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VERITÀ

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Io e la Lara

 

2016-08-13 09.17.51

nella foto: la Lara

Se si guarda negli occhi un animale, tutti i sistemi filosofici del mondo crollano.
(Luigi Pirandello)

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LE PAROLE MIGLIORI

organzaLe parole migliori sono quelle che non dici. Quelle che escono dal petto e si posano sul petto che respira di chi ti dorme accanto, di chi ti ama accanto. Anch’esse non sono vestite anzi sono vestite di silenzi. Che è un abito leggerissimo, trasparente, organza finissima e preziosa che solo il cuore può trapassare. Le parole come queste devi leggerle col cuore. Si posano sul piede nudo, che si tende e cerca un altro piede, e in silenzio chiedono amore e carezze e tenerezza, nell’alba che già di sta vestendo di arrivederci e di saluti. Di frenesia, di caffelatte e di tuffi nel brulichio del mondo. Le parole migliori sono quelle che ti ritrovi in tasca la sera perchè nessuno le ha dette. Sono lì e scivolano fuori dalla biancheria intima un nanosecondo prima della doccia della sera. Non vogliono essere bagnate, perchè le parole bagnate non sanno volare. Vogliono restare leggere e volare sopra i pensieri sopra altri pensieri che sapranno raccoglierle e cullarle per poi resitutirle. Un’altra volta ancora vestite di silenzi, di sottoveste leggera che lo stesso cuore le spoglierà per leggerle ancora e ancora e ancora.

GIANMARIA

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Quando finisci un libro che ti è piaciuto tanto,
Quando finisce la musica che è stata capace di prenderti per mano e portarti via, che ha ripulito per un po’ la mente dai pensieri,
Quando il sole è sceso del tutto, la’, dietro la linea del mare, e si chiude il sipario più scuro sopra lo spettacolo arancione,
Quando cessa il canto degli uccelli del primo mattino
Quanto riparte il treno portandosi via quell’odore.
Quando accade questo e altro ci si sente un po’ più soli. Così come quando finisce un brano di Gianmaria Testa. Una voce che accarezza e calma, e ti prende per mano e ti porta a passeggiare in un posto che sa di lago e di barche ferme e di tramonto. Di seta e velluto. Odora di pane, di langhe, di cose “piccole”. Di barchette di carta, di aquiloni, di stelle di mare. Di umanità. Di vita.
Ecco… Uno come Gianmaria che se ne va è uno che lascia un po’ più soli.  L’ho incontrato diversi anni fa, tramite un amico che mi disse esattamente così: “se non lo conosci fai peccato mortale e per punizione ti faro’ avere tutti i suoi dischi”. Fu un regalo vero. I dischi erano tre, forse quattro. Poi con il tempo conobbi altro, e gli altri dischi li prenotavo appena usciti.

Erri de Luca ha scritto di lui anni fa:

Per Gianmaria

La tua voce s’arrampica a un balcone, soffia all’amato le parole da dire all’affacciata. La tua voce è Cyrano nascosto nel giardino che insegna al maschile smemorato come bussare a un bacio di ragazza. Sono sillabe di pioggia, da levarsi la giacca e appoggiarla sulle spalle scoperte di una donna, una delle poche mosse sacre in dote a un uomo.
Le tue canzoni servono a un ragazzo per improvvisarsi uomo, servono a un uomo per tornare ragazzo. Una donna sospira : fosse vero. Finché canti è vero e poi per altri cinque minuti dura l’effetto di raccolta dei frantumi maschili ; stanno di nuovo insieme l’adulto e il rompicollo. Finché canti ecco di nuova una sagoma d’uomo nella stanza, al bavero ha messo il fiore dell’ortica, in cima alla camicia una farfalla vera. Allaccia il braccio attorno alla ragazza, accenna a un valzer, lo rigira in tango, splende la coppia, numero chiuso sigillato a musica.
Profumo di balli di una volta la tua canzone di oggi. Uomo e donna accostano gli zigomi per fingere di dirsi una parola, si odorano i capelli, accostano il respiro alla curva del collo. I balli di una volta permettevano abbracci con la scusa di una danza in pista.
Niente altro che amori, polpa scoperchiata da un coltello che scortica, sbuccia, e sotto, il frutto è bianco. Solo amori, il loro passo a due disturba, distoglie : due innamorati vanno, dietro a loro si accodano le occhiate di noi altri soldati costretti dentro i ranghi, invece di sbandare, sbottonare il colletto e darsi da correre.
Niente altro che fiori, compratene un mazzetto, portatelo sudati, trafelati, alla creatura preferita, amata.

Noi ne abbiamo parlato qui
e poi qui
e poi qui
e ancora qui

Buon viaggio, buone note, buon vento, che siano vele oppure mongolfiere. Ho imparato dalla tua voce di velluto, portata in giro dal tuo passo leggero e dal volto di gentiluomo, l’aria discreta, e nessun rumore – ingredienti di un fuoriclasse – che “forse il gomitolo non voleva diventare maglione”.  Mi restano tutti i tuoi dischi. Brani, parole e musica, da centellinare, nelle serata a casa, con un buon rosso, fermo e denso tra le mani. E poca ma giusta compagnia. 

Lascio questo per chi non lo conosce e ha voglia di farlo. 

Lo sfondo e le immagini sono dedicate. “Montgolfières” fu l’album che fece innamorare la Francia, con la prestigiosa etichetta “Harmonia Mundi” . Solo più tardi sbarco’ in Italia, quasi senza accorgersene, quasi senza volerlo. In sordina. Come capita solo ai grandi.

 

NOSTOS

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E vabbè. Perdonatemi questo momento nostalgico forse sbuca dalla nebbia di stamane e la buca perché certi pensieri scaldano sono come il fiato caldo in un giorno un po’ freddo.  Era fine 2012 e questi erano i pensieri buttati giù quel giorno. Sarà che ho un po’ di raffreddore oggi, e anche mal di gola: un’aspirina frizza nel bicchiere qui accanto a me sulla scrivania. E anche un po’ di mal di vita. Capita. Sarà che l’arrivo dell’inverno mi trova sempre impreparata: cedo alle calze a metà ottobre, oggi indosso ballerine rigorosamente sopra il piede nudo. Non mi piace guardarmi indietro lo dico sempre, non amo i ricordi preferisco vivere nella consapevolezza che ci portiamo dietro il bagaglio di tutto perché tutto fa di noi ciò che siamo. Tutto ci plasma e ci forma; siamo creta nelle mani del tempo, degli eventi, delle persone che incontriamo che amiamo che ci lasciano, quelle che ci deludono e quelle che lasciamo e quelle che ci hanno dato tantissimo e quelle che ci sono, ogni giorno, ci camminano accanto. Copio incollo dunque questo post che per le ragioni appena elencate non sa di naftalina né potrà mai essere coperto di polvere.  E non lo faccio nemmeno per mancanza di argomenti: non è mai stato un blog “daaggiornareperforza”,non ne ha bisogno. Con piacere e senza mai smettere di sorprendermi questo posto è sfogliato: ogni giorno vengono letti post tra i 450 e oltre pubblicati. Questo per me conta molto di più della ricerca del nuovo. E poi va bene così: l’ansia da prestazione non è roba nostra non ci interessa non ci ha mai colpiti, è un luogo così, questo. A fine dicembre 2012 c’erano queste parole e sono attualissime, nonostante gatte e lucertole girino per altri prati ma anche qui, girano anche qui, trovo croccantini in giro, e sono diversissimi dai cookies internettiani, sono orme indelebili così come anche l’umorismo acuto misto a dolcezza di GilGanesh, che vive lontano da qui fa parte di questo luogo e non c’è nessuna pietra sopra qui non ci sono pietre sopra niente. Non si cancella la cronologia con un click, non si svuota la cache del cuore.

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31.12.2012

Grazie a tutti e a tutti un abbraccio affettuoso per un tempo che sia foriero di luce e di tante piccole cose belle. Piccole perché è lì che sta la bellezza, dentro le piccole cose: lo diciamo sempre, qui.  Cerco di nominarvi tutti, questo blog è frequentato da 4 gatti ( ma che gatti! ) e questa è una ragione in più per essere orgogliosa di questi “numeri” che stupiscono me, prima di tutti.  In ordine sparso: 

Marinz, cui devo, tra l’altro, la migrazione del sito e poi tanti motivi di riflessione.
Pieffe, orecchiette, speciali sapienti e acute oltre che straordinariamente intuitive. Devo molto a quell’essere  peloso, non solo per questo sito, ma per ciò che rappresenta nel mio Tempo.
Petula, la gatta filosofa e Lucertola, da preda ad allieva. Devo molto anche alla sua coda e al suo naso.
Pinuccia, donna e nonna intelligente, delicata e sensibile, si commenta da sé, basta leggerla.
Roberta (Frost), che si diverte con noi e tesse le foto come una moderna Penelope.
Sir Biss che porta odori di lago e profumo di salvia e rosmarino e tanta partecipazione. Che sa prendersi in giro come ahimé pochi sanno fare.
Riccardo: quando i “numeri” sono alti, per visite e interventi, dietro c’è spesso lui, a dibattere con orecchiette e gatte. Un altro pilastro di cemento armato qui e non solo qui.
Francesca Pacini (Mulino di Almeto): perché è a lei che devo l’incontro con Pieffe e Petula.  E anche l’onore di avere scritto su Silmarillon. Non scriverò mai come lei ma proprio per questo è un piacere vero leggerla. Imparo.
Carola, dal cuore dolce e romantico: la sua sensibilità e il suo calore dentro casa hanno fatto spesso il lavoro di un plaid. Amica di una vita, non ci si vede quasi mai, ma noi ci siamo.
Simona dagli occhi blu, che si firma Lotus, per qualche verso così simile a me da sembrare quasi…. mia parente  😉
GilGanesh che ci manca molto, così come il Gollum: hanno creato tante divertenti sceneggiature:  ci hanno dato tanto cuore e tanti sorrisi. E fiato per questo posto.
Simonetta (Calembour), che delle parole ne ha fatto e ne fa un mestiere.
E poi a tutti quelli “qui non nominati”,  e anche a quelli che leggono regolarmente senza apparire e mi scrivono  le e-mail.  Celeste anno a tutti, dal cuore. 

DIS-ARMONIE

Pace-si-armonie

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La sera, prima di dormire, ho qualche tempo per rifugiarmi nel mio mondo. Quello solo mio, che comprende solo i miei odori, il mio profilo, la mia pelle, il mio respiro. E’ un momento che mi piace, perché è tutto e soltanto mio. Ascolto il mio respiro e cerco di vedere i miei pensieri come se fossero fuori e non dentro di me.  Faccio il bozzolo, con il piumino, mi creo un posto per i piedi, li metto “a cuccia” e cerco di non pensare al domani, alle cose che mi aspettano, all’ufficio. Seguo solo il respiro e ascolto il silenzio della mia casa. Di solito c’è pace, in questo momento. Una pace leggera, respirabile, dove, almeno per un po’, si riallineano le cose, regalandomi un’idea di armonia. Si assottiglia il contrasto tra la mia anima e il mondo e le cose del mondo, le incombenze, le bruttezze, e non stride nulla. Niente unghie sulla lavagna, nessuna prova di eroica resistenza alle piccole e ripetute violenze quotidiane. Si allontanano le ipocrisie, le storie ripetute, i falsi sorrisi, le miserie tutte. E finalmente sento la mia pancia. E riesco a sentirla tranquilla, calda e sento di volermi bene. In questo stato riesco a vedere quasi tutto chiaro. Forse si vede bene solo al buio.  Appare tutto così chiaro… E i contorni sono così nitidi e precisi!

Poi arriva il giorno.. e trovi tutto sotto la luce artificiale sotto la quale, ormai, si vive. Un po’ perché ci siamo costruiti questo mondo. Di banche attorno a noi … e di  mode: quella del perdono, quella del mondo pulito, quella del tacco dodici, quella della tolleranza, dell’accoglienza, della accettazione, dell’indulgenza. La moda del volemossebbene, che semina il virus “iotisalverò” Pericolosissimo, a volte mortale. 

E un po’ perché ci arrivano le solite puntuali delusioni, le bugie, piccole e grandi e poi quelle davvero gratuite e le piccolezza tutte. I segreti di pulcinella. Le scatole di cartone che si aprono ed esce il pagliaccetto gonfiato che ti fa la pernacchia.

Ma non importa: la sera c’è l’appuntamento con la pancia. Calda… E il respiro. E i pensieri che a guardarli da fuori si vede che sono solo pensieri. E qualche persona davvero speciale nel cuore. Si spegne la luce e si immaginano i contorni.  L’essenziale è invisibile agli occhi.

 

 

SGUARDI

20140807_135858A differenza di molte persone, loro ti guardano sempre dritto negli occhi. Sguardi che ti frugano nel cuore e che sanno farti sentire piccolo. Lui è Pepe. Come lui, tanti. Sguardi speciali, potenti, penetranti, adulti, saggi, maturi, leali, dignitosi. Sanno spogliarti e a volte farti …. sentire piccolo, perché senti che loro hanno un cuore così grande e pulito e puro e bellissimo. E te invece no, mica ce lo hai così..

Namasté Pepe.

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TRENTALUGLIO

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Oggi, se ci fosse, la mia mamma compirebbe 80 anni, ma non c’è più da quasi 30.  Starete pensando che è un pensiero insolitamente personale, ed è vero, è molto personale, è vero. Però non è vero che è una cosa insolita: è solo diretta.  In diversi post ho parlato di lei, senza nominarla.  “Pensieri sul ponteper esempio,  e poi uno in particolare, che è  uno dei miei più intimi. Scritto il giorno del mio compleanno, che non amo festeggiare come tutte le ricorrenze in genere, ma è una data che inevitabilmente mi fa sentire ancora più vicina a Lei.

E’ questo ed è uno dei miei preferiti.

Ha raccolto interventi delicati e profondi, in linea con Controluce e con il cuore di chi la frequenta: persone, gatti e qualche cuore di cane.
 

Lascio anche questo pensiero, trovato in web. Non posso citare la fonte perché l’ho perduta e non sono più riuscita a ritrovarla.

 

animali

IL PRESEPE DI AURORA

Ciao zia,  ti mando la foto del mio presepe. L’ho fatto da sola. Quando vieni a vederlo?  Presto, tesoro!  

 

 

VEROFALSO

 

Donald Sutherland – Billy nel film “La migliore offerta” – dice: 
 “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”.

Nessuna recensione sul film, per carità!  Piuttosto una riflessione su quello che è il leit motiv del film: verità e finzione, simulazione, artificio, inganno, falsificazione.

L’amore ripara e ricostruisce il meccanismo bloccato dalla ruggine, della personalità un bel po’ borderline dei due protagonisti, così che entrambi raggiungono una specie di “guarigione” (similia similibus curantur).

Ma …
questo amore è simulato dalla bella Claire. La simulatrice infatti alla fine deruba il ricco Virgil, dopo averlo completamente trasformato e “guarito” dalla sue manie che per tutta la vita gli hanno impedito di vivere relazioni sociali “normali” e qualsiasi rapporto con l’altro sesso. Un vero misantropo.

Falsa è l’amicizia di Robert, l’orologiaio che lo aiuta a mettere insieme l’automa Vaucanson. A tal proposito, è interessante notare che l’assemblaggio dell’automa è parallelo all’abbattimento del muro tra Clare e Virgil.  Ingranaggi di un meccanismo che con il robot si attivano, da una parte. Dall’altra le  fobie che  nei due protagonisti si dissolvono. Un parallelismo raffinato e affascinante, dal punto di vista della sceneggiatura.

Recitata è anche la fedele e ostentata amicizia di Billy: alla fine si scopre essere il regista di tutta la messa in scena. E’ lui che afferma che  “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”. E materializza questo concetto lasciando a Virgil come “firma” sull’opera (la truffa) un quadro che esso stesso ha dipinto.

Virgil è un battitore d’asta, è richiesto in tutto il mondo, perizia opere d’arte di enormi valori e deve la sua brillantissima carriera alla sua capacità di distinguere un’opera vera da una falsa…
Tuttavia … non si accorge del complotto, orchestrato dalla donna amata, dai suoi amici, dal conoscente orologiaio Robert che diventa il suo confidente intimo, dal vecchio amico Billy.

Ma forse è più facile scovare il particolare che sconfessa l’autenticità di un’opera che distinguere tra sentimenti veri e sentimenti simulati.

Perché?
Forse perché c’è qualcosa nella natura umana capace di idealizzare e di trasformare come argilla un sentimento che urge come nutrimento, unguento o anestetico. Forse perché siamo bravi a giocare  tra luce e ombre, a ingannare gli occhi, il cuore, e perfino negare evidenze, nascondere pochezze e convincerci che qualcosa/qualcuno  è come vorremmo che fosse. E che noi stessi siamo come vorremmo essere.
E forse anche perchè, come Claire afferma: “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”.

Forse ha ragione un mio amico della capitale che un giorno disse: Ori, non è vero niente. E’ tutto finto…

UNO DI NOI

GIOIELLI DEL LAGO

villa del balbianello, lenno, como, foto mia 12.09.2010

In Controluce ci piace cambiare lo sfondo. Da ieri, anche in occasione della Giornata del FAI, appare uno scorcio del parco della Villa del Balbianello, situata a Lenno, Lago di Como, in una posizione mozzafiato. Nel post sottostante Pieffe e Pinuccia hanno manifestato la loro meraviglia. Essi sanno riconoscere il bello anche da uno scorcio. Fatto del resto normale per i frequentatori di questo sito. Modesta eh?

