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EQUINOZIO

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la foto è del Riccardo. Il post … pure 🙂

 

 

Ecco, come è consuetudine, anche oggi la foto dell’equinozio di autunno. E… come si dice nelle presentazioni che si rispettano: lascio la parola a Riccardo.  Che ci scriverà appena avrà tempo/voglia/modo. Per ora godetevi la foto. Cele.

Eccomi!
Beh, trattasi della meridiana del Museo della Scienza di Firenze, altresì noto come “Museo Galileo”. Lo trovate qui: cliccare proprio qui!

A me piace osservare l’alternanza delle stagioni. Boh, mi piace, anche se non fa più parte delle cose di cui si ragiona normalmente. E’ che onestamente non capisco come non si possa porre attenzione a cose come queste: noi siamo legatissimi alla Terra, siamo fatti come siamo fatti perché Lei è fatta come è fatta, ne siamo la conseguenza. Ma ormai non ci pensiamo più, non fa parte del quotidiano. Oramai quasi non facciamo più caso nemmeno all’alternarsi tra giorno e notte, la vita prosegue h24.
Per carità, non sono certo io quello che dice “oh tempora, oh mores!” . Non sono un nostalgico e non necessariamente prima si stava meglio di ora, anzi.
Ma pensate anche ai vari summit per la preservazione dell’ambiente, Kyoto and dancing company: per carità, oramai la società umana è globale, che piaccia o meno, e ci si deve (dovrebbe) mettere d’accordo sulle regole del gioco. Ma fateci caso: si parla dell’ambiente in un modo spersonalizzato, che non si capisce nemmeno bene di cosa stiano parlando. Freddi numeri di tonnellate di CO2 e densità di O3, centesimi di gradi di temperature medie e miliardi di tonnellate di ghiaccio ai poli… Tutte cose addirittura vitali per carità ma… fredde. Distanti.
L’ambiente, quello vero, è l’odore del bosco dopo che è piovuto.
E’ il silenzio di quando c’è la neve.
E’ il buio di notte, e la coperta fine fine delle stelle che appaiono. Che sono infinitamente di più di quelle che vediamo le rare volte che alziamo gli occhi al cielo, in città.
Ed è, inequivocabilmente, l’alternarsi delle stagioni.
Che poi mica serve sapere tutti i dettagli dell’angolazione dell’asse terrestre rispetto all’eclittica e la precessione degli equinozi! Sennò si ritorna al discorso della freddezza del Summit. No.
Deve essere roba che senti sulla pelle, non in testa.
Lo sapete? C’erano tanti “tipi di ore”, nel passato. Tanti modi di misurarle. Quello che però mi ha sempre affascinato era “l’ora Italica”, che ancora si ritrova in qualche antica meridiana, ed era, semplicemente, quante ore mancavano al tramonto. Perché quello ti serviva no? Quando il lavoro era principalmente agricolo e la luce artificiale semplicemente non c’era, quale altra informazione poteva essere più importante? Chiaro che ogni giorno aveva “ora civile” (la nostra di ora) differente rispetto al giorno prima, ma chi se ne importava? Contava il Sole.
Quindi come si vede basta osservare gli effetti del moto del Sole, non serve “sapere niente” se non che facciamo parte integrante di questo sistema … che è stupefacentemente bello.
Poi la smetto, ma oramai chi è che pensa che il nostro scheletro è fatto così perché sulla terra c’è un certo peso? Sarebbe diverso se fossimo nati su Marte! Avremmo occhi diversi se avessimo avuto l’atmosfera di Giove e sentito frequenze diverse se fossimo stati su Venere. E nemmeno avremmo respirato aria se invece del carbonio la nostra biologia si fosse basata sul silicio ad esempio, in qualche sperduto pianeta della galassia.
Siamo legati a filo doppio e triplo alla Terra ed al Sole ma… guardiamo il cellulare e non il cielo, o una piccola, silente, innocua ombra che percorre un piazzale che ne porta la testimonianza.
Ecco.
Per finire: l’ombra di ieri ha percorso una linea diritta su quel piazzale che riportava il quadrante solare, testimoniando che la notte sarebbe durata quanto il giorno. Da oggi il giorno cederà il passo alla notte, e fino al prossimo 21 Dicembre la notte durerà ogni giorno di più del giorno precedente.
E a me questo non piace.
Ma viene la neve, e a me la neve mi piace.
Per cui me ne fo una ragione.
Buongiorno popolo di Controluce
R..

nota di Ori: Eh si, siamo legati a doppio triplo filo alla terra e al cielo.. Qualcuno disse:

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QUANDO LANCI UN SASSO IN UNO STAGNO DISTURBI UNA STELLA

 

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FIORIN FIORELLO

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foto dal web

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margherita

Ogni fiore è un capolavoro, un miracolo della natura. Un mistero.

Il mio fiore preferito è la margherita. Mi piace molto quella bianca, con il suo bel bottone giallo nel mezzo. Quella classica del “m’ama non m’ama” insomma. Chissà se davvero ci fu un tempo in cui lo sfortunato fiore veniva  spetalato da timide manine femminili ansiose di sapere se lui fosse innamorato. A rischio di scrivere una cosa banale e scontata, direi che mi piace la margherita innanzitutto per la sua semplicità.  Si fa per dire .. perché considero un miracolo ogni fiore. Tu tieni in tasca un semino, anche per mesi, anche per anni, lo metti sotto un po’ di terra e poi quando è il suo tempo… sbuca una piantina e poi, quando è il suo tempo, un bocciolo e poi quanto è il suo tempo, sboccia un fiore. Definire tutto questo “semplice” è paradossale.  

