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21 giugno

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in  greco: ΕΙΚΟΣΙ Ιούνιο

in latino: XXII Iunii

in italiano: 21 giugno

per il sole: solstizio

per mia nipote: primo giorno dopo la fine degli esami. Vacanza.

per noi: 21 giugno. Tante cose. 

Buona estate a tutti, da Celeste e Riccardo.

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CORAGGIO

“Il coraggio, uno non se lo può dare!” protestava il don Abbondio dei Promessi Sposi. Francesco Alberoni rovescia questa famosa massima rivendicando l’urgenza di un valore dimenticato e sostenendo che “il coraggio si può imparare”. Audacia e timore sono legati a doppio filo. Chi non ha paura non sarà mai capace di atti di eroismo. Proprio per questo l’ardimento non va confuso con l’inconsapevolezza o l’incoscienza. La riflessione di Alberoni si concentra su una “virtù morale e sociale” che investe tutti gli aspetti dell’esistenza: amore, amicizia, lavoro, famiglia. E quel “coraggio quotidiano” che ci permette di plasmare il nostro destino è forza d’animo, rifiuto delle ipocrisie proprie e altrui, gesto che sovverte un sistema ingiusto, ricerca di ciò che innalza. La mediocrità, l’indifferenza e la vigliaccheria sono facili: basta lasciarsi andare, nascondersi e adagiarsi nella propria nicchia. C’è invece un gran bisogno di opporsi alla cultura della comodità, del disfattismo e della codardia. Partendo dal presupposto che ogni essere umano ha una missione da scoprire e da compiere nell’arco di una vita, il coraggio va esercitato per essere fedeli a se stessi, per non farsi confondere dalla complessità del reale e, a volte, per superare se stessi.

Dal sito IBS – descrizione del libro di Francesco Alberoni

Premetto che l’intenzione non è quella di parlare di Alberoni né del suo libro. Per carità. Volevo solo parlare del coraggio. Coraggio nel senso di virtù umana, mica di eroismo. Il coraggio di essere sé stessi. Sempre.

In questo tempo, soprattutto in questo tempo – sarà l’età, saranno le delusioni – sarà quel poco che ho imparato – mi rendo conto che la cosa più coraggiosa è essere fedeli a sé stessi. Costa molto, essere fedeli a sé stessi. Si paga in vari modi,  soprattutto con una certa solitudine. Che nell’età verde può costituire un dramma, ma nella maturità no. Perché serve altro. Il tempo è un ottimo distillatore. Serve “poco ma buono” in tutto. Dalle cose alle relazioni. Quindi la solitudine, una certa solitudine, fa meno paura anche a chi l’ha temuta in primavera.

Il coraggio … quel coraggio, quello che ti permette di dare una svolta alla tua vita, che magari non è nemmeno tanto male, che magari con qualche compromesso di qua qualche altro di là, il famoso colpo al cerchio e alla botte, ti fa “andare avanti”, è quello che ti dice NO non mi accontento, no sto bene, non mi piace. Ecc.. quello lì. Quello che ti permette di cercare, cercare altro e oltre, e che ti fa assumere le responsabilità e il dolore del cambiamento. Non è quasi mai molto comodo cambiare: meglio restare nel luogo sicuro, magari non tanto felice, ma sicuro. E non si pensa mai abbastanza che il “sicuro” semplicemente … non esiste. E’ presuntuoso pensarlo, perfino quando ci sono buone ragioni di sentirsi “al sicuro”. E’ sempre, ma proprio sempre tutto appeso ad un filo. Prima cosa fra tutte l’esistenza stessa.  A volte mi soffermo a pensare cosa maggiormente auguro a mia nipote. Auguro questo: il Coraggio. Il coraggio di cambiare, di non accontentarsi, il coraggio di pretendere di essere felice. Il coraggio di cercare sé stessa prima di tutto. Di capire cosa vuole e poi di cercarlo, senza smettere di farlo nemmeno quando dopo tutto c’è calduccio, dopo tutto c’è un tetto, dopo tutto c’è un amore, dopo tutto c’è un lavoro. Ecco, ragazzina il mio augurio. Rimorsi ma non rimpianti. La forza, il coraggio di voltare pagina, di lasciarti alle spalle ciò che non vuoi, che non ti somiglia,che non ami, che non ti fa stare bene.  Il coraggio di dire NO soprattutto se significa dire SI a qualcun altro. Il coraggio di riempire valigie e partire, pretendere, spiegare le vele anche se non c’è terra sicura. Non ti sto augurando l’incoscienza, la sfrontatezza, la sconsideratezza. Queste sono cose differenti.. Ti auguro di non adagiarti mai nella tua nicchia anche se comoda ma non è felice. Potrebbe rovesciarsi in un baleno. Costruisci la tua, con le tue mani, e facci entrare solo chi avrà …. coraggio. Chi chiederà di entrare perchè lo sceglierà, perchè sceglierà te. Che non sei un’alternativa ma una scelta. Una scelta coraggiosa, se anche tu sarai coraggiosa… Perchè ci vuole coraggio anche per amare chi ha coraggio.

Pensa con la tua testa. Segui il tuo intuito, il tuo cuore, la tua testa. Non badare alle opinioni degli altri, non essere mai prigioniera di niente e di nessuno. Non permettere mai che quella vocina che ti sussurra e spesso grida dentro sia messa a tacere dal mondo, dalle convenzioni, dalle aspettative degli altri, dalle mode, dal “ciò che è meglio” ma nemmeno da ciò che sembra “sicuro” ma che però non ti piace. Non barattare mai alcuna “certezza” con un paio di ali.  

VALORI E DOMANDE

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Tutto vale

Io credo che una foglia d’erba 
non valga affatto meno della quotidiana fatica delle stelle.
E la formica è ugualmente perfetta, come un granello di sabbia,
come l’uovo di uno scricciolo,
E la piccola rana è un capolavoro pari a quelli più famosi,
E il rovo rampicante potrebbe ornare i balconi del cielo.
E la giuntura più piccola della mia mano qualsiasi meccanismo può deridere.

(Walt Whitman)

La “quotidiana fatica delle stelle”. Bello, no?  Questa mattina mi sono svegliata molto presto, verso le cinque. Riflettevo, dentro al letto, proprio sui valori. Sono partita, non so come mai, dall’aurora boreale, quel meraviglioso evento che ho visto solo in video. Ho letto tempo fa, da qualche parte,  (ma non ho “studiato”) che una barriera  garantisce alla terra di non essere distrutta dalle radiazioni. Insomma c’è uno schermo protettivo che tiene sotto controllo le radiazioni in modo da preservare la vita sulla terra. Eeeeeee  (adesso mi incarto di sicuro ma abbiate pazienza) particelle atomi e quant’altro, bombardando qua’ e là danno origine allo spettacolo, appunto, dell’Aurora Boreale. Il mio pensiero era rivolto alla protezione. A questo sistema di protezione perché su questo pianeta possa continuare la vita. Ecco. Straordinario, no? Ingegnoso. Meraviglioso. Il domandone one one ovviamente è: chi ha pensato tutto questo? Ma noi non ci addentriamo in questo campo per l’amor del cielo.. non ne usciremmo vivi.

Ma il domandone one one numero 2 (la mia riflessione one one di stamattina ore 5) è: esiste uno schermo che protegge la terra dalle radiazioni, quindi la vita sulla terra ecc ecc, allora perché sulla terra un animale sopravvive grazie al sacrificio di un altro animale? Contraddizione, paradosso, perversione.  Crudeltà. Io adoro i documentari, mi piace molto vedere i luoghi meravigliosi di questo pianeta e di altri: cambio canale quando mi impantano in alcuni che sanno di .. dolore. E ogni volta mi pongo questa domanda: PERCHE’?  Questa Legge che boh.. viene definita “perfetta” che “regola” tutto quanto: specie, sopravvivenza, adattamento, evoluzione, distribuzione, selezione.. Numeri, in una parola “numeri” a me tanto perfetta  non mi pare proprio.  Mi viene in mente il  corollario di Murphy – punto 10.

Tornando al domandone one one numero uno e trasgredendo, ma solo per un attimo allamordelcielo-nonneusciamovivi, pensavo, stamattina alle 5 – anche stamattina alle 5 – che a me riesce difficile immaginare un Creatore buono che abbia deciso che migliaia di  animali ogni istante per migliaia di anni si debbano divorare l’un l’altro, che ogni istante chissà quanti animali crepano di crepacuore per sfuggire al predatore, predatori che a loro volta sfuggono a predatori. Quanti cuccioli orfani. Quanti dilaniati agonizzanti. Soli. Perchè l’afflizione di tanta sofferenza? Qual è il fine, se c’è un fine? C’è una Giustizia?  

Un poeta inglese, Alfred Edward Housman scrisse “Perchè la Natura, la Natura senza cuore e senza ragione nulla sente e nulla sa”. Proprio come Murphy, dico io, Corollario, punto 10. 

Quelle meravigliose parole all’inizio del post perdono potenza davanti alla forza della Natura, alla sua.. furia, alle sue Leggi, alla sua indifferenza.  Sono piccolini, impotenti, i fili d’erba e le uova di scricciolo, e quanto vale il capolavoro che è una piccola rana. E le loro fatiche? E la giuntura della mia mano. E perfino le stelle. 