Allora, perché non pubblicare le slides della Villa del Balbianello dal collegamento del FAI? Eccolo. Guardatelo, ne vale davvero la pena. Buona visione a tutti, con uno dei gioielli del mio lago.

http://www.flickr.com//photos/fondo_per_l_ambiente_italiano/sets/72157622948401281/show/

DEL MARE

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Non lo trovo triste il mare in inverno. Forse perché in questo periodo, più di altri, mi manca una dimensione umana. Mi manca di sentire che sono una persona e non qualcosa che corre e lavora, fa la spesa, parcheggia, va alla posta, sale e scende dai treni. In questo tempo che fa male, si respirano paura, sconforto, tristezza, e anche panico. Sono spariti i colori dagli occhi e dai discorsi della gente, l’entusiamo, i progetti. E’ sparita la speranza. Fra tutte queste sfumature di grigio verso il nero che avvolgono i giorni, mi manca il passo lento di un giorno che sa essere tempo da masticare piano. Un tempo da assaporare con lentezza, un tempo che non sia tempo da ingoiare. Un tempo che non comprenda frasi come “menomale è venerdi” un tempo in cui ogni giorno è un giorno da vivere, e che lascia anche un po’ di malinconia quando arriva sera. Una malinconia breve: il tempo che si accendono le stelle per tornare a godere della sera, e poi della notte e che mostri l’aurora come un buon giorno, foriera di luce e di speranza e di gioia. Ecco perché, forse, penso spesso al mare, alla culla che sa essere, e alle sferzate che sa dare. Ci si può perdere un po’, nel mare e percepire la leggerezza del corpo che si muove, in modo naturale e lento, l’acqua sa massaggiare il corpo e anche i pensieri, isolare dal rumore, allontanare la polvere dagli occhi e dal cuore. Accando al suo respiro, nella baia calma di una notte sotto le stelle bianche e la sua voce, così lontana dai motori, dalle luci e anche da quella che mi tocca essere ogni giorno che ingoio, tranne brevi momenti in cui posso essere davvero quella che sono. Una persona.

foto: francesca

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MAGIE

Alcune cose saranno sempre più forti del tempo e della distanza, più profonde del linguaggio e delle abitudini: seguire i propri sogni e imparare a essere se stessi, condividendo con gli altri la magia di quella scoperta.

Sergio Bambarén – tratto da ‘Il Delfino’

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CAMPANELLINI

 

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Nevica, un pochino. Nevica sulla città, nevica sulla campagna. Ieri era tutto bianco, da me, e ci potete credere? I cani da caccia non possono uscire nella campagna. Ma non voglio sollevare un polverone sulla caccia nè sulle leggi che regolano queste cose, non è mia intenzione, non è il momento, non c’è voglia di parlarne tantomeno cuore. Le siepi spinose di ginepro stanno bene anche senza noi dentro, e se ci entriamo rischiamo di non uscirne più. Vanno bene per questa stagione:  ginepro e bacche e agrifoglio, qualcuno ne fa ornamento per l’uscio di casa.  Pensavo, i giorni scorsi,  alla casa di mio padre, a lui che tornava dal suo orto con in mano la verza perchè aveva “preso la gelata” e allora sì, che era buona da mangiare. Arrotolo un gomitolino tra le dita e il filo dell’esistenza di mio padre mi conduce un pochino, come una bussola, verso i libri di Mario Rigoni Stern, dove le stagioni avevano un canto ben preciso, un suono ben preciso, ed erano anche annunciate in modo ben preciso: per l’inverno c’era il campanellino dello scricciolo, che lo annunciava. Lo scricciolo emette un suono che ricorda un campanellino d’argento. E il campanellino si chiamava neve. Ecco che si percepiva la neve, non dalle previsioni di  Meteo 24, ma grazie anche a un piccolo esserino piumato. Basterebbe ascoltare il campanellino d’argento per tirare fuori le pale e preparare la scorta di sacchi di sale, non serve internet, non servono i satelliti. L’anno scorso nevicò in gennaio, e il campanellino d’argento per me, dallo scorso gennaio, porta il nome di un amico che non amava per niente la neve però amava la musica. A volte penso ai fili che uniscono destini e colori, suoni, odori: chissà, forse “Preghiera in Gennaio” di De Andrè la porto dentro da sempre perché qualcosa ha sempre saputo,  al di là e oltre questo apparente “sé” che sarebbe stata anche una “mia” preghiera.  Dicevo, le stagioni e i passi di queste che depositano anni sull’anima. E neve. Un po’ si scioglierà, altra invece concorrerà a formare ghiacciai eterni che avranno una qualche utilità negli anni che verranno. Forse serviranno a far scivolare via le cose inutili, e i semi che sarà meno utile ma anche meno possibile piantare. La terra fertile, quella densa, nera e scura, quella che feconda e accoglie, occupa sempre meno spazio, ha un angolo sempre più piccino e più esigenze. Certe volte il vento, le parole, le offese, umiliazioni e il dolore la rendono sterile, inospitale, allora serve il tempo perché gli uccelli possano di nuovo posare cioè che serve. Eggià, come dice anche De Andrè, i fiori non nascono dai diamanti. Mai. Quando morì mia madre si abbassò una saracinesca sul mio cuore, la terra andò in letargo per tanto, tanto tempo e si formarono, sull’anima, ghiacciai. Era bello in un certo senso: non sentivo niente, dopo un po’ nemmeno il dolore. Ma come sempre sotto la neve c’è calore e presto o tardi qualche germoglio riesce a fare il suo buchino. Ma questo post scritto direttamente sulla lavagna bianca della pagina, è una riflessione a ruota libera dato che malgrado tutto, malgrado la ragazzina silenziosa e pulita, vestita di jeans e maglione, pettinata e in ordine, stamane all’angolo aveva un cartello con scritto “ho fame”, malgrado tante persone dopo le vacanze di Natale troveranno la scritta “chiuso” fuori dall’azienda, malgrado tutto, il motivetto orribile e offensivo “A Natale a Natale si può dare di più” riecheggia nella mente come un martello, malgrado anche tutte le Preghiere in Gennaio. Mario Rigoni Stern ora, vivrebbe delle sue provviste accantonate in estate, bollirebbe le sue zuppe sul fuoco della legna anche questa accatastata con pazienza e con rispetto. E con lo stesso rispetto mangerebbe la carne degli animali cacciati, con rispetto,  quando era tempo di cacciare. Uscirebbe il fumo dal suo camino e lui con i suoi cani accoccolati accanto, probabilmente leggerebbe, scriverebbe, e forse preparerebbe un vino caldo ai chiodi di garofano. Non lo so perché la mente mi porta questi pensieri: forse perché a volte c’è bisogno di anima e di pelle. Di cuore e di pancia. C’è bisogno di amore e di calore e di cose vere. I giorni pesano sui giorni, violentano l’anima e la offendono, siamo ricattabili, siamo pieni di colpe, compresa quella di “possedere” una casa o di non essere “congrui” con i coefficienti di reddito o di aver bisogno di farmaci che costano una fortuna.  Siamo macchiati del peccato originale, ce lo dicono da piccoli e per tutta la vita dobbiamo meritarci il perdono. E di chi?  E per cosa?  Personalmente non sono certa che questa vita sia un dono, spesso e per molti è una condanna.  Penso a chi non ha mai avuto un tetto sulla testa e a chi  mangerebbe la carta del nostro pandoro, quello che può dare di più.   Ma mi fermo qui, anche questo è un campo spinoso e anche minato.  Sabato scorso è mancata la nonna Rosa, la nonna di Silvia. All’ufficio delle onoranze funebri guardavo gli occhi di Silvia, infossati e lucidi mentre il titolare parlava di colei che fino a due ore prima era la sua Nonna Rosa chiamandola “la salma”. Siamo pazienti, contribuenti, utenti, elementi, matricole, risorse umane, consumatori, infine salme. Domani la nonna Rosa sarà cenere. Quando e per chi siamo uomini e donne? Ho finito di scrivere e è finito anche di nevicare. Fuori, intendo. Dentro è diverso. Ho sentito il campanellino d’argento qualche settimana fa. E nevica. Nevica. 

SENZA TITOLO

Dal libro: Acid Lethal Fast, di Astor Amanti

Esistono uomini che portano su di sé il dolore del mondo.
Quando vedono pesci rossi nei sacchetti dei Luna Park non riescono più a respirare e vedono orribili facce ridenti deformate dall’acqua. Uomini che guardano foto di esseri viventi maltrattati e ne sentono, in maniera accecante e assordante, le urla, il panico, …la sofferenza.  C’è chi li considera santi o fanatici e chi, semplicemente, afferma che sono persone troppo buone per riuscire a sopravvivere senza impazzire.

Per chi ha un cuore capace di somigliare anche solo un po’ al cuore di un animale.

E poi per Ulisse, per Beba, per Atum, per Asso, per Giada, per Chicca, per Vienna, per Ambra, per Kira, per Paco, Pepe, Ful e per tutte le zampe, le piume, le pinne, le pellicce, gli zoccoli, i becchi, le ali del mondo.

CELESTE MI

foto mia

Foto mia.. E poi dicono che a Milano il cielo non è mai celeste …

Svegliata dalla sveglia alle 6.30 di oggi, sabato mattina perché ci sono cose da fare (sono milanese, nessuno è perfetto..) ho visto su la7 un pezzo di Le invasioni Barbariche, ospite Enrico Bertolino, così ho conosciuto il suo libro, Pirla con me, Mondadori. È una caricatura di Milano, dei milanesi, di ciò che Milano era, di cioè che Milano è. Sottotitolo: da Milano si può guarire. Penso che lo leggerò. Immagino un libro divertente e triste, come fanno le caricature tutte: un cono di luce bianca e impietosa sopra difetti, miserie, dolori e nostalgie. Mi sono sdraiata di nuovo sul letto e gustata l’ultima parte (in rete ho trovato l’intervista completa) e mentre ascoltavo ho pensato che io non vorrei mai de-milanesizzarmi, non ci penso nemmeno. Provo perfino nostalgia per quella Milano della quale Enrico Bertolino, praticamente mio coetaneo, conserva dei ricordi in seppia. Quando al Bar Magenta c’erano i biliardi (ora sono rimaste solo le stecche e i contapunti, sono contenta che ci siano). Quando sulle ringhiere dei Navigli c’erano i panni stesi e non gli atelier e i teatri di posa più prestigioni della città. Non vivo in città, prima per scelta dei miei genitori, poi per scelta personale, per ragioni che ora qui non sono importanti ma che si possono sistetizzare così:  vivo in una casa con giardino  fiori prato e cani e ora anche orto,  ma se non avessi avuto queste esigenze, l’appartamento in condominio di certo lo avrei scelto a Milano. A Milano ci lavoro,  e di fatto ci vivo da che avevo 15 anni. E per me, vale la pena del viaggio. Che viaggio poi non è. Quaranta minuti sono spesso normali se non poca cosa per molti che pure vivono e lavorano in città. Milano è ottimamente servita dai mezzi pubblici, ha una rete di trasporti meravigliosamente efficiente ma è .. grande. Grande, in tutti i sensi. 🙂 E no, io di Milano non voglio guarire. Anzi, mi spiace di non essermi ammalata (non ero nata) quando ammalarsi di Milano era un privilegio, era costruire, era ammalarsi di cuore. Un bell’ammalarsi di cuore, quello.

Vivere fuori (però fuori per davvero e non nella periferia – la precisazione è fondamentale) è un buon compromesso per quelle che sono le mie esigenze. Ho bisogno di Milano, ma ho bisogno anche di altro. Così Milano, la sera e nei fine settimana è sotto i miei piedi, solo un pochino più a sud, raggiungibile in pochissimo tempo e rassicurante, con la sua Madonnina e tutte quante le sue contraddizioni e le sue spine, pungenti tanto quanto le guglie del suo duomo.

In fondo a questo video (verso la fine, si può far scorrere il cursore) c’è una bella cosa, che non c’entra nulla con Milano. Alla domanda: cosa conta di più nella vita, c’è una risposta interessate, attraverso un … vasetto di maionese.

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Navigli a Natale
Foto di Pierangelo Mariani- Grazie Pier, spero di rivederti presto.

P.Mariani

e da http://www.milanmilan.it

“Preghiera disperata” alla Madonnina del Duomo

©Ada Lauzi

L’è ‘na preghiera fada in milanes con umiltà, fervor, senza pretes: te preghi madonnina, per on’ora fa ritornà Milan ‘me l’era allora… e, per quell’ora, famm vedè i navilli, i bei tosann coi sòcch fin’ai cavilli, i “Gigi” con la gnaccia e intorna i fioeu e sentì anmò el cantà di barchiroeu, el vosattà di dònn in sul Verzee e quell del Vicolin di lavandee! O Madonnina, famm ‘sta carità. per on’oretta sola famm tornà ne la Milan di brumm e di cavai quand sòtta Tì giugavom num bagaj, e Te parevet alta in Paradis coi gulli intorna, bianch come benis, famm rivedè ‘ncamò i spazzacamin con tutta la carisna sul faccin… …el soo…l’è ‘na preghiera disperada… d’on coeur che ne pò pù de sta bugada… ma…quand de damm a trà Te avree decis… famm sarà i oeucc…e derva el Paradis.

IL MIO ALBERO

A volte serve un Albero. No, non sto pensando al riparo dal sole, alla frescura, al riposo, alla vacanza. Oggi vanno di moda le vacanze naturali, fa tanto new age, fa tanto fico andare a castagne, fare   “birdwatching”, affittare casette stile “La casa nella prateria”, coltivare pomodori, erbette e fragole. Salvo poi distruggere i boschi. Avete mai visto i funghi martoriati dai bastoni dei coglioni che invadono i boschi perché fa tanto “viviamo naturale”? Ecco. Chiusa parentesi, torno all’Albero.

L’Albero per me, a volte è il simbolo del posto dove potersi sentire. Poter sentire sé, poter parlare di sé a chi si ama, poter essere sé. Lontani da ogni teatrino, da ogni rumore, dalle giustificazioni tutte, dalle bugie tutte. Lontani dalle finzioni. Per quanto è possibile.

Nella fotografia c’è un albero, bellissimo, maestoso. Un essere di legno e frasche, vivente, splendido. E’ invitante, accogliente. Ha persino un pavimento attorno alla base del suo tronco, due panchine. Ti aspetti che da un momento all’altro arrivi un cameriere a domandare “cosa desidera?”. Bello, tutti gli alberi, per me sono belli, come sono belli tutti i cani. Per me.

L’altro giorno qualcuno,  tagliando la siepe, mi ha confessato che mentalmente chiede scusa mentre lo fa.  Gli credo, lo farei anche io. Non amo i fiori recisi, anche se mi piacciono tantissimo i mazzi enormi di margherite sul tavolo della mia casa.  Mentre scrivo questo, sono consapevole delle contraddizioni della vita, e di tutto cio’ che noi “usiamo”, e comprendo anche me, ovvio.

L’Albero della fotografia, dicevo,  è splendido… ma c’è qualcosa di troppo ovvero le panchine, il pavimento, insomma le costruzioni. Sono fatti bene, panchina e pavimento, in legno (grazie!!!). Se fossero state in ferro o in plastica probabilmente avrei indagato sul luogo e scritto al Comune… Dicevo: c’è qualcosa di troppo.  Il “mio” Albero non deve chiamarmi, non deve mostrarmi di essere accogliente, non deve aprirmi la porta di casa, e chiedermi “prego accomodati” mostrandomi le panchine che stanno sotto le sue fronde. Deve farlo con altro…. Devo sentire che è quello il “mio Albero”. Perchè un amico non vale un altro. Un Albero non vale un altro. Un amore non vale un altro.

Il mio Albero deve poter ascoltare il mio cuore, le cose di dentro, raccogliere le mie lacrime e le mie risate. Ascoltare le mie storie, i miei sogni, le mie paure, le mie fobie. Sciogliere le mie catene.  Devo fidarmi di lui, devo essere sicura che ogni cosa che lui ascolterà sarà per sempre soltanto racchiusa tra i solchi del suo tronco, intrecciata tra i suoi rami, per sempre.  E deve essere soltanto li, per me. Quelle panchine non sono “per me” ma per chiunque vi passi. Sono un invito alla sosta, l’offerta di un rinfresco. Bello, tutto molto bello e va tutto bene. Ma il “mio” Albero non può essere questo.

LABIRINTI

 (Disegno:  Stefano Boer. )

 

“Un fuggiasco non si nasconde in un labirinto. Non innalza un labirinto su un luogo alto della costa, un labirinto cremisi che i marinai avvistano da lontano. Non ha bisogno di erigere un labirinto, perchè l’universo già lo è.”

(Abenjacàn il Bojarì  J.L.Borges)

Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine”.

(L’immortale J.L.Borges)

“Dall’inesauribile labirinto di sogni tornai, come a una casa, alla dura prigione. Benedissi la sua umidità, benedissi il suo giaguaro, benedissi il foro della luce, benedissi il mio vecchio corpo dolente, benedissi la tenebra e la pietra”.

