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SOTTIGLIEZZE

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immagine dal web

Il pensiero sottile.
O ce l’hai o non ce l’hai. Non si impara, non si compera, non si assorbe per via osmotica, né endovenosa, né inalandola. Due fialette di pensiero sottile, grazie. Pare proprio di no. E’ il contatto con l’anima, il tocco dell’anima, la trasmissione di una vibrazione che parte dai sensi arriva al cervello e lì dentro, tra quelle pieghe, diventa pensiero.  A volte, se ne vale la pena, un tentativo di mettergli uno zainetto sulle spalle e trasferirlo, si può anche fare, ma spesso è una questione disperata, foriera di delusioni. Infatti il pensiero sottile arriva sul pelo, sulla pelle prima che nella testa pertanto o il destinatario lo sente o non lo sente. Siamo sempre qui.

E’ condensato nelle frasi più semplici, palpita dentro poche sillabe,  e lo sappiamo bene quanto pensiero, quanta esperienza, quante riflessioni ci sono dietro una frase semplice. Perché sappiamo tutti che qualcosa di semplice, per essere semplice, è dovuta passare attraverso meccanismi e ingranaggi complicati. Ogni cosa è complicata, prima di essere semplice. Si sa.

Nel corso della vita, cerchiamo milioni di volte,  in milioni di occasioni, le “parole giuste” e poi, nell’età matura ci rendiamo conto che non servono grandi parole,  che ne servono poche e guarda caso, ogni volta che riesci a toccare un cuore, un’anima, un’intelligenza, ci riesce solo con le parole più semplici, quelle meno ricercate. I bambini lo fanno naturalmente: hanno a disposizione un dizionario “semplice”. Noi invece cerchiamo parole “adatte”, “calzanti”, “pertinenti” quando non “idonee” e ci perdiamo in un tecnicismo che il più delle volte non serve: se dobbiamo consegnare una cosa del cuore ad un cuore, viene bene soltanto con i vocaboli in dote a un bambino.

E così il pensiero sottile:  non ha bisogno di cose complicate, sa esprimersi da sé. E’ eleganza, nobiltà d’animo, bellezza. E l’eleganza, si sa, è sobrietà innanzitutto. Coco Chanel diceva più o meno così: prima di uscire passate davanti allo specchio e toglietevi l’ultimo accessorio che avete indossato. Ecco.  Il pensiero sottile è un po’ la stessa cosa. Il pensiero sottile è eleganza e classe dell’anima e non lo si compera. Un abito di Chanel invece sì, si può comperare, ma non è detto che lo si sappia anche portare. 

Ma il pensiero sottile è anche molto di più. Non è solo una dote innata, come la classe e l’eleganza: è anche figlio di riflessioni, di scavi dentro e fuori, di ricerche, di letture, di scontri e di confronti, di sperimentazione del dolore. Si forma in un utero sottile, permeabile a rumori a suoni a odori.  Conosce l’offesa, lo sfregio, lo sconforto e il dolore.  Poi nasce dall’acqua, sa vibrare sulle ali di una libellula. Può far ridere, sciogliere un cuore, far sgorgare fiumi di lacrime di gioia, frantumare la pietra che nasconde il diamante, liberarlo dalla sua gabbia di roccia e farlo brillare coi suoi mille colori che si porta dentro da sempre. 

 

LETTURE E CATTURE

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foto dal web

“C’è in me quello che si trova in molti uomini del mondo, amori, spari, qualche frase piena di spine, nessuna voglia di parlarne. Siamo dozzina noi altri uomini. Speciale è solo vivere, guardarsi di sera il palmo di mano e sapere che domani torna fresco di nuovo, che il sarto della notte cuce pelle, rammenda calli, rabbercia gli strappi e sgonfia la fatica.”

Erri de Luca

SEMI-CONFUSI

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A volte mi pare quasi di sentirti. Di sentire il tuo fiato nella stanza, i passi, leggeri, sul parquet che risponde. Spesso è un peso leggero, leggerissimo, al bordo del letto. Passa e sfiora l’altezza del materasso, o forse si siede. A volte è un’ombra che pare attraversare lo spazio sopra la mia spalla, un punto troppo estremo per essere esplorato dall’occhio, e troppo concreto per esserlo da cuore. E’ un’ombra che che mi pare di sentire o forse vedere o forse entrambe le cose. A volte mi pare di sentire il mio nome, mi volto, mi è successo tre volte la settimana passata. Non mi chiamava nessuno. Forse. O forse sì. A volte è un tocco. Leggerissimo, sul braccio quasi sempre, solo qualche volta sulla fronte o sui capelli. L’odore. Questo no, forse io non lo ricordo o forse non era univoco. Strano. Ho sempre prestato attenzione agli odori. Ne ho alcuni che abitano le mie narici: molecole intrappolate nei pori, tra l’umidità del mio respiro e il battito della mia esistenza. Oggi ho raccolto un fiore di lupino, ormai secco: volevo liberare  i semi da quella specie di piccolo fagiolo di velluto grigio, ma ce n’erano pochi, pochissimi. Chissà: forse erano già caduti. Conficcati nella terra, promessi lupini per il prossimo anno. Forse. Il vasetto di vetro che ho scelto per contenerli è decisamente troppo grande. C’era la marmellata qualche giorno fa. Limoni di Sicilia. Mi piace quasi quanto quella di arance amare – la marmalade.  Adesso sa di lavastoviglie, il vasetto, e contiene 5 semi. Li guardo, attraverso il vetro e mi chiedo quale lupino sarà lui e poi lui e lui. Boh. E di quale colore sarà: probabilmente rosso e giallo. Ecco. Un leggero spostamento d’aria dentro la cucina. Leggerissimo. Tra il mio sgabello e il frigorifero. Cosa vuoi dirmi? Non so capire il linguaggio delle ombre e allora prova a scrivere, a parlare.  Magari tra questi rintocchi di campana ti confondi al resto del mondo e a me, lasciandomi un sottile dubbio di suggestione. L’altra sera c’erano le campane, c’era anche un po’ di pioggia. Due calici sul tavolo, una cena così così ma nessun rammarico: contava poco il cibo come il vino.  Una sera normale che se avessi voluto immaginare proprio quella,  mi sarei vista a prestare attenzione ai gesti, alle cose, alle parole. Non l’ho fatto perché sapeva di normalità, di sereno quotidiano, e non di straordinario. Le cose che sanno di straordinario sono per lo più improbabili. Le campane, il vino, la pioggia brevissima non lo erano, improbabili. I pensieri si accavallano sempre nella mente e si rincorrono e cascano, l’uno sull’altro, e poi si mescolano come… come il gelato. Da bambina mescolavo il fiordilatte e il cioccolato nella coppetta, girando veloce con il cucchiaino e diventava una crema colore nocciola ma non sapeva mai di nocciola. Sapeva di cioccolato meno cioccolato e di fiordilatte per nulla. Il cioccolato vinceva sempre: sapeva farsi valere, il cioccolato. Chissà se i semini dei lupini manterranno la loro premessa di lupini. Oppure sono come le tante promesse che suol fare la vita.  E chissà se quel fiato, quel passo leggero, quel nulla di peso sul bordo del mio letto, quel tocco ancora più leggero sui capelli, quell’udire il mio nome, tre volte, la scorsa settimana sono cose tue. E se si, cosa vuoi dirmi? Se passeggi nel corridoio che separa la mia esistenza dalla tua, sempre che vi siano un corridoio, la tua esistenza e perfino la mia, e cerchi di dirmi qualcosa… fallo. Mentre suonano le campane, se non vuoi dare nell’occhio. Così potrò pensare che è tutta suggestione. Oppure fallo tra le stelline che saltellano sul mare al crepuscolo. Tu lo sai che mi fermo sempre a guardarle, che mi mettono allegria, che mi piace tanto il fatto che scompaiono subitissimo appena nate e poi si rituffano nell’acqua per giocare a nascondino con le altre e con me. Fallo li, scrivimi quello che vuoi dirmi. Potrei pensare ad un gioco degli occhi. Sono belli i giochi degli occhi. Diversi dai giochi di parole, ma ugualmente belli, divertenti. Giochi frattalici, che diventano altro e poi altro e poi imparano dai più grandi trasmettendo la memoria di sè. Poso il vasetto della marmellata sul mobile di cucina. I semini neri sono lì e non so nemmeno se avranno la loro primavera. Penso che andrò a dormire. Se sarai nel corridoio, quello tra la mia esistenza e la tua, ammesso che esista un corridoio, e ammesso che esistiamo noi, accarezzami i capelli stanotte, come facevi quando ero piccola ma anche quando ero un pochino più grande. Poco poco più grande di piccola. E se ti va prova a dirmi ciò che vuoi dirmi. Ma se non ti va,  o se non puoi, lasciami una carezza.  Non ho mai smesso di aver bisogno di te.

DELUSIONE

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Con il dolore convivi. Non è che passa, un dolore. Si sa. Puoi accettarlo, puoi conviverci. Ti si conficca dentro e si accuccia, trova un posto e resta li, anche a ricordarti chi sei. Si annida si arrotola e palpita. Sempre. Magari in silenzio. Ma non muore. Riposa, dorme, va in letargo. Si risveglia. Lo fa spesso e punge, diventa acuto a volte. Ma ha un posto dentro. Ma la delusione non può trovare un posto dentro. La delusione dapprima è stupore, incredulità, sbigottimento. Dopo è rabbia ma non è dolore. Piano diventa presa d’atto. Poi è amarezza. Ma non è dolore. E finalmente alla fine sai che si chiama “delusione”. E sai che non è dolore. Chi ti delude non ti lascia un dolore. Non può. Semplicemente. Ma strisce di cielo sporco nel tuo cielo. Allora puoi chiamare il vento e il cielo torna pulito. 

 

COMPLICITA’

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Si può entrare in contatto con le persone anche senza parlare […] c’è un modo di entrare in contatto tra esseri umani più percettivo e affidabile della parola, fatto di sguardi, silenzi, gesti e messaggi ancora più sottili; è il modo in cui un essere umano nel suo intimo risponde al richiamo di un altro, quella silenziosa complicità che nel momento del pericolo dà alla muta domanda una risposta più inequivocabile di qualsiasi confessione o argomentazione, e il cui senso è semplicemente questo: io sono dalla tua parte … (Sándor Márai – Liberazione)

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Estrapolato dal suo contesto (il libro parla di guerra e di prigionia, di orrori, di mostruosità) mi piace il concetto di complicità così come espresso qui in quello stralcio. E’ un grande e rarissimo valore la complicità. La comunione profonda, totale tra persone ma anche tra uomo e animale, tra animale e animale.  Qualcosa di potente e di indistruttibile. Cemento armato di una relazione, impossibile da scalfire quando è vera, profonda, leale. Per questo è rarissima, una relazione come questa. Rara davvero.  E’ una magia. L’altro giorno una persona mi diceva queste parole: io chiedo “passami una mela” e lui mi porge una banana. Perchè lui sa che ho detto mela ma intendevo dire banana. Semplice e chiarissimo. Una magia: uno sguardo che capisce tutto, che sa leggere dentro le pieghe più profonde dell’anima, una meravigliosa energia che si incontra e non contrasta anzi, produce energia nuova. Un rapporto vero, un’intesa completa, che coinvolge corpo e anima. Maturo, consapevole, evoluto. Di scoperta continua, che sa toccare le stelle e la terra. Non esiste una relazione così se non c’è… la magia della complicità.  “Io sono dalla tua parte”. Ecco..

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e adesso te vieni all’asilo con me che ti faccio vedere quelli che mi tirano sempre i capelli!!

CORAGGIO

“Il coraggio, uno non se lo può dare!” protestava il don Abbondio dei Promessi Sposi. Francesco Alberoni rovescia questa famosa massima rivendicando l’urgenza di un valore dimenticato e sostenendo che “il coraggio si può imparare”. Audacia e timore sono legati a doppio filo. Chi non ha paura non sarà mai capace di atti di eroismo. Proprio per questo l’ardimento non va confuso con l’inconsapevolezza o l’incoscienza. La riflessione di Alberoni si concentra su una “virtù morale e sociale” che investe tutti gli aspetti dell’esistenza: amore, amicizia, lavoro, famiglia. E quel “coraggio quotidiano” che ci permette di plasmare il nostro destino è forza d’animo, rifiuto delle ipocrisie proprie e altrui, gesto che sovverte un sistema ingiusto, ricerca di ciò che innalza. La mediocrità, l’indifferenza e la vigliaccheria sono facili: basta lasciarsi andare, nascondersi e adagiarsi nella propria nicchia. C’è invece un gran bisogno di opporsi alla cultura della comodità, del disfattismo e della codardia. Partendo dal presupposto che ogni essere umano ha una missione da scoprire e da compiere nell’arco di una vita, il coraggio va esercitato per essere fedeli a se stessi, per non farsi confondere dalla complessità del reale e, a volte, per superare se stessi.

Dal sito IBS – descrizione del libro di Francesco Alberoni

Premetto che l’intenzione non è quella di parlare di Alberoni né del suo libro. Per carità. Volevo solo parlare del coraggio. Coraggio nel senso di virtù umana, mica di eroismo. Il coraggio di essere sé stessi. Sempre.

In questo tempo, soprattutto in questo tempo – sarà l’età, saranno le delusioni – sarà quel poco che ho imparato – mi rendo conto che la cosa più coraggiosa è essere fedeli a sé stessi. Costa molto, essere fedeli a sé stessi. Si paga in vari modi,  soprattutto con una certa solitudine. Che nell’età verde può costituire un dramma, ma nella maturità no. Perché serve altro. Il tempo è un ottimo distillatore. Serve “poco ma buono” in tutto. Dalle cose alle relazioni. Quindi la solitudine, una certa solitudine, fa meno paura anche a chi l’ha temuta in primavera.

Il coraggio … quel coraggio, quello che ti permette di dare una svolta alla tua vita, che magari non è nemmeno tanto male, che magari con qualche compromesso di qua qualche altro di là, il famoso colpo al cerchio e alla botte, ti fa “andare avanti”, è quello che ti dice NO non mi accontento, no sto bene, non mi piace. Ecc.. quello lì. Quello che ti permette di cercare, cercare altro e oltre, e che ti fa assumere le responsabilità e il dolore del cambiamento. Non è quasi mai molto comodo cambiare: meglio restare nel luogo sicuro, magari non tanto felice, ma sicuro. E non si pensa mai abbastanza che il “sicuro” semplicemente … non esiste. E’ presuntuoso pensarlo, perfino quando ci sono buone ragioni di sentirsi “al sicuro”. E’ sempre, ma proprio sempre tutto appeso ad un filo. Prima cosa fra tutte l’esistenza stessa.  A volte mi soffermo a pensare cosa maggiormente auguro a mia nipote. Auguro questo: il Coraggio. Il coraggio di cambiare, di non accontentarsi, il coraggio di pretendere di essere felice. Il coraggio di cercare sé stessa prima di tutto. Di capire cosa vuole e poi di cercarlo, senza smettere di farlo nemmeno quando dopo tutto c’è calduccio, dopo tutto c’è un tetto, dopo tutto c’è un amore, dopo tutto c’è un lavoro. Ecco, ragazzina il mio augurio. Rimorsi ma non rimpianti. La forza, il coraggio di voltare pagina, di lasciarti alle spalle ciò che non vuoi, che non ti somiglia,che non ami, che non ti fa stare bene.  Il coraggio di dire NO soprattutto se significa dire SI a qualcun altro. Il coraggio di riempire valigie e partire, pretendere, spiegare le vele anche se non c’è terra sicura. Non ti sto augurando l’incoscienza, la sfrontatezza, la sconsideratezza. Queste sono cose differenti.. Ti auguro di non adagiarti mai nella tua nicchia anche se comoda ma non è felice. Potrebbe rovesciarsi in un baleno. Costruisci la tua, con le tue mani, e facci entrare solo chi avrà …. coraggio. Chi chiederà di entrare perchè lo sceglierà, perchè sceglierà te. Che non sei un’alternativa ma una scelta. Una scelta coraggiosa, se anche tu sarai coraggiosa… Perchè ci vuole coraggio anche per amare chi ha coraggio.