Per farmi perdonare per questo post doloroso, propongo questo filmato. Meraviglioso. La Natura non credo lo sappia. Essa è indifferente a tutto. Domani mattina alle 5 vedrò di dormire. Me lo dico da sola: ma perchè non dormi di mattina alle cinque? Ecco il video. 

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foto NASA: l’aurora boreale vista dallo spazio.

PROFEZIE PER NULLA .. FALLACI

e83219aa5fda3a9eccf4306fb1d69089(liberoquotidiano.it) – “Parigi è persa: qui l’odio per gli infedeli, è sovrano e gli imam vogliono sovvertire le leggi laiche in favore della sharia”. È una delle “profezie” più inquietanti e apocalittiche, di Oriana Fallaci. Subito dopo le nuove stragi a Parigi, su Facebook in molti hanno condiviso i passaggi più duri di alcuni tra i libri e i discorsi della giornalista toscana, fiera oppositrice (controcorrente) dell’Islam e delle sue pulsioni fanatiche e radicali, soprattutto dopo l’11 settembre 2001.

“Islam contro ragione” – “Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione. E contro Ragione anche sperare che l’incendio si spenga da sé grazie a un temporale o a un miracolo della Madonna”.

Il Corano e i cani infedeli – “Il Corano non mia zia Carolina che ci chiama «cani infedeli» cioè esseri inferiori poi dice che i cani infedeli puzzano come le scimmie e i cammelli e i maiali. È il Corano non mia zia Carolina che umilia le donne e predica la Guerra Santa, la Jihad. Leggetelo bene, quel «Mein Kampf», e qualunque sia la versione ne ricaverete le stesse conclusioni: tutto il male che i figli di Allah compiono contro di noi e contro sé stessi viene da quel libro. È scritto in quel libro”.
La rabbia e l’orgoglio

La Guerra Santa – “Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente cioè d’apparire razzisti (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri”.

MIOPIE ISTITUZIONALI

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Una riflessione sulla mancanza di attenzione e di cura da parte delle Istituzioni. Avevo annunciato qualcosa settimane fa ma poi sono accadute molte cose. Ecco la storia. Arriva da Carola.

Suo figlio Luca, a metà percorso delle scuole superiori decide di mollare. Non ce la fa, non ne ha più voglia, non gli interessa più. Dopo la normale insistenza della mamma (il padre non c’è) e dopo estenuanti inviti a riflettere, Carola si rassegna. Luca si trova un lavoro: un lavoro fisso presso un ristorante, all’interno di uno di questi mega centri commerciali che spuntano come i funghi un po’ ovunque. Lavora sodo senza limiti di orari e di giorni. Lavora anche di sabato e di domenica. Con i soldi che guadagna si mantiene e si compera le sue cose tra cui la patente e un’automobile senza pretese, come senza pretese di cose materiali è l’esistenza di Luca. Un ragazzo sensibile, piedi per terra e testa sulle spalle. Solido, nessun piercing, tatoo, orecchini, catene nè tagli di capelli improbabili, un po’ retro’ direbbero molti ragazzi di oggi. Alcuni forse lo consideravano un po’ “sfigato” perchè … un tipo normale (:-)  

Dopo un anno e mezzo Luca annuncia alla mamma: torno a scuola ma non mollo il lavoro. E tre mesi fa consegue il diploma di maturità, con 85/100, lavorando sempre e spesso anche nei fine settimana, come stabiliscono i turni del ristorante. Carola ne è ovviamente fiera. Il suo ragazzo non solo si diploma lavorando ma si iscrive all’università.

Capita tra le mani di Carola un periodico del Comune, quei notiziari mensili o trimestrali mediante il quale il Comune comunica con i Cittadini. Ometteremo per ovvie ragioni di dire il nome del Comune che tra l’altro non è nemmeno utile al post. Appare, sul giornalino, come ogni anno, l’articolo con gli encomi, premiazioni, foto ecc dei ragazzi della scuola inferiore che hanno superato gli esami con il massimo del punteggio e poi di quei ragazzi che hanno conseguito il diploma di maturità con un punteggio tra 90 e 100. Borsettina di studio, premio in soldini più che altro simbolico ma comunque un premio. Incentivo a continuare gli studi. Ottima cosa per carità.

Ma la Carola si incazza. E ha ragione. Scrive una lettera assolutamente “giusta” all’assessore e al sindaco per quale ragione MAI una parola per quei ragazzi che raggiungono gli stessi risultati ma che hanno lavorato tutto l’anno, studiato di notte e rinunciato enne volte ad uscire con gli amici. Che non hanno avuto la fortuna di poter “solo studiare” e non hanno avuto la mamma o la nonna o la zia a preparare la merenda. E nemmeno genitori che hanno potuto seguirli nel percorso della scuola superiore perchè impegnati a lavorare o per altre ragioni. Grande Luca, in bocca al lupo. E grande Carola.

Ora vediamo il prossimo anno se il Comune avrà un po’ di cura anche per questi ragazzi ammirevoli e che più di altri meritano una foto sul giornalino e una stretta di mano “pubblica” da parte di chi è tenuto a dimostrare capacità di valutazione e maggiore attenzione ai principi di uguaglianza. 

ps: proprio ora mi arriva sms: Luca ha passato il test di accesso all’università. Ottimo.

MESSAGGI IN BOTTIGLIA

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Parco Sempione, Milano

Domenica mattina presto – Milano la domenica mattina è godibilissima – sono stata a vedere la Nuova Darsena. Non l’avevo ancora vista nonostante da dove lavoro ci posso arrivare in 10 minuti. Ho letto e sentito le solite polemiche: queste non sia mai che manchino!

Piacevole. Piazza 24 maggio è adesso un piazzale grandissimo, pedonale, con le sue aree di sosta, camminamento per tutti, anziani, bambini, carrozzine e carrozzelle. Tutti.

Nell’acqua circolano coppie di germani con i piccolini al seguito. Ogni tanto qualche piccolo sbaglia famiglia e viene richiamato prontamente dai propri genitori e allora lo si vede nuotare in fretta con le zampotte rispondendo al rimprovero. Belle scene da ammirare nel cuore di Milano. E non c’erano! Al posto della darsena c’era solo un luogo maleodorante e in stato di abbandono. Possibile che l’opinione pubblica è pronta ad insorgere sempre e comunque? Possibile che non si riesca mai ad essere obiettivi e esprimere un giudizio OLTRE la polemica?

Assolutamente privi di impatto i mercati, che hanno accolto le attività del vecchio mercato. Lo trovo un progetto giusto, ben inserito nel cuore pulsante della Milano dei Navigli.  Definita Ecomostro e molto altro ancora.. Bah. A me non sembra proprio. Cosa dovremmo fare? del finto gotico? Anche no..

La nota triste c’è, eccome. E non sta nell’architettura, nelle facili polemiche, bensì nelle bottiglie di birra, nei sacchetti, nei rifiuti in generale,  sulla passeggiata e nell’acqua. Questo è il vero triste e doloroso aspetto. Una schiera di addetti del comune puliva (erano le otto del mattino e ho contato almeno sei sacchi di spazzatura da un solo lato del Naviglio). Che fare?

Chi mi accompagnava suggeriva una soluzione anzi due.

La prima: multe salatissime, sorveglianza costante e manganello. 

La seconda: obbligo di vendere birra solo in bottiglie di vetro (niente lattine niente spina) dietro cauzione di 5 euro/bottiglia.  Geniale, niente da dire. Ma mi vedo già una schiera di abusivi vendere bottiglie di birra…  Appoggio dunque la prima.

Mi sembra adeguata e l’unica efficace anche se, ovviamente, corrisponde ad una utopia. Ma l’unica, in una civiltà dove civiltà non c’è. E dove le regole si trasgredisco  prima di tutto in famiglia.  In nome della libertà i figli fanno tutto ciò che pare loro. Sopra i divani con le scarpe, porte chiuse a calci, mani nei piatti di chiunque. Noncuranza in generale nei confronti di persone e cose, invasione di spazi, mancanza di delicatezza e di cura. E poi si riflette tutto fuori. Ovvio no? C’è da stupirsi? Se i ragazzi in casa si comportano come selvaggi, come può essere diverso, fuori? 

Consiglio a tutti, scuole, genitori ed insegnanti per loro stessi innanzitutto e poi per i figli, un libro di Gherardo Colombo e Marina Morpurgo: le regole raccontate ai bambini” (http://zebuk.it/2013/04/le-regole-raccontate-ai-bambini-gherardo-colombo-marina-morpurgo/)

Perché “Libertà” NON significa assenza di regole. Anzi, è il rispetto delle regole a garantire la Libertà. Libertà di camminare in spazi non degradati. Per esempio. Libertà di respirare, di vivere, di stare bene. Libertà di essere Liberi.