Emblemi. Protagonisti di leggende e storie. Miti. Simboli che hanno legato in tutte le civiltà l’anima degli uomini con le forze cosmiche. Ispiratori in letteratura, pittura, poemi e canzoni. Princìpi di ogni preparato di farmacia. I fiori sono da sempre legati all’uomo, alla sua esistenza, sul piano materiale e su quello spirituale.

Il fiore identifica luoghi, scogliere, golfi, riviere. Rappresenta senza bisogno di parole le varie età della vita e anche del mondo: il fiore che germoglia, il fiore appassito, il fiore che cade. Racconta di un luogo, delle sue genti, della loro storia.

E poi il profumo. Quei profumi che diventano casa, proprio come l’odore del ragù della mamma. La lavanda nei cassetti, l’acqua profumata del nonno sul fazzoletto, il mughetto che si associa al ricordo del foulard della nonna. La vaniglia che impregna la pettorina del grembiule di cucina. L’acqua di rose sul batuffolo di cotone. Odori come sapori.

Come accade con gli odori, i fiori rievocano in me ricordi e provocano emozioni in modo incisivo. A volte sono sensazioni delle quali non conosco l’origine. Ad esempio non amo le rose rosse: ne tengano conto eventuali ammiratori. Specie la rosa rosso scuro, dal lungo gambo, la classica Baccarà,  quella che dona l’innamorato all’innamorata. Pur riconoscendole bellissime, mi infondono una profonda tristezza. Le trovo tragiche. Severe. Una specie di simbolo di qualcosa di irraggiungibile, superbo, (forse arrogante). Ma anche di nefasto. Vai a capire da dove arrivano queste sensazioni. Forse le associo a qualche cosa di tragico cui ho assistito quando non ero in grado di capire.. Potrebbe essere un funerale? Chissà. Fatto sta che non mi piacerebbe ricevere un mazzo di rose rosse. Ecco.

Da tempo non acquisto più fiori recisi. Ogni venerdi uno o più mazzi di margherite bianche, o gialle o rosa, trovava posto al centro della mia casa. Mi piaceva guardarli, cambiar loro l’acqua, ma poi le vedevo anche seccare, perdere foglie e turgore. E provavo un po’ di tristezza.  Furono sempre le margherite bianche mescolate a fasci di spighe i fiori delle mie nozze. 

Credo che i fiori siano legati profondamente a noi, alla nostra anima, che siano fatti di qualcosa che somiglia a qualcosa che ci compone. Biologicamente ma anche spiritualmente. Ecco perché non trovo affatto bizzarra nè ciarlatana la filosofia dei fiori di Bach. I fiori sono utili all’uomo per i suoi mali del corpo: per quale ragione non possono essere utili anche per il mali dell’anima?

Un antico proverbio iraniano recita così: 

se possiedi due soldi soltanto: uno risparmialo,  per comperarti il pane, ricorda che devi nutrire il tuo corpo. L’altro spendilo per regalarti un fiore, ricorda che devi nutrire anche il tuo spirito. 

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PAROLA DI BAU

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Raf e Lara

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Un uomo scrisse ad un albergo di campagna in Irlanda per chiedere se avrebbero accettato il suo cane. Dopo qualche giorno ricevette la seguente risposta.

“Caro signore, lavoro negli alberghi da più di trent’anni. Fino ad oggi non ho mai dovuto chiamare la polizia per cacciare un cane ubriaco nel cuore della notte.
Nessun cane ha mai tentato di rifilarmi un assegno a vuoto.
Mai un cane ha bruciato le coperte fumando.
Non ho mai trovato un asciugamano dell’albergo nella valigia di un cane.
Il suo cane è benvenuto. Se lui garantisce, può venire anche lei.”

CARO AMICO TI SCRIVO

STILO

cosi mi distraggo un po’,  e siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò.

Così cantava Lucio Dalla un po’ di tempo fa (1979, ebbene sì.. 1979) quando ancora si scriveva con la penna. L’altro giorno passeggiavo in Corso Magenta, a Milano, e mi sono fermata ad ammirare le penne esposte nella vetrina di un famoso e storico negozio: Ercolessi. E mi dicevo che la penna è proprio un bellissimo oggetto. Specie la penna stilografica. Ora scriviamo con la tastiera, scriviamo e mail, twitter, chat, sms e mms.. Ma il piacere di scrivere a mano, ovvero semplicemente il “piacere di scrivere”? Un’altra emozione la provai qualche anno fa, a Roma, vicino al Pantheon. C’è una cartoleria, anche questa storica. Spaziale. C’è di tutto. Oltre alle penne, anche gli articoli di scrittura antica, le cannucce con i pennini, le penne. Alcune cannucce porta pennino sono fatte in vetro, altre, più preziose, in radica ed altri materiali bellissimi anche da toccare. E poi la ceralacca per sigillare, e i biglietti, tagliati a mano, e poi i sigilli. E le boccette con l’inchiostro. Sono uscita facendomi forza e dopo aver acquistato sigillo e ceralacca. Non c’è niente da fare. Il fascino della scrittura con la penna stilografica è unico. Unico è il fruscio, il tratto, e l’odore della carta. 

Riporto qui un ricordo di Simona (ciao Simona). Simona era con me, a Roma in quel negozio e ci siamo trascinate fuori dal negozio a vicenda!