Pensa con la tua testa. Segui il tuo intuito, il tuo cuore, la tua testa. Non badare alle opinioni degli altri, non essere mai prigioniera di niente e di nessuno. Non permettere mai che quella vocina che ti sussurra e spesso grida dentro sia messa a tacere dal mondo, dalle convenzioni, dalle aspettative degli altri, dalle mode, dal “ciò che è meglio” ma nemmeno da ciò che sembra “sicuro” ma che però non ti piace. Non barattare mai alcuna “certezza” con un paio di ali.  

LE CHIESE CHIUSE

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dal web

L’ennesima contraddizione tra ciò che si predica e ciò che invece si pratica. Le chiese chiuse. Ma la porta della Chiesa non è la porta aperta per definizione? Vedo cartelli: aperto dalle 15 alle 18. Come i negozi. Per non parlare dell’ingresso a pagamento di molti luoghi.  Bisogna dunque rinviare il proprio bisogno negli orari di apertura? Rimandiamo la necessità di un conforto dopo le ore 15 e prima delle 18.  Prima e dopo, le porte della “casa di tutti” sono chiuse.  Assurdo. Ma tant’è. Qui, vicino a me, ci sono luoghi meravigliosi. Santa Maria delle Grazie. La Chiesa di San Maurizio (splendida, una meraviglia … ingresso gratuito e aperta grazie al volontariato del Touring Club, dal martedì alla domenica). La basilica di Sant’Ambrogio. Ieri ho fatto una passeggiata, sono passata davanti. Tutte chiuse. Complimenti.

 

VALORI E DOMANDE

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Tutto vale

Io credo che una foglia d’erba 
non valga affatto meno della quotidiana fatica delle stelle.
E la formica è ugualmente perfetta, come un granello di sabbia,
come l’uovo di uno scricciolo,
E la piccola rana è un capolavoro pari a quelli più famosi,
E il rovo rampicante potrebbe ornare i balconi del cielo.
E la giuntura più piccola della mia mano qualsiasi meccanismo può deridere.

(Walt Whitman)

La “quotidiana fatica delle stelle”. Bello, no?  Questa mattina mi sono svegliata molto presto, verso le cinque. Riflettevo, dentro al letto, proprio sui valori. Sono partita, non so come mai, dall’aurora boreale, quel meraviglioso evento che ho visto solo in video. Ho letto tempo fa, da qualche parte,  (ma non ho “studiato”) che una barriera  garantisce alla terra di non essere distrutta dalle radiazioni. Insomma c’è uno schermo protettivo che tiene sotto controllo le radiazioni in modo da preservare la vita sulla terra. Eeeeeee  (adesso mi incarto di sicuro ma abbiate pazienza) particelle atomi e quant’altro, bombardando qua’ e là danno origine allo spettacolo, appunto, dell’Aurora Boreale. Il mio pensiero era rivolto alla protezione. A questo sistema di protezione perché su questo pianeta possa continuare la vita. Ecco. Straordinario, no? Ingegnoso. Meraviglioso. Il domandone one one ovviamente è: chi ha pensato tutto questo? Ma noi non ci addentriamo in questo campo per l’amor del cielo.. non ne usciremmo vivi.

Ma il domandone one one numero 2 (la mia riflessione one one di stamattina ore 5) è: esiste uno schermo che protegge la terra dalle radiazioni, quindi la vita sulla terra ecc ecc, allora perché sulla terra un animale sopravvive grazie al sacrificio di un altro animale? Contraddizione, paradosso, perversione.  Crudeltà. Io adoro i documentari, mi piace molto vedere i luoghi meravigliosi di questo pianeta e di altri: cambio canale quando mi impantano in alcuni che sanno di .. dolore. E ogni volta mi pongo questa domanda: PERCHE’?  Questa Legge che boh.. viene definita “perfetta” che “regola” tutto quanto: specie, sopravvivenza, adattamento, evoluzione, distribuzione, selezione.. Numeri, in una parola “numeri” a me tanto perfetta  non mi pare proprio.  Mi viene in mente il  corollario di Murphy – punto 10.

Tornando al domandone one one numero uno e trasgredendo, ma solo per un attimo allamordelcielo-nonneusciamovivi, pensavo, stamattina alle 5 – anche stamattina alle 5 – che a me riesce difficile immaginare un Creatore buono che abbia deciso che migliaia di  animali ogni istante per migliaia di anni si debbano divorare l’un l’altro, che ogni istante chissà quanti animali crepano di crepacuore per sfuggire al predatore, predatori che a loro volta sfuggono a predatori. Quanti cuccioli orfani. Quanti dilaniati agonizzanti. Soli. Perchè l’afflizione di tanta sofferenza? Qual è il fine, se c’è un fine? C’è una Giustizia?  

Un poeta inglese, Alfred Edward Housman scrisse “Perchè la Natura, la Natura senza cuore e senza ragione nulla sente e nulla sa”. Proprio come Murphy, dico io, Corollario, punto 10. 

Quelle meravigliose parole all’inizio del post perdono potenza davanti alla forza della Natura, alla sua.. furia, alle sue Leggi, alla sua indifferenza.  Sono piccolini, impotenti, i fili d’erba e le uova di scricciolo, e quanto vale il capolavoro che è una piccola rana. E le loro fatiche? E la giuntura della mia mano. E perfino le stelle. 

Per farmi perdonare per questo post doloroso, propongo questo filmato. Meraviglioso. La Natura non credo lo sappia. Essa è indifferente a tutto. Domani mattina alle 5 vedrò di dormire. Me lo dico da sola: ma perchè non dormi di mattina alle cinque? Ecco il video. 

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foto NASA: l’aurora boreale vista dallo spazio.

FIORIN FIORELLO

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foto dal web

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margherita

Ogni fiore è un capolavoro, un miracolo della natura. Un mistero.

Il mio fiore preferito è la margherita. Mi piace molto quella bianca, con il suo bel bottone giallo nel mezzo. Quella classica del “m’ama non m’ama” insomma. Chissà se davvero ci fu un tempo in cui lo sfortunato fiore veniva  spetalato da timide manine femminili ansiose di sapere se lui fosse innamorato. A rischio di scrivere una cosa banale e scontata, direi che mi piace la margherita innanzitutto per la sua semplicità.  Si fa per dire .. perché considero un miracolo ogni fiore. Tu tieni in tasca un semino, anche per mesi, anche per anni, lo metti sotto un po’ di terra e poi quando è il suo tempo… sbuca una piantina e poi, quando è il suo tempo, un bocciolo e poi quanto è il suo tempo, sboccia un fiore. Definire tutto questo “semplice” è paradossale.  

Emblemi. Protagonisti di leggende e storie. Miti. Simboli che hanno legato in tutte le civiltà l’anima degli uomini con le forze cosmiche. Ispiratori in letteratura, pittura, poemi e canzoni. Princìpi di ogni preparato di farmacia. I fiori sono da sempre legati all’uomo, alla sua esistenza, sul piano materiale e su quello spirituale.

Il fiore identifica luoghi, scogliere, golfi, riviere. Rappresenta senza bisogno di parole le varie età della vita e anche del mondo: il fiore che germoglia, il fiore appassito, il fiore che cade. Racconta di un luogo, delle sue genti, della loro storia.

E poi il profumo. Quei profumi che diventano casa, proprio come l’odore del ragù della mamma. La lavanda nei cassetti, l’acqua profumata del nonno sul fazzoletto, il mughetto che si associa al ricordo del foulard della nonna. La vaniglia che impregna la pettorina del grembiule di cucina. L’acqua di rose sul batuffolo di cotone. Odori come sapori.

Come accade con gli odori, i fiori rievocano in me ricordi e provocano emozioni in modo incisivo. A volte sono sensazioni delle quali non conosco l’origine. Ad esempio non amo le rose rosse: ne tengano conto eventuali ammiratori. Specie la rosa rosso scuro, dal lungo gambo, la classica Baccarà,  quella che dona l’innamorato all’innamorata. Pur riconoscendole bellissime, mi infondono una profonda tristezza. Le trovo tragiche. Severe. Una specie di simbolo di qualcosa di irraggiungibile, superbo, (forse arrogante). Ma anche di nefasto. Vai a capire da dove arrivano queste sensazioni. Forse le associo a qualche cosa di tragico cui ho assistito quando non ero in grado di capire.. Potrebbe essere un funerale? Chissà. Fatto sta che non mi piacerebbe ricevere un mazzo di rose rosse. Ecco.

Da tempo non acquisto più fiori recisi. Ogni venerdi uno o più mazzi di margherite bianche, o gialle o rosa, trovava posto al centro della mia casa. Mi piaceva guardarli, cambiar loro l’acqua, ma poi le vedevo anche seccare, perdere foglie e turgore. E provavo un po’ di tristezza.  Furono sempre le margherite bianche mescolate a fasci di spighe i fiori delle mie nozze. 

Credo che i fiori siano legati profondamente a noi, alla nostra anima, che siano fatti di qualcosa che somiglia a qualcosa che ci compone. Biologicamente ma anche spiritualmente. Ecco perché non trovo affatto bizzarra nè ciarlatana la filosofia dei fiori di Bach. I fiori sono utili all’uomo per i suoi mali del corpo: per quale ragione non possono essere utili anche per il mali dell’anima?

Un antico proverbio iraniano recita così: 

se possiedi due soldi soltanto: uno risparmialo,  per comperarti il pane, ricorda che devi nutrire il tuo corpo. L’altro spendilo per regalarti un fiore, ricorda che devi nutrire anche il tuo spirito. 

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DISTILLATI

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foto mia

Il tempo è un grande discernitore. Separa. Scarta. Distilla. Anche io mi rendo conto che cerco di usare sempre meglio il mio tempo. E tendo a stare sola piuttosto che stare con qualcuno solo per non stare sola. Non ho paura della solitudine: non la si può riempire con chiunque. Un libro, un film, o semplicemente un divano e i miei cani accanto non sono un’alternativa. Non sono affatto solitaria o misantropa: sto bene con la gente sincera, quella dal sorriso aperto, quella dal “pane al pane”. Con la gente vera. Mi piace passeggiare anche in silenzio con chi sto bene e mi riesce sempre meno dispensare sorrisi che posso produrre con le labbra ma non con il cuore, o con autentica cordialità. Lo faccio, ogni giorno, nell’ambito lavorativo. Devo. Ci sono regole e imposizioni e ciò è più che sufficiente. Mi fa male quando qualcuno chiede “come stai” e nemmeno ascolta la risposta. Per questo motivo spesso, a quasi tutti rispondo “Bene”.  Non mi fa stare bene, mi procura profondo disagio dover mostrare accondiscendenza: le mie corde di dentro avvertono vibrazioni stonate e stridenti e non mi fanno sentire bene con me stessa.

Meryl Streep è una donna che mi è sempre piaciuta come attrice. Ovviamente non la conosco come persona. Posto questa sua considerazione. Ecco. Queste parole potrei averle scritte io.

Non ho più pazienza per alcune cose, non perché sia diventata arrogante, semplicemente perché sono arrivata a un punto della mia vita, in cui non mi piace più perdere tempo con ciò che mi dispiace o ferisce. Non ho pazienza per il cinismo, critiche eccessive e richieste di qualsiasi natura. Ho perso la voglia di compiacere chi non mi aggrada, di amare chi non mi ama e di sorridere a chi non mi sorride. Non dedico più un minuto a chi mente o vuole manipolare. Ho deciso di non con-vivere più con la presunzione, l’ipocrisia, la disonestà e le lodi a buon mercato. Non tollero l’erudizione selettiva e l’arroganza accademica. Non mi adeguo più al provincialismo e ai pettegolezzi. Non sopporto conflitti e confronti. Credo in un mondo di opposti. Per questo evito le persone rigide e inflessibili. Nell’amicizia non mi piace la mancanza di lealtà e il tradimento. Non mi accompagno con chi non sappia incoraggiare o elogiare. I sensazionalismi mi annoiano e ho difficoltà ad accettare coloro a cui non piacciono gli animali. Soprattutto, non ho nessuna pazienza per chi non merita la mia pazienza.   Meryl Streep

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foto dal web

BUON NATALE

 

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E a tutti: felice solstizio a tutti, qui documentato da Riccardo come sempre il nostro messaggero della meridiana.

IL ROVESCIO DEI DIRITTI

Vorrei tornare a essere italiano, in tutto e per tutto, con difetti e pregi, ricco o povero ma ITALIANO

un Italiano, 13/11/2011   – da “Italiani Liberi”
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Con Oriana condivido gran parte delle idee. Oltre a una parte del nome. Non l’ho rispolverata (come tristemente fanno in molti, media in testa). Le credo da sempre.  

Sono stanca dell’ostentazione dei buoni sentimenti che circola da anni e più che mai in questi tempi recenti dove regna una ipocrisia estrema, a partire dai governi che hanno speculato sopra il concetto di “tolleranza” stravolgendolo e rendendolo una miniera d’oro. Migliaia le associazioni di ogni genere per centri di accoglienza, alfabetizzazione, mense, inserimenti ecc che non hanno prodotto risultati concreti ma solo una enorme, gigantesca torta da spartire e una altrettanto gigantesca spesa pubblica.  Tutto questo in nome di un buonismo religioso, ipocrita e parassitario che nasconde nelle sua torri personaggi che esercitano immensi poteri in nome dei diritti dell’uomo. 

Sono stanca di chi grida a bocca larga (ma con la pancia piena) i diritti dei clandestini, degli immigrati, degli islamici e poi di Paperino e di Qui Quo Qua, della Banda Bassotti, dei Puffi, dei gay. Non conosco  NESSUNO che abbia accolto in casa propria un immigrato. O che abbia offerto la propria, seconda o terza casa ad una famiglia arrivata col barcone. Nessuno. Quindi tutti a urlare i diritti di tutti purché lontani dal proprio orto, giardinetto, figlio o figlia, posto di lavoro, posto al sole. Insomma per dirla con parole poco fini: siamo tutti finocchi ma con il culo degli altri. 

La nostra civiltà è in pericolo. E’ in pericolo la nostra Storia, i nostri costumi, il nostro credo. Non debbo togliere il crocifisso dall’aula perché offende (OFFENDE?) qualcuno. Un crocifisso non ha mai ammazzato nessuno. Il kalashnikov invece si. Se scelgo di entrare in una moschea tolgo le scarpe e indosso il velo. Sono obbligata a farlo e lo ritengo giusto. Diversamente non entro. Questo è rispetto, non altro. Ma il mondo in cui viviamo non contempla il rispetto: è da una parte prevaricatore, dall’altra disposto a farsi prevaricare.

