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21 GIUGNO

 

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in  greco: ΕΙΚΟΣΙ Ιούνιο

in latino: XXII Iunii

in italiano: 21 giugno

per il sole: solstizio

per mia nipote: primo giorno dopo la fine degli esami. Vacanza.

per noi: 21 giugno. Tante cose. 

Buona estate a tutti, da Celeste e Riccardo.

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MA CHE BEL CASTELLO….

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foto dal web

Mi ferisce e mi offende e mi delude il raggiro, la bugia gratuita, quella senza alcun fine nè buono nè cattivo. Quella che più di altre è imperdonabile. Il trucco e parrucco che nasconde la realtà, per altro lecita e sacrosanta.   Mi ferisce e mi offende e mi delude chi insulta la mia intelligenza e la mia sensibilità e la mia capacità di giudizio. Mi ferisce e mi offende chi non ha compreso nulla di me e pensa che io condanni o assolva. Mi ferisce e mi offende chi confonde il mio diritto di avere un’opinione con l’arroganza del giudizio morale. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi cerca di imbonirmi, di conservare la mia benevolenza o amicizia, e condisce la menzogna con espedienti poveri, miseri. Meschini. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi nonostante abbia avuto la mia anima a un millimetro dal cuore, non ha mai percepito il vero odore. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi non sa custodire e proteggere la condivisione dei miei pensieri, della mia Storia. Crollano. I castelli di sabbia crollano. Miseramente e sempre. E passano dolore e delusione. Passano,  come tutto passa. Resta la lezione. Oro per il futuro. E resta la realtà, un po’ amara, di un addio che non avresti voluto. Quel tipo di addio che si scrive dentro, quello definitivo. Quel tipo di addio ben rappresentato da queste parole

(di Massimo Bisotti):

I veri addii scattano nella mente, sono silenziosi.
Sono i più veri, i più pericolosi.
Sono quelli che tieni per te.
E puoi anche continuare a sentirla una persona.
Non ti avrà più se l’hai salutata dentro

PREZZI

desktop-malta-dinglicliffstramonto.jpg.

Ogni gioia smisurata (exultatio, insolens laetitia) nasce sempre da un’illusione che ci fa credere di aver trovato nella vita qualcosa che non è possibile trovarci: la soddisfazione duratura dei desideri che ci tormentano e che rinascono sempre di nuovo, insomma, il rimedio ad ogni affanno. Ora, ogni illusione di questo genere dovrà prima o poi infallibilmente svanire; e questo ci sarà fonte di dolore amarissimo, e molto più intenso che non la nostra primitiva gioia. Sotto un tale aspetto, la gioia è simile a una vetta scoscesa da cui non si può discendere che a precipizio.

Arthur Schopenhauer

DIS-ARMONIE

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La sera, prima di dormire, ho qualche tempo per rifugiarmi nel mio mondo. Quello solo mio, che comprende solo i miei odori, il mio profilo, la mia pelle, il mio respiro. E’ un momento che mi piace, perché è tutto e soltanto mio. Ascolto il mio respiro e cerco di vedere i miei pensieri come se fossero fuori e non dentro di me.  Faccio il bozzolo, con il piumino, mi creo un posto per i piedi, li metto “a cuccia” e cerco di non pensare al domani, alle cose che mi aspettano, all’ufficio. Seguo solo il respiro e ascolto il silenzio della mia casa. Di solito c’è pace, in questo momento. Una pace leggera, respirabile, dove, almeno per un po’, si riallineano le cose, regalandomi un’idea di armonia. Si assottiglia il contrasto tra la mia anima e il mondo e le cose del mondo, le incombenze, le bruttezze, e non stride nulla. Niente unghie sulla lavagna, nessuna prova di eroica resistenza alle piccole e ripetute violenze quotidiane. Si allontanano le ipocrisie, le storie ripetute, i falsi sorrisi, le miserie tutte. E finalmente sento la mia pancia. E riesco a sentirla tranquilla, calda e sento di volermi bene. In questo stato riesco a vedere quasi tutto chiaro. Forse si vede bene solo al buio.  Appare tutto così chiaro… E i contorni sono così nitidi e precisi!

Poi arriva il giorno.. e trovi tutto sotto la luce artificiale sotto la quale, ormai, si vive. Un po’ perché ci siamo costruiti questo mondo. Di banche attorno a noi … e di  mode: quella del perdono, quella del mondo pulito, quella del tacco dodici, quella della tolleranza, dell’accoglienza, della accettazione, dell’indulgenza. La moda del volemossebbene, che semina il virus “iotisalverò” Pericolosissimo, a volte mortale. 

E un po’ perché ci arrivano le solite puntuali delusioni, le bugie, piccole e grandi e poi quelle davvero gratuite e le piccolezza tutte. I segreti di pulcinella. Le scatole di cartone che si aprono ed esce il pagliaccetto gonfiato che ti fa la pernacchia.

Ma non importa: la sera c’è l’appuntamento con la pancia. Calda… E il respiro. E i pensieri che a guardarli da fuori si vede che sono solo pensieri. E qualche persona davvero speciale nel cuore. Si spegne la luce e si immaginano i contorni.  L’essenziale è invisibile agli occhi.

 

 

SGUARDI

20140807_135858A differenza di molte persone, loro ti guardano sempre dritto negli occhi. Sguardi che ti frugano nel cuore e che sanno farti sentire piccolo. Lui è Pepe. Come lui, tanti. Sguardi speciali, potenti, penetranti, adulti, saggi, maturi, leali, dignitosi. Sanno spogliarti e a volte farti …. sentire piccolo, perché senti che loro hanno un cuore così grande e pulito e puro e bellissimo. E te invece no, mica ce lo hai così..

Namasté Pepe.

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TRENTALUGLIO

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Oggi, se ci fosse, la mia mamma compirebbe 80 anni, ma non c’è più da quasi 30.  Starete pensando che è un pensiero insolitamente personale, ed è vero, è molto personale, è vero. Però non è vero che è una cosa insolita: è solo diretta.  In diversi post ho parlato di lei, senza nominarla.  “Pensieri sul ponteper esempio,  e poi uno in particolare, che è  uno dei miei più intimi. Scritto il giorno del mio compleanno, che non amo festeggiare come tutte le ricorrenze in genere, ma è una data che inevitabilmente mi fa sentire ancora più vicina a Lei.

E’ questo ed è uno dei miei preferiti.

Ha raccolto interventi delicati e profondi, in linea con Controluce e con il cuore di chi la frequenta: persone, gatti e qualche cuore di cane.
 

Lascio anche questo pensiero, trovato in web. Non posso citare la fonte perché l’ho perduta e non sono più riuscita a ritrovarla.

 

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COLORI DI ORI

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Qual è il colore che preferisci, zia?

Il celeste, Aurora, lo sai da sempre. Mi piace il celeste, l’azzurro, il turchese. Insomma amo i toni che dall’ azzurro finiscono dentro il blu, o nascono dal blu. Mi piace il colore del cielo, il turchese delle pietre incastonate nei monili d’argento. Mi piace il blu.

Ma tutti i colori sono potenti. Non esiste un colore che non lo sia, perché ogni colore sa abitare la nostra anima, parlarci, evocare ricordi sepolti dentro i crepacci della memoria, riportare suoni, odori. In modo dolce o prepotente, gentile o sgarbato.

Diventa filo che cuce brandelli di esistenza, passato con presente. Buca la tela del tempo, libera emozioni intrappolate nei cristalli del tempo e credute sopite. Seduce, brucia, palpita, strugge.

L’arancio al tramonto incendia i cieli, è una striscia di tela che cuce il giorno con la notte, ma dentro è anche un sabato di luglio, senza vento, e un mare immobile come una distesa di cemento e un orizzonte finito, silenzioso come un muro.

Ma  è anche  la colata di luce che inonda e bagna la stanza, penetra attraverso fessure irregolari di persiane di legno della vecchia finestra sul lago, gioca a disegnare strisce dorate sulla pelle sudata, accompagna la danza intima e antica dell’amore.

L’azzurro è quel cielo di maggio, sfacciato, assurda cornice di  una lettera scritta a mano: parole come perle scure di una collana di piombo sui giorni a venire.

Ma è anche una sciarpa, incontrata per caso in un giorno di pioggia e di vento, arrotolata più volte sotto due occhi scuri penetranti come spilli che mi hanno sciolto il ghiaccio nel cuore. Sono ancora grata a quegli occhi, lo sono ancora, dopo tanto tempo.

E il verde? Il verde …. Il verde sono camici, camici e odore di medicine, e sensazione e odore di metallo e di freddo. Verde è una testa che si scuote, due braccia allargate, bocche serrate eppure urlanti di verità impietosa.

E verde è l’erba, sotto i miei piedini nudi, la sensazione di appartenere alla terra che sotto la pianta dei miei piedi pulsa e vibra e respira. Verde è il colore degli alberi, punti di sutura tra terra e cielo, custodi dei pensieri del vento, dispensatori del fiato di Dio sulla terra.

Bianco. Il bianco è l’inverno,  il ritorno in una casa che non era più la mia. I silenzi e i passi lievi, la stanchezza, la speranza. La consapevolezza. La fine dell’anno e la fine di altro.

Ma è il colore della neve, l’altra, quella  della gioia dei bambini. E’ quello dell’infanzia. E poi è quello che accende una camicia un pomeriggio afoso di giugno, e le lenzuola stese, e ogni nuovo giorno, che ruba la scena ai violetti e ai rosa dell’alba. E’ la luce della luna che,  feconda,  chiama a sé il mare e poi semina stelle nuove in cielo.  È il colore della verità,  quello che non nasconde, non mente mai, forse non per scelta ma perché non può. È identico al nero, il suo opposto, l’altra sua faccia nelle regole dell’universo.

Ogni colore può essere amato, odiato, maledetto e benedetto. Ognuno può abitare più parti dell’anima, lacerarla, renderla libera, accenderla, soffocarla, proprio come fa un odore,  un sapore.

Hanno mille dita, colori e sapori e odori, capaci di frugare nella borsa della vita, dietro gli occhi,  dentro il cuore. Dita che sanno spettinare, arruffare, disordinare, seppellire e scoprire segreti. Curare, guarire, trafiggere, stupire.

SCATOLE

Soffro di anoressia.
Nei confronti dei giornali, dei notiziari tutti, dalla TV al web. Non voglio sentire. Non più. 
C’è crisi, è vero, si sta male. Un pianeta diviso, tra poveri e ricchi. Poi: violenza per le strade, furti e rapine in aumento, ovvia conseguenza di quanto sopra. Una umanità per mezzo povera, che costituisce ricchezza per l’altra, che è sempre più ricca.

Un futuro incerto, fantasmi dietro la porta, il terrore di andare in azienda il lunedi mattina e trovare il cartello CHIUSO.

E questi sono gli argomenti che si sentono in continuazione, sul treno, per strada e ovunque. Nei tiggì, sui giornali. Dappertutto. In ufficio poi non parliamone: l’ambiente in cui lavoro è una perfetta vetrina su questa situazione, difficile, pesante, che fa paura, che scoraggia qualsiasi iniziativa, capace di uccidere ogni azione di buona volontà, annientare qualsiasi intrepido tentativo di costruire, fare, inventare.

Questo, che piaccia o no, è il mondo in cui viviamo.
E ok. Ok. OK!!!
Ma parlarne in continuazione non serve, non fa bene al cuore, non aiuta. Serve fare, non parlare. Agire. Lamentarsi, lagnarsi, martellare in continuazione sé e il prossimo fa solo del male, accorcia la vita, di sicuro.

Più che mai c’è voglia, necessità, urgenza di  leggerezza, di calore, di colore, di alito. Di ballare e di correre, di bagnarsi quando piove, di camminare a piedi nudi.
Che ci sarà mai di così tanto bello nei giorni per ballare? Appunto, c’è bisogno di sentire il battito della vita.
Crogiolarsi serve a poco, prendere atto e adeguarsi a situazioni nuove, cambiare, se necessario, questo è più utile. E imparare a vivere momenti di serenità, volersi bene anche più di prima, può fare la differenza tra un giorno grigio e freddo e un giorno caldo e colorato.