Ricordo le polemiche, fortissime, di quando il Comune decise di recintare e mettere i cancelli al Parco Sempione. Un casino bestiale!  “E’ un verde pubblico, è contro il principio di libertà” ecc ecc ecc. Bene fece il Comune di Milano! Dopo la darsena infatti, ieri mattina, sono andata al Parco Sempione. Bellissimo, curato e pulito. 380 mila metri quadrati di bellezza. Rinato dopo la recinzione, nel 2003, ha ripreso lo splendore e la bellezza che merita. A mali estremi …. Speriamo solo che l’attuale Sindaco non decida di togliere le recinzioni. Dopo aver cercato di vietare la consumazione del gelato sui marciapiedi mi aspetto di tutto…  Magari in nome della “città più verde e più condivisa”. Intanto vediamo di vivere meglio e condividere meno ma meglio…

Invece chi volesse curiosare in Darsena:

https://it-it.facebook.com/comunemilano/videos/260803007377019/

https://www.youtube.com/watch?v=oxeYjjX1kMs

https://www.youtube.com/watch?v=IP26RpVAWiY

Parco Sempione, Park Sempione

Parco Sempione e Castello Sforzesco, Milano

 

ARCHI CHI?

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Cosa pensate che sia? Una costruzione antica? Una bizzarra decorazione sul fondo di una piscina? Macchè!!!

Mi piacciono i documentari sulla natura. L’altro giorno ne ho visto uno che mi ha particolarmente colpita: il nido d’amore del pesce palla.

E’ qualcosa di straordinariamente bello, una geometria perfetta. Il pesce palla costruisce, negli abissi, qualcosa di perfetto, meravigliosamente perfetto. A me è venuto in mente un mandala.

Dentro questo nido d’amore il maschio attira la femmina, lei rilascia le uova, lui le feconda. Poi una cosa altrettanto bella: lui si strofina su di lei, pare che le dia un bacetto sulla schiena poi i due si separano. Forse gli scavi dell’opera servano anche a proteggere le uova appena fecondate ma io mi sono soffermata sulla bellezza, al di là dell’utilità.

Insomma una delle tante cose straordinarie di questa Terra.  Un pescetto. Capito,  Renzo Piano? Un pescetto.

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ps mentre scrivo questo post, ho trovato questo video. eccovi il link.

https://www.youtube.com/watch?v=kj-K_pFoaDo

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BOH

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Amarezza. Sconforto. Vuotitudine.  Ecco. Non riesco nemmeno più a provare rabbia.
Gli italiani sono praticamente affamati. Le mense dei poveri sono pieni dei nostri anziani. Nostri anziani. Persone che vivevano magari faticosamente, magari con piccole pensioni, ma con dignità,  ora non ce la fanno. Molti di loro hanno figli  senza più un lavoro, che non sanno come fare per tenere in piedi la propria famiglia, a tirare su i figli.

Siamo un popolo in ginocchio. La criminalità aumenta, anche per fame. Un giorno ho sentito un padre che diceva: quando non hai da sfamare ii tuoi figli diventi un ladro anche te.
Un quadro.

Altro quadro.
P
artita di calcio, “errori arbitrali”. Juventus-Roma Copio e incollo dalle notizie di oggi.

 “Due interrogazioni parlamentari al ministro dell’Economia sugli errori arbitrali di Juventus-Roma e un esposto alla Consob per capire “se ci possono essere stati atti che ledono le normative vigenti, svantaggiando e penalizzando gli incolpevoli azionisti” delle due società calcistiche. Più, fuori dalla politica, le risposte del mondo juventino alle accuse di capitan Totti e della Roma, la contro-risposta di Rudi Garcia, la presa di posizione del sistema calcio e le ripercussioni in Borsa. Nel giorno successivo al big match di Torino, le polemiche non si spengono. Anzi: arrivano persino all’interno del Parlamento”.
 
Capito? Stiamo affondando nelle sabbie mobili (ho usato un’espressione raffinata):  non c’è famiglia che non sia colpita nel lavoro, nell’orgoglio, nella dignità, nella salute. Già, perché quando non si può sostenere con dignità la propria famiglia si sta male e parecchio, ci si rimette anche la salute. E in parlamento? Ci finiscono gli errori degli arbitri di Juventus Roma.  Ecco.
Mi fa male. Mi offende. Perché il parlamento lo pago anche io. Perché voglio che quelli che pago lavorino per gli anziani, quelli che vanno a mangiare alla mensa dei poveri, a quelli che vedo la mattina a Cadorna con il bicchiere in mano e il cartello con su scritto HO FAME. E li vedi, perché li vedi che stanno provando un dolore enorme, perché erano persone normali, magari con la sola minestra tutte le sere sulla tavola, ma con una dignità. Li vedi. Sono puliti, in ordine e gli occhi tristi. Stupiti più che rassegnati. Li vedi che sono li’ perché … non possono fare altro. Perché hanno fame, o sono malati e spesso entrambe le cose. Voglio che si occupino dei nostri figli, dei nostri ospedali. Voglio che si occupino di quella donna che è rimasta vedova a 44 con due bambini,  vent’anni di mutuo, uno stipendio solo, il suo, e deve pagare ici tasi tari imu e mini imu e il libri di scuola. Tutti, senza uno sconto. Voglio che si occupino della gente come lei, dei ragazzi come i suoi. Sostegno, niente altro che sostegno, sicurezza, protezione. Ci si riempie la bocca con parole come garanzia, protezione, rispetto. Letteratura. Niente altro. Offese perfino le parole, non reagiscono più nemmeno loro. Le abbiamo svuotate, ridotte a orpelli per abbellire mostruosità e bugie. 

Io sto male. Veramente. Non ce la faccio più nemmeno ad indignarmi, ad arrabbiarmi. E quando non ci si arrabbia più è perché è finita anche la speranza. E se finisce la speranza non c’è più niente. Sabato guardavo mia nipote, 11 anni, correre felice con il cane, e poi in bicicletta. E poi la guardavo giocare a palla in giardino. Rideva, Gli occhi chiari, trasparenti, luminosi. Ho provato una fitta di amarezza. Ho sentito male, ho provato pena, dolore, un senso infinito di … boh..  Boh. Cosa c’è zia perché mi guardi così? Niente tesoro, ti voglio bene, tutto qua. 

Nel mondo del lavoro (chi il lavoro ce l’ha), si soffoca  ogni giorno dentro gli ingranaggi micidiali della burocrazia. Altro che semplificazione! Nessuna burocrazia è mai stata come in quest’ultimo decennio. Una creatura enorme e spaventosa  e affamata, che divora tempo, energie, risorse. Vita. Una cliente del mio studio, ottima persona, ex chirurgo ora in pensione, mi ha confessato di aver vissuto con sfinimento gli ultimi anni: alcuni interventi chirurgici le richiedevano meno tempo rispetto ai moduli che doveva compilare prima e dopo ogni intervento. Doveva certificare perfino chi aveva fatto le pulizie in camera operatoria, prima e dopo. Chi era di turno al guardaroba ecc ecc. Una roba da pazzi.  Oggi stesso io ho lavorato 5 ore su 8 per compilare un questionario ISTAT di un’azienda che altro non era che una specie di doppione del bilancio (regolarmente pubblicato al Registro delle Imprese e consultabile da chiunque). Un’altra ora per aiutare il medesimo cliente a districarsi in una pratica comunale ai fini della tassa rifiuti per via di una trasformazione di una società e quella che mi è rimasta ho cercato di fare … quello dovrebbe essere il mio lavoro principale. Manteniamo ed alimentiamo macchine enormi, prima era carta, ora sono server immensi mangia dati, mastica dati, archivia dati.  Paghiamo stipendi inutili per alimentare questi mostri che NON SERVONO A NULLA. A NULLA. E questo è un altro quadro ancora. Queste mie ore saranno addebitate dallo studio al cliente. Con quale risultato?  Indovina indovinello….

E mi chiedo:
ma i ragazzi, quelli che adesso sono ragazzi, che hanno in mano le redini di questo paese, cosa fanno?
Io mi domando cosa fanno. Dove sono.
Tutti su FB, wathsapp, twitter, armati fino ai denti di smartphone e tablet? Amebe fluttuanti nel mare della rete adesso? Pesci in carpione tra qualche anno? Non si sente mai la loro voce. PERCHE’?

Boh.mafaldaDelusa

 

IMPERMANENZE

FOLON

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Molte volte mi trovo a riflettere sulla “impermanenza”.
In questo tempo dove tutto è digitale il concetto di impermanenza risulta calzante. Abbiamo tutto in files, dentro cartelle che vivono dentro cartelle: un esercito sterminato di matrioska, che portiamo a spasso o sulla nuvola sopra di noi che può seguirci ovunque. Così come può perdersi nell’infinito spazio, tra le numerose galassie attorno alle quali gravitano server con i loro satelliti orbitanti, altri server, e gigantesche piattaforme di … nulla.