Stimo dal più profondo del cuore Tiziano Terzani e il suo Pensiero. In un mondo perfetto sarebbe applicabile.. Ma questo non è un mondo perfetto, ma un mondo corrotto e violento, dove purtroppo un pensiero così alto è pura utopia.  Io vorrei che nelle famiglie e nelle scuole venisse insegnato l’amore per il proprio paese, per la propria storia e cultura e valori. Che non significa affatto insegnare ad odiare gli altri, quelli che hanno altre culture valori e storia  ma Rispetto. E il Rispetto non può  prescindere dal rispetto per sè e per le proprie origini.  

Comunque… tranquilli.. C’è sempre la possibilità di convertisti no? Tra un po’ di anni diventeremo tutti musulmani. Che problema c’è? L’ideologia di questa gente vuole l’ugugaglianza, Vero. Verissimo! Tutti uguali… a loro.

Ma noi non lo abbiamo capito. Siamo qui a guardare l’isola dei famosi, il grande fratello, mentre tra poco non resterà più niente delle nostre Cattedrali, nella nostra Arte, delle nostre tradizioni. E saremo, finalmente tutti uguali.

E lo avremo voluto noi con l’inettitudine e la “tolleranza” .  Tolleranza che significa ben altro… Ma abbiamo stravolto la lingua, il significato delle parole, così come il significato di tutto.

pinocchio

Ancora Oriana. Perché ho il diritto di ribellarmi all’ipocrisia. 

Sono anni che come una Cassandra mi sgolo a gridare «Troia brucia, Troia brucia». Anni che ripeto al vento la verità sul Mostro e sui complici del Mostro cioè sui collaborazionisti che in buona o cattiva fede gli spalancano le porte. Che come nell’Apocalisse dell’evangelista Giovanni si gettano ai suoi piedi e si lasciano imprimere il marchio della vergogna. Incominciai con La Rabbia e l’Orgoglio . Continuai con La Forza della Ragione . Proseguii con Oriana Fallaci intervista sé stessa e con L’Apocalisse . I libri, le idee, per cui in Francia mi processarono nel 2002 con l’accusa di razzismo-religioso e xenofobia. Per cui in Svizzera chiesero al nostro ministro della Giustizia la mia estradizione in manette. Per cui in Italia verrò processata con l’accusa di vilipendio all’Islam cioè reato di opinione. Libri, idee, per cui la Sinistra al Caviale e la Destra al Fois Gras ed anche il Centro al Prosciutto mi hanno denigrata vilipesa messa alla gogna insieme a coloro che la pensano come me. Cioè insieme al popolo savio e indifeso che nei loro salotti viene definito dai radical-chic «plebaglia-di-destra». E sui giornali che nel migliore dei casi mi opponevano farisaicamente la congiura del silenzio ora appaiono titoli composti coi miei concetti e le mie parole. Guerra-all’Occidente, Culto-della-Morte, Suicidio-dell’Europa, Sveglia-Italia-Sveglia.

Il nemico è in casa
Continua la fandonia dell’Islam «moderato», la commedia della tolleranza, la bugia dell’integrazione, la farsa del pluriculturalismo. E con questa, il tentativo di farci credere che il nemico è costituito da un’esigua minoranza e che quella esigua minoranza vive in Paesi lontani. Be’, il nemico non è affatto un’esigua minoranza. E ce l’abbiamo in casa. Ed è un nemico che a colpo d’occhio non sembra un nemico. Senza la barba, vestito all’occidentale, e secondo i suoi complici in buona o in malafede perfettamente-inserito-nel-nostro-sistema-sociale. Cioè col permesso di soggiorno. Con l’automobile. Con la famiglia. E pazienza se la famiglia è spesso composta da due o tre mogli, pazienza se la moglie o le mogli le fracassa di botte, pazienza se non di rado uccide la figlia in blue jeans, pazienza se ogni tanto suo figlio stupra la quindicenne bolognese che col fidanzato passeggia nel parco. È un nemico che trattiamo da amico. Che tuttavia ci odia e ci disprezza con intensità. Un nemico che in nome dell’umanitarismo e dell’asilo politico accogliamo a migliaia per volta anche se i Centri di accoglienza straripano, scoppiano, e non si sa più dove metterlo. Un nemico che in nome della «necessità» (ma quale necessità, la necessità di riempire le strade coi venditori ambulanti e gli spacciatori di droga?) invitiamo anche attraverso l’Olimpo Costituzionale. «Venite, cari, venite. Abbiamo tanto bisogno di voi». Un nemico che le moschee le trasforma in caserme, in campi di addestramento, in centri di reclutamento per i terroristi, e che obbedisce ciecamente all’imam. Un nemico che in virtù della libera circolazione voluta dal trattato di Schengen scorrazza a suo piacimento per l’Eurabia sicché per andare da Londra a Marsiglia, da Colonia a Milano o viceversa, non deve esibire alcun documento. Può essere un terrorista che si sposta per organizzare o materializzare un massacro, può avere addosso tutto l’esplosivo che vuole: nessuno lo ferma, nessuno lo tocca.

Il crocifisso sparirà
Un nemico che appena installato nelle nostre città o nelle nostre campagne si abbandona alle prepotenze ed esige l’alloggio gratuito o semi-gratuito nonché il voto e la cittadinanza. Tutte cose che ottiene senza difficoltà. Un nemico che ci impone le proprie regole e i propri costumi. Che bandisce il maiale dalle mense delle scuole, delle fabbriche, delle prigioni. Che aggredisce la maestra o la preside perché una scolara bene educata ha gentilmente offerto al compagno di classe musulmano la frittella di riso al marsala cioè «col liquore». E-attenta-a-non-ripeter-l’oltraggio. Un nemico che negli asili vuole abolire anzi abolisce il Presepe e Babbo Natale. Che il crocifisso lo toglie dalle aule scolastiche, lo getta giù dalle finestre degli ospedali, lo definisce «un cadaverino ignudo e messo lì per spaventare i bambini musulmani». Un nemico che in Inghilterra s’imbottisce le scarpe di esplosivo onde far saltare in aria il jumbo del volo Parigi-Miami. Un nemico che ad Amsterdam uccide Theo van Gogh colpevole di girare documentari sulla schiavitù delle musulmane e che dopo averlo ucciso gli apre il ventre, ci ficca dentro una lettera con la condanna a morte della sua migliore amica. Il nemico, infine, per il quale trovi sempre un magistrato clemente cioè pronto a scarcerarlo. E che i governi eurobei (ndr: non si tratta d’un errore tipografico, voglio proprio dire eurobei non europei) non espellono neanche se è clandestino.

Dialogo tra civiltà
Apriti cielo se chiedi qual è l’altra civiltà, cosa c’è di civile in una civiltà che non conosce neanche il significato della parola libertà. Che per libertà, hurryya, intende «emancipazione dalla schiavitù». Che la parola hurryya la coniò soltanto alla fine dell’Ottocento per poter firmare un trattato commerciale. Che nella democrazia vede Satana e la combatte con gli esplosivi, le teste tagliate. Che dei Diritti dell’Uomo da noi tanto strombazzati e verso i musulmani scrupolosamente applicati non vuole neanche sentirne parlare. Infatti rifiuta di sottoscrivere la Carta dei Diritti Umani compilata dall’Onu e la sostituisce con la Carta dei Diritti Umani compilata dalla Conferenza Araba. Apriti cielo anche se chiedi che cosa c’è di civile in una civiltà che tratta le donne come le tratta. L’Islam è il Corano, cari miei. Comunque e dovunque. E il Corano è incompatibile con la Libertà, è incompatibile con la Democrazia, è incompatibile con i Diritti Umani. È incompatibile col concetto di civiltà.

Una strage in Italia?
La strage toccherà davvero anche a noi, la prossima volta toccherà davvero a noi? Oh, sì. Non ne ho il minimo dubbio. Non l’ho mai avuto. E aggiungo: non ci hanno ancora attaccato in quanto avevano bisogno della landing-zone, della testa di ponte, del comodo avamposto che si chiama Italia. Comodo geograficamente perché è il più vicino al Medio Oriente e all’Africa cioè ai Paesi che forniscono il grosso della truppa. Comodo strategicamente perché a quella truppa offriamo buonismo e collaborazionismo, coglioneria e viltà. Ma presto si scateneranno. Molti italiani non ci credono ancora. Si comportano come i bambini per cui la parola Morte non ha alcun significato. O come gli scriteriati cui la morte sembra una disgrazia che riguarda gli altri e basta. Nel caso peggiore, una disgrazia che li colpirà per ultimi. Peggio: credono che per scansarla basti fare i furbi cioè leccarle i piedi.

Multiculturalismo, che panzana
L’Eurabia ha costruito la panzana del pacifismo multiculturalista, ha sostituito il termine «migliore» col termine «diverso-differente», s’è messa a blaterare che non esistono civiltà migliori. Non esistono principii e valori migliori, esistono soltanto diversità e differenze di comportamento. Questo ha criminalizzato anzi criminalizza chi esprime giudizi, chi indica meriti e demeriti, chi distingue il Bene dal Male e chiama il Male col proprio nome. Che l’Europa vive nella paura e che il terrorismo islamico ha un obbiettivo molto preciso: distruggere l’Occidente ossia cancellare i nostri principii, i nostri valori, le nostre tradizioni, la nostra civiltà. Ma il mio discorso è caduto nel vuoto. Perché? Perché nessuno o quasi nessuno l’ha raccolto. Perché anche per lui i vassalli della Destra stupida e della Sinistra bugiarda, gli intellettuali e i giornali e le tv insomma i tiranni del politically correct , hanno messo in atto la Congiura del Silenzio. Hanno fatto di quel tema un tabù.

Conquista demografica
Nell’Europa soggiogata il tema della fertilità islamica è un tabù che nessuno osa sfidare. Se ci provi, finisci dritto in tribunale per razzismo-xenofobia-blasfemia. Ma nessun processo liberticida potrà mai negare ciò di cui essi stessi si vantano. Ossia il fatto che nell’ultimo mezzo secolo i musulmani siano cresciuti del 235 per cento (i cristiani solo del 47 per cento). Che nel 1996 fossero un miliardo e 483 milioni. Nel 2001, un miliardo e 624 milioni. Nel 2002, un miliardo e 657 milioni. Nessun giudice liberticida potrà mai ignorare i dati, forniti dall’Onu, che ai musulmani attribuiscono un tasso di crescita oscillante tra il 4,60 e il 6,40 per cento all’anno (i cristiani, solo 1’1 e 40 per cento). Nessuna legge liberticida potrà mai smentire che proprio grazie a quella travolgente fertilità negli anni Settanta e Ottanta gli sciiti abbiano potuto impossessarsi di Beirut, spodestare la maggioranza cristiano-maronita. Tantomeno potrà negare che nell’Unione Europea i neonati musulmani siano ogni anno il dieci per cento, che a Bruxelles raggiungano il trenta per cento, a Marsiglia il sessanta per cento, e che in varie città italiane la percentuale stia salendo drammaticamente sicché nel 2015 gli attuali cinquecentomila nipotini di Allah da noi saranno almeno un milione.

Addio Europa, c’è l’Eurabia
L’Europa non c’è più. C’è l’Eurabia. Che cosa intende per Europa? Una cosiddetta Unione Europea che nella sua ridicola e truffaldina Costituzione accantona quindi nega le nostre radici cristiane, la nostra essenza? L’Unione Europea è solo il club finanziario che dico io. Un club voluto dagli eterni padroni di questo continente cioè dalla Francia e dalla Germania. È una bugia per tenere in piedi il fottutissimo euro e sostenere l’antiamericanismo, l’odio per l’Occidente. È una scusa per pagare stipendi sfacciati ed esenti da tasse agli europarlamentari che come i funzionari della Commissione Europea se la spassano a Bruxelles. È un trucco per ficcare il naso nelle nostre tasche e introdurre cibi geneticamente modificati nel nostro organismo. Sicché oltre a crescere ignorando il sapore della Verità le nuove generazioni crescono senza conoscere il sapore del buon nutrimento. E insieme al cancro dell’anima si beccano il cancro del corpo.

Integrazione impossibile
La storia delle frittelle al marsala offre uno squarcio significativo sulla presunta integrazione con cui si cerca di far credere che esiste un Islam ben distinto dall’Islam del terrorismo. Un Islam mite, progredito, moderato, quindi pronto a capire la nostra cultura e a rispettare la nostra libertà. Virgilio infatti ha una sorellina che va alle elementari e una nonna che fa le frittelle di riso come si usa in Toscana. Cioè con un cucchiaio di marsala dentro l’impasto. Tempo addietro la sorellina se le portò a scuola, le offrì ai compagni di classe, e tra i compagni di classe c’è un bambino musulmano. Al bambino musulmano piacquero in modo particolare, così quel giorno tornò a casa strillando tutto contento: «Mamma, me le fai anche te le frittelle di riso al marsala? Le ho mangiate stamani a scuola e…». Apriti cielo. L’indomani il padre di detto bambino si presentò alla preside col Corano in pugno. Le disse che aver offerto le frittelle col liquore a suo figlio era stato un oltraggio ad Allah, e dopo aver preteso le scuse la diffidò dal lasciar portare quell’immondo cibo a scuola. Cosa per cui Virgilio mi rammenta che negli asili non si erige più il Presepe, che nelle aule si toglie dal muro il crocifisso, che nelle mense studentesche s’è abolito il maiale. Poi si pone il fatale interrogativo: «Ma chi deve integrarsi, noi o loro?».

L’islam moderato non esiste
Il declino dell’intelligenza è il declino della Ragione. E tutto ciò che oggi accade in Europa, in Eurabia, ma soprattutto in Italia è declino della Ragione. Prima d’essere eticamente sbagliato è intellettualmente sbagliato. Contro Ragione. Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione.

Ecco cos’è il Corano
Perché non si può purgare l’impurgabile, censurare l’incensurabile, correggere l’incorreggibile. Ed anche dopo aver cercato il pelo nell’uovo, paragonato l’edizione della Rizzoli con quella dell’Ucoii, qualsiasi islamista con un po’ di cervello ti dirà che qualsiasi testo tu scelga la sostanza non cambia. Le Sure sulla jihad intesa come Guerra Santa rimangono. E così le punizioni corporali. Così la poligamia, la sottomissione anzi la schiavizzazione della donna. Così l’odio per l’Occidente, le maledizioni ai cristiani e agli ebrei cioè ai cani infedeli.

post collegato 2010

https://lucecontroluce.wordpress.com/2010/08/31/yemen-e-il-silenzio-delloccidente/

PROFEZIE PER NULLA .. FALLACI

e83219aa5fda3a9eccf4306fb1d69089(liberoquotidiano.it) – “Parigi è persa: qui l’odio per gli infedeli, è sovrano e gli imam vogliono sovvertire le leggi laiche in favore della sharia”. È una delle “profezie” più inquietanti e apocalittiche, di Oriana Fallaci. Subito dopo le nuove stragi a Parigi, su Facebook in molti hanno condiviso i passaggi più duri di alcuni tra i libri e i discorsi della giornalista toscana, fiera oppositrice (controcorrente) dell’Islam e delle sue pulsioni fanatiche e radicali, soprattutto dopo l’11 settembre 2001.

“Islam contro ragione” – “Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione. E contro Ragione anche sperare che l’incendio si spenga da sé grazie a un temporale o a un miracolo della Madonna”.

