, di ammirazione suscitati da un fiore. La scienza può solo aggiungere; davvero non vedo come e che cosa possa togliere.

Le frasi che avete appena letto sono di Richard Feynman, uno dei più grandi scienziati del secolo appena passato. Descrive molto bene lo stupore che “lo scienziato” prova quando “il poeta” lo accusa di non vedere la bellezza delle cose e addirittura di distruggere tale bellezza con “l’arida scienza”. E nota come ad esempio il poeta non sia in grado di vedere il bello ad esempio nel meccanismo della fotosintesi o nel teorema di Pitagora.

I poeti sostengono che la scienza tolga via la bellezza dalle stelle – ridotte a “banali” ammassi di gas. Non c’è nulla di “banale”. Anche io posso vedere le stelle nella notte deserta, e sentirle. Ma vedo di meno o di più? La vastità dei cieli estende la mia immaginazione. Bloccato su questa giostra il mio piccolo occhio può catturare luce vecchia di un milione di anni. Un grande disegno di cui sono parte…

…Qual è il disegno, o il significato, o il perché? Non sminuisce il mistero conoscerne un po’. Poiché la verità è ancor più meravigliosa di quanto ogni artista del passato abbia mai immaginato. Perché i poeti moderni non ne parlano? Che uomini sono quei poeti che possono parlare di Giove come se fosse un uomo ma se invece è una enorme sfera rotante di metano e ammoniaca rimangono muti?

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/03/23/il-poeta-e-lo-scienziato/

L’altro giorno ho visto delle immagini, bellissime, di Saturno (sarà che è il mio pianeta, mi piace tanto) e di una delle sue Lune, Encelado, che è bellissima. Sembra un organo, è bianco, venato di azzurro: le “vene” sono profondi solchi, sono geyser, vivi, attivi, probabilmente “responsabili” della formazione di uno degli anelli di Saturno. Ci sono  immagini spettacolari, riprese dalla sonda Cassini. Affascinanti, davvero.

Ma quando guardo un cielo stellato riesco a guardarlo con la pancia, con il cuore, con i sensi, riesco ad immaginare di essere lassù, come il Piccolo Principe, e navigare tra galassie, pianeti, nebulose e stelle, tra milioni di stelle.
E penso che ho una rosa a casa mia che è la Terra. La sera, prima di addormentarmi penso spesso alle stelle, ne ho alcune appiccicate al muro di fianco al mio letto: sono luminose, si caricano di giorno con la luce.
Per me le stelle sono stelle e basta, sono misteriosi punti di luce pieni di magia, terre di brillantini oppure sono luce che filtra attraverso il manto bucherellato della notte densa per farci capire che oltre, c’è luce e luce luce.
O per ricordarci che c’è una seconda parte di noi, lassù, che aspetta noi. Quando sto per addormentarmi, spesso penso che durante magari, durante il sonno, raggiungo ogni volta l’altra parte di me, quella che si trova là, proprio tra le stelle.

Quando vedo un fiore è un fiore, una meraviglia della Natura. Può essere simile a me, come lo è un Iris: ha petali che proteggono profondità delicate e scure, contiene qualcosa di speciale. Non vedo cellule, ma cerco e trovo la relazione con le persone, con l’anima di chi lo ha coltivato, la cura che gli ha dedicato, la delicatezza di quelle mani che gli hanno permesso di fiorire, di esistere, di propagarsi anche. Penso al legame.

Trovo la relazione con il corpo umano che lo ricorda o che gli somiglia, oppure con la musica che può evocare: un margherita evoca una melodia allegra, una rosa rossa un requiem,  per me, una melodia greve, triste, solenne.
E’ soggettivo, tutto passa attraverso il filtro delle sensazioni che giocano con le associazioni.  E tutto è cucito da quel filo invisibile che lega le cose della terra con quelle del cielo.

Buona notte a tutti, buone stelle.

UNA STORIA VERA

Un violinista nella metropolitana.

Un uomo si mise a sedere in una stazione della metro a Washington DC ed iniziò a suonare il violino; era un freddo mattino di gennaio.

Suonò sei pezzi di Bach per circa 45 minuti.

Durante questo tempo, poiché era l’ora di punta, era stato calcolato che migliaia di persone sarebbero passate per la stazione, molte delle quali sulla strada per andare al lavoro.

Passarono 3 minuti ed un uomo di mezza età notò che c’era un musicista che suonava.

Rallentò il passo e si fermò per alcuni secondi e poi si affrettò per non essere in ritardo sulla tabella di marcia. Alcuni minuti dopo, il violinista ricevette il primo dollaro di mancia: una donna tirò il denaro nella cassettina e senza neanche fermarsi continuò a camminare. Pochi minuti dopo, qualcuno si appoggiò al muro per ascoltarlo, ma l’uomo guardò l’orologio e ricominciò a camminare. Quello che prestò maggior attenzione fu un bambino di 3 anni. Sua madre lo tirava, ma il ragazzino si fermò a guardare il violinista.

Finalmente la madre lo tirò con decisione ed il bambino continuò a camminare girando la testa tutto il tempo. Questo comportamento fu ripetuto da diversi altri bambini. Tutti i genitori, senza eccezione, li forzarono a muoversi.

Nei 45 minuti in cui il musicista suonò, solo 6 persone si fermarono e rimasero un momento. Circa 20 gli diedero dei soldi, ma continuarono a camminare normalmente. Raccolse 32 dollari. Quando finì di suonare e tornò il silenzio, nessuno se ne accorse. Nessuno applaudì, né ci fu alcun riconoscimento.

Nessuno lo sapeva ma il violinista era Joshua Bell, uno dei più grandi musicisti al mondo! Suonò uno dei pezzi più complessi mai scritti, con un violino del valore di 3,5 milioni di dollari. Due giorni prima che suonasse nella metro, Joshua Bell fece il tutto esaurito al teatro di Boston e i posti costavano una media di 100 dollari.

L’esecuzione di Joshua Bell in incognito nella stazione della metro fu organizzata dal quotidiano Washington Post come parte di un esperimento sociale sulla percezione, il gusto e le priorità delle persone.

La domanda era: “In un ambiente comune ad un’ora inappropriata: percepiamo la bellezza? Ci fermiamo ad apprezzarla? Riconosciamo il talento in un contesto inaspettato?”

Ecco una domanda su cui riflettere: “Se non abbiamo un momento per fermarci ed ascoltare uno dei migliori musicisti al mondo suonare la miglior musica mai scritta, quante altre cose ci stiamo perdendo?”

Joshua Bell – foto dal web

MANDORLE

E’ un Natale amaro. E’ nell’aria, è nel cuore.
Un momento difficile, per molti. Da tempo non si riesce più a sentire un telegiornale, non  si ha più la forza per contenere questo nero, che arriva dallo schermo ai cuori di chi ancora non si è lasciato anestetizzare, e dentro quelli, pochi forse, che rifiutano di “abituarsi” al brutto, al male, al dolore, all’ipocrisia, al falso, e al nulla.

Mai come in questo tempo, si percepisce la tendenza a “tenere quel che si ha” anzichè allargare, investire, proporre, rischiare.
E’ tempo di conservazione, non di crescita. Di approvvigionamenti, di scorte, non di investimento. In tutti i sensi: da quello economico a quello affettivo. Tempo di paguri, tempo di “io speriamo che me la cavo”. Tempi di ritiri, di ripari, di tane,  che generano solo solitudine, buio e freddo.
Niente uscite al sole, niente Gioia. Non ci sono messaggi di gioia e stridono quelli della Bauli, e del tronchetto di cioccolato.
Stride la slitta di Babbo Natale sulla neve, come unghie sulla lavagna.

Sono al lavoro, un po’ perché ho da fare, e un po’ perché, forse, ho bisogno di “sentire” quale strada percorrere, se continuare su questa, che percorro da tanti anni, oppure se iniziare a camminare sopra sentieri nuovi.

Rispondevo ad una e mail di Pinuccia, poco fa, e la mia è diventata un po’ una riflessione, come faccio spesso quando scrivo a qualcuno (chi ha la bontà e la pazienza di leggermi e di ascoltarmi, lo sa molto bene).
Le dicevo che, tra tutte queste luci colorate, gli alberi, le luminarie, i negozi luminosi e scintillanti, le ombre sono più dense. E’ naturale, del resto: l’ombra esiste perché esiste la luce.

Forse anche perché ci si sente addosso, in questo tempo, l’obbligo di essere sereni, sorridenti, felici, insomma essere come tutti si aspettano.
Evvai quindi con il solito carrozzone, la musica a paletta, i neon, la giostra che poi, quando va via, lascia il solito prato con l’erba schiacciata, le carte per terra, e non sai mai se era più triste durante oppure dopo.

Vedere i propri credo che pensavi saldi vacillare come torri di carta esposti al vento, non è una bella cosa.
Fare passi indietro, dopo che il cammino è stato il passo lento ma costante del montanaro che scala la montagna, è cosa dura da accettare.

La delusione ha un sapore amaro, come le mandorle stantie.
E resta in bocca a lungo accidenti. Non c’è edulcorante che possa aiutare – anzi –  verrebbe fuori solo una mescolanza chimica indotta che avrebbe il potere, casomai, di rendere il tutto ancora più sgradevole e di più indefinito e confuso.

Il gusto della delusione è diverso e per certi versi peggiore di quello del Dolore.
Il Dolore è qualcosa che può anche uccidere, ti può anche lacerare, devastare lavorandoti sui fianchi con un cesello appuntito, ma a volte è come il fuoco che brucia l’erba di un prato e spesso nascono germogli meravigliosamente nuovi e forti.

La delusione no. Essa ti costringe a compromessi, a rivedere le cose, e ti può schiacciare, a volte, come una pressa. Perché  …  ci avevi creduto. E può impedire ogni possibilità di crederci ancora,  perchè lascia un terreno cattivo, inquinato, arido, infertile o quantomeno ingeneroso.

Certo, c’è delusione e delusione: a volte non viene distrutto il credo, ma si verificano solo eventi che costringono a virate, a cambi di rotta, ad abbandoni di progetti. In tal caso si può prendere la buona volotà, e ricominciare, Piantare i semi del credo da un’altra parte. Crescereanno. Perchè in questo caso sono gli eventi a deludere, perchè non collimano con il progetto, non ciò in cui si crede.

A volte invece la delusione arriva quando una mano ti toglie quel velo che avevi davanti al viso, magari un po’ azzurrato, che non ti permetteva di distinguere il falso dal vero, la realtà dal sogno perché sai che qualora fosse calato, sarebbe arrivata la luce abbagliante della realtà. Come guardare il sole allo zenith dopo aver passato giorni un uno sgabuzzino buio.

Crediamo ostinatamente a cose, persone, progetti, per dare un senso alla vita.
Invece il senso della vita dovrebbe dimorare dentro, perché la vita dovrebbe bastare alla vita, come l’amore all’amore. Punto.

Ecco, forse, perchè sono qui, nella solitudine di questo enorme ufficio (sembra enorme davvero, senza le persone e senza rumori). Forse per capire se c’è, qui, qualche manciata di semi che possono essere piantati altrove oppure se sto sotto una quercia che non riesco più ad abbracciare.

Stamane Andrea (lettore di Controluce.. ehmm in ombra),  ha scritto una cosa che, insieme alla lettera a Pinuccia, ha ispirato questo post del cui colore grigio topo  mi scuso:
“mi piacerebbe essere pensato come il nulla, è una delle pochissime cose che non potrebbero mai deludere”.

Ecco, ho pensato che anche io chissà quante persone avrò deluso, e anche queste sono ombre sotto tutte queste luci che ci sono.
Chissà se qualcuno ha in tasca qualche seme mio e chissà se ha anche un pezzo di campo arato di fresco e con terra buona per farci crescere qualcosa che somigli ad una quercia, piantata tanto tempo fa.

BELLEZZA

neve fiorita

 (foto mia – dedicata a mia madre)

Spesso mi capita di restare senza parole guardando le opere fatte dall’uomo, dagli edifici ad altre. Sono rimasta affascinata, da ragazzina, dagli antichi Egizi, il popolo che più di altri mi avrebbe fatto leggere, negli anni, parecchi libri e guardare numerosi documentari.

Mi sono sempre domandata come sia stato possibile, per uomini che non disponevano di niente, costruire opere tanto grandiose e perfette come le piramidi, i templi, le tombe, le città, le dighe. E poi come, osservando semplicemente il cielo con gli occhi, acquisire tanta conoscenza. Trasmettere tanto sapere,  senza disporre di strumenti che non fossero gli occhi.

Affascinano gli edifici, ma anche quello che c’è oltre: le piramidi sarebbero costruite in modo da replicare il cielo sulla terra. La conoscenza della relazione tra terra e cielo era così evoluta e stupefacente da suggerire ipotesi fantastiche quali lo stargate, porta che permette passaggi dimensionali, o interferenze da parte di civiltà provenienti dalle stelle, poichè pare difficile collocare tanta conoscenza, di matematica, fisica, astronomia ecc in epoche così remote.
Affascina anche la raffinatezza della loro arte, quella puramente decorativa, da quella orafa a quella pittorica.