Ho pochissime fotografie di quando ero bambina, forse una ventina in tutto. E poi ho le fotografie dei miei genitori, quelle del loro matrimonio, raccolte dentro un album di pelle verde, e le fotografie del loro primo e unico viaggio, il viaggio di nozze. Costa azzurra. Non ho bisogno di alcun software se le voglio guardare: se avessi bisogno di un computer è possibile che i files sarebbero in un formato ora non leggibile.
Mi basta aprire un album, e una scatola di latta dei biscotti Lazzaroni per vedermi seduta con le scarpine bianche, quelle con le piccole bolle sotto per non scivolare, o per vedere il sorriso felice di mia madre che, in costume da bagno, sullo sfondo il mare di Montecarlo, Sanremo, Monaco, sorride a mio padre. E non ho bisogno di nuvole, pericolosamente vaganti in quel che chiamiamo cyberspazio per portarle con me, se lo voglio. Mi basta una piccola borsa.

Il materiale stesso era l’essenza, e anche per questo, assai prezioso. Non si fotografava lo stesso fiore trenta volte. La pellicola costava, sviluppo e stampa pure. Si pensava a ciò che era maggiormente rappresentativo, e non c’era alcuna noia né alcunché di compulsivo nello scatto: esso era il preciso gesto che doveva bastare.

Ho un viaggio a New York interamente documentato, da me, con una videocamera. Eh.. non digitale. Quindi ho delle cassette WHS che posso vedere ovviamente solo con un lettore di cassette WHS che forse, già ora, se si dovesse rompere il mio, ne troverò un altro solo al Museo della Scienza e della Tecnica. E sto parlando del 1999 mica di 50 anni fa. Vero, potrei farlo digitalizzare, trasferire su DVD.   Domandone: per quanto tempo leggeremo DVD? E ascolteremo CD?

Ho perso fotografie, recentemente, e anche documenti, tutti digitali: alcuni non li troverò mai altri devo solo rovistare in decine di pennine usb e in un paio di hd esterni per sapere dove sono (e se ci sono ancora…) e poi dovrei raggrupparli in un solo luogo. Sicuro. Sicuro? Cosa è sicuro? E poi quanto è privato?

L’altro giorno ho litigato ferocemente con “gugol” che da mesi mi ricatta. Riduce i servizi, perché …. non faccio parte di Google+.

Esegui l’upgrade cosi potrai condividere le tue foto con i tuoi amici! Fatti trovare! Renditi visibile! Sembrano inviti invece il tono alla fine è perentorio. E ricattatorio.

Fino a un mese fa inviavo fotografie a quei tre contatti che ho in Hangouts, il software chat di Gmail. Ora mi è stato “vietato”.Vuoi inviare foto ai tuoi contatti?  mi dice,  subdolo. Entra in Google+! Bè, sai che ti dico? Io in Gugolpiù non entro, manco morta. Ecco. Tiè.

L’altro giorno l’ho fatto. Ho eseguito l’upgrade, per provare a capire se potevo renderlo assolutamente privato. Cosa ho trovato? Le mie fotografie in Pikasa! Pikasa! Ma chi le vuole le fotografie in Pikasa? E poi: in quanti le hanno viste!! E con grande sorpresa, ho trovato, su uno dei “miei” album in Pikasa, una dozzina di fotografie che erano sparite dal mio tablet!! Sincronizzazione o semplice trasferimento? A me è parso un furto. Ho visto anche “amici che potresti avere” Ma non solo, c’erano anche gli amici dei miei amici! Io non voglio sapere chi sono gli amici dei miei amici!! Ascolterò le loro storie se loro, i miei amici, vorranno raccontarmele! Non le voglio sapere solo perché mi faccio gli affari loro spiandoli in rete!

Comoda eh.. la sincronizzazione. Per carità. A capirci qualcosa, puoi evitare di aggiornare dati, rubriche e documenti in tutti i dispositivi che possiedi. E’ come avere un server a portata di zampe e tutti i tuoi aggeggi diventano client. Ehh ok..

Ma… che succede veramente? Un giorno un amico mi mostra una fotografia. Un oggetto dedicato a me, ne ero gelosa. La apro e leggo: “questa foto la stanno visionando n. 4 utenti” Fantastico! Morale: credo l’avesse “upgradata” su gugol. E lui nemmeno lo sapeva, che eravamo in 4 a guardarla!

Ci saranno filtri, non lo metto in dubbio, come credo accada su Facebook. Probabilmente è possibile decidere con chi e cosa “condividere”. Ma sta diventando un lavoro! E poi: se non voglio condividere, perché devo “lavorare” per evitarlo? Perché agire sul “negativo”?
Come le varie compagnie telefoniche: se non vuoi un servizio (che pagherai) lo devi disattivare.

Una settimana fa: le mie amiche mi “costringono” a scaricare whatsapp. Ok, va bene, mi arrendo Ho resistito un anno ora scarico la app. Premetto che non mi interessa cosa succede, ma lo riporto per pura condivisione. Di ognuna di loro io posso “sapere” l’ora e il giorno in cui hanno fatto l’accesso alla chat. Per la serie: ahhh ma guarda un po’!! Pincopalla ha fatto l’accesso alle ore 14.15 e non mi ha nemmeno salutata. E non ha risposto alla mia chat! Ovviamente non è il mio caso. Ma capisco perfettamente quanti casini possono generare queste cose. Mi dicono che ora si può disattivare, l’info attraverso la quale si vede quando e chi accede … Migliorata eh!!!  Urca!
Cosa cambia, se è possibile vedere, dalla doppia spuntina quando la persona ha letto il mio messaggio? Facilissimo individuare il suo orario di ingresso, no? Se alle 10 non c’era la doppia spuntina e alle 10.20 c’è, anche un idiota saprebbe trarre la conclusione ovvia ovvero che l’accesso è avvenuto tra le 10 e le 10.20.

Non è ovviamente tutto qui: chi ha il tuo numero di telefono scritto in un telefonino, tablet, o pc che sia, sa se tu hai scaricato o meno Whatsapp. Non puoi nemmeno dire: non ce l’ho!! Ho trovato mia zia, nella mia rubrica, con il simbolino di Whatsapp! Grandissima la zia!

E, se leggo la mia posta hotmail sul sito anziché attraverso l’apposito software scaricato, vedo quali dei miei contatti hanno un profilo Facebook, quali  hanno skype ecc. qualora ovviamente registrati con la propria e mail. Assurdo. Semplicemente assurdo.

Ripeto: personalmente non mi interessa, non è un problema. Ho 4 contatti, con persone intelligenti e assolutamente immuni (io e loro) da questo tipo di rischi, equivoci e banalità varie. Ma è solo per dire cosa succede in questo genere di cose.

Siamo tutti quanti schedatissimi. Ogni volta che acconsentiamo di “fare una tessera” in un negozio, finiamo in un file, che sta dentro un altro file, che sta dentro una cartella, che sta dentro un’altra cartella, che sta dentro un server, che sta dentro ad un serverone e lì dentro c’è scritto se usiamo whatsapp e con chi, e poi ci sono le nostre foto di google, la lista di ciò che mangiamo, la spesa che facciamo alla esselunga, quante scarpe comperiamo in un anno, a quali riviste siamo abbonati e di certo i nostri dati sulla navigazione, grazie ai nostri “biscottini”. Oltre ai nostri movimenti bancari, of course.

Ci spiano. E nemmeno troppo dal buco della serratura: siamo noi ad offrirci, quasi volontari. In parte costretti e questo è quello che più fa rabbia.

La legge sulla privacy è pura formalità, una grandissima bufala. Quando arriva un nuovo cliente, insieme al mandato professionale deve firmare il documenti informativo sulla privacy. Qualcuno chiede: e se non acconsento? Bé … non possiamo seguire la sua azienda.  Semplice.

Ho un blog, vero. Metto in rete alcune cose mie. Per “proteggermi” un po’ non frequento altri blog se non quei 4 gatti collegati a Controluce. Non mi frega nulla dell’audience, ma solo dei miei lettori e amici, e di chi Controluce la sfoglia, la cerca, la porta con sé. Medio, ogni volta, tra ciò che vorrei dire e ciò che posso dire. A volte integro via e mail qualcosa che non posso pubblicare sopra una pagina web ma che voglio che i miei amici sappiano. Ho sempre ben presente una e mail, di anni fa (primi tempi di Controluce) un Pieffe, in tono più amico e protettivo che cattedratico, mi scrisse via e mail: potevi tenerti addosso almeno le mutande.

Da allora la mediazione è diventata anche più difficile. Un blog resta un blog e non ho mai avuto alcun dubbio sul mettere o meno le moderazioni oppure se renderlo visibile solo a chi ha la chiave. Che senso avrebbe? Allora manderei articoli via e mail a chi voglio io e poi le loro risposte a tutti.. E come si fa? La condivisione, se si usa la rete costa. Ma sta costando troppo perché pare che ormai “condividere” sia obbligatorio.

E, in quanto al concetto di “impermanenza” mi pare che sia un fenomeno crescente, anche al di qua del virtuale. Speriamo che qualche sentimento si salvi da questo mordi e fuggi, da questo fruire, carpire, rubare, catturare e  cancellare. 

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SOFF

SOCIAL NETWORK NO GRAZIE

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In alcuni momenti, più che in altri, ci si rende conto di quanto sia frustrante dover usare le parole. Specialmente le parole sole, senza cappotto, senza gesti, sguardi, senza offerta, senza le mani. Servite crude, cotte, elaborate, con o senza salsa, lavate, stirate, inamidate, profumate, idratate, asciutte o bagnate. Colorate, sbiadite, stinte, tirate, laccate, scialbe. Cucinate.