Il Corano e i cani infedeli – “Il Corano non mia zia Carolina che ci chiama «cani infedeli» cioè esseri inferiori poi dice che i cani infedeli puzzano come le scimmie e i cammelli e i maiali. È il Corano non mia zia Carolina che umilia le donne e predica la Guerra Santa, la Jihad. Leggetelo bene, quel «Mein Kampf», e qualunque sia la versione ne ricaverete le stesse conclusioni: tutto il male che i figli di Allah compiono contro di noi e contro sé stessi viene da quel libro. È scritto in quel libro”.
La rabbia e l’orgoglio

La Guerra Santa – “Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente cioè d’apparire razzisti (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri”.

AMBRA E TOPAZIO

Paesaggio-autunnale

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Eccoci.
Finiscono le vacanze, la pelle è ancora abbronzata, i sandali ancora a portata di zampe,  le camicette leggere ancora in lavatrice, o fresche di stiro. Il temporalone, l’acquazzone.
Come stamattina. Ho appena finito di asciugare il jeans con il phon. E ho solo percorso la strada dalla stazione all’ufficio (7 minuti).

Tempo di castagne, di funghi, di cibi caldi. Il tempo che piace a Sir Biss.
Chissà se questo autunno ci regalerà ambra e topazio e rubino, e rossi infuocati.  La vite rossa accesa delle estati indiane.
E chissà se ci sarà la dolcezza e la morbidezza dell’aria, l’odore di muschio e di funghi e di terra umida.
E la luce.. quella luce che d’autunno accarezza come sa fare al crepuscolo nei luoghi di mare. Quel sole tiepido e gentile, quasi sciolto sugli alberi che lascia il posto alla sera ornata di stelle bianche e blu.
Serve dolcezza e poi passi calmi, carezze delicate ma profonde. E vino buono, nel bicchiere giusto, cristallo sottile, che vibra, che suona.
Sarà buono il vino di questo anno: estate calda senza pioggia. Lo avremo più avanti.
Si abbassano. I pensieri. Verso la terra, il suo odore: cercano rifugio tra le foglie e il tepore del suolo. Cercano un buco, una tana, un posto dove arrotolarsi. Come si arrotola la volpe che attende di sentire i passi conosciuti. 
Attendiamo un autunno così. Non ci piacciono i passaggi violenti: dal caldo al freddo, dalla luce al buio. Vogliamo essere accompagnati con dolcezza. Con gentilezza. Essere presi per mano ed entrare piano, dentro il cambiamento.
Non vogliamo che gli alberi si denudino in un giorno: vogliamo invece che si spoglino lentamente: c’è bellezza in questo. Sensualità. Dolcezza. Vogliamo avere il tempo giusto per godere con gli occhi, con l’olfatto, con i sensi tutti. 

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SEGNI

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foto mia

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Ogni persona che passa nella nostra vita è unica.
Sempre lascia un pò di sè e si porta un pò di noi.
Ci sarà chi si è portavo via molto, ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla.
Questa è la più grande responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso.

J.L. Borges

DIS-ARMONIE

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La sera, prima di dormire, ho qualche tempo per rifugiarmi nel mio mondo. Quello solo mio, che comprende solo i miei odori, il mio profilo, la mia pelle, il mio respiro. E’ un momento che mi piace, perché è tutto e soltanto mio. Ascolto il mio respiro e cerco di vedere i miei pensieri come se fossero fuori e non dentro di me.  Faccio il bozzolo, con il piumino, mi creo un posto per i piedi, li metto “a cuccia” e cerco di non pensare al domani, alle cose che mi aspettano, all’ufficio. Seguo solo il respiro e ascolto il silenzio della mia casa. Di solito c’è pace, in questo momento. Una pace leggera, respirabile, dove, almeno per un po’, si riallineano le cose, regalandomi un’idea di armonia. Si assottiglia il contrasto tra la mia anima e il mondo e le cose del mondo, le incombenze, le bruttezze, e non stride nulla. Niente unghie sulla lavagna, nessuna prova di eroica resistenza alle piccole e ripetute violenze quotidiane. Si allontanano le ipocrisie, le storie ripetute, i falsi sorrisi, le miserie tutte. E finalmente sento la mia pancia. E riesco a sentirla tranquilla, calda e sento di volermi bene. In questo stato riesco a vedere quasi tutto chiaro. Forse si vede bene solo al buio.  Appare tutto così chiaro… E i contorni sono così nitidi e precisi!

Poi arriva il giorno.. e trovi tutto sotto la luce artificiale sotto la quale, ormai, si vive. Un po’ perché ci siamo costruiti questo mondo. Di banche attorno a noi … e di  mode: quella del perdono, quella del mondo pulito, quella del tacco dodici, quella della tolleranza, dell’accoglienza, della accettazione, dell’indulgenza. La moda del volemossebbene, che semina il virus “iotisalverò” Pericolosissimo, a volte mortale. 

E un po’ perché ci arrivano le solite puntuali delusioni, le bugie, piccole e grandi e poi quelle davvero gratuite e le piccolezza tutte. I segreti di pulcinella. Le scatole di cartone che si aprono ed esce il pagliaccetto gonfiato che ti fa la pernacchia.

Ma non importa: la sera c’è l’appuntamento con la pancia. Calda… E il respiro. E i pensieri che a guardarli da fuori si vede che sono solo pensieri. E qualche persona davvero speciale nel cuore. Si spegne la luce e si immaginano i contorni.  L’essenziale è invisibile agli occhi.

 

 

Buon Natale

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Auguri a tutti gli Amici e Mici di Controluce. Ai Cani e ai Topolini. E alle Lucertole che girano per questa casa, più o meno silenziosamente. Trovo le zampette ovunque, e peli di Gatte rosse e grigie. Ne trovo il respiro, ritrovo il sorriso ogni volta che sfoglio qui ma anche quando sono qui, come adesso, sopra una pagina bianca come la neve che non c’è. Saluto perfino miagolando la luna piena da qualche solstizio d’estate in qua…   Io, nata e cresciuta con l’odore di cane addosso perfin miagolo! 

Un abbraccio caldissimo e un saluto. Vi ho pensato tantissimo quando lo gnomone ha celebrato (anche) il mio di Natale, essendo nata il 23.12 e ho pensato a quel fascio di luce che rende speciale il Controluce finché c’è l’amore per le piccole cose… come c’è qui, da sempre.

Buon Natale a tutti da me e anche da Pinuccia che ha il computer rotto ha scritto con il cellulare gli auguri per me e per tutti i controlucini.

RITORNI

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foto mia

Partenze e poi ritorni. Mari, ponti, isole, odori, sapori, colori.

Ponti, pontili. Ne ripercorro uno. Non lo faccio mai, ma questo è un po’ speciale quindi mi concedo un ponte che riporta

QUI …

TRENTALUGLIO

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Oggi, se ci fosse, la mia mamma compirebbe 80 anni, ma non c’è più da quasi 30.  Starete pensando che è un pensiero insolitamente personale, ed è vero, è molto personale, è vero. Però non è vero che è una cosa insolita: è solo diretta.  In diversi post ho parlato di lei, senza nominarla.  “Pensieri sul ponteper esempio,  e poi uno in particolare, che è  uno dei miei più intimi. Scritto il giorno del mio compleanno, che non amo festeggiare come tutte le ricorrenze in genere, ma è una data che inevitabilmente mi fa sentire ancora più vicina a Lei.

E’ questo ed è uno dei miei preferiti.

Ha raccolto interventi delicati e profondi, in linea con Controluce e con il cuore di chi la frequenta: persone, gatti e qualche cuore di cane.
 

Lascio anche questo pensiero, trovato in web. Non posso citare la fonte perché l’ho perduta e non sono più riuscita a ritrovarla.

 

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IMPERMANENZE

FOLON

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Molte volte mi trovo a riflettere sulla “impermanenza”.
In questo tempo dove tutto è digitale il concetto di impermanenza risulta calzante. Abbiamo tutto in files, dentro cartelle che vivono dentro cartelle: un esercito sterminato di matrioska, che portiamo a spasso o sulla nuvola sopra di noi che può seguirci ovunque. Così come può perdersi nell’infinito spazio, tra le numerose galassie attorno alle quali gravitano server con i loro satelliti orbitanti, altri server, e gigantesche piattaforme di … nulla.

Ho pochissime fotografie di quando ero bambina, forse una ventina in tutto. E poi ho le fotografie dei miei genitori, quelle del loro matrimonio, raccolte dentro un album di pelle verde, e le fotografie del loro primo e unico viaggio, il viaggio di nozze. Costa azzurra. Non ho bisogno di alcun software se le voglio guardare: se avessi bisogno di un computer è possibile che i files sarebbero in un formato ora non leggibile.
Mi basta aprire un album, e una scatola di latta dei biscotti Lazzaroni per vedermi seduta con le scarpine bianche, quelle con le piccole bolle sotto per non scivolare, o per vedere il sorriso felice di mia madre che, in costume da bagno, sullo sfondo il mare di Montecarlo, Sanremo, Monaco, sorride a mio padre. E non ho bisogno di nuvole, pericolosamente vaganti in quel che chiamiamo cyberspazio per portarle con me, se lo voglio. Mi basta una piccola borsa.

Il materiale stesso era l’essenza, e anche per questo, assai prezioso. Non si fotografava lo stesso fiore trenta volte. La pellicola costava, sviluppo e stampa pure. Si pensava a ciò che era maggiormente rappresentativo, e non c’era alcuna noia né alcunché di compulsivo nello scatto: esso era il preciso gesto che doveva bastare.

Ho un viaggio a New York interamente documentato, da me, con una videocamera. Eh.. non digitale. Quindi ho delle cassette WHS che posso vedere ovviamente solo con un lettore di cassette WHS che forse, già ora, se si dovesse rompere il mio, ne troverò un altro solo al Museo della Scienza e della Tecnica. E sto parlando del 1999 mica di 50 anni fa. Vero, potrei farlo digitalizzare, trasferire su DVD.   Domandone: per quanto tempo leggeremo DVD? E ascolteremo CD?

Ho perso fotografie, recentemente, e anche documenti, tutti digitali: alcuni non li troverò mai altri devo solo rovistare in decine di pennine usb e in un paio di hd esterni per sapere dove sono (e se ci sono ancora…) e poi dovrei raggrupparli in un solo luogo. Sicuro. Sicuro? Cosa è sicuro? E poi quanto è privato?

L’altro giorno ho litigato ferocemente con “gugol” che da mesi mi ricatta. Riduce i servizi, perché …. non faccio parte di Google+.

Esegui l’upgrade cosi potrai condividere le tue foto con i tuoi amici! Fatti trovare! Renditi visibile! Sembrano inviti invece il tono alla fine è perentorio. E ricattatorio.

Fino a un mese fa inviavo fotografie a quei tre contatti che ho in Hangouts, il software chat di Gmail. Ora mi è stato “vietato”.Vuoi inviare foto ai tuoi contatti?  mi dice,  subdolo. Entra in Google+! Bè, sai che ti dico? Io in Gugolpiù non entro, manco morta. Ecco. Tiè.

L’altro giorno l’ho fatto. Ho eseguito l’upgrade, per provare a capire se potevo renderlo assolutamente privato. Cosa ho trovato? Le mie fotografie in Pikasa! Pikasa! Ma chi le vuole le fotografie in Pikasa? E poi: in quanti le hanno viste!! E con grande sorpresa, ho trovato, su uno dei “miei” album in Pikasa, una dozzina di fotografie che erano sparite dal mio tablet!! Sincronizzazione o semplice trasferimento? A me è parso un furto. Ho visto anche “amici che potresti avere” Ma non solo, c’erano anche gli amici dei miei amici! Io non voglio sapere chi sono gli amici dei miei amici!! Ascolterò le loro storie se loro, i miei amici, vorranno raccontarmele! Non le voglio sapere solo perché mi faccio gli affari loro spiandoli in rete!

Comoda eh.. la sincronizzazione. Per carità. A capirci qualcosa, puoi evitare di aggiornare dati, rubriche e documenti in tutti i dispositivi che possiedi. E’ come avere un server a portata di zampe e tutti i tuoi aggeggi diventano client. Ehh ok..

Ma… che succede veramente? Un giorno un amico mi mostra una fotografia. Un oggetto dedicato a me, ne ero gelosa. La apro e leggo: “questa foto la stanno visionando n. 4 utenti” Fantastico! Morale: credo l’avesse “upgradata” su gugol. E lui nemmeno lo sapeva, che eravamo in 4 a guardarla!

Ci saranno filtri, non lo metto in dubbio, come credo accada su Facebook. Probabilmente è possibile decidere con chi e cosa “condividere”. Ma sta diventando un lavoro! E poi: se non voglio condividere, perché devo “lavorare” per evitarlo? Perché agire sul “negativo”?
Come le varie compagnie telefoniche: se non vuoi un servizio (che pagherai) lo devi disattivare.

Una settimana fa: le mie amiche mi “costringono” a scaricare whatsapp. Ok, va bene, mi arrendo Ho resistito un anno ora scarico la app. Premetto che non mi interessa cosa succede, ma lo riporto per pura condivisione. Di ognuna di loro io posso “sapere” l’ora e il giorno in cui hanno fatto l’accesso alla chat. Per la serie: ahhh ma guarda un po’!! Pincopalla ha fatto l’accesso alle ore 14.15 e non mi ha nemmeno salutata. E non ha risposto alla mia chat! Ovviamente non è il mio caso. Ma capisco perfettamente quanti casini possono generare queste cose. Mi dicono che ora si può disattivare, l’info attraverso la quale si vede quando e chi accede … Migliorata eh!!!  Urca!
Cosa cambia, se è possibile vedere, dalla doppia spuntina quando la persona ha letto il mio messaggio? Facilissimo individuare il suo orario di ingresso, no? Se alle 10 non c’era la doppia spuntina e alle 10.20 c’è, anche un idiota saprebbe trarre la conclusione ovvia ovvero che l’accesso è avvenuto tra le 10 e le 10.20.

Non è ovviamente tutto qui: chi ha il tuo numero di telefono scritto in un telefonino, tablet, o pc che sia, sa se tu hai scaricato o meno Whatsapp. Non puoi nemmeno dire: non ce l’ho!! Ho trovato mia zia, nella mia rubrica, con il simbolino di Whatsapp! Grandissima la zia!

E, se leggo la mia posta hotmail sul sito anziché attraverso l’apposito software scaricato, vedo quali dei miei contatti hanno un profilo Facebook, quali  hanno skype ecc. qualora ovviamente registrati con la propria e mail. Assurdo. Semplicemente assurdo.

Ripeto: personalmente non mi interessa, non è un problema. Ho 4 contatti, con persone intelligenti e assolutamente immuni (io e loro) da questo tipo di rischi, equivoci e banalità varie. Ma è solo per dire cosa succede in questo genere di cose.

Siamo tutti quanti schedatissimi. Ogni volta che acconsentiamo di “fare una tessera” in un negozio, finiamo in un file, che sta dentro un altro file, che sta dentro una cartella, che sta dentro un’altra cartella, che sta dentro un server, che sta dentro ad un serverone e lì dentro c’è scritto se usiamo whatsapp e con chi, e poi ci sono le nostre foto di google, la lista di ciò che mangiamo, la spesa che facciamo alla esselunga, quante scarpe comperiamo in un anno, a quali riviste siamo abbonati e di certo i nostri dati sulla navigazione, grazie ai nostri “biscottini”. Oltre ai nostri movimenti bancari, of course.

Ci spiano. E nemmeno troppo dal buco della serratura: siamo noi ad offrirci, quasi volontari. In parte costretti e questo è quello che più fa rabbia.

