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MA CHE BEL CASTELLO….

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foto dal web

Mi ferisce e mi offende e mi delude il raggiro, la bugia gratuita, quella senza alcun fine nè buono nè cattivo. Quella che più di altre è imperdonabile. Il trucco e parrucco che nasconde la realtà, per altro lecita e sacrosanta.   Mi ferisce e mi offende e mi delude chi insulta la mia intelligenza e la mia sensibilità e la mia capacità di giudizio. Mi ferisce e mi offende chi non ha compreso nulla di me e pensa che io condanni o assolva. Mi ferisce e mi offende chi confonde il mio diritto di avere un’opinione con l’arroganza del giudizio morale. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi cerca di imbonirmi, di conservare la mia benevolenza o amicizia, e condisce la menzogna con espedienti poveri, miseri. Meschini. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi nonostante abbia avuto la mia anima a un millimetro dal cuore, non ha mai percepito il vero odore. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi non sa custodire e proteggere la condivisione dei miei pensieri, della mia Storia. Crollano. I castelli di sabbia crollano. Miseramente e sempre. E passano dolore e delusione. Passano,  come tutto passa. Resta la lezione. Oro per il futuro. E resta la realtà, un po’ amara, di un addio che non avresti voluto. Quel tipo di addio che si scrive dentro, quello definitivo. Quel tipo di addio ben rappresentato da queste parole

(di Massimo Bisotti):

I veri addii scattano nella mente, sono silenziosi.
Sono i più veri, i più pericolosi.
Sono quelli che tieni per te.
E puoi anche continuare a sentirla una persona.
Non ti avrà più se l’hai salutata dentro

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PAUSE

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In questi giorni il tema sul treno, in ufficio, nei negozi, è sempre lo stesso: vacanze.

Dove vai
ma che bello
ci sono stato anche io
ti consiglio di cenare in quel posticino
quando torni
se potessi farei le vacanze in luglio

E le raccomandazioni? Divertiti!!! Riposati!!! Rilassati!!! Mi raccomando!!!
Ecco.. menomale che ce lo dicono altrimenti da soli mica ci pensiamo! Ti vien da rispondere: sì, mamma!
Menomale che le riceviamo le altrui benedizioni altrimenti come faremmo?  

Scusate per questo sfogo di insofferenza. Personale idiosincrasia storica in aumento costante verso i luoghi comuni, le frasi fatte, le raccomandazioni (inutili come tutte) che arrivano solo da chi in realtà non gli frega assolutamente nulla se ci riposeremo rilasseremo divertiremo. Gli altri non ne fanno. Come sempre è questione di intelligenza e di sensibilità. O di comune allergia per i soliti stramaledetti luoghi comuni usanze cicalecci vari frasi fatte. 

Ho in serbo una condivisione, quella con e di Carola. La faremo presto. Perchè è un discorso interessante: riguarda i ragazzi in gamba, quelli responsabili, quelli che vanno avanti nonostante le difficoltà e lo fanno da soli.   

Lascio qui un saluto ai miei controlucini, per ora. Ora è tempo di pausa.
Vi auguro un tempo buono, di sereno, di pace, e di riflessione. Una tregua vera che possa interrompere per un po’ la violenza dei giorni, l’incombenza dei doveri, che ci sovrastano e schiacciano. Qualche tramonto dentro il quale perdersi con l’anima ed uscire un po’ migliori. O  qualche bagno che faccia fare un po’ pace con il mondo e con sè. Qualche prato di stelle sopra la testa capace di commuovere e stupire. O l’imponenza delle montagne: che ci faccia sentire piccini qui sotto quando rivolgiamo il nostro pensiero alle vette laddove è potente il silenzio e immobile il tempo. Qualche passeggiata meditativa capace di farci ritrovare il senso delle cose perdute, offese, uccise, tradite.
E leggerezza. Sere dolci e delicate. Morbidezza e passo leggero. Sere gentili.
Tutto questo è lontano dai gelati, dagli ombrelloni, dal chiasso, dalla musica, dai tormentoni, dall’olio di cocco, dal pareo all’ultimo grido, dai selfie che intaseranno la rete; non che abbia qualcosa contro: ognuno vive come gli pare. Solo perchè  niente di questo appartiene al popolo di Controluce.

Vi abbraccio tutti, intreccio di code stretto. Perchè qui trovo quella animalità che manca a molti umani, trovo code e pelo e occhi e cuore di cani di gatti e il respiro della sincerità e il dono della condivisione vera, leale. Che non trovo quasi più. In nessun luogo…

 

RITORNI

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foto mia

Partenze e poi ritorni. Mari, ponti, isole, odori, sapori, colori.

Ponti, pontili. Ne ripercorro uno. Non lo faccio mai, ma questo è un po’ speciale quindi mi concedo un ponte che riporta

QUI …

VEROFALSO

 

Donald Sutherland – Billy nel film “La migliore offerta” – dice: 
 “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”.

Nessuna recensione sul film, per carità!  Piuttosto una riflessione su quello che è il leit motiv del film: verità e finzione, simulazione, artificio, inganno, falsificazione.

L’amore ripara e ricostruisce il meccanismo bloccato dalla ruggine, della personalità un bel po’ borderline dei due protagonisti, così che entrambi raggiungono una specie di “guarigione” (similia similibus curantur).

Ma …
questo amore è simulato dalla bella Claire. La simulatrice infatti alla fine deruba il ricco Virgil, dopo averlo completamente trasformato e “guarito” dalla sue manie che per tutta la vita gli hanno impedito di vivere relazioni sociali “normali” e qualsiasi rapporto con l’altro sesso. Un vero misantropo.

Falsa è l’amicizia di Robert, l’orologiaio che lo aiuta a mettere insieme l’automa Vaucanson. A tal proposito, è interessante notare che l’assemblaggio dell’automa è parallelo all’abbattimento del muro tra Clare e Virgil.  Ingranaggi di un meccanismo che con il robot si attivano, da una parte. Dall’altra le  fobie che  nei due protagonisti si dissolvono. Un parallelismo raffinato e affascinante, dal punto di vista della sceneggiatura.

Recitata è anche la fedele e ostentata amicizia di Billy: alla fine si scopre essere il regista di tutta la messa in scena. E’ lui che afferma che  “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”. E materializza questo concetto lasciando a Virgil come “firma” sull’opera (la truffa) un quadro che esso stesso ha dipinto.

Virgil è un battitore d’asta, è richiesto in tutto il mondo, perizia opere d’arte di enormi valori e deve la sua brillantissima carriera alla sua capacità di distinguere un’opera vera da una falsa…
Tuttavia … non si accorge del complotto, orchestrato dalla donna amata, dai suoi amici, dal conoscente orologiaio Robert che diventa il suo confidente intimo, dal vecchio amico Billy.

Ma forse è più facile scovare il particolare che sconfessa l’autenticità di un’opera che distinguere tra sentimenti veri e sentimenti simulati.

Perché?
Forse perché c’è qualcosa nella natura umana capace di idealizzare e di trasformare come argilla un sentimento che urge come nutrimento, unguento o anestetico. Forse perché siamo bravi a giocare  tra luce e ombre, a ingannare gli occhi, il cuore, e perfino negare evidenze, nascondere pochezze e convincerci che qualcosa/qualcuno  è come vorremmo che fosse. E che noi stessi siamo come vorremmo essere.
E forse anche perchè, come Claire afferma: “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”.

Forse ha ragione un mio amico della capitale che un giorno disse: Ori, non è vero niente. E’ tutto finto…

DEL MARE

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Non lo trovo triste il mare in inverno. Forse perché in questo periodo, più di altri, mi manca una dimensione umana. Mi manca di sentire che sono una persona e non qualcosa che corre e lavora, fa la spesa, parcheggia, va alla posta, sale e scende dai treni. In questo tempo che fa male, si respirano paura, sconforto, tristezza, e anche panico. Sono spariti i colori dagli occhi e dai discorsi della gente, l’entusiamo, i progetti. E’ sparita la speranza. Fra tutte queste sfumature di grigio verso il nero che avvolgono i giorni, mi manca il passo lento di un giorno che sa essere tempo da masticare piano. Un tempo da assaporare con lentezza, un tempo che non sia tempo da ingoiare. Un tempo che non comprenda frasi come “menomale è venerdi” un tempo in cui ogni giorno è un giorno da vivere, e che lascia anche un po’ di malinconia quando arriva sera. Una malinconia breve: il tempo che si accendono le stelle per tornare a godere della sera, e poi della notte e che mostri l’aurora come un buon giorno, foriera di luce e di speranza e di gioia. Ecco perché, forse, penso spesso al mare, alla culla che sa essere, e alle sferzate che sa dare. Ci si può perdere un po’, nel mare e percepire la leggerezza del corpo che si muove, in modo naturale e lento, l’acqua sa massaggiare il corpo e anche i pensieri, isolare dal rumore, allontanare la polvere dagli occhi e dal cuore. Accando al suo respiro, nella baia calma di una notte sotto le stelle bianche e la sua voce, così lontana dai motori, dalle luci e anche da quella che mi tocca essere ogni giorno che ingoio, tranne brevi momenti in cui posso essere davvero quella che sono. Una persona.

foto: francesca

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PEPE

Questa sera ho fatto il solito giro a piedi, un’ora di passeggiata. C’era vento caldo, caldissimo, sembrava maggio, si stava bene. Pensavo leggero, guardavo i campi che ora sono a riposo, in attesa.  C’era Pepe con me, un setter di tre anni. Sono inciampata, senza cadere, ma lo sforzo per rimanere in piedi mi è costato un dolore piuttosto forte alla schiena per cui mi sono fermata. Pepe si è bloccato (era un po’ più avanti il guinzaglio è lungo), si è voltato, mi ha raggiunta camminando lentamente, orecchie alzate, il muso serissimo e mi si è avvicinato, con cautela e delicatezza. Ho dovuto rassicurarlo, era evidente che si era spaventato ed era preoccupato. Sì, preoccupato. La cosa è accaduta mentre si tornava, a un paio di chilometri da casa. Per tutto il tempo, ogni tanto si fermava, e mi guardava, e poi con estrema delicatezza si alzava sulle gambe posteriori appoggiandosi a me,  cercando di avvicinare il suo muso al mio viso. Non è solito farlo, se non quando mi saluta. Era più che evidente che voleva essere rassicurato, aveva capito che era successo qualcosa e che non stavo bene. E ancora una volta ho pensato a quanto sanno dare questi animali a differenza della gran parte del genere umano. A quante volte chiamiamo “amore” ciò che è altro… A quante volte passano inosservati  alle persone  dolori, assenze, giorni bui e freddi. La tristezza, la solitudine.  A quante volte non vengono ascoltate parole o silenzi, a quante volte viene negato una parola, un gesto, un abbraccio, una carezza, un po’ di …. tempo.  Lo sguardo  di un cane è un  abbraccio che sa scaldare il cuore. E anche guarirlo.

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pepe

vabé insomma mi hanno fatto una foto bruttissima ma io sono bellissimo. Celestina mia ha promesso che mi farà una foto con la luce giusta, io in compenso ho promesso che poserò … IMMOBILE.

2012 IN CONTROLUCE.

I folletti delle statistiche di WordPress.com hanno preparato un rapporto annuale 2012 per questo blog.

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Ecco un estratto:

2012: 4,329 films were submitted to the 2012 Cannes Film Festival. This blog had 25.000 views in 2012. If each view were a film, this blog would power 6 Film Festivals

Nel 2012, ci son stati 50 nuovi articoli, che hanno portato gli archivi totali del tuo blog a 409 articoli. Hai caricato 135 immagini.

Il giorno più trafficato dell’anno è stato 16 marzo con 211 pagine lette. Il messaggio più popolare quel giorno fu LA CHICCA – UNO.

Attrazioni nel 2012: ecco gli articoli più letti nel 2012.

Alcuni dei tuoi articoli più popolari sono stati scritti prima del 2012. I tuoi scritti restano!

(fin qui è scritto da WordPress, compreso il sottotitolo che cita i folletti!!!)

 

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da me:

Grazie a tutti e a tutti un abbraccio affettuoso per un tempo che sia foriero di luce e di tante piccole cose belle. Piccole perché è lì che sta la bellezza, dentro le piccole cose: lo diciamo sempre, qui.  Cerco di nominarvi tutti, questo blog è frequentato da 4 gatti ( ma che gatti! ) e questa è una ragione in più per essere orgogliosa di questi “numeri” che stupiscono me, prima di tutti.  In ordine sparso: 

Marinz, cui devo, tra l’altro, la migrazione del sito e poi tanti motivi di riflessione.
Pieffe, orecchiette, speciali sapienti e acute oltre che straordinariamente intuitive. Devo molto a quell’essere  peloso, non solo per questo sito, ma per ciò che rappresenta nel mio Tempo.
Petula, la gatta filosofa e Lucertola, da preda ad allieva. Devo molto anche alla sua coda e al suo naso.
Pinuccia, donna e nonna intelligente, delicata e sensibile, si commenta da sé, basta leggerla.
Roberta (Frost), che si diverte con noi e tesse le foto come una moderna Penelope.
Sir Biss che porta odori di lago e profumo di salvia e rosmarino e tanta partecipazione. Che sa prendersi in giro come ahimé pochi sanno fare.
Riccardo: quando i “numeri” sono alti, per visite e interventi, dietro c’è spesso lui, a dibattere con orecchiette e gatte. Un altro pilastro di cemento armato qui e non solo qui.
Francesca Pacini (Mulino di Almeto): perché è a lei che devo l’incontro con Pieffe e Petula.  E anche l’onore di avere scritto su Silmarillon. Non scriverò MAI come lei ma proprio per questo è un piacere vero leggerla. Imparo.
Carola, dal cuore dolce e romantico: la sua sensibilità e il suo calore dentro casa hanno fatto spesso il lavoro di un plaid. Amica di una vita, non ci si vede quasi mai, ma noi ci siamo.
Simona dagli occhi blu, che si firma Lotus, per qualche verso così simile a me da sembrare quasi…. mia parente  😉
GilGanesh che ci manca molto, così come il Gollum: hanno creato tante divertenti sceneggiature:  ci hanno dato tanto cuore e tanti sorrisi. E fiato per questo posto.
Simonetta (Calembour), che delle parole ne ha fatto e ne fa un mestiere.
E poi a tutti quelli “qui non nominati”,  e anche a quelli che leggono regolarmente senza apparire e mi scrivono  le e-mail.

Celeste anno a tutti, dal cuore.
Orietta

ps perdonatemi questa seconda autocelebrazione … Giuro che è l’ultima.