Chi scrive non è  per nulla una che vede “il bicchiere mezzo pieno”. Tutt’altro. Ha un’anima grave e greve, pensieri pesi, sempre e comunque. E non è nemmeno una che non teme i fantasmi: li vede ogni giorno, incombono, e in parte hanno già divorato alcuni sogni e speranze, deluse aspettative, generato dolore e amarezze e lacrime. E’ una persona che ha imparato ad accettare. Già, accettare. Che è differente dal rassegnarsi.  Accettare le perdite, e andare avanti, mezza morta, ma andare avanti.  Si impara, si impara e si cresce, e si può fare: anche senza l’aiuto del cinismo, si può imparare ad “accettare”. Quando non si può fare niente per cambiare occorre saper accettare.

Ma ci sono cose che bisogna imparare a cambiare, se si vuole sopravvivere, e si può cercare di farlo.  Allentare le catene,  guadagnarsi la libertà dell’anima, quella del cuore:  abbandonare le finte certezze. Non ne abbiamo, di certezze. La vita di chiunque può cambiare in un nanosecondo. Può crollare tutto, in meno di un istante. E allora? E allora occorre imparare a cambiare prospettiva, abbandonare, se serve, cose che fino a ieri ci hanno sostenuti, imparare a convivere con la precarietà, a tener sempre ben presente che tutto… cambia o può cambiare. E non necessariamente in peggio. Il che equivale anche liberarsi delle illusioni.  Come si fanno ad avere certezze? Come? Siamo appesi ad un filo, la nostra vita stessa lo è. La ipotechiamo?  Farlo oggi è più sciocco di ieri. La gettiamo via lamentandoci, vivendo nella paura? Se provassimo invece a tirare fuori il coraggio?

L’altro giorno si parlava, in blog, semmai le mucche volessero diventare Simmenthal… Bè.. noi stessi siamo esistenze in scatola. Forse non ce ne siamo accorti?

Cacciamo fuori le ditina dai buchini e digitiamo come pazzi su altre scatole, sempre più tecnologiche, sempre più leggere e piatte, sempre più touch, sempre più piccole ma .. scatole. Ci si illude di essere meno soli, ma siamo più soli che mai, disperatamente soli e in scatola. Veniamo al mondo, in scatola, con l’etichetta con sopra stampato il codice fiscale e il codice a barre, indelebili. Chiunque ci legge, ovunque, in un istante sa tutto di noi. 

Lontanissimi dalle creature che eravamo, capaci di allargare le narici e annusare, annusare la terra, sentire dove c’è acqua e dove c’è amore, sentire le stagioni sulla pelle e sentire con il pelo, rotoliamo, dentro le nostre scatole, che sositutiscono il pelo. Lo abbiamo perso tutto, il pelo e anche brandelli di pelle, ormai. Ma il pelo di latta, mica sente. E nemmeno protegge.

Portami a ballare, fammi ridere, accendi un fuoco, e fammi l’amore sulla terra. Fai finta che ci siano le stelle, inventale e raccontamele, e poi, perdio, abbracciami, sotto un prato di stelle e fammi sentire il fiato.

ori.

TRIBUTO AL CANE

lui è Pepe, abita con me.

“Signori della giuria, il migliore amico che un uomo abbia a questo mondo può rivoltarsi contro di lui e diventargli nemico. Il figlio e la figlia che ha allevato con cura amorevole possono rivelarsi ingrati. Coloro che ci sono più vicini e più cari, ai quali affidiamo la nostra felicità e il nostro buon nome, possono tradire la loro fede. Il denaro si può perdere, e ci sfugge di mano proprio quando ne abbiamo più bisogno. La reputazione di un uomo può essere sacrificata in un momento di sconsideratezza. Le persone che sono inclini a gettarsi in ginocchio per ossequiarci quando il successo ci arride possono essere le prime a lanciare il sasso della malizia, quando il fallimento aleggia sulla nostra testa come una nube temporalesca.

Il solo amico del tutto privo di egoismo che un uomo possa avere in questo mondo egoista, l’unico che non lo abbandona mai, l’unico che non si rivela mai ingrato o sleale è il suo cane.
Signori della giuria, il cane resta accanto al padrone nella prosperità e nella povertà, nella salute e nella malattia. Pur di stare al suo fianco, dorme sul terreno gelido, quando soffiano i venti invernali e cade la neve. Bacia la mano che non ha cibo da offrirgli, lecca le ferite e le piaghe causate dallo scontro con la rudezza del mondo. Veglia sul sonno di un povero come se fosse un principe. Quando tutti gli altri amici si allontanano, lui resta. Quando le ricchezze prendono il volo e la reputazione s’infrange, è altrettanto costante nel suo amore come il sole nel suo percorso nel cielo.

Se la sorte spinge il padrone a vagare nel mondo come un reietto, senza amici e senza una casa, il cane fedele non chiede altro privilegio che poterlo accompagnare per proteggerlo dal pericolo e lottare contro i suoi nemici, e quando arriva la scena finale e la morte stringe nel suo abbraccio il padrone e il suo corpo viene deposto nella terra fredda, non importa se tutti gli altri amici lo accompagneranno; lì, presso la tomba, ci sarà il nobile cane, con la testa fra le zampe e gli occhi mesti, ma aperti in segno di vigilanza, fedele e sincero anche nella morte”.

George Graham Vest 

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George Graham Vest  è stato un politico e avvocato statunitense.

Nel 1869 Vest sostenne in giudizio le ragioni di un uomo del villaggio di Big Creek, Charles Burden, il cui cane da caccia, un American foxhound di nome Drum (meglio noto come “Old Drum”, il vecchio Drum), era stato ucciso a fucilate da un tale di nome Samuel “Dick” Ferguson, guardiano di un vicino allevamento di pecore di proprietà di un cognato di Burden, Leonidas Hornsby. Ferguson aveva sparato solo perché Drum era entrato nella proprietà di Hornsby e costui rifiutava di risarcire Burden, nonostante le richieste di quest’ultimo.  Burden portò allora la controversia (nota ufficialmente con la denominazione “Burden v. Hornsby”) davanti al tribunale della Contea di Johnson, chiedendo un risarcimento di 150 dollari, il massimo all’epoca consentito dalla legge, a titolo di indennizzo sia del danno patrimoniale che, e soprattutto, del danno morale per la perdita dell’amato cane.  Vest, incaricato da Burden di assisterlo, esordì in giudizio asserendo che avrebbe “vinto la causa o chiesto scusa a ogni cane del Missouri”. Quindi, il 23 settembre 1870, Vest pronunciò l’arringa finale alla giuria, un’orazione che sarebbe divenuta celeberrima, sotto il nome di “Eulogy on the dog” (elogio al cane; nota anche come “Tribute to the dog”, tributo al cane).

UNO DI NOI

DEL MARE

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Non lo trovo triste il mare in inverno. Forse perché in questo periodo, più di altri, mi manca una dimensione umana. Mi manca di sentire che sono una persona e non qualcosa che corre e lavora, fa la spesa, parcheggia, va alla posta, sale e scende dai treni. In questo tempo che fa male, si respirano paura, sconforto, tristezza, e anche panico. Sono spariti i colori dagli occhi e dai discorsi della gente, l’entusiamo, i progetti. E’ sparita la speranza. Fra tutte queste sfumature di grigio verso il nero che avvolgono i giorni, mi manca il passo lento di un giorno che sa essere tempo da masticare piano. Un tempo da assaporare con lentezza, un tempo che non sia tempo da ingoiare. Un tempo che non comprenda frasi come “menomale è venerdi” un tempo in cui ogni giorno è un giorno da vivere, e che lascia anche un po’ di malinconia quando arriva sera. Una malinconia breve: il tempo che si accendono le stelle per tornare a godere della sera, e poi della notte e che mostri l’aurora come un buon giorno, foriera di luce e di speranza e di gioia. Ecco perché, forse, penso spesso al mare, alla culla che sa essere, e alle sferzate che sa dare. Ci si può perdere un po’, nel mare e percepire la leggerezza del corpo che si muove, in modo naturale e lento, l’acqua sa massaggiare il corpo e anche i pensieri, isolare dal rumore, allontanare la polvere dagli occhi e dal cuore. Accando al suo respiro, nella baia calma di una notte sotto le stelle bianche e la sua voce, così lontana dai motori, dalle luci e anche da quella che mi tocca essere ogni giorno che ingoio, tranne brevi momenti in cui posso essere davvero quella che sono. Una persona.

foto: francesca

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DOVE NON BASTA IL MARE

 

PEPE

Questa sera ho fatto il solito giro a piedi, un’ora di passeggiata. C’era vento caldo, caldissimo, sembrava maggio, si stava bene. Pensavo leggero, guardavo i campi che ora sono a riposo, in attesa.  C’era Pepe con me, un setter di tre anni. Sono inciampata, senza cadere, ma lo sforzo per rimanere in piedi mi è costato un dolore piuttosto forte alla schiena per cui mi sono fermata. Pepe si è bloccato (era un po’ più avanti il guinzaglio è lungo), si è voltato, mi ha raggiunta camminando lentamente, orecchie alzate, il muso serissimo e mi si è avvicinato, con cautela e delicatezza. Ho dovuto rassicurarlo, era evidente che si era spaventato ed era preoccupato. Sì, preoccupato. La cosa è accaduta mentre si tornava, a un paio di chilometri da casa. Per tutto il tempo, ogni tanto si fermava, e mi guardava, e poi con estrema delicatezza si alzava sulle gambe posteriori appoggiandosi a me,  cercando di avvicinare il suo muso al mio viso. Non è solito farlo, se non quando mi saluta. Era più che evidente che voleva essere rassicurato, aveva capito che era successo qualcosa e che non stavo bene. E ancora una volta ho pensato a quanto sanno dare questi animali a differenza della gran parte del genere umano. A quante volte chiamiamo “amore” ciò che è altro… A quante volte passano inosservati  alle persone  dolori, assenze, giorni bui e freddi. La tristezza, la solitudine.  A quante volte non vengono ascoltate parole o silenzi, a quante volte viene negato una parola, un gesto, un abbraccio, una carezza, un po’ di …. tempo.  Lo sguardo  di un cane è un  abbraccio che sa scaldare il cuore. E anche guarirlo.

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pepe

vabé insomma mi hanno fatto una foto bruttissima ma io sono bellissimo. Celestina mia ha promesso che mi farà una foto con la luce giusta, io in compenso ho promesso che poserò … IMMOBILE.

NOTTE

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La notte impone a noi la sua fatica magica. Disfare l’universo, le ramificazioni senza fine di effetti e di cause, che si perdono in quell’abisso senza fondo, il tempo. La notte vuole che stanotte oblii il tuo nome, i tuoi avi ed il tuo sangue, ogni parola umana e ogni lacrima, ciò che potè insegnarti la veglia, l’illusorio punto dei geometri, la linea, il piano, il cubo, la piramide, il cilindro, la sfera, il mare, le onde, la guancia sul cuscino, la freschezza del lenzuolo nuovo… Gli imperi, i Cesari e Shakespeare e, ancora più difficile, ciò che ami. Curiosamente, una pastiglia può svanire il cosmo e costruire il caos.

Jorge Luis Borges, Il sonno

SENZA TITOLO

Dal libro: Acid Lethal Fast, di Astor Amanti

Esistono uomini che portano su di sé il dolore del mondo.
Quando vedono pesci rossi nei sacchetti dei Luna Park non riescono più a respirare e vedono orribili facce ridenti deformate dall’acqua. Uomini che guardano foto di esseri viventi maltrattati e ne sentono, in maniera accecante e assordante, le urla, il panico, …la sofferenza.  C’è chi li considera santi o fanatici e chi, semplicemente, afferma che sono persone troppo buone per riuscire a sopravvivere senza impazzire.