(La scrittura del dio J.L.Borges)

LA CHICCA – TRE

LA CHICCA – DUE

Il panettiere consegnava ogni mattina il pane a casa, lasciando il sacchetto nella cesta appesa al cancello della casa in cui vivevo all’epoca. Un sabato mi aspettò e mi disse che il suo nipotino desiderava da tempo un cagnolino: fu così che regalai il piccolo di Chicca. Noi avevamo già due cani e poi ero certa che il piccolo sarebbe stato  in buone mani per cui il nipotino del panettiere diventò il nuovo amico del cucciolo di Chicca.  Chicca guarì del tutto: medicine e cure ripristinarono il pelo laddove mancava, la sua salute migliorò e dopo un po’ di tempo si poteva considerare una cagnolina sana e felice. Gli altri nostri cani l’accolsero fin da subito, e lei ogni notte si arrotolava accanto a loro trovando calore e sicurezza e affetto. Abitavamo una villetta, con tre cancelli e un giardino e un orto, situata in una zona del paese costruita a villette. Dopo qualche tempo, notammo un cagnolino, pelo raso, bianco nero,  musetto curioso e occhietti  vispi, fare la posta davanti al nostro cancello: la ragione era fin troppo chiara, Chicca era in calore. Una sera, al rientro a casa di mio fratello, accadde il “fattaccio”: l’inseminator, come fu chiamato, non si lasciò  sfuggire l’occasione di quel cancello spalancato e una domenica di Maggio, proprio il giorno della festa della mamma, Chicca mise al mondo 4 cuccioli. Bellissimi, quattro palle di pelo riccio. Fu una gioia ma anche un problema: a quel punto i cani erano sette, non facilmente gestibili, con  due cancelli che servivano tre automobili. Fortunatamente quattro conoscenti, persone fidatissime e conosciute ci chiesero i piccoli,  i quali  dopo lo svezzamento trovarono casa e amore. Chicca era una cagnolina intelligente, molto intelligente, dotata di un carattere deciso, testardo e soprattutto disobbediente e curioso. Quando capiva che non volevo che facesse qualcosa, guardava il cielo, soffermandosi in punti precisi con grande interesse come se da quell’osservazione dipendesse la sua vita! La cosa mi faceva un po’ arrabbiare ma soprattutto ridere. Era uno spettacolo vedere quanto una cagnetta alta una spanna potesse prendersi gioco di una persona. Una delle sue trasgressioni preferite era quella di uscire  dal cancello ogni volta che questo restava aperto  (il solo  tempo necessario  per passare con l’auto). Dicevo prima che la casa stava in una zona residenziale di villette pertanto le strade servivano solo le case stesse: le piccole uscite di Chicca (tre minuti al massimo) non erano dunque un pericolo, considerando che lei si limitava a pascolare nell’erbetta che cresceva rasente il recinto di casa.  Ma un pomeriggio, questa piccola trasgressione fu fatale. Era una domenica, io stavo leggendo in camera mia, mio padre usci con l’auto ma la cagna del dirimpettaio (libera per la strada)  aggreedì la mia piccola. Sentii un urlo terribile, lo ricordo ancora,  non lo dimenticherò  mai. Uscii con il cuore in gola, caricai la cagnetta in auto: con le gambe tremanti e un senso forte di nausea e disperazione,  non so come raggiunsi un ambulatorio veterinario di quelli aperti 24 ore. La cagna della vicina  le aveva staccato un occhio a morsi. La lasciai li la notte, fu sedata, le vennero date medicine attraverso flebo,  operata il giorno dopo.  La salvarono. Lei rimase la stessa di sempre, allegra, con il suo cuore enorme, la sua fiducia neri confronti di tutti, e del tutto immmutata la sua vivacità.  Passarono altri anni, e l’unico suo occhio si ammalò di cataratta ma lei, come tutti gli animali, aveva il suo nasino: quell’organo meraviglioso e misterioso e potente le permise di vivere bene e di sopperire al resto. Mi trasferii, lei restò con mio padre perchè la mia casa non era idonea ad accoglierla: Chicca era troppo piccola e la casa aveva una recinzione provvisoria e per niente sicura. E poi era un ambiente sconosciuto e sarebbe stata sola tutto il giorno. Provai, a portarla qui, ci provai, ma la vidi disorientata, se pure curiosa, ma si si spezzava il cuore. Sapevo che lo avrei fatto per me e non per lei. La riportai quindi a “casa”. Continuai naturalmente a vederla, ovviamente ad amarla. Poi una domenica venne mio padre a pranzo da me e mi disse che era morta. Non volli sapere come, non lo so nemmeno adesso. Non mi importa di saperlo. Visse 12 anni felice, nonostante il terribile incidente. E questo mi basta. Nemmeno mio padre potrebbe più raccontarmelo, pero’ il cane di mio padre vive con me. Questo lui lo sa, glielo avevo promesso.

Nel post successivo, ci sarà la fotografia della Chicca. Quella del suo piccolo grandissimo cuore è invece impressa in un posto di dentro, per sempre.

PICCOLE VOCI

Ehi signore! Signoreeeee!!

Signore! Dico a te. Sì, proprio a te! Parli la mia lingua?

L’uomo guardò a destra, poi a sinistra, infine in alto, sopra la magnolia e poi sopra il muretto, chiazzato di muschio.

Signoreeee ma sei sordo? Dico a te, si proprio a te, con la camicia a quadri, gli scarponi grossi e … bè molto altro non riesco a vedere perché sono piccolissimo. Anzi, già che ci siamo, stai attento a non schiacciarmi. Di questi tempi tutti girano con la testa rivolta verso il cielo e nessuno più bada a ciò che vive sul suolo. Tutta colpa di questi pensieri. Già … I pensieri degli uomini che sono così tanti che non stanno più nelle teste e allora hanno riempito il cielo. C’è un traffico, lassù! E una grandissima confusione. Eh si, perché i pensieri si scontrano, un po’ come facevano i bambini alle giostre. Quando i pensieri belli si incontrano tra loro allora cadono dei semini, qui, sulla terra e nascono delle piantine. Invece quando i pensieri cattivi incontrano altri pensieri cattivi, nascono dei bruttissimi virus, contagiosi e anche delle piantine, ma tutte spinose e senza fiori né profumo.

Ahhhh ma allora sei proprio sordo! Oppure sei tonto? Devo ancora capire… Insomma non mi senti? Eppure io vedo i tuoi pensieri che escono dalla tua testa. Eggià, anche te ne hai tanti, non ci stanno più dentro, sono troppo grandi per una testa così piccola. Senza offesa eh! Nemmeno il cuore riesce ad essere d’aiuto. Non ce la fa. Troppo piccolo anche lui.  Dicevo che li vedo, i tuoi pensieri: vedo i numeri, che scorrono sopra delle striscioline a righe bianche e grigie: il mutuo, vero? E poi vedo una data, e attorno a questa uno strato denso di ansia. Capisco: ti scade il contratto di lavoro. E vedo che escono tanti pensieri a forma di punto interrogativo: il futuro che vorresti immaginare. E vedo pensieri con il volto. Sono volti salutati, vero? Separazioni, lacerazioni, dolori definitivi. E poi vedo pensieri liquidi,  trasparenti, come acqua. Lo so, lo so, sono lacrime, quelle passate e anche quelle di adesso, tra poco saranno passate anche queste, evaporeranno e andranno a ingrossare questo cielo. Questo cielo troppo pieno di pensieri che stanno oscurando il sole.

Signoreeeee  Yuuuu uuuuu’ ! Perché non guardi bene? Sono qui, proprio vicino al tuo scarpone (mamma mia ma che piedone che hai!) … Sono proprio quella piantina minuscola, appena nata, figlia di due pensieri belli, anzi bellissimi che si sono scontrati nel cielo. Ecco, è caduto un semino e sono nato io. Sarò un albero, tra un po’ di tempo e allora potremo essere amici – sempre che ti decidi a portare il tuo scarpone un po’ più in là altrimenti … la vedo difficile! E sempre che in questo cielo resti qualche squarcio da far passare il sole.  I miei genitori, che come ti ho appena detto sono pensieri belli anzi bellissimi,  sono fatti di una mescolanza di sostanze anche se non saprei dirti le dosi. Li sentivo parlare, prima di cadere sulla terra e dicevano che sono fatti di speranza e di coraggio e poi altro che ora non ricordo. Mi hanno fatto un sorriso e mi hanno detto: vai,  avrai un po’ di terra che ti farà da mamma e poi crescerai e sarai bellissimo. Non mi hanno detto che avrei trovato scarponi e cielo scuro, ma io so che i pensieri belli, tutti gli amici dei miei genitori,  mi aiutano dal cielo e combattono i pensieri cattivi per far in modo di farmi arrivare sempre sempre un po’ di luce e di aria. Con un po’ di fortuna e .. scarponi permettendo, crescerò.

L’uomo ascoltava e mentre spostava il suo piedone da quel minuscolo germoglio, pianse, pianse tanto che in pochi istanti il germoglio crebbe diventando una piantina. Piccola, si sa, ma una piantina, non più un germoglio. E  l’uomo, commosso e quasi felice, mandò in cielo pensieri belli. Cadranno altri semini sulla terra.

Ma voi, state attenti a dove mettete i vostri piedoni. Mi raccomando eh!

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CREDERE

Lo splendore dell’amicizia
non è la mano tesa
né il sorriso gentile
né la gioia della compagnia:
è l’ispirazione spirituale
quando scopriamo
che qualcuno crede in noi
ed è disposto a fidarsi di noi.

R.W. Emerson

Già. La fiducia. Una volta dissi a qualcuno: camminerei con te, bendata, sul bordo di un precipizio, perché so che mi condurresti in salvo, o che non faresti mai niente per salvare la tua vita e non la mia. Uscì dal cuore questa affermazione, senza la costruzione della  mente. Era uno di quei momenti speciali e si formò da sola questa immagine. Gliela consegnai, vestita di parole e  subito dopo, rileggendo le stesse parole  mi resi conto della portata. Potei solo confermarle. Lo pensavo allora, lo penso ancora.

Qualcuno che crede in noi, così come siamo, con le nostre debolezze, le nostre miserie, le nostre paure. Questa è l’amicizia, quella vera, potente, incondizionata e pura. E sì che splende. Come una stella. 

IMMAGINANDO

una lucia

Oggi vedevo un tramonto sul lago,
Dal crepuscolo in poi, fino al momento in cui il sole si spegne.
Ero allo studio, per cui lo vedevo con la mente.

Sentivo l’odore dell’alga che si sente quando l’aria della sera si fa pesante e si
sposa con il fiato del lago.

Vedevo la luce, la mezza luce, il controluce, e poi il velo della sera.
Sentivo i miei passi lenti scompigliare il ghiaino delle piccole spiagge,
le narici allargarsi e accogliere l’aria.

Pace. Pace con il mondo, pace con me, tregua con i miei problemi.
Pausa per la mia testa.

La luna che si specchia, le lucine danzanti come stelline sull’acqua.
Silenzio, pace, respiro.

È durato pochi istanti ma in quel momento aveva un senso solo essere li, davanti al lago.
E che tutto ciò che vedevo, sentivo, respiravo era una sensazione di appartenenza.
Io, il lago, la notte, la luna, le stelle eravamo tutt’uno.

Tornando a casa, in treno, pensavo che il lago, le montagne, la sera e il suo odore,
la notte che si avvicinava, le luci dei piccoli paesi che immaginavo accendersi e disegnare il profilo della riva, era armonia, e che il mio quotidiano è  … innaturale.
Il mio ritmo, il mio respiro, il mio vivere di corsa è innaturale. 

 

angolo lariano

 le foto sono mie, scorci lariani

reti (per pensieri)

COLORA-MI

NAVIGAZIONE MILANO LINEA 1-033

 foto: http://www.flickr.com/photos/40617467@N04/
 

Marinz nel suo ultimo post parla di Milano: quasi tutti i post di Marinz contengono Milano, lui vive Milano davvero, ne segue le stagioni, le manifestazioni, partecipa a molte iniziative e conosce Milano dal centro alla periferia, conosce gli angoli, tutti, quelli acuti e quelli ottusi.

Qui ha parlato dei colori di Milano. I colori contribuiscono al volto di una città. Penso al giallo Milano, che non è la Chinatown meneghina di Paolo Sarpi,  e nemmeno il risotto alla milanese che pure è giallo, ma il colore tipico delle case di Milano, così diffuso, da conquistarsi una nuance: Giallo Milano, appunto.

Un tempo molto più diffuso: vestiva le caserme, gli edifici pubblici ma anche meravigliosi palazzi signorili, come le case  di ringhiera che si affacciano sui Navigli . un  giallo democratico, insomma. Comunque ancora molto presente e, ultimamente, rispolverato dal desiderio di tradizione, dalla voglia di retrò che forse è anche fisiologica, o semplicemente una scelta dopo la fine e il fallimento delle idee “nuove” e l’omologazione che cancella ogni tratto somatico e sottrae carattere e memoria a tutto.


Sono Giallo Milano le BikeMi, le oltre mille biciclette pubbliche del servizio di bike sharing della città e indosseranno di nuovo l’abito giallo tutti i tram. I tram, insieme al Duomo, alla Madonnina, al panettone e al risotto, sono il simbolo della città.

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Alcuni dei tram storici sono di colore verde, come le vedovelle: molte case sono di colore rosa antico o rosso.  E poi c’è anche il grigio, certo, come c’è in tutte le città.
Milano si porta addosso la nomea di città grigia, immersa dentro il bicchiere di acqua e orzata di Paolo Conte, ma non è così.

Il Duomo, da molti anni tenuto costantemente pulito dallo smog sfoggia un bianco luminoso che splende sotto il sole  mostrando sfumature di un bellissimo rosa. E il cielo a Milano non è affatto vero che è sempre grigio: sa essere turchese e celeste e blu.
Sa perfino mostrare le stelle, Milano, io le ho viste da poco e non c’era alcun black out.

Vorrei che insieme al giallo tornassero le trattorie, quelle vere, diverse da quelle per fricchettoni e turisti, e che Panarello (che è genovese) non smettesse mai di fare i cannoncini così come li fa dal 1930. Ma queste sono piccole cose: io vorrei che Milano ritrovasse il suo giallo e che insieme alle pennellate su case e tram, le venisse restituita la sua identità, la sua musica, il suo respiro ma soprattutto vorrei che non perdesse  il suo cuore. Quasi tutti lo hanno sentito dire che Milano ha un cuore grande ma non tutti sanno quanto.

Suggerisco di fare una visita qui:  si resta incantati dalla bellezza dei Navigli.  Altro che grigio!

http://www.flickr.com/apps/slideshow/show.swf?v=104087 

Per finire: un po’ di Milano in bianco-nero.

E20

  
 


Accadono cose che sono come domande, passa un minuto oppure anni e poi la vita risponde. (A Baricco – Castelli di rabbia).

Trovo affascinante, curioso, interessante questo concetto: ho parlato diverse volte, anche qui in Controluce, dei fili  che legano eventi e persone. A volte legami potenti, determinati da fatti banali.

A volte invece sembra che ci siano stati cuciti addosso come abiti su misura, come tessere mancanti del puzzle che siamo, come fili della ragnatela che ogni giorno costruiamo, perfezioniamo, rafforziamo, ripariamo e che ci collega con gli altri, con l’universo, che permette scambi e relazioni. Che consente trasmissioni, interferenze, interazioni, empatie. Legami.

Succede quando accadono quelle cose che  sembrano disegni, schemi, cose che dovevano accadere. Momenti che pare ci hanno sempre atteso e che abbiamo sempre aspettato e che arrivano quando il tempo è giusto, ma sembra quello sbagliato. Ma poi non è mai giusto e non è mai sbagliato. Accadono quando accadono, semplicemente.
 
Capita di sfiorare esistenze, che sfrecciano trasportate dal proprio tappeto, mentre noi attraversiamo il nostro tempo a bordo del nostro tappeto: ne sentiamo il fruscio, percepiamo l'odore, le avvertiamo sui peli come fossero aria, sono vicine, le possiamo annusare.
Ci spettinano, passando, scompigliano le frange dei tappeti, come fa il vento e ci passano sulla pelle, gonfiando i nostri vestiti, come fa il vento.

E forse è mancato poco, forse è bastato poco: un pugno di tempo, una decisione rimandata, un treno non preso, una gita annullata, uno starnuto. Uno starnuto, una scarpa slacciata, le chiavi cadute per terra ed è passato il tappeto in un tempo diverso dal nostro.

E certe volte è vero che " al destino di certo, non manca il senso dell'umorismo", come disse Morpheus a Neo in "Matrix",
 
Sliding doors, un bel film: corri, ma la porta del metrò si chiude, perdi il treno per un pelo, e la tua vita ha un corso. La variabile: tu che corri, arriva il metrò, lo prendi al volo mentre le porte si chiudono e la tua vita ha un corso diverso perché seguono cose diverse, incontri diversi, perché arrivi in un posto in un tempo diverso dove stanno accadendo cose diverse.

Una terza variabile che però non è nel film: un certo metrò  non arriva, quindi non c'è nessuna porta che si apre né in tempo né fuori tempo: due persone restano dove sono e accadono cose che non sarebbero accadute se fosse arrivato un qualsiasi metrò.


Insomma, eventi banali che determino eventi che ne determinano altri che tutti  insieme scrivono la tua storia. Strano, vero?

"Getta un sasso in un fiume e il mondo non sarà più uguale a prima".

 "Basta il battito d'ali di una farfalla per sconvolgere il mondo".