CAMPANELLINI

 

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Nevica, un pochino. Nevica sulla città, nevica sulla campagna. Ieri era tutto bianco, da me, e ci potete credere? I cani da caccia non possono uscire nella campagna. Ma non voglio sollevare un polverone sulla caccia nè sulle leggi che regolano queste cose, non è mia intenzione, non è il momento, non c’è voglia di parlarne tantomeno cuore. Le siepi spinose di ginepro stanno bene anche senza noi dentro, e se ci entriamo rischiamo di non uscirne più. Vanno bene per questa stagione:  ginepro e bacche e agrifoglio, qualcuno ne fa ornamento per l’uscio di casa.  Pensavo, i giorni scorsi,  alla casa di mio padre, a lui che tornava dal suo orto con in mano la verza perchè aveva “preso la gelata” e allora sì, che era buona da mangiare. Arrotolo un gomitolino tra le dita e il filo dell’esistenza di mio padre mi conduce un pochino, come una bussola, verso i libri di Mario Rigoni Stern, dove le stagioni avevano un canto ben preciso, un suono ben preciso, ed erano anche annunciate in modo ben preciso: per l’inverno c’era il campanellino dello scricciolo, che lo annunciava. Lo scricciolo emette un suono che ricorda un campanellino d’argento. E il campanellino si chiamava neve. Ecco che si percepiva la neve, non dalle previsioni di  Meteo 24, ma grazie anche a un piccolo esserino piumato. Basterebbe ascoltare il campanellino d’argento per tirare fuori le pale e preparare la scorta di sacchi di sale, non serve internet, non servono i satelliti. L’anno scorso nevicò in gennaio, e il campanellino d’argento per me, dallo scorso gennaio, porta il nome di un amico che non amava per niente la neve però amava la musica. A volte penso ai fili che uniscono destini e colori, suoni, odori: chissà, forse “Preghiera in Gennaio” di De Andrè la porto dentro da sempre perché qualcosa ha sempre saputo,  al di là e oltre questo apparente “sé” che sarebbe stata anche una “mia” preghiera.  Dicevo, le stagioni e i passi di queste che depositano anni sull’anima. E neve. Un po’ si scioglierà, altra invece concorrerà a formare ghiacciai eterni che avranno una qualche utilità negli anni che verranno. Forse serviranno a far scivolare via le cose inutili, e i semi che sarà meno utile ma anche meno possibile piantare. La terra fertile, quella densa, nera e scura, quella che feconda e accoglie, occupa sempre meno spazio, ha un angolo sempre più piccino e più esigenze. Certe volte il vento, le parole, le offese, umiliazioni e il dolore la rendono sterile, inospitale, allora serve il tempo perché gli uccelli possano di nuovo posare cioè che serve. Eggià, come dice anche De Andrè, i fiori non nascono dai diamanti. Mai. Quando morì mia madre si abbassò una saracinesca sul mio cuore, la terra andò in letargo per tanto, tanto tempo e si formarono, sull’anima, ghiacciai. Era bello in un certo senso: non sentivo niente, dopo un po’ nemmeno il dolore. Ma come sempre sotto la neve c’è calore e presto o tardi qualche germoglio riesce a fare il suo buchino. Ma questo post scritto direttamente sulla lavagna bianca della pagina, è una riflessione a ruota libera dato che malgrado tutto, malgrado la ragazzina silenziosa e pulita, vestita di jeans e maglione, pettinata e in ordine, stamane all’angolo aveva un cartello con scritto “ho fame”, malgrado tante persone dopo le vacanze di Natale troveranno la scritta “chiuso” fuori dall’azienda, malgrado tutto, il motivetto orribile e offensivo “A Natale a Natale si può dare di più” riecheggia nella mente come un martello, malgrado anche tutte le Preghiere in Gennaio. Mario Rigoni Stern ora, vivrebbe delle sue provviste accantonate in estate, bollirebbe le sue zuppe sul fuoco della legna anche questa accatastata con pazienza e con rispetto. E con lo stesso rispetto mangerebbe la carne degli animali cacciati, con rispetto,  quando era tempo di cacciare. Uscirebbe il fumo dal suo camino e lui con i suoi cani accoccolati accanto, probabilmente leggerebbe, scriverebbe, e forse preparerebbe un vino caldo ai chiodi di garofano. Non lo so perché la mente mi porta questi pensieri: forse perché a volte c’è bisogno di anima e di pelle. Di cuore e di pancia. C’è bisogno di amore e di calore e di cose vere. I giorni pesano sui giorni, violentano l’anima e la offendono, siamo ricattabili, siamo pieni di colpe, compresa quella di “possedere” una casa o di non essere “congrui” con i coefficienti di reddito o di aver bisogno di farmaci che costano una fortuna.  Siamo macchiati del peccato originale, ce lo dicono da piccoli e per tutta la vita dobbiamo meritarci il perdono. E di chi?  E per cosa?  Personalmente non sono certa che questa vita sia un dono, spesso e per molti è una condanna.  Penso a chi non ha mai avuto un tetto sulla testa e a chi  mangerebbe la carta del nostro pandoro, quello che può dare di più.   Ma mi fermo qui, anche questo è un campo spinoso e anche minato.  Sabato scorso è mancata la nonna Rosa, la nonna di Silvia. All’ufficio delle onoranze funebri guardavo gli occhi di Silvia, infossati e lucidi mentre il titolare parlava di colei che fino a due ore prima era la sua Nonna Rosa chiamandola “la salma”. Siamo pazienti, contribuenti, utenti, elementi, matricole, risorse umane, consumatori, infine salme. Domani la nonna Rosa sarà cenere. Quando e per chi siamo uomini e donne? Ho finito di scrivere e è finito anche di nevicare. Fuori, intendo. Dentro è diverso. Ho sentito il campanellino d’argento qualche settimana fa. E nevica. Nevica. 

EH VABÉ !!!!

Chi mi conosce mi farà nera per via della mia allergia per le commemorazioni ricorrenze celebrazioni di ogni tipo

ma siccome nel post precedente leggo tante cose belle allora…. Ecco ..

1 CONTROLUCE, 400 POST , 5909 COMMENTI,  120 mila circa VISITE (Splinder+WP)

GRAZIE !

INCONTRI

 

 

Sabato mattina. Un bosco fuori Roma,  Pieffe ed io. Bastone in mano, passo lento ma costante, silenzio. Solo la canzoncina lieve e per me assolutamente incomprensibile sussurrata dalla voce di Pieffe. Nessun altro essere umano. Solo io e poi Pieffe, con le sue orecchiette vibranti, pronte a captare rumori.  Ad un certo punto si blocca, mi guarda, sorride e sussurra: ci sono! Qui ci sono, li sento! Io mi guardo attorno, guardo tra le foglie .. Niente. Lui mi fa un segno appena percettibile con l’orecchietta destra, io traccio una linea immaginaria tra la punta di questa e il terreno e … lo vedo. Uno gnomo!!! Lui afferra il suo telefonino, infatti la foto è parecchio sgranata. Non aveva altro disponibile al momento…

 http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/7993412335/in/photostream

CELESTE MI

foto mia

Foto mia.. E poi dicono che a Milano il cielo non è mai celeste …

Svegliata dalla sveglia alle 6.30 di oggi, sabato mattina perché ci sono cose da fare (sono milanese, nessuno è perfetto..) ho visto su la7 un pezzo di Le invasioni Barbariche, ospite Enrico Bertolino, così ho conosciuto il suo libro, Pirla con me, Mondadori. È una caricatura di Milano, dei milanesi, di ciò che Milano era, di cioè che Milano è. Sottotitolo: da Milano si può guarire. Penso che lo leggerò. Immagino un libro divertente e triste, come fanno le caricature tutte: un cono di luce bianca e impietosa sopra difetti, miserie, dolori e nostalgie. Mi sono sdraiata di nuovo sul letto e gustata l’ultima parte (in rete ho trovato l’intervista completa) e mentre ascoltavo ho pensato che io non vorrei mai de-milanesizzarmi, non ci penso nemmeno. Provo perfino nostalgia per quella Milano della quale Enrico Bertolino, praticamente mio coetaneo, conserva dei ricordi in seppia. Quando al Bar Magenta c’erano i biliardi (ora sono rimaste solo le stecche e i contapunti, sono contenta che ci siano). Quando sulle ringhiere dei Navigli c’erano i panni stesi e non gli atelier e i teatri di posa più prestigioni della città. Non vivo in città, prima per scelta dei miei genitori, poi per scelta personale, per ragioni che ora qui non sono importanti ma che si possono sistetizzare così:  vivo in una casa con giardino  fiori prato e cani e ora anche orto,  ma se non avessi avuto queste esigenze, l’appartamento in condominio di certo lo avrei scelto a Milano. A Milano ci lavoro,  e di fatto ci vivo da che avevo 15 anni. E per me, vale la pena del viaggio. Che viaggio poi non è. Quaranta minuti sono spesso normali se non poca cosa per molti che pure vivono e lavorano in città. Milano è ottimamente servita dai mezzi pubblici, ha una rete di trasporti meravigliosamente efficiente ma è .. grande. Grande, in tutti i sensi. 🙂 E no, io di Milano non voglio guarire. Anzi, mi spiace di non essermi ammalata (non ero nata) quando ammalarsi di Milano era un privilegio, era costruire, era ammalarsi di cuore. Un bell’ammalarsi di cuore, quello.

Vivere fuori (però fuori per davvero e non nella periferia – la precisazione è fondamentale) è un buon compromesso per quelle che sono le mie esigenze. Ho bisogno di Milano, ma ho bisogno anche di altro. Così Milano, la sera e nei fine settimana è sotto i miei piedi, solo un pochino più a sud, raggiungibile in pochissimo tempo e rassicurante, con la sua Madonnina e tutte quante le sue contraddizioni e le sue spine, pungenti tanto quanto le guglie del suo duomo.

In fondo a questo video (verso la fine, si può far scorrere il cursore) c’è una bella cosa, che non c’entra nulla con Milano. Alla domanda: cosa conta di più nella vita, c’è una risposta interessate, attraverso un … vasetto di maionese.

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Navigli a Natale
Foto di Pierangelo Mariani- Grazie Pier, spero di rivederti presto.

P.Mariani

e da http://www.milanmilan.it

“Preghiera disperata” alla Madonnina del Duomo

©Ada Lauzi

L’è ‘na preghiera fada in milanes con umiltà, fervor, senza pretes: te preghi madonnina, per on’ora fa ritornà Milan ‘me l’era allora… e, per quell’ora, famm vedè i navilli, i bei tosann coi sòcch fin’ai cavilli, i “Gigi” con la gnaccia e intorna i fioeu e sentì anmò el cantà di barchiroeu, el vosattà di dònn in sul Verzee e quell del Vicolin di lavandee! O Madonnina, famm ‘sta carità. per on’oretta sola famm tornà ne la Milan di brumm e di cavai quand sòtta Tì giugavom num bagaj, e Te parevet alta in Paradis coi gulli intorna, bianch come benis, famm rivedè ‘ncamò i spazzacamin con tutta la carisna sul faccin… …el soo…l’è ‘na preghiera disperada… d’on coeur che ne pò pù de sta bugada… ma…quand de damm a trà Te avree decis… famm sarà i oeucc…e derva el Paradis.

IL MIO ALBERO

A volte serve un Albero. No, non sto pensando al riparo dal sole, alla frescura, al riposo, alla vacanza. Oggi vanno di moda le vacanze naturali, fa tanto new age, fa tanto fico andare a castagne, fare   “birdwatching”, affittare casette stile “La casa nella prateria”, coltivare pomodori, erbette e fragole. Salvo poi distruggere i boschi. Avete mai visto i funghi martoriati dai bastoni dei coglioni che invadono i boschi perché fa tanto “viviamo naturale”? Ecco. Chiusa parentesi, torno all’Albero.

L’Albero per me, a volte è il simbolo del posto dove potersi sentire. Poter sentire sé, poter parlare di sé a chi si ama, poter essere sé. Lontani da ogni teatrino, da ogni rumore, dalle giustificazioni tutte, dalle bugie tutte. Lontani dalle finzioni. Per quanto è possibile.

Nella fotografia c’è un albero, bellissimo, maestoso. Un essere di legno e frasche, vivente, splendido. E’ invitante, accogliente. Ha persino un pavimento attorno alla base del suo tronco, due panchine. Ti aspetti che da un momento all’altro arrivi un cameriere a domandare “cosa desidera?”. Bello, tutti gli alberi, per me sono belli, come sono belli tutti i cani. Per me.

L’altro giorno qualcuno,  tagliando la siepe, mi ha confessato che mentalmente chiede scusa mentre lo fa.  Gli credo, lo farei anche io. Non amo i fiori recisi, anche se mi piacciono tantissimo i mazzi enormi di margherite sul tavolo della mia casa.  Mentre scrivo questo, sono consapevole delle contraddizioni della vita, e di tutto cio’ che noi “usiamo”, e comprendo anche me, ovvio.

L’Albero della fotografia, dicevo,  è splendido… ma c’è qualcosa di troppo ovvero le panchine, il pavimento, insomma le costruzioni. Sono fatti bene, panchina e pavimento, in legno (grazie!!!). Se fossero state in ferro o in plastica probabilmente avrei indagato sul luogo e scritto al Comune… Dicevo: c’è qualcosa di troppo.  Il “mio” Albero non deve chiamarmi, non deve mostrarmi di essere accogliente, non deve aprirmi la porta di casa, e chiedermi “prego accomodati” mostrandomi le panchine che stanno sotto le sue fronde. Deve farlo con altro…. Devo sentire che è quello il “mio Albero”. Perchè un amico non vale un altro. Un Albero non vale un altro. Un amore non vale un altro.

Il mio Albero deve poter ascoltare il mio cuore, le cose di dentro, raccogliere le mie lacrime e le mie risate. Ascoltare le mie storie, i miei sogni, le mie paure, le mie fobie. Sciogliere le mie catene.  Devo fidarmi di lui, devo essere sicura che ogni cosa che lui ascolterà sarà per sempre soltanto racchiusa tra i solchi del suo tronco, intrecciata tra i suoi rami, per sempre.  E deve essere soltanto li, per me. Quelle panchine non sono “per me” ma per chiunque vi passi. Sono un invito alla sosta, l’offerta di un rinfresco. Bello, tutto molto bello e va tutto bene. Ma il “mio” Albero non può essere questo.