Per chi ha un cuore capace di somigliare anche solo un po’ al cuore di un animale.

E poi per Ulisse, per Beba, per Atum, per Asso, per Giada, per Chicca, per Vienna, per Ambra, per Kira, per Paco, Pepe, Ful e per tutte le zampe, le piume, le pinne, le pellicce, gli zoccoli, i becchi, le ali del mondo.

LE NOTE DI SIMONE


Avevo promesso di pubblicare una cosa scritta da Simone e solo ora ho avuto il permesso. L’attesa era dovuta al fatto che ha partecipato, con la sua classe, ad un concorso e le premiazioni si terranno in settembre.E siccome le poesie sono già state consegnate, ho il benestare di Simone e della sua mamma.

Simone ha 13 anni, studia musica, per ora limitatamente alla chitarra, e ha appena terminato la seconda media.

“ LE SENSAZIONI DELLA MUSICA”

Parlando a Te MUSICA
parlo a me stesso
come un fanciullo che scopre un mondo nuovo
sfogandoti tutto quello che ho dentro.

Posso guardarti
guardandomi allo specchio
sei in ogni mio respiro e in ogni mio ricordo
spegnendo il fuoco dei miei dolori.

Se guardo indietro tra i miei pensieri
ci sei Tu MUSICA
che mi colmi l’anima
dal capo ai piedi.

MUSICA,
mia Dea,
sensazione assoluta,
sempre.

.(

Grazie Simo!
Ziaori

LA CHICCA – DUE

Il panettiere consegnava ogni mattina il pane a casa, lasciando il sacchetto nella cesta appesa al cancello della casa in cui vivevo all’epoca. Un sabato mi aspettò e mi disse che il suo nipotino desiderava da tempo un cagnolino: fu così che regalai il piccolo di Chicca. Noi avevamo già due cani e poi ero certa che il piccolo sarebbe stato  in buone mani per cui il nipotino del panettiere diventò il nuovo amico del cucciolo di Chicca.  Chicca guarì del tutto: medicine e cure ripristinarono il pelo laddove mancava, la sua salute migliorò e dopo un po’ di tempo si poteva considerare una cagnolina sana e felice. Gli altri nostri cani l’accolsero fin da subito, e lei ogni notte si arrotolava accanto a loro trovando calore e sicurezza e affetto. Abitavamo una villetta, con tre cancelli e un giardino e un orto, situata in una zona del paese costruita a villette. Dopo qualche tempo, notammo un cagnolino, pelo raso, bianco nero,  musetto curioso e occhietti  vispi, fare la posta davanti al nostro cancello: la ragione era fin troppo chiara, Chicca era in calore. Una sera, al rientro a casa di mio fratello, accadde il “fattaccio”: l’inseminator, come fu chiamato, non si lasciò  sfuggire l’occasione di quel cancello spalancato e una domenica di Maggio, proprio il giorno della festa della mamma, Chicca mise al mondo 4 cuccioli. Bellissimi, quattro palle di pelo riccio. Fu una gioia ma anche un problema: a quel punto i cani erano sette, non facilmente gestibili, con  due cancelli che servivano tre automobili. Fortunatamente quattro conoscenti, persone fidatissime e conosciute ci chiesero i piccoli,  i quali  dopo lo svezzamento trovarono casa e amore. Chicca era una cagnolina intelligente, molto intelligente, dotata di un carattere deciso, testardo e soprattutto disobbediente e curioso. Quando capiva che non volevo che facesse qualcosa, guardava il cielo, soffermandosi in punti precisi con grande interesse come se da quell’osservazione dipendesse la sua vita! La cosa mi faceva un po’ arrabbiare ma soprattutto ridere. Era uno spettacolo vedere quanto una cagnetta alta una spanna potesse prendersi gioco di una persona. Una delle sue trasgressioni preferite era quella di uscire  dal cancello ogni volta che questo restava aperto  (il solo  tempo necessario  per passare con l’auto). Dicevo prima che la casa stava in una zona residenziale di villette pertanto le strade servivano solo le case stesse: le piccole uscite di Chicca (tre minuti al massimo) non erano dunque un pericolo, considerando che lei si limitava a pascolare nell’erbetta che cresceva rasente il recinto di casa.  Ma un pomeriggio, questa piccola trasgressione fu fatale. Era una domenica, io stavo leggendo in camera mia, mio padre usci con l’auto ma la cagna del dirimpettaio (libera per la strada)  aggreedì la mia piccola. Sentii un urlo terribile, lo ricordo ancora,  non lo dimenticherò  mai. Uscii con il cuore in gola, caricai la cagnetta in auto: con le gambe tremanti e un senso forte di nausea e disperazione,  non so come raggiunsi un ambulatorio veterinario di quelli aperti 24 ore. La cagna della vicina  le aveva staccato un occhio a morsi. La lasciai li la notte, fu sedata, le vennero date medicine attraverso flebo,  operata il giorno dopo.  La salvarono. Lei rimase la stessa di sempre, allegra, con il suo cuore enorme, la sua fiducia neri confronti di tutti, e del tutto immmutata la sua vivacità.  Passarono altri anni, e l’unico suo occhio si ammalò di cataratta ma lei, come tutti gli animali, aveva il suo nasino: quell’organo meraviglioso e misterioso e potente le permise di vivere bene e di sopperire al resto. Mi trasferii, lei restò con mio padre perchè la mia casa non era idonea ad accoglierla: Chicca era troppo piccola e la casa aveva una recinzione provvisoria e per niente sicura. E poi era un ambiente sconosciuto e sarebbe stata sola tutto il giorno. Provai, a portarla qui, ci provai, ma la vidi disorientata, se pure curiosa, ma si si spezzava il cuore. Sapevo che lo avrei fatto per me e non per lei. La riportai quindi a “casa”. Continuai naturalmente a vederla, ovviamente ad amarla. Poi una domenica venne mio padre a pranzo da me e mi disse che era morta. Non volli sapere come, non lo so nemmeno adesso. Non mi importa di saperlo. Visse 12 anni felice, nonostante il terribile incidente. E questo mi basta. Nemmeno mio padre potrebbe più raccontarmelo, pero’ il cane di mio padre vive con me. Questo lui lo sa, glielo avevo promesso.

Nel post successivo, ci sarà la fotografia della Chicca. Quella del suo piccolo grandissimo cuore è invece impressa in un posto di dentro, per sempre.

LA CHICCA – UNO

Quando arrivò era in condizioni davvero pietose: un coso peloso, pelo tipo rasta, con chiazze di cute totalmente assenti da qualsiasi pelo. Attorno al collo una specie di cordolo, duro al tatto. Probabilmente era stata legata, e forse aveva rotto quella che poteva essere stata una corda. Malnutrita, disidratata, con la bocca asciutta: in bocca residui di calcina. E aveva un cucciolo. Nero, pelosissmo, minuscolo. Avevo notato mio padre andare via diverse volte il sabato e la domenica con il motorino, non prima di aver preso del latte, della carne, una bottiglia di acqua. Ma non era insolito, per lui. Era un cacciatore, ma un po’ atipico. Spesso nutriva i piccoli di coniglio, di volpe. Alcuni dei suoi racconti li avrei accostati, con il tempo, a qualcosa di Mario Rigoni Stern anche se ambienti, animali, scenari ed epoca non corrispondono. Un sabato pomeriggio, gli chiesi, dal balcone dove stesse andando, di nuovo, con latte pane e acqua. Sorrise .. e mi disse che aveva trovato, qualche settimana prima, una cagnolina, in una discarica di materiale edile, con un cucciolo. Mi disse che l’aveva vista cibarsi di calcina, di rimasugli di cemento. Probabilmente non poteva allontanarsi per cercare cibo, per via del cucciolo. Di sicuro il solo sopravvissuto. Lo allattava, lo sapeva il cielo come. Gli chiesi cosa aspettasse ancora.. e lo pregai di portare le bestiole a casa. Mi rispose che era una situazione disperata, gli dissi “appunto”. Forse aspettava questo, mio padre. Partì con il motorino e poco dopo arrivarono. Non dimenticherò mai le condizioni di Chicca (la chiamammo cosi, era piccolissima). La lavammo, le tagliammo quel pelo stopposo usando forbici da giardiniere, bevve a piu’ non posso, e poi latte e poi …. Bè penso si possa immaginare. Il lunedi portai lei e il piccolo dal veterinario. Mi disse che Chicca aveva circa 4-5 anni, lo dedusse dalle condizioni dei denti e mi confermò che sicuramente era stata in una casa, e che con tutta probabilità era scappata da tempo. La curai, con medicine e amore e cuore.
La storia segue … con un altro post. Ora è un po’ difficile, scrivo dal treno e il racconto che verrà comprenderà anche del dolore. Come sempre accade nella vita.

ECCOCI QUA-A

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Avevo  otto anni e non stavo molto bene: per parecchi mesi dovetti subire una cura farmacologica piuttosto pesante che mi permetteva a malapena di frequentare la scuola.

Il pomeriggio quindi non potevo giocare né andare in bicicletta come si faceva abitualmente tra compagni perché ero troppo stanca quindi anche molto sola.

Fu in quel periodo che mio padre un giorno che ero a letto con la febbre, entrò nella mia camera e mise  sul letto un oggetto fino a quel momento a me sconosciuto. Era un mangiadischi. Arancione, bellissimo. I bordi arrotondati, sembrava un disco volante .. ed era TUTTO MIO !!!

Entusiasmo ed eccitazione erano alle stelle: possedevo un oggetto tanto speciale e dopo pochi minuti sarei stata in grado di usarlo!

I dischi arrivati con il disco volante erano due, non musicali ma due avventure di Topo Gigio. “Topo Gigio va in soffitta” era uno dei due  45 giri,  “Topo Gigio va in città”,  l’altro. Bellissimi, le copertine lucide e colorate, con l’illustrazione di Topo Gigio ora con gli scarponi, ora tutto elegante con tanto di salopette.

Ricordo che quella sera i miei genitori dovettero minacciarmi per farmi cenare. Ovviamente la minaccia consisteva nella sottrazione del disco volante. Il ricatto funzionò: avrei mangiato una sedia, piuttosto!

Le ascoltai centinaia di volte le due storie,  tant’è che conservo dei ricordi piuttosto vivi. In una delle due storie,  il nostro Topo si trova, per una serie di coincidenze,  nella soffitta di un grande palazzo cittadino, disseminata di trappole per topi con relativo invitante nonché profumato groviera.

Con il passar del tempo e a forza di ascoltarlo, questo 45 giri si ruppe e fu una piccola tragedia. Si incantò ad un certo punto la voce di Topo Gigio e non fu possibile sentire la storia oltre il “eccoci qua a ….”

Sono passati molti anni, eppure ogni qualvolta sento dire: “eccoci qua”,  nella mia mente rieccheggia la vocetta un po’ tremolante di Topo Gigio esattamente nel punto in cui si blocca il disco e risento Topo Gigio  che recita “eccoci qua-a eccoci qua-a eccoci qua-a eccooci qua-a eccoci qua-a.

E mi rivedo nel mio lettino e ricordo l’emozione di quando mi fu posato sulle ginocchia quel meraviglioso disco volante colore arancione. Tutto per me.

IMMAGINANDO

una lucia

Oggi vedevo un tramonto sul lago,
Dal crepuscolo in poi, fino al momento in cui il sole si spegne.
Ero allo studio, per cui lo vedevo con la mente.

Sentivo l’odore dell’alga che si sente quando l’aria della sera si fa pesante e si
sposa con il fiato del lago.

Vedevo la luce, la mezza luce, il controluce, e poi il velo della sera.
Sentivo i miei passi lenti scompigliare il ghiaino delle piccole spiagge,
le narici allargarsi e accogliere l’aria.

Pace. Pace con il mondo, pace con me, tregua con i miei problemi.
Pausa per la mia testa.

La luna che si specchia, le lucine danzanti come stelline sull’acqua.
Silenzio, pace, respiro.