E, parlando di tempi più vicini ai nostri, come non restare a bocca aperta davanti alle Grandi Cattedrali?
Edifici lanciati a raggiungere i cieli, perfetti, maestosi, da togliere il fiato, non solo le parole.  Costruite senza affidare calcoli ai computer, senza il disegno a scala che non credo fosse tecnica conosciuta.
Idee che prendevano forma direttamente nella materia, opere immense e armoniose fatte da architetti, capomastri, operai, manovali che disponevano di pochi, rudimentali attrezzi.
Eppure, sono in piedi da centinaia di anni costruzioni che penetrano il cielo, con una struttura costituita anche da vetrate, che erano importanti, perché dovevano accendersi di Luce.
Sfide, quasi, alle forze della terra: altezze spinte all’inverosimile, case enormi, parlanti, sapienti.
Libri di pietra, di umile pietra.
Chissà se oggi saremmo in grado di edificare una Cattedrale come Notre Dame, Reims, Chartres ecc.

E ci sono altre opere magari meno importanti, ma pure meravigliose a testimoniare quanto siano straordinarie le mani dell’uomo. L’altro giorno ero a Mantova: a Palazzo Ducale mi sono soffermata nella stanza degli arazzi. Enormi, ricoprivano le pareti, fino agli alti soffitti, raffiguravano tutti scene complesse, elaborati e particolareggiati dipinti ma fatti di fili di seta: le stoffe degli abiti dei soggetti raffigurati, ricchi di sfumature, e poi le pieghe, i plisse’, le ombre.  La pelle, il controluce, la prospettiva, la profondità.  Il tutto tessuto in incroci di trame e orditi e nodi con fili sottilissimi, minuscoli punti.
Non ti capaciti, quasi non ci credi che sono stati tessuti da mani di uomini e donne senza niente altro che mani,  testa, volontà e tempo. Una mescolanza di stupore e ammirazione, a starci davanti.

E un fiocco di neve?
Cristalli di ghiaccio, dalla strutture simmetriche, complesse e perfette.
Così è questa neve, caduta sopra questo ramo di fiori selvatici colore rosa-arancione, sbocciati in un bosco qualsiasi, immortalati dalla mia macchina fotografica una domenica qualsiasi.

Stupore.
Come davanti o dentro una cattedrale, una piramide, come davanti ad un arazzo, un quadro.
Insomma come accade davanti alla Bellezza, sia quella costruita dall’uomo come una trina  disegnata dalla brina, una tela tessuta da un ragno o una goccia di rugiada che fa di una foglia un topazio per un attimo.
L’architetto, in questo caso è la Natura. Un architetto speciale, che custodisce i Misteri della Vita, le sue Formule, il suo Principio.

CHE SI FA?

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Oggi si celebra la giornata mondiale dei diritti dei bambini: l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1954 raccomandò a tutti i paesi di istituire una “Universal Children’s Day”.

E puntualmente, come mi accade nei confronti di ogni celebrazione, provo disagio. Disagio perchè parliamo tanto e facciamo poco.

Disagio perchè dei dieci milioni di bambini che muoiono ogni anno, due terzi muoiono per cause prevedibili: diarrea, malaria, parto.

Provo disagio, perchè mi sento presa in giro, sento presi in giro e offesi milioni di bambini che invece di celebrazioni vogliono latte e pane e acqua. Provo disagio perchè leggo che i costi della guerra all’Iraq ammonterebbero a mille miliardi di dollari.
E le guerre, tutte, producono altri morti fame miseria disperazione, malattie. Morte che produce altra morte. Arginare la fame non conviene a nessuno, nessuno potrebbe ripagare con moneta pregiata o con risorse interessanti: dove c’è fame c’è povertà.

Noi piccole voci, con i nostri blog e le nostre preghiere siamo impotenti davanti ai potenti, non possiamo niente. Contro le banche gli industriali i politici che alimentano questa grande macchina, non possiamo niente.

Provo disagio perchè so che è la Macchina della Guerra che detta legge e che ci priva della Libertà quindi della Felicità.
Provo disagio pensando che è grazie a questa macchina che anche io ho il TV color, l’auto, il cappotto di lana caldo, il mare in agosto. E non mi sento libera e nemmeno felice.
Provo disagio perfino davanti alle splendide immagini dei documentari mozzafiato Great Migration perchè vedo una Terra meravigliosa, un posto dove si potrebbe vivere in pace, godere di più e soffrire di meno. Un posto disegnato creato nato per questo. Immagino una grande marcia e un enorme silenzioso grido in tutte le lingua del mondo, una sola parola: BASTA!

La Terra non ci appartiene, siamo noi ad appartenere alla Terra e lei può provvedere a tutto, nutrire tutti i suoi ospiti, animali, uomini, piante.
La Terra nonostante le ferite che le abbiamo inferto, conserva una bellezza che ci dice che c’è ancora una possibilità, per noi.

Abbiamo avuto tante occasioni, ne abbiamo anche adesso, abbiamo conoscenza, esperienza e Storia.  E la felicità? E la Dignità? E l’Orgoglio?

Ripropongo quello che fu un post in Controluce un po’ di tempo fa.

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Robert F. Kennedy, dal discorso pronunciato all’Università del Kansas 18.03.1968 

LIBRI SU STRADA

libri

(immagine dal web)

Ho seguito, ieri sera per intero, e questa sera solo per una parte, il quiz televisivo condotto da Gerry Scotti “Chi vuol essere milionario”.
I miei orari mi consentono di seguire gli ultimi venti-trenta minuti della trasmissione, mentre preparo la tavola. E’ ben condotta, nessuno urla, si imparano cose e perchè no, ci si misura. Una piccola sfida personale.

Ci provano in tanti, soprattutto sono persone laureate, molti sono insegnanti.
Ieri sera e questa sera ci ha provato un uomo che nella vita fa il camionista. Una faccia simpatica, accento lombardo marcatissimo, sorriso aperto, spontaneo: una persona al naturale, insomma. E davvero preparata. Con semplicità e naturalezza ha risposto alle domande raggiungendo un traguardo che non molti riescono a raggiungere.

Diceva di aver una grande passione per la lettura, affermando di “leggere libri in quantità industriali”. Frequenta le biblioteche e se si trova sprovvisto di carta stampata, “leggerebbe perfino pezzi di carta per terra.” Una speciie di droga, insomma. Una buona droga.

Chapeau al Signor Giuseppe e complimenti per il traguardo raggiunto che, tra l’altro, sarebbe raddoppiato se solo fosse stato un pelo più temerario.
Già, perché avrebbe risposto correttamente anche alla domanda a seguito della quale ha poi deciso di lasciare. La sapeva, accipicchia, ma anche il sapersi fermare merita un encomio. A lui e a quelli come lui la mia stima e la mia simpatia.

Un signor Giuseppe solo non basta per far crollare un po’ di pregiudizi però credo che ce ne siano parecchi di signor Giuseppe. Certamente non tanti quanti gli insegnanti ignoranti, ahinoi.

(Forse Borges annoverebbe anche qualche signor Giuseppe tra quelli che stanno salvando il mondo?)

A proposito di insegnanti: la mia nipotina, seconda elementare, l’altro giorno mi ha detto che la sua insegnante di religione ha affermato quanto segue: “Solo gli uomini hanno un’anima. Gli animali no. Pertanto dopo la morte gli uomini vivono eternamente ma non gli animali” .   
(!!!!!!  ndr)

Invece, a proposito di libri e di lettura quindi più in linea con il post, da “Una storia di amore e di tenebra”di Amos Oz, autobiografico, riporto questo passo.

“(…) mamma mi disse che i libri erano capaci di cambiare, con gli anni, proprio come cambiano le persone, ma con la differenza che le persone, quasi tutte, prima o poi finisce che ti abbandonano, quando arriva il giorno in cui non ricavano da te più nessun profitto o piacere o interesse o quanto meno un buon sentimento, mentre i libri, loro non ti abbandonano mai.
Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale.
Aspettano financo decenni. Senza lamentarsi. Finchè un giorno, magari alle tre di notte, hai improvvisamente bisogno di uno di loro, e anche se magari l’hai abbandonato, quasi cancellato dalla tua mente, per anni e anni, lui non ti delude, scende dal suo posto e ti sta accanto, nel momento del bisogno.
Senza sussiego, senza inventarsi delle scuse, senza domandare a se stesso se gli conviene e lo meriti e se gli vai ancora bene, viene a te non appena lo chiami. Non ti tradisce mai.”

crepuscolo    
(foto mia: Crepuscolo)

Abbiamo perso anche questo crepuscolo.
Nessuno ci ha visto stasera mano nella mano
mentre la notte azzurra cadeva sul mondo.
Ho visto dalla mia finestra
la festa del tramonto sui monti lontani.
A volte, come una moneta
mi si accendeva un pezzo di sole tra le mani.
Io ti ricordavo con l’anima oppressa
da quella tristezza che tu mi conosci.
Dove eri allora?
Tra quali genti?
Dicendo quali parole?
Perché mi investirà tutto l’amore di colpo
quando mi sento triste e ti sento lontana?
È caduto il libro che sempre si prende al crepuscolo
e come cane ferito il mantello mi si è accucciato tra i piedi.
Sempre, sempre ti allontani la sera
e vai dove il crepuscolo corre cancellando statue

Pablo Neruda – da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”

J.L.B.

magica

(foto mia – "Magica"  – Aprile 2009, Praga)
Dire una cosa è troppo poco. Le cose bisogna viverle. Franz Kafka

I giusti

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

(Jorge Luis Borges – da La cifra (1981)
Tratto da Tutte le opere – vol. II – Meridiani Mondadori, 1986)

   biancoluce   
(foto mia: biancoluce)

PIOVE

 

Ho sempre provato particolare tristezza in questi giorni e non perché comprendono la ricorrenza dei defunti, e nemmeno perché mia mamma se ne andò che era novembre, ma per ciò che questa ricorrenza comprende.

Nei cimiteri si aprono gare di vanità a vantaggio del business speculativo.

C’è chi corre per accaparrarsi i fiori più belli, il bouchet più originale. I marmi vengono tirati a lucido, le statue di bronzo rese brillanti. Questa è la cosa triste di questi giorni, perché per l’altra, di tristezza, ogni giorno è un giorno buono.

Girando tra i miei cari, percorrendo i vari vialetti, non posso fare a meno di notare, in giorni come questi, la presenza di fiori anche sopra quelle tombe dimenticate. Piove, piove tantissimo in questi giorni, piove sulla campagna, sopra le città, piove sui cimiteri e sui bei fiori. Piove sopra i marmi lucidi, sulle tombe ornate con opulenza, come piove su quelle dimenticate.

Alcuni dicono che io sono troppo complicata e forse hanno ragione. Una mia zia dice che non so essere felice, che non so apprezzare la magia delle cose, che non ho rispetto per le tradizioni, che sono troppo seria. Sarà.

Del resto ho sempre trovato triste anche il Natale. Poche situazioni, per me, sono più ipocrite delle ricorrenze tradizionali. Tradizioni uccise dal business, giri di soldi impressionanti in babbi natali con le facce idiote e alberi sintetici (inquinanti e non degradabili) o veri (destinati a morire nelle discariche).

Girando per Milano qualche giorno dopo ogni Natale, altri cimiteri: montagne di cartoni, scatole di compensato, confezioni di panettoni e bottiglie vuote.  Offese, per alcuni.

Infine, alberelli sradicati, con i loro piccoli rami, ormai secchi e scarni, tesi verso l’asfalto e non verso il cielo, in attesa del camion dell’Amsa. Offese, per alcuni. PS non voglio intristire nessuno. Per cui resta aperto lo spazio nel / nei precedente/i post. Come sempre, del resto.  Questa è solo una riflessione, messa qui, scritta di getto mentre fuori …..  piove.

 

piove

                                                      foto mia.  http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/ 

ALBERI

L’ho letto lo scorso luglio, durante un viaggio in treno. Si legge in meno di un’ora.

E’ una storia di impegno, di Amore, di perseveranza, di volontà. Alla fine c’è il premio per tanta fatica e tanta costanza. Un premio inaspettato. Perchè è bello quando arriva qualcosa che non hai chiesto, qualcosa che non ti aspettavi perchè è bello quando fai qualcosa perchè ci credi e basta. 

Un po’ come quando si ama senza aspettarsi niente. Che poi, per me, è la sola forma di Amore.

Ho dedicato molta cura, sempre, al mio lavoro. L’ho fatto per tanti anni senza badare all’orario, alla stanchezza, agli altri impegni. Non mi sono mai pentita di questo, perchè sono sempre stata convinta che si sta bene quando si fanno le cose bene, e che il premio è nella consapevolezza di “avere lavorato bene“.