Riflessioni più frequenti di questi tempi, in cui i mezzi di trasporto usati dalle parole sono per lo più quelli tecnologici. Nemmeno il gusto della calligrafia, che è unica, personale, il tratto sulla carta profondo, deciso, sfiorato, ad offrire un’ impronta, un profumo, la certezza del tocco, di una impronta digitale invisibile ma unica. Niente. Tutto è impermanente, inorganico, etereo, volatile.  Piccole sillabe naufraghe in colate di cristalli liquidi evanescenti, destinate ad essere perdute per sempre tra canali di scolo di circuiti stampati.

“Tre etti di parole – un filo di olio, due foglie di basilico fresco, salvia rosmarino, due chiodi di garofano tutto tritato finemente, un pizzico di paprika.  Sale pepe e peperoncino s.n.  Mescolate bene.  Servite subito via whatsapp, facebook, twitter “. 

Ci si accorge sempre di più di quanto sia importante comunicare con il corpo, offrire parole non pronunciate ma liberate, parole tonde e silenziose, paffute e gonfie, come quelle parlate sott’acqua, bolle di fiato, con la vita dentro.   Si  riflette su quanto sia importante la voce che, perfino al telefono ha più potere delle parole scritte con una tastiera.  E’ qualcosa di vivo, vibrante, nasce dentro, è immediata, sciolta, diventa vento e viaggia a cavalcioni dell’aria. Come in teatro non si può tornare indietro:  deve essere per forza “buona la prima”  perché una “seconda” non c’è.

Ma per quanto anche con la voce sia possibile correggere, spiegare, sottolineare, marcare, approfondire, limare, niente può sostituire davvero uno sguardo, il movimento delle labbra o le mani, che si infilano negli spazi tra le parole e diventano vera comunicazione.

Le parole hanno un grande potere, certamente. Sanno ferire, anche profondamente, ma uno sguardo può inchiodare, sciogliere, offendere. Poche cose sanno essere più eterne, definitive, terribili o dolci di uno sguardo.

Come si fa a dirsi così tante cose attraverso i social network e solo attraverso questi? Eppure ogni giorno sento cose strane. Va bene, vanno benissimo la condivisione, lo scambio, ma…. quando c’è solo questo?  Una ragazza (non una ragazzina –  almeno non anagraficamente – ) raccontava sul treno di essere stata “lasciata dal fidanzato” con un sms.

Una mia amica è  stata “informata”, via sms, da un “amico storico” (almeno da lei ritenuto tale), attraverso quello che sembrava un comunicato stampa, che le loro esistenze non sarebbero più compatibili pertanto … fine della frequentazione. Ovviamente senza possibilità di replica perché è stata “bloccata” sul telefono.  Ma come si fa?  Si può essere più codardi di così?

Copio incollo un intervento di Ricc in CL di qualche tempo fa.

Le parole sono dei messaggeri. Sono personcine semplici e di buona volontà, ma sono piccoline. E non ce la fanno a fare cose complicate. Basta una porta chiusa, che non ci arrivano alla maniglia. Basta un tragitto un po’ più lungo, che le gambe gli si stancano e bisogna che si fermino. Loro fanno quello che possono e, se ci pensate, a volte chiediamo loro cose veramente complicate, compiti difficili per dei messaggeri con lo zainetto. Eh. Gli si chiede di trasmettere le “cose che sentiamo dentro”. Ba, eh. Facile. Glielo chiediamo anche quando nemmeno noi le abbiamo capite bene, però chiediamo alle parole di trasportarle a qualcun’altro. Che poi loro il messaggio lo portano, ma lo danno ad un orecchio che anche lui c’ha il suo da fare, che poi lo consegna al cervello che ha le sue palle e mica ci capisce tanto di cuore lui, e fa una traduzione letterale, e nemmeno, spiattellando il messaggio su gugol e mandando avanti quello che gli viene… ma pari pari eh. Escono fuori robe incomprensibili, e noi diamo la colpa alle parole. A volte ho compassione delle parole. Che sembrano elaborate e forbite, e invece sono come il pruno del fiore del Piccolo Principe: non sono adeguate a qualcosa di più complicato che non sia chiedere dove sia la stazione o per avere mezz’etto di caramelle di liquerizia. E allora dobbiamo usare tutto quello che abbiamo per fare si che quello che si sente arrivi per davvero. Le parole vanno mandate in macchina, aiutandole con gli sguardi, bisogna mettergli il cappotto usando le mani, per i gesti e per il contatto. Bisogna dargli le radioline con un sacco di sorrisi. E allora vedrete che questi messaggeri, questa volta attrezzati, sapranno spiegarsi meglio, e non ci saranno più parole del cuore, perse in mezzo alla strada…

IN SILENZIO

Cliccate sul link, ingrandite a tutto schermo

e poi … silenzio.

http://vimeo.com/87701971

http://vimeo.com/21294655

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Square image of a small child in profile looking up at a star filled night sky.

 

 

SENZA PAROLE

Grazie, zio Renzo!

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26122013

Mafalda

TRIBUTO AL CANE

lui è Pepe, abita con me.

“Signori della giuria, il migliore amico che un uomo abbia a questo mondo può rivoltarsi contro di lui e diventargli nemico. Il figlio e la figlia che ha allevato con cura amorevole possono rivelarsi ingrati. Coloro che ci sono più vicini e più cari, ai quali affidiamo la nostra felicità e il nostro buon nome, possono tradire la loro fede. Il denaro si può perdere, e ci sfugge di mano proprio quando ne abbiamo più bisogno. La reputazione di un uomo può essere sacrificata in un momento di sconsideratezza. Le persone che sono inclini a gettarsi in ginocchio per ossequiarci quando il successo ci arride possono essere le prime a lanciare il sasso della malizia, quando il fallimento aleggia sulla nostra testa come una nube temporalesca.

Il solo amico del tutto privo di egoismo che un uomo possa avere in questo mondo egoista, l’unico che non lo abbandona mai, l’unico che non si rivela mai ingrato o sleale è il suo cane.
Signori della giuria, il cane resta accanto al padrone nella prosperità e nella povertà, nella salute e nella malattia. Pur di stare al suo fianco, dorme sul terreno gelido, quando soffiano i venti invernali e cade la neve. Bacia la mano che non ha cibo da offrirgli, lecca le ferite e le piaghe causate dallo scontro con la rudezza del mondo. Veglia sul sonno di un povero come se fosse un principe. Quando tutti gli altri amici si allontanano, lui resta. Quando le ricchezze prendono il volo e la reputazione s’infrange, è altrettanto costante nel suo amore come il sole nel suo percorso nel cielo.

Se la sorte spinge il padrone a vagare nel mondo come un reietto, senza amici e senza una casa, il cane fedele non chiede altro privilegio che poterlo accompagnare per proteggerlo dal pericolo e lottare contro i suoi nemici, e quando arriva la scena finale e la morte stringe nel suo abbraccio il padrone e il suo corpo viene deposto nella terra fredda, non importa se tutti gli altri amici lo accompagneranno; lì, presso la tomba, ci sarà il nobile cane, con la testa fra le zampe e gli occhi mesti, ma aperti in segno di vigilanza, fedele e sincero anche nella morte”.

George Graham Vest 

Pepe

George Graham Vest  è stato un politico e avvocato statunitense.

Nel 1869 Vest sostenne in giudizio le ragioni di un uomo del villaggio di Big Creek, Charles Burden, il cui cane da caccia, un American foxhound di nome Drum (meglio noto come “Old Drum”, il vecchio Drum), era stato ucciso a fucilate da un tale di nome Samuel “Dick” Ferguson, guardiano di un vicino allevamento di pecore di proprietà di un cognato di Burden, Leonidas Hornsby. Ferguson aveva sparato solo perché Drum era entrato nella proprietà di Hornsby e costui rifiutava di risarcire Burden, nonostante le richieste di quest’ultimo.  Burden portò allora la controversia (nota ufficialmente con la denominazione “Burden v. Hornsby”) davanti al tribunale della Contea di Johnson, chiedendo un risarcimento di 150 dollari, il massimo all’epoca consentito dalla legge, a titolo di indennizzo sia del danno patrimoniale che, e soprattutto, del danno morale per la perdita dell’amato cane.  Vest, incaricato da Burden di assisterlo, esordì in giudizio asserendo che avrebbe “vinto la causa o chiesto scusa a ogni cane del Missouri”. Quindi, il 23 settembre 1870, Vest pronunciò l’arringa finale alla giuria, un’orazione che sarebbe divenuta celeberrima, sotto il nome di “Eulogy on the dog” (elogio al cane; nota anche come “Tribute to the dog”, tributo al cane).