La legge sulla privacy è pura formalità, una grandissima bufala. Quando arriva un nuovo cliente, insieme al mandato professionale deve firmare il documenti informativo sulla privacy. Qualcuno chiede: e se non acconsento? Bé … non possiamo seguire la sua azienda.  Semplice.

Ho un blog, vero. Metto in rete alcune cose mie. Per “proteggermi” un po’ non frequento altri blog se non quei 4 gatti collegati a Controluce. Non mi frega nulla dell’audience, ma solo dei miei lettori e amici, e di chi Controluce la sfoglia, la cerca, la porta con sé. Medio, ogni volta, tra ciò che vorrei dire e ciò che posso dire. A volte integro via e mail qualcosa che non posso pubblicare sopra una pagina web ma che voglio che i miei amici sappiano. Ho sempre ben presente una e mail, di anni fa (primi tempi di Controluce) un Pieffe, in tono più amico e protettivo che cattedratico, mi scrisse via e mail: potevi tenerti addosso almeno le mutande.

Da allora la mediazione è diventata anche più difficile. Un blog resta un blog e non ho mai avuto alcun dubbio sul mettere o meno le moderazioni oppure se renderlo visibile solo a chi ha la chiave. Che senso avrebbe? Allora manderei articoli via e mail a chi voglio io e poi le loro risposte a tutti.. E come si fa? La condivisione, se si usa la rete costa. Ma sta costando troppo perché pare che ormai “condividere” sia obbligatorio.

E, in quanto al concetto di “impermanenza” mi pare che sia un fenomeno crescente, anche al di qua del virtuale. Speriamo che qualche sentimento si salvi da questo mordi e fuggi, da questo fruire, carpire, rubare, catturare e  cancellare. 

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PENSIERO

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Credere è una bella cosa, ma mettere in atto le cose in cui si crede è una prova di forza. Sono molti coloro che parlano come il fragore del mare, ma la loro vita è poco profonda e stagnante come una putrida palude. Sono molti coloro che levano il capo al di sopra delle cime delle montagne, ma il loro spirito rimane addormentato nell’oscurità delle caverne.

Kahlil Gibran 

OCCHI DI STELLE

Se ci affidiamo all’intuito siamo come stelle: fissiamo il mondo con migliaia di occhi.

Clarissa Pinkola Estes  – Donne che corrono coi lupi.

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L’AMORE SECONDO ALBERT

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Chissà perché spesso identifichiamo le persone con quello che fanno. Quando pensiamo ad un uomo di scienza, vediamo solo .. un uomo di scienza. Enstein, per esempio. Pensiamo a lui e compaiono immagini di calcoli, equazioni, numeri.  La sola cosa bizzarra è la sua immagine, quella famosa con la lingua fuori e i capelli eternamente spettinati. Ma a parte questa immagine a conferirgli un che di eccentrico, lui è il genio, la mente per eccellenza. Nell’immaginario collettivo è tutto questo prima di essere … un uomo.  E’ uno che discorre di movimento, di tempo, di atomi e di luce. Difficile, per i più,  poterlo immaginare  come il vicino di casa, uno che mangia, ride, si addormenta sul divano, sogna, si commuove. Insomma come un uomo raggiungibile: ha un cervello troppo ingombrante. In altre parole difficile giudicare senza pregiudizi. Ahimè.  Eppure amava la musica, aveva un animo delicato. La stravaganza è un aspetto più usuale: siamo abituati alle stravaganze dei geni, ma meno a quegli aspetti delicati, casalinghi, intimi, semplici, disarmati.

Ecco una cosa, semplicemente “umana” dove il cervello e il genio c’entrano poco.  Non c’è l’ombra del cattedratico, del professore, del genio, dello scienziato.

Io la trovo di una bellezza straordinaria.  

Io non pretendo di sapere cosa sia l’amore per tutti, ma posso dirvi che cosa è per me:
l’amore è sapere tutto su qualcuno, e avere la voglia di essere ancora con lui più che con ogni altra persona. L’amore è la fiducia di dirgli tutto su voi stessi, compreso le cose che ci potrebbero far vergognare. L’amore è sentirsi a proprio agio e al sicuro con qualcuno, ma ancor di più è sentirti cedere le gambe quando quel qualcuno entra in una stanza e ti sorride.

Albert Einstein

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CONSAPEVOLEZZA

Da con sapere. Qualcosa di intimo, personale. Che non significa essere informati e nemmeno sapere. Ma essere coscienti, aver preso atto in modo profondo, intimo. Una voce importante, la sua. Occorre saperla ascoltare, e non sottovalutare. Costa, in molti casi, ma ci può salvare, aiutare. A raggiungere un equilibrio, una serenità, buone e sane relazioni.  È una compagna, alleata, complice, ci permette di scegliere anziché subire, essere protagonisti della prorpia vita, prendere decisioni e affrontarne le conseguenze. Come il bastone per il rabdomante, la bussola per il viaggiatore, la stella polare per il navigante.  Lei ci può guidare perfino quando si vive sui crinali, ci indica il punto  dove sorge il sole, il nostro sole. Ci guida nelle notti senza luna e senza stelle. Non ci culla troppo, e non racconta favole, tuttavia non ci priva del piacere di ascoltarle e di elaborarle, di viverle, perfino. Nel modo giusto, in armonia con il bisogno di favole e di magia e di sogni che naturalmente abbiamo. È l’asta per noi, eterni equilibristi tra sogno e realtà,  tra falso e vero. È la rete che ci accoglie a volte un secondo prima dell’impatto. È una voce che sa parlarci di noi: basta volerla ascoltare, tendere l’orecchio e fermarsi un poco. È la prima tappa di qualsiasi percorso importante, di ogni sfida, di ogni battaglia, ed è anche la più dura, il gradino più alto, quello tanto più scomodo quanto necessario. Spesso non ha una voce seducente, ma chiara, qualche volta spiacevole, assertiva, inclemente. Facile scambiarla per un nemico. Ma lei aspetta, è parte di noi. Una mano sempre pronta a sollevarci e indicarci il cammino soprattutto quando è buio. Una luce, sempre presente. Possiamo chiudere gli occhi. Oppure no.

 

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SOCIAL NETWORK NO GRAZIE

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In alcuni momenti, più che in altri, ci si rende conto di quanto sia frustrante dover usare le parole. Specialmente le parole sole, senza cappotto, senza gesti, sguardi, senza offerta, senza le mani. Servite crude, cotte, elaborate, con o senza salsa, lavate, stirate, inamidate, profumate, idratate, asciutte o bagnate. Colorate, sbiadite, stinte, tirate, laccate, scialbe. Cucinate.

Riflessioni più frequenti di questi tempi, in cui i mezzi di trasporto usati dalle parole sono per lo più quelli tecnologici. Nemmeno il gusto della calligrafia, che è unica, personale, il tratto sulla carta profondo, deciso, sfiorato, ad offrire un’ impronta, un profumo, la certezza del tocco, di una impronta digitale invisibile ma unica. Niente. Tutto è impermanente, inorganico, etereo, volatile.  Piccole sillabe naufraghe in colate di cristalli liquidi evanescenti, destinate ad essere perdute per sempre tra canali di scolo di circuiti stampati.

“Tre etti di parole – un filo di olio, due foglie di basilico fresco, salvia rosmarino, due chiodi di garofano tutto tritato finemente, un pizzico di paprika.  Sale pepe e peperoncino s.n.  Mescolate bene.  Servite subito via whatsapp, facebook, twitter “. 

Ci si accorge sempre di più di quanto sia importante comunicare con il corpo, offrire parole non pronunciate ma liberate, parole tonde e silenziose, paffute e gonfie, come quelle parlate sott’acqua, bolle di fiato, con la vita dentro.   Si  riflette su quanto sia importante la voce che, perfino al telefono ha più potere delle parole scritte con una tastiera.  E’ qualcosa di vivo, vibrante, nasce dentro, è immediata, sciolta, diventa vento e viaggia a cavalcioni dell’aria. Come in teatro non si può tornare indietro:  deve essere per forza “buona la prima”  perché una “seconda” non c’è.

Ma per quanto anche con la voce sia possibile correggere, spiegare, sottolineare, marcare, approfondire, limare, niente può sostituire davvero uno sguardo, il movimento delle labbra o le mani, che si infilano negli spazi tra le parole e diventano vera comunicazione.

Le parole hanno un grande potere, certamente. Sanno ferire, anche profondamente, ma uno sguardo può inchiodare, sciogliere, offendere. Poche cose sanno essere più eterne, definitive, terribili o dolci di uno sguardo.

Come si fa a dirsi così tante cose attraverso i social network e solo attraverso questi? Eppure ogni giorno sento cose strane. Va bene, vanno benissimo la condivisione, lo scambio, ma…. quando c’è solo questo?  Una ragazza (non una ragazzina –  almeno non anagraficamente – ) raccontava sul treno di essere stata “lasciata dal fidanzato” con un sms.

Una mia amica è  stata “informata”, via sms, da un “amico storico” (almeno da lei ritenuto tale), attraverso quello che sembrava un comunicato stampa, che le loro esistenze non sarebbero più compatibili pertanto … fine della frequentazione. Ovviamente senza possibilità di replica perché è stata “bloccata” sul telefono.  Ma come si fa?  Si può essere più codardi di così?

Copio incollo un intervento di Ricc in CL di qualche tempo fa.

Le parole sono dei messaggeri. Sono personcine semplici e di buona volontà, ma sono piccoline. E non ce la fanno a fare cose complicate. Basta una porta chiusa, che non ci arrivano alla maniglia. Basta un tragitto un po’ più lungo, che le gambe gli si stancano e bisogna che si fermino. Loro fanno quello che possono e, se ci pensate, a volte chiediamo loro cose veramente complicate, compiti difficili per dei messaggeri con lo zainetto. Eh. Gli si chiede di trasmettere le “cose che sentiamo dentro”. Ba, eh. Facile. Glielo chiediamo anche quando nemmeno noi le abbiamo capite bene, però chiediamo alle parole di trasportarle a qualcun’altro. Che poi loro il messaggio lo portano, ma lo danno ad un orecchio che anche lui c’ha il suo da fare, che poi lo consegna al cervello che ha le sue palle e mica ci capisce tanto di cuore lui, e fa una traduzione letterale, e nemmeno, spiattellando il messaggio su gugol e mandando avanti quello che gli viene… ma pari pari eh. Escono fuori robe incomprensibili, e noi diamo la colpa alle parole. A volte ho compassione delle parole. Che sembrano elaborate e forbite, e invece sono come il pruno del fiore del Piccolo Principe: non sono adeguate a qualcosa di più complicato che non sia chiedere dove sia la stazione o per avere mezz’etto di caramelle di liquerizia. E allora dobbiamo usare tutto quello che abbiamo per fare si che quello che si sente arrivi per davvero. Le parole vanno mandate in macchina, aiutandole con gli sguardi, bisogna mettergli il cappotto usando le mani, per i gesti e per il contatto. Bisogna dargli le radioline con un sacco di sorrisi. E allora vedrete che questi messaggeri, questa volta attrezzati, sapranno spiegarsi meglio, e non ci saranno più parole del cuore, perse in mezzo alla strada…

AFTERGLOW

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Sempre è commovente il tramonto

per indigente o sgargiante che sia,

ma più commovente ancora

è quel brillìo disperato e finale

che arrugginisce la pianura

quando il sole ultimo si è sprofondato.

Ci duole sostenere quella luce tesa e diversa,

quella allucinazione che impone allo spazio

l’unanime paura dell’ombra

e che cessa di colpo

quando notiamo la sua falsità,

come cessano i sogni

quando sappiamo di sognare.

J.L.Borges

 

 

 

DELICATEZZE

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C’è bisogno di carezze, di passo leggero, di pensieri delicati. Ecco la ragione di questo sfondo. Spesso gli sfondi di Controluce corrispondono al mio umore o forse quasi sempre. Da bambina, la primavera,  la Pasqua, erano colori pastello nei miei disegni, le uova che coloravo con la mamma, i fiori di pesco sui quaderni. Stamane, in treno, leggevo qualcosa sulla memoria, sulla selezione della memoria, questo specialissimo luogo del cervello che sa fare cose meravigliose e anche terribili. Sa conservare, rievocare, stravolgere, edulcorare, svalutare, sminuire, esagerare, a volte cancellare a volte ossessionare.

Dicevo: leggevo e guardavo dal finestrino gli alberi fioriti in un batter di ciglia. Peschi, ciliegi da fiore, la brillantissima forsizia, color del sole, che contro i prati verdi e sotto il cielo azzurro sta che è una meraviglia. E mi sono ricordata di un tema, che feci in quarta o quinta elementare. Titolo:  La Primavera. Ricordo perfettamente che scrissi una cosa che mi disse mia mamma qualche giorno prima ed era più o meno questa: “è come un miracolo, come se la mano di un pittore invisibile fosse passata sui prati, sugli alberi, e nel cielo, trasformando tutto. Ma di certo è la mano di Dio”.  La maestra mi fece i complimenti, e ricordo perfettamente che pensai di non meritarli dato che non si trattava di farina del mio sacco.

Servono pensieri delicati, profumi lievi, colori e sole che non feriscono non accecano non offendono, per portarci piano piano fuori dalla grigitudine dell’inverno, dalla pesantezza dei pensieri, dalla lunghezza delle notti, dalla persistenza del buio.

Servono gentilezza, trasparenze, sorrisi semplici su visi semplici, senza trucco. Magliette bianche e jeans e margheritine nei campi. Servono le primule che aprono gli occhietti al sole, con i loro colori che ben rispondono a questa esigenza di pastello, di colori sussurrati, di lievità, di leggerezza. Di golfini sulle spalle, di passeggiate serali. Di carezze sul cuore.

LETTURE & CONDIVISIONI

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Mi piace la gente che vibra,

che non devi continuamente sollecitare

e alla quale non c’è bisogno di dire cosa fare

perché sa quello che bisogna fare

e lo fa in meno tempo di quanto sperato.

Mi piace la gente che sa misurare

le conseguenze delle proprie azioni,

la gente che non lascia le soluzioni al caso.

Mi piace la gente giusta e rigorosa,

sia con gli altri che con se stessa,

purché non perda di vista che siamo umani

e che possiamo sbagliare.

Mi piace la gente che pensa

che il lavoro in equipe, fra amici,

è più produttivo dei caotici sforzi individuali.

Mi piace la gente che conosce

l’importanza dell’allegria.

Mi piace la gente sincera e franca,

capace di opporsi con argomenti sereni e ragionevoli.

Mi piace la gente di buon senso,

quella che non manda giù tutto,

quella che non si vergogna di riconoscere

che non sa qualcosa o si è sbagliata.

Mi piace la gente che, nell’accettare i suoi errori,

si sforza genuinamente di non ripeterli.

Mi piace la gente capace di criticarmi

costruttivamente e a viso aperto:

questi li chiamo “i miei amici”.

Mi piace la gente fedele e caparbia,

che non si scoraggia quando si tratta

di perseguire traguardi e idee.

Mi piace la gente che lavora per dei risultati.

Con gente come questa mi impegno a qualsiasi impresa,

giacché per il solo fatto di averla al mio fianco

mi considero ben ricompensato.

(Mario Benedetti, La gente che mi piace)

PENSIERI DI VENTO

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foto mia, 14 08 2013

Ci sono momenti in cui il corpo sembra leggero, e la mente libera, l’anima anch’essa leggera, senza pesi, senza polvere, senza zavorre. Sono attimi. Di vento, di fiato, di odore di temporale, di acqua.
Piccoli istanti in cui alcune assenze sanno far male, così come tanto di quello che c’è, quasi tutto, che appare assolutamente inutile ma si stempera. Le assenze invece no. Sono nel vento e ti avvolgono e ti abbracciano. Questa mattina era così. Esattamente così. Non mancava niente e mancava tutto. In questa fotografie c’è quel pensiero. Di tutto e di niente. Di vento.