Ma capita che ci si trova a confrontarsi con l’arroganza, la presunzione, con la mancanza di rispetto per la persona che sei, non solo per il lavoro che fai. 
Allora quando accade questo, resiste un sapore amaro in bocca e ti volti indietro e vedi tutti i tuoi alberi piantati, li riconosci uno ad uno, sapresti dire, per ognuno, che tempo faceva quando lo hai piantato; di ognuno conosci le sfumature, i segni sul tronco, l’odore del legno.

E davanti vedi un deserto, arido.
E senti che non hai più voglia di piantare niente ma non hai nemmeno più voglia di camminare in un deserto.

Da Wikipedia

L’uomo che piantava gli alberi
Titolo originale L’homme qui plantait des arbres  Autore Jean Giono  – 1ª ed. originale 1953

È la storia di un pastore che, con impegno costante, riforestò da solo un’arida vallata ai piedi delle Alpi, vicino alla Provenza, nella prima metà del XX secolo. Il racconto è piuttosto corto – 3400 parole nella traduzione italiana.
 
Trama
La storia è narrata da un uomo che rimane anonimo per tutto il racconto (anche se è stato suggerito che si tratti dell’autore stesso, Jean Giono, ma non vi è alcuna certezza).

La storia ha inizio nel 1910, quando il giovane narratore intraprende un’escursione in solitaria attraverso la Provenza, in Francia, arrivando fin sulle Alpi.
Il narratore finisce le scorte d’acqua in una vallata deserta e senza alberi, dove cresceva ovunque solo lavanda selvatica, senza alcun segno di civilizzazione, eccetto alcune strutture ormai abbandonate. Il ragazzo incontra un pastore di mezza età, che gli mostra una sorgente d’acqua che conosceva.

Curioso riguardo al pastore e alla vita solitaria che conduceva, decide di restare presso di lui per alcuni giorni. Il pastore, divenuto vedovo, aveva deciso di migliorare la landa desolata in cui viveva facendovi crescere una foresta, un albero per volta.
Il pastore, che si chiamava Elzéard Bouffier, aveva piantato oltre 100mila querce; di queste, si aspettava che ne restassero in vita solo 10mila.

Il narratore torna a casa, e più tardi si arruola come soldato nella prima guerra mondiale.
Nel 1920, traumatizzato e depresso, l’uomo torna dal pastore, ed è sorpreso alla vista di migliaia di alberelli in tutta la vallata, e nuovi torrenti dove non scorreva più acqua da anni.
Da quel momento, il ragazzo tornerà a trovare Elezéard Bouffier ogni anno. Bouffier nel frattempo aveva cambiato mestiere, dato che il gregge di pecore rischiava di rovinare la sua opera, si iniziò a dedicare all’agricoltura.

Per quattro decenni, Bouffier ha continuato a piantare alberi, prima querce, poi faggi e betulle, e la valle si trasformava lentamente in una sorta di Giardino dell’Eden.

La vallata ha ricevuto protezione ufficiale dopo la prima guerra mondiale (le autorità credevano che la rapida crescita della foresta fosse uno strano fenomeno naturale, poiché non sapevano del lavoro dell’uomo), e più di 10mila persone tornarono a viverci.

Il narratore vede Bouffier per l’ultima volta nel 1945, ormai molto vecchio. L’uomo che piantava gli alberi morirà felicemente nel 1947, in un ospizio a Banon.

IL GENIO


Cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità di esecuzione – Amici miei, Mario Monicelli

 
Qualcuno potrebbe credere che uno Stravinsky, un Einstein o un Picasso si sia conquistato, in forza del suo genio, il diritto all’eccentricità, all’idiosincrasia, alla caparbietà. Io sostengo al contrario che è stata la decisione di diventare padroni del proprio destino che ha dato loro il coraggio di tentare vie nuove – Ari Kiev
 

La differenza fra la genialità e la stupidità è che la genialità ha i suoi limiti. – Albert Einstein
 

Ora di pranzo, piove. Niente passeggiata, nemmeno fame. Cazzeggio. Col minimo delle risorse intellettive e fisiche il massimo che si può fare è, stravaccati sulla sedia e con la palpebra a mezz’asta, muovere micrometricamente il polso e poderosamente usare l’indice per il “click”.

Internet è un mare infinito.
O per lo meno ci si può applicare il concetto di infinito che si usa per definire lo spazio al di là del nostro pianeta, dove “infinito” semplicemente è un atto di superbia umana per non voler riconoscere il limite verso qualcosa che non ci è noto.
I latini nelle loro carte geografiche sostituivano un concetto simile con uno molto più comprensibile di “hic sunt leones” ossia, “da qui in poi ci sono i leoni”, quindi non ci si può andare (non è che non ci volessi andare per carità, fosse stato per me c’avrei fatto anche una villettina per le ferie coll’aumento del 20%, ma oh, e c’erano ‘sti leoni…).

L’infinito spaziale è un concetto molto profondo e astratto, ma la sua applicazione è molto più semplice e meschina ossia, banalmente, non sappiamo cosa ci possa essere oltre quello che è il nostro orizzonte attuale, ossia 13,7 miliardi di anni luce di distanza dalla Terra. Ma risolve un sacco di grane, no?
Quindi, ritornando al discorso originario, internet anche se non è infinita può essere considerata tale ai fini dei più. Me incluso, e alla grande.

Premetto: a mio parere il saper fare, o meglio, l’applicazione del proverbio “quello che non serve è quello che non si sa”, in senso esteso, è Valore, inteso alla Erri de Luca (riporto il link alla bellissima poesia a cui mi riferisco per chi non la conoscesse ancora. E’ nota, e per me è importante:

http://www.youtube.com/watch?v=1y-BC1uJxUc&feature=related )
 
Sapere fare è, per lo più, non cedere alla pigrizia mentale dell’abitudine.
Tra l’altro l’abitudine è rassicurante, è un maglione caldo a volte, ma ti accorgi del prezzo che le paghi nel momento in cui riesci a sviluppare e dare una forma a quello che ti appartiene, e che hai dentro, più o meno latente, più o meno espresso o consapevole.
Quando, almeno io, riesco a farlo, è una sensazione inebriante.
Quando “ti riesce”, è bello. Ma bello forte. E’ una cosa che fa stare bene.

Tutto quanto sopra per introdurre una cosa che appunto, peregrinando per internet con la palpebra calata, mi ha fatto (in primis svegliare), divertire un sacco e, permettetemi, fatto pensare che il genio esiste ancora, che l’idea è tutto, e che la fantasia non vede riconosciuto, nel comune pensare quotidiano, il valore inestimabile che invece ha, e questo mi viene da urlarlo.

Il merito della questione è, in realtà, poca cosa: è un video di una canzone di un gruppo di ragazzini rocchettari e sguaiati, che il sito Repubblica commenta così:
 
“Volevamo fare qualcosa di grandioso spendendo pochi soldi”. E così  gli Hollerado, band canadese, per il video del loro pezzo  Americanarama hanno messo in piedi un’impalcatura in cui 24 persone  eseguono speciali coreografie a tempo di musica all’interno di  altrettanti cubi. …. Per molti la clip degli  Hollerado – realizzato con un’unica, ininterrotta ripresa – si candida a video musicale dell’anno.

    

Il risultato dimostra che il budget spesso non è una variabile significativa.  E’ l’idea, la variabile significativa per davvero, è la creatività. Il resto sono, spesso, accessori.

Usare la mente poi, sapere usare quello che si sa, che ormai è parte di noi, qualunque cosa sia, dagli scritti di Platone alla potatura degli gli olivi, a sapere fare la schiacciata con l’uva, dimostra spesso come
 
“Il genio stesso non è che una forte capacità di osservazione, unita a fermezza di carattere. Qualsiasi uomo tenga aperti gli occhi e sappia restar fedele alle decisioni prese, senza neanche rendersene conto diventa un genio” (Edward Bulwer-Lytton)”
 
Questo tizio non lo conosco, ma c’ha ragione da vendere…
 Riccardo

  
PS:
A proposito: ho deciso che mi farò promotore della cultura della “Schiacciata con l’Uva” nel mondo.
Comincio da qui; mi ringrazierete:

http://www.cookaround.com/yabbse1/showthread.php?t=9584&page=1

Buon appetito
R
 


Dato che gli ingegneri hanno un senso estetico pari e inferiore ad un organismo unicellulare, la veste grafica è stata doverosamente rivista “by me”.  
Celeste

IL TEMPO DEL POMODORO

«L’eccessivo valore che diamo ai minuti,
la fretta che sta alla base del nostro vivere,
è senza dubbio il peggior nemico del piacere.»
(Hermann Hesse)

 

L’altro giorno ho conosciuto un signore, una di quelle persone dal portamento signorile, elegante, il tono della voce basso, voce calma e calda. Classe, intelligenza, insomma  quelle cose che rendono una persona interessante, affascinante.

Niente era “impostato”, non c’era enfasi nelle cose che diceva, non c’era “studio” nei suo gesti, non c’era atteggiamento.

Abbiamo parlato di diverse cose, partendo dal Tempo. Anzi il Tempo è stato l’argomento principe nonchè  la ragione di questo incontro, sebbene sia avvenuto per lo più in modo casuale.
Ma forse nulla accade per caso, come ogni tanto si dice qui, come spesso dice Francesca al Mulino.

Ci sono persone che è bello stare ad ascoltare: lo è per il suono della voce, la gestualità, per come lo sguardo incrocia il tuo, lo cerca e gli parla.  Per la franchezza negli occhi, per come ti stringono la mano, per il lampo di intelligenza che passa sul viso e anche per la tranquillità, la calma, la sicurezza nei gesti e nelle parole.

Una delle cose che mi ha detto è stata questa: noi nutriamo il nostro corpo e la nostra mente.  Per nutrire il corpo usiamo il cibo quindi il cibo è una cosa importante: la nostra sopravvivenza dipende dal cibo eppure …  lo facciamo senza rispetto, pensando che il tempo dedicato non sia investimento bensì una incombenza, una seccatura, una risposta ad una necessità biologica, tant’è che trasferiamo cibi direttamente dal congelatore al microonde.
Mentre la calma che ci vuole, la cura e l’attenzione nel tagliare un pomodoro, sono cura e attenzione verso sè. Questo diceva, il signore del Tempo, come mi viene di chiamarlo.

Oggi è stata una giornata difficile, e anche ieri, considerando il post precedente, ma è un periodo difficile, per alcune cose “qui non nominate“.

E quando i giorni sono pesanti, grigi, freddi, con certi livelli di ansia e di tristezza allora a me, che ho un rapporto difficile con il Tempo, sale l’ansia.
Sale come una marea e sento in pericolo i miei affetti, le mie certezze. Li cerco, voglio essere messa in salvo, con loro e da loro e poi cullata, strappata alle onde, portata su una spiaggia sicura e cullata.

E pensavo, oggi,  al pomodoro del signore del Tempo. Un pomodoro tagliato in fretta e furia è l’amico l’amica che non vogliamo ascoltare, la persona che ci irrita perchè ci chiede attenzione, l’abbraccio che non vogliamo dare, l’amore frettoloso che riusciamo a garantire quando non siamo troppo stanchi.  La tavola apparecchiata senza amore, le candele che non abbiamo il tempo di accendere, il camino che richiede troppa cura.

C’è stato un tempo in cui mio compagno  fumava la pipa. C’è una forma di cura, nel fumare la pipa. Richiede gesti lenti e rutualità, richiede attenzione. Non me ne vogliano i non fumatori, anche io non fumo più da diversi anni e aver smesso è una delle mie rare ragioni di orgoglio ma era piacevole, e per alcuni versi rassicurante, assistere alla ripetizione di quei gesti, un po’ come aggiungere legna al camino, ravvivare il fuoco, assicurarsi che non faccia fumo, che non sia troppo umida la legna ecc.
Mi piaceva guardarlo, specie durante le lente passeggiate nelle sere di autunno dopo cena.

Già, c’erano queste lente passeggiate, anche queste accostabili al pomodoro affettato con calma perchè rappresentano, anche queste, cose che si fanno per sè, una fetta di tempo che ci si dedica senza fretta.

Tempo fa ho conosciuto un uomo, trentenne allora o poco più, single, e la sera si preparava la cena, apparecchiava la tavola con il calice per l’acqua e quello per il vino. Era un uomo vivace, pieno di interessi, non un solitario patologico. Penso che, semplicemente voleva bene a sè stesso.

Per volersi bene ci vuole tempo, questo è il messaggio del pomodoro.

Oggi qualcuno mi ha dedicato un pomodoro, forse anche più d’uno. Anzi forse sono io ad averlo .. ehmm… affettato lentamente, il pomodoro si intende.
Spero che mi perdonerà e naturalmente sono pronta a ricambiare ma lo farei con piacere, e anche con una punta di orgoglio.