È durato pochi istanti ma in quel momento aveva un senso solo essere li, davanti al lago.
E che tutto ciò che vedevo, sentivo, respiravo era una sensazione di appartenenza.
Io, il lago, la notte, la luna, le stelle eravamo tutt’uno.

Tornando a casa, in treno, pensavo che il lago, le montagne, la sera e il suo odore,
la notte che si avvicinava, le luci dei piccoli paesi che immaginavo accendersi e disegnare il profilo della riva, era armonia, e che il mio quotidiano è  … innaturale.
Il mio ritmo, il mio respiro, il mio vivere di corsa è innaturale. 

 

angolo lariano

 le foto sono mie, scorci lariani

reti (per pensieri)

ROSA DEL VENTO

Se te podet fermess che
che in due’ tira’l veent i niguj g’ hann poca memoria
ma l’erba resta in due l’è
Se te podet fermess che
anca se la tèra la gula, anca se l’oecc el te sbrüüsa
fermess che
perché me cugnussi mea una rösa
in grado de sgraffignà’l veent
perché me cugnussi menga un veent
che desmentega una rösa

Se puoi fermati qui
che dove tira vento le nuvole hanno poca memoria
ma l’erba resta dov’è
Se puoi fermati qui
anche se la terra vola, anche se l’occhio ti brucia
fermati qui
Perché io non conosco mica una rosa
in grado di graffiare il vento
perché non conosco nemmeno un vento
che dimentica una rosa

Davide Van de Sfroos – Rosa del Vento,  da “Yanez”
Traduzione: mia

foto mia

TODO CAMBIA

  

 mercedes sosa
 

Cambiano le cose superficiali
e cambiano anche quelle profonde
Cambia il modo di pensare
Tutto cambia in questo mondo

Cambia il clima con il passar degli anni
Il pastore cambia il suo gregge
E così come tutto cambia
Non é strano che cambi anch’io

Cambia  il suo luccichio il diamante  più prezioso
passando di mano in mano
Cambia il passerotto il suo nido
Cambia il proprio sentire un amante

Cambia rotta il viandante
anche se ciò gli arreca danno
E così come tutto cambia
Non é strano che cambi anch’io

Cambia, tutto cambia

Cambia il sole durante la sua corsa
Quando la notte persiste
Cambia l’albero e si veste
di verde in primavera

Cambia il pelo la belva
Cambia il colore dei capelli l’anziano
E così come tutto cambia
Non é strano che cambi anch’io

Tuttavia il mio amore non cambia
Per quanto lontano io mi trovi
Nè il ricordo , nè il dolore
Della mia terra e della mia gente

E ciò che é cambiato ieri
Dovrà cambiare domani
Così come cambio io
In questa terra lontana

Cambia, tutto cambia

INDELEBILI NOTE

CHE SARÀ?

invito

(foto mia)

Che sarà CHE SARÀ cHe Sarà chE SaRA che sarà CHE SARà cHe saRà Che Sarà CHe SaRà Che sarà CHE SARÀ che sarà cHE sarà Che sarà CHE SARÀ cHe SarA chE SaRA che sarà CHE SARà cHe saRà Che Sarà CHe SaRà Che sarà CHE SARÀ che sarà cHE sarà  CHe sarà CHE SARÀ cHE SarÀ Che sarà CHE Sarà Che sarà Che sarà Che sarà CHE SARÀ CHE SARÀ

IL DITALE DELLA NONNA

il ditale di tita

foto mia

 

La mia nonna materna, anche lei come tante nonne, aveva una macchina per cucire, una di quelle di colore nero, con la scritta dorata, che funzionano a pedale.

Poggiava sopra un piccolo mobile di legno, color miele, con uno sportello che conteneva piccoli cassetti con l’occorrente per cucire a macchina e anche a mano: spolette di filo, aghi, spilli, l’uovo di legno per rammendare le calze, i gancini di ricambio delle aperture delle gonne della nonna, le spille da balia, alcune lampo, bottoni, il metro da sarto, gessetti.

Quando lei cuciva, spesso le sedevo accanto: questi ricordi comprendono il periodo della mia vita dai 4 ai 12 anni circa.
Ricordo ancora in modo nitido i vari oggetti:  il puntaspilli, un cuscinetto che ospitava, infilzati, alcuni aghi già infilati, con fili di diversi colori.  Spesso la nonna mi faceva infilare gli aghi dicendomi: tu che ci vedi bene preparane uno nero, uno bianco, uno grigio, uno marrone … Forse lo faceva per farmi sentire importante, non saprei, comunque mi piacevano, quei momenti.

A volte la imitavo, mettendo dei punti sopra qualche pezzetto di stoffa che mi dava la nonna, e avevo un piccolo ditale, minuscolo, giusto per il mio dito di allora.
Dorato, con una piccola medaglietta raffigurante la Madonnina di Lourdes incollata sopra. Era il “mio ditale”, solo mio, e non poteva essere altrimenti, data la dimensione e l’assenza di altri nipoti in casa, fatta eccezione per mio cugino, però di tre anni più piccolo e comunque maschio. Nel periodo in cui stavamo entrambi dai nonni le cose “da femmina” erano pertanto soltanto mie.

Nel 1986 i nonni furono costretti a cambiare casa e la macchina per cucire con il mio ditale dentro nel cassetto, seguì i nonni e il resto delle loro cose.
Con  la  mia famiglia però erano già parecchi anni che abitavo ad una ventina di chilometri dalla casa dei nonni ma andavo spesso da loro e mi capitava di vedere il mio ditale pensando ogni volta che era giusto che restasse là, perché quello era il suo posto, era la sua casa.

Poi un giorno lo portai via, venne con me, nella mia casa. Nel 1987 se ne andò mia mamma e nove giorni dopo di lei suo padre ovvero il nonno: la nonna continuò a vivere nella casa fino a poco tempo prima di andarsene anche lei, nel 99.

L’anno precedente la morte della nonna io vissi in ben tre case, o per meglio dire abitai tre diverse case perché, trattandosi di situazioni provvisorie, non trasferii mai tutte le mie cose, se non un anno e mezzo dopo quando mi stabilii definitivamente nella casa ove vivo tuttora.

Durante questi andirivieni di oggetti, vestiti, libri ecc accadde che persi il ditale. Lo cercai, quando venne a mancare la nonna, lo cercai tanto, disperatamente,  ma di quel piccolo oggetto nessuna traccia.
Fino a un paio di anni più tardi, quando, in ufficio, capitò di consegnare dei documenti ad un cliente dello studio: si trattava di un plico piuttosto voluminoso quindi per agevolarne il trasporto, cercai un sacchetto, frugando in un mobiletto in corridoio dove si ripongono ombrelli di emergenza, sacchetti e quelle cose che “possono sempre servire”.

Non so per quale ragione, ma percorendo il corridoio verso la sala riunioni dove attendevano cliente e documenti,  mi bloccai, tornai all’armadietto e cambiai sacchetto senza alcuna ragione oggettiva e logica.

Uscito il cliente tornai a riprendere il sacchetto, frugai all’interno ed era li. Il ditale era li da circa due anni.

Non ho mai attribuito alcun significato a questo episodio, perché credo che la nostra memoria sia qualcosa di straordinario, capace di conservare, intrappolare, trattenere ricordi tra le proprie pieghe. Ricordi che possono emergere in modo del tutto inconsapevole.  Ci sono  cose che trascendono l’umana comprensione, ma non mi importa di capire: è un episodio che ricordo con un sorriso, tutto qua.

Il ditale ora è al sicuro, qui, a casa mia.

(foto mia: su http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/)

L’IRIS DI PABLO E QUELLO DI RICHARD

« Quando la spieghi la poesia diventa banale,
meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni
che può svelare la poesia ad un animo predisposto a comprenderla. »
(PABLO NERUDA)


 IL POETA E LO SCIENZIATO  (fonte citata in fondo al testo)

Ho un amico artista che alle volte dice cose con le quali non sono molto d’accordo. Magari raccoglie un fiore e dice: “Guarda com’è bello”, e sono d’accordo; ma poi aggiunge: “Io riesco a vedere che è bello proprio perché sono un artista; voi scienziati lo scomponete in tanti pezzi e diventa una cosa senza vita”, e, allora penso che abbia le traveggole. Per cominciare, la bellezza che vede lui è accessibile a chiunque e quindi anche a me, credo. Non avrò un senso estetico raffinato come il suo, ma sono comunque in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Per di più vedo nel fiore molte cose che lui non riesce a vedere. Posso immaginare le cellule, là dentro, e i complicati meccanismi interni, anch’essi con una loro bellezza. Non esiste solo la bellezza alla dimensione dei centimetri, c’è anche su scale più piccole, nella struttura interna, o nei processi. Il fatto che i colori dei fiori si siano evoluti per adescare gli insetti impollinatori, ad esempio, è interessante: significa che gli insetti vedono i colori. E allora uno si chiede: il senso estetico dell’uomo vale anche per le forme di vita inferiori? Perché è estetico? Domande affascinanti che mostrano come una conoscenza scientifica in realtà dilati il senso di meraviglia, di mistero, di ammirazione suscitati da un fiore. La scienza può solo aggiungere; davvero non vedo come e che cosa possa togliere.

Le frasi che avete appena letto sono di Richard Feynman, uno dei più grandi scienziati del secolo appena passato. Descrive molto bene lo stupore che “lo scienziato” prova quando “il poeta” lo accusa di non vedere la bellezza delle cose e addirittura di distruggere tale bellezza con “l’arida scienza”. E nota come ad esempio il poeta non sia in grado di vedere il bello ad esempio nel meccanismo della fotosintesi o nel teorema di Pitagora.

I poeti sostengono che la scienza tolga via la bellezza dalle stelle – ridotte a “banali” ammassi di gas. Non c’è nulla di “banale”. Anche io posso vedere le stelle nella notte deserta, e sentirle. Ma vedo di meno o di più? La vastità dei cieli estende la mia immaginazione. Bloccato su questa giostra il mio piccolo occhio può catturare luce vecchia di un milione di anni. Un grande disegno di cui sono parte…

…Qual è il disegno, o il significato, o il perché? Non sminuisce il mistero conoscerne un po’. Poiché la verità è ancor più meravigliosa di quanto ogni artista del passato abbia mai immaginato. Perché i poeti moderni non ne parlano? Che uomini sono quei poeti che possono parlare di Giove come se fosse un uomo ma se invece è una enorme sfera rotante di metano e ammoniaca rimangono muti?

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/03/23/il-poeta-e-lo-scienziato/

L’altro giorno ho visto delle immagini, bellissime, di Saturno (sarà che è il mio pianeta, mi piace tanto) e di una delle sue Lune, Encelado, che è bellissima. Sembra un organo, è bianco, venato di azzurro: le “vene” sono profondi solchi, sono geyser, vivi, attivi, probabilmente “responsabili” della formazione di uno degli anelli di Saturno. Ci sono  immagini spettacolari, riprese dalla sonda Cassini. Affascinanti, davvero.

Ma quando guardo un cielo stellato riesco a guardarlo con la pancia, con il cuore, con i sensi, riesco ad immaginare di essere lassù, come il Piccolo Principe, e navigare tra galassie, pianeti, nebulose e stelle, tra milioni di stelle.
E penso che ho una rosa a casa mia che è la Terra. La sera, prima di addormentarmi penso spesso alle stelle, ne ho alcune appiccicate al muro di fianco al mio letto: sono luminose, si caricano di giorno con la luce.
Per me le stelle sono stelle e basta, sono misteriosi punti di luce pieni di magia, terre di brillantini oppure sono luce che filtra attraverso il manto bucherellato della notte densa per farci capire che oltre, c’è luce e luce luce.
O per ricordarci che c’è una seconda parte di noi, lassù, che aspetta noi. Quando sto per addormentarmi, spesso penso che durante magari, durante il sonno, raggiungo ogni volta l’altra parte di me, quella che si trova là, proprio tra le stelle.