COSA NON BASTA COSA

Lanterne, foto mia, agosto 2012.

Non basta un sorriso dolce sul viso di qualcuno, per dire che è persona  capace di dolcezza.

Non basta raccontare di sé,  cosa si fa, dove si va e con chi,  cosa piace e cosa no, per dire di condividere. La condivisione vera avviene in un luogo comune e profondo. Esserne capaci è altra cosa del raccontare e confidare.

Non basta essere dalla parte di qualcuno per esserne complici. La complicità profonda è altro. E non è pregiudicata dal dissentire o dal dissociarsi, a volte. Anzi ne trae vantaggio, cresce e fa crescere.
Non basta ascoltare con attenzione per capire. Le parole entrano attraverso le orecchie e la pelle. La comprensione avviene dentro l’anima, e coinvolge la testa, la pancia, il cuore.

Ci sono notti che i pensieri sono come attorcigliati sul filo di lana ma a volte il gomitolo si scioglie e pensieri si ingarbugliano.

A volte invece è tutto così chiaro, specie quando sembra più annodato e difficile. Il punto più oscuro è sempre quello sotto la lampada.

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RELAZIONI

RELAZIONI

Dire solo ciò che si sa fa piacere all’altro, essere accondiscendenti, ammiccanti,  prestare cura e attenzione al fine di non urtare i sentimenti dell’altro, in poche parole astenersi dal dire ciò che si pensa perché potrebbe offendere. Recitare durante telefonate e incontri, insomma indossare l’abito del perfetto amico, l’atteggiamento “come tu mi vuoi”.. Ecco il “quadro vero dell’amico finto”.

Nascondersi, reciprocamente,  ciò che si pensa,  è di per sé sufficiente per diagnosticare il grado di malattia di una amicizia o presunta tale. Perché dunque molte volte ci si prende in giro? Perché non si ha il coraggio, per davvero, di dare il nome giusto alle cose? Perché si ha bisogno di finte relazioni? Per solitudine? Per disperazione? La non solitudine non è una questione di numeri. Si può essere soli pur avendo dozzine di persone che quotidianamente fanno in qualche modo parte della nostra vita, che gravitano con e dentro la nostra esistenza.

Con alcune persone ci si diverte, si gioca, ci si racconta, si studia, si lavora… Si condividono tempo, esperienze, viaggi. E vanno benissimo, si può stare bene con alcune persone pur non avendo mai avuto interesse di approfondire oltre, di condividere qualcosa di differente di un cinema, una pizza, un aperitivo, una gita, un giro di shopping. Anzi, direi che questi sono rapporti veri, sinceri, spassosi, salutari e sani, proprio perché non pretendono di essere “altro”. Non gli si incollano attributi che non hanno, sono quello che sono senza alcuna presunzione.

Ma.. se si vuole condividere veramente qualcosa di importante, una relazione non può prescindere dalla sincerità e deve mettere in conto che ci si può sentire dire l’opposto di ciò che si vorrebbe. Spesso le cose non dette fanno crollare l’impalcatura sulla quale si costruisce una relazione molto più delle cose dette, sbattute in faccia, quelle che magari arrivano che fanno un male cane. Ciò che si pensa dell’altro, dovrebbe essere nutrimento di un rapporto e non la mano che lo uccide.  Dovrebbe permettere un confronto vero, dovrebbe crescere e far crescere. Migliorare e migliorarsi.

“Non le  dico questo sennò ci rimane male”, “dico questo così farà piacere”, “non tocco questo argomento perché è spinoso”, “questo di certo offenderà”. E cosi di questo passo, ed eccoci dentro un qualcosa di formale, con aspetti terribilmente diplomatici/burocratici dove tutto è pesato, misurato, calcolato, attento. Perfino i muscoli facciali sono controllati, non sia mai che tradiscano il vero sentire. Insomma  una specie di compito che si assolve dentro un clima che è tutto un tacere, non dire, recitare, mentire, fingere. Che senso ha? È faticoso da morire oltre che inutile, insulso, banale.

Ho sempre immaginato dei centri concentrici attorno al cuore e negli spazi, più o meno vicini ad esso, ci sono le persone che partecipano alla nostra vita affettiva, gli affetti, più o meno importanti, più o meno profondi. Ecco, la “profondità” è il sistema con il quale si “misura” l’importanza di un rapporto. La profondità. Quante volte ci capita di vivere davvero un rapporto profondo, nel corso di una vita? La profondità è qualcosa di raro davvero: ci si accorge man mano che il tempo passa e si diventa grandi ed eventi, emozioni, esperienza e tempo fanno da cesoie. Perché il tempo diventa sempre più prezioso, perché si preferisce la solitudine alle farse, perché si pretende maggiore qualità e minore quantità di tutto. Di cibo, di riposo, di vacanze, di letture, di sport, di piaceri, di cose, e anche di sentimenti, di relazioni, di persone. Perché si prova un disperato bisogno di dare il giusto nome alle cose.
Quanti volti ha quella che comunemente chiamiamo con lo stesso nome: amicizia.
C’è quella morbosa, maliziosa, possessiva, claustrofobica, malata.
C’è quella che non accetta il confronto, la sincerità del pensiero, la libertà, il bene dell’altro, quella gelosa, quella faziosa, quella contorta. Quella che non permette di essere sé stessi. Ecc… ecc.
Infine quella secondo Facebook ma qui basterebbe sostituire alla parola amico la parola contatto e tutto andrebbe a posto.

L’amicizia è qualcosa di denso e di speciale, delicato eppure fortissimo, sa sfidare il tempo e non conosce ambiguità. Resiste ai periodi di separazione anzi, ne trae vantaggio. Tiene porte aperte per lasciar entrare e anche uscire. E soprattutto non può esistere senza dirsi ciò che si pensa veramente. Non condivide tutto per forza, è altra cosa della simbiosi. Ma quando lo fa, lo fa profondamente. È un affetto vivo, che si rinnova e si confronta ogni giorno, evento dopo evento, gioia dopo gioia, dolore dopo dolore. È quel sentimento che non passa mentre tutto va … Se invece passa allora vuol dire non c’è mai stato per davvero.

Francesca Pacini, sul Mulino di Amleto fece un bel post sull’amicizia. Un passo diceva più o meno questo “Non le piacciono le situazioni di circostanza, come i complimenti o le condoglianze dovute ma non sentite. Niente convenevoli, belletti, lusinghe. Quelli vanno bene per il bridge delle anziane signore perbene. Non è perbene, l’amicizia, magari ti segue passo passo, non interviene ma di sicuro non tace neanche. Può essere perfino aggressiva. Di certo è scomoda. E poi è spettinata, non si fa la messa in piega”

testo integrale qui:

http://www.francescapacini.it/15-blog/diario-di-bordo/14-sull-amicizia.html

UNO DI NOI

DEL MARE

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Non lo trovo triste il mare in inverno. Forse perché in questo periodo, più di altri, mi manca una dimensione umana. Mi manca di sentire che sono una persona e non qualcosa che corre e lavora, fa la spesa, parcheggia, va alla posta, sale e scende dai treni. In questo tempo che fa male, si respirano paura, sconforto, tristezza, e anche panico. Sono spariti i colori dagli occhi e dai discorsi della gente, l’entusiamo, i progetti. E’ sparita la speranza. Fra tutte queste sfumature di grigio verso il nero che avvolgono i giorni, mi manca il passo lento di un giorno che sa essere tempo da masticare piano. Un tempo da assaporare con lentezza, un tempo che non sia tempo da ingoiare. Un tempo che non comprenda frasi come “menomale è venerdi” un tempo in cui ogni giorno è un giorno da vivere, e che lascia anche un po’ di malinconia quando arriva sera. Una malinconia breve: il tempo che si accendono le stelle per tornare a godere della sera, e poi della notte e che mostri l’aurora come un buon giorno, foriera di luce e di speranza e di gioia. Ecco perché, forse, penso spesso al mare, alla culla che sa essere, e alle sferzate che sa dare. Ci si può perdere un po’, nel mare e percepire la leggerezza del corpo che si muove, in modo naturale e lento, l’acqua sa massaggiare il corpo e anche i pensieri, isolare dal rumore, allontanare la polvere dagli occhi e dal cuore. Accando al suo respiro, nella baia calma di una notte sotto le stelle bianche e la sua voce, così lontana dai motori, dalle luci e anche da quella che mi tocca essere ogni giorno che ingoio, tranne brevi momenti in cui posso essere davvero quella che sono. Una persona.

foto: francesca

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STAGIONI

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È un bel po’ che non scrivo cose mie, forse un anno.  Per cose mie intendo quelle cose che si sentono nel cuore, e che si cerca di tradurre in parole. Ho provato a farlo, ma le parole escono screpolate, incartapecorite. Non trovo la morbidezza elastica e umida della spontanietà. E allora so che si sbriciolerebbero, come accade alla vernice sotto il sole.
Lo abbiamo detto tante volte, le parole hanno tanti limiti, hanno la gola secca, e sanno arrivare come carta vetrata, come sabbia a bordo del vento o sale che asciuga.

Gli eventi determinano le stagioni del cuore, ci sono lunghi autunni e inverni ancora più lunghi che fanno il mestiere che debbono fare. Come sospendere, congelare, custodire. Pensare.
Mi manca, mi manca molto quel bisogno urgente di trattenere i pensieri per l’impossibilità di scriverli da qualche parte, prima che sfuggano via. Mi manca trovare  “bella” la parola, rileggerla e trovarla adatta, giusta, come un vestito su misura, come un colore che si addice al pensiero quando è nato.

Stagioni. E a proposito di stagioni, riporto qui una cosa di Charlie Chaplin. E l’augurio di una buona settimana a tutti quelli che passano di qui.

♦♦♦

Com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io. Oggi so che questo si chiama “rispetto”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama “maturità”…
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama “stare in pace con se stessi”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama “sincerità”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: persone, cose, situazioni e tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso… all’inizio lo chiamavo “sano egoismo”… ma oggi so che questo è “amore di sé”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama “semplicità”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo. È la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo “perfezione”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore, l’intelletto è diventato un compagno importante. Oggi a questa unione do il nome di “saggezza interiore”.
Non dobbiamo continuare a temere i contrasti, i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi.  Oggi so che tutto questo è “la vita”.

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RUMORI CHE OFFENDONO

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Funivia Cortina-Cima Tofana.  Il secondo tronco sale a Ra Valles a 2.475m. C’è un rifugio e una vista mozzafiato (l’ultimo tronco che termina a Cima Tofana è aperto solo in estate).
Le dolomiti, gigantesche, accolgono il sole che scende, e come per salutarlo si vestono di un rosa sussurrato.
Anche la neve brilla per l’ultima volta, pullulando di allegre stelline dorate che danzano per il sole. È il tramonto e tutto ma proprio tutto dovrebbe essere … Silenzio.
Ero a Ra Valles sabato scorso, al tramonto. Appunto. Non mancava nulla ma mancava tutto. Mancava il Silenzio.
Il rifugio aveva gli altoparlanti anche all’esterno e mentre il mio sguardo seguiva la discesa del sole che (appunto) faceva brillare la neve e colorare di rosa questi giganti di pietra urlavano la voce di Eros Ramazzotti, la pubblicità “volete perdere peso”? e poi le notizie “Bersani e Berlusconi… ” ecc ecc.
Ogni commento si perde. Si sarebbe perso il mio pensiero, il mio sguardo e forse anche, per un momento, tutta me stessa se solo ci fosse stato il Silenzio.
Invece no: la musica, la voce, il notiziario.  Offese. Offesa per il sole che calava, per le montagne che lo accoglievano, e per la neve che brillava. E per il mio cuore, per i miei occhi, per i miei pensieri.

Domenica sera, per puro caso, passando da Trento, a Torre Vanga  ho visto che c’era una mostra fotografica dal titolo: I Silenzi della Neve. L’ho visitata. Fatalità…
Fotografie di neve, dall’Archivio Fotografico Storico, immagini bellissime, tutte bianco e nero. Protagonisti: il Silenzio e la Neve. Fatalità…

E proprio dalla raccolta “Fatalità” gli organizzatori della mostra hanno scelto questa poesia di Ada Negri, che , stampata sopra un pannello scende dal soffitto. Il titolo è “Nevicata”.

Sui campi e su le strade
silenziosa e lieve
volteggiando, la neve,
Cade.

Danza la falda bianca
Nell’ampio ciel scherzosa,
poi sul terren si posa,
Stanca.

In mille immote forme
sui tetti e sui camini
sui cippi e nei giardini
Dorme.

Tutto d’intorno è pace;
chiuso in oblio profondo,
indifferente il mondo
Tace.

Ma ne la calma immensa
Torna ai ricordi il core.
E ad un sopito amore
Pensa.

qualcosa sulla mostra: http://www.giornalesentire.it/2012/dicembre/2919/isilenzidellaneve.html

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STELLE

scattata da me

“Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che saranno ridere!”
E rise ancora.
“E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per piacere… e i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai” Sì, le stelle mi fanno ridere! “E ti crederanno pazzo. T’avrò fatto un brutto scherzo…”
e rise ancora.   “Sarà come se t’avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere…”

dal libro “Il piccolo principe” di Antoine-Marie-Roger de Saint-Exupéry

LETTERINA

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Caro Babbo Natale
Innanzitutto vorrei chiederti una cortesia ed è quella di levare il tuo sederone dal mio petto quando cerco di dormire, perché sei pesante inoltre soffochi il respiro.  Poi, quando capita che  si aggiungono le renne, francamente non ce la posso fare. Non riesco a respirare e mi sento morire. Ecco.

Quando ero piccola, tu per me non esistevi. Per me c’era Gesù Bambino che veniva la notte di Natale a farmi visita e mi lasciava qualche pensiero. Lottavo contro il sonno perché con la mia immaginazione vedevo quel piccolo bimbo ovviamente nudo, girare nel cielo e infilarsi in tutte le case dove vivono bambini, e, invece di gioire per questo, domandavo sempre a mia mamma se fosse giusto e bello che prendesse tanto freddo.

Tu invece hai il cappottone rosso, con il pelo, cappello e guanti e anche la barba. E viaggi con la slitta sotto coperte di peliccia: vuoi mettere? Inoltre, dato il tuo peso (e io lo so bene … ) hai una bella riserva di grasso a proteggerti.

Vabè comunque scrivo anche io la mia letterina.
Banalmente ti potrei dire: cancella il dolore dal cuore degli uomini, libera tutti i bambini dal morso della fame e da quello delle mosche, da quello del freddo e anche dal caldo. Carica tutte le armi del mondo sulla tua slitta e fa che si disintegrino nello spazio. E poi porta via tutti quelli che hanno il cuore marcio e l’anima corrotta. Per questo dovrai disporre di un posto molto, molto, ma molto grande, ma siccome l’universo è infinito,  dovrebbe verosimilmente bastare.