LA CHICCA – DUE

Il panettiere consegnava ogni mattina il pane a casa, lasciando il sacchetto nella cesta appesa al cancello della casa in cui vivevo all’epoca. Un sabato mi aspettò e mi disse che il suo nipotino desiderava da tempo un cagnolino: fu così che regalai il piccolo di Chicca. Noi avevamo già due cani e poi ero certa che il piccolo sarebbe stato  in buone mani per cui il nipotino del panettiere diventò il nuovo amico del cucciolo di Chicca.  Chicca guarì del tutto: medicine e cure ripristinarono il pelo laddove mancava, la sua salute migliorò e dopo un po’ di tempo si poteva considerare una cagnolina sana e felice. Gli altri nostri cani l’accolsero fin da subito, e lei ogni notte si arrotolava accanto a loro trovando calore e sicurezza e affetto. Abitavamo una villetta, con tre cancelli e un giardino e un orto, situata in una zona del paese costruita a villette. Dopo qualche tempo, notammo un cagnolino, pelo raso, bianco nero,  musetto curioso e occhietti  vispi, fare la posta davanti al nostro cancello: la ragione era fin troppo chiara, Chicca era in calore. Una sera, al rientro a casa di mio fratello, accadde il “fattaccio”: l’inseminator, come fu chiamato, non si lasciò  sfuggire l’occasione di quel cancello spalancato e una domenica di Maggio, proprio il giorno della festa della mamma, Chicca mise al mondo 4 cuccioli. Bellissimi, quattro palle di pelo riccio. Fu una gioia ma anche un problema: a quel punto i cani erano sette, non facilmente gestibili, con  due cancelli che servivano tre automobili. Fortunatamente quattro conoscenti, persone fidatissime e conosciute ci chiesero i piccoli,  i quali  dopo lo svezzamento trovarono casa e amore. Chicca era una cagnolina intelligente, molto intelligente, dotata di un carattere deciso, testardo e soprattutto disobbediente e curioso. Quando capiva che non volevo che facesse qualcosa, guardava il cielo, soffermandosi in punti precisi con grande interesse come se da quell’osservazione dipendesse la sua vita! La cosa mi faceva un po’ arrabbiare ma soprattutto ridere. Era uno spettacolo vedere quanto una cagnetta alta una spanna potesse prendersi gioco di una persona. Una delle sue trasgressioni preferite era quella di uscire  dal cancello ogni volta che questo restava aperto  (il solo  tempo necessario  per passare con l’auto). Dicevo prima che la casa stava in una zona residenziale di villette pertanto le strade servivano solo le case stesse: le piccole uscite di Chicca (tre minuti al massimo) non erano dunque un pericolo, considerando che lei si limitava a pascolare nell’erbetta che cresceva rasente il recinto di casa.  Ma un pomeriggio, questa piccola trasgressione fu fatale. Era una domenica, io stavo leggendo in camera mia, mio padre usci con l’auto ma la cagna del dirimpettaio (libera per la strada)  aggreedì la mia piccola. Sentii un urlo terribile, lo ricordo ancora,  non lo dimenticherò  mai. Uscii con il cuore in gola, caricai la cagnetta in auto: con le gambe tremanti e un senso forte di nausea e disperazione,  non so come raggiunsi un ambulatorio veterinario di quelli aperti 24 ore. La cagna della vicina  le aveva staccato un occhio a morsi. La lasciai li la notte, fu sedata, le vennero date medicine attraverso flebo,  operata il giorno dopo.  La salvarono. Lei rimase la stessa di sempre, allegra, con il suo cuore enorme, la sua fiducia neri confronti di tutti, e del tutto immmutata la sua vivacità.  Passarono altri anni, e l’unico suo occhio si ammalò di cataratta ma lei, come tutti gli animali, aveva il suo nasino: quell’organo meraviglioso e misterioso e potente le permise di vivere bene e di sopperire al resto. Mi trasferii, lei restò con mio padre perchè la mia casa non era idonea ad accoglierla: Chicca era troppo piccola e la casa aveva una recinzione provvisoria e per niente sicura. E poi era un ambiente sconosciuto e sarebbe stata sola tutto il giorno. Provai, a portarla qui, ci provai, ma la vidi disorientata, se pure curiosa, ma si si spezzava il cuore. Sapevo che lo avrei fatto per me e non per lei. La riportai quindi a “casa”. Continuai naturalmente a vederla, ovviamente ad amarla. Poi una domenica venne mio padre a pranzo da me e mi disse che era morta. Non volli sapere come, non lo so nemmeno adesso. Non mi importa di saperlo. Visse 12 anni felice, nonostante il terribile incidente. E questo mi basta. Nemmeno mio padre potrebbe più raccontarmelo, pero’ il cane di mio padre vive con me. Questo lui lo sa, glielo avevo promesso.

Nel post successivo, ci sarà la fotografia della Chicca. Quella del suo piccolo grandissimo cuore è invece impressa in un posto di dentro, per sempre.

ECCOMI

Eccomi.

E’ un po’ che non scrivo, ma ci sono delle ragioni, naturalmente. La principale ragione sta indubbiamente nel  cambio di casa: non ci si sente subito a casa dopo un trasloco, no?  Inoltre io sono un bel po’ ehmmm …  sentimentale? Mi affeziono ai luoghi che mi hanno dato emozioni e che mi hanno dato la possibilità di regalarne qualcuna. Che devo fare? Sono fatta così. Splinder è, forse, una piattaforma meno evoluta di questa, un prodotto meno complesso per ciò che sta “dietro” il sito visibile, insomma un abbigliamento intimo meno sofisticato. Ma … Controluce è nata su Splinder ed è là che è incominciata l’avventura. Ci metto sempre un bel po’ a cambiare: sto usando un nuovo PC, con Windows 7 al posto di XP e ancora non mi ci sono abituata eppure per lavoro si deve cambiare spesso abitudini, anzi.. non ci si fa nemmeno in tempo ad abituarsi a qualcosa che …. tracchete,  cambia tutto. Per fortuna o per sfortuna, chissà. Poi di Splinder conoscevo l’editor compresi i difetti, sapevo perfino mettere la musica e ultimamente c’erano anche le foto dell’album su Flickr che scorrevano come un film… Ecco.

Non ho molte cose da dire, o forse ne ho tantissime il che produce il medesimo effetto cioè il vuoto pneumatico. Questi mesi sono stati particolarmente densi, per il mio lavoro e le varie vicende connesse collaterali e conseguenti.  Mesi forieri di amarezze, delusioni profonde, spaccature, e urgenza di cambiamenti. Questi eventi avrebbero  lasciato Controluce un bel po’ orfana, se non ci foste stati voi, che passate di qui, a dare fiato e brio. Grazie, davvero. Ora alcune cose sembrano aver trovato se non equilibrio, almeno una nuova collocazione nella mia mente e un nuovo posto nella mia esistenza. Appena scopro qual è questo posto, ve lo dico eh. Promesso.

Il Natale, appena passato. Che dire?  Con il passare degli anni, vuoi perchè si diventa un po’ più saggi, vuoi perchè si abbassa la soglia di tolleranza alle ipocrisie, e si alzano le difese immunitarie nei confronti delle bugie infiocchettate, dei baci e dei sorrisi di plastica, dei regali obbligati, ci si fa toccare sempre meno da quello che è quello spirito che non c’entra un bel niente con il Natale e si cerca di resistere e sopravvivere alla fiera dell’inutilità, al circo dell’ipocrisia, ai messaggini di auguri che nascondono (spesso nemmeno tanto bene) cattiverie, invidie e indifferenza. Ecco, mancava un po’ di retorica nel web senza che Controluce ci mettesse del suo.  E vabbè. Ma già che ci siamo … andiamo avanti. Da un bel po’ di anni sono praticamente immune allo stress da regalodinatale. E credo sia una gran bella cosa, un bel passo avanti verso la guarigione dalla sindrome del babbonatale a caccia di un regalo qualsiasi purchè sia qualcosa perchè lei/lui lo scorso anno “me lo ha fatto”.

La città di Milano, per quanto ho potuto vedere,  si è vestita poco, questo Natale: poco sfarzo, atmosfera piuttosto sobria. Gliene sono grata: lo scorso anno mi veniva da piangere passando per Piazza Duomo deturpata dall’enorme store Tiffany color turchese modello pacco di Natale (pacco in tutti i sensi…) al centro del quale troneggiava un abete, brutto pure questo. Per non parlare delle enormi stelle pendenti dalla volta della Galleria, una delle quali è crollata sopra la testa di una signora, pochi istanti prima che passassi io, per andare da Hoepli (e poi dicono che le stelle cadenti esaudiscono i desideri…). Non sono mancate, ovvio, le scene di panico da regalo: “oddio mi sono dimenticata del regalo per carlo…. ora mi  infilo in un negozio e gli prendo qualcosa”. Che tristezza ! Una tristezza infinita!  Oppure: “quest’anno mi sono portata avanti, ho cominciato a ottobre e adesso me ne mancano soltanto 5 e poi ho finito”.  E poi i fiori: una sera ho preso il treno reggendo una foresta tra le braccia… E poi mi dicono: stai attenta a quest’ora ci sono in giro delle brutte persone. Eh si, ma io ho un albero tra le mani, hai presente le legnate? Ecco.

Spero che riuscirete a perdonarmi questo post, scritto perchè avevo voglia di trovarvi, e poi perchè mi manca. Mi manca Controluce e mi manca ciò che accade sotto ogni post. L’altro giorno Riccardo si è messo a rileggere “Capito?” un post che ha raccolto circa 120 interventi. un record. E Controluce non ha interventi banali tipo: ma ciaaaaoooo passavo di quaaaa ti faccio un saluto Bacini…..  ma cose belle, vere, confronti, e anche umorismo, certo, bello, intelligente, elegante.

Eh già perchè la classe non è acqua… Infatti talvolta qui sembra vino.. (o grappa). Ma di qualità. Poi ci sono i gatti di razza, e qualche animaletto saltellante, con le orecchiette un po’ basse, ma di razza anche lui,  cui vogliamo tutti bene.  Una nonna che alleva oche (con il pedigree of course), un elefantino che pare abbia lasciato la proboscide incastrata tra i dentini dell’htlm di Splinder e altri animali non meno preziosi.

E per concludere questo post auto-referenziale e anche un filo snob (poco poco però), parafrasando Jannacci (l’ho visto qualche giorno fa in TV, un mito) ci sta bene una cosa così: ” quelli cui non interessa la luce contro e per questo scrivono in controluce…. Ohhhh yesssss”

Ecco, a quelli li, il mio grazie. Di cuore grazie.

CREDERE

Lo splendore dell’amicizia
non è la mano tesa
né il sorriso gentile
né la gioia della compagnia:
è l’ispirazione spirituale
quando scopriamo
che qualcuno crede in noi
ed è disposto a fidarsi di noi.

R.W. Emerson

Già. La fiducia. Una volta dissi a qualcuno: camminerei con te, bendata, sul bordo di un precipizio, perché so che mi condurresti in salvo, o che non faresti mai niente per salvare la tua vita e non la mia. Uscì dal cuore questa affermazione, senza la costruzione della  mente. Era uno di quei momenti speciali e si formò da sola questa immagine. Gliela consegnai, vestita di parole e  subito dopo, rileggendo le stesse parole  mi resi conto della portata. Potei solo confermarle. Lo pensavo allora, lo penso ancora.

Qualcuno che crede in noi, così come siamo, con le nostre debolezze, le nostre miserie, le nostre paure. Questa è l’amicizia, quella vera, potente, incondizionata e pura. E sì che splende. Come una stella. 

GIROTONDO

http://www.guerrenelmondo.it/?page=static1258218333

 

 

A ME

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Non incolpare nessuno,
non lamentarti mai di nessuno, di niente,
perché in fondo
Tu hai fatto quello che volevi nella vita.

Accetta la difficoltà di costruire te stesso
ed il valore di cominciare a correggerti.
Il trionfo del vero uomo
proviene delle ceneri del suo errore.

Non lamentarti mai della tua solitudine o della tua sorte,
affrontala con valore e accettala.
In un modo o in un altro
è il risultato delle tue azioni e la prova
che Tu sempre devi vincere.

Non amareggiarti del tuo fallimento
né attribuirlo agli altri.

Accettati adesso
o continuerai a giustificarti come un bimbo.
Ricordati che qualsiasi momento è buono per cominciare
e che nessuno è così terribile per cedere.

Non dimenticare
che la causa del tuo presente è il tuo passato,
come la causa del tuo futuro sarà il tuo presente.

Apprendi dagli audaci,
dai forti
da chi non accetta compromessi,
da chi vivrà malgrado tutto
pensa meno ai tuoi problemi
e più al tuo lavoro.

I tuoi problemi, senza alimentarli, moriranno.
Impara a nascere dal dolore
e ad essere più grande, che è
il più grande degli ostacoli.

Guarda te stesso allo specchio
e sarai libero e forte
e finirai di essere una marionetta delle circostanze,
perché tu stesso sei il tuo destino.

Alzati e guarda il sole nelle mattine
e respira la luce dell’alba.
Tu sei la parte della forza della tua vita.
Adesso svegliati, combatti, cammina,
deciditi e trionferai nella vita;
Non pensare mai al destino,
perché il destino
è il pretesto dei falliti.

(pablo neruda)

AIUORCAIEM

Francesca al Mulino parla del lavoro, delle corse, della qualità della vita, del tempo per sé.
SirBiss in OdorediLago rimpiange il lavoro che ha perduto, dopo molti anni.
E io? Che posso dire?  Mah !
Ci sono giorni che graffiano il cuore, più di altri.  E non è normale che sia il lavoro, a farlo, e infatti non lo è. A ferire è l’umanità. A volte è difficile non farsi coinvolgere emotivamente, non provare rabbia o disprezzo, mantenere  distacco e freddezza. Separare le offese “da lavoro” dalla vita personale, intima, che non può e non deve essere contaminata, scalfita, inquinata, coinvolta dalla pochezza da parte di chi non scegli ma che ti tocca di subire.
Pensando con lucidità sono cose che sappiamo tutti ma raggiungere la consapevolezza e quella necessaria lontananza equivale a un cammino spesso lungo e non sempre semplice.
Non possediamo un tasto reset, ma dovremmo pensare come se lo avessimo, e premerlo non appena si appende un telefono, o si chiude la porta la sera.
Noi non siamo il nostro lavoro, come non siamo ciò che mangiamo né ciò che pensiamo.
E non siamo nemmeno i graffi che portiamo, nemmeno quelli infertici da chi amiamo o abbiamo amato.
Forse ciò che siamo è “la” ricerca di una vita, una ricerca dentro la quale ci perdiamo: troppi gli inganni, i caleidoscopi che confondono cattive e buone intenzioni, egosimi e affetti, passioni e doveri, che offrono giustificazioni alle offese, rumori che copriono silenzi che potrebbero parlarci davvero, luci abbaglianti che coprono altre piccole luci che invece potrebbero indicarci alcune verità.
Bisogna imparare a guardare senza le lenti deformanti che abbiamo sopra gli occhi, costi quel che costi.
Leggere sotto e oltre le righe ottuse di ciò che appare che spesso è finto e foriero di inutili disagi, fuorviante e causa di enormi dispersioni di energie. Un insulto, per la propria persona che merita il nostro rispetto, e cure e attenzioni. Anche quando il prezzo è alto, ne vale sempre la pena.
Perché questa riflessione non lo so. Un disagio, forse. Qualcosa che sta stretto, che costringe, che limita.
Gli affetti non possono essere confinati in spazi stabiliti nello stesso modo in cui il lavoro deve occupare spazi definiti. Anche quando coincide con una passione.