… Da piccola, quando feci la Cresima, me ne regalarono due una color oro e una rosa. Quella rosa era la mia preferita. Ero tutta fiera di averla ricevuta ma nessuno mi aveva insegnato ad usarla.  La tenevo dentro la sua custodia la quale era conservata sopra al comò della camera da letto, dentro in una scatola in legno a casa dei miei nonni.  Ogni tanto andavo ad ammirarla . La prendevo in mano e facevo finta di usarla e mi sentivo grande. 

Proprio poco tempo fa decisi di comprarmene una. C’ho messo del tempo a sceglierla. Una stretta, una grossa, una troppo pesante, l’altra troppo corta. Alla fine la trovai, bianca e rotondetta. Mentre la impugno mi sento di nuovo grande e sono contenta perché la MIA penna stilografica mi insegna a dare il giusto tempo alle cose anche scrivendo un semplice “ ciao “ .

 

SGUARDI

20140807_135858A differenza di molte persone, loro ti guardano sempre dritto negli occhi. Sguardi che ti frugano nel cuore e che sanno farti sentire piccolo. Lui è Pepe. Come lui, tanti. Sguardi speciali, potenti, penetranti, adulti, saggi, maturi, leali, dignitosi. Sanno spogliarti e a volte farti …. sentire piccolo, perché senti che loro hanno un cuore così grande e pulito e puro e bellissimo. E te invece no, mica ce lo hai così..

Namasté Pepe.

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SENZA PAROLE

Grazie, zio Renzo!

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TRIBUTO AL CANE

lui è Pepe, abita con me.

“Signori della giuria, il migliore amico che un uomo abbia a questo mondo può rivoltarsi contro di lui e diventargli nemico. Il figlio e la figlia che ha allevato con cura amorevole possono rivelarsi ingrati. Coloro che ci sono più vicini e più cari, ai quali affidiamo la nostra felicità e il nostro buon nome, possono tradire la loro fede. Il denaro si può perdere, e ci sfugge di mano proprio quando ne abbiamo più bisogno. La reputazione di un uomo può essere sacrificata in un momento di sconsideratezza. Le persone che sono inclini a gettarsi in ginocchio per ossequiarci quando il successo ci arride possono essere le prime a lanciare il sasso della malizia, quando il fallimento aleggia sulla nostra testa come una nube temporalesca.

Il solo amico del tutto privo di egoismo che un uomo possa avere in questo mondo egoista, l’unico che non lo abbandona mai, l’unico che non si rivela mai ingrato o sleale è il suo cane.
Signori della giuria, il cane resta accanto al padrone nella prosperità e nella povertà, nella salute e nella malattia. Pur di stare al suo fianco, dorme sul terreno gelido, quando soffiano i venti invernali e cade la neve. Bacia la mano che non ha cibo da offrirgli, lecca le ferite e le piaghe causate dallo scontro con la rudezza del mondo. Veglia sul sonno di un povero come se fosse un principe. Quando tutti gli altri amici si allontanano, lui resta. Quando le ricchezze prendono il volo e la reputazione s’infrange, è altrettanto costante nel suo amore come il sole nel suo percorso nel cielo.

Se la sorte spinge il padrone a vagare nel mondo come un reietto, senza amici e senza una casa, il cane fedele non chiede altro privilegio che poterlo accompagnare per proteggerlo dal pericolo e lottare contro i suoi nemici, e quando arriva la scena finale e la morte stringe nel suo abbraccio il padrone e il suo corpo viene deposto nella terra fredda, non importa se tutti gli altri amici lo accompagneranno; lì, presso la tomba, ci sarà il nobile cane, con la testa fra le zampe e gli occhi mesti, ma aperti in segno di vigilanza, fedele e sincero anche nella morte”.

George Graham Vest 

Pepe

George Graham Vest  è stato un politico e avvocato statunitense.

Nel 1869 Vest sostenne in giudizio le ragioni di un uomo del villaggio di Big Creek, Charles Burden, il cui cane da caccia, un American foxhound di nome Drum (meglio noto come “Old Drum”, il vecchio Drum), era stato ucciso a fucilate da un tale di nome Samuel “Dick” Ferguson, guardiano di un vicino allevamento di pecore di proprietà di un cognato di Burden, Leonidas Hornsby. Ferguson aveva sparato solo perché Drum era entrato nella proprietà di Hornsby e costui rifiutava di risarcire Burden, nonostante le richieste di quest’ultimo.  Burden portò allora la controversia (nota ufficialmente con la denominazione “Burden v. Hornsby”) davanti al tribunale della Contea di Johnson, chiedendo un risarcimento di 150 dollari, il massimo all’epoca consentito dalla legge, a titolo di indennizzo sia del danno patrimoniale che, e soprattutto, del danno morale per la perdita dell’amato cane.  Vest, incaricato da Burden di assisterlo, esordì in giudizio asserendo che avrebbe “vinto la causa o chiesto scusa a ogni cane del Missouri”. Quindi, il 23 settembre 1870, Vest pronunciò l’arringa finale alla giuria, un’orazione che sarebbe divenuta celeberrima, sotto il nome di “Eulogy on the dog” (elogio al cane; nota anche come “Tribute to the dog”, tributo al cane).