CAMPANELLINI

 

scricciolo04

Nevica, un pochino. Nevica sulla città, nevica sulla campagna. Ieri era tutto bianco, da me, e ci potete credere? I cani da caccia non possono uscire nella campagna. Ma non voglio sollevare un polverone sulla caccia nè sulle leggi che regolano queste cose, non è mia intenzione, non è il momento, non c’è voglia di parlarne tantomeno cuore. Le siepi spinose di ginepro stanno bene anche senza noi dentro, e se ci entriamo rischiamo di non uscirne più. Vanno bene per questa stagione:  ginepro e bacche e agrifoglio, qualcuno ne fa ornamento per l’uscio di casa.  Pensavo, i giorni scorsi,  alla casa di mio padre, a lui che tornava dal suo orto con in mano la verza perchè aveva “preso la gelata” e allora sì, che era buona da mangiare. Arrotolo un gomitolino tra le dita e il filo dell’esistenza di mio padre mi conduce un pochino, come una bussola, verso i libri di Mario Rigoni Stern, dove le stagioni avevano un canto ben preciso, un suono ben preciso, ed erano anche annunciate in modo ben preciso: per l’inverno c’era il campanellino dello scricciolo, che lo annunciava. Lo scricciolo emette un suono che ricorda un campanellino d’argento. E il campanellino si chiamava neve. Ecco che si percepiva la neve, non dalle previsioni di  Meteo 24, ma grazie anche a un piccolo esserino piumato. Basterebbe ascoltare il campanellino d’argento per tirare fuori le pale e preparare la scorta di sacchi di sale, non serve internet, non servono i satelliti. L’anno scorso nevicò in gennaio, e il campanellino d’argento per me, dallo scorso gennaio, porta il nome di un amico che non amava per niente la neve però amava la musica. A volte penso ai fili che uniscono destini e colori, suoni, odori: chissà, forse “Preghiera in Gennaio” di De Andrè la porto dentro da sempre perché qualcosa ha sempre saputo,  al di là e oltre questo apparente “sé” che sarebbe stata anche una “mia” preghiera.  Dicevo, le stagioni e i passi di queste che depositano anni sull’anima. E neve. Un po’ si scioglierà, altra invece concorrerà a formare ghiacciai eterni che avranno una qualche utilità negli anni che verranno. Forse serviranno a far scivolare via le cose inutili, e i semi che sarà meno utile ma anche meno possibile piantare. La terra fertile, quella densa, nera e scura, quella che feconda e accoglie, occupa sempre meno spazio, ha un angolo sempre più piccino e più esigenze. Certe volte il vento, le parole, le offese, umiliazioni e il dolore la rendono sterile, inospitale, allora serve il tempo perché gli uccelli possano di nuovo posare cioè che serve. Eggià, come dice anche De Andrè, i fiori non nascono dai diamanti. Mai. Quando morì mia madre si abbassò una saracinesca sul mio cuore, la terra andò in letargo per tanto, tanto tempo e si formarono, sull’anima, ghiacciai. Era bello in un certo senso: non sentivo niente, dopo un po’ nemmeno il dolore. Ma come sempre sotto la neve c’è calore e presto o tardi qualche germoglio riesce a fare il suo buchino. Ma questo post scritto direttamente sulla lavagna bianca della pagina, è una riflessione a ruota libera dato che malgrado tutto, malgrado la ragazzina silenziosa e pulita, vestita di jeans e maglione, pettinata e in ordine, stamane all’angolo aveva un cartello con scritto “ho fame”, malgrado tante persone dopo le vacanze di Natale troveranno la scritta “chiuso” fuori dall’azienda, malgrado tutto, il motivetto orribile e offensivo “A Natale a Natale si può dare di più” riecheggia nella mente come un martello, malgrado anche tutte le Preghiere in Gennaio. Mario Rigoni Stern ora, vivrebbe delle sue provviste accantonate in estate, bollirebbe le sue zuppe sul fuoco della legna anche questa accatastata con pazienza e con rispetto. E con lo stesso rispetto mangerebbe la carne degli animali cacciati, con rispetto,  quando era tempo di cacciare. Uscirebbe il fumo dal suo camino e lui con i suoi cani accoccolati accanto, probabilmente leggerebbe, scriverebbe, e forse preparerebbe un vino caldo ai chiodi di garofano. Non lo so perché la mente mi porta questi pensieri: forse perché a volte c’è bisogno di anima e di pelle. Di cuore e di pancia. C’è bisogno di amore e di calore e di cose vere. I giorni pesano sui giorni, violentano l’anima e la offendono, siamo ricattabili, siamo pieni di colpe, compresa quella di “possedere” una casa o di non essere “congrui” con i coefficienti di reddito o di aver bisogno di farmaci che costano una fortuna.  Siamo macchiati del peccato originale, ce lo dicono da piccoli e per tutta la vita dobbiamo meritarci il perdono. E di chi?  E per cosa?  Personalmente non sono certa che questa vita sia un dono, spesso e per molti è una condanna.  Penso a chi non ha mai avuto un tetto sulla testa e a chi  mangerebbe la carta del nostro pandoro, quello che può dare di più.   Ma mi fermo qui, anche questo è un campo spinoso e anche minato.  Sabato scorso è mancata la nonna Rosa, la nonna di Silvia. All’ufficio delle onoranze funebri guardavo gli occhi di Silvia, infossati e lucidi mentre il titolare parlava di colei che fino a due ore prima era la sua Nonna Rosa chiamandola “la salma”. Siamo pazienti, contribuenti, utenti, elementi, matricole, risorse umane, consumatori, infine salme. Domani la nonna Rosa sarà cenere. Quando e per chi siamo uomini e donne? Ho finito di scrivere e è finito anche di nevicare. Fuori, intendo. Dentro è diverso. Ho sentito il campanellino d’argento qualche settimana fa. E nevica. Nevica. 

BLA BLA BLA

“Ma no.. quali mezzi? Figurati! Mio marito a Milano a lavorare ci va in macchina! Funzionassero, i mezzi a Milano… ma schifo come fanno, è impossibile!”

Conversazione captata dalle mie orecchie sul treno Milano Como, in prossimità della mia fermata, una sera di qualche settimana fa, tra due signore. Arrivata dritta dritta sui miei nervi già provati dalla giornata. Per fortuna un briciolo di saggezza ha fatto scattare uno dei pochissimi riflessi ancora svegli per cui  si sono serrate le mascelle attorno alla lingua.

Pura polemica, critica gratuita, luoghi comuni, parole buttate là senza avere l’idea di cosa si sta parlando, come e perché. Ultimamente sono intollerante verso i luoghi comuni, soffro di  idiosincrasia acuta verso le polemiche sterili, le critiche ingiuste  e le persone che parlano tanto per il gusto di aprire la bocca.

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Ebbene sì, ancora Milano. Ma a parte il cuore di Milano e il mio che batterà – per sempre – per e con Milano nel senso che Milano non può uscire da lì nemmeno se io volessi. A  parte questo:

Oggettivamente:
MILANO ha una rete di trasporto pubblico invidiabile. Sfido chiunque dovesse tratteggiare un percorso da un luogo ad un altro, trovare un tratto che comprenda più di 200/300? metri a piedi.

just in case: http://www.atm-mi.it/it/Pagine/default.aspx

Tre linee di metropolitana,  saranno cinque nel 2015, data in cui saranno completati i lavori di ulteriori due linee. Passante ferroviario: http://www.msrmilano.com/passante_ferr.htm.

Praticamente non esiste (e meno esisterà) periferia che non sia raggiunta dalla metropolitana con tanto di parcheggi auto e terminal bus. Anzi non esisteranno periferie, parlando in termini di velocità di trasferimento.

Non manca di certo l’attenzione per chi ama la bici: ci sono le biciclette comunali prelevabili dalle moltissime stazioni sparse per tutta la città. (controluce del 02.07.2011).

https://lucecontroluce.wordpress.com/2011/07/02/colora-mi/

Ambiente? I bus a gasolio stanno per essere sostituiti. La circonvallazione interna, per esempio, servita dalla “94”, usa già alcuni bus elettrici. 

Né manca l’attenzione per i ragazzi che nel fine settimana si muovono dopo le ore di fine servizio dei mezzi pubblici. Si può evitare il taxi? Certamente! Si può eccome!
La Città di Milano offre un servizio  “bus by night” attivo tutti i venerdì notte e i sabato notte, al costo di un euro. Sono nove, i punti di raccolta, dislocati nelle aree più frequentati dai giovani nelle ore notturne.

http://www.milanofree.it/milano/trasporti/bus_by_night_a_milano.html

E per gli altri? Donne in giro di notte per esempio?
Esiste “Radio Bus” un servizio notturno di bus a chiamata, praticamente un taxi. Attivo tutti i giorni, dalle 20 alle 2.00 ti viene a prendere dove ti trovi e ti porta a casa. Costo: due euro per il biglietto acquistato nelle rivendite, euro 2,50 se il biglietto lo acquisti sulla vettura.

http://www.atm-mi.it/it/ViaggiaConNoi/Radiobus/Pagine/Radiobus_.aspx

Cara signora viaggiatrice comasca in quel di Milano (spero occasionalmente, sennò sarebbe grave) è proprio sicura che suo marito usa l’auto perché i mezzi a Milano fanno schifo? Io probabilmente non indagherei, per mia forma mentale . Ma lei forse sì…. 