Cosa accadrebbe ora, o domani, se io adesso fossi in riva al lago e non sul mio divano? E se fossi al cinema? A teatro?  E se fossi in vacanza a Praga?

Avrei incontrato qualcuno se non avessi letto mai Il Piccolo Principe, oppure se oggi avessi mangiato una pizza invece del gelato?

A volte sono odori speciali che ti passano accanto, mani che tocchi senza toccare, fiato che senti nel fiato per qualche istante. 

A volte qualcuno o qualcosa arriva, inaspettatamente, senza averlo cercato, deciso, voluto. E ti accorgi che era tutto ciò che serviva, che non poteva non arrivare perché non era mai mancato così tanto prima di quel momento.  E che una "banale" coincidenza ti ha offerto, per un po', una impagabile felicità.

Accadono cose che sono come domande: Il Piccolo Principe ha  viaggiato, e trovato risposte, soprattutto che l'essenziale è invisibile agli occhi. E io penso che abbia ragione. Non servono gli occhi servono il cuore, l'immaginazione. Serve leggere oltre. Oltre.

BAU

 


 

Era già capitato di recente in Sardegna: una cagnetta ferita in un bosco e il suo amico quadrupede che abbaia allo sfinimento fino ad attirare l’attenzione di due cacciatori. E ora anche in Giappone: un cagnetto che assiste il suo amico tra le macerie lasciate dal terremoto e dallo tsunami. Quando sono arrivati i soccorritori hanno cercato di portare via il cane che stava bene e lasciare al suo destino il Fido ferito. Ma quello non ne ha voluto saperne. Non si è mosso di un millimetro. Guaiva come a dire: “O portate via entrambi, oppure preferisco morire qui con lui”. E’ andata nel migliore dei modi. I due cani sono stati soccorsi entrambi e ora sono in un centro veterinario. Forse li chiameranno Eurialo e Niso.

La morale è che ci chiamate bestie ma noi non scappiamo quando c’è un amico in difficoltà. Perché abbiamo sentimenti e talvolta più umanità degli umani.
Un bau a tutti.

Un articolo che emoziona: l’ennesima prova di fedeltà da parte di questi esseri speciali quali sono i cani. Molti di noi sono cresciuti con Rin Tin Tin, Lassie. Recentemente è arrivato Rex, il cane poliziotto.  C’era anche il mitico Skyppy, che era un canguro.

Protagonisti di storie meravigliose: loro erano l’appuntamento quotidiano più speciale dei bambini. Erano nei sogni, nei disegni, più che nei gadgets. Erano nei cuori dei bambini più che sulle copertine dei quaderni, più che sopra gli zainetti di scuola.

In quei telefilm c’era dentro tutto: lezioni di pace, di amore, di rispetto. La cura e l’attenzione per chi è più debole, per chi non può difendersi, per chi non ha modo di farsi valere. Per chi è diverso.

Era chiaro cosa è il bene e cosa il male, cosa è giusto e cosa non lo è. Erano chiari i valori quali solidarietà, amicizia, fedeltà ed era chiaro dove risiede la bellezza e l’armonia. E quanto fosse importante l’onestà e quanto preziose le piccole cose.

Sto andando fuori tema, ma ci torno subito. Chiaro che il tema è l’amicizia, la solidarietà: in una parola sola l’amore che da solo rappresenta tutto.

Si parla tanto, ora, di amicizia: sorrido quando sento i ragazzi in treno dire: Luca mi ha chiesto l’amicizia su facebook. Amicizia ?!! Meglio sarebbe dire “contatto” oppure “autorizzazione”.

Amicizia! Termine abusatissimo anche “fuori” dal mondo virtuale, dai social network, dalle varie chat e dai vari blog. Si fa in fretta a dire “un mio amico, una mia amica”. Capita anche a me ma poi sempre mi correggo, a proteggere quel valore e allora dico: “anzi conoscente… direi un conoscente”.

Faccio fatica a vedere un confine tra ciò che definiamo “amicizia” e ciò che definiamo “amore”. Non puoi amare qualcuno senza essere suo amico, e non puoi essere amico di qualcuno senza amarlo. E l’amicizia è un sentimento alto, un valore che si fonda sulla stima e sulla solidarietà, sul rispetto, sulla fiducia. Come l’amore. Poggia su valori altrettanto alti e comprende anche rinunce e disponibilità. Disponibilità? Cos’è?

Tornando all’articolo, che è il responsabile di queste riflessioni mi vien da dire che chi non ha auto cani forse non sa di cosa sono capaci. Per molti questa loro natura è poco dignitosa. Io invece sostengo che bisogna guardare dentro lo sguardo di un cane per trovare la dignità che abita dentro l’umiltà alta.

Molti ci vedono umiliazione al posto di umiltà. L’umiliazione dello zerbino. Esiste, certo, ma non appartiene ai cani. C’è un pozzo dentro gli occhi di un cane: dentro quel pozzo ci si può calare con la certezza di essere al sicuro anche se è buio e umido. Li dentro abita la capacità di amare senza compromessi e senza riserve. Abita anche quella rassegnazione adulta, matura, di quando è “finita”. Che è accettazione, e mai fine della lotta. Un cane non smette mai di lottare, è capace di camminare per mesi e mesi o per anni se ti deve rovare. E’ capace di resistere (con dignità senza pari) a qualsiasi freddo e caldo e fame e sete e morire senza un lamento.

Abita dentro di essi una specie di … consapevolezza del mondo, una grande saggezza. Secondo me loro possiedono la chiave dei segreti del mondo.  Io non so come fanno, ma so che “loro sanno”. Loro sanno leggere dentro di te, sanno quando stai male quando sei felice. Sanno quanto sei stanco quando sei nervoso quando sei semplicemente annoiato.

E fin qui forse è anche facile. Ma loro sanno quando sei ammalato, lo sanno, esattamente come sanno di essere ammalati quando loro sono ammalati. E non ci lasciano mai soli, non lo fanno mai.

Un cane mangia il suo piccolo quando sta male. Un gesto crudele? No, ovviamente. Un enorme gesto di pietà e di amore e di consapevolezza. Mio padre ha vissuto 4 anni con un cane che ora vive con me da 6: si è ammalato a maggio, mio padre, cancro ai polmoni. Ful sapeva. Io sentivo che lui sapeva, ancora prima che noi tutti sapessimo, prima che mio padre sapesse. Mi trasferii praticamente a casa sua: per qualche mese lasciai quasi completamente la mia casa e vissi con loro due. Le finestre al piano terreno della casa erano costantemente piantonate, dal di fuori. In qualsiasi stanza mio padre si trovasse, Ful era fuori dalla finestra di quella stanza. Per mesi.

Morì in dicembre dello stesso anno e lui ovviamente sapeva. Non lo cercò mai perché semplicemente sapeva. Lo lasciammo ancora diversi mesi nella casa: la nostra presenza era frequentissima, ovviamente, non volevamo semplicemente non volevamo staccarlo di botto dalle sue abitudini, dai suoi luoghi e probabilmente sbagliavamo: lui sapeva.

Un paio di anni dopo la morte di mio padre, lessi che sanno avvertire il tumore al polmone, lo annusano dal fiato, prima ancora che qualsiasi potentissima tac possa fare una qualsiasi diagnosi.

Hanno un’anima speciale e la fine dell’articolo “La morale è che ci chiamate bestie ma noi non scappiamo quando c’è un amico in difficoltà. Perché abbiamo sentimenti e talvolta più umanità degli umani” io non la trovo corretta, toglierei “tavolta”. Inoltre “umanità” non significa niente: è un termine che viene usato per indicare valori che spesso non appartengono affatto agli uomini.

Sarebbe un mondo meraviglioso se fosse governato dai cani. Giusto, corretto, con regole semplici e un ordine preciso. Affidabile e sincero. E a proposito di sincerità (poi giuro la faccio finita, sopportatemi): quante sono le amicizie che girano attorno alla nostra esistenza che non comprendono bugie, oppure segnate da mezze verità? In altre parole è soprattutto l’opportunismo che regola molti dei rapporti che abbiamo, inutile raccontarci balle: abbiamo bisogno di relazioni e per non perderle, mentiamo … Triste? Forse, ma forse solo umano. Appunto, umano quindi non comune ai cani (per esempio).

Con il passare degli anni impariamo a sentire sulla pelle – cioè sotto il pelo che abbiamo perduto – chi ci “adopera”, e distinguerlo da chi è presente nei nostri giorni perché ci vuole bene e ci ha scelti per costruire un rapporto che cresce, con lo scambio, la condivisione, il confronto.

E’ con il tempo e sulla pelle che impariamo ad usare con parsimonia la parola “amico – amica” e a scegliere con chi passare il nostro tempo.

Io con i miei cani non sento mai niente sulle pelle se non la voglia di sentire il loro fiato, anche quando – diciamolo – proprio profumato …. non è.

IL DITALE DELLA NONNA

il ditale di tita

foto mia

 

La mia nonna materna, anche lei come tante nonne, aveva una macchina per cucire, una di quelle di colore nero, con la scritta dorata, che funzionano a pedale.

Poggiava sopra un piccolo mobile di legno, color miele, con uno sportello che conteneva piccoli cassetti con l’occorrente per cucire a macchina e anche a mano: spolette di filo, aghi, spilli, l’uovo di legno per rammendare le calze, i gancini di ricambio delle aperture delle gonne della nonna, le spille da balia, alcune lampo, bottoni, il metro da sarto, gessetti.

Quando lei cuciva, spesso le sedevo accanto: questi ricordi comprendono il periodo della mia vita dai 4 ai 12 anni circa.
Ricordo ancora in modo nitido i vari oggetti:  il puntaspilli, un cuscinetto che ospitava, infilzati, alcuni aghi già infilati, con fili di diversi colori.  Spesso la nonna mi faceva infilare gli aghi dicendomi: tu che ci vedi bene preparane uno nero, uno bianco, uno grigio, uno marrone … Forse lo faceva per farmi sentire importante, non saprei, comunque mi piacevano, quei momenti.

A volte la imitavo, mettendo dei punti sopra qualche pezzetto di stoffa che mi dava la nonna, e avevo un piccolo ditale, minuscolo, giusto per il mio dito di allora.
Dorato, con una piccola medaglietta raffigurante la Madonnina di Lourdes incollata sopra. Era il “mio ditale”, solo mio, e non poteva essere altrimenti, data la dimensione e l’assenza di altri nipoti in casa, fatta eccezione per mio cugino, però di tre anni più piccolo e comunque maschio. Nel periodo in cui stavamo entrambi dai nonni le cose “da femmina” erano pertanto soltanto mie.

Nel 1986 i nonni furono costretti a cambiare casa e la macchina per cucire con il mio ditale dentro nel cassetto, seguì i nonni e il resto delle loro cose.
Con  la  mia famiglia però erano già parecchi anni che abitavo ad una ventina di chilometri dalla casa dei nonni ma andavo spesso da loro e mi capitava di vedere il mio ditale pensando ogni volta che era giusto che restasse là, perché quello era il suo posto, era la sua casa.

Poi un giorno lo portai via, venne con me, nella mia casa. Nel 1987 se ne andò mia mamma e nove giorni dopo di lei suo padre ovvero il nonno: la nonna continuò a vivere nella casa fino a poco tempo prima di andarsene anche lei, nel 99.

L’anno precedente la morte della nonna io vissi in ben tre case, o per meglio dire abitai tre diverse case perché, trattandosi di situazioni provvisorie, non trasferii mai tutte le mie cose, se non un anno e mezzo dopo quando mi stabilii definitivamente nella casa ove vivo tuttora.

Durante questi andirivieni di oggetti, vestiti, libri ecc accadde che persi il ditale. Lo cercai, quando venne a mancare la nonna, lo cercai tanto, disperatamente,  ma di quel piccolo oggetto nessuna traccia.
Fino a un paio di anni più tardi, quando, in ufficio, capitò di consegnare dei documenti ad un cliente dello studio: si trattava di un plico piuttosto voluminoso quindi per agevolarne il trasporto, cercai un sacchetto, frugando in un mobiletto in corridoio dove si ripongono ombrelli di emergenza, sacchetti e quelle cose che “possono sempre servire”.

Non so per quale ragione, ma percorendo il corridoio verso la sala riunioni dove attendevano cliente e documenti,  mi bloccai, tornai all’armadietto e cambiai sacchetto senza alcuna ragione oggettiva e logica.

Uscito il cliente tornai a riprendere il sacchetto, frugai all’interno ed era li. Il ditale era li da circa due anni.

Non ho mai attribuito alcun significato a questo episodio, perché credo che la nostra memoria sia qualcosa di straordinario, capace di conservare, intrappolare, trattenere ricordi tra le proprie pieghe. Ricordi che possono emergere in modo del tutto inconsapevole.  Ci sono  cose che trascendono l’umana comprensione, ma non mi importa di capire: è un episodio che ricordo con un sorriso, tutto qua.

Il ditale ora è al sicuro, qui, a casa mia.

(foto mia: su http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/)

L’IRIS DI PABLO E QUELLO DI RICHARD

« Quando la spieghi la poesia diventa banale,
meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni
che può svelare la poesia ad un animo predisposto a comprenderla. »
(PABLO NERUDA)


 IL POETA E LO SCIENZIATO  (fonte citata in fondo al testo)

Ho un amico artista che alle volte dice cose con le quali non sono molto d’accordo. Magari raccoglie un fiore e dice: “Guarda com’è bello”, e sono d’accordo; ma poi aggiunge: “Io riesco a vedere che è bello proprio perché sono un artista; voi scienziati lo scomponete in tanti pezzi e diventa una cosa senza vita”, e, allora penso che abbia le traveggole. Per cominciare, la bellezza che vede lui è accessibile a chiunque e quindi anche a me, credo. Non avrò un senso estetico raffinato come il suo, ma sono comunque in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Per di più vedo nel fiore molte cose che lui non riesce a vedere. Posso immaginare le cellule, là dentro, e i complicati meccanismi interni, anch’essi con una loro bellezza. Non esiste solo la bellezza alla dimensione dei centimetri, c’è anche su scale più piccole, nella struttura interna, o nei processi. Il fatto che i colori dei fiori si siano evoluti per adescare gli insetti impollinatori, ad esempio, è interessante: significa che gli insetti vedono i colori. E allora uno si chiede: il senso estetico dell’uomo vale anche per le forme di vita inferiori? Perché è estetico? Domande affascinanti che mostrano come una conoscenza scientifica in realtà dilati il senso di meraviglia, di mistero, di ammirazione suscitati da un fiore. La scienza può solo aggiungere; davvero non vedo come e che cosa possa togliere.

Le frasi che avete appena letto sono di Richard Feynman, uno dei più grandi scienziati del secolo appena passato. Descrive molto bene lo stupore che “lo scienziato” prova quando “il poeta” lo accusa di non vedere la bellezza delle cose e addirittura di distruggere tale bellezza con “l’arida scienza”. E nota come ad esempio il poeta non sia in grado di vedere il bello ad esempio nel meccanismo della fotosintesi o nel teorema di Pitagora.

I poeti sostengono che la scienza tolga via la bellezza dalle stelle – ridotte a “banali” ammassi di gas. Non c’è nulla di “banale”. Anche io posso vedere le stelle nella notte deserta, e sentirle. Ma vedo di meno o di più? La vastità dei cieli estende la mia immaginazione. Bloccato su questa giostra il mio piccolo occhio può catturare luce vecchia di un milione di anni. Un grande disegno di cui sono parte…

…Qual è il disegno, o il significato, o il perché? Non sminuisce il mistero conoscerne un po’. Poiché la verità è ancor più meravigliosa di quanto ogni artista del passato abbia mai immaginato. Perché i poeti moderni non ne parlano? Che uomini sono quei poeti che possono parlare di Giove come se fosse un uomo ma se invece è una enorme sfera rotante di metano e ammoniaca rimangono muti?

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/03/23/il-poeta-e-lo-scienziato/

L’altro giorno ho visto delle immagini, bellissime, di Saturno (sarà che è il mio pianeta, mi piace tanto) e di una delle sue Lune, Encelado, che è bellissima. Sembra un organo, è bianco, venato di azzurro: le “vene” sono profondi solchi, sono geyser, vivi, attivi, probabilmente “responsabili” della formazione di uno degli anelli di Saturno. Ci sono  immagini spettacolari, riprese dalla sonda Cassini. Affascinanti, davvero.

Ma quando guardo un cielo stellato riesco a guardarlo con la pancia, con il cuore, con i sensi, riesco ad immaginare di essere lassù, come il Piccolo Principe, e navigare tra galassie, pianeti, nebulose e stelle, tra milioni di stelle.
E penso che ho una rosa a casa mia che è la Terra. La sera, prima di addormentarmi penso spesso alle stelle, ne ho alcune appiccicate al muro di fianco al mio letto: sono luminose, si caricano di giorno con la luce.
Per me le stelle sono stelle e basta, sono misteriosi punti di luce pieni di magia, terre di brillantini oppure sono luce che filtra attraverso il manto bucherellato della notte densa per farci capire che oltre, c’è luce e luce luce.
O per ricordarci che c’è una seconda parte di noi, lassù, che aspetta noi. Quando sto per addormentarmi, spesso penso che durante magari, durante il sonno, raggiungo ogni volta l’altra parte di me, quella che si trova là, proprio tra le stelle.