L’IRIS DI PABLO E QUELLO DI RICHARD

« Quando la spieghi la poesia diventa banale,
meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni
che può svelare la poesia ad un animo predisposto a comprenderla. »
(PABLO NERUDA)


 IL POETA E LO SCIENZIATO  (fonte citata in fondo al testo)

Ho un amico artista che alle volte dice cose con le quali non sono molto d’accordo. Magari raccoglie un fiore e dice: “Guarda com’è bello”, e sono d’accordo; ma poi aggiunge: “Io riesco a vedere che è bello proprio perché sono un artista; voi scienziati lo scomponete in tanti pezzi e diventa una cosa senza vita”, e, allora penso che abbia le traveggole. Per cominciare, la bellezza che vede lui è accessibile a chiunque e quindi anche a me, credo. Non avrò un senso estetico raffinato come il suo, ma sono comunque in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Per di più vedo nel fiore molte cose che lui non riesce a vedere. Posso immaginare le cellule, là dentro, e i complicati meccanismi interni, anch’essi con una loro bellezza. Non esiste solo la bellezza alla dimensione dei centimetri, c’è anche su scale più piccole, nella struttura interna, o nei processi. Il fatto che i colori dei fiori si siano evoluti per adescare gli insetti impollinatori, ad esempio, è interessante: significa che gli insetti vedono i colori. E allora uno si chiede: il senso estetico dell’uomo vale anche per le forme di vita inferiori? Perché è estetico? Domande affascinanti che mostrano come una conoscenza scientifica in realtà dilati il senso di meraviglia, di mistero, di ammirazione suscitati da un fiore. La scienza può solo aggiungere; davvero non vedo come e che cosa possa togliere.

Le frasi che avete appena letto sono di Richard Feynman, uno dei più grandi scienziati del secolo appena passato. Descrive molto bene lo stupore che “lo scienziato” prova quando “il poeta” lo accusa di non vedere la bellezza delle cose e addirittura di distruggere tale bellezza con “l’arida scienza”. E nota come ad esempio il poeta non sia in grado di vedere il bello ad esempio nel meccanismo della fotosintesi o nel teorema di Pitagora.

I poeti sostengono che la scienza tolga via la bellezza dalle stelle – ridotte a “banali” ammassi di gas. Non c’è nulla di “banale”. Anche io posso vedere le stelle nella notte deserta, e sentirle. Ma vedo di meno o di più? La vastità dei cieli estende la mia immaginazione. Bloccato su questa giostra il mio piccolo occhio può catturare luce vecchia di un milione di anni. Un grande disegno di cui sono parte…

…Qual è il disegno, o il significato, o il perché? Non sminuisce il mistero conoscerne un po’. Poiché la verità è ancor più meravigliosa di quanto ogni artista del passato abbia mai immaginato. Perché i poeti moderni non ne parlano? Che uomini sono quei poeti che possono parlare di Giove come se fosse un uomo ma se invece è una enorme sfera rotante di metano e ammoniaca rimangono muti?

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/03/23/il-poeta-e-lo-scienziato/

L’altro giorno ho visto delle immagini, bellissime, di Saturno (sarà che è il mio pianeta, mi piace tanto) e di una delle sue Lune, Encelado, che è bellissima. Sembra un organo, è bianco, venato di azzurro: le “vene” sono profondi solchi, sono geyser, vivi, attivi, probabilmente “responsabili” della formazione di uno degli anelli di Saturno. Ci sono  immagini spettacolari, riprese dalla sonda Cassini. Affascinanti, davvero.

Ma quando guardo un cielo stellato riesco a guardarlo con la pancia, con il cuore, con i sensi, riesco ad immaginare di essere lassù, come il Piccolo Principe, e navigare tra galassie, pianeti, nebulose e stelle, tra milioni di stelle.
E penso che ho una rosa a casa mia che è la Terra. La sera, prima di addormentarmi penso spesso alle stelle, ne ho alcune appiccicate al muro di fianco al mio letto: sono luminose, si caricano di giorno con la luce.
Per me le stelle sono stelle e basta, sono misteriosi punti di luce pieni di magia, terre di brillantini oppure sono luce che filtra attraverso il manto bucherellato della notte densa per farci capire che oltre, c’è luce e luce luce.
O per ricordarci che c’è una seconda parte di noi, lassù, che aspetta noi. Quando sto per addormentarmi, spesso penso che durante magari, durante il sonno, raggiungo ogni volta l’altra parte di me, quella che si trova là, proprio tra le stelle.

Quando vedo un fiore è un fiore, una meraviglia della Natura. Può essere simile a me, come lo è un Iris: ha petali che proteggono profondità delicate e scure, contiene qualcosa di speciale. Non vedo cellule, ma cerco e trovo la relazione con le persone, con l’anima di chi lo ha coltivato, la cura che gli ha dedicato, la delicatezza di quelle mani che gli hanno permesso di fiorire, di esistere, di propagarsi anche. Penso al legame.

Trovo la relazione con il corpo umano che lo ricorda o che gli somiglia, oppure con la musica che può evocare: un margherita evoca una melodia allegra, una rosa rossa un requiem,  per me, una melodia greve, triste, solenne.
E’ soggettivo, tutto passa attraverso il filtro delle sensazioni che giocano con le associazioni.  E tutto è cucito da quel filo invisibile che lega le cose della terra con quelle del cielo.

Buona notte a tutti, buone stelle.

DOVE STAI TU

(foto dal web)

Chissà se anche dove sei tu c’è la neve, e chissà se sei felice, se c’è anche li l’arcobaleno qualche volta, dopo la pioggia e chissà se c’è la pioggia.
E il vento? Quel soffio a volte fastidioso e freddo ma a volte tiepido e piacevole come la carezza di una grande mano amica, c’è dove stai tu?
C’è quel profumo che si sente nei campi a primavera, e poi in estate, quando tagliano il grano, ma c’è il grano, dove stai tu? E ci sono i colori? Il giallo il blu, il verde, e poi il rosso il violetto, il bianco e il nero?
Mi piace immaginarti, mentre ti lanci ridendo da una collina innevata, sopra una tavola, oppure mentre corri dentro il mare, quella immensa distesa di acqua blu, verde e blu, e celeste, e incolore, e nera, a volte, che è il mare, l’oceano.
Come mi piace immaginarti sotto le stelle mentre guardi in alto chiedendoti di cosa sono fatte e se si possono toccare.
Ma chissà se dove stai tu c’è il mare e chissà se ci sono le stelle o se invece ti sono talmente vicine da essere specchio per i tuoi occhi.
Poi mi piace immaginarti dentro il cesto di una mongolfiera che naviga lenta, sopra i tetti colorati dei paesi del  mondo, sopra le cime innevate, sopra i ghiacciai azzurrini, le foreste smeraldo, i deserti d’ocra.
Sopra laghi color del turchese e laghi rossi di alga come donne d’acqua.
E mi piace immaginarti davanti a me, magari dall’altra parte della tavola a guardare i tuoi occhi attraverso un bicchiere di vino rosso, lo sguardo rubino acceso dalla fiamma di una candela e penso che sorriderei, contando le pieghe della tua fronte.
Ma chissà se dove stai tu esiste il vino, e il cibo, e poi una tovaglia di fiandra bianca con una candela bianca e chissà se esiste il fuoco.
E mi piace immaginare di avvicinare  la mia mano alla tua, prenderla con calma e guardare il palmo con attenzione, per sentire il calore che contiene e pensare che sarebbe la sola cosa che vorrei leggere, il calore. E portare tutto quel calore sul mio viso, lentamente, sino a sentirlo sciogliere nello strato piu’ profondo e poi sentirlo espandersi fino ai confini dei pensieri.
Chissà se dove stai tu ci sono i treni:  partono e arrivano e tornano e ripartono, contengono molte cose sai, i treni? Persone, oggetti, bagagli. Contengono storie, tante storie, contengono tante di quelle storie, i treni,  da poter essere scritte sopra tutta la superficie della terra ma non basterebbe.
Contengono il fiato, i pensieri, il dolore, le lacrime, le gioie le risate, l’umore intimo degli amori,  contengono le gocce del tempo. Le confessioni e una quantità infinita di rimpianti. Rimorsi anche, sì.
Ratei e risconti del Tempo. E chissà se esiste il Tempo, dove sei tu, e se sì, chissà se si misura. Qui c’è, un Tempo, anche se nessuno sa cosa sia. C’è un Tempo in polvere, un Tempo di acqua, un Tempo di cera, un Tempo di aria.
Contengono parole uscite dai libri: storie dentro le storie, i treni. E poi segreti, e delusioni. Amarezze, disperazioni. Contengono attimi impazienti, nostalgie. E le gioie dei ritorni. La fine della lontananza, la fine della guerra, il riposo del soldato.  Le fughe degli amanti, i pianti dei bambini.
Culle di pensieri sparpagliati dai finestrini lungo campi di grano che sfrecciano veloci e paesi di pietra immobili, attorno ai campanili. Contengono la stanchezza infinita dei vecchi con il capo ciondolante e le borse di plastica. Contengono gli odori, i profumi, quelli forti e quelli scadenti come ciprie del dopoguerra, e poi quelli delicati, quelli che si possono sentire solo dalle pelle: pori come scrigni.
Ma chissà se dove stai tu ci sono le strade ferrate, le stazioni, l’odore del ferro dei binari. E chissà se ci sono gli odori.
E poi mi piace immaginarti accanto ad un grande albero, con la schiena contro il fusto. Ma chissà se dove stai tu ci sono gli alberi, e chissà se c’è l’erba. Ci sono i grilli, le coccinelle? E la rugiada? Ci sono le api? Qui, dove sto io, senza le api cesserebbe la Vita, lo diresti mai?
Mi piace immaginare la tua voce, la voce è un’impronta, qui, lo sai? E’ uno strumento, produce parole, produce suoni, produce vibrazioni  a  vibrare anime e pensieri. Produce musica e sa stridere, offendere, sa umiliare. Sa penetrare in luoghi che nemmeno sai di possedere.
Sa essere melodia, sussurro, a sollevare peli della pelle, pensieri e sogni e respiri.
Ma chissà se dove vivi tu esistono i suoni e le voci e i pensieri.
E chissà se esiste qualcosa o qualcuno che ti leggerà questa lettera, e chissà se avrà un senso, questa lettera, lì, dove stai tu.

MANDORLE

E’ un Natale amaro. E’ nell’aria, è nel cuore.
Un momento difficile, per molti. Da tempo non si riesce più a sentire un telegiornale, non  si ha più la forza per contenere questo nero, che arriva dallo schermo ai cuori di chi ancora non si è lasciato anestetizzare, e dentro quelli, pochi forse, che rifiutano di “abituarsi” al brutto, al male, al dolore, all’ipocrisia, al falso, e al nulla.

Mai come in questo tempo, si percepisce la tendenza a “tenere quel che si ha” anzichè allargare, investire, proporre, rischiare.
E’ tempo di conservazione, non di crescita. Di approvvigionamenti, di scorte, non di investimento. In tutti i sensi: da quello economico a quello affettivo. Tempo di paguri, tempo di “io speriamo che me la cavo”. Tempi di ritiri, di ripari, di tane,  che generano solo solitudine, buio e freddo.
Niente uscite al sole, niente Gioia. Non ci sono messaggi di gioia e stridono quelli della Bauli, e del tronchetto di cioccolato.
Stride la slitta di Babbo Natale sulla neve, come unghie sulla lavagna.

Sono al lavoro, un po’ perché ho da fare, e un po’ perché, forse, ho bisogno di “sentire” quale strada percorrere, se continuare su questa, che percorro da tanti anni, oppure se iniziare a camminare sopra sentieri nuovi.

Rispondevo ad una e mail di Pinuccia, poco fa, e la mia è diventata un po’ una riflessione, come faccio spesso quando scrivo a qualcuno (chi ha la bontà e la pazienza di leggermi e di ascoltarmi, lo sa molto bene).
Le dicevo che, tra tutte queste luci colorate, gli alberi, le luminarie, i negozi luminosi e scintillanti, le ombre sono più dense. E’ naturale, del resto: l’ombra esiste perché esiste la luce.

Forse anche perché ci si sente addosso, in questo tempo, l’obbligo di essere sereni, sorridenti, felici, insomma essere come tutti si aspettano.
Evvai quindi con il solito carrozzone, la musica a paletta, i neon, la giostra che poi, quando va via, lascia il solito prato con l’erba schiacciata, le carte per terra, e non sai mai se era più triste durante oppure dopo.

Vedere i propri credo che pensavi saldi vacillare come torri di carta esposti al vento, non è una bella cosa.
Fare passi indietro, dopo che il cammino è stato il passo lento ma costante del montanaro che scala la montagna, è cosa dura da accettare.

La delusione ha un sapore amaro, come le mandorle stantie.
E resta in bocca a lungo accidenti. Non c’è edulcorante che possa aiutare – anzi –  verrebbe fuori solo una mescolanza chimica indotta che avrebbe il potere, casomai, di rendere il tutto ancora più sgradevole e di più indefinito e confuso.

Il gusto della delusione è diverso e per certi versi peggiore di quello del Dolore.
Il Dolore è qualcosa che può anche uccidere, ti può anche lacerare, devastare lavorandoti sui fianchi con un cesello appuntito, ma a volte è come il fuoco che brucia l’erba di un prato e spesso nascono germogli meravigliosamente nuovi e forti.

La delusione no. Essa ti costringe a compromessi, a rivedere le cose, e ti può schiacciare, a volte, come una pressa. Perché  …  ci avevi creduto. E può impedire ogni possibilità di crederci ancora,  perchè lascia un terreno cattivo, inquinato, arido, infertile o quantomeno ingeneroso.

Certo, c’è delusione e delusione: a volte non viene distrutto il credo, ma si verificano solo eventi che costringono a virate, a cambi di rotta, ad abbandoni di progetti. In tal caso si può prendere la buona volotà, e ricominciare, Piantare i semi del credo da un’altra parte. Crescereanno. Perchè in questo caso sono gli eventi a deludere, perchè non collimano con il progetto, non ciò in cui si crede.

A volte invece la delusione arriva quando una mano ti toglie quel velo che avevi davanti al viso, magari un po’ azzurrato, che non ti permetteva di distinguere il falso dal vero, la realtà dal sogno perché sai che qualora fosse calato, sarebbe arrivata la luce abbagliante della realtà. Come guardare il sole allo zenith dopo aver passato giorni un uno sgabuzzino buio.

Crediamo ostinatamente a cose, persone, progetti, per dare un senso alla vita.
Invece il senso della vita dovrebbe dimorare dentro, perché la vita dovrebbe bastare alla vita, come l’amore all’amore. Punto.

Ecco, forse, perchè sono qui, nella solitudine di questo enorme ufficio (sembra enorme davvero, senza le persone e senza rumori). Forse per capire se c’è, qui, qualche manciata di semi che possono essere piantati altrove oppure se sto sotto una quercia che non riesco più ad abbracciare.

Stamane Andrea (lettore di Controluce.. ehmm in ombra),  ha scritto una cosa che, insieme alla lettera a Pinuccia, ha ispirato questo post del cui colore grigio topo  mi scuso:
“mi piacerebbe essere pensato come il nulla, è una delle pochissime cose che non potrebbero mai deludere”.

Ecco, ho pensato che anche io chissà quante persone avrò deluso, e anche queste sono ombre sotto tutte queste luci che ci sono.
Chissà se qualcuno ha in tasca qualche seme mio e chissà se ha anche un pezzo di campo arato di fresco e con terra buona per farci crescere qualcosa che somigli ad una quercia, piantata tanto tempo fa.

BELLEZZA

neve fiorita

 (foto mia – dedicata a mia madre)

Spesso mi capita di restare senza parole guardando le opere fatte dall’uomo, dagli edifici ad altre. Sono rimasta affascinata, da ragazzina, dagli antichi Egizi, il popolo che più di altri mi avrebbe fatto leggere, negli anni, parecchi libri e guardare numerosi documentari.