Ad maiora!

ANNI DI PLASTICA

Celeste:  ti va di tirare fuori qualcosa per Controluce? Le carpe hanno fondato un’associazione per la difesa della loro dignità e un sindacato. Chiedono di carpare in pace e hanno fatto sapere che il primo aprile si vendicheranno. Una certa Wanda apriva il corteo e faceva anche un po’ paura..

Riccardo: come? Scrivere? Ehi, ma come scrivere??? …  non hai tempo? … si,  ma…  si, ho capito ma… no, dai, ma come io… si,  ho visto come… cioè no… fammi parlare… no dai… ah… ma… ah, vabbè…

No, impossibile. Non può essere successo di nuovo. Ma che ci faccio io qui?? Mi par d’essere l’intervallo della Rai, quello con l’arpa e le città d’Italia! Ma pensa te come si deve andare a finire. E poi che dico? Si, ho capito che la padrona di casa non c’ha tempo, ho capito che questi stanno andando a ramengo coi commenti e similari, ma che c’entro io?? Ok, ok. Come al solito la “parità dei sessi” s’espleta con la capitolazione di uno dei due. Per pietà non fatemi dire quale, dei due. OK. Bene…

Buonasera, eh. … come va…? Hm, animo. Vabè, frughiamo nella mente alla ricerca di qualche argomento che mi sia interessato e di cui possa dire qualcosa che non sia stereotipato, banale o in qualunque senso prevedibile e alla fine tragicamente noioso. In effetti qualcosa c’è (spero), ed è anche uno di quei fatti che riempiono la cronaca new style, di quella brutta brutta, della tragedia spettacolo, dei giornalisti delle lacrime, della spettacolarizzazione dell’incubo. Ma che in effetti, secondo me, a differenza dei vari delitti di varie parti d’Italia, si presta a diversi aspetti di approfondimento. E poi l’interesse va scemando, quindi se ne può anche parlare un po’ più seriamente, o meglio, serenamente. In breve, “La Nave”, come ormai viene definita, il naufragio della Costa Concordia. Ok, non se ne può più. Questo in effetti è il primo sentimento, concordo (ops). E sarà che io ho un minimo di conflitto d’interessi dato che quello che considero uno dei posti più belli del mondo è lì a due passi, e ci vado da tanti anni in cerca di boh: bellezza, sincerità, asprezza anche, e di nuovo bellezza, storia e potrei continuare ad libitum, ossia l’isola d’Elba. Per cui mi interessa sapere come e se riusciranno a bonificare quella carcassa preistorica da tutti i suoi agenti inquinanti, e a pregare perchè tutto quello che conosco di quei posti possa continuare ad esistere, piante, animali, coste anfratti e insenature, e la gente che ti vende i sugarelli pescati la notte dalla barca sul porticciolo. Non mi dilungherò nelle disquisizioni tecniche delle potenzialità distruttive del carburante (si chiama “bunker”, è quanto di più “scarto” ci sia, è l’ultimo prodotto estratto dalle torri di raffinazione del petrolio, più raffinato solo dell’asfalto che si mette sulle strade. E’ così duro, si, duro, solido, che per essere usato va sciolto col vapore a centinaia di gradi), e nemmeno dell’olio lubrificante (nella vostra auto ce ne sono circa quattro litri no? Ossia poco più di tre chili e due. Beh, in quell’arnese ce ne sono quaranta tonnellate). Se fuoriuscissero, e non pensiamo a cosa sarebbe successo se fosse affondata in senso proprio, semplicemente distruggerebbero l’arcipelago toscano. Dicevo, il recupero e la bonifica lo seguo con ansia per quanto ho descritto, ma c’è altro che mi ha colpito e che vorrei condividere. La prima cosa ovvia è che ha fatto più danni Schettino in poche ore che Berlusconi in vent’anni di “cavalli in senato” in guisa di novello (si fa per dire) Caligola. Infatti, Berlusconi è uno che “non si sa come” è arrivato per “meriti” suoi ad avere l’influenza che ha avuto e l’ha usata allegramente a proprio vantaggio (al proposito segnalo un articolo dell’Economist “The man who screwed an entire country” ossia “l’uomo che ha fottuto un intero paese” che definirei bellissimo se non ci fosse da mettersi a bestemmiare

http://www.economist.com/node/18805327

e in una traduzione non fedelissima ma che rende comunque un’idea

http://www.metaforum.it/showthread.php/20658-Economist-l%E2%80%99uomo-che-ha-preso-in-giro-un-intero-paese

in rete ce ne sono anche altre per chi fosse interessato) ma è comunque un fatto che interessa un solo essere umano, quindi è un caso circoscritto, limitato e, si può presumere, particolare. Schettino invece fa paura davvero, perchè rappresenta il “manager qualunque” italiano, che fa lo splendido, osannato nel suo fascinoso completo bianco, potente al punto di poter sposare o arrestare chiunque sul suo pezzo d’italia galleggiante, di poter decidere della sorte, guidare e condurre gli esseri umani che gli sono stati affidati. E usare tutto questo per fare bravate, e fare colpo e comunque goderne a livello assolutamente personale, senza alcun obbligo associato. Se ne trovano esempi analoghi specialmente nel mondo finanziario o pseudoimprenditoriale italiano e non solo. E, una volta “fatto il guaio”, subito dopo fuggire dalle proprie responsabilità, pensando solo a salvare se stesso. Un danno etico incommensurabile, per il nostro paese, dove “paese” non è quel senso vago (per taluni certissimo, come “l’esistenza di Dio” d’altra parte) di confini territoriali, bensì di condivisione di valori derivanti dalla storia culturale precedente e perchè no, di una lingua. Al pari di quei cowboy che hanno usato uno degli aeroplani militari più evoluti esistenti, per giocare al loro videogame prima di tornare a casa loro, senza conoscere nè il posto e nemmeno avere guardato le carte: bravata che è costata la vita a venti persone (funivia del Cermis, per chi non ricordasse). L’atteggiamento è lo stesso. Si, è osceno, e mi ha dato fastidio. Anche la storia personale delle singole persone è stato piuttosto d’impatto (quella oggettiva, non ho mai voluto ascoltare nemmeno una trasmissione di spettacolarizzazione della tragedia). Stupidamente, quando hanno ritrovato la bambina dispersa ho pensato a quello che… beh, chiaro a cosa ho pensato, mi sembra normale. Ma c’era ancora qualcosa, che non avevo trovato cosa fosse, che mi aveva colpito. Poi ho capito. Era la nave. Non mi stava facendo nessun effetto vedere la morte di quella nave. Strano. Anche in alcuni temi dei bambini del Giglio si trova il dispiacere per questa enorme balena che è venuta a morire a casa loro.

http://iltirreno.gelocal.it/grosseto/cronaca/2012/02/02/news/temi-in-classe-1.3136678

Se avete qualche minuto leggeteli, perchè ci sono cose che i grandi non immaginano. Punti di vista, oppure dettagli insignificanti che invece sono la cosa che ottunde tutto il resto della scena. Ok, esprimetevi liberamente: “questo è scemo” è un’espressione perfettamente accettabile nei miei confronti, lo dico io per primo di me stesso. Ecco, però, dopo che vi sarete sfogati, e ripeto, condivido, provate a starmi a sentire. L’avete vista quella nave? Mi ricordo la sensazione che all’inizio degli anni novanta mi fece il vedere il varo di una delle prime di queste dai cantieri di Trieste. Mi venne da dire: “ma questa non è una nave”. Non so cosa fosse, ma una nave no. È enorme. Quadrata. Sgraziata. Una nave è filante, ha una prua lunga ed affilata, un sistema di ponti discreto, con una specie di terrazzamenti elegante, spazioso, un po’ piramidale, ed una poppa che non è possibile che sia un nome attribuito a quella parte per caso: la poppa di una nave è una bellissima “poppa”, tout court. Quella, no. E tantomeno la Concordia. E poi l’avete vista dentro? Quello sfarzo vistoso e pacchiano, inutilmente carico di luci (ovvio, tutte banalmente artificiali) e di scalinate, ascensori di vetro, a vista, e poi ori e marmi e zampilli. E moquette. Ovunque. Mamma mia… Mi ricorda un hotel di Abu Dhabi dove alloggiai una volta. E un altro di Houston, di una missione successiva. Uguali, entrambi. Se non avessi saputo dove fossi stato nel momento del risveglio, certo non l’avrei capito dall’ambiente circostante. Sfarzo, ricchezza (o almeno lustrini e paillettes) a gogo. Stile? Non pervenuto. Ok, manca un pezzo. Tra i miei “frugamenti nelle soffitte” c’è stato anche la storia dei transatlantici, e in particolare quelli italiani. Ora, detta così paio un accademico di storia navale: niente di tutto questo, solo semplice curiosità e un minimo di approfondimento. Quindi, mentre i vari Lusitania e Titanic tra tutti erano delle macchine, per quanto fascinosissme, ma vecchie, sia per la costruzione, sia “socialmente” (basta pensare alla 3° classe, o all’alimentazione manuale delle caldaie a vapore in condizioni al limite della resitenza umana, testimonianze tecniche della struttura sociale del tempo, e del valore “variabile” della vita umana), lo stile, l’eleganza, la classe assolute erano rappresentate dalle navi italiane degli anni ‘50 e ‘60. Penso alla Michelangelo, alla Raffaello, e prima di loro all’Andrea Doria.