Quando vedo un fiore è un fiore, una meraviglia della Natura. Può essere simile a me, come lo è un Iris: ha petali che proteggono profondità delicate e scure, contiene qualcosa di speciale. Non vedo cellule, ma cerco e trovo la relazione con le persone, con l’anima di chi lo ha coltivato, la cura che gli ha dedicato, la delicatezza di quelle mani che gli hanno permesso di fiorire, di esistere, di propagarsi anche. Penso al legame.

Trovo la relazione con il corpo umano che lo ricorda o che gli somiglia, oppure con la musica che può evocare: un margherita evoca una melodia allegra, una rosa rossa un requiem,  per me, una melodia greve, triste, solenne.
E’ soggettivo, tutto passa attraverso il filtro delle sensazioni che giocano con le associazioni.  E tutto è cucito da quel filo invisibile che lega le cose della terra con quelle del cielo.

Buona notte a tutti, buone stelle.

MANDORLE

E’ un Natale amaro. E’ nell’aria, è nel cuore.
Un momento difficile, per molti. Da tempo non si riesce più a sentire un telegiornale, non  si ha più la forza per contenere questo nero, che arriva dallo schermo ai cuori di chi ancora non si è lasciato anestetizzare, e dentro quelli, pochi forse, che rifiutano di “abituarsi” al brutto, al male, al dolore, all’ipocrisia, al falso, e al nulla.

Mai come in questo tempo, si percepisce la tendenza a “tenere quel che si ha” anzichè allargare, investire, proporre, rischiare.
E’ tempo di conservazione, non di crescita. Di approvvigionamenti, di scorte, non di investimento. In tutti i sensi: da quello economico a quello affettivo. Tempo di paguri, tempo di “io speriamo che me la cavo”. Tempi di ritiri, di ripari, di tane,  che generano solo solitudine, buio e freddo.
Niente uscite al sole, niente Gioia. Non ci sono messaggi di gioia e stridono quelli della Bauli, e del tronchetto di cioccolato.
Stride la slitta di Babbo Natale sulla neve, come unghie sulla lavagna.

Sono al lavoro, un po’ perché ho da fare, e un po’ perché, forse, ho bisogno di “sentire” quale strada percorrere, se continuare su questa, che percorro da tanti anni, oppure se iniziare a camminare sopra sentieri nuovi.

Rispondevo ad una e mail di Pinuccia, poco fa, e la mia è diventata un po’ una riflessione, come faccio spesso quando scrivo a qualcuno (chi ha la bontà e la pazienza di leggermi e di ascoltarmi, lo sa molto bene).
Le dicevo che, tra tutte queste luci colorate, gli alberi, le luminarie, i negozi luminosi e scintillanti, le ombre sono più dense. E’ naturale, del resto: l’ombra esiste perché esiste la luce.

Forse anche perché ci si sente addosso, in questo tempo, l’obbligo di essere sereni, sorridenti, felici, insomma essere come tutti si aspettano.
Evvai quindi con il solito carrozzone, la musica a paletta, i neon, la giostra che poi, quando va via, lascia il solito prato con l’erba schiacciata, le carte per terra, e non sai mai se era più triste durante oppure dopo.

Vedere i propri credo che pensavi saldi vacillare come torri di carta esposti al vento, non è una bella cosa.
Fare passi indietro, dopo che il cammino è stato il passo lento ma costante del montanaro che scala la montagna, è cosa dura da accettare.

La delusione ha un sapore amaro, come le mandorle stantie.
E resta in bocca a lungo accidenti. Non c’è edulcorante che possa aiutare – anzi –  verrebbe fuori solo una mescolanza chimica indotta che avrebbe il potere, casomai, di rendere il tutto ancora più sgradevole e di più indefinito e confuso.

Il gusto della delusione è diverso e per certi versi peggiore di quello del Dolore.
Il Dolore è qualcosa che può anche uccidere, ti può anche lacerare, devastare lavorandoti sui fianchi con un cesello appuntito, ma a volte è come il fuoco che brucia l’erba di un prato e spesso nascono germogli meravigliosamente nuovi e forti.

La delusione no. Essa ti costringe a compromessi, a rivedere le cose, e ti può schiacciare, a volte, come una pressa. Perché  …  ci avevi creduto. E può impedire ogni possibilità di crederci ancora,  perchè lascia un terreno cattivo, inquinato, arido, infertile o quantomeno ingeneroso.

Certo, c’è delusione e delusione: a volte non viene distrutto il credo, ma si verificano solo eventi che costringono a virate, a cambi di rotta, ad abbandoni di progetti. In tal caso si può prendere la buona volotà, e ricominciare, Piantare i semi del credo da un’altra parte. Crescereanno. Perchè in questo caso sono gli eventi a deludere, perchè non collimano con il progetto, non ciò in cui si crede.

A volte invece la delusione arriva quando una mano ti toglie quel velo che avevi davanti al viso, magari un po’ azzurrato, che non ti permetteva di distinguere il falso dal vero, la realtà dal sogno perché sai che qualora fosse calato, sarebbe arrivata la luce abbagliante della realtà. Come guardare il sole allo zenith dopo aver passato giorni un uno sgabuzzino buio.

Crediamo ostinatamente a cose, persone, progetti, per dare un senso alla vita.
Invece il senso della vita dovrebbe dimorare dentro, perché la vita dovrebbe bastare alla vita, come l’amore all’amore. Punto.

Ecco, forse, perchè sono qui, nella solitudine di questo enorme ufficio (sembra enorme davvero, senza le persone e senza rumori). Forse per capire se c’è, qui, qualche manciata di semi che possono essere piantati altrove oppure se sto sotto una quercia che non riesco più ad abbracciare.

Stamane Andrea (lettore di Controluce.. ehmm in ombra),  ha scritto una cosa che, insieme alla lettera a Pinuccia, ha ispirato questo post del cui colore grigio topo  mi scuso:
“mi piacerebbe essere pensato come il nulla, è una delle pochissime cose che non potrebbero mai deludere”.

Ecco, ho pensato che anche io chissà quante persone avrò deluso, e anche queste sono ombre sotto tutte queste luci che ci sono.
Chissà se qualcuno ha in tasca qualche seme mio e chissà se ha anche un pezzo di campo arato di fresco e con terra buona per farci crescere qualcosa che somigli ad una quercia, piantata tanto tempo fa.

IN CONTROLUCE

C’era qualcosa da scrivere, poco fa, ma ora pare non ci sia più.
La voglia, il desiderio, il bisogno di scrivere sono così:  arrivano, urgenti, ti investono, ti riempiono, e poi solo il tempo di trovare carta e penna o accendere il pc, ed ecco che si dissolve l’istante dentro il quale potevi raccontare.
Ti resta l’emozione, quella resta ma la senti sprofondare, sotto gli strati della comunicazione, la vedi fuggire dalle linee costrette delle parole, dall’area del foglio.
La vedi mentre cerca di nascondersi dietro barriere erette per separarsi dal linguaggio, la vedi mentre scappa, mentre si attorciglia disperata  sui pali dei semafori rossi dello spazio di un blog. La senti invocare  pietà.
Ti resta dentro come deve essere dentro: come un aroma che ti cattura l’olfatto, che ti offre un sapore. Una carezza interna e lenta, lenta, lenta che ti sfiora di bellezza l’anima, restia a darsi alla luce perché è una cosa tua.
Quell’orizzonte che separa il dentro dal fuori è qui, all’apice delle mani, sono i miei polpastrelli che volano sulla tastiera a raccontare .. cosa? Una carezza? Si può raccontare una carezza?
Una carezza la senti, la offri, la ascolti, la segui con le dita con gli occhi chiusi, l’assorbi attraverso la pelle e diventa calore, diventa guarigione, diventa magia, unguento per un dolore, tenerezza profonda a toccare le parti più profonde e delicate, intoccabili spesso, insondabili sempre.
Oggi era una carezza, sopra tutte le cose condivise, sopra la nostra storia, sopra gli anni passati insieme anche a discutere, sopra tutte le gioie le vittorie e le sconfitte. Sopra tutte le cadute, sopra i lividi sopra le risate. Sopra l’impegno, la crescita, il percorso lento e costante dove niente è stato regalato: nessun frutto caduto da nessun albero. Tutti alberi piantati, uno dopo l’altro e poi curati bagnati protetti con ostinazione, con fiducia, entusiasmo e qualche volta con stanchezza,
Una carezza sopra tutte le risposte a tutte le chiamate: mai una “chiamata senza risposta” sui nostri telefoni che fossimo in riunione in vacanza in conferenza in famiglia o sulla luna.

Una carezza sopra quel dolore, dentro quel vuoto che conosco, una carezza ricevuta tanto tempo fa, custodita, protetta, accudita e restituita oggi.
Ci sono persone che riescono a dare vita a carezze come queste, e con queste carezze è possibile aiutarsi a vivere la vita. Questa carezza comprende Lucia che non è là dove l’hai lasciata, ma è proprio là, dove non l’hai lasciata.

Ho scritto qui perchè tu non leggi Controluce.
E poi perchè Lucia è da Controluce. Perchè? Perchè ci vogliono occhi speciali e un’anima speciale per leggere dentro la sagoma, dentro la figura in Controluce.

(foto: celeste)
http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/

COMETE E LAMPI

 (foto Celeste)

C’è chitarra, blues, jazz.
Voce, sussurro, poesia. Tango, lente ballate, filastrocche.
E’ musica che non sgomita per arrivare.
Gianmaria Testa, italiano, cantautore-ferroviere di Cuneo, è uno che riesce, oggi, a fare un disco politico, cantare il dolore di popoli che migrano sfidando mari e deserti, la disperazione che spinge.
O a parlare d’amore e di dolcezza in modo semplice ma mai banale, mai scontato, mai lirico.
La finezza dei suoi testi, la sua musica, i musicisti che accompagnano le sue parole e la sua voce profonda, magica, sono una mescolanza di sensazioni che avvolgono e abbracciano e scaldano. Seducono.
Da centellinare, con un bicchiere di rosso in mano magari quando fuori piove.
Le parole si attorcigliano alla musica melodica, classica, si avvinghiano e si fondono e danno origine ad una magia che scalda e arriva dentro.
Quasi come una coccola, come quell’abbraccio che manca, quella passeggiata senza fretta che non sappiamo o che non vogliamo più fare. Quello stare a guardare quel lago calmo, che sa di alghe, sotto la luna bianca, mentre il sonno aspetta,  dentro la stanza con la tendina di pizzo che protegge il misterioso dialogo tra due persone e le stelle.
Sanno di buono le canzoni di Gianmaria, come alcune cose antiche, come un tramonto, come un pizzo inamidato, una credenza, un giocattolo di legno. Come il sapone di Marsiglia, l’acqua di colonia.
Sanno di terra, di ferro, di attesa. Quell’attesa cui non siamo più abituati. Sanno di vendemmia, di viaggiatori, di emigranti, e delle piccole cose belle.
Sanno di strade bagnate di pioggia, di campi coltivati, di pianure, di sole e di fumo, di città cresciute in braccio alle campagne, alle marcite, alle langhe che stupite sono state a guardare, in ciabatte e grembiule mentre nei campi di grano crescevano le fabbriche e arrivava la gente da fuori.
Sanno di occhi che non sanno più guardare, di orecchie che non sanno più ascoltare, sanno di silenzi che non sappiamo più fare, di cieli e di lune che non riusciamo più ad amare. Sanno di favole che non sappiamo raccontare, di verità che non sappiamo confessare, di rimpianti dei giorni in cui sapevamo giocare. Di appuntamenti e di cuori che non sentiamo più ansimare.
.