Fuori diluvia, sento l’acqua scosciare e poi l’altro rumore, quello dello scolo dei canali del tetto.
Sarebbe una notte da coperta, una notte di musica liquida, musica di pioggia, ninna nanna di pioggia.  Pioggia che culla, che accompagna, che addormenta. Pioggia che canta, che scorre lungo la tettoia, che batte il Tempo, pioggia che bagna il Tempo.

E sarebbe così se avessi tempo per non pensare. Tempo per non pensare? Si, ho scritto bene: Tempo per non pensare. Perchè c’è un Tempo per seminare uno per raccogliere, c’è un Tempo per sognare, come dice una canzone di Fossati, ma c’è anche un Tempo per pensare e perfino uno per non pensare.

Io non farò mai la pace con il Tempo, perchè devo fare troppe cose, compresa quella di costruire un ponte tra me e le stelle.

Non importa se non sarà un ponte di cemento, uno di quelli che tanto mi affascinano, con i piloni enormi, maestosi eppure parti di strutture snelle, quasi invisibili,  eleganti,  che a guardarle  non le si darebbe la forza che invece hanno di sostenere, collegare, separare, unire, sopportare.

Anzi non deve essere un ponte come quello bensì un ponte leggero, fatto di corda, un po’ come le reti dei pescatori.  Che a lanciarlo nel cielo sia capace di aggrapparsi a qualche punta di stella così da stendersi per poi … poterci passare.

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Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C’è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.

C’è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d’estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l’ora muta delle fate.

C’è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz’ora sono qui arruffato
dentro una sala d’aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C’è un tempo d’aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C’è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l’istante in cui scocca l’unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente
si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo
da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai
accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno avvisato.

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare. 

 Ivano Fossati

COVER BAND

Bene bene.
Avete presente “chi la fa, l’aspetti?” Ecco. Stavolta però sono rimasto col cerino in mano io.
Mi lamentavo con la nostra Ospite, Celeste, per la sua latitanza in questo angolo di… mondo? Mente? Ognuno chiami Controluce come vuole. E lei ha fatto “matto in tre” come si dice in gergo scacchistico. Insomma, mi ha estorto la scrittura del post che segue. Mettiamola così: come in ogni concerto del grande cantante, c’è la “cover band”, da sorbirsi prima della esibizione principe no?
Per cui oggi, attendendo il “grande Ritorno” (e ora voglio vedere come te la cavi, Celestina mia), pòsto qui:

Oro Nero

Provate a cercare, sull’Oracolo del mondo moderno, che non è più nell’ “ombelico del mondo” come veniva definito il santuario di Delfi, bensì in ogni casa, luogo di lavoro e piano piano in ogni nostra tasca, insomma, su Google (eh, anche questo sarebbe un bell’argomento, ma una cosa per volta), le parole “Deepwater Horizon”. Vedrete come, appena scritto “Deep”, il vostro obiettivo venga suggerito al terzo posto. Non deve essere stato proprio uno scherzo, allora.

Da Wikipedia (un alto oracolino, che permettetemi mi sta parecchio più simpatico del primo):

“La Deepwater Horizon era un piattaforma semisommergibile di perforazione di proprietà della Transocean, una società di servizi per il mondo petrolifero, sotto contratto con la compagnia inglese British Petroleum.

Il disastro ambientale della piattaforma petrolifera Deepwater Horizon è stato uno sversamento massivo di petrolio nelle acque del Golfo del Messico in seguito a un incidente riguardante il Pozzo Macondo, posto a oltre 1.500 m di profondità. Lo sversamento è iniziato il 20 aprile 2010 ed è terminato 106 giorni più tardi, il 4 agosto 2010, con milioni di barili di petrolio che ancora galleggiano sulle acque di fronte a Luisiana, Mississippi, Alabama e Florida, oltre alla frazione più pesante del petrolio che ha formato ammassi chilometrici sul fondale marino.

Gli agenti dispersanti, cioè le sostanze chimiche utilizzate per disperdere gli idrocarburi in parti più piccole e per farli precipitare sul fondale del mare hanno consentito di nascondere la marea nera della superficie; tuttavia tali sostanze non hanno ridotto la quantità di greggio ma l’hanno solo nascosta alla vista, ad oltre 1600 metri di profondità, dove continua ad esercitare i suoi effetti nefasti sulla catena alimentare a tutti i livelli, uomo compreso.

Le prime specie  animali vittime del disastro sono state quelle di dimensioni più piccole e alla base della catena alimentare, come ad esempio il plancton. Sono seguite le specie di dimensioni via via maggiori che sono state contaminate direttamente (dagli idrocarburi e dalle sostanze chimiche dispersanti) oppure indirettamente (per essersi alimentate di animali contaminati). Fra le specie coinvolte: numerose specie di pesci, tartarughe marine, squali, delfini e capodogli, tonni, granchi e gamberi, ostriche, varie specie di uccelli delle rive, molte specie di uccelli migratori, pellicani.

Il disastro avrà nel breve e medio periodo effetti sulla popolazione locale in termini di esacerbazione di malattie respiratorie e patologie della pelle (follicoliti cutanee) e, nel lungo periodo, gravi effetti in termini di aumento statistico dell’incidenza di tumori.

La valutazione dei danni, ammettendo che sia possibile, è ancora in corso.

È il disastro ambientale più grave della storia americana, avendo superato di oltre dieci volte per entità quello della petroliera Exxon Valdez nel 1989.”

Ricordo molto bene anche la Exxon Valdez…
Sempre da Wikipedia:

Exxon Valdez era il nome di una superpetroliera di proprietà della Exxon Mobil. Il 24 marzo 1989 la nave si incagliò in una scogliera dello stretto di Prince William un’insenatura del golfo di Alaska disperdendo in mare 40,9 milioni di litri di petrolio.

Migliaia di animali perirono a causa della fuoriuscita, la stima fu di 250.000 uccelli marini, 2.800 lontre, 300 foche, 250 aquile di mare testabianca circa 22 orche e miliardi di uova di salmone e aringa.

I danni ambientali che ne conseguirono costrinsero il governo degli Stati Uniti a rivedere i requisiti di sicurezza delle petroliere e ad assegnare i costi delle operazioni di pulizia della costa alle compagnie petrolifere.

Nel 1991 la Exxon Mobil fu condannata in sede civile e penale per oltre un miliardo di dollari, il maggior risarcimento mai registrato per un disastro industriale. Le operazioni di ripulitura delle coste costarono alla Exxon circa 2 miliardi di dollari, coperti in gran parte delle assicurazioni.

L’incidente alla petroliera ha rappresentato uno tra i maggiori disastri per l’ecosistema, sebbene sia stato – per gravità – assai inferiore al disastro provocato dall’incendio della piattaforma Ixtoc-1 nel Golfo del Messico nel marzo 1979.

E così via.
Risparmio ai lettori cosa successe nel Golfo del Messico nel marzo 1979, tanto se lo possono immaginare e i dettagli non aggiungono niente al concetto.
A mio parere non importa essere ambientalisti fanatici e sfegatati, nemmeno io assalto le baleniere giapponesi a bordo dei gommoni di Greenpeace, ma l’assalto al territorio è veramente negli occhi di tutti. Ammesso che gliene freghi qualcosa a questi “tutti”, certamente, ma ormai il Moplen degli anni sessanta, col bel faccione pieno di Gino Bramieri che celebra il dopoguerra in piena rinascita economica, sappiamo bene, diciamo a differenza del buon Gino, sia da dove viene, e anche dove va a finire. Oggi, citando Rudyard Kipling, “Abbiamo quaranta milioni di ragioni per fallire, ma non una sola scusa”.

Ma non facciamo niente.
Obama ha provato a rallentare il ritmo delle concessioni per nuove perforazioni, LA GENTE, salvo la prima ora, e quelli direttamente interessati, lo ha poi contestato dicendo che non è possibile comportarsi in questo modo, c’è la crisi, eccheccazzo!
Spettacolare. Non sappiamo, non abbiamo voglia, di pensare a qualcosa di differente.
In effetti, anche questo è una specie di “ingessatura” dei nostri giorni. Un esempio: avete visto le automobili di adesso? Sono tutte uguali, per sapere che macchina è bisogna leggere la targhetta dietro… I tempi in cui Andree Citroen chiese ai suoi ingegneri di progettare una macchina che costasse meno della metà di quella che aveva attualmente in produzione (e che tra le altre cose vendeva benissimo) per dare “quattro ruote con sopra un ombrello” ai contadini francesi, che poi fu la “2 cavalli” che ha campato cinquant’anni, sono tempi lontanissimi. Lì c’era fantasia, voglia di trovare qualcosa di differente e, credendoci, di rischiare pure. Chiaro, per guadagnare, mica per fare beneficenza, ma c’era lo stile. Oggi i “numeri del quarter” sono la religione.
“Cash”, ossia “Soldi”. E basta. No investimenti, no innovazione, no qualità della vita, no considerazione dell’ambiente e, paradossalmente, nemmeno business: Cash. That’s all. E quel cash poi va fatto sempre nella stessa maniera, perché a cambiare si rischia: il mercato dell’auto è in crisi: per forza, hanno riempito di macchine anche il sottoscala, che dobbiamo fare, inzupparle nel caffellatte la mattina?? Una bella panda con su burro e marmellata per il tuo bambino! Mah. Saturare ogni cosa, ma non azzardare cambiamenti, questo è il credo.
E se per farli, i soldi, (ma poi, alla fine, ma “cui prodest”??) si deve assassinare il pianeta ad esempio bucando sempre di più con macchine che costano sempre meno, se si deve fare petroliere con scafo singolo perchè doppio è sì più sicuro ma cazzo, costa troppo troppo eh, e se poi la strada più corta passa dalle bocche di Bonifacio (viene considerato da sempre ad altissimo pericolo di incidente, ma circunnavigare la Sardegna costa…) o, da pochi mesi, dal mitico “passaggio a Nord-Ovest” che ormai permette, con lo scioglimento dei ghiacci polari, di andare dall’Oceano Atlantico all’Oceano Pacifico attraverso l’arcipelago artico del Canada, vabè, si starà a vedere. Ve la immaginate una petroliera che disperde il carico al polo Nord? Altro che Exxon Valdez! Vabè.

Ok.
Dopo questo interminabile prologo Vi propongo la mia opinione al riguardo.
Ricordo che mi venne fuori che ero al liceo (ricordo che solo il prof di filosofia sorrise, e si interessò, qello di scienze mi guardò piuttosto male), ed è:
“Io sono favorevole alla proliferazione degli armamenti nucleari”.
Allora, poi, c’erano le “due superpotenze”, quindi avvoglia a “teste di … ops, testate nucleari! Beh certo, anche oggi forse si sta bene assai, anzi forse meglio, visto che l’atomica ormai ce l’ha anche il gatto, Iran compreso.
Diranno i lettori: ma che c’entra col destino del pianeta? Beh: mettete che ci scappi una bella guerretta nucleare. La specie umana, la metà subito, l’altra metà dopo atroci stenti, lascerebbe il pianeta Terra per non farvi più ritorno per lo meno a breve, e certo non come la conosciamo.
La Terra, da parte sua, dopo un casino genetico che, se usiamo il plutonio, durerà diciamo una decina di migliaia d’anni, ritornerà più bella di prima, e senza i suoi fastidiosissimi inquilini parassiti.
Il Sole ingoierà la Terra al momento in cui, morendo, si trasformerà in una Gigante Rossa, e si stima che raggiungerà questo stadio tra circa 5 miliardi di anni. E c’è chi dice che nemmeno allora la Terra sparirà, pensa te. Quindi, di tempo felice al pianeta Azzurro (o Celeste?) gliene rimarrebbe parecchio.
Questa è una soluzione che mi piace, in effetti. E piaceva anche al Prof di filosofia, anche se non me lo disse, sono sicuro (?).

D’altra parte ultimamente ho visto un film di qualche anno fa, ed è “Ultimatum alla Terra”, tratto dal racconto del 1940 “Addio al padrone” di Harry Bates (Pubblicato in Italia nel 1973 da De Carlo Editore con il titolo “Klaatu, prologo a un’invasione”. Ne sono alla ricerca, chi ne avesse notizie batta un colpo). Le gentili signore forse si ricorderanno l’interpretazione del tenebroso Keanu Reevs (ah, tra l’altro: signore, mi dispiace, ma fonti informate me lo indicano come “sull’altra sponda”, quindi “non c’è trippa per gatti”. Ma poi scusate eh, vedo fanciulle stracciarsi le vesti per la disperazione che tale bellezza d’uomo sia “diversamente orientata”… ma che invece se fosse stata orientata in modo canonico sarebbe toccata a loro? Mah!), comunque, per tornare in tema, nel film Keanu Reeves è Klaatu, alieno dalle sembianze umane mandato a parlamentare con i “signori della terra” per spiegare loro che stanno esagerando con le loro guerre, il loro inquinamento, il loro sfruttamento sconsiderato del Pianeta. Ovviamente come mette il naso fuori dall’astronave gli sparano addosso… E allora giustamente s’incazza. Helen è una tipa che ha avuto la casualità di incontrare il bell’alieno.
Riporto di seguito qualche battuta (per me stupenda) di quel film.