NIENTE PAPAVERI

foto mie, ago 2012, National Park Plitvice, HR – Patrimonio dell’Umanità, Unesco

foto mie, ago 2012, National Park Plitvice, HR – Patrimonio dell’Umanità, Unesco

SENZA TITOLO

Dal libro: Acid Lethal Fast, di Astor Amanti

Esistono uomini che portano su di sé il dolore del mondo.
Quando vedono pesci rossi nei sacchetti dei Luna Park non riescono più a respirare e vedono orribili facce ridenti deformate dall’acqua. Uomini che guardano foto di esseri viventi maltrattati e ne sentono, in maniera accecante e assordante, le urla, il panico, …la sofferenza.  C’è chi li considera santi o fanatici e chi, semplicemente, afferma che sono persone troppo buone per riuscire a sopravvivere senza impazzire.

Per chi ha un cuore capace di somigliare anche solo un po’ al cuore di un animale.

E poi per Ulisse, per Beba, per Atum, per Asso, per Giada, per Chicca, per Vienna, per Ambra, per Kira, per Paco, Pepe, Ful e per tutte le zampe, le piume, le pinne, le pellicce, gli zoccoli, i becchi, le ali del mondo.

PROMESSE

 (grazie a RT per la foto e per il resto)

Fatto salvo che imbrattare muri cabine telefoniche treni e quant’altro “non s’ha da fare” … bè … è bello vedere una scritta come questa. Tra le tante Forza Inter Viva la f….. ecc.. un pensiero d’amore.

Che commuove, fa sorridere e anche invidiare un pochino quella stella che probabilmente avrà avuto modo di brillare (io spero di sì, che sia accaduto..)

Assolviamo l’autore dal peccato di avere scritto sopra una cabina telefonica?

IMMAGINANDO

una lucia

Oggi vedevo un tramonto sul lago,
Dal crepuscolo in poi, fino al momento in cui il sole si spegne.
Ero allo studio, per cui lo vedevo con la mente.

Sentivo l’odore dell’alga che si sente quando l’aria della sera si fa pesante e si
sposa con il fiato del lago.

Vedevo la luce, la mezza luce, il controluce, e poi il velo della sera.
Sentivo i miei passi lenti scompigliare il ghiaino delle piccole spiagge,
le narici allargarsi e accogliere l’aria.

Pace. Pace con il mondo, pace con me, tregua con i miei problemi.
Pausa per la mia testa.

La luna che si specchia, le lucine danzanti come stelline sull’acqua.
Silenzio, pace, respiro.

È durato pochi istanti ma in quel momento aveva un senso solo essere li, davanti al lago.
E che tutto ciò che vedevo, sentivo, respiravo era una sensazione di appartenenza.
Io, il lago, la notte, la luna, le stelle eravamo tutt’uno.

Tornando a casa, in treno, pensavo che il lago, le montagne, la sera e il suo odore,
la notte che si avvicinava, le luci dei piccoli paesi che immaginavo accendersi e disegnare il profilo della riva, era armonia, e che il mio quotidiano è  … innaturale.
Il mio ritmo, il mio respiro, il mio vivere di corsa è innaturale. 

 

angolo lariano

 le foto sono mie, scorci lariani

reti (per pensieri)

VOCI DAL LAGO

Ho parlato alcune volte in Controluce di Davide Van de Sfroos, il poeta del lago.
Quasi tutti i suoi brani sono in dialetto comasco anzi nel dialetto del lago, che è diverso ancora dal dialetto di Como.

Il brano del video è dedicato ai minatori. Non è in dialetto: ascoltatelo, è poesia.

Come nella recensione che viene pubblicata dopo il video,  il brano è “una ballata intensa,  un grido che arriva al cuore, martellante come il ritornello. Siamo sempre in Lombardia, ma potremmo essere in America (potrebbe essere un Amerigo) o anche in Belgio. Il dolore non ha confini. E picchia sempre duro”

Quasi tutti gli altri brani sono in dialetto del lago.

Ne ho tradotti alcuni, che vorrei pubblicare e lo farò perché meritano, perché toccano corde sensibili di uomini e donne,  perché parlano della vita, della quotidianità, dell’amore, del dolore, della fatica e della gioia e dell’allegria. Della poesia del vivere.

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Nato nel 1965, Davide ha dentro qualcosa di antico, qualcosa che riesce ad emergere come fosse esso stesso memoria.
I suoi concerti sono emozione pura, sia per i testi, sia per le musiche. Con il suo gruppo è presente nelle piazze dei paesi ma in questi ultimi anni riempie anche teatri di tutta Italia, Sud compreso dove i più non capiscono una sola parola: è una magia. Io stessa, milanese per nascita e cuore,  mezzo comasca per adozione, a volte ho qualche difficoltà.

Il successo non tiene e credo non terrà mai Davide lontano dalle feste popolari, dalla piazza Cavour di Como nelle notti bianche, nelle sere d’estate, dalle sagre dei paesi di lago e dintorni e nemmeno da quelle del resto del Paese, anche da quei luoghi dove tradurre i suoi brani è difficile o impossibile.
E’ la prova che chi canta il quotidiano è sentito da tutti. Che esiste un linguaggio che arriva a prescindere dalle parole ed è quello degli uomini, uomini che compiono gli stessi gesti, da nord a sud, che lottano per le stesse cose, che per le stesse cose s’incazzano, che esprimono con medesimi gesti le medesime emozioni, quali questi, per esempio, di cui parla Davide:

“Gettare via un oggetto è un gesto iniziatico, che cela una necessità insopprimibile: quella di poter scaricare gli stress, i dubbi, le menate e i peccati che sono entrati nel secchio come rospi clandestini durante il nostro cammino. Bestemmiare per la pensione mentre riduci in pezzi delle cassette della frutta, sfogarsi per i problemi con il figlio mentre scarichi il camioncino zeppo di lamiere, commentare un matrimonio in crisi mentre tiri una pedata a una poltrona… ecco, questa è la danza della discarica“.