Faccia attenzione signore
c’é una luna che cade stasera
e ci potrebbe colpire
o quantomeno scavare una buca profonda
così larga e profonda
da non poterci passare
Se alza gli occhi signore
fra una nuvola e l’altra
sotto l’ultima stella del carro
si dovrebbe vedere
che si stacca dal nero di pece
e veloce incomincia a cadere
E se restiamo in silenzio, fra poco
dovremmo sentirne il rumore
sul frastuono di passi e vetrine
come un lungo richiamo
il rumore

Lei sorride signore
ma io certe notti ne ho viste anche cinque
di lune cadere
scintillanti più dei fuochi d’agosto
sradicare foreste
o ribollire nel mare
e di altre ancora ho sentito soltanto parlare
da gente distratta alle cose di sempre
ma molto più attenta alle cose del cielo di me

Lei capisce signore
una luna che cade
non é un fatto da potersi tacere
che trasforma una notte qualunque in un sogno
e in un grido
questo nostro parlare
se soltanto mi stesse a sentire
se soltanto un minuto
senza chiudere gli occhi
rimanesse anche lei qui con me, adesso a guardare

Perché c’é una luna che cade stasera
attenzione signore ci potrebbe colpire
o quantomeno scavare una buca profonda
ma così larga e profonda
da non poterla
da soli
passare
.

Gianmaria Testa, Comete – da Lampo.
Video  già pubblicato, tempo fa in Controluce . Brano che è bello leggere: le canzoni di Gianmaria sono belle anche solo da leggere perchè c’è sempre qualcosa dentro. Non è la melodia a rendere belle le sue canzoni, sono parole e musica insieme, ma parole e musica possono essere lette ovvero ascoltate da sole.
.

Il brano del video che segue è Lampo. Dedicato a tutti quelli per cui un attimo è importante, a quelli che credono che sia meglio un istante di tanto che un secolo di poco. A quelli che cercano, a quelli che non si siedono. A quelli che rischiano che provano che sanno che  ci può essere la Vita dentro un attimo come una vita senza un Attimo. A tutti quelli che credono che pensare sia importante quanto respirare. A quelli che hanno poche certezze e tanti dubbi compreso quello che forse è tutto un gioco.
A quelli cui non basta leggere non basta capire non basta sapere perchè occorre senitre. A quelli che sanno sognare un sogno e poi stringerlo, pretenderlo, viverlo. A quelli che ci credono.
A quelli che non mollano a quelli che restano quando è tempo di restare e a quelli che sanno andare quando è ora di andare.  A quelli che sanno lasciare quando è tempo di lasciare.
A quelli che sanno che quasi tutte le cose sono cose e basta ma che ci sono cose che sono importanti.  A quelli che navigano vicino alle stelle perchè sanno che è luce che si può toccare e non importa se può bruciare perchè dentro ci può essere l’Attimo. A quelli che conoscono l’importanza dei dettagli a quelli che sanno che un dettaglio cambia tutto, anche il senso della vita.
A quelli per cui non basta un sorriso quando è solo denti in bella mostra: a quelli che dento il sorriso ci devono trovare il cuore e qualcosa che somigli al Vero. A quelli che sanno che amare si può fare senza usare, senza sciupare, senza logorare.
A quelli che sanno abbassare la testa, e a quelli che sanno alzare la testa. A quelli che cadono senza che sia sempre colpa del mondo.
A quelli che sanno tornare, che sanno consegnare un’emozione, a quelli che sanno piangere e lo sanno raccontare.  A quelli che sanno salutare, a quelli che sanno che forse sarà domani il tempo più giusto per tornare.  
 

 

RISERVATO/PERSONALE


A Ulisse, Bovaro del Bernese, 30.03.2010

Ciao.
Siamo simili tu ed io, quasi uguali.
Non ci conosciamo .. no, non personalmente ma ho saputo di te.
Conosco questo posto, Controluce mi pare si chiami e so che qualche volta allungando il tuo naso fin sopra la scrivania di quel tizio che abita con te, lo hai conosciuto anche te  (lo chiamano blog .. mah!! ).
Comunque sia so che in questo  momento sei un po' in difficoltà e allora sono passato per lasciarti i miei auguri.
Gli umani direbbero "in bocca al lupo"…. ma diciamolo,  da cane a cane: si potrà mai dire una cosa del genere a uno come noi?   Ba!
Guarisci presto. Sei un grande! Basta vederti in foto per capirlo. 
Ciao anzi bau !!

Grazie Celeste per questo spazio. Pago in crocchette eh!
E grazie anche per non lasciare spazio ai commenti. I commentatori possono commentare sul … come lo chiami te? Post… Ecco, i commentatori commentino i post precedenti!  Bauuuuu

Le mille e una cosa …

E Dio mi fece donna,
con lunghi capelli,
gli occhi, il naso
e la bocca da donna
Con rotondità e peli
e dolci cavità;
mi scavò dall’interno
e fece di me
lo studio degli esseri umani.

Lui tesse delicatamente i miei nervi,
Equilibrò con cura
il numero dei miei ormoni,
Compose il mio sangue
e me l’iniettò
perché irrigasse
tutto il mio corpo.
Così nacquero le idee,
i sogni e l’istinto.

Creò il tutto
con grandi colpi di fiato
scolpendo con amore
le mille e una cosa
che mi fanno donna ogni giorno
e per le quali con orgoglio
mi alzo ogni mattina
e benedico il mio sesso.

(Gioconda Belli  –  Poetessa nicaraguese)


Grazie E. per avermi fatto conoscere questa Poesia: è una delle cose più belle che io abbia mai letto. Delicata forte .. in una sola parola: Bella.  Grazie per i brividi e anche di essere nei miei giorni.

immagine: Domenico Purificato, Volto di donna.  fonte http://www.pinacotecamarsala.it/c_15.html

LIEVITA’

Basta ricordare che siamo fatti di acqua calda, che siamo soffici, liquidi ed elastici.

L’abbandono è uno stato difficile a cui non siamo più abituati, perché siamo ossessionati dal controllo a tutti costi dei particolari.

L’abbandono invece è partecipazione alla pienezza, una forma di consapevolezza.
Come dire: è così chiassosa la storia, nell’infinito silenzio universale, che è inutile aggiungere altro rumore.

Dunque è un prendere atto di esistere, di possedere braccia, dita e talento non nostri, di essere in possesso di un’identità che ci è data, così come tutto in noi e attorno a noi ci è donato, ci avanza, trabocca le nostre aspettative: nulla ci appartiene.

Allora ecco risvegliarsi in noi l’infantile stupore per ogni cosa, sempre nuova, sempre provvisoria. L’abbandono è una costante primavera, dove tutto continuamente nasce.

Inizia dal respiro profondo, lento e sentito come la cosa momentaneamente più importante, come un movimento ampio e complesso, non più involontario, cui segue la perdita dell’espressione facciale, o meglio l’importanza che essa riveste per noi, e questo è davvero difficile: smettere di sentirci immagine esposta al giudizio degli altri, per tornare al valore della nostra unicità.

E’ vero, con l’abbandono si sperimenta un piccolo miracolo … il prodigio di lasciar vivere i fiori che ci circondano, di sentire di non aver più paura di nessuno, perché anche la nostra presenza è dono; il miracolo di essere vivi e leggeri.

(Giovanni Allevi – L’Abbandono)

DISSOLVENZE


Tempo
di calma di silenzi di ascolti di attese di passi lenti di carezze di unguenti di sentire di fermarsi ad annusare di passeggiate di pelle di ritmi lenti  prolungati di respiri profondi di sonni lievi di sogni umidi pensieri sussurrati  non pensati di balsamo di carezze sfiorate liquide luci soffuse da centellinare dentro cristalli da toccare senza urgenze di arrivare di note basse di lenti divenire di odore di mughetti di spalle nude di pelle ancora chiara da coprire quando è sera di proteggere salvare  di segreti in cui alitare di sabbia da gettare sopra orme di fantasmi da lasciare di luna chiara signora bianca di notti da respirare di non parlare di andare camminare scivolare. Tempo di sentire.

(foto: celeste)

GOCCE



 (Opera di  Aurora©, diritti riservati)


Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge,
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

(P. Neruda)

E’ stata per anni appesa nella mia stanza di ragazza, questa poesia, ed è da tutta la vita appesa nel mio cuore, attaccata alla mia consapevolezza come una patella sullo scoglio.

C’è chi vive di emozioni, chi vive solo di testa e si vede. La Bellezza è qualcosa che si vede sul viso; alcuni visi pulsano di sorrisi che nascono dal di dentro, altri sono disegnati con il pennarello come quelli del clown.

Chi vive di ragioni evita l’emozione; ha paura di restarne intrappolato, come una mosca nella tela del ragno.  E probabilmente non si accorge.
Vuole prevenire (è meglio che curare no?) e prevenendo limita, o per meglio dire crede di limitare i rischi, crede di esercitare in controllo sulle "cose".
Con il tempo si incupisce, si uccide, muore attraverso il suicidio della propria fantasia, della propria pancia, della creatività, della libertà di essere e di viversi, di sentirsi, di amarsi.

Nella sfera passionale tutto invece è imprevedibile … 
Non c’è membrana a proteggere l’ambiente asettico interiore, si è indifesi, esposti alle intemperie, al dolore, alla delusione, alla sofferenza. O se c’è, è una placenta sottile, magari fallata e fa passare le Grandi Emozioni, quelle piu’ pure in grado di bucarla. E il di dentro si contamina, si inquina magari di amore, di luce, di felicità, di specialità. Ma anche di altro….
Perchè si sa, l’emozione non è soltanto gioia, non è solo innamorarsi, provare piacere, godere delle cose, di un tramonto, di un alba, della vita, di un momento di profonda condivisione e cosi’ via ma è anche dolore, sofferenza, confronto, freddo, delusione, solitudine…  quella vera..  (la lacrima sul viso nascosta dal cerone e dal sorriso disegnato con il pennarello).

L’ho pubblicata perchè sto facendo ordine tra le mie carte, ed è comparsa la stessa pagina che stava appesa tra le mie cose da ragazza. La poesia in sè non l’ho mai dimenticata, la ricordo spesso, la leggo spesso: è scritta da qualche parte dentro di me, con quelle lettere che non sbiadiscono con il tempo, un tatuaggio diverso da quello fatto con l’hennè.

Penso che si possa morire davvero, goccia a goccia, così lentamente da non accorgersene nemmeno.
Abbiamo una vita. Lunga o breve non lo sappiamo; il futuro potrebbe essere privo di luce… non si sa, ma di certo  privo di luce è ogni attimo non colto. Le famose perle ai famosi porci.  Scelte.
Difficili spesso, e non si nasce con il libretto di istruzioni mannaggia.

Penso a questa poesia quando guardo un cielo stellato, quando sento il gelo sulla faccia, quando decido di camminare sotto la pioggia senza ombrello. Quando piango per qualcuno che ho perduto, quando mi manca qualcuno che amo, quando qualcuno rinuncia a un volo condiviso. Quando non sento più il calore di chi c’era ma anche quando io non riesco più a scaldare,  incapace di raggiungere il cuore perchè non so scalfire la scatola stagna che lo contiene.

La penso quando sogno un balcone sotto le stelle e sopra la neve che brilla grazie alla luna. La ricordo quando i miei rimpianti rubano il sonno delle mie notti e avvolgono come un mantello la luce del presente.

Ma la penso anche quando qualcuno ritorna, quando qualcuno ti scalda il cuore con una lettera, un appuntamento, un messaggio e senti che non ti ha dimenticata e che le emozioni non si sono dissolte come fumo nel cielo.
  
E poi ogni volta che sento la certezza che qualcosa era stato vero, tanto da sopravvivere al logorio del Tempo, alle banalità dei giorni, al vuoto, e poi al buio e al freddo dei deserti dell’anima.

(L’artista dell’opera sotto il titolo ha 6 anni, una buona pancia, una buona testa e una fantastica zia)

CONTROSENSO




CONTROLUCE
e in direzione ostinata e contraria
 

A volte è ControLuce e a volte è LuceContro
A volte è Contro e basta: 
ControCorrente ControMano ControVento

A volte è lotta ControTutti i Mulini
A volte sono solo testate ControTutti i pali
Qualche volta è Amore Contro i Muri

A volte sono i Pro più dei Contro a Controllare
A volte i Contro sono troppo Controllati (anche dai Pro).