Mi sono sempre domandata come sia stato possibile, per uomini che non disponevano di niente, costruire opere tanto grandiose e perfette come le piramidi, i templi, le tombe, le città, le dighe. E poi come, osservando semplicemente il cielo con gli occhi, acquisire tanta conoscenza. Trasmettere tanto sapere,  senza disporre di strumenti che non fossero gli occhi.

Affascinano gli edifici, ma anche quello che c’è oltre: le piramidi sarebbero costruite in modo da replicare il cielo sulla terra. La conoscenza della relazione tra terra e cielo era così evoluta e stupefacente da suggerire ipotesi fantastiche quali lo stargate, porta che permette passaggi dimensionali, o interferenze da parte di civiltà provenienti dalle stelle, poichè pare difficile collocare tanta conoscenza, di matematica, fisica, astronomia ecc in epoche così remote.
Affascina anche la raffinatezza della loro arte, quella puramente decorativa, da quella orafa a quella pittorica.

E, parlando di tempi più vicini ai nostri, come non restare a bocca aperta davanti alle Grandi Cattedrali?
Edifici lanciati a raggiungere i cieli, perfetti, maestosi, da togliere il fiato, non solo le parole.  Costruite senza affidare calcoli ai computer, senza il disegno a scala che non credo fosse tecnica conosciuta.
Idee che prendevano forma direttamente nella materia, opere immense e armoniose fatte da architetti, capomastri, operai, manovali che disponevano di pochi, rudimentali attrezzi.
Eppure, sono in piedi da centinaia di anni costruzioni che penetrano il cielo, con una struttura costituita anche da vetrate, che erano importanti, perché dovevano accendersi di Luce.
Sfide, quasi, alle forze della terra: altezze spinte all’inverosimile, case enormi, parlanti, sapienti.
Libri di pietra, di umile pietra.
Chissà se oggi saremmo in grado di edificare una Cattedrale come Notre Dame, Reims, Chartres ecc.

E ci sono altre opere magari meno importanti, ma pure meravigliose a testimoniare quanto siano straordinarie le mani dell’uomo. L’altro giorno ero a Mantova: a Palazzo Ducale mi sono soffermata nella stanza degli arazzi. Enormi, ricoprivano le pareti, fino agli alti soffitti, raffiguravano tutti scene complesse, elaborati e particolareggiati dipinti ma fatti di fili di seta: le stoffe degli abiti dei soggetti raffigurati, ricchi di sfumature, e poi le pieghe, i plisse’, le ombre.  La pelle, il controluce, la prospettiva, la profondità.  Il tutto tessuto in incroci di trame e orditi e nodi con fili sottilissimi, minuscoli punti.
Non ti capaciti, quasi non ci credi che sono stati tessuti da mani di uomini e donne senza niente altro che mani,  testa, volontà e tempo. Una mescolanza di stupore e ammirazione, a starci davanti.

E un fiocco di neve?
Cristalli di ghiaccio, dalla strutture simmetriche, complesse e perfette.
Così è questa neve, caduta sopra questo ramo di fiori selvatici colore rosa-arancione, sbocciati in un bosco qualsiasi, immortalati dalla mia macchina fotografica una domenica qualsiasi.

Stupore.
Come davanti o dentro una cattedrale, una piramide, come davanti ad un arazzo, un quadro.
Insomma come accade davanti alla Bellezza, sia quella costruita dall’uomo come una trina  disegnata dalla brina, una tela tessuta da un ragno o una goccia di rugiada che fa di una foglia un topazio per un attimo.
L’architetto, in questo caso è la Natura. Un architetto speciale, che custodisce i Misteri della Vita, le sue Formule, il suo Principio.

ALBERI

L’ho letto lo scorso luglio, durante un viaggio in treno. Si legge in meno di un’ora.

E’ una storia di impegno, di Amore, di perseveranza, di volontà. Alla fine c’è il premio per tanta fatica e tanta costanza. Un premio inaspettato. Perchè è bello quando arriva qualcosa che non hai chiesto, qualcosa che non ti aspettavi perchè è bello quando fai qualcosa perchè ci credi e basta. 

Un po’ come quando si ama senza aspettarsi niente. Che poi, per me, è la sola forma di Amore.

Ho dedicato molta cura, sempre, al mio lavoro. L’ho fatto per tanti anni senza badare all’orario, alla stanchezza, agli altri impegni. Non mi sono mai pentita di questo, perchè sono sempre stata convinta che si sta bene quando si fanno le cose bene, e che il premio è nella consapevolezza di “avere lavorato bene“.

Ma capita che ci si trova a confrontarsi con l’arroganza, la presunzione, con la mancanza di rispetto per la persona che sei, non solo per il lavoro che fai. 
Allora quando accade questo, resiste un sapore amaro in bocca e ti volti indietro e vedi tutti i tuoi alberi piantati, li riconosci uno ad uno, sapresti dire, per ognuno, che tempo faceva quando lo hai piantato; di ognuno conosci le sfumature, i segni sul tronco, l’odore del legno.

E davanti vedi un deserto, arido.
E senti che non hai più voglia di piantare niente ma non hai nemmeno più voglia di camminare in un deserto.

Da Wikipedia

L’uomo che piantava gli alberi
Titolo originale L’homme qui plantait des arbres  Autore Jean Giono  – 1ª ed. originale 1953

È la storia di un pastore che, con impegno costante, riforestò da solo un’arida vallata ai piedi delle Alpi, vicino alla Provenza, nella prima metà del XX secolo. Il racconto è piuttosto corto – 3400 parole nella traduzione italiana.
 
Trama
La storia è narrata da un uomo che rimane anonimo per tutto il racconto (anche se è stato suggerito che si tratti dell’autore stesso, Jean Giono, ma non vi è alcuna certezza).

La storia ha inizio nel 1910, quando il giovane narratore intraprende un’escursione in solitaria attraverso la Provenza, in Francia, arrivando fin sulle Alpi.
Il narratore finisce le scorte d’acqua in una vallata deserta e senza alberi, dove cresceva ovunque solo lavanda selvatica, senza alcun segno di civilizzazione, eccetto alcune strutture ormai abbandonate. Il ragazzo incontra un pastore di mezza età, che gli mostra una sorgente d’acqua che conosceva.

Curioso riguardo al pastore e alla vita solitaria che conduceva, decide di restare presso di lui per alcuni giorni. Il pastore, divenuto vedovo, aveva deciso di migliorare la landa desolata in cui viveva facendovi crescere una foresta, un albero per volta.
Il pastore, che si chiamava Elzéard Bouffier, aveva piantato oltre 100mila querce; di queste, si aspettava che ne restassero in vita solo 10mila.

Il narratore torna a casa, e più tardi si arruola come soldato nella prima guerra mondiale.
Nel 1920, traumatizzato e depresso, l’uomo torna dal pastore, ed è sorpreso alla vista di migliaia di alberelli in tutta la vallata, e nuovi torrenti dove non scorreva più acqua da anni.
Da quel momento, il ragazzo tornerà a trovare Elezéard Bouffier ogni anno. Bouffier nel frattempo aveva cambiato mestiere, dato che il gregge di pecore rischiava di rovinare la sua opera, si iniziò a dedicare all’agricoltura.

Per quattro decenni, Bouffier ha continuato a piantare alberi, prima querce, poi faggi e betulle, e la valle si trasformava lentamente in una sorta di Giardino dell’Eden.

La vallata ha ricevuto protezione ufficiale dopo la prima guerra mondiale (le autorità credevano che la rapida crescita della foresta fosse uno strano fenomeno naturale, poiché non sapevano del lavoro dell’uomo), e più di 10mila persone tornarono a viverci.

Il narratore vede Bouffier per l’ultima volta nel 1945, ormai molto vecchio. L’uomo che piantava gli alberi morirà felicemente nel 1947, in un ospizio a Banon.

SGUARDI DI CANI

regale

(Paco. Foto mia)

Non li ho visti oggi quegli occhi ma posso immaginarli.

Li ho avuti in mente per tutta la serata, per tutta una notte inquieta e per tutta la mattina.
Loro, i cani,  ti guardano sempre negli occhi: alcune persone non lo sanno fare ma loro sì, loro lo fanno sempre, anche quando  il tono della tua voce contiene un rimprovero, oppure è un tono incazzato per davvero.

Mi trovavo a Roma, questo fine settimana e ieri ho saputo che Paco era in giro, da solo, per le campagna pavese, tra le risaie e il nulla, dalle sette della mattina. Si è perso.

I cacciatori scendono dall’auto, aprono i portelloni ai propri cani e questi liberano l’istinto atavico,  poi la voglia mescolata alla necessità muscolare fanno il resto.
Nonostante l’impazienza, la maggior parte dei cani non spezza il legame con l’uomo: uomo e cane sono in simbiosi, in quei momenti, complici. Sono l’uno la parte che manca all’altro.

Paco … no. Lui è un “cane sciolto”.
Il suo istinto, la passione, la necessità di “andare”, lo spirito indipendente che da sempre lo caratterizza da che era cucciolo, hanno fatto in modo che si perdesse.

Dalle sette di ieri mattina fino a poco fa non si aveva idea di dove fosse.
E’ stata battuta tutta la zona, fino alle sette di sera, sono state visitate alcune cascine, e praticamente “perquisito”  il solo paese facilmente raggiungibile in poco tempo rispetto al luogo di partenza: San Biagio di Garlasco.  Sparito.

Il viaggio di ritorno da Roma ieri è stato uno strazio, per me. Meno male che questa volta, a differenza del solito, non viaggiavo sola. I pensieri erano sempre quelli: porta il tatuaggio di riconoscimento, una medaglia al collare con incisi numeri di telefono.. lo troveranno, faranno una telefonata.

Ma man mano che passano le ore le speranze diventano più piccole perché sai che può essere ucciso da un’auto o rubato.
Già… è un bel cane, Paco, un setter inglese, un cane in forma anche se non più giovanissimo, e si sa, c’è tanta gente senza scrupoli, gente che “adopera” i cani, li maltratta, li considera strumenti.

E allora pensi che preferiresti vederlo morto piuttosto che in certe mani. E continui a pensare alle stesse cose e non ti levi dalla mente quello sguardo. C’era anche Luca, ieri, l’amico di sempre, in giro a cercare Paco. Luca, che stanotte ha dovuto portare il suo springer, Mimì, di 12 anni a morire.
Ieri era un giorno così: Paco perduto tra le risaie della campagna pavese,  Mimì che stava male. Rabbia, incazzature, dispiacere.
Chiamo Luca, stamattina: sta facendo una buca per la Mimì. Dove sta lui si può fare, si possono tenere nel giardino, con certificato del medico veterinario e visto sanitario.
La voce di Luca è quella che è,  e così anche la mia: conosco Luca da metà della mia vita e la Mimì da sempre. Non so che dirgli perchè so che si spezza qualcosa dentro.  Lo abbraccio se pure con il pensiero.

Lo ringrazio per quanto ha fatto per Paco nonostante il momento che viveva il suo cane: sono cose che riescono a fare le persone speciali.  E si alternano nella mia mente lo sguardo di Paco a  quello della Mimì.  Ripenso anche ad altri episodi passati, che hanno visti vicini uomini e animali e uomini tra loro.

E penso che sono amori grandi, i cani, e che hanno un potere grande.
E poi penso a quanto sia speciale la solidarietà che unisce chi vive con i cani, chi li ama, chi sa cosa significa perdere un cane, non sapere dove sia, o dover portare a morire un cane.

Stamane viene ribattuta la zona, e fatta la denuncia ai carabinieri. Mi arriva la telefonata che temevo: niente, nessuna traccia, si torna a casa.

Poi una seconda telefonata, da Milano stavolta: “lo hanno trovato, torno indietro, vado a prenderlo”.
Ora è in viaggio. Spaventato, stanco, affamato.  Sarà una lezione sufficiente, Paco?

Sono sollevata, è naturale e stanca. Ma ci sono ancora tanti pensieri, per Mimì, per Luca, sua moglie e le bimbe a cui Mimì mancherà immensamente.

Tutto questo è amore e … vita.

SCATTI

stupore

 

Ti accorgi che cala la luce,
e senti che il cielo si copre di nuvole,
si alza un po’ di vento.
Accosti le due parti del golfino,
senti freddo:  frughi nella borsa alla ricerca di un foulard.
Guardi verso il cielo …. e … lo vedi così, il cielo.
Lo vedi così. Il cielo.  Il cielo diventa così … e tu sei sotto.
Non sai che dire non sai che pensare.
Perchè sai solo guardarlo, quel cielo .. che è così.

(foto mia, Canada 2008,)

Rientravo da un gita e stavo sopra una piccola barca; il mare era agitatissimo, lo stesso il mio stomaco. Stavo così da un’ora e mezza fissando le ginocchia cercando solo di resistere.
Scendo a terra pensando: ce l’ho fatta, sono ancora viva, mamma mia che momenti, grazie al cielo ce l’ho fatta. Lo guardo, il cielo, lo ringrazio, il cielo  … e lo vedo così, il cielo.
Rosa, un rosa antico che di certo poco prima era amaranto, un amaranto che non ha voluto separarsi dall’ultimo istante di luce bianca e vi si è mescolato, fuso in  un amplesso che ha prodotto questo rosa.
Come si può raccontare di un cielo rosa come questo?

Questa, per me, è la magia della fotografia. L’ “altra” magia. Perchè una magia è l’invenzione della fotografia. Come lo è premere un interruttore, accendere una lampadina che illumina una stanza.  Magia, se non si sa come sono fatte le cose.
L’ “altra” magia, quella che mi affascina, è quella che rende immortale un istante, lo sottrae al mutamento, ai tentacoli del tempo, alle sue mani invisibili che tutto toccano, trascinano e trasformano.
Inevitabilmente, inesorabilmente nel turbine dove girano tutte le cose forse per sputarle in un altro momento, in un altro posto, forse sopra altri piani  forse paralleli,  come eventi che accadranno.
Una magia che la mente non può: la mente conserva il ricordo dell’emozione, dell’immagine, certo, ma ne disperde i dettagli, dipana i contorni, confonde i tratti.

E poi la mente, l’umore, la psiche, il bisogno, sanno mescolare, edulcorare, contraffarre, mistificare, enfatizzare, svilire, sporcare o colorare, sbiadire.  Modificare, annichilire, annientare. Dimenticare.
Comunque sia, il  ricordo è assoggettato al Tempo, sempre lui,  il signore che passa nella mente a volte come vento in una stanza senza finestre, a volte portando con sè uno tsunami che passa sopra mente anima e cuore spazzando via tutto: immagini emozioni sensazioni di odori sapori, di tocchi di pelle, di cose, cose fredde calde bagnate umide morbide. Secche avvizzite soffici.
Alcuni ricordi si sciolgono nella nebbia di tanti ieri, si coprono della polvere delle soffitte della memoria, degli archivi delle cose passate, stanze cui dobbiamo ricorrere perchè tutto, tra le braccia della memoria, non ci sta. Si sa.
La fotografia compie questa magia. Ferma tutto. E’ anche qualcosa di inquietante, per qualche verso.  Ma magico. Soprattutto magico.