Pubblico una recensione, bellissima secondo me, una delle migliori che ho trovato su Davide Bernasconi e che corrisponde anche al mio pensiero. E’ una recensione che avrei potuto scrivere io stessa se fossi brava come Tiz a scrivere.
Dissento però sulla definizione di “affabulatore”. Davide non lo era nemmeno prima di Akauduulza. L’ironia e l’amarezza dei suoi pezzi che potevano sembrare “pezzi da  osteria”, cose da cantare in allegria con il bicchiere di vino in mano erano ben altro o per meglio dire erano anche altro.   Il sorriso che nasce è in realtà quello del clown: nasconde sempre la lacrima e il dolore.

Akuaduulza ha rivendicato questa definizione, che probabilmente in molti hanno dato a DVDS.
Ha restituito la definizione di Poesia da sempre presente nei suoi pezzi riscattandolo da un passato musicale non da tutti compreso.  Sicuramente è stato un album più raffinato ed impegnato, una ricerca più profonda.   Il successivo, Pica, è stata la conseguenza e anche la conferma.

۞۞۞۞

Che fosse bravo lo si sapeva. E in questi anni Davide Bernasconi, in arte Davide Van De Sfroos, lo aveva pienamente dimostrato. Una serie di dischi riusciti: da “Breva e Tivan” a “E Semm Partì”, passando per il “Laiv” (titolo rigorosamente lariano) e arrivando allo splendido “Akuaduulza”.
Eppure Fino ad “Akuaduulza” questo autore mi appariva un onesto mestierante, uno che aveva trovato una sua strada, che aveva regalato dei bei pezzi, alcuni molto divertenti da cantare in compagnia… perché anche se si è emiliani quel dialetto ruspante lo si capisce bene.  E quelle figure sono simili a quelle che vedi in molte osterie dell’Appennino.
“Akuaduulza” era altro. Un disco prezioso, caparbio.
Legato da una capacità narrativa che avvicinava la struttura a quella del concept album.
Il tutto impreziosito da stupende canzoni quali la stessa “Akuaduulza”, “Fendin”, “Il Libro del Mago”.
Un disco apprezzatissimo da molti. Uno di quegli album che impongono all’autore di non sbagliare il passo successivo.
Ed ecco arrivare, due anni dopo, “Pica”.

“Pica” rappresenta al meglio quello che l’Italia non sa più fare: fermarsi a osservare prima, a pensare poi. “Pica” è la consacrazione definitiva di un cantautore ancora troppo sottovalutato.
Van De Sfroos è sempre stato un abile affabulatore, ma in questo disco il suo maggior pregio è quello di arrivare a un tale livello di osservazione da far sembrare il disco un unico quadro. O forse un film, un po’ a colori e un po’ in bianco e nero.
Tutto il disco è un piacevole susseguirsi di storie di uomini coraggiosi.
Come quella del Cimino che si butta nel lago di Como per non esser preso dalla Finanza. Risultato: “tuffo da delfino l’impatto come un’orca e l’ha batüü anca el record del Maiorca”.
Ma il coraggio è anche quello di due ragazzi che si amano da sempre, e che mai hanno avuto la forza di baciarsi. Il testo di questa canzone, “Luna de Picc”, è uno strano mix di poesia onirica e realistica al contempo: “Ti amo anche se c’hai il culo come un frigo / ti amo anche se non te lo dirò mai…”.
Un’altra canzone, già sentita in alcuni live del cantautore, è “Il Minatore di Frontale”. Una ballata intensa. Un grido che arriva al cuore, martellante come il ritornello. Siamo sempre in Lombardia, ma potremmo essere in America (potrebbe essere un Amerigo) o anche in Belgio. Il dolore non ha confini. E picchia sempre duro.

La vicinanza a un mondo di umili, a pezzetti di storie uniche e dolorose, è manifesta.
“Pica” è un disco da avere assolutamente, da fare proprio per avvicinarsi alle cose con sguardo coraggioso. Diventa una specie di medicina contro il mondo in rovina. Pioveranno anche “aghi da lassù e saremo bambole voodoo trafitte in ogni punto ormai”, ma bisogna pure che le trombe a New Orleans suonino di nuovo.
“il deserto era un bianco animale paziente, in attesa che gli uomini morissero e le civiltà vacillassero come fiammelle prima di spegnersi del tutto. Intuii allora il coraggio dell’umanità e fui contento di farne parte.
Le parole di Van De Sfroos aiutano a sperare, anche se‘ sta cazzo di valle di lacrime sembra non finire mai. Il resto è musica. Da ballare. Senza pensare a nulla.

Dal sito DeBaser: http://www.debaser.it
Autore della recensione:Tiz
Il link attivo:www.debaser.it/recensionidb/ID_22169/Davide_Van_De_Sfroos_Pica!.htm

Nella foto: Davide Bernasconi (foto dal Web)

Oro

(foto: celeste)

Oro
come la luna come il grano come la luce nella stanza quella dei lampioni come la fiamma della candela come il mattino come l'uva matura come la sabbia come il tempo come l'attimo come l'estate come il miele come lava come un orizzonte come il silenzio.

FRATTALI

Ogni tanto mi immergo nel mondo dei frattali.