Helen: Che cosa ci fa sul nostro pianeta?
Klatu: Questo è il vostro pianeta?
Helen: Si…
Klatu: Il pianeta non è vostro.

Helen: che cosa vuoi da noi?
Klaatu: sono venuto a salvare la Terra.
Helen: sei venuto a salvarci?
Klaatu: sono venuto a salvare la Terra.
Helen: Sei venuto a salvare la Terra?
Klaatu: Sono venuto a salvare la terra… da voi. Se la terra muore, tu muori. Se tu muori, la terra sopravvive.

Allora ho capito che in quella classe del liceo non avevo scoperto granchè: qualcuno aveva già pensato alla stessa soluzione nel 1940.

Riccardo

YEMEN e il silenzio dell’occidente

nostalgia.

Guerra santa: tabù per l’occidente, dato di fatto per l’Islam

Avete mai provato a circolare per una qualsiasi città dell’Arabia Saudita con una croce al collo in bella vista? Non fatelo, sareste accusati di “apostasia” e condannati a morte. Ma se siete persone intelligenti non fatelo nemmeno in molti altri Paesi musulmani, compresi in quelli che il buonismo europeo chiama “moderati” come l’Egitto, la Turchia, il Marocco o la Tunisia. Il rischio di ritrovarsi con la gola tagliata è molto alto. Fa impressione constatare come l’occidente ha reagito al massacro degli otto operatori umanitari uccisi in Afghanistan perché accusati di essere cristiani, anzi, fa impressione constatare come l’occidente non ha reagito a questo efferato massacro, perché di reazioni se ne sono viste ben poche, come se fosse una cosa normale essere uccisi in Paese islamico perché si è cristiani o semplicemente non musulmani.
E’ un po’ come se si accettasse l’idea che quegli operatori umanitari in fondo se la siano cercata, che poi è la stessa che ci fa accettare i massacri di cristiani in Iraq, la stessa che ci ha fatto digerire il villaggio dato alle fiamme un anno fa in Pakistan (con gli abitanti dentro alle capanne) perché cristiano, la stessa che ci fa considerare normale che in Afghanistan – che stiamo cercando di liberare dall’estremismo islamico – una persona venga condannata a morte solo perché si è convertito al cristianesimo, oppure la stessa idea che ci fa considerare normale che nello Yemen da anni sia in corso una vera e propria caccia al cristiano, così come in Algeria o in Egitto per i cristiani copti. In fondo chi sono i cristiani per manifestare liberamente la loro fede in paesi musulmani? E’ chiaro che se lo fanno poi devono accettare le conseguenze di questa loro decisione. Questa è la mentalità corrente in occidente. Davvero spaventoso.
Eppure in occidente, soprattutto in Europa, usare la frase “guerra santa” oppure “guerra di religioni” è severamente vietato dal bon ton. Il problema è che noi questa guerra santa non la vediamo. Siamo cresciuti nella mentalità cristiana del perdono e del porgere l’altra guancia, una mentalità lontana anni luce da quella musulmana. Ci facciamo abbindolare dal concetto di “Islam moderato” sperando che sia un concetto vincente su quello di “Islam estremista”, una speranza a dire il vero assai recondita se si considera il fatto che il confine tra Islam moderato e Islam estremista – se tale confine esiste – è molto, ma molto labile. Gli islamici, a differenza di noi cristiani, crescono con la mentalità della guerra santa. L’islam non è una religione basata sul perdono, sulla tolleranza o sul porgere l’altra guancia, l’Islam non è una religione che si confronta con le altre pacificamente o che tollera altri credi, l’Islam tende ad assimilare gli infedeli e chi non si fa assimilare diventa automaticamente un nemico da abbattere. L’obbiettivo ultimo dell’Islam, lo dice il Corano, è quello di espandersi in tutto il mondo.
Chi non è musulmano lo può diventare, ma non c’è posto per altre religioni nella mentalità islamica. Ecco perché sostengo che l’Islam è in guerra con le altre religioni da molto tempo, praticamente da quando questa religione è nata. Non si potrebbe spiegare altrimenti il comportamento del mondo musulmano verso i cristiani, gli ebrei, i buddisti ecc. ecc
La rappresentazione ideale dell’Islam l’abbiamo vista quando mani criminali hanno posto la dinamite ai piedi delle millenarie statue del Buddha di Bamiyan fatte saltare in aria in Afghanistan. Quelle statue rappresentavano un’altra religione e quindi andavano distrutte.
La stessa cosa avviene oggi per le bibbie in mano agli operatori umanitari trucidati l’altro giorno, per la croce portata al collo dai cristiani di tutto il mondo o per i ciondoli a forma di Stella di David che gli ebrei portano orgogliosamente al collo. Sono simboli che vanno distrutti insieme a coloro che li portano.
Personalmente credo che sarebbe il caso di riflettere seriamente sugli eventi che stanno capitando ai cristiani, agli ebrei e alle persone di altre confessioni, per mano degli islamici. Credo che non sia il caso di continuare a sottovalutare questo fatto. Credo che sarebbe il caso di riflettere sul perché alcuni Paesi europei (vedi la Gran Bretagna) accettano passivamente sul loro territorio i “tribunali islamici” e chi non lo fa ufficialmente li tollera. L’Islam sta prendendo sempre più piede in Europa portando con se tutto il suo retaggio di intolleranza, di violenza, di misoginia e quella logica prepotenza insita in coloro che nascono e crescono con la mentalità di dover conquistare il mondo.
Io non me la sento di porgere l’altra guancia, non me la sento di tollerare tutto questo, non me la sento di cancellare dal mio vocabolario le frasi “guerra santa” e “guerra di religione” per una mera questione etica o per pseudo-buonismo, non me la sento per il semplice fatto che per i musulmani quelle frasi esistono e vengono pronunciate e applicate ogni giorno.

Franco Londei

http://www.secondoprotocollo.org/?p=1435”>http://www.secondoprotocollo.org/?p=1435.
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traduco …

Il cavaliere senza morte

Di terre ne ho attraversate,  di acqua ne ho vista scorrere,
di vento ne ho così portato nelle mie tasche sono abbassato come un ramo di salice,
mi sono macchiato come un tronco di platano
ma sono stato anche bello dritto come un cipresso
quando mi hanno detto che il mondo girava
ho cominciato a rincorrerlo e adesso che ho girato più di lui
lo so che non ho vinto

Ho provato il Martello di Thor, i graffi della Babayaga,
e Vainamoinen mi ha insegnato a cantare
e quanti uomini armati di spada ho trasformato in fontane di sangue
e poi la Morrigan passava a pulire tutto

quando mi hanno detto che il mondo cantava storie di Achille e Cuchulain
io ne ho uccisi più di loro
ma di canzoni non me ne hanno mai scritte

E allora via anima in pena a cercare il fondo della damigiana
senza accorgersi che ho bevuto dal Sacro Graal
volevo bere per dimenticare e ho guadagnato l’immortalità
proprio la sera in cui volevo provare a morire

una Valchiria di seconda mano e un druido senza giudizio
mi hanno fatto saltare nel tempo come in un precipizio

e son partito per la nuova gloria e ho visto marcire la storia
come un Dio in armatura ma a piedi nudi

Forse per noia o per vanità,
sono andato sul fondo del lago per ritrovare la spada di Re Artù
ma Excalibur non serve a un cazzo,
e Viviana me l’ha detto se a maneggiarla c’è un rimbambito

quando mi hanno detto che il mondo pregava, ho pregato più di lui,
e adesso che ho appeso la spada al muro
effettivamente mi sembra una croce.

E sono partito per la Terra Santa
la lama in cielo e l’inferno in terra
perchè mi hanno detto che era Santa anche la guerra

colpi di spada a forma di croce colpi di spada a mezzaluna
che in paradiso a tutti spetta una poltrona

e mi hanno detto che se ne ammazzavo tanti,
cancellavo tutti i miei peccati
che è diverso uccidere quelli giusti o quelli sbagliati

Ma io non potevo più morire…. e quindi niente aldilà

ho chiuso gli occhi e ho provato ad aspettare
ho aspettato che finiva e mi sono addormentato

ho aperto gli occhi e passavano i carrarmati

e ho aspettato  ho aspettato
ho aspettato

Davide Van De Sfroos

Ognuno di noi quando è vittima o carnefice o spettatore della continuità della guerra è come il cavaliere della canzone che passa attraverso le epoche ed è costretto a vedere mutare i tempi ma mai l’idea di guerra stessa. Sembra chiederci ” quanto vogliamo che continui ancora?

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INSIEME

 

insieme

                                                                                               (foto: mia)

 

Quasi sempre, fotografando una cosa che mi colpisce, ne decido il titolo: avviene in modo spontaneo.
E’ frutto della mente che associa immagini a parole.
Questa fotografia si chiama “Insieme”:  l’immagine delle due barche è sovrapponibile all’idea di due persone. Insieme” si è scritto nella mente al momento del click della mia fotocamera.

Quando si è bambini, si pensa che gli oggetti siano animati, che le cose abbiano una vita segreta, che le parole coincidano con le cose e che queste abbiano il potere di reinventarsi e di popolare in mille modi differenti, il mondo fantastico, quell’immenso laboratorio di creatività che costituisce la base dell’esperienza cognitiva che accoglierà le pareti portanti dell’esperienza adulta.

Nella favola c’è la luce che si scorge nel buio, l’amore che vince l’odio, pazienza e costanza che vengono premiate, l’uscita dal labirinto, il riscatto del dolore.
Dentro la favola si osservano le prime trame del tessuto della vita, è la prima rappresentazione della realtà, la prima maestra ancora più della mamma perchè la favola ce la costruiamo da soli, nasce dai luoghi di dentro dove abita il sentire più intimo e solo nostro.

Ebbene, qualcosa dentro di me deve essersi bloccato, un qualche processo di maturazione non deve essere andato a buon fine, perché che le cose abbiano un’anima io … ci credo ancora.

Avevo scritto un post, tempo fa, dove un muro e una mura si amavano senza potersi mai toccare.
Alcuni anni fa piansi tutte le mie lacrime per una macchina schiacciasassi: immaginavo il dolore e il sollievo, rispettivamente, di quei sassi che vedevano avanzare il mostro e di quelli che sapevano che non sarebbe toccato loro perché “un po’ più in là”.

Sono anche convinta che gli oggetti che amiamo assorbano, in qualche modo, qualcosa di noi e che questo qualcosa sia trasmettibile attraverso il dono dell’oggetto stesso a qualcuno di importante.

Alcuni oggetti, infine, risultano, alla mia sensibilità più vivi di altri: una barca si muove, naviga, subisce l’effetto del vento, offre protezione, coperta e salvezza a persone e cose, scivola sull’acqua ora fredda, ora calda, si spella con il sole, secca con il vento.  E’ fatta di legno e il legno è materia viva, si muove, respira, dilata, si ritrae, reagisce. Sente.

Guardando queste barche ho pensato a due compagni, due amici, due amanti che si toccano, si confidano, si consegnano le emozioni del giorno, le sensazioni provate. Si preparano al riposo oppure verranno disturbate dalla chiamata di una nuova partenza, svegliate per un altro viaggio.

Ho provato anche un filo di tristezza all’idea che una mano di uomo le separi, usandole per spostarsi da un lago all’altro del parco, e ho sperato che una volta giunta la sera possano ritrovarsi vicine, ancora, per guardare il tramonto. Insieme.

NEI CUORI

L’altro giorno leggevo che Re Artù disse ai suoi Cavalieri:

“Siamo dovuti andare in cerca di avventure in giro per il mondo perchè non eravamo più in grado di viverle nei nostri cuori”.

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NESSUN TITOLO

CHARLIE CHAPLIN
“Il grande dittatore”

DISCORSO ALL’UMANITA’

Mi dispiace, ma io non voglio fare l’Imperatore: non è il mio mestiere; non voglio governare né conquistare nessuno.
Vorrei aiutare tutti, se possibile: ebrei, ariani, uomini neri e bianchi.
Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre, dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro.