Quella nuvola a forma di leone, dentro quel cielo di diciannove, non si riformerà mai più. Quella bouganville, che era fiorita il 14 agosto 2010 non fiorirà mai più di quei fiori: saranno altri a fiorire da quella pianta, ma mai più  “questi” fiori.
Quel piccolo di rondine di cui parlai un mese fa qui in Controluce,  lo posso vedere tra un anno, tra cinque, tra dieci anni e sarà sempre un piccolo di rondine poco prima del suo primo volo.
Un istante prima di quel volo.
Una sola fotografia è indelebile e immutabile nella mia mente, la sola che non è scattata da alcuna macchina: è  il viso di mia madre, un viso senza rughe.
L’ho scattata un istante prima che i suoi occhi, azzurri, spegnessero la luce nella stanza e dentro me.
Nell’istante preciso in cui l’espressione più tesa che avessi mai visto si trasformava nell’espressione più serena che io avessi mai visto. Lo scatto è qui, a riparo dal Tempo, dalla luce e dagli occhi degli altri. Conservato in una stanza dove non passa il vento, dove non ci sono finestre, non c’è polvere, non c’è nebbia.

Non c’è Tempo che passa quindi non c’è mutamento.   Ma è  il solo scatto che ho così. Per me.

..ooOOOoo..

 contrasto

E ti direi anche che ti aspetto, anche se non si aspetta chi non può tornare.
(Antonio Tabucchi:  “Si sta facendo sempre più tardi”)


 “Foto Celeste, agosto 2010, Sibenik, vicoli dietro il porto”

DOLCI RISVEGLI

.

Stamane mi sono svegliata a suon di cuscinate.
Cioè sono stata svegliata a cuscinate dalla mia nipotina.
Sette anni tra pochi giorni, un sorriso buffissimo, che mette in mostra un dente si e uno no: ne ha persi 4 in una settimana.
Arriccia il naso, mentre ride e gli occhi, azzurrissimi brillano.

E così ti trovi davanti un musetto cosparso di piccoli nei (sul naso ha una formazione simile all’orsa stellare) incorniciato da capelli biondissimi e … sai che è una mattina speciale, sia pure con inizio traumatico urlato: ziiaaaaaaa sono “già”  le sette !!!!
Ci alziamo. Colazione in cucina, poi la vestizione, lunghissima perché prevede i soliti compromessi – lavarsi i denti ecc – e poi le proteste infinite e l’avversione per spazzole e pettini (ziaaaa basta ti prego mi fai male tanto tantissimo bastaaaa).

Finalmente si arriva alla fine: pantaloni comodi, maglietta, calze e stivali di gomma. Felpa, fazzoletti di carta nello zainetto (è allergica a molti pollini putroppo mi somiglia) e poi fuori, con lo zio che è il suo mito, e i nostri tre cani, tra i boschi che fanno da cintura e da confine alle tre province Como Milano Varese.
Per lei, che vive a Milano city è un’occasione di felicità che supera il disagio dell’allergia che fortunatamente non è potente come la mia.
Io invece sono qui, imbottita di antistaminici e cortisone, a l’ambrosia nemica fuori dalla porta di casa.

INSIEME

 

insieme

                                                                                               (foto: mia)

 

Quasi sempre, fotografando una cosa che mi colpisce, ne decido il titolo: avviene in modo spontaneo.
E’ frutto della mente che associa immagini a parole.
Questa fotografia si chiama “Insieme”:  l’immagine delle due barche è sovrapponibile all’idea di due persone. Insieme” si è scritto nella mente al momento del click della mia fotocamera.

Quando si è bambini, si pensa che gli oggetti siano animati, che le cose abbiano una vita segreta, che le parole coincidano con le cose e che queste abbiano il potere di reinventarsi e di popolare in mille modi differenti, il mondo fantastico, quell’immenso laboratorio di creatività che costituisce la base dell’esperienza cognitiva che accoglierà le pareti portanti dell’esperienza adulta.

Nella favola c’è la luce che si scorge nel buio, l’amore che vince l’odio, pazienza e costanza che vengono premiate, l’uscita dal labirinto, il riscatto del dolore.
Dentro la favola si osservano le prime trame del tessuto della vita, è la prima rappresentazione della realtà, la prima maestra ancora più della mamma perchè la favola ce la costruiamo da soli, nasce dai luoghi di dentro dove abita il sentire più intimo e solo nostro.

Ebbene, qualcosa dentro di me deve essersi bloccato, un qualche processo di maturazione non deve essere andato a buon fine, perché che le cose abbiano un’anima io … ci credo ancora.

Avevo scritto un post, tempo fa, dove un muro e una mura si amavano senza potersi mai toccare.
Alcuni anni fa piansi tutte le mie lacrime per una macchina schiacciasassi: immaginavo il dolore e il sollievo, rispettivamente, di quei sassi che vedevano avanzare il mostro e di quelli che sapevano che non sarebbe toccato loro perché “un po’ più in là”.

Sono anche convinta che gli oggetti che amiamo assorbano, in qualche modo, qualcosa di noi e che questo qualcosa sia trasmettibile attraverso il dono dell’oggetto stesso a qualcuno di importante.

Alcuni oggetti, infine, risultano, alla mia sensibilità più vivi di altri: una barca si muove, naviga, subisce l’effetto del vento, offre protezione, coperta e salvezza a persone e cose, scivola sull’acqua ora fredda, ora calda, si spella con il sole, secca con il vento.  E’ fatta di legno e il legno è materia viva, si muove, respira, dilata, si ritrae, reagisce. Sente.

Guardando queste barche ho pensato a due compagni, due amici, due amanti che si toccano, si confidano, si consegnano le emozioni del giorno, le sensazioni provate. Si preparano al riposo oppure verranno disturbate dalla chiamata di una nuova partenza, svegliate per un altro viaggio.

Ho provato anche un filo di tristezza all’idea che una mano di uomo le separi, usandole per spostarsi da un lago all’altro del parco, e ho sperato che una volta giunta la sera possano ritrovarsi vicine, ancora, per guardare il tramonto. Insieme.

SILVIA, PAROLE E SUONI

 


 

La fotografia del cielo del post precedente, aderisce all’articolo di cui al file in fondo a questo post.  Lei è Silvia, 25 anni, maturità scientifica ma poi  ……  la rincorsa al sogno. Quindi scuola di “Cinema, Televisione e nuovi media”.  Vuole scrivere per il teatro. Ho il piacere di conoscerla da quando aveva otto anni: abbiamo amici in comune, e anche altre cose; lei scrive, scrive da tanto tempo, e per ora lo fa solo per sé. Le ho suggerito di aprire un blog, perché persone che scrivono come scrive Silvia, lasciano tracce piacevoli da seguire, da trovare ogni tanto.
Non so se lo farà: Silvia è riservata, forse un po’ troppo ma è anche molto giovane. Le occorre fiducia, consensi, e per questo bisogna esporsi. Infatti ha scritto questo articolo, sul giornale locale di Laveno, una bella località sulla riva del Lago Maggiore.
Ha un taglio giornalistico, è la cronaca di un avvenimento, protagonisti i libri, quindi una delle passioni di Silvia.
E questa passione, leggendo il suo articolo, la si sente, la si sente eccome.
Ho trovato bellissimi alcuni passaggi: ne cito uno ” I libri servono ad essere in alto, più in alto della luna”. Ecco la relazione con la foto del cielo. E poi ancora: “I libri non sono solo teste chinate. Sono vita”

In bocca al lupo Silvia:
io aspetto il tuo blog, aspetto altre parole scritte. Perché … perché sì, le parole hanno un suono.  E a volte anche un odore, un sapore. Sanno essere melodia, sanno essere medicina, balsamo e sanno far vibrare anche le corde più profonde. Hanno un potere, magico, a volte. I libri sanno portare, come dici tu, in alto nel cielo, più in alto della luna. Ti sanno portare a cavalcare le stelle, oppure in mezzo ai folletti e fate dei boschi di una infanzia che è sempre un po’ dentro ognuno di noi. I libri sono conoscenza, rifugio, apertura. Sono un paio di ali, due guanciali e, a volte, la sola casa che hai.
Sono abbraccio, cibo e acqua e sale e terra, Volo, calore, ristoro, riparo. E le Parole sono comunicazione come lo è anche a volte l’assenza di Parole. A stabilire relazioni tra persone che sono fatte di parole, di gesti, di suoni, di silenzi a fare le Storie, bellissime Storie di uomini e donne.  Qui di seguito, l’articolo di Silvia.

LE PAROLE SCRITTE HANNO UN SUONO?

Bastava essere presenti a Laveno il 12 giugno dalle ore 17 per trovare la risposta. E non poteva che essere affermativa: si è svolta infatti la manifestazione Fuori chi legge!. L’anno scorso la manifestazione aveva preso vita nel Parco di Sesto Calende ottenendo un notevole successo: quest’anno è stata Laveno la location scelta e il suo successo non è stato da meno. La manifestazione ha lo scopo di avvicinare alla lettura quella fascia di ragazzi dai 15 ai 25 anni che per vari motivi si sono allontanati dal mondo dei libri e dal suo splendore. I libri non sono solo pagine e inchiostro. Non sono solo teste chinate. Sono vita. Fluidi in grado di attraversare lo spazio e il tempo. Sono note silenziose che sanno farsi sentire anche senza il bisogno di alzare la voce. Ma coma fare a comunicarlo a che anche per pigrizia se ne è allontanato? “L’Armata” guidata dal Sistema Bibliotecario dei Laghi e tre “agguerrite” cooperative  (Naturart, L’Aquilone e Cooperativa Lotta Contro L’Emarginazione) hanno promosso insieme a un vasto numero di associazioni, tra cui anche noi della Consulta dei giovani di Laveno Mombello, in questa che più che una manifestazione chiamerei quasi “magia”. Perché i libri sono anche musica, laboratori, spettacoli, incontri. Dentro i libri ci sono parole e dentro le parole c’è un pulsare d’energia infinita. Dalle ore 17 partendo dal piazzale del traghetto, passando per tutto il lungolago sino alla biblioteca e al suo parco si è potuto assistere ad uno spettacolo strepitoso. Laboratorio di illustrazione per dare forma alle parole. Laboratorio di musica hip hop per dare musica alle stesse. Concerti di gruppi emergenti della zona e di gruppi famosi come Maxi B e il reggae dei Franziska perché le note sono parole che sanno arrivare lontano. Emozionante la lunga striscia di carta di Ivan. Poesia di strada dove ognuno era libero di esprimere se stesso. All’interno della biblioteca”Antonia Pozzi” e nel parco della Villa Frua  rendevano vita i dibattiti con i giovani autori della zona e i reading,percorsi interattivi dove musica e parole sapevano fondersi in una cosa sola. E mentre la notte prendeva posto anche tra gli scaffali della biblioteca ecco il concerto lettura di Giulio Casale e i Deskarados che ci accompagnavano nel viaggio di Davide Musci. Per tutta la manifestazione la Consulta dei Giovani in collaborazione con l’oratorio di Mombello ha gestito l’infopoint e l’innovativa “Bilancia dei libri”. I libri hanno un peso. Non dimentichiamolo. Fame di sapere? Non solo. L’EduBar ha garantito ottimi piatti per tutti. Per chi non era presente c’era la web tv radio che ha realizzato la telecronaca dell’intera manifestazione,altro che campionati del mondo di calcio. E le riprese realizzate da una troupe di giovani ha permesso di rendere indelebile Fuori chi Legge!.  Perdersi? Facile: la bellezza dei libri serve proprio a quello. Per poi ritrovarsi. Un po’ diversi.  Seduti su quel muretto per vedere lontano i confini del lago. In alto. I libri servono proprio a questo. A essere più in alto. Più in alto della luna. Perché chi legge non esca solo una volta l’anno, ma sempre.

 

TRA CIELO E TERRA

 Il cielo è di tutti
(di Gianni Rodari)

Qualcuno che la sa lunga mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi di ogni occhio è il cielo intero.
E’ mio, quando lo guardo.
E’ del vecchio, del bambino,
del re, dell’ortolano, del poeta, dello spazzino.
Non c’è povero tanto povero che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito ne ha quanto il leone.
Il cielo è di tutti gli occhi, ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera, e stelle comete, il sole.
Ogni occhio si prende ogni cosa e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo non lo trova meno splendente.
Spiegatemi voi dunque, in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo e la terra è tutta a pezzetti.

(foto: celeste)

AMORE

L’ho trovata la scorsa settimana nel web ed è tenera, forte e delicata, e struggente. Reale, perchè è così che vanno le cose nella vita a volte. Contiene tanto, questa favola come molte favole: gratitudine, sacrificio, egoismo, ingratitudine, una dolcezza infinita. E poi solitudine e Amore.  Contiene Bellezza.
Tutte “cose” presenti nella vita di ognuno.  Tutte cose che stanno di dentro e con le quali si deve convivere e fare i conti, perchè tutte queste cose siamo noi.

L’avevo parcheggiata tra le bozze in attesa dell’umore giusto. Di solito ciò che pubblico ha a che fare con il mio umore ma questo immagino sia ovvio.

Ma l’umore giusto non c’è mai quando parlare di bellezza fa un po’ male. Avere un blog è una piccola “responsabilità” verso chi legge e anche verso sè. Ci si espone, con le proprie emozioni e si “somministrano” emozioni a chi legge. Ma un posto come questo non può essere diverso; senza emozioni non esisterebbe. Non avrebbe fiato respiro non avrebbe vita.

Qui c’è un albero che ha saputo essere cibo, ha saputo essere gioco e casa. Riposo, ombra e culla. Infine ha saputo essere ceppo.  E ha saputo essere felice. Sempre.

Noi non lo sappiamo fare. Non siamo alberi, infatti.
Abbiamo un cuore. Infatti.

Leggendola mi ha fatto pensare anche alla figura del genitore.
Credo che ogni buon genitore debba essere albero. Invece alcuni lo sono, fino alla “barca” .
Quando il bambino costruisce la barca e se ne va, l’albero è un po’ triste ma è felice per il bambino.  E lo aspetta e quando lo vede tornare è felice di dargli ciò che resta. Questa è per me quella cosa che si chiama Amore. L’Amore di un genitore accompagna e protegge, ma insegna a camminare ed è capace di stare a guardare la barca andar via, perchè è una Vita che va incontro alla Vita, seguendo il canto stesso della Vita.

C’era una volta un albero che amava un bambino.
Il bambino veniva a visitarlo tutti i giorni.
Raccoglieva le sue foglie con le quali intrecciava delle corone per giocare al re della foresta.
Si arrampicava sul suo tronco e dondolava attaccato al suoi rami.
Mangiava i suoi frutti e poi, insieme, giocavano a nascondino.
Quando era stanco, il bambino si addormentava all’ombra dell’albero, mentre le fronde gli cantavano la ninna nanna.
Il bambino amava l’albero con tutto il suo piccolo cuore.
E l’albero era felice.