E’ affascinante, stupefacente, eccitante perché induce la mente a spingersi oltre le barriere consuete che delimitano il piccolo mondo in cui ci muoviamo come formichine in un barattolo.
E’ bello lasciare andare il pensiero in volo nello spazio, lasciare che incontri la parete dell’atmosfera, la buchi  per andare oltre, tra le galassie, immerso nel respiro dell’universo che si muove, galleggia nel Tutto e poi ancora oltre, fino a bucare altre pareti per ritrovare altre realtà che incominciano piccole, per poi espandersi e poi ancora e ancora, come in un pizzo infinito, una trina fitta che replica se stessa in un disegno infinito nello spazio infinito.

Anche la nostra mente ha la struttura di un frattale? Un pensiero ne genera un altro, che palpita in un piccolo universo e che poi penetra in un altro pensiero che da vita ad un altro universo di pensieri, che scivolano nella gelatina composta da mistero immaginazione e sapere, che sprofonda nelle radici del tempo, in quello che è stato, quello che sarà che stanno agli estremi dell’attimo presente, il solo che mentre “è” cessa di essere “Presente”
La geometria della Natura, che comprende anche noi, che è noi, come dire che ogni cosa che è tanto piccola e vicina è uguale ad ogni cosa che è tanto grande e lontana: affascinante. Tanto.


Su you tube si può incontrare Mandelbrot, in sei video, a partire da qui:

http://www.youtube.com/watch?v=VHyoYEqk0-Y&feature=related

PABLO

Per salire al cielo occorrono
due ali
un violino
e tante cose
infinite, ancora non nominate
certificati di occhio lungo e lento
iscrizioni sulle unghie del mandorlo
titoli dell’erba nel mattino.

(Pablo Neruda)

Apriva un’ edizione di  “Canto General”:  era alla prima pagina, scritta a “scala”  ed invitava lo sguardo a salire. Per leggere questi versi delicati bisognava infatti salire, insieme ad essi.
Avevo poco più di vent’anni quando mi imbattei in una copia di “Canto General” ma anche in  Neruda e da allora è uno dei miei scrittori preferiti.

Mi piacciono di lui la passione, la fisicità, il disincanto a volte sfrenato, sfacciato, forte, il suo materialismo, la sua necessità di reale.

La sua poesia non convenzionale, è un grido contro la banalità di un certo tipo di poesia “tradizionale”. Nei suoi versi tutto è palpabile, tutto è da mordere, mangiare, bere, annusare, penetrare, toccare, godere.
L’amore sublime convive con la carne, con la spuma del mare, con la foresta, il muschio, il sangue, il miele, la pelle.
Sensuale, morbida, violenta eppure delicata, a volte disperata poesia: forte sempre anche quando è lieve. Come la pittura di Van Gogh.

Quella copia la lasciai in una casa, molto tempo fa; nella sola casa dove avrei potuto dimenticarla. Ora è una edizione introvabile e per un po’ di tempo l’ho cercata ma poi ho capito che non dovevo cercarla e che in quello stava il senso di averla dimenticata là.


Donna completa, mela carnale, luna calda,
denso aroma d’alghe, fango e luce pestati,
quale oscura chiarità s’apre tra le tue colonne?
Quale antica notte tocca l’uomo con i suoi sensi?
Ahi, amare è un viaggio con acqua e con stelle,
con aria soffocata e brusche tempeste di farina:
amare è un combattimento di lampi
e due corpi da un solo miele sconfitti.
Bacio a bacio percorro il tuo piccolo infinito,
i tuoi margini, i tuoi fiumi, i tuoi villaggi minuscoli,
e il fuoco genitale trasformato in delizia
corre per i sottili cammini del sangue
fino a precipitarsi come un garofano notturno,
fino a essere e non essere che un lampo nell’ombra.

SIMMETRIE

 
(disegno: stefano boer ©)
 
 
Si potrebbe parlare a lungo di simmetrie.

Ma ci vuole la conoscenza, ed io non conosco nulla e poi la ragione per cui Controluce sta pubblicando questo disegno è un’altra, squisitamente legata alla bellezza e all’armonia che questi disegni regalano allo sguardo.

All’ emozione non serve la conoscenza.. Anzi….
Sono convinta che la conoscenza toglie sapore all’emozione, sottrae qualcosa al gusto, allo stupore.
Quando guardo un quadro si deve risvegliare, nell’immediato qualcosa che abita dalle parti del cuore.

Lo sguardo tecnico invece trasferisce l’immagine al cervello, ed è diverso ciò che si prova.

Stefano disegna a mano, senza utilizzare niente che "cerca" ma solo quello che "trova" sulla scrivania, mentre parla al telefono, mentre è in pausa, mentre riflette.

I risultati sono delle piccole opere d’arte come questa, fatte a rigorosamente a mano, con comunissime penne a sfera (la classica bic, per intenderci), su carta riciclata: il retro di vecchie bolle di accompagnamento commerciali, una carta un po’ ruvida, non patinata.

Da ieri c’è un link, in Controluce: porta ad una piccola raccolta personale di foto (Ric.or.di) e sto inserendo alcuni di questi disegni, nei miei ritagli di tempo. Le immagini dei disegni di Stefano sono acquisite tramite scanner.

Mi piaceva l’idea di farli conoscere a chi passa e da qui … questo post.

Ciao Ste.