Sono le stesse cose circa che chiedevo già molti e molti anni fa al Gesù Bambino che girava per i cieli, tutto nudo e piccolino. Offrivo in cambio i doni che erano a me destinati, ma lui non mi ha mai ascoltata: come vedi anche tu il mondo è sempre peggiore e fa sempre più male.
La stessa cosa la feci quando mia madre stava per salutare il mondo e soprattutto me. Pregai fino allo spasimo non so nemmeno bene chi o cosa, barattando cose di me nella mia mente: ero un po’ più grande ma in fondo nemmeno tanto. Comunque sia non è servito a niente, e,  se tutto questo, se non lo ha fatto Gesù Bambino, non mi aspetto che possa farlo tu.

Ma…
Ma se davvero puoi fare qualcosa per me sola, allora avrei delle cose da chiederti. Vado.

Dammi la capacità di riconoscere il falso dal vero, gli amici dai nemici, chi mi vuole bene e chi invece mi usa. Dammi la luce per distinguere bene i contorni di tutte le cose, per vedere chiaramente la linea di confine tra il teatro e la vita, ammesso che esista un distinguo. Fammi capire qual è il sogno e qual è il vero, sempre che vi sia distinzione tra il sogno e il vero. Aiuta la mia anima a trovare l’uscita dalla caverna di Platone perché anche quando fa male, voglio vedere tutte le cose come sono per davvero, e non riflesse da luci perverse e artificiali.
Restituiscimi almeno una volta al giorno la voglia di giocare, non importa a cosa: un due tre stella, nascondino o battaglia navale o amore adulto da inventare.
Dammi la possibilità di riconoscere in fretta l’ambiguità delle persone e delle cose, di modo che io possa informarne le mie energie, perché si risparmino laddove sarebbero sprecate, ma si spalmino dove può crescere qualcosa di bello. Ma prima dovrai convincermi che ci sono buoni semi e buona terra.
Dammi una mano ad essere sempre me stessa, a sostenere e sopportare le incoerenze del mio cuore senza sentirmi soffocare dalla logica semplice e precotta di modelli spacciati come verità universali, comodo uso e facile consumo per chi non si fa troppe domande per tutta la vita.

In poche parole lasciami accanto al caminetto una fiducia consapevole.

NOTTE

malinconia

La notte impone a noi la sua fatica magica. Disfare l’universo, le ramificazioni senza fine di effetti e di cause, che si perdono in quell’abisso senza fondo, il tempo. La notte vuole che stanotte oblii il tuo nome, i tuoi avi ed il tuo sangue, ogni parola umana e ogni lacrima, ciò che potè insegnarti la veglia, l’illusorio punto dei geometri, la linea, il piano, il cubo, la piramide, il cilindro, la sfera, il mare, le onde, la guancia sul cuscino, la freschezza del lenzuolo nuovo… Gli imperi, i Cesari e Shakespeare e, ancora più difficile, ciò che ami. Curiosamente, una pastiglia può svanire il cosmo e costruire il caos.

Jorge Luis Borges, Il sonno

O-MAGGIO (IN NOVEMBRE)

Usa la Forza per saggezza e difesa. Mai per attaccare! 

CELESTE MI

foto mia

Foto mia.. E poi dicono che a Milano il cielo non è mai celeste …

Svegliata dalla sveglia alle 6.30 di oggi, sabato mattina perché ci sono cose da fare (sono milanese, nessuno è perfetto..) ho visto su la7 un pezzo di Le invasioni Barbariche, ospite Enrico Bertolino, così ho conosciuto il suo libro, Pirla con me, Mondadori. È una caricatura di Milano, dei milanesi, di ciò che Milano era, di cioè che Milano è. Sottotitolo: da Milano si può guarire. Penso che lo leggerò. Immagino un libro divertente e triste, come fanno le caricature tutte: un cono di luce bianca e impietosa sopra difetti, miserie, dolori e nostalgie. Mi sono sdraiata di nuovo sul letto e gustata l’ultima parte (in rete ho trovato l’intervista completa) e mentre ascoltavo ho pensato che io non vorrei mai de-milanesizzarmi, non ci penso nemmeno. Provo perfino nostalgia per quella Milano della quale Enrico Bertolino, praticamente mio coetaneo, conserva dei ricordi in seppia. Quando al Bar Magenta c’erano i biliardi (ora sono rimaste solo le stecche e i contapunti, sono contenta che ci siano). Quando sulle ringhiere dei Navigli c’erano i panni stesi e non gli atelier e i teatri di posa più prestigioni della città. Non vivo in città, prima per scelta dei miei genitori, poi per scelta personale, per ragioni che ora qui non sono importanti ma che si possono sistetizzare così:  vivo in una casa con giardino  fiori prato e cani e ora anche orto,  ma se non avessi avuto queste esigenze, l’appartamento in condominio di certo lo avrei scelto a Milano. A Milano ci lavoro,  e di fatto ci vivo da che avevo 15 anni. E per me, vale la pena del viaggio. Che viaggio poi non è. Quaranta minuti sono spesso normali se non poca cosa per molti che pure vivono e lavorano in città. Milano è ottimamente servita dai mezzi pubblici, ha una rete di trasporti meravigliosamente efficiente ma è .. grande. Grande, in tutti i sensi. 🙂 E no, io di Milano non voglio guarire. Anzi, mi spiace di non essermi ammalata (non ero nata) quando ammalarsi di Milano era un privilegio, era costruire, era ammalarsi di cuore. Un bell’ammalarsi di cuore, quello.

Vivere fuori (però fuori per davvero e non nella periferia – la precisazione è fondamentale) è un buon compromesso per quelle che sono le mie esigenze. Ho bisogno di Milano, ma ho bisogno anche di altro. Così Milano, la sera e nei fine settimana è sotto i miei piedi, solo un pochino più a sud, raggiungibile in pochissimo tempo e rassicurante, con la sua Madonnina e tutte quante le sue contraddizioni e le sue spine, pungenti tanto quanto le guglie del suo duomo.

In fondo a questo video (verso la fine, si può far scorrere il cursore) c’è una bella cosa, che non c’entra nulla con Milano. Alla domanda: cosa conta di più nella vita, c’è una risposta interessate, attraverso un … vasetto di maionese.

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Navigli a Natale
Foto di Pierangelo Mariani- Grazie Pier, spero di rivederti presto.

P.Mariani

e da http://www.milanmilan.it

“Preghiera disperata” alla Madonnina del Duomo

©Ada Lauzi

L’è ‘na preghiera fada in milanes con umiltà, fervor, senza pretes: te preghi madonnina, per on’ora fa ritornà Milan ‘me l’era allora… e, per quell’ora, famm vedè i navilli, i bei tosann coi sòcch fin’ai cavilli, i “Gigi” con la gnaccia e intorna i fioeu e sentì anmò el cantà di barchiroeu, el vosattà di dònn in sul Verzee e quell del Vicolin di lavandee! O Madonnina, famm ‘sta carità. per on’oretta sola famm tornà ne la Milan di brumm e di cavai quand sòtta Tì giugavom num bagaj, e Te parevet alta in Paradis coi gulli intorna, bianch come benis, famm rivedè ‘ncamò i spazzacamin con tutta la carisna sul faccin… …el soo…l’è ‘na preghiera disperada… d’on coeur che ne pò pù de sta bugada… ma…quand de damm a trà Te avree decis… famm sarà i oeucc…e derva el Paradis.

TURNO DI NOTTE

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Quando si è bambini si pensa che le cose, gli oggetti, intendo, siano animati. Io lo penso ancora adesso. Può sembrare sciocco, ma a volte, fissando una statua, penso chissà se avrà freddo oppure caldo, oppure come farà a stare anni e anni immobile. Non mi piacciono le statue nei giardini: tuttavia ne ho una, per una ragione affettiva.  Era un regalo a mio padre, molti anni fa. All’epoca lui voleva costruire un piccolo stagnetto, nel suo giardino, con i pesciolini rossi, cosa che poi non fece.  Il mio compagno gli regalò quella piccola statua/fontana che attraverso un tubo avrebbe versato acqua dalla brocca allo stagnetto, progettato ma mai realizzato. La chiamiamo Signora Frisbee perché si presta ad accogliere il disco di plastica colorata quando capita che si gioca in giardino.  Piove, stavo guardando dalla finestra, poco fa. L’odore è buono, sa di erba matura, odore di estate. La Signora Frisbee, pensavo, si sarà rinfrescata, se non altro.  Per me altri alcuni oggetti, più di altri hanno un anima: vecchi pezzi di ferro, per esempio vecchie chiavi che hanno aperto chissà quali porte.  Possiedo un numero di chiavi vecchie, ora qualcuno sta restituendo loro una specie di nuovo corpo, pulito dalla ruggine, il virus che le mangerebbe. Non so cosa ne farò, ma penso a  chissà quali porte avranno aperto e chiuso nel corso degli anni, quali intimità avranno custodito, protetto,  quali miserie avranno nascosto le stanze affidate alle porte sottomesse ai giri di  quelle chiavi. In quali tasche e borse saranno state, e quali odori e rumori si sono fissati tra i piccoli difetti della forgiatura, tra i riccioli del ferro battuto. Non conosco la storia di quelle chiavi e non la vorrei conoscere: ognuno mantiene i propri segreti. Lo fanno le persone, lo fanno le cose. Rifletto spesso sulle cose gravi e grevi della vita, quelle che toccano le corde più profonde del cuore, che condizionano tanto la nostra esistenza e anche quella di chi mescola la propria vita con la nostra. Abbiamo anima e cuore, sangue, dolori e segreti, ricordi, speranze e paure. Paure che si accovacciano nei passi, eppure ci seguono, si nascondono tra le rughe, tra le pieghe delle nostre lenzuola, dei nostri vestiti, della pelle, tra un pelo e l’altro. Rifletto sull’effimero, che sbalordisce, violenta, svuota.  A volte occorre fermarsi, fermare i pensieri, spegnere la testa e lasciare che il cuore la pelle i sensi arrivino laddove non arriva la testa, la logica, la geometria delle cose. E penso che il ritmo della vita, rassicurante delle stagioni che si susseguono, ‘alternarsi del giorno e della notte, siano un po’ come la musica del tempo,. Tempo che ruba, che sottrae, che scalda e che gela, che dona la vita e reca la morte, che rispetta il meraviglioso eppure terribile ciclo di vita-morte-vita. Penso a frammenti di cose lette oggi, la particella di Dio,  il fatto che tutto ciò che è visibile sarebbe pari solo al 4 percento di ciò che esiste. E come tutti mi chiedo cosa sarà il restante novantasei percento. Quante risposte ci sono là dentro! E che questo quattropercento è piccolo, troppo stretto eppure infinito per essere conosciuto tutto ma anche per essere compreso.   Scrivo a ruota libera emozioni sospese tra i fili delle mie paure, delusioni, speranze, amarezze sconfitte e dolori della mia vita. In questa ragnatela c’è il mio quattropercento, e anche il mio personalissimo restante novantaseipercento che non conosco di me, e che non mi conosce. Tra poco sarà notte fonda e probabilmente vivrò inconsapevolmente dentro il novantasei, multiverso del mio giorno quando vivo nel quattro percento, in un posto che è il quattro percento di tutto. Un quattro percento pieno di visi e di sorrisi, di ricordi, di rimorsi e rimpianti e di speranze.  Con il cuore che si indurisce, con qualche dolore che brucia, con la voglia di capire, di trovare la quadratura delle cose, un conto che torni, e risposte che non si avranno mai. Con la voglia di trovare le persone come credevi che fossero, quando quel loro quattro percento sembra, tutto ad un tratto, straniero e lontano dal mio.  Spesso ci si perde nelle cose banali per non sentire troppo la paura del domani, per trovare la forza di andare avanti e di combattere ancora o di resistere, a seconda dei casi, a seconda del momento. C’è la preghiera, e aiuta. Io prego, a volte, anche se nessuno in particolare.  Non so di cosa siamo fatti, forse siamo fatti di troppe cose, come di troppo poche. Quattro per cento di misteri, novantasei percento di cosa?

SCRITTO4LUGLIO2012DINOTTE


BI-SOGNI

Io non ho bisogno di denaro

ho bisogno di sentimenti

di parole

di parole scelte sapientemente

di fiori detti pensieri

di rose dette presenze

di sogni che abitino gli alberi

di canzoni che facciano danzare le statue

di stelle che mormorino

all’orecchio degli amanti.

Ho bisogno di poesia

questa magia che brucia

la pesantezza delle parole

che risveglia le emozioni e dà colori nuovi

(alda merini)

LABIRINTI

 (Disegno:  Stefano Boer. )

 

“Un fuggiasco non si nasconde in un labirinto. Non innalza un labirinto su un luogo alto della costa, un labirinto cremisi che i marinai avvistano da lontano. Non ha bisogno di erigere un labirinto, perchè l’universo già lo è.”

(Abenjacàn il Bojarì  J.L.Borges)

Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine”.

(L’immortale J.L.Borges)

“Dall’inesauribile labirinto di sogni tornai, come a una casa, alla dura prigione. Benedissi la sua umidità, benedissi il suo giaguaro, benedissi il foro della luce, benedissi il mio vecchio corpo dolente, benedissi la tenebra e la pietra”.

(La scrittura del dio J.L.Borges)

DREAM

sulle ali del sogno

 

Se puoi sognarlo, puoi farlo

Walt Disney (1901-1966) 
(foto R. su Flickr)

BENVENUTI

Eccoci qui, nella nuova casa che ospita Controluce. Non sono brava ancora, ad editare, ma imparerò. Ci stiamo trasferendo, un po’ tutti. Marinz aveva già un blog parallelo, http://druidearyn.wordpress.com/ e sta aggiornando questo. Anche Calembour si sta dando da fare. Insieme abbiamo commentato la mancanza di informazione da parte di Spinder, che, bontà sua, ha pubblicato oggi un piccolo e stringatissimo annuncio.  C’erano anche le slides, in collegamento con l’album RIC.OR.DI, che io, pasticciona, ho ben pensato di perdere, cambiando template. Ma lo rimetteremo quanto prima, una volta deciso il vestito definitivo che chiamano, appunto, template. Ecco, non so fare altro. Non so cambiare i colori al testo, giustificarlo, ma non servono interventi estetici per dare a chi passerà di qua, il mio “benvenuto”. Mi sono portata dietro la porta, che apriva le stanze di Controluce su splinder. È la stessa, di legno, con assi inchiodate ma ben manutentata. Anche lo zerbino è lo stesso: un po’ consumato dai passi, ma è per questo che mi piace. Non lo cambierei mai con uno nuovo. La chiave, ovviamente, è sempre sotto lo zerbino. La teiera, di ghisa color verde salvia, è sempre sul fuoco e le tazze sapete bene, sono nella solita credenza. Eggià, perché anche gli arredi sono gli stessi. Essenziali ma solidi, per niente preziosi ma profumati di legno vero. Fuori, nel grande vaso,  c’è la solita pianta di limone: chi trova la terra un po’ secca è pregato di darle un po’ di acqua. Pieffe ci riesce benissimo, così come riesce a far spuntare belle margherite. Petula, il tuo quadrotto di terra con erba gatta c’è sempre, così  come c’è anche il davanzale. È stato un poco faticoso spostarlo, visto che è di serizzo, ma i gatti e le gatte non amano i cambiamenti per cui ho cercato di fare un trasloco il più indolore possible. Anche “La Lucertola” credo si troverà a suo agio. Ecco, credo di aver detto le cose principali. Buona serata a tutti e … mi raccomando, l’ultimo chiuda la porta!

CI FERMIAMO QUI

Controluce si ferma qui, almeno per un po’.