Quando vedo un fiore è un fiore, una meraviglia della Natura. Può essere simile a me, come lo è un Iris: ha petali che proteggono profondità delicate e scure, contiene qualcosa di speciale. Non vedo cellule, ma cerco e trovo la relazione con le persone, con l’anima di chi lo ha coltivato, la cura che gli ha dedicato, la delicatezza di quelle mani che gli hanno permesso di fiorire, di esistere, di propagarsi anche. Penso al legame.

Trovo la relazione con il corpo umano che lo ricorda o che gli somiglia, oppure con la musica che può evocare: un margherita evoca una melodia allegra, una rosa rossa un requiem,  per me, una melodia greve, triste, solenne.
E’ soggettivo, tutto passa attraverso il filtro delle sensazioni che giocano con le associazioni.  E tutto è cucito da quel filo invisibile che lega le cose della terra con quelle del cielo.

Buona notte a tutti, buone stelle.

DOVE STAI TU

(foto dal web)

Chissà se anche dove sei tu c’è la neve, e chissà se sei felice, se c’è anche li l’arcobaleno qualche volta, dopo la pioggia e chissà se c’è la pioggia.
E il vento? Quel soffio a volte fastidioso e freddo ma a volte tiepido e piacevole come la carezza di una grande mano amica, c’è dove stai tu?
C’è quel profumo che si sente nei campi a primavera, e poi in estate, quando tagliano il grano, ma c’è il grano, dove stai tu? E ci sono i colori? Il giallo il blu, il verde, e poi il rosso il violetto, il bianco e il nero?
Mi piace immaginarti, mentre ti lanci ridendo da una collina innevata, sopra una tavola, oppure mentre corri dentro il mare, quella immensa distesa di acqua blu, verde e blu, e celeste, e incolore, e nera, a volte, che è il mare, l’oceano.
Come mi piace immaginarti sotto le stelle mentre guardi in alto chiedendoti di cosa sono fatte e se si possono toccare.
Ma chissà se dove stai tu c’è il mare e chissà se ci sono le stelle o se invece ti sono talmente vicine da essere specchio per i tuoi occhi.
Poi mi piace immaginarti dentro il cesto di una mongolfiera che naviga lenta, sopra i tetti colorati dei paesi del  mondo, sopra le cime innevate, sopra i ghiacciai azzurrini, le foreste smeraldo, i deserti d’ocra.
Sopra laghi color del turchese e laghi rossi di alga come donne d’acqua.
E mi piace immaginarti davanti a me, magari dall’altra parte della tavola a guardare i tuoi occhi attraverso un bicchiere di vino rosso, lo sguardo rubino acceso dalla fiamma di una candela e penso che sorriderei, contando le pieghe della tua fronte.
Ma chissà se dove stai tu esiste il vino, e il cibo, e poi una tovaglia di fiandra bianca con una candela bianca e chissà se esiste il fuoco.
E mi piace immaginare di avvicinare  la mia mano alla tua, prenderla con calma e guardare il palmo con attenzione, per sentire il calore che contiene e pensare che sarebbe la sola cosa che vorrei leggere, il calore. E portare tutto quel calore sul mio viso, lentamente, sino a sentirlo sciogliere nello strato piu’ profondo e poi sentirlo espandersi fino ai confini dei pensieri.
Chissà se dove stai tu ci sono i treni:  partono e arrivano e tornano e ripartono, contengono molte cose sai, i treni? Persone, oggetti, bagagli. Contengono storie, tante storie, contengono tante di quelle storie, i treni,  da poter essere scritte sopra tutta la superficie della terra ma non basterebbe.
Contengono il fiato, i pensieri, il dolore, le lacrime, le gioie le risate, l’umore intimo degli amori,  contengono le gocce del tempo. Le confessioni e una quantità infinita di rimpianti. Rimorsi anche, sì.
Ratei e risconti del Tempo. E chissà se esiste il Tempo, dove sei tu, e se sì, chissà se si misura. Qui c’è, un Tempo, anche se nessuno sa cosa sia. C’è un Tempo in polvere, un Tempo di acqua, un Tempo di cera, un Tempo di aria.
Contengono parole uscite dai libri: storie dentro le storie, i treni. E poi segreti, e delusioni. Amarezze, disperazioni. Contengono attimi impazienti, nostalgie. E le gioie dei ritorni. La fine della lontananza, la fine della guerra, il riposo del soldato.  Le fughe degli amanti, i pianti dei bambini.
Culle di pensieri sparpagliati dai finestrini lungo campi di grano che sfrecciano veloci e paesi di pietra immobili, attorno ai campanili. Contengono la stanchezza infinita dei vecchi con il capo ciondolante e le borse di plastica. Contengono gli odori, i profumi, quelli forti e quelli scadenti come ciprie del dopoguerra, e poi quelli delicati, quelli che si possono sentire solo dalle pelle: pori come scrigni.
Ma chissà se dove stai tu ci sono le strade ferrate, le stazioni, l’odore del ferro dei binari. E chissà se ci sono gli odori.
E poi mi piace immaginarti accanto ad un grande albero, con la schiena contro il fusto. Ma chissà se dove stai tu ci sono gli alberi, e chissà se c’è l’erba. Ci sono i grilli, le coccinelle? E la rugiada? Ci sono le api? Qui, dove sto io, senza le api cesserebbe la Vita, lo diresti mai?
Mi piace immaginare la tua voce, la voce è un’impronta, qui, lo sai? E’ uno strumento, produce parole, produce suoni, produce vibrazioni  a  vibrare anime e pensieri. Produce musica e sa stridere, offendere, sa umiliare. Sa penetrare in luoghi che nemmeno sai di possedere.
Sa essere melodia, sussurro, a sollevare peli della pelle, pensieri e sogni e respiri.
Ma chissà se dove vivi tu esistono i suoni e le voci e i pensieri.
E chissà se esiste qualcosa o qualcuno che ti leggerà questa lettera, e chissà se avrà un senso, questa lettera, lì, dove stai tu.

L’UOMO CHE FABBRICAVA GIOCATTOLI

Alessandra è un'amica: abbiamo fatto qualche viaggio insieme, in passato. E' una persona che per certi versi mi somiglia e poi, secondo me, lei ha qualcosa che vorrei avere anche io. 
Lei dice lo stesso quando parla di me. Forse da due donne ne verrebbe fuori una decente…  Questo è quello che ci diciamo tutte le volte che ci incontriamo.

Fatta questa mini premessa, Ale scrive storie per bambini: non lo fa per pubblicarle, infatti non pubblica niente, non ha un blog, niente. Le scrive per sé: forse, come dice lei stessa, lo fa perché da bambina mai nessuno le ha raccontato una storia e allora lei se le raccontava da sè.

L'ho incontrata oggi e le ho strappato questa storia. Ne aveva alcune, sulla sua chiavetta USB, non le ho lette tutte ma istintivamente ho scelto questa. Lei legge Controluce, non è mai intervenuta e men che meno lo farà adesso. Mi ha permesso di fare il copia incolla.
Grazie  …. Ale.

 

(foto dal web)

C'era una volta un uomo che lavorava in un grande palazzo, moderno, uno di quelli con le vetrate e con i pannelli colorati al posto dei muri.
Una casa dove la gente non abitava ma lavorava soltanto. Infatti durante il sabato e la domenica, il palazzo era silenzioso, si svuotava di persone: i telefoni, i fax, e fotocopiatrici tacevano, forse riposavano anch'essi.

Quest'uomo aveva studiato tanto, e per molti anni, anzi, a dire il vero non aveva mai smesso di farlo, perché il mondo cambia in continuazione, si usano cose nuove, computer sempre più perfetti, sofisticati ed efficienti.
L'uomo svolgeva il suo lavoro con precisione e serietà, Era una persona affidabile, preziosa per la società per la quale lavorava, un uomo su cui altri uomini sapevano di poter contare. Un riferimento e un esempio per colleghi e superiori. 

Nessuno sapeva che lui aveva un sogno speciale. Questo sogno era chiuso in un cassetto, del quale nessuno aveva tutte le chiavi. Era un cassetto piccolo, costruito apposta per contenere le cose importanti.

Ci entrava solo la luce delle stelle, quelle non ancora conosciute o non ancora nate, perché nel cuore dell'uomo c'era un angolo misterioso, che avrebbero abitato, un giorno, alcune stelle che, solo trovando quel posto nel suo cuore, avrebbero avuto un nome.
So cosa stai pensando, ma no, non era strambo, semplicemente era una persona un po' speciale.
A dire il vero, non aveva solo questo cassetto ma è solo di questo che ti voglio parlare.

Il sogno in questo cassetto era quello di costruire giocattoli, giocattoli di legno. Si, lo so a cosa pensi ovvero che non dovrebbe essere un sogno difficile da realizzare, e in effetti hai ragione, dovrebbe essere così. 
Ma a volte, gli adulti sono strani: scelgono una strada e poi capita che dopo un po' di tempo non sono più sicuri che sia la strada giusta.
Imparerai, nel corso della tua vita, che ciò che scegli oggi potresti non volerlo più domani oppure, semplicemente potrebbe non bastarti più. 

Ma torniamo al nostro uomo. Durante il suo tempo libero, cioè quando non lavorava e non studiava, lui amava curiosare in quel mondo che durante l'infanzia costituisce la sola dimensione, ma che poi continua ad essere parallela al mondo adulto, forse per offrire equilibrio e gioia, rifugio, consolazione ma anche saggezza. Già, perché c'è molta saggezza nel mondo dei bambini. 

Curiosando e frequentando quel mondo, sentiva ogni volta che avrebbe potuto realizzare, con le sue mani, la sua testa, il suo cuore, prima del legno e poi con il legno, dei giocattoli diversi, come nessuna fabbrica aveva mai fatto, come nessuna macchina avrebbe mai potuto fare, come nessun uomo nemmeno con tutti i computer del mondo avrebbe saputo fare.

Amava i trenini, le giostre, i carrilon, gli aeroplani.
E poi tutti quegli attrezzi che potevano condurre un bimbo più vicino alle stelle, perché potevano aiutarlo non a conoscerle, ma a guardarle. Era convinto infatti che non fosse importante conoscere il nome delle stelle o sapere quanta la distanza tra loro e la terra, ma che fosse importante guardarle e imparare, notte dopo notte, tutto da loro, tutto ciò che sarebbe stato bello sapere. 

Cominciò una sera, che fuori pioveva. Era inverno, un inverno freddo, di pioggia e di neve, un inverno di quelli da luce accesa e di serate lunghe e silenti di tutto. Le cose incominciano nel momento in cui debbono incominciare. Non un giorno prima, non un giorno dopo.
E le sue mani, guidate dal suo cuore e dalla conoscenza delle cose, cominciarono a segare, tagliare, limare, incollare, incastrare, unire. Creare.

E poi la sera dopo, e quella dopo ancora. Ogni sera il tempo passava così in fretta che doveva puntare l'orologio per ricordarsi di andare a dormire. Una notte non lo fece e si accorse dalla luce che entrava dagli scuretti, che stava albeggiando: andò a lavorare di corsa e a mezzogiorno era un cencio che a malapena si reggeva sulle gambe! 

E così, impiegando il tempo che ci voleva, fabbricò il suo primo giocattolo: era una scatola, di legno, non molto grande, rettangolare, con un coperchio che quando lo sollevava, usciva, come per magia, non una ballerina danzante, ma una stella, una stella che lui chiamò semplicemente … Stella.
Era bianca, non danzava, non c'era nemmeno musica, ma era bellissima, perché era la prima cosa che aveva costruito. 

Il tempo passava e man mano che lavorava, diventava sempre più bravo, con gli arnesi. Aveva spesso tagli nelle dita ma non se ne curava affatto, tanta era la concentrazione e l'attenzione che prestava alle cose che si ostinava a produrre seguendo solo il disegno che aveva nella mente. Già, hai capito bene:  non disegnava nulla. Tutto era solo nella sua testa e tutto doveva passare dalla testa alle mani senza la mediazione del disegno.
"
E' così che deve essere", ripeteva a sé stesso quando, a seguito di qualche fallimento una voce, quella del raziocinio, gli suggeriva di usare il disegno. 

Una sera, spense la luce del suo laboratorio, come faceva altre sere e andò a dormire.
Stava per addormentarsi quando un piccolo, secco rumore lo fece alzare dal letto e lo guidò verso il laboratorio: raggiunta la porta stette un po' in silenzio, l'orecchio teso, ma niente. Si sentì sciocco e tornò a letto.
La sera dopo, mentre si accingeva a riprendere la sua ormai consueta attività serale, si accorse che alcuni oggetti, componenti, rotelle, pezzetti di legno non erano come li aveva lasciati la sera prima.

Tuttavia, sebbene con un po' di perplessità, cominciò il lavoro che aveva previsto di svolgere per quella sera, e dopo alcune ore il suono della sveglia, suo malgrado, lo fece andare a dormire.

Ma dopo alcuni istanti … di nuovo quel rumore. Si alzò, si diresse verso il laboratorio e questa volta spiò, sentendosi un po' stupido, dal buco della serratura e …… ciò che vide gli fece battere forte il cuore tanto che dovette sedersi per un bel po' di tempo sul pavimento, per ritrovare un respiro se non regolare, almeno accettabile. Dentro al suo cuore lo aveva sempre saputo, o forse, semplicemente lo aveva solo sperato .. I suoi giocattoli erano vivi!

Ritornò a spiare dal buco della serratura e assistette alla vita che animava i suoi giocattoli: Stella era stata la prima a “svegliarsi”. A seguire, si svegliarono Aeroplano di Legno, Trenino di Legno, Cavallo a dondolo di Legno, Trottola di Legno, Dirigibile di Legno.
Tutti a fare festa, chi con una gamba sola (c'era Omino di Legno, professione Ferroviere la cui gamba destra era prevista per la sera successiva). Poi c'erano Dama di Legno, che danzava da sola sotto Luna di Legno senza un braccio (anch'esso in lavorazione).

C'era anche Slitta di Legno, trainata da Cani di Legno. E poi Macchina di Legno e Motorino di Legno anni 60, e Giostrina di Legno.  Tutti erano in movimento, tutti avevano ricevuto, dall'uomo, forma, colori, ingranaggi e …. fiato. Sì, hai capito bene: dentro ognuno di essi c'erano fiato e cuori. 

Andò a dormire, forse più felice che stupito. 
Non aveva alcuna domanda da farsi perché non avrebbe avuta nessuna risposta da darsi.
"
Era così che doveva essere" e pensando questo, si addormentò.

FINESTRE

ti aspetto

 (foto mia )

I vetri in inverno erano freddi: appoggiava il naso a quelli della finestra che dava sul cortiletto mentre aspettava che zio Claudio venisse per il pranzo.  Lo zio aveva una piccola officina meccanica vicino alla casa dei nonni e tornava per pranzo, qualche minuto dopo che il campanile aveva suonato le dodici. Quando arrivava la prendeva in braccio e la faceva giocare sempre un po’.

Quando c’era la neve il gelo ricamava i contorni dei fiori della camelia invernale, in fondo al cortile e a lei sembravano fiori di vetro.
Dalla grondaia sopra la finestra a volte scendevano piccole stalattiti di ghiaccio: qualche volta ne staccava uno con la mano guantata e lo succhiava come un ghiacciolo solo che non c’era lo sciroppo.

La stufa di cucina mandava un caldo odoroso di resina, di eucalipto e un po’ di canfora: la nonna certe volte metteva sopra la stufa una scodella con dell’acqua e alcune gocce di Olio 31, preparato svizzero fatto con trentuno erbe, un portento, secondo la nonna, contro il raffreddore e la tosse.
Sopra la stufa, dalle piccole bacchette disposte ad ombrello fissate attorno al tubo di rame, pendevano gli strofinacci: la nonna li stendeva dopo che aveva riordinato la cucina, per farli asciugare in fretta.

La camera da letto dei nonni era al piano superiore della casa di ringhiera: per accedervi bisognava uscire in cortile e salire le scale: la prima porta a sinistra era quella della camera della signora Elisa, poi c’era il terrazzo e subito dopo la stanza dei nonni.
Era grandissima: al centro, sulla destra, a ridosso del muro c’era il grande letto, così alto che lei doveva prendere la rincorsa per poter salire.

In inverno c’erano due piumini d’oca, dalla metà del letto in giù: la nonna li aveva rivestiti con lo stesso tessuto con cui aveva confezionato le tendine arricciate che stavano appese al davanzale delle finestre, a coprire il vano sottostante: beige scuro con stampe di piccolissime rose di colore rosa-rosso.
Nella stanza c’erano anche due letti singoli, e una toilette con un catino di metallo, uno specchio e sotto, la brocca per l’acqua, anch’essa di metallo bianco con il bordo blu: di fianco l’asciugamano di lino bianco.
Quando dormiva dai nonni, le piaceva salire le scale del cortile con la candela: anche se il nonno di solito usava la torcia a pile, teneva sempre una piccola bugia con una candela per lei: sapeva di farla felice. Salendo le scale, cercava ogni volta la luna.

Il letto era freddissimo in inverno, ma la nonna infilava nelle lenzuola un recipiente di rame, di forma ovale, riempito con acqua bollente.
Era un piacere che lei aspettava per tutta la settimana: nella casa dove viveva con i genitori c’erano i termosifoni e l’appartamento non aveva tutti i nascondigli che invece c’erano a casa dei nonni.
Nei vani sottofinestra, nascondeva i piccoli tesori: collane di plastica colorata, fiori pressati tra pagine di quaderni e poi i segreti, quelli che nemmeno la nonna conosceva: sassi bianchi e lisci che trovava in giro e poi piccoli pezzi di vetro colorato, dai contorni levigati e morbidi che per lei erano smeraldi o zaffiri a seconda del colore. Le piaceva un sacco il vetro colorato. 