MUSI NERI (anime candide)

Ci sono passioni che fanno parte del nostro corredo genetico: sono dentro di noi, molto prima di “noi”, prima di essere individui consapevoli di una propria identità, veniamo attratti verso qualcosa, come da una calamita. L’attenzione si concentra, i sensi si acuiscono e si viene trascinati in una direzione, spinti verso qualcosa, nostro malgrado. Mia nipote adora i cavalli: sarà oggetto di un futuro articolo, a disegno terminato; un disegno per una bambina di sei anni è una cosa seria e per la zia una grande responsabilità pubblicarlo in rete.
Capita però che qualcuno, prendendoti per mano, ti accompagna dentro un mondo che non conosci: ti porta davanti alla tenda di nebbia che lo protegge o nasconde, prende la tua mano e scosta il velo, con delicatezza, anche con titubanza, prestando attenzione alle tue reazioni, al tuo stupore, un po’ geloso e un po’ orgoglioso di farti fare questa scoperta. C’è qualcosa di sacro in un gesto come questo, e tu lo capisci e ci entri in punta di piedi, con tutta la delicatezza di cui sei capace. Entri, ti guardi attorno, annusi e magari non ci torni più.
Oppure capita che …………
ci torni, anche in solitudine: ti trovi a scostare l’altra parte della tenda per vedere cosa c’è in quel mondo e senti di voler procedere, di voler esserci entrare dentro, nella sua tridimensionalità.  Ed è così che nasce un interesse che poi può diventare una passione. La curiosità è fondamentale, è il carburante. Mi è accaduto  questo quando qualcuno mi ha parlato dei Musi Neri.
Bisogna fare un salto indietro nel Tempo ma anche un salto nel cuore, per trovare la giusta armonia dove collocare mente e cuore e navigare nel giusto spazio. Tempo e vita condividono i medesimi confini: l’amore forte per qualcosa che ci appassiona permette di superare quei confini rendendo quindi possibile tuffarsi in epoche differenti, accostare la propria sensibilità alla vita di qualcuno fino a sentirne quasi il respiro e l’odore. In questo stesso istante, mentre scrivo, osservo qualcuno immerso in un presente atemporale, con in mano un libro di Mario Rigoni Stern, sul divano accanto al mio.
Quando ero una bambina amavo ascoltare i racconti di mio nonno Natale: faceva il calzolaio, era in pensione, ma riparava scarpe per mezzo paese. Adoravo il momento in cui si infilava il suo grembiulone munito di tascone porta-chiodi: per me era una gioia intima e lo seguivo, nel suo sgabuzzino (lo chiamavamo così, il piccolo locale nel cortile) odorante di colla, con la lampadina nuda che pendeva dal soffitto. Mi sedevo di fianco a lui, davanti allo stesso mobiletto che ora costituisce l’unico arredo del mio bagno e mi facevo raccontare le storie del suo passato. Lo rivedo, con il chiodo in bocca e il martello in mano oppure mentre intinge il pennello nel barattolo di vetro trasparente pieno di colla gialla e densa.
Dei Musi Neri mi ha parlato un amico, lo ha fatto attraverso una sensibilità raffinata, speciale, quella di un uomo che vive in questo tempo e per questo tempo, così come in questo tempo e anche per questo tempo lavora, ma che possiede un’anima che si dilata, attratta dal passato da una magnetica forza passionale. Un lavoro sopra e per le macchine, un amore viscerale per l’Apollo 11,  identico a quello per la zolla di terra che coltiva e dalla quale spunta la sua pianta di pomodoro o la sua azalea. Per alcuni sono contraddizioni, per altri niente affatto. Ovviamente io appartengo al secondo gruppo.
La storia dei Musi Neri costringe ad immergersi in un tempo fatto di fatica, di poche cose, di lavoro duro e di umiltà. Potremmo definire questi operai “compagni delle locomotive”: la locomotiva era viva, e andava accudita, coccolata, viziata. Niente doveva né poteva essere trascurato: l’olio nelle lampade, la giusta pressione dell’acqua, la temperatura della caldaia. Ma  non bastava farla funzionare: no, doveva esserci la stessa cura che si riserva a chi si ama, quindi doveva esserci amore.
La caldaia andava caricata, la pressione doveva essere mantenuta giusta, la temperatura anche, l’olio ben adoperato, nella misura giusta e senza sprechi, sia per le luci che per la macchina. Le pompe lubrificate, e il tutto mantenuto in perfetto stato. I bulloni “saggiati” con severità, i vari pezzi, ascoltati a colpetti di  martello, dovevano emettere il “giusto suono” all’orecchio esperto dell’uomo. Ci va tutta quella cura per cui è importante che qualcosa non sia “troppo” né “troppo poco”, ci va l’attenzione per la “misura”, per il “dosare” utilizzando le mani, la pressione delle dita, l’orecchio: diventa un’arte affinata dall’esperienza sensibile.

Ma era anche lucidata, la caldaia, doveva brillare, così come venivano tirati a lucido le manopole, i manometri e quant’altro.
Era un lavoro duro, con il viso esposto al vento gelido, contrapposto al calore del vapore e del fuoco. C’era molta severità: erano previste sanzioni per ogni errore anche minimo, banale e anche formale: violazioni circa la cura della persona e della divisa erano oggetto di multe e anche di sospensioni.
Fuochista e locomotiva erano in simbiosi. Tutti e tre insieme, fuochista, macchinista e locomotiva erano molto di più di una squadra: erano una sola sofferenza, una sola cura, una sola tensione.
Un rapporto che costituiva un mondo a sé, che lasciava lontano il mondo personale per lunghi periodi, quello in cui ogni uomo aveva la propria casa, la propria donna, i propri figli. Il fuochista respirava tutto il fumo della fornace specie dentro le gallerie ed era ancora lui a doversi sporgere continuamente per vedere la strada ferrata, subendo variazioni di temperatura tanto rapide e violente che spesso erano causa di gravi malattie e di morte.