Ma il tempo passò e il bambino crebbe.
Ora che il bambino era grande, l’albero rimaneva spesso solo.
Un giorno il bambino venne a vedere l’albero e l’albero gli disse:
“Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l’altalena con i miei rami, mangia i miei frutti, gioca alla mia ombra e sii felice”.
“Sono troppo grande ormai per arrampicarmi sugli alberi e per giocare”, disse il bambino. “Io voglio comprarmi delle cose e divertirmi. Voglio dei soldi. Puoi darmi dei soldi?”.
“Mi dispiace”, rispose l’albero “ma io non ho dei soldi. Ho solo foglie e frutti. Prendi i miei frutti, bambino mio, e va’ a venderli in città. Così avrai dei soldi e sarai felice”.
Allora il bambino si arrampicò sull’albero, raccolse tutti i frutti e li portò via.
E l’albero fu felice.

Ma il bambino rimase molto tempo senza ritornare… E l’albero divenne triste.
Poi un giorno il bambino tornò; l’albero tremò di gioia e disse:
“Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l’altalena con i miei rami e sii felice”.
“Ho troppo da fare e non ho tempo di arrampicarmi sugli alberi”, rispose il bambino. “Voglio una casa che mi ripari”, continuò. “Voglio una moglie e voglio dei bambini, ho dunque bisogno di una casa. Puoi darmi una casa?”.
“Io non ho una casa”, disse l’albero. “La mia casa è il bosco, ma tu puoi tagliare i miei rami e costruirti una casa. Allora sarai felice”.
Il bambino tagliò tutti i rami e li portò via per costruirsi una casa.
E l’albero fu felice.

Per molto tempo il bambino non venne. Quando ritornò, l’albero era così felice che riusciva a malapena a parlare.
“Avvicinati, bambino mio”, mormorò “vieni a giocare”.
“Sono troppo vecchio e troppo triste per giocare”, disse il bambino. “Voglio una barca per fuggire lontano di qui. Tu puoi darmi una barca?”.
“Taglia il mio tronco e fatti una barca”, disse l’albero. “Così potrai andartene ed essere felice”.
Allora il bambino tagliò il tronco e si fece una barca per fuggire.
E l’albero fu felice… ma non del tutto.

Molto molto tempo dopo, il bambino tornò ancora.
“Mi dispiace, bambino mio”, disse l’albero “ma non resta più niente da donarti… Non ho più frutti”.
“I miei denti sono troppo deboli per dei frutti”, disse il bambino.
“Non ho più rami”, continuò l’albero “non puoi più dondolarti”.
“Sono troppo vecchio per dondolarmi ai rami”, disse il bambino.
“Non ho più il tronco”, disse l’albero. “Non puoi più arrampicarti”.
“Sono troppo stanco per arrampicarmi”, disse il bambino.
“Sono desolato”, sospirò l’albero. “Vorrei tanto donarti qualcosa… ma non ho più niente. Sono solo un vecchio ceppo. Mi rincresce tanto…”.
“Non ho più bisogno di molto, ormai”, disse il bambino. “Solo un posticino tranquillo per sedermi e riposarmi. Mi sento molto stanco”.
“Ebbene”, disse l’albero, raddrizzandosi quanto poteva “ebbene, un vecchio ceppo è quel che ci vuole per sedersi e riposarsi. Avvicinati, bambino mio, siediti. Siediti e riposati”.
Così fece il bambino.
E l’albero fu felice.

COMETE E LAMPI

 (foto Celeste)

C’è chitarra, blues, jazz.
Voce, sussurro, poesia. Tango, lente ballate, filastrocche.
E’ musica che non sgomita per arrivare.
Gianmaria Testa, italiano, cantautore-ferroviere di Cuneo, è uno che riesce, oggi, a fare un disco politico, cantare il dolore di popoli che migrano sfidando mari e deserti, la disperazione che spinge.
O a parlare d’amore e di dolcezza in modo semplice ma mai banale, mai scontato, mai lirico.
La finezza dei suoi testi, la sua musica, i musicisti che accompagnano le sue parole e la sua voce profonda, magica, sono una mescolanza di sensazioni che avvolgono e abbracciano e scaldano. Seducono.
Da centellinare, con un bicchiere di rosso in mano magari quando fuori piove.
Le parole si attorcigliano alla musica melodica, classica, si avvinghiano e si fondono e danno origine ad una magia che scalda e arriva dentro.
Quasi come una coccola, come quell’abbraccio che manca, quella passeggiata senza fretta che non sappiamo o che non vogliamo più fare. Quello stare a guardare quel lago calmo, che sa di alghe, sotto la luna bianca, mentre il sonno aspetta,  dentro la stanza con la tendina di pizzo che protegge il misterioso dialogo tra due persone e le stelle.
Sanno di buono le canzoni di Gianmaria, come alcune cose antiche, come un tramonto, come un pizzo inamidato, una credenza, un giocattolo di legno. Come il sapone di Marsiglia, l’acqua di colonia.
Sanno di terra, di ferro, di attesa. Quell’attesa cui non siamo più abituati. Sanno di vendemmia, di viaggiatori, di emigranti, e delle piccole cose belle.
Sanno di strade bagnate di pioggia, di campi coltivati, di pianure, di sole e di fumo, di città cresciute in braccio alle campagne, alle marcite, alle langhe che stupite sono state a guardare, in ciabatte e grembiule mentre nei campi di grano crescevano le fabbriche e arrivava la gente da fuori.
Sanno di occhi che non sanno più guardare, di orecchie che non sanno più ascoltare, sanno di silenzi che non sappiamo più fare, di cieli e di lune che non riusciamo più ad amare. Sanno di favole che non sappiamo raccontare, di verità che non sappiamo confessare, di rimpianti dei giorni in cui sapevamo giocare. Di appuntamenti e di cuori che non sentiamo più ansimare.
.

Faccia attenzione signore
c’é una luna che cade stasera
e ci potrebbe colpire
o quantomeno scavare una buca profonda
così larga e profonda
da non poterci passare
Se alza gli occhi signore
fra una nuvola e l’altra
sotto l’ultima stella del carro
si dovrebbe vedere
che si stacca dal nero di pece
e veloce incomincia a cadere
E se restiamo in silenzio, fra poco
dovremmo sentirne il rumore
sul frastuono di passi e vetrine
come un lungo richiamo
il rumore

Lei sorride signore
ma io certe notti ne ho viste anche cinque
di lune cadere
scintillanti più dei fuochi d’agosto
sradicare foreste
o ribollire nel mare
e di altre ancora ho sentito soltanto parlare
da gente distratta alle cose di sempre
ma molto più attenta alle cose del cielo di me

Lei capisce signore
una luna che cade
non é un fatto da potersi tacere
che trasforma una notte qualunque in un sogno
e in un grido
questo nostro parlare
se soltanto mi stesse a sentire
se soltanto un minuto
senza chiudere gli occhi
rimanesse anche lei qui con me, adesso a guardare

Perché c’é una luna che cade stasera
attenzione signore ci potrebbe colpire
o quantomeno scavare una buca profonda
ma così larga e profonda
da non poterla
da soli
passare
.

Gianmaria Testa, Comete – da Lampo.
Video  già pubblicato, tempo fa in Controluce . Brano che è bello leggere: le canzoni di Gianmaria sono belle anche solo da leggere perchè c’è sempre qualcosa dentro. Non è la melodia a rendere belle le sue canzoni, sono parole e musica insieme, ma parole e musica possono essere lette ovvero ascoltate da sole.
.

Il brano del video che segue è Lampo. Dedicato a tutti quelli per cui un attimo è importante, a quelli che credono che sia meglio un istante di tanto che un secolo di poco. A quelli che cercano, a quelli che non si siedono. A quelli che rischiano che provano che sanno che  ci può essere la Vita dentro un attimo come una vita senza un Attimo. A tutti quelli che credono che pensare sia importante quanto respirare. A quelli che hanno poche certezze e tanti dubbi compreso quello che forse è tutto un gioco.
A quelli cui non basta leggere non basta capire non basta sapere perchè occorre senitre. A quelli che sanno sognare un sogno e poi stringerlo, pretenderlo, viverlo. A quelli che ci credono.
A quelli che non mollano a quelli che restano quando è tempo di restare e a quelli che sanno andare quando è ora di andare.  A quelli che sanno lasciare quando è tempo di lasciare.
A quelli che sanno che quasi tutte le cose sono cose e basta ma che ci sono cose che sono importanti.  A quelli che navigano vicino alle stelle perchè sanno che è luce che si può toccare e non importa se può bruciare perchè dentro ci può essere l’Attimo. A quelli che conoscono l’importanza dei dettagli a quelli che sanno che un dettaglio cambia tutto, anche il senso della vita.
A quelli per cui non basta un sorriso quando è solo denti in bella mostra: a quelli che dento il sorriso ci devono trovare il cuore e qualcosa che somigli al Vero. A quelli che sanno che amare si può fare senza usare, senza sciupare, senza logorare.
A quelli che sanno abbassare la testa, e a quelli che sanno alzare la testa. A quelli che cadono senza che sia sempre colpa del mondo.
A quelli che sanno tornare, che sanno consegnare un’emozione, a quelli che sanno piangere e lo sanno raccontare.  A quelli che sanno salutare, a quelli che sanno che forse sarà domani il tempo più giusto per tornare.  
 

 

PER OGNI MARE

(foto: celeste) 
 

Perché nessuno possa dimenticare di quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi.
E qualcuno – un padre, un amore, qualcuno – capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume – immaginarlo, inventarlo – e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio.
Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita.
E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare.
Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente umano.
Basterebbe la fantasia di qualcuno – un padre, un amore, qualcuno.
Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare.
Strada clemente, e bella. Una strada da qui al mare.

 

(Alessandro Baricco – Oceano Mare)

LE COSE IMPORTANTI


(foto: Celeste)
 

Non giro tra i blog: capita raramente, fatta eccezione per il Mulino, Marinz dai quali passo regolarmente e con piacere e qualche altro.

Sono tanti a pubblicare cose scritte da altri: poesie, discorsi, brani di libri e ultimamente lo sto facendo anche io, qui, in Controluce.
Forse per mancanza di "qualcosa di mio": la  mia penna a volte si congeda dalle mie mani, queste dalla mia testa (per la precisione dalla mia pancia visto che scrivo con questa soprattutto).
Forse (anche) per mancanza di tempo. E questa è la cosa che meno mi piace, perchè scrivere sopra un quaderno – o in un blog – non deve essere un "lavoro" ma un piacere, un  fatto naturale, un'esigenza, una gioia.

A volte è una necessita impellente. A volte è il piacere della ricerca, della forma, del seguire le parole che disegnano frasi quasi da sole, danzando tra testa e pancia e mani e fogli.
Delineano un'idea, una sagoma che poi man mano che assume forma può accogliere colori, sfumature, riempirsi di concetti e di odori, ma anche snellire, svuotarsi, tornare ad essere aria.

Scrivevo cose mie, ricordi, sensazioni, emozioni, considerazioni, riflessioni. 
Forse ero / sono stata / sarò anche troppo "intimista".
Qualche volta, scrivere è stato "esperimento" ma sempre senza fini diversi dal comunicare: nessuna voglia di piacere, di stupire, di interessare o catturare alcuno o alcunchè. 

Le mie "cose" sono sempre arrivate dai  "miei luoghi di dentro" e spesso hanno avuto, in modo più o meno evidente, anche un destinatario:  alcuni post sono state  "lettere" e sovente indirizzate a me.

A volte a qualcuno che vive accoccolato nel mio passato, magari addormentato, a volte a qualcuno che vive il mio presente o nel mio presente.

Qualche volta indirizzata a qualche sogno, o piccolo progetto, arrotolato in un cassetto con un nastro di seta color lavanda (chissà perchè lo vedo così),  custodito con cura ed attenzione in uno di quei cassetti da aprire piano piano senza che manchi mai il leggero timore di non trovarlo più..

Si è giocato, qui, abbiamo scherzato tante volte, abbiamo sdrammatizzato, e anche ironizzato come spesso si fa quando c'è dell'amaro dentro i giorni. 
Ci siamo anche divertiti, credo. Emozionati, credo. Confrontati.

Ci siamo incontrati: ora in stazioni affollate, ora in case calde e accoglienti, ora in un giardino tra i bossi nella calura estiva. Ora lungo un fiume incorniciato di foglie dorate. Ora nella mia Milano, con un aperitivo in mano.

Confesso che da un po' non scrivo molto per me sola : qualche volta scrivo a qualcuno e poi spedisco.
E-mail soprattutto ma anche qualche lettera a mano, delle quali non conservo copia: le lettere a mano sono, per me, cose uniche e non possono esistere copie. 
Mi ricorderebbero la carta velina rosa delle lettere commerciali di tanti anni fa.

Ho scritto un bel po' però  qui, in Controluce, metà blog metà diario, un po' confessionale, un po' anticamera tra pancia e cuore e testa, tra me e gli altri, tra me e l'altra" me".
L'orizzonte tra le "cose" della mia vita di adesso e quelle che saranno domani. In controluce, appunto.

Ci sono cose che vorrei scrivere con gli occhi, i silenzi, le parole, alle persone che amo e che non vedo o che vedo poco. Ma anche alle persone che invece vedo quando magari "non è il momento giusto".

Con le mani, con la pelle, con la sola presenza, con l'ombra delle parole disegnata sul muro, nell'ocra di una stanza e una sola candela accesa direi cose importanti. Ma anche cose insulse.

Ci sono tante cose che non ho detto, che vorrei tanto dire  ma non posso piu'.
Ma forse è stato giusto così: le cose vanno come vanno attorcigliate tra le trame di destini misteriosi, tracciati sulle stesse traiettorie delle stelle e forse le parole che non si sono dette sono state ugualmente raccolte, accolte, custodite. Catturate magari dal mio sguardo, da una smorfia, o da qualche mia carezza.

Ci sono anche carezze che non ho offerto, e altre che non sono stata capace di accogliere, sentire, apprezzare perchè … avevo la mente altrove.  Carezze che forse non ritornano. O forse si ma saranno altre, non più le stesse.

E ci sono cose che vorrei scirvere e sono tante. Altre che vorrei dire e sono tante, ma sto imparando che spesso le cose che dico non arrivano al cuore giusto mentre forse arriverebbero i silenzi giusti allo stesso cuore. Oppure ancora più vive, ad altri cuori, più aperti, più morbidi per le mie dita.

E tra le cose importanti che imparo solo adesso, c'è  una donna che mi somiglia e che ogni giorno leggo un po'.  Lo faccio da sola, con il solo uso del cuore e della sensibilità.
Imparo i suoi silenzi e imparo dai suoi silenzi,
Se fossi certa di decifrare le sue parole, forse sentirei i suoi sogni li sentirei cantare: forse li potrei disegnare, colorare, magari riempire.
Imparo dai suoi passi, ora come allora. Imparo dal suo cuore solo ora come allora non potevo fare.

Lei è sempre sul ponte, esattamente al centro, e ha sempre tra le mani quel sacchettino pieno di sabbia.
Ne ha tanta dentro: quella sabbia è Tempo. E' suo e non lo ha speso. Non ha avuto il tempo.
Appunto.

Le darei i miei silenzi se fosse qui ed una sola cosa, la più grande che possiedo: il mio sorriso. Perchè non è vero, sai King,  che le cose più importanti sono le più difficili da dire.