In estate invece era tutto diverso: la parte del cortiletto spettante ai nonni era delimitato dai grandi vasi con gli oleandri rosa e bianco, e sui larghi davanzali delle due finestre della cucina, c’erano i gerani, grandi, rossi. Non avrebbe mai più rivisto gerani così grandi e così rossi.  Quando era tempo, il nonno li ricoverava in cantina, strappandoli dal terriccio e appendendoli a testa in giù. La cantina era buia, pertanto, le spiegava il nonno, le piante stavano in letargo e non germogliavano. La primavera successiva sarebbero stati pronti per essere piantati e fiorire di nuovo.

La cantina era un’altra occasione di gioia: il nonno prendeva la chiave, infilata in un anello di ferro appeso ad un gancio in cucina e diceva, cantilenando: vado in cantina …. io vado in cantina …. sapendo che lei sarebbe arrivata di corsa, ovunque fosse, gridando: aspettami nonnoooooo vengo anch’io!!! 

La cantina dei nonni aveva la porta fatta di assi di legno e una serratura con lucchetto. Per terra non c’era pavimento ma terra battuta e c’era odore di … cantina. Il nonno teneva un po’ di vino, la spuma, il chinotto, la cedrata e le patate e poi una grande scatola con alcuni attrezzi da lavoro quali pinze, tenaglie e chiodi. C’era anche la ruota di scorta della bici, appesa alla parete di fronte.  Uno scaffale ospitava alcuni vasetti di vetro dove il nonno, calzolaio in pensione ma attivo per una buona parte del paese, teneva piccole scorte di chiodi e colla, quella colla densa e gialla che si usa per il cuoio e la pelle.
Per il nonno questa attività rappresentava un hobby che lo impegnava un paio di ore al giorno, nello sgabuzzino di fianco alla cucina, a cui si accedeva sempre dal cortile.
Dentro c’era una lampadina che penzolava dal soffitto e odore di colla. L’odore di colla e quello del sapone di Marsiglia che usava la nonna per lavare i panni nel lavatoio di pietra in fondo al cortile, sarebbero rimasti dentro le narici per sempre.

La nonna, anche se aveva la lavatrice che centrifugava girando una manovella, in estate lavava al lavatoio e cantava ad alta voce. Era intonata e le signore del cortile uscivano e stavano ad ascoltarla, poi facevano il caffè. Lei raccomandava alla nonna di conservare le schegge del pezzo di sapone che stava finendo, perchè lo usava per lavare le bambole.

La signora Elisa aveva una figlia: Ivana un anno più grande, fu la prima amica. Il papà di Ivana morì che la figlia aveva circa 10 anni: fu la prima esperienza con qualcosa di incomprensibile. I genitori, infatti, non potevano mancare. Non era previsto.

Con la nonna, la sera, diceva le preghiere, perchè il papà di Ivana guarisse: ci rimase malissimo quando seppe che non erano servite.

La nonna recitava l’Ave Maria e Salve Regina in latino, lei faceva un po’ fatica allora le recitava in italiano. La nonna diceva che era lo stesso, che la Vergine sapeva tutte le lingue del mondo.

SGUARDI DI CANI

regale

(Paco. Foto mia)

Non li ho visti oggi quegli occhi ma posso immaginarli.

Li ho avuti in mente per tutta la serata, per tutta una notte inquieta e per tutta la mattina.
Loro, i cani,  ti guardano sempre negli occhi: alcune persone non lo sanno fare ma loro sì, loro lo fanno sempre, anche quando  il tono della tua voce contiene un rimprovero, oppure è un tono incazzato per davvero.

Mi trovavo a Roma, questo fine settimana e ieri ho saputo che Paco era in giro, da solo, per le campagna pavese, tra le risaie e il nulla, dalle sette della mattina. Si è perso.

I cacciatori scendono dall’auto, aprono i portelloni ai propri cani e questi liberano l’istinto atavico,  poi la voglia mescolata alla necessità muscolare fanno il resto.
Nonostante l’impazienza, la maggior parte dei cani non spezza il legame con l’uomo: uomo e cane sono in simbiosi, in quei momenti, complici. Sono l’uno la parte che manca all’altro.

Paco … no. Lui è un “cane sciolto”.
Il suo istinto, la passione, la necessità di “andare”, lo spirito indipendente che da sempre lo caratterizza da che era cucciolo, hanno fatto in modo che si perdesse.

Dalle sette di ieri mattina fino a poco fa non si aveva idea di dove fosse.
E’ stata battuta tutta la zona, fino alle sette di sera, sono state visitate alcune cascine, e praticamente “perquisito”  il solo paese facilmente raggiungibile in poco tempo rispetto al luogo di partenza: San Biagio di Garlasco.  Sparito.

Il viaggio di ritorno da Roma ieri è stato uno strazio, per me. Meno male che questa volta, a differenza del solito, non viaggiavo sola. I pensieri erano sempre quelli: porta il tatuaggio di riconoscimento, una medaglia al collare con incisi numeri di telefono.. lo troveranno, faranno una telefonata.

Ma man mano che passano le ore le speranze diventano più piccole perché sai che può essere ucciso da un’auto o rubato.
Già… è un bel cane, Paco, un setter inglese, un cane in forma anche se non più giovanissimo, e si sa, c’è tanta gente senza scrupoli, gente che “adopera” i cani, li maltratta, li considera strumenti.

E allora pensi che preferiresti vederlo morto piuttosto che in certe mani. E continui a pensare alle stesse cose e non ti levi dalla mente quello sguardo. C’era anche Luca, ieri, l’amico di sempre, in giro a cercare Paco. Luca, che stanotte ha dovuto portare il suo springer, Mimì, di 12 anni a morire.
Ieri era un giorno così: Paco perduto tra le risaie della campagna pavese,  Mimì che stava male. Rabbia, incazzature, dispiacere.
Chiamo Luca, stamattina: sta facendo una buca per la Mimì. Dove sta lui si può fare, si possono tenere nel giardino, con certificato del medico veterinario e visto sanitario.
La voce di Luca è quella che è,  e così anche la mia: conosco Luca da metà della mia vita e la Mimì da sempre. Non so che dirgli perchè so che si spezza qualcosa dentro.  Lo abbraccio se pure con il pensiero.

Lo ringrazio per quanto ha fatto per Paco nonostante il momento che viveva il suo cane: sono cose che riescono a fare le persone speciali.  E si alternano nella mia mente lo sguardo di Paco a  quello della Mimì.  Ripenso anche ad altri episodi passati, che hanno visti vicini uomini e animali e uomini tra loro.

E penso che sono amori grandi, i cani, e che hanno un potere grande.
E poi penso a quanto sia speciale la solidarietà che unisce chi vive con i cani, chi li ama, chi sa cosa significa perdere un cane, non sapere dove sia, o dover portare a morire un cane.

Stamane viene ribattuta la zona, e fatta la denuncia ai carabinieri. Mi arriva la telefonata che temevo: niente, nessuna traccia, si torna a casa.

Poi una seconda telefonata, da Milano stavolta: “lo hanno trovato, torno indietro, vado a prenderlo”.
Ora è in viaggio. Spaventato, stanco, affamato.  Sarà una lezione sufficiente, Paco?

Sono sollevata, è naturale e stanca. Ma ci sono ancora tanti pensieri, per Mimì, per Luca, sua moglie e le bimbe a cui Mimì mancherà immensamente.

Tutto questo è amore e … vita.

SCATTI

stupore

 

Ti accorgi che cala la luce,
e senti che il cielo si copre di nuvole,
si alza un po’ di vento.
Accosti le due parti del golfino,
senti freddo:  frughi nella borsa alla ricerca di un foulard.
Guardi verso il cielo …. e … lo vedi così, il cielo.
Lo vedi così. Il cielo.  Il cielo diventa così … e tu sei sotto.
Non sai che dire non sai che pensare.
Perchè sai solo guardarlo, quel cielo .. che è così.

(foto mia, Canada 2008,)

Rientravo da un gita e stavo sopra una piccola barca; il mare era agitatissimo, lo stesso il mio stomaco. Stavo così da un’ora e mezza fissando le ginocchia cercando solo di resistere.
Scendo a terra pensando: ce l’ho fatta, sono ancora viva, mamma mia che momenti, grazie al cielo ce l’ho fatta. Lo guardo, il cielo, lo ringrazio, il cielo  … e lo vedo così, il cielo.
Rosa, un rosa antico che di certo poco prima era amaranto, un amaranto che non ha voluto separarsi dall’ultimo istante di luce bianca e vi si è mescolato, fuso in  un amplesso che ha prodotto questo rosa.
Come si può raccontare di un cielo rosa come questo?

Questa, per me, è la magia della fotografia. L’ “altra” magia. Perchè una magia è l’invenzione della fotografia. Come lo è premere un interruttore, accendere una lampadina che illumina una stanza.  Magia, se non si sa come sono fatte le cose.
L’ “altra” magia, quella che mi affascina, è quella che rende immortale un istante, lo sottrae al mutamento, ai tentacoli del tempo, alle sue mani invisibili che tutto toccano, trascinano e trasformano.
Inevitabilmente, inesorabilmente nel turbine dove girano tutte le cose forse per sputarle in un altro momento, in un altro posto, forse sopra altri piani  forse paralleli,  come eventi che accadranno.
Una magia che la mente non può: la mente conserva il ricordo dell’emozione, dell’immagine, certo, ma ne disperde i dettagli, dipana i contorni, confonde i tratti.

E poi la mente, l’umore, la psiche, il bisogno, sanno mescolare, edulcorare, contraffarre, mistificare, enfatizzare, svilire, sporcare o colorare, sbiadire.  Modificare, annichilire, annientare. Dimenticare.
Comunque sia, il  ricordo è assoggettato al Tempo, sempre lui,  il signore che passa nella mente a volte come vento in una stanza senza finestre, a volte portando con sè uno tsunami che passa sopra mente anima e cuore spazzando via tutto: immagini emozioni sensazioni di odori sapori, di tocchi di pelle, di cose, cose fredde calde bagnate umide morbide. Secche avvizzite soffici.
Alcuni ricordi si sciolgono nella nebbia di tanti ieri, si coprono della polvere delle soffitte della memoria, degli archivi delle cose passate, stanze cui dobbiamo ricorrere perchè tutto, tra le braccia della memoria, non ci sta. Si sa.
La fotografia compie questa magia. Ferma tutto. E’ anche qualcosa di inquietante, per qualche verso.  Ma magico. Soprattutto magico.

Quella nuvola a forma di leone, dentro quel cielo di diciannove, non si riformerà mai più. Quella bouganville, che era fiorita il 14 agosto 2010 non fiorirà mai più di quei fiori: saranno altri a fiorire da quella pianta, ma mai più  “questi” fiori.
Quel piccolo di rondine di cui parlai un mese fa qui in Controluce,  lo posso vedere tra un anno, tra cinque, tra dieci anni e sarà sempre un piccolo di rondine poco prima del suo primo volo.
Un istante prima di quel volo.
Una sola fotografia è indelebile e immutabile nella mia mente, la sola che non è scattata da alcuna macchina: è  il viso di mia madre, un viso senza rughe.
L’ho scattata un istante prima che i suoi occhi, azzurri, spegnessero la luce nella stanza e dentro me.
Nell’istante preciso in cui l’espressione più tesa che avessi mai visto si trasformava nell’espressione più serena che io avessi mai visto. Lo scatto è qui, a riparo dal Tempo, dalla luce e dagli occhi degli altri. Conservato in una stanza dove non passa il vento, dove non ci sono finestre, non c’è polvere, non c’è nebbia.

Non c’è Tempo che passa quindi non c’è mutamento.   Ma è  il solo scatto che ho così. Per me.

..ooOOOoo..

 contrasto

E ti direi anche che ti aspetto, anche se non si aspetta chi non può tornare.
(Antonio Tabucchi:  “Si sta facendo sempre più tardi”)


 “Foto Celeste, agosto 2010, Sibenik, vicoli dietro il porto”

DOLCI RISVEGLI

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Stamane mi sono svegliata a suon di cuscinate.
Cioè sono stata svegliata a cuscinate dalla mia nipotina.
Sette anni tra pochi giorni, un sorriso buffissimo, che mette in mostra un dente si e uno no: ne ha persi 4 in una settimana.
Arriccia il naso, mentre ride e gli occhi, azzurrissimi brillano.

E così ti trovi davanti un musetto cosparso di piccoli nei (sul naso ha una formazione simile all’orsa stellare) incorniciato da capelli biondissimi e … sai che è una mattina speciale, sia pure con inizio traumatico urlato: ziiaaaaaaa sono “già”  le sette !!!!
Ci alziamo. Colazione in cucina, poi la vestizione, lunghissima perché prevede i soliti compromessi – lavarsi i denti ecc – e poi le proteste infinite e l’avversione per spazzole e pettini (ziaaaa basta ti prego mi fai male tanto tantissimo bastaaaa).

Finalmente si arriva alla fine: pantaloni comodi, maglietta, calze e stivali di gomma. Felpa, fazzoletti di carta nello zainetto (è allergica a molti pollini putroppo mi somiglia) e poi fuori, con lo zio che è il suo mito, e i nostri tre cani, tra i boschi che fanno da cintura e da confine alle tre province Como Milano Varese.
Per lei, che vive a Milano city è un’occasione di felicità che supera il disagio dell’allergia che fortunatamente non è potente come la mia.
Io invece sono qui, imbottita di antistaminici e cortisone, a l’ambrosia nemica fuori dalla porta di casa.

INSIEME

 

insieme

                                                                                               (foto: mia)

 

Quasi sempre, fotografando una cosa che mi colpisce, ne decido il titolo: avviene in modo spontaneo.
E’ frutto della mente che associa immagini a parole.
Questa fotografia si chiama “Insieme”:  l’immagine delle due barche è sovrapponibile all’idea di due persone. Insieme” si è scritto nella mente al momento del click della mia fotocamera.

Quando si è bambini, si pensa che gli oggetti siano animati, che le cose abbiano una vita segreta, che le parole coincidano con le cose e che queste abbiano il potere di reinventarsi e di popolare in mille modi differenti, il mondo fantastico, quell’immenso laboratorio di creatività che costituisce la base dell’esperienza cognitiva che accoglierà le pareti portanti dell’esperienza adulta.

Nella favola c’è la luce che si scorge nel buio, l’amore che vince l’odio, pazienza e costanza che vengono premiate, l’uscita dal labirinto, il riscatto del dolore.
Dentro la favola si osservano le prime trame del tessuto della vita, è la prima rappresentazione della realtà, la prima maestra ancora più della mamma perchè la favola ce la costruiamo da soli, nasce dai luoghi di dentro dove abita il sentire più intimo e solo nostro.

Ebbene, qualcosa dentro di me deve essersi bloccato, un qualche processo di maturazione non deve essere andato a buon fine, perché che le cose abbiano un’anima io … ci credo ancora.

Avevo scritto un post, tempo fa, dove un muro e una mura si amavano senza potersi mai toccare.
Alcuni anni fa piansi tutte le mie lacrime per una macchina schiacciasassi: immaginavo il dolore e il sollievo, rispettivamente, di quei sassi che vedevano avanzare il mostro e di quelli che sapevano che non sarebbe toccato loro perché “un po’ più in là”.

Sono anche convinta che gli oggetti che amiamo assorbano, in qualche modo, qualcosa di noi e che questo qualcosa sia trasmettibile attraverso il dono dell’oggetto stesso a qualcuno di importante.

Alcuni oggetti, infine, risultano, alla mia sensibilità più vivi di altri: una barca si muove, naviga, subisce l’effetto del vento, offre protezione, coperta e salvezza a persone e cose, scivola sull’acqua ora fredda, ora calda, si spella con il sole, secca con il vento.  E’ fatta di legno e il legno è materia viva, si muove, respira, dilata, si ritrae, reagisce. Sente.

Guardando queste barche ho pensato a due compagni, due amici, due amanti che si toccano, si confidano, si consegnano le emozioni del giorno, le sensazioni provate. Si preparano al riposo oppure verranno disturbate dalla chiamata di una nuova partenza, svegliate per un altro viaggio.

Ho provato anche un filo di tristezza all’idea che una mano di uomo le separi, usandole per spostarsi da un lago all’altro del parco, e ho sperato che una volta giunta la sera possano ritrovarsi vicine, ancora, per guardare il tramonto. Insieme.

MILANO MIA

E’ nato così:  venti fotografi  non milanesi, hanno deciso di regalare una foto a Milano e venti scrittori milanesi hanno scritto un testo sulla fotogrfia che un giorno hanno ricevuto.

Il movente? Fare qualcosa senza aspettative, senza fini.  E “aggratis”.

Per chi volesse: http://www.blogsquonk.it/MyOwnPrivateMilano.pdf

 

Ogni post non pregiudica i commenti ai post precedenti. Rinnovo l’invito a leggere Silvia e invito Silvia a leggere l’ ebook book. Le piacerà.