In questo mondo c’è posto per tutti.
La natura è ricca, è sufficiente per tutti noi; la vita può essere felice e magnifica, ma noi lo abbiamo dimenticato.
L’avidità ha avvelenato i nostri cuori, ha precipitato il mondo nell’odio, ci ha condotti a passo d’oca fra le cose più abbiette.
Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi.
La macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici; l’avidità ci ha resi duri e cattivi; pensiamo troppo e sentiamo poco.
Più che macchinari, ci serve umanità; più che abilità, ci serve bontà e gentilezza.
Senza queste qualità la vita è violenza e tutto è perduto.
L’aviazione e la radio hanno riavvicinato le genti; la natura stessa di queste invenzioni reclama la bontà nell’uomo, reclama la fratellanza universale, l’unione dell’umanità.
Perfino ora la mia voce raggiunge milioni di persone nel mondo, milioni di uomini, donne e bambini disperati, vittime di un sistema che impone agli uomini di torturare e imprigionare gente innocente.
A coloro che mi odono, io dico: non disperate! L’avidità che ci comanda è solamente un male passeggero, l’amarezza di uomini che temono le vie del progresso umano.
L’odio degli uomini scompare insieme ai dittatori e il potere che hanno tolto al popolo ritornerà al popolo e, qualsiasi mezzo usino, la libertà non può essere soppressa.
Soldati! Non cedete a dei bruti, uomini che vi disprezzano e vi sfruttano, che vi dicono come vivere, cosa fare, cosa dire, cosa pensare, che vi irreggimentano, vi condizionano, vi trattano come bestie.
Non vi consegnate a questa gente senza un’anima, uomini macchina, con macchine al posto del cervello e del cuore.
Voi non siete macchine, voi non siete bestie: siete uomini!

Voi avete l’amore dell’umanità nel cuore, voi non odiate, coloro che odiano sono quelli che non hanno l’amore altrui.
Soldati! Non difendete la schiavitù, ma la libertà! Ricordate nel Vangelo di S. Luca è scritto: “Il Regno di Dio è nel cuore dell’uomo”. Non di un solo uomo o di un gruppo di uomini, ma di tutti gli uomini.
Voi! Voi, il popolo, avete la forza di creare le macchine, la forza di creare la felicità. Voi, il popolo, avete la forza di fare che la vita sia bella e libera; di fare di questa vita una splendida avventura.
Quindi, in nome della democrazia, usiamo questa forza. Uniamoci tutti!
Combattiamo per un mondo nuovo che sia migliore!
Che dia a tutti gli uomini lavoro; ai giovani un futuro; ai vecchi la sicurezza.
Promettendovi queste cose dei bruti sono andati al potere, mentivano!
Non hanno mantenuto quelle promesse, e mai lo faranno! I dittatori forse sono liberi perché rendono schiavi il popolo.
Allora combattiamo per mantenere quelle promesse!
Combattiamo per liberare il mondo, eliminando confini e barriere; eliminando l’avidità, l’odio e l’intolleranza. Combattiamo per un mondo ragionevole.
Un mondo in cui la scienza e il progresso diano a tutti gli uomini il benessere.
Soldati, nel nome della democrazia, siate tutti uniti!

Hannah, puoi sentirmi?
Dovunque tu sia, abbi fiducia. Guarda in alto, Hannah!
Le nuvole si diradano: comincia a splendere il Sole.
Prima o poi usciremo dall’oscurità, verso la luce e vivremo in un mondo nuovo.
Un mondo più buono in cui gli uomini si solleveranno al di sopra della loro avidità, del loro odio, della loro brutalità.
Guarda in alto, Hannah!
L’animo umano troverà le sue ali, e finalmente comincerà a volare, a volare sull’arcobaleno verso la luce della speranza, verso il futuro.
Il glorioso futuro che appartiene a te, a me, a tutti noi.
Guarda in alto Hannah, lassù.

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CURIOSITA’

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Uno dei commenti del precedente post,  firmato Pinuccia, contiene una frase che contiene tante cose che contengono, per me, il senso della vita. E’ qualcosa che merita di essere un post. Grazie, Pinuccia.  Namastè!

Ecco lo stralcio.
L’intero contesto è tra i commenti del post precedente.

(….) Credo sia importante continuare ad avere la curiosità dentro di sé, la voglia di conoscere altre realtà, soprattutto rendersi conto che non si ha ancora imparato abbastanza nella vita e che se capita di fare delle sciocchezze, questa E’ la giustificazione.


la foto è tratta dal web all’indirizzo:
http://www.vitatrentina.it/

AMORE

L’ho trovata la scorsa settimana nel web ed è tenera, forte e delicata, e struggente. Reale, perchè è così che vanno le cose nella vita a volte. Contiene tanto, questa favola come molte favole: gratitudine, sacrificio, egoismo, ingratitudine, una dolcezza infinita. E poi solitudine e Amore.  Contiene Bellezza.
Tutte “cose” presenti nella vita di ognuno.  Tutte cose che stanno di dentro e con le quali si deve convivere e fare i conti, perchè tutte queste cose siamo noi.

L’avevo parcheggiata tra le bozze in attesa dell’umore giusto. Di solito ciò che pubblico ha a che fare con il mio umore ma questo immagino sia ovvio.

Ma l’umore giusto non c’è mai quando parlare di bellezza fa un po’ male. Avere un blog è una piccola “responsabilità” verso chi legge e anche verso sè. Ci si espone, con le proprie emozioni e si “somministrano” emozioni a chi legge. Ma un posto come questo non può essere diverso; senza emozioni non esisterebbe. Non avrebbe fiato respiro non avrebbe vita.

Qui c’è un albero che ha saputo essere cibo, ha saputo essere gioco e casa. Riposo, ombra e culla. Infine ha saputo essere ceppo.  E ha saputo essere felice. Sempre.

Noi non lo sappiamo fare. Non siamo alberi, infatti.
Abbiamo un cuore. Infatti.

Leggendola mi ha fatto pensare anche alla figura del genitore.
Credo che ogni buon genitore debba essere albero. Invece alcuni lo sono, fino alla “barca” .
Quando il bambino costruisce la barca e se ne va, l’albero è un po’ triste ma è felice per il bambino.  E lo aspetta e quando lo vede tornare è felice di dargli ciò che resta. Questa è per me quella cosa che si chiama Amore. L’Amore di un genitore accompagna e protegge, ma insegna a camminare ed è capace di stare a guardare la barca andar via, perchè è una Vita che va incontro alla Vita, seguendo il canto stesso della Vita.

C’era una volta un albero che amava un bambino.
Il bambino veniva a visitarlo tutti i giorni.
Raccoglieva le sue foglie con le quali intrecciava delle corone per giocare al re della foresta.
Si arrampicava sul suo tronco e dondolava attaccato al suoi rami.
Mangiava i suoi frutti e poi, insieme, giocavano a nascondino.
Quando era stanco, il bambino si addormentava all’ombra dell’albero, mentre le fronde gli cantavano la ninna nanna.
Il bambino amava l’albero con tutto il suo piccolo cuore.
E l’albero era felice.

Ma il tempo passò e il bambino crebbe.
Ora che il bambino era grande, l’albero rimaneva spesso solo.
Un giorno il bambino venne a vedere l’albero e l’albero gli disse:
“Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l’altalena con i miei rami, mangia i miei frutti, gioca alla mia ombra e sii felice”.
“Sono troppo grande ormai per arrampicarmi sugli alberi e per giocare”, disse il bambino. “Io voglio comprarmi delle cose e divertirmi. Voglio dei soldi. Puoi darmi dei soldi?”.
“Mi dispiace”, rispose l’albero “ma io non ho dei soldi. Ho solo foglie e frutti. Prendi i miei frutti, bambino mio, e va’ a venderli in città. Così avrai dei soldi e sarai felice”.
Allora il bambino si arrampicò sull’albero, raccolse tutti i frutti e li portò via.
E l’albero fu felice.

Ma il bambino rimase molto tempo senza ritornare… E l’albero divenne triste.
Poi un giorno il bambino tornò; l’albero tremò di gioia e disse:
“Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l’altalena con i miei rami e sii felice”.
“Ho troppo da fare e non ho tempo di arrampicarmi sugli alberi”, rispose il bambino. “Voglio una casa che mi ripari”, continuò. “Voglio una moglie e voglio dei bambini, ho dunque bisogno di una casa. Puoi darmi una casa?”.
“Io non ho una casa”, disse l’albero. “La mia casa è il bosco, ma tu puoi tagliare i miei rami e costruirti una casa. Allora sarai felice”.
Il bambino tagliò tutti i rami e li portò via per costruirsi una casa.
E l’albero fu felice.

Per molto tempo il bambino non venne. Quando ritornò, l’albero era così felice che riusciva a malapena a parlare.
“Avvicinati, bambino mio”, mormorò “vieni a giocare”.
“Sono troppo vecchio e troppo triste per giocare”, disse il bambino. “Voglio una barca per fuggire lontano di qui. Tu puoi darmi una barca?”.
“Taglia il mio tronco e fatti una barca”, disse l’albero. “Così potrai andartene ed essere felice”.
Allora il bambino tagliò il tronco e si fece una barca per fuggire.
E l’albero fu felice… ma non del tutto.

Molto molto tempo dopo, il bambino tornò ancora.
“Mi dispiace, bambino mio”, disse l’albero “ma non resta più niente da donarti… Non ho più frutti”.
“I miei denti sono troppo deboli per dei frutti”, disse il bambino.
“Non ho più rami”, continuò l’albero “non puoi più dondolarti”.
“Sono troppo vecchio per dondolarmi ai rami”, disse il bambino.
“Non ho più il tronco”, disse l’albero. “Non puoi più arrampicarti”.
“Sono troppo stanco per arrampicarmi”, disse il bambino.
“Sono desolato”, sospirò l’albero. “Vorrei tanto donarti qualcosa… ma non ho più niente. Sono solo un vecchio ceppo. Mi rincresce tanto…”.
“Non ho più bisogno di molto, ormai”, disse il bambino. “Solo un posticino tranquillo per sedermi e riposarmi. Mi sento molto stanco”.
“Ebbene”, disse l’albero, raddrizzandosi quanto poteva “ebbene, un vecchio ceppo è quel che ci vuole per sedersi e riposarsi. Avvicinati, bambino mio, siediti. Siediti e riposati”.
Così fece il bambino.
E l’albero fu felice.

Tempo e Vita


"La farfalla non conta gli anni  ma gli istanti:
per questo il suo breve tempo le basta"

(Tagore)

Oscar Wilde: 

"Vivere è la cosa più rara al mondo.
La maggior parte della gente esiste, e nulla più"
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BORGES

(foto: celeste)

         Diritto

Dormivi. Ti sveglio.
Il gran mattino reca l’illusione di un inizio.
Avevi dimenticato Virgilio. Sono qui gli esametri.
Ti porto molte cose.
I quattro elementi dei greci: la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria.
Un solo nome di donna.
L’amicizia della luna.
I chiari colori dell’atlante.
L’oblio, che purifica.
La memoria che sceglie e che riscrive.
L’abitudine che ci aiuta a sentirci immortali.
Il quadrante e le lancette che dividono l’inafferrabile tempo.
La fragranza del sandalo.
I dubbi che chiamiamo, non senza vanità, metafisica.
Il manico del bastone che la tua mano attende.
Il sapore dell’uva e del miele.

            Jorge Luis Borges

COMETE E LAMPI

 (foto Celeste)

C’è chitarra, blues, jazz.
Voce, sussurro, poesia. Tango, lente ballate, filastrocche.
E’ musica che non sgomita per arrivare.
Gianmaria Testa, italiano, cantautore-ferroviere di Cuneo, è uno che riesce, oggi, a fare un disco politico, cantare il dolore di popoli che migrano sfidando mari e deserti, la disperazione che spinge.
O a parlare d’amore e di dolcezza in modo semplice ma mai banale, mai scontato, mai lirico.
La finezza dei suoi testi, la sua musica, i musicisti che accompagnano le sue parole e la sua voce profonda, magica, sono una mescolanza di sensazioni che avvolgono e abbracciano e scaldano. Seducono.
Da centellinare, con un bicchiere di rosso in mano magari quando fuori piove.
Le parole si attorcigliano alla musica melodica, classica, si avvinghiano e si fondono e danno origine ad una magia che scalda e arriva dentro.
Quasi come una coccola, come quell’abbraccio che manca, quella passeggiata senza fretta che non sappiamo o che non vogliamo più fare. Quello stare a guardare quel lago calmo, che sa di alghe, sotto la luna bianca, mentre il sonno aspetta,  dentro la stanza con la tendina di pizzo che protegge il misterioso dialogo tra due persone e le stelle.
Sanno di buono le canzoni di Gianmaria, come alcune cose antiche, come un tramonto, come un pizzo inamidato, una credenza, un giocattolo di legno. Come il sapone di Marsiglia, l’acqua di colonia.
Sanno di terra, di ferro, di attesa. Quell’attesa cui non siamo più abituati. Sanno di vendemmia, di viaggiatori, di emigranti, e delle piccole cose belle.
Sanno di strade bagnate di pioggia, di campi coltivati, di pianure, di sole e di fumo, di città cresciute in braccio alle campagne, alle marcite, alle langhe che stupite sono state a guardare, in ciabatte e grembiule mentre nei campi di grano crescevano le fabbriche e arrivava la gente da fuori.
Sanno di occhi che non sanno più guardare, di orecchie che non sanno più ascoltare, sanno di silenzi che non sappiamo più fare, di cieli e di lune che non riusciamo più ad amare. Sanno di favole che non sappiamo raccontare, di verità che non sappiamo confessare, di rimpianti dei giorni in cui sapevamo giocare. Di appuntamenti e di cuori che non sentiamo più ansimare.
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Faccia attenzione signore
c’é una luna che cade stasera
e ci potrebbe colpire
o quantomeno scavare una buca profonda
così larga e profonda
da non poterci passare
Se alza gli occhi signore
fra una nuvola e l’altra
sotto l’ultima stella del carro
si dovrebbe vedere
che si stacca dal nero di pece
e veloce incomincia a cadere
E se restiamo in silenzio, fra poco
dovremmo sentirne il rumore
sul frastuono di passi e vetrine
come un lungo richiamo
il rumore