http://www.michelangelo-raffaello.com/italian_site/arte_a_bordo/arch_mich/arch_mich_pag1/arch_mich_1it.htm

Vere e proprie opere d’arte galleggianti, (e taccio dell’aspetto progettuale della macchina in sè). C’era ricerca, in tutta l’idea: dalla linea dello scafo ai locali, agli arredi, alle opere degli artisti del tempo, a decorare gli ambienti. C’erano soluzioni d’avanguardia, per l’epoca, a bordo. Questi eravamo “noi” negli anni ’60. Alla Michelangelo successe un incidente, fu travolta da un’onda oceanica anomala, e ci furono danni, e morti. All’epoca tutti i transatlantici, di ogni nazione e paese, furono mandati in cantiere per le modifiche necessarie, perchè “se è successo a loro” allora è grave davvero. Eravamo “quelli bravi”, all’epoca. E la Concordia? Io non ho competenze navali, ma di macchine un po’ me ne intendo, e anche di quelle che sono un po’ bastarde dal punto di vista della sicurezza: ad un certo punto del progetto, diciamo a metà, usa fare una riunione che si chiama HAZOP, ossia “HAZard and OPerability analysis”, cioè “analisi di pericolo e operabilità”

http://it.wikipedia.org/wiki/HAZOP

Tutti quelli coinvolti nel progetto sono invitati a formulare quesiti del tipo “cosa succede se”: cosa succede se si rompe quello, cosa succede se tizio non è lì a fare quello che deve, cosa succede se etc etc. E’ fondamentale, ma costruendo la Concordia, l’hanno fatto??? Cosa succede se quel ganzo di schettino la manda sugli scogli? Ci sta o no, con tanta acqua da tutte le parti, in mare? Appena è entrata acqua, (e lo scafo era singolo, che costa meno, ma s’è allagato subito tutto: ari-hazop), hanno perso all’istante i motori, tutti i controlli, compreso il timone, oltre alle pompe di bilanciamento (che sono quelle che siccome il fondo è piatto, e non c’è la chiglia (la nave è alta sessanta metri ma ne pesca solo otto…) per entrare anche nella laguna di Venezia perchè fa figo, la nave non sta diritta da sola come sarebbe naturale che fosse, ma c’ha bisogno di un sistema di pompe che bilancino l’acqua in dei serbatoi sui due lati della nave stessa): perse le pompe, la nave non è andata giù “pari”, ma si è rovesciata, che è stato il guaio dei guai. Schettino è solo la punta dell’iceberg (appunto), la tragedia della Concordia è ben più grave, ed è stata principalmente culturale. E allora io dico. Quando un’alluvione spazza la Biblioteca Nazionale, quando scoppia una bomba agli Uffizi, quando minano i due Buddha. Quando il museo nazionale di Baghdad viene sacheggiato. Quando infettano un lago rimasto intatto per venti milioni di anni. Quando succedono cose così, tutti perdiamo qualcosa. C’è anche chi sente male, quasi fisicamente, c’è chi pensa ad un essere viviente con un’anima, che muore. Beh, “perdere” la Raffaello o la Michelangelo, a sapere cosa sono state, a me, strettamente a me, suscita qualcosa di simile. Ovvio, lo capisco che non sono il museo di Baghdad. Ma perchè considerarle solo mezzi di tarsporto obsoleti, e non piuttosto delle opere d’arte? E non è allora un delitto sbarazzarsene a prezzo di rottame? La Tour Eiffel, è forse da vendere “alla libbra”, anche se c’hanno provato, ai tempi? (citazione da un’altro vecchio amore)

http://www.youtube.com/watch?v=RdD6L4cKKU8&feature=fvwrel – tradotto qui

http://www.dusk.it/Dusk_trselling.htm

ma qui è meglio che non mi si segua). Invece il grande cetaceo di metallo agonizzante appena fuori di Giglio porto beh, non ha un’anima. Ecco perchè non mi fa pena. E’ frutto di puro conto economico, di un senso del bello americano e stereotipato e omologato, condiviso e accettato, senza rischi, da “vincitore” che come esporta la democrazia in Iraq, così contamina come catrame ogni altra concezione del “bello” in sè. D’altra parte non è arte, è solo un mezzo di trasporto, no? E da “polli in batteria”, senza gloria, stile Ryanair, dove corri a prenderti il posto come sull’autobus, e non da Pan Am anni ’70. Vabè.

Mi fa un po’ compassione, questo gigante senza l’anima, e senza significato. Forse non se lo meritava, forse lei voleva essere una regina come quelle che l’hanno preceduta. Ma, a lei come a noi, sono toccati questi anni di plastica, questo tempo, e questi “nani” schettini, così lontani dai giganti di solo settant’anni fa, ma che sembra così tanto tempo.

Riccardo

DI SCRITTI … DI-VINI

VINOEPOESIA

Un giorno, un amico che apprezza il vino buono quando è buono davvero, quando il momento è quello giusto a cui dedicare un calice di buon vino (“nel bicchiere giusto, panciuto, di cristallo morbido, perchè le cose buone devono stare dentro le cose belle”) mi disse: – Sai, alcuni amici mi hanno invitato a fare un corso per conoscere il vino; tu sai che io lo amo.. Bè, ho rifiutato”. Gli chiesi come mai avesse rifiutato, e mi rispose inviandomi quanto segue.

Keating: “Ora aprite i vostri testi a pagina 21 dell’introduzione. Lei, Perry, vuole leggere il primo paragrafo dell’introduzione, intitolato: “Comprendere la Poesia?”

Perry: “Comprendere la poesia di Johnathan Evans Prichard, Professore emerito.

Per comprendere appieno la poesia, dobbiamo, innanzitutto, conoscere la metrica, la rima e le figure retoriche e poi porci due domande: uno con quanta efficacia sia stato il fine poetico e due, quanto sia importante tale fine.
La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza di una poesia, diventa una questione relativamente semplice. Se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico e la sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della poesia per misurarne la grandezza. Un sonetto di Byron può avere valori alti in verticale, ma soltanto medi in orizzontale, un sonetto di Shakespeare avrà, d’altro canto, valori molto alti in orizzontale e in verticale con un’imponente area totale, che, di conseguenza, ne rivela l’autentica grandezza.
Procedendo nella lettura di questo libro, esercitatevi in tale metodo di valutazione, crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà il vostro godimento e la comprensione della poesia”.

Da “L’attimo fuggente”.

QUELLI CHE

persone crowded_wallpaper

 

Quelli che hanno fatto promesse al vento

Quelli che il vento gli spettina i capelli

e quelli che quando piove, governo ladro.

Quelli che hanno la BMW con i cerchi in lega

e quelli che hanno i cerchi alla testa specialmente di sabato.

Quelli che rosicano e non risicano

Quelli che giocano a risico con la Morte

e quelli che con il morto ci passano l’week end.

Quelli che tanto io se scioperano i treni resto a casa dal lavoro

Quelli che se restano a casa dal lavoro si buttano sotto i treni.

e quelli che sono ciechi e i treni non li prendono perché hanno la patente.

E anche la pensione (dei ciechi).

Quelli che la pensione la lasciano dentro un reggiseno della Upim

pur di scostare una spallina bianca dalla pelle scura di una donna.

Quelli che sono stonati ma cantano

e quelli che se cantano gli sparano con la lupara.

Quelli che la messa la domenica, il vestito nuovo e poi a casa le lasagne:

quelli che il posto in banca è sicuro con i tempi che corrono

e quelli che corrono con il tempo tranne quando muoiono

e allora si fermano (sempre se trovano il tempo).

Quelli che vanno allo stadio la domenica perché domenica è sempre domenica

anche se non suonano più le campane.

Quelli che si danno pena  per far quadrare i conti

e quelli che fanno milioni dipingendo quadri che fanno pena.

Quelli che cadono sempre in piedi ma anche sempre più in basso.

E quelli che una volta toccato il fondo si risale ma ci sono

quelli che dopo incominciano a scavare.

Quelli che “poveva cava, voleva fave un giro in bavca ma non eva bello il tempo”

e quelli che remano per tutto il Tempo.

Quelli che la barca finchè va lasciala andare, tanto vale non remare.

Quelli che la bambina vuole la centodiciottesima Barbie del resto è tanto brava a scuola.

Quelli che caricano una bambina ai lati della strada

la domenica andando alla Messa.

E poi tornano a casa con la Barbie per la bambina.

Quelli che io speriamo che me la cavo e a culo tutto il resto.

Quelli che tanta fatica e non cavano un ragno dal buco

Quelli che muoiono per un buco.

Quelli che hanno le mutande leopardate le unghie laccate il profumo di Chanel

e non hanno mai letto un libro

Quelli che hanno letto un sacco di libri ma non hanno capito niente

E quelli che invece loro sanno sempre tutto 

Ohh yessssssssss