COMETE E LAMPI

 (foto Celeste)

C’è chitarra, blues, jazz.
Voce, sussurro, poesia. Tango, lente ballate, filastrocche.
E’ musica che non sgomita per arrivare.
Gianmaria Testa, italiano, cantautore-ferroviere di Cuneo, è uno che riesce, oggi, a fare un disco politico, cantare il dolore di popoli che migrano sfidando mari e deserti, la disperazione che spinge.
O a parlare d’amore e di dolcezza in modo semplice ma mai banale, mai scontato, mai lirico.
La finezza dei suoi testi, la sua musica, i musicisti che accompagnano le sue parole e la sua voce profonda, magica, sono una mescolanza di sensazioni che avvolgono e abbracciano e scaldano. Seducono.
Da centellinare, con un bicchiere di rosso in mano magari quando fuori piove.
Le parole si attorcigliano alla musica melodica, classica, si avvinghiano e si fondono e danno origine ad una magia che scalda e arriva dentro.
Quasi come una coccola, come quell’abbraccio che manca, quella passeggiata senza fretta che non sappiamo o che non vogliamo più fare. Quello stare a guardare quel lago calmo, che sa di alghe, sotto la luna bianca, mentre il sonno aspetta,  dentro la stanza con la tendina di pizzo che protegge il misterioso dialogo tra due persone e le stelle.
Sanno di buono le canzoni di Gianmaria, come alcune cose antiche, come un tramonto, come un pizzo inamidato, una credenza, un giocattolo di legno. Come il sapone di Marsiglia, l’acqua di colonia.
Sanno di terra, di ferro, di attesa. Quell’attesa cui non siamo più abituati. Sanno di vendemmia, di viaggiatori, di emigranti, e delle piccole cose belle.
Sanno di strade bagnate di pioggia, di campi coltivati, di pianure, di sole e di fumo, di città cresciute in braccio alle campagne, alle marcite, alle langhe che stupite sono state a guardare, in ciabatte e grembiule mentre nei campi di grano crescevano le fabbriche e arrivava la gente da fuori.
Sanno di occhi che non sanno più guardare, di orecchie che non sanno più ascoltare, sanno di silenzi che non sappiamo più fare, di cieli e di lune che non riusciamo più ad amare. Sanno di favole che non sappiamo raccontare, di verità che non sappiamo confessare, di rimpianti dei giorni in cui sapevamo giocare. Di appuntamenti e di cuori che non sentiamo più ansimare.
.

Faccia attenzione signore
c’é una luna che cade stasera
e ci potrebbe colpire
o quantomeno scavare una buca profonda
così larga e profonda
da non poterci passare
Se alza gli occhi signore
fra una nuvola e l’altra
sotto l’ultima stella del carro
si dovrebbe vedere
che si stacca dal nero di pece
e veloce incomincia a cadere
E se restiamo in silenzio, fra poco
dovremmo sentirne il rumore
sul frastuono di passi e vetrine
come un lungo richiamo
il rumore

Lei sorride signore
ma io certe notti ne ho viste anche cinque
di lune cadere
scintillanti più dei fuochi d’agosto
sradicare foreste
o ribollire nel mare
e di altre ancora ho sentito soltanto parlare
da gente distratta alle cose di sempre
ma molto più attenta alle cose del cielo di me

Lei capisce signore
una luna che cade
non é un fatto da potersi tacere
che trasforma una notte qualunque in un sogno
e in un grido
questo nostro parlare
se soltanto mi stesse a sentire
se soltanto un minuto
senza chiudere gli occhi
rimanesse anche lei qui con me, adesso a guardare

Perché c’é una luna che cade stasera
attenzione signore ci potrebbe colpire
o quantomeno scavare una buca profonda
ma così larga e profonda
da non poterla
da soli
passare
.

Gianmaria Testa, Comete – da Lampo.
Video  già pubblicato, tempo fa in Controluce . Brano che è bello leggere: le canzoni di Gianmaria sono belle anche solo da leggere perchè c’è sempre qualcosa dentro. Non è la melodia a rendere belle le sue canzoni, sono parole e musica insieme, ma parole e musica possono essere lette ovvero ascoltate da sole.
.

Il brano del video che segue è Lampo. Dedicato a tutti quelli per cui un attimo è importante, a quelli che credono che sia meglio un istante di tanto che un secolo di poco. A quelli che cercano, a quelli che non si siedono. A quelli che rischiano che provano che sanno che  ci può essere la Vita dentro un attimo come una vita senza un Attimo. A tutti quelli che credono che pensare sia importante quanto respirare. A quelli che hanno poche certezze e tanti dubbi compreso quello che forse è tutto un gioco.
A quelli cui non basta leggere non basta capire non basta sapere perchè occorre senitre. A quelli che sanno sognare un sogno e poi stringerlo, pretenderlo, viverlo. A quelli che ci credono.
A quelli che non mollano a quelli che restano quando è tempo di restare e a quelli che sanno andare quando è ora di andare.  A quelli che sanno lasciare quando è tempo di lasciare.
A quelli che sanno che quasi tutte le cose sono cose e basta ma che ci sono cose che sono importanti.  A quelli che navigano vicino alle stelle perchè sanno che è luce che si può toccare e non importa se può bruciare perchè dentro ci può essere l’Attimo. A quelli che conoscono l’importanza dei dettagli a quelli che sanno che un dettaglio cambia tutto, anche il senso della vita.
A quelli per cui non basta un sorriso quando è solo denti in bella mostra: a quelli che dento il sorriso ci devono trovare il cuore e qualcosa che somigli al Vero. A quelli che sanno che amare si può fare senza usare, senza sciupare, senza logorare.
A quelli che sanno abbassare la testa, e a quelli che sanno alzare la testa. A quelli che cadono senza che sia sempre colpa del mondo.
A quelli che sanno tornare, che sanno consegnare un’emozione, a quelli che sanno piangere e lo sanno raccontare.  A quelli che sanno salutare, a quelli che sanno che forse sarà domani il tempo più giusto per tornare.  
 

 

STELLE


 

 

Bisognerebbe chiedere alle stelle il permesso di osservarle.
Invece siamo a spiarle, a violarne i segreti, divulgare misure, calcolare distanze.

Bisognerebbe chieder loro perdono per incastrarle in banali poesie, nelle canzoni, nelle frasi degli amanti. Perdono per disegnarle sulla carta del salame, sopra le etichette della birra. Sulla carta che avvolge i baci perugina. Sulle insegne degli alberghi.

Perdono per averle battezzate, per aver dato loro i nostri nomi o codici:  NGD9DP … Ma come si fa a chiamare così una Stella?

Esse conservano destini, cullano il segreto del cielo, tessono relazioni tra esistenze con i loro capelli di luce.
Custodiscono l'orologio di Dio, testimoniano i cerchi misteriosi dei disegni del Tempo.
Progettano universi, si scontrano negli abissi dei cieli sconfinando oltre l'ultimo orizzonte.
Cambiano volto alla mappa celeste.  Sanno di legami e intrecciano destini. Accompagnano cammini, segnano le rotte dei naviganti, stabiliscono confini.
Sono eliche di infinito. Sciami di vita lucente e sapiente, grembi di fuoco e di ghiaccio, acqua e polvere.
Genitori. Giganti che ci contengono e che sono la nostra stessa memoria.
Sono specchi tra il mistero e noi e l'origine di noi.
Pietre luminose bianche, azzurre, rosate. Fisse, mobili, solitarie, doppie, comete.

Da piccola anche io ne avevo adottata e battezzata una: con il mio nome da bambina: Tita. Tita era il mio nome quando non sapevo pronunciarlo.
Era una stellina molto piccola, nemmeno tanto luminosa, la guardavo ogni sera dal balcone.
Era piccola piccola,  brillava di luce debole e incerta, tremolante.  Ma era "mia". Forse l'avevo scelta perchè la pensavo poco osservata, bisognosa, non troppo amata.
Poi ho capito che era del cielo era di tutti e di nessuno e quindi anche mia.
Ed imparai a guardarla senza piu' pensare al suo nome e senza pensare che fosse mia.

Come adesso, forse, che voglio vederle, le stelle, come le guardavo quel tempo, quando ero piccola.
Voglio vederle solo con il cuore. Con il rispetto che si deve alle stelle, con l'umiltà che si deve alle stelle, con il silenzio che si deve alle stelle.
Senza domande da fare senza nomi da attribuire senza desideri da affidare.
Senza preghiere. In un silenzio sacro. In un silenzio vero.
In quel silenzio che sto imparando ad amare e dentro il quale sto imparando a capire come voglio guardare le stelle.

BELLEZZA

ICONA_VenereBotticelli1

Uomo colto è colui che sa trovare un significato bello alle cose belle.

(Oscar Wilde)

PABLO

Per salire al cielo occorrono
due ali
un violino
e tante cose
infinite, ancora non nominate
certificati di occhio lungo e lento
iscrizioni sulle unghie del mandorlo
titoli dell’erba nel mattino.

(Pablo Neruda)

Apriva un’ edizione di  “Canto General”:  era alla prima pagina, scritta a “scala”  ed invitava lo sguardo a salire. Per leggere questi versi delicati bisognava infatti salire, insieme ad essi.
Avevo poco più di vent’anni quando mi imbattei in una copia di “Canto General” ma anche in  Neruda e da allora è uno dei miei scrittori preferiti.

Mi piacciono di lui la passione, la fisicità, il disincanto a volte sfrenato, sfacciato, forte, il suo materialismo, la sua necessità di reale.

La sua poesia non convenzionale, è un grido contro la banalità di un certo tipo di poesia “tradizionale”. Nei suoi versi tutto è palpabile, tutto è da mordere, mangiare, bere, annusare, penetrare, toccare, godere.
L’amore sublime convive con la carne, con la spuma del mare, con la foresta, il muschio, il sangue, il miele, la pelle.
Sensuale, morbida, violenta eppure delicata, a volte disperata poesia: forte sempre anche quando è lieve. Come la pittura di Van Gogh.

Quella copia la lasciai in una casa, molto tempo fa; nella sola casa dove avrei potuto dimenticarla. Ora è una edizione introvabile e per un po’ di tempo l’ho cercata ma poi ho capito che non dovevo cercarla e che in quello stava il senso di averla dimenticata là.


Donna completa, mela carnale, luna calda,
denso aroma d’alghe, fango e luce pestati,
quale oscura chiarità s’apre tra le tue colonne?
Quale antica notte tocca l’uomo con i suoi sensi?
Ahi, amare è un viaggio con acqua e con stelle,
con aria soffocata e brusche tempeste di farina:
amare è un combattimento di lampi
e due corpi da un solo miele sconfitti.
Bacio a bacio percorro il tuo piccolo infinito,
i tuoi margini, i tuoi fiumi, i tuoi villaggi minuscoli,
e il fuoco genitale trasformato in delizia
corre per i sottili cammini del sangue
fino a precipitarsi come un garofano notturno,
fino a essere e non essere che un lampo nell’ombra.

LAGHI DI CASA MIA

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6 gennaio 2010

Sto viaggiando verso il Lago Maggiore.
Sono in treno e dai finestrini osservo i piccoli orti a ridosso della ferrovia, di fianco alle casette costruite sulla terra tra Varese e il Lago Maggiore.
Sullo sfondo di cielo azzurro e freddo, le montagne.
Si, il cielo è turchese e terso, sporcato solo da qualche traccia di nuvola. I campi coltivati ospitano residui di neve che brilla, sotto il sole.

Gli alberi grandi sembrano attori di teatro che recitano l’immobilità e l’aridita, con le migliaia di dita secche quasi disperate a pregare un cielo misterioso, piu’ in alto di quello che è a noi umani dato di vedere.
Mostrano tutto il fusto, specie dove aprendosi da inizio ai grandi rami, padri dei piccoli rami: sono tutti nodi e rughe, alcuni. Vecchi monumenti storici che hanno sopportato stagioni e neve, venti gelidi per poi trionfare di estati a celebrare la vita, celebrando il cambiamento, la mutazione, la trasformazione delle cose di Dio.

Vedo qua e là alcuni piccoli parco giochi per bambini: le altalene e i dondoli a forma di papera, nell’erba alta e trascurata e sono immagini un po’ tristi.
Ma a primavera l’erba verrà tagliata, i giochi saranno verniciati di fresco e i bambini ricominceranno a giocare,
Il lago Maggiore è più sofisticato del lago di Como: con le sue meravigliose Isole davanti Stresa, luoghi di concerti di musica classica (le famose serate musicali) sono parte di quell’eredità culturale lasciata dai nobili feudatari dei luoghi quali i Borromeo.

Sono sorte quindi nelle zone Stresa, Verbania, Meina, Arona, alcune tra le piu’ splendide ville della Lombardia, meraviglie barocche e rinascimentali ville e giardini e splendidi hotel, quali L’Ile de Borromees che ospita una delle scuole culinarie più rinomate al mondo.

Io mi sto dirigendo verso luoghi meno chic quindi più veri, caratteristici, ma comunque sia sempre turistici, molto più turistici di alcuni tratti del Lago di Como che sono rimasti immutati per decenni, fregandosene del turismo e del cambiamento.

Visitando il Lago di Como, che pure vanta le sue Ville e i suoi giardini, non si respira l’opulenza del Lago Maggiore.
Esso sfoggia  la bellezza naturale delle montagne che si specchiano tra le due rive, vicine, essendo i bracci del lago entrambi stretti e gli regalano qualcosa di magico e di malinconico.

Difficile non restare meravigliati dal lago Maggiore ma più difficile non innamorarsi del Lago di Como.

SEGNI


Tentava di giudicare l’amore futuro in base alla sofferenza passata.
L’amore è sempre nuovo. Non importa che amiamo una, due, dieci volte nella vita: ci troviamo sempre davanti a una situazione che non conosciamo. L’amore può condurci all’inferno o in paradiso, comunque ci porta sempre in qualche luogo. E’ necessario accettarlo, perché esso è ciò che alimenta la nostra esistenza. Se non lo accettiamo, moriremo di fame pur avendo i rami dell’albero della vita carichi di frutti: non avremo il coraggio di tendere la mano e coglierli. E’ necessario ricercare l’amore là dove si trova, anche se ciò potrebbe significare ore, giorni, settimane di delusione e di tristezza.
Perché, nel momento in cui partiamo in cerca dell’amore, anche l’amore muove per venirci incontro. E ci salva.
(Sulla sponda del fiume Pedra mi son seduta e ho pianto – Paulo Coelho)

                                                                                

Ho letto alcuni libri di Coelho tra cui Undici Minuti, L’Alchimista, La Strega di Portobello. Altri attendono sullo scaffale, sul ripiano dedicato ai libri “da leggere”. Come Alessandro Baricco di cui si è accennato qualche mese fa in Controluce, anche Coehlo è amato o odiato. Non esiste il tiepido, per alcuni autori. O è amore o odio. Per me è tiepido.

Stando a quanto ho letto e sentito su Coehlo, il suo enorme successo non convince tutti. Per qualcuno è un genio, per altri solo un furbacchione carismatico, che si propone quasi come un santone, seduttore, un po’ new age, un incantatore, gentile e delicato, costruito.

Ma a parte queste considerazioni, vorrei parlare de  L’Alchimista, che ho letto circa un anno fa: è un libro incentrato su uno dei temi che amo e sui quali ritorno spesso: il Tempo, il Viaggio, e le Ragioni per cui le cose accadono.

Temi che si intrecciano con i miei pensieri quasi quotidiani e spesso ricorrenti in questo spazio,  cito ad esempio la “mia” Itaca di Kafavis, Castelli di Rabbia di Baricco (accadono cose che sono come domande, passa un minuto oppure anni e poi la vita risponde) e cosi via.

Propone il tema affascinante del Mistero di tutte le cose, delle coincidenze, dei segni. Di quella rete cosmica che racchiude tutte le Cose dell’Universo dentro la quale si muovono, tutte insieme, in una danza divina, che rispondono a quel potere segreto che lega tutte le cose. (Non si puo’ cogliere un fiore senza disturbare una stella…)

Esistono dei Segni in uso ad un Linguaggio Universale?

Accadono cose che ci indicano la via, che suggeriscono che qualcosa che ci sta accadendo magari in modo un po’ strano, contiene una possibilità, una svolta, qualcosa su cui riflettere?

Può essere, qualcosa che accade in un preciso momento e non in un altro, quel grammo di forza che manca per farci intraprendere la via del cambiamento, quella che conduce verso il sogno? La briciola di coraggio che serve per l’impasto perfetto?

Un incontro, una lettera, un dono insolito, un sogno, un contatto casuale, possono essere un messaggio, una chiave, una carta da decifrare?

Ne L’Alchimista il protagonista, un ragazzo,  viene invitato, da un personaggio che incontra “casualmente” ad inseguire il proprio sogno, e lui lo fa, con tenacia, con determinazione e con fiducia, attento alle piccole o grandi conferme (segni) che trova durante il cammino. E scopre che il cammino è parte del sogno tanto quanto la meta. E durante quel cammino viene continuamente invitato ad “ascoltare il suo cuore, poiché esso conosce tutte le cose.” Il viaggio naturalmente non è solo il cammino, che effettivamente compie verso le Piramidi d’Egitto, ma è la crescita, l’arricchimento, il confronto, la scelta di essere protagonista della propria esistenza, sia pure con il dolore e con le sconfitte, con gli addii e i nuovi incontri. Un cammino verso qualcosa, verso una meta, ma anche e soprattutto un cammino spirituale attraverso il quale si realizzerà il compimento di sé e che porterà il ragazzo ad incontrare l’Anima del Mondo che poi è l’armonia di sé, per sè e con il mondo, attraverso la continua fiducia in quei “segni”. Segni che l’umanità ha da tempo disimparato a leggere e a sentire.