Lei sorride signore
ma io certe notti ne ho viste anche cinque
di lune cadere
scintillanti più dei fuochi d’agosto
sradicare foreste
o ribollire nel mare
e di altre ancora ho sentito soltanto parlare
da gente distratta alle cose di sempre
ma molto più attenta alle cose del cielo di me

Lei capisce signore
una luna che cade
non é un fatto da potersi tacere
che trasforma una notte qualunque in un sogno
e in un grido
questo nostro parlare
se soltanto mi stesse a sentire
se soltanto un minuto
senza chiudere gli occhi
rimanesse anche lei qui con me, adesso a guardare

Perché c’é una luna che cade stasera
attenzione signore ci potrebbe colpire
o quantomeno scavare una buca profonda
ma così larga e profonda
da non poterla
da soli
passare
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Gianmaria Testa, Comete – da Lampo.
Video  già pubblicato, tempo fa in Controluce . Brano che è bello leggere: le canzoni di Gianmaria sono belle anche solo da leggere perchè c’è sempre qualcosa dentro. Non è la melodia a rendere belle le sue canzoni, sono parole e musica insieme, ma parole e musica possono essere lette ovvero ascoltate da sole.
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Il brano del video che segue è Lampo. Dedicato a tutti quelli per cui un attimo è importante, a quelli che credono che sia meglio un istante di tanto che un secolo di poco. A quelli che cercano, a quelli che non si siedono. A quelli che rischiano che provano che sanno che  ci può essere la Vita dentro un attimo come una vita senza un Attimo. A tutti quelli che credono che pensare sia importante quanto respirare. A quelli che hanno poche certezze e tanti dubbi compreso quello che forse è tutto un gioco.
A quelli cui non basta leggere non basta capire non basta sapere perchè occorre senitre. A quelli che sanno sognare un sogno e poi stringerlo, pretenderlo, viverlo. A quelli che ci credono.
A quelli che non mollano a quelli che restano quando è tempo di restare e a quelli che sanno andare quando è ora di andare.  A quelli che sanno lasciare quando è tempo di lasciare.
A quelli che sanno che quasi tutte le cose sono cose e basta ma che ci sono cose che sono importanti.  A quelli che navigano vicino alle stelle perchè sanno che è luce che si può toccare e non importa se può bruciare perchè dentro ci può essere l’Attimo. A quelli che conoscono l’importanza dei dettagli a quelli che sanno che un dettaglio cambia tutto, anche il senso della vita.
A quelli per cui non basta un sorriso quando è solo denti in bella mostra: a quelli che dento il sorriso ci devono trovare il cuore e qualcosa che somigli al Vero. A quelli che sanno che amare si può fare senza usare, senza sciupare, senza logorare.
A quelli che sanno abbassare la testa, e a quelli che sanno alzare la testa. A quelli che cadono senza che sia sempre colpa del mondo.
A quelli che sanno tornare, che sanno consegnare un’emozione, a quelli che sanno piangere e lo sanno raccontare.  A quelli che sanno salutare, a quelli che sanno che forse sarà domani il tempo più giusto per tornare.  
 

 

PORTE

(foto: celeste)

Porte finestre portoni porticine cancelli mi hanno sempra affascinata, l'ho già detto e  lo sanno tutti quelli che mi conoscono.

Mi sono divertita un sacco durante una vacanza sull'isola di Minorca: si puo' visitare l'isola anche utilizzando  le numerosissime strade sterrate che attraversano le coltivazioni, delimitate dai muretti a secco e da cancelli in legno di ulivo a patto di aprire il cancello e richiuderlo dopo il passaggio. A volte tra un cancello ed  un altro si percorrono solo poche decine di metri.

Invece non amo le porte dentro casa: fosse per me, nella mia,  ci sarebbe solo quella del bagno.
Costituiscono limiti, segnano territori, stabiliscono confini, cosa che non corrisponde al mio di dentro: i miei confini di dentro sono labili,  difficilmente netti. Convivono i colori, si invitano, giocano collaborano si alleano si mescolano sfumano confondono invadono, litigano. Promiscuità, bilico, insicurezza, ma forse anche equilibrio: non saprei dire. 
Consapevolezza del mutamento di tutte le cose, del movimento, della relatività di tutto, oppure semplicemente immaturità .. non saprei dire.
Tra gli abitanti: le mie incertezze e anche le mie certezze, il dritto e il rovescio, ciò che appare falso e ciò che appare vero. Ciò che sembra bello e ciò che sembra brutto. Ciò che viene definito come bene e ciò che viene etichettato come male. Tutto è in discusssione.

Poi ci sono anche i  giardini come a Minorca con muretti cancelli e cani da guardia. Vi abita  soprattutto la mia parte ottusa, con i Limiti di Corte, restia a trasferirsi nel Regno del Dubbio.

Questa fotografia l'ho titolata "protegge".  Ma quali sensazioni puo' provocare una immagine come questa?

Protezione
Chiusura
Definitivo
Separazione
Esclusione
Sbarramento
Prigione
Sicurezza
Isolamento
Intimità

Ma se fosse socchiuso?

Possibilità
Accoglienza
Festa
Calore
Odore di casa
Profumo di caffè
Amore

Ma se fosse spalancato?

Diffidenza
Paura
Avventura
Incoscienza
Sfiducia
Leggerezza
Curiosità
Inganno Tranello Trappola
Mistero
Invito
La tana del Bianconiglio

Sono potenti le immagini, piu' delle parole. Il messaggio è immediato. Arriva ai sensi senza la mediazione della mente. L'associazione  immagine pensiero è interessante: aiuta a conoscersi, a dare una forma alle proprie paure, a porci davanti alle proprie psicosi così  come anche alla propria fantasia, al genio,  all'immaginazione.

Ciò che trasmette, racconta, comunica un volto, uno sguardo,  non è paragonabile alle parole. E' un linguaggio che si rivolge  alla parte più primordiale e affidabile. E'  universale: prescinde dalla cultura, garantisce una genuinità che le parole non possono non essendo in dote agli uomini.

Mi è capitatato una volta sola nella vita di trovarmi per la prima volta nella casa di qualcuno incontrato solo qualche ora prima e sentirmi accolta, abbracciata avvolta da un calore conosciuto, da un odore famigliare.
Eppure il suo non era – non è – un portone spalancato. Tutt'altro.
Ma si era  aperto per me. E dietro di me si era richiuso. Non a chiave.
Istinto? Fiducia? Pelle? Non lo so … So però che è una delle poche porte cui busserei con la certezza che oltre c'è Casa.
Non semplice ospitalità, non prigione  ma Casa. Sono cose differenti. 

SPAZIOTEMPO

La prima cosa è la coscienza dello spazio. Sapere che lontano, da un’altra parte, altrove, sta accadendo qualcosa anzi, sapere che, fuori dalle mura di casa, tutto sta accadendo in giro per il paese però occorre sapere dove.

La seconda cosa è il tempo… in quel posto bisogna arrivare in tempo perché quella cosa accada a noi e non immaginare soltanto che accada. Se lo spazio è poi ampio e distante è necessario differire il tempo dall’azione da quello del desiderio perché partire quando desidereremmo essere già lì è una vana corsa verso una sala vuota.

Possedere questa consapevolezza è una grande qualità che può contribuire a rendere la vita arte dell’incontro.

Le anime si incontrano per caso, per curiosità, per determinazione. In tutti i casi l’incontro ha sempre del miracolo; nella coincidenza la componente magica e più evidente ma a decidere, partire, muoversi a tempo fino a trovarsi nel luogo dove la cosa sta accadendo è miracoloso come la costruzione di tutte le cose immaginate.

VINICIO CAPOSSELA

COSI’, PARLANDO

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Bisogna avere in sè il caos per partorire una stella che danzi.

(F.Nietzsche)

CLICK


Fotoscatti di attimi.
Istanti che la memoria cattura e imprime su di sé come un marchio.
E poi conserva, difendendoli dall’erosione del Tempo. E questi restano, cristallizzati per sempre.
Non invecchiano, non si adulterano, restano eterni, al riparo dai batteri dalle muffe e dal logorio del Tempo, dalle scelte selettive della memoria e dalle sue astuzie, dai suoi giochi, dalle strategie che compie incessantemente per sistemare, organizzare e riorganizzare il suo magazzino, tra i suoi scaffali, i suoi cassetti, le sue  pieghe. Tra i suoi angoli acuti e anche tra quelli ottusi, tra i suoi ripostigli, i suoi tappeti, le sue pattumiere.

Avevo 15 anni quando lessi per la prima volta Il Mestiere di Vivere, di Cesare Pavese e una delle frasi che mi rimase impressa fu questa: non si ricordano i giorni, si ricordano gli attimi.
Accidenti se è vero!

Ma la cosa bizzarra è quando questi attimi sono insignificanti, banali.
Può essere l’orlo di una gonna che appare per qualche istante prima di ricadere oltre il cappotto, oppure un respiro, un sasso sulla spiaggia, insomma un dettaglio banale figlio un istante tra i mille e mille istanti normali che compongono un giorno normale.

Eppure quel ricciolo di capelli e come si è mosso,  quel giornale piegato sotto il braccio, quella piccola smorfia sul viso di tua madre, quel leggero incurvarsi delle labbra dello sconosciuto, visto un’unica volta sulla metropolitana, restano impressi per sempre.

Un esempio tra i tanti che potrei citare: ho in mente perfettamente la fantasia di un mio abitino di bambina, il colore, la forma, la misura di quel piccolo disegno a nido d’ape che si ripeteva sull’intero tessuto, mentre conservo immagini approssimative, grossolane e sfocate di alcuni eventi magari anche rilevanti della mia vita.

Perché?
Misteri della memoria.
Meccanismi incomprensibili messi in moto da ragioni altrettanto incomprensibili, misteriosi e per questo affascinanti.

Penso al cervello, questo sconosciuto che non riesco a percepire come qualcosa che ci abita dentro ma come tutto il nostro essere: noi siamo il nostro cervello!
O forse  …  no?

GOCCE



 (Opera di  Aurora©, diritti riservati)


Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge,
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

(P. Neruda)

E’ stata per anni appesa nella mia stanza di ragazza, questa poesia, ed è da tutta la vita appesa nel mio cuore, attaccata alla mia consapevolezza come una patella sullo scoglio.

C’è chi vive di emozioni, chi vive solo di testa e si vede. La Bellezza è qualcosa che si vede sul viso; alcuni visi pulsano di sorrisi che nascono dal di dentro, altri sono disegnati con il pennarello come quelli del clown.

Chi vive di ragioni evita l’emozione; ha paura di restarne intrappolato, come una mosca nella tela del ragno.  E probabilmente non si accorge.
Vuole prevenire (è meglio che curare no?) e prevenendo limita, o per meglio dire crede di limitare i rischi, crede di esercitare in controllo sulle "cose".
Con il tempo si incupisce, si uccide, muore attraverso il suicidio della propria fantasia, della propria pancia, della creatività, della libertà di essere e di viversi, di sentirsi, di amarsi.

Nella sfera passionale tutto invece è imprevedibile … 
Non c’è membrana a proteggere l’ambiente asettico interiore, si è indifesi, esposti alle intemperie, al dolore, alla delusione, alla sofferenza. O se c’è, è una placenta sottile, magari fallata e fa passare le Grandi Emozioni, quelle piu’ pure in grado di bucarla. E il di dentro si contamina, si inquina magari di amore, di luce, di felicità, di specialità. Ma anche di altro….
Perchè si sa, l’emozione non è soltanto gioia, non è solo innamorarsi, provare piacere, godere delle cose, di un tramonto, di un alba, della vita, di un momento di profonda condivisione e cosi’ via ma è anche dolore, sofferenza, confronto, freddo, delusione, solitudine…  quella vera..  (la lacrima sul viso nascosta dal cerone e dal sorriso disegnato con il pennarello).

L’ho pubblicata perchè sto facendo ordine tra le mie carte, ed è comparsa la stessa pagina che stava appesa tra le mie cose da ragazza. La poesia in sè non l’ho mai dimenticata, la ricordo spesso, la leggo spesso: è scritta da qualche parte dentro di me, con quelle lettere che non sbiadiscono con il tempo, un tatuaggio diverso da quello fatto con l’hennè.