A volte è ControProducente
posare in ControLuce così come lo è postare in Controluce

A volte è Controindicato Controllarsi in Controluce come altrove.
Perchè a volte è troppa Luce Contro
(Spesso ne basta una anche una piccolina).

A volte c’è bisogno del Contrario per capire il Tutto
perfino perchè spesso piove ControVento.

Ma spesso occorre correre Contromano per evitare la LuceContro.
Qualche volta invece occorre fermarsi e aspettare che passi il VentoContro.

(ControSenso scritto direttamente qui,  in Controluce senza Controllo e senza Luce,  in una sera in cui tutto è Contro:  ControCuore ControTesta ControPelle).

19 NOVEMBRE

Era pubblicato ieri, 19.  Per un pasticcio ho dovuto rimuoverlo. Rieccolo.  La voce è quella splendida, calda dolce matura calma profonda di Gianmaria Testa.

TEMPO DI MIMI’

Non uso spesso pubblicare canzoni o poesie: esistono i siti appositi, per questo. Un blog è un blog, terra di confronto, invito alla riflessione, scambio. Non può essere altro. Tuttavia succede che io abbia voglia di farlo specie in un determinato momento, con  qualcosa che sento mio,  oppure è particolarmente in sintonia con il mio Tempo.


Come “Mimi sarà” di Francesco de Gregori, che mi piace tanto dalla voce di Mia Martini.
http://www.youtube.com/watch?v=3dvQkYIM540.


E’ qualcosa che mi somiglia, che sento, che “buca” creando uno scorcio tra il mio di fuori e il  mio di dentro.

IN REALTA’
c’è qualcosa di cui vorrei scrivere, e da parecchio tempo, ma ci va il Tempo e poi le corde giuste. Ci vuole una dose di anima per parlare di eroi che non finiscono sui libri di Storia, che la storia stessa dimentica, e che pochissimi conoscono (me compresa).
 
Quotidiani eroi invisibili, vestiti di troppo freddo o di troppo caldo. Persone che vivono troppo “dietro” il palcoscenico per essere viste; esistenze che scivolano senza che nessuno le abbia notate, apprezzate. Nessuno ha stretto loro la mano, nessuno si è avvicinato troppo, credo (specie le Signore e i Signori benvestiti).
 
Vite silenziose e immobili, paradossalmente,  perchè è (anche) grazie a loro che il mondo si è mosso. Scivolando sulle loro vite, sul loro sudore, sul loro dolore, sulle distanze tra loro e i loro affetti, parti di mondo si sono incontrate, scambiate, conosciute. Molte vite si sono incrociate, unite, incollate.  Eroi senza storia, dunque, che però la storia l’hanno fatta eccome.

Ci vuole documentazione, conoscenza e cuore. 
Ci vuole inoltre il contributo di Qualcuno che non so esattamente dove sia, adesso.
E poi la capacità di trarne l’essenza, se si vuole evitare di offrire qualcosa di annacquato, diluito nella banalità incolore e insapore tipica di chi scrive qualcosa “tanto per scrivere”.
 
Ci vogliono sintonie, accordi, musica, specie quando manca la conoscenza profonda, quando sono  ancora solo fascino e curiosità a motivare la voglia di capire e di  approfondire qualcosa di appena respirato ma che invita a entrarci dentro.
Alcuni pensieri diventano scritti vibrando sul filo di emozioni che arrivano a ondate, nel momento in cui devono. Inutile cercare quel momento. Può arrivare in treno, in una sala d’attesa, in fila alle poste.
 
Altri invece iniziano a respirare mentre si chiacchiera con “Qualcuno” che ci accompagna “dentro” prendendoci la mano e facendoci  intravvedere qualcosa che poi si scopre straordinariamente affascinante tanto da volerlo conoscere, condividere e a volte anche amare, magari insieme.
  
Ma adesso non è quel tempo. E allora … lascio qui le parole di “Mimì”.  Sorrido e penso che il testo somiglia anche a lei, alla  Mia Martini / Mimì.  Mi è piaciuta  sempre:  discreta, sorridente, con un fascino delicato, elegante, sobrio, quindi naturale, innato. Una Donna, una Signora, insomma. Qualcosa di raro, ahinoi.

Sarà che tutta la vita è una strada con molti tornanti,
e che i cani ci girano intorno con le bocche fumanti,
che se provano noia o tristezza o dolore o amore non so.
Sarà che un giorno si presenta l’inverno e ti piega i ginocchi,
e tu ti affacci da dietro quei vetri che sono i tuoi occhi,
e non vedi più niente, e più niente ti vede e più niente ti tocca.

Sarà che io col mio ago ci attacco la sera alla notte,
e nella vita ne ho viste e ne ho prese e ne ho date di botte,
che nemmeno mi fanno più male e nemmeno mi bruciano più.
Dentro al mio cuore di muro e metallo dentro la mia cassaforte,
dentro la mia collezione di amori con le gambe corte,
ed ognuno c’ha un numero e sopra ognuno una croce,
ma va bene lo stesso, va bene così. 
Chiamatemi Mimì
 
Per i miei occhi neri e i capelli e i miei neri pensieri,
c’è Mimì che cammina sul ponte per mano alla figlia e che guardano giù. Per la vita che ho avuto e la vita che ho dato, per i miei occhiali neri,
per spiegare alla figlia che domani va meglio, che vedrai, cambierà.
Come passa quest’acqua di fiume che sembra che è ferma,
ma hai voglia se va, come Mimì che cammina per mano alla figlia, chissà dove va.
Sarà che tutta la vita è una strada e la vedi tornare,

come la lacrime tornano agli occhi e ti fanno più male,
e nessuno ti vede, e nessuno ti vuole per quello che sei.
Sarà che i cani stanotte alla porta li sento abbaiare,
sarà che sopra al tuo cuore c’è scritto “Vietato passare”,
il tuo amore è un segreto, il tuo cuore è un divieto,
personale al completo, e va bene così.
Chiamatemi Mimì.

COSA

 chieragaber

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Cosa di prova in un giorno normale

cosa si prova di nuovo ogni risveglio

cosa si prova quando stiamo male

quando si soffre per un piccolo dettaglio.

 

Cosa si prova in tutte quelle ore in cui nulla può accadere.

 

Cosa si prova quando c’è un’amicizia vera

e poi si beve insieme e sei anche contento

ma senza impegno e finché dura

con la disinvoltura di vivere al momento.

 

Cosa si prova in tutte quelle ore in cui nulla può accadere.

 

Non resta che il sapore di un’immagine stordita

a volte allegro a volte doloroso
ma senza la memoria accade che la vita
è come un libro che si sfoglia a caso.

 

Ma che si prova se senti nascere

come da un’altra vita un’energia sconosciuta

se ritrovi il gusto di un gesto semplice

che lasci un segno

ti sembra che la vita sia possibile

ma forse è un sogno.

 

Cosa si prova ad accarezzare i suoi capelli biondi

cosa si prova a guardare i suoi fianchi ore e ore

cosa si prova appena dopo litigi furibondi

a rinnamorarsi e poi a stufarsi per un raffreddore.

 

Cosa si prova, cosa viene in mente a non provare niente.

 

Cosa si prova se in due si vive meglio

e ci si sposa, magari in primavera

cosa si prova se all’improvviso nasce un figlio

senza capire il senso di una famiglia vera.

 

Cosa si prova, cosa viene in mente a non provare niente.

 

Mi resta solo un po’ di nostalgia di tutto quel che perdo

le cose buone e le persone care

migliaia di frammenti e dietro ogni ricordo

ti resta solo un vago ricordare.

 

Ma che si prova se senti nascere

come da un’altra vita un’energia sconosciuta

se ritrovi il gusto di appartenere al mondo intero

ti sembra di sfiorare l’impossibile

e forse è vero.

(Cosa si prova – Gaber – Luporini – 1987)

DI PASSATE STELLE

.
.
Passava molte ore, la sera, sul balcone di casa a guardare le stelle.
Aveva un atlante (Enciclopedia Minerva, ricorda bene, copertina di tessuto grigio azzurro): dietro le copertina anteriore e posteriore c’era la mappa del cielo e le costellazioni principali.
Lo apriva, lo guardava e cercava le stesse geometrie nel cielo. I pipistrelli volando, a volte la sfioravano quasi: aveva un po’ paura perchè allora credeva che potessero appiccicarsi ai capelli e restarvi intrappolati.Le notti erano buie, allora, o illuminate dalla sola luna; giù, sul prato svolazzavano le lucciole. Decine, centinaia di lucciole in una danza apparentemente disordinata.Era il momento che preferiva: un momento soltanto suo, di buio e silenzio.
Ogni tanto prendeva il cannocchiale di suo padre e guardava la luna.
Era un cannocchiale e niente più; allora le sembrava fosse piuttosto potente, ora non saprebbe dirlo. Era pesante, questo sì,  e doveva appoggiarlo alla ringhiera perchè non si muovessero le immagini.Qualche volta scendeva in giardino e si sdraiava sul prato: le stelle, tantissime, sembrava le piombassero addosso e quella sensazione le dava un senso di appartenenza e riusciva, soltanto li’, a respirare davvero.

A volte rientrava in soggiorno a prendere un plaid dal divano per coprirsi le spalle.
Desiderava sempre che non venisse mai il giorno perchè nella notte si nascondevano tutte le cose, si chetava la tristezza e soprattutto si poteva sognare.

La notte era un balsamo che leniva tutto, forse per via del silenzio che portava con sè. Taceva il mondo intero e si acuivano le voci di dentro: speranze, desideri, fiducia.
L’Universo respirava dentro la notte e finalmente lo si poteva udire.

Pensava spesso a come sarebbe stata da grande, alle cose che avrebbe fatto, all’amore che avrebbe incontrato e a quando avrebbe potuto decidere.
C’era Tempo, c’era tanto Tempo allora e tra le stelle leggeva la promessa del riscatto di un’adolescenza pesante, che sembrava non dovesse finire mai.

In quel tempo  vi fu il primo sangue e anche il primo amore, quello solo sognato: era biondo, con gli occhi celesti. Poi un altro che fu speciale, una bella storia, ma troppo verde per essere l’Amore; infatti finì quando diventò prigione.

Nel frattempo le stelle del cielo sopra il suo balcone sbiadivano, perchè era questo il destino.  Le lucciole non c’erano quasi più.
C’era sempre il prato, nella casa di suo padre, lo ricordava spesso, bagnato di rugiada, brillante come se fossero piovuti piccoli cristalli, mentre la sua pelle percepiva già le vibrazioni di un futuro che si avvicinava veloce e secco, arido, pieno di vento e povero di nuvole. Sapeva di deserto e di sabbia, quel futuro annunciato dall’odore di ogni alba che nasceva spegnendo tutte le stelle.

Poco tempo dopo infatti  le stelle smisero del tutto di parlarle e la notte non fu più tanto scura. Ripose il cannocchiale per sempre (lo ritrovò molti anni dopo, quando vendette la casa di suo padre).
Le restavano i libri, il letto accogliente e avvolgente la sera, e le parole scritte: era questo il rifugio, la casa. Le  stelle non c’erano ormai da tempo e quelle sopra la casa non le rivide mai più.
Ne vide altre più avanti nel tempo, ma erano cambiate per sempre, come erano cambiati i pensieri, il corpo e tutte le cose.

La pelle cominciava a bruciare e a desiderare la pioggia che non arrivò. Scordò le stelle nelle tempeste di sabbia. Dimenticò la luna che era stata bianca, gialla, arancione a volte: a volte enorme, maestosa (poteva perfino cadere). 

( ….. da lassù regola i giorni, il  sangue, e il sonno. Sorella, complice, amica, colora di rosso le vesti di donna, rende accoglienti i fianchi e disegna la curva dei seni quando è Tempo. Mistero sottile, intrigante. Bagnato, delicato. Potente).