Da “L’Achimista”:

Soltanto una cosa rende impossibile un sogno: la paura di fallire.Tutto l’universo cospira affinché chi lo desidera con tutto sé stesso possa riuscire a realizzare i propri sogni. […] la tua Leggenda Personale. […] è quello che hai sempre desiderato fare. Tutti, all’inizio della gioventù, sanno qual è la propria Leggenda Personale. In quel periodo della vita tutto è chiaro, tutto è possibile, e gli uomini non hanno paura di sognare e di desiderare tutto quello che vorrebbero veder fare nella vita. Ma poi, a mano a mano che il tempo passa, una misteriosa forza comincia a tentare di dimostrare come sia impossibile realizzare la Leggenda Personale. […] . Sono le forze che sembrano negative, ma che in realtà ti insegnano a realizzare la tua Leggenda Personale. Preparano il tuo spirito e la tua volontà. Perché esiste una grande verità su questo pianeta: chiunque tu sia o qualunque cosa tu faccia, quando desideri una cosa con volontà, è perché questo desiderio è nato nell’anima dell’Universo.

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FIRENZE CON LE ALI

I "ricordare", "commemorare", “per non dimenticare” contengono quel senso del dovere o di cronaca, spesso stantii. 
Nella commemorazione c’è tanta retorica: i testi, i discorsoni, si scrivono da soli; potrebbero scriverli perfino i muri.

Poi ci sono le varie: “accendiamo  una candela per osserviamo un minuto di silenzio per”, mentre si pensa alla calza smagliata dalla french-manicure, o alla cena per la sera.

 

Come quasi ogni settimana, anche sabato scorso sono stata dai miei genitori,  cioè nel luogo dove sono sepolti. Ogni volta, in questi giorni di novembre, si ripetono gli stessi “riti”.


Il camposanto si veste di fiori freschi: protagonisti i crisantemi nei  loro bianchi, gialli, rosa. Sembra una gara. Perfino i “morti da tanto” vengono omaggiati, per una settimana almeno, con fiori freschi; quelli di plastica torneranno dopo, magari lavati o rinnovati.


Il piccolo parcheggio è al completo; le auto sostano sulla strada in attesa di entrarvi.
Cerco di evitare le ore più “gettonate” ma immancabilmente mi imbatto in qualcuno.

I discorsi sono quelli di sempre: “dove vivi adesso, il tuo lavoro, i cani, tuo fratello come sta e la bimba adesso quanti anni ha”. Tutto come da copione.

 

Ogni 11 settembre le stesse immagini.
E poi i terremoti, e poi le alluvioni. Le vittime delle guerre. L’elenco è interminabile.

Si tira fuori dalla natfalina la cronaca che fu, si spolverano i ricordi, e si fanno nuovi articoli, con parole lucidate con il Sidol, riciclate dal passato opaco per linguaggio e forma.

Il giornalista di cronaca medio che fa il solito make-up e il solito “copia-incolla” di testi e immagini: cambia la confezione, il fiocco, il colore. Tutto come da copione pr anni Decenni. 

Bè, oggi qui, voglio togliere i fiori di plastica a quelli che, il quattro novembre  sessantasei, hanno scavato con le braccia instancabili, con disperata ostinazione, rabbia e pazienza,  dentro una città travolta da un oceano di fango che ora dopo ora le portava via ogni goccia di speranza, anche quella che dicono “non muoia mai” . Una città messa in ginocchio, travolta dalle sabbie mobili dalla terra al cielo ma che non si è arresa.

(Capito, Renzi?)


Ci sono momenti in cui si può soltanto lasciar cadere le braccia, tutt’al più resistere e pregare.

Non si possono capire, certe cose. Solo immaginare. Forse.

Non basta vedere le fotografie, leggere le cronache, le testimonianze di chi c’era. Chi c’era di sicuro porta ancora il colore del fango negli occhi.
Quelli che c’erano, e che ci sono ancora, conservano brandelli di fango attaccato ai polmoni, arrotolati nei fili della memoria. Accartocciati in qualche strato della pelle ancora in grado di reagire all’azione del ricordare.

Li hanno chiamati “Angeli del Fango”.

Arrivarono a migliaia, in una Firenze inginocchiata come un Cristo sotto le percosse: chi  doveva arrivare latitava. Armati di nulla se non di volontà e di piccole pale quando era tanto. Salvarono persone, animali, cose, opere, libri.  Tesori.
Pezzi di Storia passarono tra quelle mani “normali”.  Mani non abituate a maneggiare cose tanto preziose come libri antichi, quadri, manoscritti.
Il governo non c’era; arrivò tardi ed era già inutile.
Impreparata, inadeguata, per nulla protetta e per nulla allertata, Firenze fu lasciata sola, tra le mani degli Angeli senza ali nè pale, in quell’Apocalissi annunciata e sotto un cielo di piombo che pareva tutt’uno con la terra.
 

Per chi volesse approfondire: http://www.angelidelfango.it/index2.html

 

10   4 novembre 1966, l

 

Ma c’è qualcosa di inquietante, tra mille polemiche, tra piste ciclabili e linee bus, tra campagne elettorali formato Zelig. Un’ equazione: 

ll cielo sopra Firenze sta (ancora) come la spada sopra la testa di Damocle?

Leggo su: 

www.lastoriasiamonoi.rai.it/puntata.aspx?id=248


Dopo il diluvio


Malgrado l’entità della devastazione, il bilancio finale non è altrettanto sconvolgente: il numero delle vittime appare relativamente ridotto, fermo a trentacinque (di cui diciassette a Firenze e diciotto in provincia): fortunatamente, il fatto che il 4 novembre fosse un giorno di festa nazionale ha contribuito a sottrarre dalle strade un gran numero di persone che altrimenti, in una qualsiasi giornata lavorativa, sarebbero state in balia della furia distruttrice dell’acqua.

Ciò non toglie che il sistema dei soccorsi non ha saputo assecondare questa fortuita circostanza, ed anzi la mancanza di una struttura centralizzata che organizzasse gli interventi ha contribuito a complicare la situazione, senza riuscire a realizzare una completa mobilitazione dell’esercito. D’altra parte, la massiccia adesione di volontari ha in un certo senso posto le basi per la creazione di un organo di assistenza concretizzatosi poi nella Protezione Civile.

A quarant’anni dall’alluvione, dopo che la città di Firenze ha saputo risollevarsi con le proprie forze (certo, con l’apporto fondamentale dei volontari, ma senza un incisivo intervento del governo), restano ancora dubbi sull’efficacia di un piano di emergenza che è stato preparato senza informarne diffusamente la popolazione; inoltre, i numerosi lavori di consolidamento degli argini che si sono succeduti negli anni in tutto il bacino dell’Arno, sembrano riproporre la stessa inconsistenza degli analoghi tentativi che hanno seguito l’inondazione del 1844.

Dopo quasi mezzo secolo di sviluppo urbano e addensamento demografico, il rischio che la catastrofe si possa ripetere è tutt’altro che scongiurato.

DI PASSATE STELLE

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Passava molte ore, la sera, sul balcone di casa a guardare le stelle.
Aveva un atlante (Enciclopedia Minerva, ricorda bene, copertina di tessuto grigio azzurro): dietro le copertina anteriore e posteriore c’era la mappa del cielo e le costellazioni principali.
Lo apriva, lo guardava e cercava le stesse geometrie nel cielo. I pipistrelli volando, a volte la sfioravano quasi: aveva un po’ paura perchè allora credeva che potessero appiccicarsi ai capelli e restarvi intrappolati.Le notti erano buie, allora, o illuminate dalla sola luna; giù, sul prato svolazzavano le lucciole. Decine, centinaia di lucciole in una danza apparentemente disordinata.Era il momento che preferiva: un momento soltanto suo, di buio e silenzio.
Ogni tanto prendeva il cannocchiale di suo padre e guardava la luna.
Era un cannocchiale e niente più; allora le sembrava fosse piuttosto potente, ora non saprebbe dirlo. Era pesante, questo sì,  e doveva appoggiarlo alla ringhiera perchè non si muovessero le immagini.Qualche volta scendeva in giardino e si sdraiava sul prato: le stelle, tantissime, sembrava le piombassero addosso e quella sensazione le dava un senso di appartenenza e riusciva, soltanto li’, a respirare davvero.

A volte rientrava in soggiorno a prendere un plaid dal divano per coprirsi le spalle.
Desiderava sempre che non venisse mai il giorno perchè nella notte si nascondevano tutte le cose, si chetava la tristezza e soprattutto si poteva sognare.

La notte era un balsamo che leniva tutto, forse per via del silenzio che portava con sè. Taceva il mondo intero e si acuivano le voci di dentro: speranze, desideri, fiducia.
L’Universo respirava dentro la notte e finalmente lo si poteva udire.

Pensava spesso a come sarebbe stata da grande, alle cose che avrebbe fatto, all’amore che avrebbe incontrato e a quando avrebbe potuto decidere.
C’era Tempo, c’era tanto Tempo allora e tra le stelle leggeva la promessa del riscatto di un’adolescenza pesante, che sembrava non dovesse finire mai.

In quel tempo  vi fu il primo sangue e anche il primo amore, quello solo sognato: era biondo, con gli occhi celesti. Poi un altro che fu speciale, una bella storia, ma troppo verde per essere l’Amore; infatti finì quando diventò prigione.

Nel frattempo le stelle del cielo sopra il suo balcone sbiadivano, perchè era questo il destino.  Le lucciole non c’erano quasi più.
C’era sempre il prato, nella casa di suo padre, lo ricordava spesso, bagnato di rugiada, brillante come se fossero piovuti piccoli cristalli, mentre la sua pelle percepiva già le vibrazioni di un futuro che si avvicinava veloce e secco, arido, pieno di vento e povero di nuvole. Sapeva di deserto e di sabbia, quel futuro annunciato dall’odore di ogni alba che nasceva spegnendo tutte le stelle.

Poco tempo dopo infatti  le stelle smisero del tutto di parlarle e la notte non fu più tanto scura. Ripose il cannocchiale per sempre (lo ritrovò molti anni dopo, quando vendette la casa di suo padre).
Le restavano i libri, il letto accogliente e avvolgente la sera, e le parole scritte: era questo il rifugio, la casa. Le  stelle non c’erano ormai da tempo e quelle sopra la casa non le rivide mai più.
Ne vide altre più avanti nel tempo, ma erano cambiate per sempre, come erano cambiati i pensieri, il corpo e tutte le cose.

La pelle cominciava a bruciare e a desiderare la pioggia che non arrivò. Scordò le stelle nelle tempeste di sabbia. Dimenticò la luna che era stata bianca, gialla, arancione a volte: a volte enorme, maestosa (poteva perfino cadere). 

( ….. da lassù regola i giorni, il  sangue, e il sonno. Sorella, complice, amica, colora di rosso le vesti di donna, rende accoglienti i fianchi e disegna la curva dei seni quando è Tempo. Mistero sottile, intrigante. Bagnato, delicato. Potente).

Non mi ha detto altro. Solo che adesso ascolta di più , ma anche di meno e che qualche volta sta male. Che  Andrea sta sul ponte da sempre  e che c’è una donna sopra un ponte diverso, un ponte mai terminato: ha gli occhi azzurri  e si avvicina ogni giorno di un passo: regge in una mano un involucro forse pieno di Tempo.  Nell’altra un perdono, coperto di polvere.
Mi ha detto più volte che accadono cose che sono come domande e che passa un minuto oppure un anno e poi la vita risponde.
E che alcuni guardano le stelle dalle stesse paludi in cui altri stanno soltanto a galla.
Che volte basta una voce, a volte un silenzio.
A volte basta soltanto disegnare una scatola e avere la voglia di metterci dentro qualcosa. Una pecora, forse, come il Piccolo Principe. O magari le stelle, le  nuvole. La luna.

Non c’è disaccordo nel cielo

Né nuvole gonfie o mistero né pacchi né stupri né soglie né stanze svuotate d’addio. Solo tutte le lacrime avute quando siamo stati migliori  e la grazia e l’oscuro segreto ci scrosta nell’oscurità . A volte non vedo nel cielo  che nuvole gonfie e mistero e salendo nel vapore leggero  altro non vedo e non so.

Né anime bianche né salmi  che cantino gloria con noi né vecchi compagni né amanti  che dividano il cielo con noi. Così resto solo col cielo  e altro non vedo e non so  ma se tutto è nascosto nel cielo  al cielo io ritornerò.

(V. Capossela)

DI SCRITTI … DI-VINI

VINOEPOESIA

Un giorno, un amico che apprezza il vino buono quando è buono davvero, quando il momento è quello giusto a cui dedicare un calice di buon vino (“nel bicchiere giusto, panciuto, di cristallo morbido, perchè le cose buone devono stare dentro le cose belle”) mi disse: – Sai, alcuni amici mi hanno invitato a fare un corso per conoscere il vino; tu sai che io lo amo.. Bè, ho rifiutato”. Gli chiesi come mai avesse rifiutato, e mi rispose inviandomi quanto segue.

Keating: “Ora aprite i vostri testi a pagina 21 dell’introduzione. Lei, Perry, vuole leggere il primo paragrafo dell’introduzione, intitolato: “Comprendere la Poesia?”

Perry: “Comprendere la poesia di Johnathan Evans Prichard, Professore emerito.

Per comprendere appieno la poesia, dobbiamo, innanzitutto, conoscere la metrica, la rima e le figure retoriche e poi porci due domande: uno con quanta efficacia sia stato il fine poetico e due, quanto sia importante tale fine.
La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza di una poesia, diventa una questione relativamente semplice. Se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico e la sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della poesia per misurarne la grandezza. Un sonetto di Byron può avere valori alti in verticale, ma soltanto medi in orizzontale, un sonetto di Shakespeare avrà, d’altro canto, valori molto alti in orizzontale e in verticale con un’imponente area totale, che, di conseguenza, ne rivela l’autentica grandezza.
Procedendo nella lettura di questo libro, esercitatevi in tale metodo di valutazione, crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà il vostro godimento e la comprensione della poesia”.

Da “L’attimo fuggente”.

IL PIU’ BELLO ….

foto: celeste

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti:
e quello che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto. 

Nazim Hikmet

  Immagine 029

 

BUIO

moonlit-forest

Arriva il buio

E come ogni volta arrivi tu

Cali sulla mia notte 

Buio più del buio

Senza contorni

Senza peso

Senza confini

Ti espandi dentro me

Ti adegui

Ai confini miei

E come un mare troppo grande

dentro un cristallo troppo piccolo

come sempre esplodi

E invadi quel buio oltre il tuo buio

dentro il quale io galleggio

trasportata dal buio della notte

e dal tuo buio senza confini

Fino a diventare io stessa buio

Mescolata al buio della notte

mescolata al tuo buio

E insieme a te divento notte

Lei

 

Se ne andò così
senza una ruga sul volto
senza portarsi dietro nulla.

Sul viso affiorò un sorriso
a cancellare le contratture che disegna il dolore.
Protese le braccia verso qualcosa e andò via.

Se ne andò così anche qualcosa di me
Forse la mia parte migliore.
Forse quella parte di me che Lei non diede alla luce.

ALBERI (e dintorni)

Un gelato. Cioccolato e Limone per te….  (uhmmmm).. Mah…

Cioccolato fondente e pistacchio. Per me.

L’albero. Non “un” albero.. bensì l’albero.

Un libro… Magari poesie, magari Erri de Luca…

Poi sorrisi … Niente altro…

L’odore dell’erba di primavera, il sole, il sole di maggio che non è ancora feroce.

Non morde la pelle ma l’accarezza dolcemente.

E la cose più preziosa del mondo: la calma.. Il Tempo.

Può essere (anche) questo, il “senso della vita” ?

Oh si !

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Chiedo scusa se non è comprensibile a tutti gli eventuali visitatori..

Ma come sempre i messaggi arrivano.. a chi sa leggere..

Dove? bè.. dentro la sagoma… del controluce, no?

E dove senno' ???

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 foto: celeste

 

PAROLE

 

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Ci sono parole che portano speranza, e parole che trasportano illusioni.

E parole che fanno preoccupare.

E poi ci sono “parole” e basta.

Ci sono parole che non verranno mai dette; pollini che non feconderanno mai alcun fiore.

Ci sono parole che muoiono “prima” ; parole abortite da pensieri prudenti.

Ci sono parole che uccidono e parole che feriscono soltanto.

E parole che fanno sorridere; carezze sull’anima.

Ci sono parole che fioriscono su labbra indecenti, scandalose, volgari.

E ci sono parole da sussurrare tra il collo e l’amore, tra lenzuola di lino e odore di lavanda; parole che vengono generate in gola, partorite da labbra appena schiuse.

Parole che escono, strozzate, dalla gola di un uomo che muore; parole di dolore, disperazione. Liberazione. Parole di maledizione.

Ci sono parole che nascono dall’addome e muoiono in un’altra bocca; parole che nascono dal piacere di essere uomini e donne.

Ci sono parole che vibrano..

Parole potenti che inzuppano muri per grondare dolore nelle stanze dei ricordi.

Parole che rimbombano nelle stanze del buio, nel fondo del fondo del pianto.

Parole che restano.. Parole che tornano.

E poi ci sono parole…..parole… e basta.