Penso che si possa morire davvero, goccia a goccia, così lentamente da non accorgersene nemmeno.
Abbiamo una vita. Lunga o breve non lo sappiamo; il futuro potrebbe essere privo di luce… non si sa, ma di certo  privo di luce è ogni attimo non colto. Le famose perle ai famosi porci.  Scelte.
Difficili spesso, e non si nasce con il libretto di istruzioni mannaggia.

Penso a questa poesia quando guardo un cielo stellato, quando sento il gelo sulla faccia, quando decido di camminare sotto la pioggia senza ombrello. Quando piango per qualcuno che ho perduto, quando mi manca qualcuno che amo, quando qualcuno rinuncia a un volo condiviso. Quando non sento più il calore di chi c’era ma anche quando io non riesco più a scaldare,  incapace di raggiungere il cuore perchè non so scalfire la scatola stagna che lo contiene.

La penso quando sogno un balcone sotto le stelle e sopra la neve che brilla grazie alla luna. La ricordo quando i miei rimpianti rubano il sonno delle mie notti e avvolgono come un mantello la luce del presente.

Ma la penso anche quando qualcuno ritorna, quando qualcuno ti scalda il cuore con una lettera, un appuntamento, un messaggio e senti che non ti ha dimenticata e che le emozioni non si sono dissolte come fumo nel cielo.
  
E poi ogni volta che sento la certezza che qualcosa era stato vero, tanto da sopravvivere al logorio del Tempo, alle banalità dei giorni, al vuoto, e poi al buio e al freddo dei deserti dell’anima.

(L’artista dell’opera sotto il titolo ha 6 anni, una buona pancia, una buona testa e una fantastica zia)

TONDELLI IN UN QUADRETTO

Fuori dal contesto del personaggio di Tondelli: amato odiato scandaloso osceno contraddittorio diverso uguale.
Mi piace questo “biglietto”.
Al di fuori di ogni contesto, oltre le etichette e la critica profonda.

Ancora una volta è il momento, a contare, l’adesso. 
Il passato è distorto, edulcorato, ingrigito o colorato, arrotondato ammorbidito o esasperato. Riletto rivisitato ripercorso con occhiali diversi, esperienze umori e bisogni diversi.
Il futuro non è ipotecabile. Ipotecarlo è una cosa stupida: umana ma stupida e una inutile occupazione, una scommessa contro il nulla e contro il tutto.
L’adesso è ciò che non si legge non si ricorda non si ipoteca non si ipotizza non si stravolge non si sogna non si vende non si dilata.
Si vive.

ORO SUI COLLI

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(foto: Celeste)

18 luglio 2009

Sono parecchio stanca in questi giorni.
Però ieri, nonostante la stanchezza, ho preso un treno per Bologna.
E ho avuto la conferma, ancora una volta, che quando stai bene con ciò che ti sta intorno, trovi il riposo anche senza essere a casa in poltrona a leggere o sonnecchiare.
Prelevata dalla stazione di Bologna, lentamente e in buona compagnia ho girovagato per l’appennino tosco emiliano esplorando senza itinerario e senza fretta.
Sulle colline colava una luce meravigliosa; il cielo era nuvole basse ma non così dense da impedire al sole di bucarle.
Gli appezzamenti collinari intervallavano il colore dell’oro del grano appena tagliato con il colore verde dei prati naturali e dei campi coltivati ad erba medica, e il marrone dei campi già arati.
Alcune strisce di argilla scivolavano sui fianchi di qualche collina conferendo una forza che sottolineava la morbidezza degli appezzamenti di velluto verde.
Ma la luce… la luce era qualcosa di surreale; lo scenario, quello di un quadro impressionista.
Vang Gogh non avrebbe resistito al desiderio complusivo di colpire una tela direttamente con il tubo del colore, come faceva negli ultimi tempi.
Forse avrebbe dipinto quelle colline e quel cielo con la sua consueta violenza, quasi tragica. Dolorosa, passionale.
Monet invece le avrebbe dipinte con “troppa” delicatezza, confondendo e sfumando le linee che invece erano marcatissimi confini tra un colore e l’altro. Forse avrebbe fatto lo stesso anche Degas.
Ma non l’acquerello delicato e tenue, non la tempera disperata di Vincent avrebbero raccontato la Poesia di quella luce e di quei colori.
Forse solo un jazz delicato improvvisato e mutevole avrebbe potuto.
E, come il jazz, la bellezza dell’emozione in movimento è unica, non replicabile.
E un’altra volta ancora mi torna alla mente “Il collezionista di tramonti”: lui aveva racchiuso tramonti in barattoli di latta, perchè nessun tramonto è uguale ad un altro.
Nessuno. Luce e movimento forse possono essere solo musica. Respiro. RESPIRO (….)
Tornando verso casa,  in solitudine sul treno,  pensavo che il mio corpo forse non si è riposato ma lo hanno fatto cuore e mente.
Lo ha fatto l’anima che, scivolando dolcemente sopra quei colli,  ha saputo sciogliersi in un canto quasi magico e stare bene, semplicemente. Sono rientrata a casa con un senso di gratitudine verso una giornata così bella e verso chi l’ha voluta condividere.

DI SCRITTI … DI-VINI

VINOEPOESIA

Un giorno, un amico che apprezza il vino buono quando è buono davvero, quando il momento è quello giusto a cui dedicare un calice di buon vino (“nel bicchiere giusto, panciuto, di cristallo morbido, perchè le cose buone devono stare dentro le cose belle”) mi disse: – Sai, alcuni amici mi hanno invitato a fare un corso per conoscere il vino; tu sai che io lo amo.. Bè, ho rifiutato”. Gli chiesi come mai avesse rifiutato, e mi rispose inviandomi quanto segue.

Keating: “Ora aprite i vostri testi a pagina 21 dell’introduzione. Lei, Perry, vuole leggere il primo paragrafo dell’introduzione, intitolato: “Comprendere la Poesia?”

Perry: “Comprendere la poesia di Johnathan Evans Prichard, Professore emerito.

Per comprendere appieno la poesia, dobbiamo, innanzitutto, conoscere la metrica, la rima e le figure retoriche e poi porci due domande: uno con quanta efficacia sia stato il fine poetico e due, quanto sia importante tale fine.
La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza di una poesia, diventa una questione relativamente semplice. Se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico e la sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della poesia per misurarne la grandezza. Un sonetto di Byron può avere valori alti in verticale, ma soltanto medi in orizzontale, un sonetto di Shakespeare avrà, d’altro canto, valori molto alti in orizzontale e in verticale con un’imponente area totale, che, di conseguenza, ne rivela l’autentica grandezza.
Procedendo nella lettura di questo libro, esercitatevi in tale metodo di valutazione, crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà il vostro godimento e la comprensione della poesia”.

Da “L’attimo fuggente”.

FOTOGRAFIE

L' impermeabile addosso e l'ombrello in mano, l’uomo esce dal portone.

Si incammina lungo il vicolo.

La strada, lastricata di pietra lucida è bagnata dalla pioggia.

Una colata di colore, arancione, dai lampioni regala miele dorato alla notte.

Forse una passeggiata. Forse un appuntamento.

….

L’uomo sul treno parla al telefono.

Dall’altro capo, di certo, una donna.

Lo si comprende dal viso leggermente imbarazzato, di lui.

Un leggero rossore sulla pelle, nonostante i capelli bianchi.

Porta la fede al dito.

Un sorriso compiacente, di certo le mani un po’ sudate.

Allenta la cravatta e fruga nella grande borsa ai suoi piedi.

Un giorno speciale, forse, dove si può anche dar vita all'illusione.

La ragazza è in piedi, passeggia lungo la banchina della stazione.

Ha lo sguardo assente, occhiaie profonde, l’aria vagamente anoressica.

Il viso bianchissimo; gli occhi seguono con incomprensibile attenzione un nulla,

sospeso da fili invisibili al mondo.

Un nulla intrappolato in una ragnatela di cielo, traballante come le gambe della ragazza,

sopra zatteroni troppo grossi e di certo troppo pesanti.

Un giorno incerto, annunciazione di un futuro ancora più incerto.

Sulle scale della metropolitana

la giovane donna spinge il passeggino e una pancia enorme.

I capelli raccolti, l’aspetto trascurato.

La tuta da ginnastica un po’consunta, le mani sciupate.

Dal borsone appeso al passeggino spunta il sacchetto del pane.

Un giorno, forse, di accettazione o forse di stanco vivere.

Un altro giorno di attesa per una vita che sta attendendo vita.

 

CI VA IL TEMPO

Accadono cose che sono come domande.

Passa un minuto oppure anni e poi la vita risponde.

(Alessandro Baricco, Castelli di Rabbia)

 

Chi mi conosce non ne può più di sentirmi dire / scrivere questa frase.

Ma "ci va il tempo" dice Riccardo.

E così, per avere le risposteci va il tempo.

E’ vero, RiccardoCi va il tempo..

 


 

Ci va il tempo

a sussurrare nella Valle di Fiemme,

e il vento ad accarezzare

e il sole a consolare …

L’ abete rosso che diventa violino

che diventa musica, che diventa anima…

Ci va il tempo, alla Val di Fiemme perché diventi canto la sua anima.

E ci va il tempo, per il vino, che diventa buono,

che diventa morbido.. seta liquida dentro il bicchiere…

Bicchiere di cristallo. Trasparente, puro…

Che diventa amore prima dell’amore

Tra le labbra di un uomo e di una donna davanti alla fiamma

Poco prima della danza lenta….

Quella danza che … ci va il tempo.

Ci va il tempo per il pane a lievitare.

E ci va il tempo

Per imparare quando non è più tempo di tornare.

 


 

Ci va il tempo Riccardo..  Ci va il tempo…

E a proposito di tempo, una cosa di Ivano Fossati che mi piace molto:

 

Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
che bisognava sognare.

 

e ancora

 

C'è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l'istante in cui scocca l'unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle..

 


 

 

PENSIERI IN AGRODOLCE

Ferma, in autostrada, ascolto Renato Zero. C’è un incidente, più avanti.

Sono da poco passati i vigili del fuoco, costretti tra le due corsie.

Sfiorano la mia auto… e me, seduta al posto di guida.

Perché…..Perché la corsia di emergenza è occupata.

Occupata  dai “furbi”.

Quelli che “loro la coda loro non la fanno”….  

Mi domando se qualcuno dei “furbi” si rende conto di quanto una manciata di secondi può essere determinante per una vita umana… che pochi istanti  possono fare la differenza tra la vita e la morte… 

E sale l’amarezza, l’amarezza di sentire sulla pelle, quotidianamente, l’arroganza del popolo dei furbi.

Di quelli che “noi non siamo come gli altri”.

Quelli che “figuriamoci se io”

Quelli che “lei non sai chi sono io” .

Si che lo sappiamo. Lo sappiamo bene chi siete voi…

Siete il "popolo dei furbi" .

Namastè !!!!

 


Si riparte; ascolto queste parole e sorrido; potrei rubarle, affidarle al vento perché ti raggiungano, trasportate dalle onde fino alle antenne del tuo terrazzo, fino alla tua radio, fino a te…

E mi domando quanti rimpianti avrai…  Quanta anima avrai lasciato andare via… Quanti sogni avrai lavato con il pianto. Quante volte ti sarai ferito per difenderti dal dolore di un dolore probabile. E quanti morsi per ogni bacio non dato? Quante testate per ogni carezza trattenuta? Quante lacrime per quel treno passato? E… "quando dolore per nulla"? E… quanti sogni il tuo silenzio avrà ucciso.

Il brano è questo… Lo senti? Sta arrivando… esattamente come io ….. sono andata via.

.

Prendimi prova a prendermi
a bruciare le mie partenze adesso
Muoviti tra le rapide del mio vivere
con la mia esperienza
Provaci a raggiungermi
con il peso dei tuoi rimpianti addosso
Facile troppo facile giudicare e poi
non buttarsi in gioco mai…
Provaci a riemergere
da quei sogni che il tuo silenzio ha ucciso
Che ne sai dell'origine delle lacrime
se non hai mai pianto.
Provaci a scommettere
che al traguardo tu non sarai secondo
Agile è quest'anima
non puoi vincerla non la puoi ingannare più
Prova a prendermi…
Catturami…

PANTA REI

REI …

Tesoro mio che attorcigli i pensieri al dolore… e il dolore ai pensieri.

Che mastichi luna e sale e sputi le stelle piu’ lucenti.

PANTA REI …

Sogno di molti miei sogni

che passeggi in qualche mia notte

con il tuo passo leggero, incerto e stupito.

PANTA REI …

rimpianto intrappolato tra i miei denti e il respiro.

PANTA REI … amore mio fatto di vento e di pianto

c’è ancora tempo per una favola di folletti e fate….

Per universi di luce e di un istante di pace.

Ma… PANTA REI,  tesoro…

PANTA REI….

foto celeste