Non mi ha detto altro. Solo che adesso ascolta di più , ma anche di meno e che qualche volta sta male. Che  Andrea sta sul ponte da sempre  e che c’è una donna sopra un ponte diverso, un ponte mai terminato: ha gli occhi azzurri  e si avvicina ogni giorno di un passo: regge in una mano un involucro forse pieno di Tempo.  Nell’altra un perdono, coperto di polvere.
Mi ha detto più volte che accadono cose che sono come domande e che passa un minuto oppure un anno e poi la vita risponde.
E che alcuni guardano le stelle dalle stesse paludi in cui altri stanno soltanto a galla.
Che volte basta una voce, a volte un silenzio.
A volte basta soltanto disegnare una scatola e avere la voglia di metterci dentro qualcosa. Una pecora, forse, come il Piccolo Principe. O magari le stelle, le  nuvole. La luna.

Non c’è disaccordo nel cielo

Né nuvole gonfie o mistero né pacchi né stupri né soglie né stanze svuotate d’addio. Solo tutte le lacrime avute quando siamo stati migliori  e la grazia e l’oscuro segreto ci scrosta nell’oscurità . A volte non vedo nel cielo  che nuvole gonfie e mistero e salendo nel vapore leggero  altro non vedo e non so.

Né anime bianche né salmi  che cantino gloria con noi né vecchi compagni né amanti  che dividano il cielo con noi. Così resto solo col cielo  e altro non vedo e non so  ma se tutto è nascosto nel cielo  al cielo io ritornerò.

(V. Capossela)

C’E’ TEMPO

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Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno che hai voglia ad aspettare
un tempo sognato che viene di notte
e un altro di giorno teso
come un lino a sventolare.

C’è un tempo negato e uno segreto
un tempo distante che è roba degli altri
un momento che era meglio partire
e quella volta che noi due era meglio parlarci.

C’è un tempo perfetto per fare silenzio
guardare il passaggio del sole d’estate
e saper raccontare ai nostri bambini quando
è l’ora muta delle fate.

C’è un giorno che ci siamo perduti
come smarrire un anello in un prato
e c’era tutto un programma futuro
che non abbiamo avverato.

È tempo che sfugge, niente paura
che prima o poi ci riprende
perché c’è tempo, c’è tempo c’è tempo, c’è tempo
per questo mare infinito di gente.

Dio, è proprio tanto che piove
e da un anno non torno
da mezz’ora sono qui arruffato
dentro una sala d’aspetto
di un tram che non viene
non essere gelosa di me
della mia vita
non essere gelosa di me
non essere mai gelosa di me.

C’è un tempo d’aspetto come dicevo
qualcosa di buono che verrà
un attimo fotografato, dipinto, segnato
e quello dopo perduto via
senza nemmeno voler sapere come sarebbe stata
la sua fotografia.

C’è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l’istante in cui scocca l’unica freccia
che arriva alla volta celeste e trafigge le stelle
è un giorno che tutta la gente si tende la mano
è il medesimo istante per tutti
che sarà benedetto, io credo da molto lontano
è il tempo che è finalmente
o quando ci si capisce
un tempo in cui mi vedrai accanto a te nuovamente
mano alla mano
che buffi saremo
se non ci avranno nemmeno avvisato.

Dicono che c’è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c’era un tempo sognato
che bisognava sognare.

(ivano fossati)

DI SCRITTI … DI-VINI

VINOEPOESIA

Un giorno, un amico che apprezza il vino buono quando è buono davvero, quando il momento è quello giusto a cui dedicare un calice di buon vino (“nel bicchiere giusto, panciuto, di cristallo morbido, perchè le cose buone devono stare dentro le cose belle”) mi disse: – Sai, alcuni amici mi hanno invitato a fare un corso per conoscere il vino; tu sai che io lo amo.. Bè, ho rifiutato”. Gli chiesi come mai avesse rifiutato, e mi rispose inviandomi quanto segue.

Keating: “Ora aprite i vostri testi a pagina 21 dell’introduzione. Lei, Perry, vuole leggere il primo paragrafo dell’introduzione, intitolato: “Comprendere la Poesia?”

Perry: “Comprendere la poesia di Johnathan Evans Prichard, Professore emerito.

Per comprendere appieno la poesia, dobbiamo, innanzitutto, conoscere la metrica, la rima e le figure retoriche e poi porci due domande: uno con quanta efficacia sia stato il fine poetico e due, quanto sia importante tale fine.
La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza di una poesia, diventa una questione relativamente semplice. Se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico e la sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della poesia per misurarne la grandezza. Un sonetto di Byron può avere valori alti in verticale, ma soltanto medi in orizzontale, un sonetto di Shakespeare avrà, d’altro canto, valori molto alti in orizzontale e in verticale con un’imponente area totale, che, di conseguenza, ne rivela l’autentica grandezza.
Procedendo nella lettura di questo libro, esercitatevi in tale metodo di valutazione, crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà il vostro godimento e la comprensione della poesia”.

Da “L’attimo fuggente”.

BUIO

moonlit-forest

Arriva il buio

E come ogni volta arrivi tu

Cali sulla mia notte 

Buio più del buio

Senza contorni

Senza peso

Senza confini

Ti espandi dentro me

Ti adegui

Ai confini miei

E come un mare troppo grande

dentro un cristallo troppo piccolo

come sempre esplodi

E invadi quel buio oltre il tuo buio

dentro il quale io galleggio

trasportata dal buio della notte

e dal tuo buio senza confini

Fino a diventare io stessa buio

Mescolata al buio della notte

mescolata al tuo buio

E insieme a te divento notte

PAROLE E MUSICA E BELLEZZA

Un paio di anni fa, grazie ad un amico, conobbi Gianmaria Testa, un autore delicato, una voce dolcissima e calda. Profonda.  

Erri de Luca ha scritto la prefazione di “Altre Latitudini“. Uno scritto bellissimo che veste alla perfezione, come un abito di sartoria, la musica e le parole di Gianmaria Testa. Sono parole ricamate sulla sua voce, una lettera che aggiunge Poesia alla sua Poesia. Parole come note, Bellezza che elogia Bellezza. Canto che avvolge Canto.

La frase  Sono sillabe di pioggia, da levarsi la giacca e appoggiarla sulle spalle scoperte di una donna, una delle poche mosse sacre in dote a un uomo”.. bè… ha il sapore di quei gesti antichi e preziosi e l’odore delle cose che non conoscono Tempo.

Lettera di Erri De Luca
a Gianmaria Testa
per il suo album Altre latitudini

Per Gianmaria,
La tua voce s’arrampica a un balcone, soffia all’amato le parole da dire all’ affacciata. La tua voce è Cyrano nascosto nel giardino che insegna al maschile smemorato come bussare a un bacio di ragazza. Sono sillabe di pioggia, da levarsi la giacca e appoggiarla sulle spalle scoperte di una donna, una delle poche mosse sacre in dote a un uomo.
Le tue canzoni servono a un ragazzo per improvvisarsi uomo, servono a un uomo per tornare ragazzo. Una donna sospira : fosse vero. Finché canti è vero e poi per altri cinque minuti dura l’effetto di raccolta dei frantumi maschili ; stanno di nuovo insieme l’adulto e il rompicollo. Finché canti ecco di nuova una sagoma d’uomo nella stanza, al bavero ha messo il fiore dell’ortica, in cima alla camicia una farfalla vera. Allaccia il braccio attorno alla ragazza, accenna a un valzer, lo rigira in tango, splende la coppia, numero chiuso sigillato a musica.
Profumo di balli di una volta la tua canzone di oggi. Uomo e donna accostano gli zigomi per fingere di dirsi una parola, si odorano i capelli, accostano il respiro alla curva del collo. I balli di una volta permettevano abbracci con la scusa di una danza in pista.
Niente altro che amori, polpa scoperchiata da un coltello che scortica, sbuccia, e sotto, il frutto è bianco. Solo amori, il loro passo a due disturba, distoglie : due innamorati vanno, dietro a loro si accodano le occhiate di noi altri soldati costretti dentro i ranghi, invece di sbandare, sbottonare il colletto e darsi da correre.
Niente altro che fiori, compratene un mazzetto, portatelo sudati, trafelati, alla creatura preferita, amata.

 

Lei

 

Se ne andò così
senza una ruga sul volto
senza portarsi dietro nulla.

Sul viso affiorò un sorriso
a cancellare le contratture che disegna il dolore.
Protese le braccia verso qualcosa e andò via.

Se ne andò così anche qualcosa di me
Forse la mia parte migliore.
Forse quella parte di me che Lei non diede alla luce.

SONO

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.

Sono la polvere sui tuoi vestiti

sono la chiave perduta nel fosso

sono quel treno passato quel giorno che tu eri voltato.

 

Sono l’attesa che senti di notte

sono la pioggia che batte sui tetti

sono un fiore di ghiaccio che vive se scende la notte.

 

Sono un momento che vive e poi passa

sono favole nella memoria

sono la neve che resta sui rami, quel tanto che basta.

 

Sono una piega sul letto al mattino

sono il vento che soffia sul molo

sono il tempo che cede il suo passo se devi partire.

 

Sono una tela che avvolge il dolore

sono l’aria soffiata nel vetro

sono quel giorno passato nel vuoto, ricordo sbiadito.

 

Sono l’ombrello lasciato sul treno

sono quel disco senza memoria

sono il passato che canta lo stesso pezzetto di storia.

 

Sono la donna che non è rimasta

sono la luna lasciata sul mare

sono la sola che trova da sempre la strada più corta.

 

E sono aria che soffia sul cuore

sono il colore del sole che muore

sono l’onda che frusta la spiaggia ogni luna che torna.

ALBERI (e dintorni)

Un gelato. Cioccolato e Limone per te….  (uhmmmm).. Mah…

Cioccolato fondente e pistacchio. Per me.

L’albero. Non “un” albero.. bensì l’albero.

Un libro… Magari poesie, magari Erri de Luca…

Poi sorrisi … Niente altro…

L’odore dell’erba di primavera, il sole, il sole di maggio che non è ancora feroce.

Non morde la pelle ma l’accarezza dolcemente.

E la cose più preziosa del mondo: la calma.. Il Tempo.

Può essere (anche) questo, il “senso della vita” ?

Oh si !

.

Chiedo scusa se non è comprensibile a tutti gli eventuali visitatori..

Ma come sempre i messaggi arrivano.. a chi sa leggere..

Dove? bè.. dentro la sagoma… del controluce, no?

E dove senno' ???

.

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 foto: celeste

 

CI VA IL TEMPO

Accadono cose che sono come domande.

Passa un minuto oppure anni e poi la vita risponde.

(Alessandro Baricco, Castelli di Rabbia)

 

Chi mi conosce non ne può più di sentirmi dire / scrivere questa frase.

Ma "ci va il tempo" dice Riccardo.

E così, per avere le risposteci va il tempo.

E’ vero, RiccardoCi va il tempo..

 


 

Ci va il tempo

a sussurrare nella Valle di Fiemme,

e il vento ad accarezzare

e il sole a consolare …

L’ abete rosso che diventa violino

che diventa musica, che diventa anima…

Ci va il tempo, alla Val di Fiemme perché diventi canto la sua anima.

E ci va il tempo, per il vino, che diventa buono,

che diventa morbido.. seta liquida dentro il bicchiere…

Bicchiere di cristallo. Trasparente, puro…

Che diventa amore prima dell’amore

Tra le labbra di un uomo e di una donna davanti alla fiamma

Poco prima della danza lenta….

Quella danza che … ci va il tempo.

Ci va il tempo per il pane a lievitare.

E ci va il tempo

Per imparare quando non è più tempo di tornare.

 


 

Ci va il tempo Riccardo..  Ci va il tempo…

E a proposito di tempo, una cosa di Ivano Fossati che mi piace molto:

 

Dicono che c'è un tempo per seminare
e uno più lungo per aspettare
io dico che c'era un tempo sognato
che bisognava sognare.

 

e ancora

 

C'è un tempo bellissimo tutto sudato
una stagione ribelle
l'istante in cui scocca l'unica freccia
che arriva alla volta celeste
e trafigge le stelle..