Sopra quel mondo di ferro e di ghisa, la vita di ognuno dipendeva dal lavoro dell’altro. La durezza del vivere, le privazioni, il dolore e il freddo e le bruciature erano tutti per “quel” respiro: uomo e locomotiva respiravano insieme, correvano insieme, sbuffavano, borbottavano e ansimavano insieme in un crescendo lanciato in una velocità che fende il tempo, lo sfida, lo rispetta e lo asseconda.
Somiglia molto al rapporto intimo tra uomo e donna, a quella intimità che mescola respiri e ruoli in una ben definita e sacra diversità di ruoli e respiri, dove ogni gesto, ogni movimento che l’uno compie è rivolto e dedicato all’altra che lo riceve insieme a tutto ciò che porta con sé, quindi con la conseguenza, diretta sulla pelle.
Leggendo qualche storia, entrando in questo mondo, non si può fare a meno di trovare dell’eros tra uomo e locomotiva:  tra un uomo e una signora, alcuni direbbero. Una signora che va rispettata e amata, un po’ capricciosa, delicata, che chiede accurate attenzioni ma che sa ripagare con un sorriso, con la gioia che si legge negli occhi e riscattare con quel respiro breve ma anche infinito che porta in luoghi lontanissimi.
Chissà se l’ansia che si crea a volte prima di un incontro tra un uomo e una donna può essere simile a quella che provavano loro, prima della corsa sul binario .. Io credo di si.
Affascina e stupisce, oggi, sapere di quella solidarietà che univa la coppia – spesso assegnata all’ultimo momento – fuochista-macchinista. Un sentimento vero, sincero, fatto di condivisione e di spirito di gruppo, alla cui base stava la complicità, in un rispetto che comprendeva anche i ruoli superiore/subordinato ma che non conosceva prevaricazioni e sudditanze.
Ci si può far rapire da storie come queste: a me accadeva così con i racconti del nonno: se chiudo gli occhi sento ancora l’odore della colla e quello del cuoio, e se c’è silenzio e penombra rivedo ancora le ombre che disegnava la lampadina penzolante e mi pare di sentire la voce della nonna che ci chiama per il tè del pomeriggio.
Sono storie d’amore di vapore di fumo. Di carbone e di brace. Di sudore, di tazze di latta con caffè caldo, di bicchierino alla stazione prima della partenza, di sputo sulle mani prima di afferrare la pala. Di poche consolazioni e poche gioie se non quelle del riposo in un letto vero e del ritorno a casa, ad abbracciare la famiglia, e quella donna che aspetta e poi risaluta, allungando un sacchetto con qualcosa di cucinato da mangiare “almeno per oggi”.
Sorrido e penso agli squali nel nostro mondo: si alzano la mattina, indossano un formale abito manageriale apparentemente innocente: non si nota che è un abito da guerra, una tuta mimetica in piena regola con tanto di elmetto, anfibi, mitra e il coltello nello stivale. Il viso porta i disegni di guerra nascosti da abbaglianti sorrisi. A pranzo fanno la colazione, la sera il brunch oppure l’happy hours, e mentre ti sorridono pensano a come fare per soffiarti il business.


Ci sono parecchie cose nel web.  Ne segnalo una: se qualcuno fosse interessato, posso fornire altre cose attraverso chi ne sa molto più di me.  Intanto lascio questo http://www.trenieferrovie.it/musineri2.asp le foto sono tratte dal web.

DI SCRITTI … DI-VINI

VINOEPOESIA

Un giorno, un amico che apprezza il vino buono quando è buono davvero, quando il momento è quello giusto a cui dedicare un calice di buon vino (“nel bicchiere giusto, panciuto, di cristallo morbido, perchè le cose buone devono stare dentro le cose belle”) mi disse: – Sai, alcuni amici mi hanno invitato a fare un corso per conoscere il vino; tu sai che io lo amo.. Bè, ho rifiutato”. Gli chiesi come mai avesse rifiutato, e mi rispose inviandomi quanto segue.

Keating: “Ora aprite i vostri testi a pagina 21 dell’introduzione. Lei, Perry, vuole leggere il primo paragrafo dell’introduzione, intitolato: “Comprendere la Poesia?”

Perry: “Comprendere la poesia di Johnathan Evans Prichard, Professore emerito.

Per comprendere appieno la poesia, dobbiamo, innanzitutto, conoscere la metrica, la rima e le figure retoriche e poi porci due domande: uno con quanta efficacia sia stato il fine poetico e due, quanto sia importante tale fine.
La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza di una poesia, diventa una questione relativamente semplice. Se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico e la sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della poesia per misurarne la grandezza. Un sonetto di Byron può avere valori alti in verticale, ma soltanto medi in orizzontale, un sonetto di Shakespeare avrà, d’altro canto, valori molto alti in orizzontale e in verticale con un’imponente area totale, che, di conseguenza, ne rivela l’autentica grandezza.
Procedendo nella lettura di questo libro, esercitatevi in tale metodo di valutazione, crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà il vostro godimento e la comprensione della poesia”.

Da “L’attimo fuggente”.