Ho sempre pensato che scrivere debba essere qualcosa fatto bene, curato nei dettagli,  e per farlo occorre tempo. Non intendo il tempo cronologico bensì quel respiro dentro il quale possono trovare fiato le idee, prendere forma i pensieri, vestire questi di parole. Devono essere spontanee, arrivare dal di dentro, senza forzature, sgorgare, fluire in modo naturale.

Il fuocherello dentro di me è sufficiente per poche cose, in questo tempo, e allora occorre fare delle scelte.  Tutto cio’ che non sono doveri e incombenze, ma che appartengono alla sfera del piacere, a maggior ragione meritano cura, attenzione e anche amore.

Questo angolo è stato una pausa caffè, un sorriso, un salotto molto speciale, motivo di scambio, di risate, di riflessioni. Motivo di incontri speciali che fanno e faranno parte della mia vita al di là di questo posto, ovviamente. 
E’ stato un plaid, una coccola, una carezza. Spesso, una boccata di ossigeno e lo dico senza enfasi. Ci sono stati scambi, intelligenza, umorismo, dolcezza e anche i cazziatoni (Pieffe). Ho imparato, mi sono divertita e qualche volta ho anche pianto (!!!!!). Già.

Ma si “sente” quando qualcosa non ha piu’ il respiro giusto, il giusto colore, la giusta verve. 
Tre anni e 83.320 visite (un numero quasi imbarazzante) bastano per dire: nessuna flebo!  Ho riletto qualche post passato: c’era piu’ sentimento, piu’ passione, c’era piu’ Ori.
Invece voi siete sempre stati vivacissimi anzi, il sito è vostro, già da un pezzo, e questa è la cosa che maggiormente mi piace e mi è piaciuta, fin da subito.

Ecco
Chiedo scusa se questo post è anche un po’ … patetico? Ma serve solo per avvisare che bè ….. diciamo che io mi prendo una pausa.   NON e’ un addio.

Avete tutti la mia e mail: se vi viene voglia di scrivere qualcosa basta inviare io copio, incollo e pubblico, molto molto  volentieri. E poi chissà, potrei commentare !!! Altrimenti resta qui, un po’ in frigorifero. So che da una terra bene arata nascono belle piantine. Accadrà.

A presto. Grazie. 
Orietta

..ooOOOoo..

ringrazio di cuore, copio e incollo.

da:   PINUCCIA – 18.09.2011

Sono passata da Controluce e mi sono goduta quelle due meravigliose margherite che haI donato a tutti noi. Anche se la vendemmia non è ancora finita, nei giorni di pausa ho giocato un po’ e ho messo giù queste piccole cose. Se pensi che vanno bene per Controluce mettile pure, se no cestina pure. Non farti scrupoli. Nel pomeriggio vado ad ascoltare una conferenza su Streghe, sibille tenuta da professori dell’università di Genova in un paesino qui vicino.    Credo sia un modo per dimostrarmi che mi voglio bene…ogni tanto ci si deve concedere qualche dolcetto.

Gli asparagi e l’immortalità dell’Anima

“Non c’è alcun rapporto fra gli asparagi e l’immortalità dell’anima. Quelli sono un legume appartenente alla famiglia delle asparagine, credo, ottimo lessato e condito con olio, aceto, sale e pepe. Alcuni preferiscono il limone all’aceto; anche eccellente è l’asparago cotto col burro e condito con formaggio parmigiano. Alcuni ci mettono un uovo frittellato sopra, e ci sta benissimo.

L’immortalità dell’anima, invece, è una questione; questione, occorre aggiungere, che da secoli affatica le menti dei filosofi. Inoltre gli asparagi si mangiano, mentre l’immortalità dell’anima no. Questa, insomma, appartiene al mondo delle idee. Naturalmente, nel caso in esame, all’idea corrisponde un fatto. Da questo punto di vista si può dire che l’immortalità dell’anima è una qualità dell’anima, una proprietà peculiare dell’anima, un concetto insomma, il quale indica il fatto che le anime sono immortali. Siamo sempre ben lontani dagli asparagi.”…… 

(Achille Campanile : Gli asparagi e l’immortalità dell’Anima)   

Gli Asparagi e l’immortalità dell’Anima è stato il primo libro che mi sono comprata quando ho preso il mio primo stipendio dall’azienda in cui lavoravo. Avevo scelto quel libro come un regalo per me. Un regalo che mi rasserenasse nei momenti bui che è ovvio succedono nella vita Mi piaceva l’idea che due cose inconciliabili trovassero il modo di fondersi e potessero originare qualcosa di bello .

A me Achille Campanile piace. I ragionamenti che fa e che possono sembrare strampalati, in realtà raccontano un mondo gentile, arguto, surreale, mai volgare.
A volte succede che con una frase, messa lì con nonchalance, faccia comprendere che la vita è leggerezza, è gioco, gioco serio. Ma è un gioco.

Qui a casa di Celeste si fa un po’ il gioco degli asparagi: si passa da cose serie a cose giocose. 
Comprendiamo tutti il suo bisogno di silenzio, di raccogliere le forze. Sono del parere che dobbiamo darle una mano: lei ci ha confortati, ci ha stupiti, ci ha commossi con i suoi post, ci ha sedotti con le sue foto.

Mettere giù qualcosa mi sembra un modo per ringraziarla della sua ospitalità.
E ricordarle che la stima per lei è immutata.

Coraggio siori e siore venghino. Mi scuso per non essere brava a scrivere come tutti voi qui.
Pinuccia. 


DA ANDREA, SETTEMBRE 2011   –  copio e incollo (grazie A.)

Michele,  Michele e Michele erano nati in un villaggio nebbioso di quelli in cui nelle sere d’inverno si cucinavano lunghissime minestre di miglio. Dall’infanzia erano sempre stati amici e, come in tutte le infanzie nascono le uniche promesse che vengono mantenute, anche nel loro caso così avvenne.

– Andremo ognuno per la propria strada – dissero, e in un giorno caldo ci troveremo in un morbido campo di grano e ci racconteremo le storie che avremo imparato.

Michele andò verso nord-est, a conoscere i freddi, le piane ventose e i grandi maghi dell’oriente.
Michele andò a nord-ovest, sperando di trovare il Sacro Graal ma finendo per deliziarsi tra i vini e gli amplessi.
Michele invece freddoloso e sereno, andò a sud, dalla gazzella attenta.

Ascoltarono tante storie, vissero ognuno un proprio sogno.
Una volta arrivati caminarono in spirali sempre più larghe, per essere sicuri che nulla sarebbe sfuggito loro.

Era un luglio di tanto tempo dopo, ognuno arrivò ad un bel campo di grano morbido.

Decisero di tracciare una mappa dei propri percorsi, che erano per altro identici.
Unendo le tre mappe formarono un simbolo che riusciva a riepilogare gli aspetti importanti: la separazione, il viaggio, il ritorno e il gusto del racconto.

Lo chiamarono tris-chele.

CONTRARIA-MENTE

Come fai a raccogliere le fila di una vecchia vita, come fai ad andare avanti, quando nel tuo cuore cominci a capire che non si torna indietro…  Ci sono cose che il tempo non può accomodare … ferite talmente profonde che lasciano un segno.

(Frodo Baggins)

Eppure si fa. Non solo si va avanti ma certe mattine, senti che sei contento di esserci.
Magari non c’è il cielo azzurro, non hai appena fatto un sogno tutto blu, dove tutto era blu, i muri, i pensieri erano blu, le luci erano blu. E non suonano nemmeno le campane della domenica, non cantano gli uccelli. Anzi, magari il cielo è grigio e gonfio, tumefatto, gioallognolo. Eppure ti alzi, scendi dal letto, ti infili sotto la doccia e sorridi.  Respiri all’unisono con la mattina, non importa se di pioggia o di sole.

Altre mattine invece la sensazione è quella di avere cento chili sopra il petto. Manca l’aria, fatichi a respirare. Magari non hai nemmeno avuto quel sogno che ricorre spesso: tu che cerchi di correre perché devi farlo, ma le gambe sono pesantissime e per quanto estenuante sia l’impegno, riesci solo a fare pochi passi. Eppure ti infili sotto la doccia e ti chiedi perché lo fai, ti dirigi al lavoro e ti chiedi perché lo fai.

Siamo fatti male..

Occorre tenere acceso quel fuoco che abbiamo dentro, perché ci accoglie quando rientriamo dopo  la tempesta, coperti di lividi e colmi di dolore. Prendersi cura della “casa” di dentro, tenere acceso quel fuoco è importante. E poi si può uscire. Tante volte la tempesta è passata, e c’è il sole.  Altre volte magari no.

C’è gioia senza sofferenza?  Quanto è netto il confine?

****

Ieri ho finito di guardare Il Signore degli Anelli. No, non avevo visto il film. L’ho fatto in questi giorni. Mi hanno colpito tante cose: è un film che fa riflettere. Il bene e il male. Cosa è bene, cosa è male? Gollum Smeagol è forse il solo personaggio “vero” del film, l’unico che incarna l’essenza di ogni essere vivente? In bilico tra il bene e il male, eroe e vittima. È lui che raccoglie pietà, compassione, ribrezzo.  È lui che permette la salvezza degli uomini, e il trionfo del Bene.
Film denso di metafore, di analogie, di sentimenti contrapposti. Amicizia, solidarietà, feldetà, umiltà.

Io non posso portare l’anello per Voi, dice Sam a Frodo, però posso portare Voi.

E poi odio, tradimento.  Ma quanto netti sono i confini?

Bene – Male
Bianco – Nero
Odio – Amore
Luce – buio

IMMAGINANDO

una lucia

Oggi vedevo un tramonto sul lago,
Dal crepuscolo in poi, fino al momento in cui il sole si spegne.
Ero allo studio, per cui lo vedevo con la mente.

Sentivo l’odore dell’alga che si sente quando l’aria della sera si fa pesante e si
sposa con il fiato del lago.

Vedevo la luce, la mezza luce, il controluce, e poi il velo della sera.
Sentivo i miei passi lenti scompigliare il ghiaino delle piccole spiagge,
le narici allargarsi e accogliere l’aria.

Pace. Pace con il mondo, pace con me, tregua con i miei problemi.
Pausa per la mia testa.

La luna che si specchia, le lucine danzanti come stelline sull’acqua.
Silenzio, pace, respiro.

È durato pochi istanti ma in quel momento aveva un senso solo essere li, davanti al lago.
E che tutto ciò che vedevo, sentivo, respiravo era una sensazione di appartenenza.
Io, il lago, la notte, la luna, le stelle eravamo tutt’uno.

Tornando a casa, in treno, pensavo che il lago, le montagne, la sera e il suo odore,
la notte che si avvicinava, le luci dei piccoli paesi che immaginavo accendersi e disegnare il profilo della riva, era armonia, e che il mio quotidiano è  … innaturale.
Il mio ritmo, il mio respiro, il mio vivere di corsa è innaturale. 

 

angolo lariano

 le foto sono mie, scorci lariani

reti (per pensieri)

ARTISTICA-MENTE

 

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Pensate cose belle e buone,
perché le dita dei vostri pensieri
modellano senza tregua il vostro volto.

Thomas Stearns Eliot

PRESSIONE BASSISSIMA

Imposta patrimoniale
Aumento IRPEF aumento IVA
Aumento dei treni (venti per cento)

Ottantamila auto blu, sessantamila grigie.
Cassa integrazione, disoccupazione.
Politici (da sempre) corrotti mafiosi ladri e puttanieri.
Sinistra destra sinistra destra.

Siamo un Paese alla frutta. Anzi, in coma.
Con un braccio attaccato ad una macchina che anch’essa sta per morire
Con l’altro braccio attaccato a sanguisughe che succhiano ciò che entra dal primo.
La preoccupazione è ormai paura.
Non per un futuro incerto, bensì troppo certo.

Però siamo in Libia. Ecchecazzo … potevano non esserci?
Vuoi mettere? DECISIVO il “nostro” intervento!!!

Pensiero di tante mattine: andare via. Fare le valigie e andare via.

Ecco. Fine della retorica celestescura. Un post che non mancava proprio per niente.

Avvertenze
l’ascolto del video è sconsigliato nei casi di depressione anche moderata.
Del resto le stessa che valgono per TG, giornali ecc ecc.

Vantaggi
Non serve vomitare a comando. Viene naturale.

TIEMPO

sfoglia(foto mia)

El tiempo es la sustancia de que estoy hecho.
El tiempo es un rio que me arrebata, pero yo soy el rio;
es un tigre que me destroza, pero yo soy el tigre;
es un fuego que me consume, pero yo soy el fuego.

Jorge Luis Borges

Il tempo è la sostanza di cui sono fatto.
Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume;
è una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre;
è un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco.

 


Non ricordare il giorno trascorso
e non perderti in lacrime sul domani che viene: su passato e futuro non far fondamento
vivi dell'oggi e non perdere al vento la vita.
(Omar Ḫayyām)

….

ssssttttt

DUBBIO DI BOBBIO


Mi sento un piccolo granello di sabbia in questo universo

Io non sono un uomo di fede, sono un uomo di ragione e diffido di tutte le fedi, però distinguo la religione dalla religiosità. Religiosità significa per me, semplicemente, avere il senso dei propri limiti, sapere che la ragione dell’uomo è un piccolo lumicino, che illumina uno spazio infimo rispetto alla grandiosità, all’immensità dell’universo. (…)

Io vivo il senso del mistero, che evidentemente è comune tanto all’uomo di ragione che all’ uomo di fede. Con la differenza che l’uomo di fede riempie questo mistero con rivelazioni e verità che vengono dall’alto, e di cui non riesco a convincermi. Resta però fondamenale questo profondo senso del mistero, che ci circonda, e che è ciò che io chiamo senso di religiosità

La mia è una religiosità del dubbio, anziché delle risposte certe. Io accetto solo ciò che è nei limiti della stretta ragione, e sono limiti davvero angusti: la mia ragione si ferma dopo pochi passi mentre, volendo percorrere la strada che penetra nel mistero, la strada non ha fine. Più noi sappiamo, più sappiamo di non sapere. Qualsiasi scienziato ti dirà che più sa e più scopre di non sapere. Credevano di sapere di più gli antichi, che non sapevano niente al confronto di quello che sappiamo noi.

Abbiamo allargato enormemente lo spazio della nostra conoscenza, ma più lo allarghiamo più ci rendiamo conto che questo spazio è grande. Cos’ è il cosmo? Cosa sappiamo del cosmo? Come e perché il passaggio dal nulla all’essere? È una domanda tradizionale, ma io non ho la risposta: perché l’essere e non piuttosto il nulla? Io non mi sono mai nascosto di non avere una risposta, e non so chi sappia darla a questa domanda ultima, se non per fede. (…).

E di fronte alle domande cui è impossibile dare una risposta – perché di questo sono certo: non posso dare una riposta, benché appartenga ad una umanità che ha realizzato progressi enormi – mi sento un piccolo granello di sabbia in questo universo. E negare che la domanda abbia senso, come potrebbe fare una certa filosofia analitica, mi pare un gioco di parole. Probabilmente dipende dalla mia incapacità di andare al di là. Ma quando sento di essere arrivato alla fine della vita senza aver trovato una risposta alle domande ultime, la mia intelligenza è umiliata. Umiliata.

E io accetto questa umiliazione. La accetto. E non cerco di sfuggire a questa umiliazione con la fede, attraverso strade che non riesco a percorrere.  Resto uomo della mia ragione limitata – e umiliata. So di non sapere. Questo io chiamo “la mia religiosità”.

Norberto Bobbio, La Repubblica” 30 aprile 2000

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