Le cose più difficili da dire sono quelle più semplici, perchè sono loro quelle più importanti.

A pensarci bene, King, è il titolo ad essere "sbagliato":  in fondo diciamo le stesse cose.
 

Le cose più importanti sono le più difficili da dire.

Le cose più importanti sono le più difficili da dire.
Sono quelle di cui ci si vergogna, poichè le parole
le immiseriscono, le parole rimpiccioliscono cose che
finchè erano nella vostra testa sembravano sconfinate,
e le riducono a non più che a grandezza naturale
quando vengono portate fuori.
Le cose più importanti giacciono troppo vicine
al punto dov'è sepolto il vostro cuore segreto.
Come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che
i vostri nemici sarebbero felicissimi di portare via e
potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente
vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto,
senza capire perchè vi sembrava tanto importante
da piangere quasi mentre lo dicevate.
Quando il segreto rimane chiuso dentro non è per mancanza
di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.
 
(Stephen King, “Stagioni diverse”)

MIGLIORE

 Se non puoi essere un pino sul monte,
sii una saggina nella valle,
ma sii la migliore piccola saggina
sulla sponda del ruscello.
Se non puoi essere un albero,
sii un cespuglio.
Se non puoi essere una via maestra
sii un sentiero.
Se non puoi essere il sole,
sii una stella.
Sii sempre il meglio
di ciò che sei.
Cerca di scoprire il disegno
che sei chiamato ad essere,
poi mettiti a realizzarlo nella vita.

M.L. King

SCRIVERE

Scrivo poco ultimamente, un po’ per ragioni di stanchezza ma forse anche perchè semplicemente non ho molte cose da dire.
Scrivere,  per me è una necessità, a volte improrogabile, un bisogno, un istinto.

Mi capita di avere quacosa dentro e sentirlo sgorgare durante occupazioni insulse: mentre faccio la spesa, mi allaccio le scarpe,  mentre sono  in fila all’ufficio postale.

Quando non accade inutile sforzarsi, non ci si riesce; insistendo si otterrebbero solo schifezze, banalità, forzature, tracciati di evidente sterilità.

Ho scritto sempre, l’ho fatto quasi sempre solo per me, anche quando le parole avevano una destinazione precisa: ho tante “lettere non consegnate” nel cassetto, altre nel cuore.

Qualche volta invece “consegno” e credo che questo sia un segno di “maturità”.
Consegnando i propri pensieri si assumono responsabilità, si corrono rischi tra cui quello di farsi conoscere, offrendo quindi la possibilità di possederci un po’.

Ma è bella la sensazione di mostrarsi senza armi, il più possibile simili a quella parte di anima che ancora sa emergere in un mondo di plastica, in una realtà dove pare che difendersi, nascondersi, mimetizzare l’essenza di sè, siano tra le cose più importanti.  Apparire quindi, più di essere.

In questo modo mostriamo, tra le altre cose, anche la nostra vulnerabilità: ma chi non lo è?

C’è della bellezza, io credo, nella fiducia che sappiamo accordare a chi  decidiamo di donare un po’ di noi, così come siamo.
E se non ne sarà valsa la pena … pazienza!  Se non altro, qualche pezzetto di anima avrà respirato un po’ di aria, senza  le tante mmaschere sotto le quali la costringiamo ogni giorno.

Quando sopra vale per il privato, è chiaro.
Scrivere in un blog è assai più difficile perchè occorre mediare, proteggere alcuni strati di privato.  E’ dunque più faticoso per certi versi, e meno per altri.

Ma la spinta emotiva ci deve essere, anche per scrivere in un blog.  E quando manca, meglio il silenzio.

CONTROSENSO




CONTROLUCE
e in direzione ostinata e contraria
 

A volte è ControLuce e a volte è LuceContro
A volte è Contro e basta: 
ControCorrente ControMano ControVento

A volte è lotta ControTutti i Mulini
A volte sono solo testate ControTutti i pali
Qualche volta è Amore Contro i Muri

A volte sono i Pro più dei Contro a Controllare
A volte i Contro sono troppo Controllati (anche dai Pro).

A volte è ControProducente
posare in ControLuce così come lo è postare in Controluce

A volte è Controindicato Controllarsi in Controluce come altrove.
Perchè a volte è troppa Luce Contro
(Spesso ne basta una anche una piccolina).

A volte c’è bisogno del Contrario per capire il Tutto
perfino perchè spesso piove ControVento.

Ma spesso occorre correre Contromano per evitare la LuceContro.
Qualche volta invece occorre fermarsi e aspettare che passi il VentoContro.

(ControSenso scritto direttamente qui,  in Controluce senza Controllo e senza Luce,  in una sera in cui tutto è Contro:  ControCuore ControTesta ControPelle).

PAROLE E PAGURI

 

In certi giorni il mondo fa male più che in altri.
Fanno male i soprusi, gli abusi, l’impotenza dei piccoli, la potenza dei potenti.
Fa male non capirsi, fa male spiegarsi.
Fanno male le parole, i rumori.
La potenza delle parole è pari solo all’impotenza delle parole.
Siamo noi a chiamare il vento che le disperde in luoghi aridi e sterili come siamo noi a piantarle nella terra e a dar loro la giusta acqua.
In certi giorni senti di più il mondo di plastica e non senti niente di vero.
In certi giorni ci vorrebbe il guscio.
Un guscio dove portare dentro le cose importanti, che poi sono quelle piccole (perchè in un guscio ci stanno solo le cose piccole)
Un guscio sotto un metro di neve, isolato dai rumori e anche dagli altri gusci.
Un guscio mezzo affondato nella neve e nel silenzio, poca luce all’interno, tepore discreto, riposo segreto. Senza parole.

L’alito del Natale, pesante, pesantissimo, si libera nei negozi, tra le luci colorate, tra i rami degli abeti (veri, mi raccomando!!), tra i babbini appesi ai balconi con lo zaino sulle spalle. 
Sfreccia, sopra la slitta e le renne sul monitor babbonatale trasportato dalle e mail, mentre un exe fa nevicare sullo sfondo del desktop.

Ha l’alito pesante il Natale: le lasagne, i tortelli, le alici. Caviale, salmone tartine imburrate. Spumante, panettone. 
Poi i messaggi precotti, gli sms girati, riciclati.  Chissà Feissbuuuccc!!

Poi i doni: griffati o made in Cina, colorati, impacchettati, luccicanti, con il nastro trendy, il biglietto glitter, il chiudipacco biedermeier.

Il cenone per i senzatetto (cosi fino al prossimo anno sono a posto), la beneficenza, le candele, i calendari.
Le strette di mano, i vestiti nuovi. I sorrisi, i baci.
Le telefonate, le visite, i parenti, gli scambi di fiori parole auguri biglietti bottiglie.

Poi il 31: come ti muovi anche in tram le trombette, i balli, il trenino con la samba.
I fuochi, le stelline. I cani che abbaiano. I buoni propositi: la dieta, non fumo più, ti sposo, compriamo casa.

Voglio essere un paguro.
.


 

 


 

ITACA di nuovo

 

(foto: Celeste)

Sono molti i momenti della vita in cui riaffiora nei miei pensieri ITACA, di Kavafis. Come sempre induce a riflessioni, non sempre serene, non sempre sono una buona compagnia.

La vita è fatta di istanti, di parentesi che si aprono e si chiudono, che stanno dentro ad altre parentesi, che anch’esse di aprono e si chiudono, le quali a loro volta stanno dentro altre parentesi e così via per tutto il corso della vita.

Come un libro, fatto di capitoli, che si susseguono, l’un l’altro: forse qualche capitolo si “stacca” in maniera netta dal precedente e dal successivo ma comunque costituirà parte di quell’insieme di capitoli che formano l’esistenza.

La redazione è il cammino: Itaca. Mentre percorriamo Itaca compiamo scelte, piccole, grandi, importanti o non particolarmente incisive e a volte vere e proprie svolte.

In ogni caso si va avanti: fermarsi è impossibile e anche quando ci sembra di essere in un momento di staticità, noi avanziamo perché il Tempo avanza e il nostro passo, sia pur lento, avanza con esso e durante questo tempo scegliamo. Anche non scegliendo granchè, scegliamo.

Incontriamo compagni di vaggio, durante la nostra Itaca: molti dei quali faranno pochi passi con noi, altri invece percorreranno lunghi tratti al nostro fianco: altri ancora saranno accanto a noi a scrivere i capitoli del proprio libro, affiancando il gomito al nostro o anche mescolando le pagine con le nostre.

Il cammino comprende anche percorsi difficili, a volte terribili, dove procedere significa soltanto tenere duro, stringere i denti quando il dolore dei piedi diventa insopportabile. Con il tempo impariamo che dopo un po’ anche il dolore diventa accettabile fino a scomparire, perché si oltrepassa la soglia. Forse è la resa, forse è saggezza, forse è un misterioso anestetico. Forse è già imparare a morire.

A volte Itaca presenta dei crocevia nei quali ci si trova nel mezzo, completamente disorientati: se avremo la fortuna di una bussola ci sarà di aiuto altrimenti occorrerà osservare le Stelle: Venere è una compagna, capace di rassicurarci fino all’alba inoltrata, e poi ci sono il Sole e la Luna. Ma, localizzare il punto in cui siamo, spesso non basta: a volte occorre prendere una direzione perchè dopo un po’,  nel mezzo del crocevia non ci si sente bene, quasi come quando si sta ai margini.

Abbiamo i sensi: la pelle e il naso per sentire, abbiamo il terzo orecchio per sentire le voci di dentro. Già: le voci di dentro…
Ma quelle di fuori fanno baccano, gridano come al mercato e ci distraggono, ci disorientano, ci impediscono di sentire perché i nostri sensi vengono attratti da profumi, dalla pubblicità luccicante della felicità che ci pare scorgere nei denti degli altri che ci sfrecciano accanto. Si mescolano suoni ai nostri suoni, respiri ai nostri respiri. Oppure, al contrario, sono ombre di Passato o Mostri della Paura che ci fanno chiudere il terzo orecchio, il terzo occhio e tutti i pori della pelle fino a farci desiderare una sola cosa: un guscio dentro il quale poterci infilare ed aspettare che vadano via. Sappiamo che li ritroveremo ancora ma certe volte è il momento del guscio. Non c’è niente altro da fare quando si è deboli o troppo stanchi.

Quando scriviamo i primi capitoli, normalmente avanziamo fiduciosi, spesso sicuri della protezione della famiglia ma poi man mano che avanziamo le protezioni vengono meno. D’altra parte se non fosse così sarebbe prigione.

Ci  troviamo quindi soli, presto o tardi,  ad affrontare anche veri e propri deserti,  dove una sosta, dell’acqua fresca e  un po’ di amore fanno la differenza tra vivere e morire.
Ma anche davanti  a immensi arcobaleni quando ci si sente come benedetti dalla Vita e da Dio.
Altre volte ancora è tempesta, vento gelido, e tutto attorno è arido come noi. Niente terre generose, niente pioggia, niente nel cuore e nel mondo che somigli ad una promessa, ad una vaga idea di riscatto.

Aspettare, avanzare, cambiare direzione, fermarsi ed ascoltare? Forse occorre fermarsi ed ascoltare il respiro, il nostro, e guardarsi dentro: forse la risposta è dentro di noi da sempre: occorre solo trovarla, afferrarla, adottarla, sapendo che, spesso, qualunque sarà la scelta, ci sarà dolore.
Ad ogni azione corrisponderà una reazione.

Percorrendo il cammino, a volte la solitudine è insopportabile altre volte è necessaria, utile perfino a non sentirsi soli. A volte è un gelo che copre tutto in una immutata e silenziosa attesa in cui ci si sente come le vette delle montagne più alte della terra.

Ho sentito dire al mio compagno in un momento particolarmente difficile: “ci vuole più coraggio a vivere che a morire”. Una frase usata ma vera. Ci vuole coraggio per le grandi prove ma, accidenti, ce ne vuole un sacco anche per il resto.

Ci vuole coraggio per aprire alcune porte e sapere che li dentro saprai quanto vivrai, o quanto vivrà la persona che ami di più al mondo. Ci vuole coraggio per tenere la mano a chi sta andando via, ci vuole coraggio per mettersi in gioco. Ci vuole coraggio per leggere un giornale, ci vuole coraggio per vedere gli occhi del tuo cane che ti implora di non sentirti solo perché lui ti sta lasciando. Ci vuole coraggio per dire basta, per chiudere una porta, per restare, per andare via. Ci vuole coraggio per "esserci", per darsi, per arrendersi.

Ci vuole coraggio per vedere le Stelle, per cercare la Bellezza, Ci vuole coraggio per fare un figlio e poi per lasciarlo andare
Ci vuole per sorridere, per togliersi i vestiti, per sciogliere i nodi, le riserve. Per fidarsi.
Ci vuole coraggio per piangere. Ci vuole per leggere una poesia, per continuare a credere. Ci vuole coraggio per accettare di avere perso. Ci vuole coraggio per dire ti amo. Ci vuole coraggio sempre.

Itaca è così. Piena di promesse e di sorprese, di imprevisti, di sentieri. Dove tra le tante scelte non c’è scelta: la devi percorrere.

DI PASSATE STELLE

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Passava molte ore, la sera, sul balcone di casa a guardare le stelle.
Aveva un atlante (Enciclopedia Minerva, ricorda bene, copertina di tessuto grigio azzurro): dietro le copertina anteriore e posteriore c’era la mappa del cielo e le costellazioni principali.
Lo apriva, lo guardava e cercava le stesse geometrie nel cielo. I pipistrelli volando, a volte la sfioravano quasi: aveva un po’ paura perchè allora credeva che potessero appiccicarsi ai capelli e restarvi intrappolati.Le notti erano buie, allora, o illuminate dalla sola luna; giù, sul prato svolazzavano le lucciole. Decine, centinaia di lucciole in una danza apparentemente disordinata.Era il momento che preferiva: un momento soltanto suo, di buio e silenzio.
Ogni tanto prendeva il cannocchiale di suo padre e guardava la luna.
Era un cannocchiale e niente più; allora le sembrava fosse piuttosto potente, ora non saprebbe dirlo. Era pesante, questo sì,  e doveva appoggiarlo alla ringhiera perchè non si muovessero le immagini.Qualche volta scendeva in giardino e si sdraiava sul prato: le stelle, tantissime, sembrava le piombassero addosso e quella sensazione le dava un senso di appartenenza e riusciva, soltanto li’, a respirare davvero.

A volte rientrava in soggiorno a prendere un plaid dal divano per coprirsi le spalle.
Desiderava sempre che non venisse mai il giorno perchè nella notte si nascondevano tutte le cose, si chetava la tristezza e soprattutto si poteva sognare.

La notte era un balsamo che leniva tutto, forse per via del silenzio che portava con sè. Taceva il mondo intero e si acuivano le voci di dentro: speranze, desideri, fiducia.
L’Universo respirava dentro la notte e finalmente lo si poteva udire.

Pensava spesso a come sarebbe stata da grande, alle cose che avrebbe fatto, all’amore che avrebbe incontrato e a quando avrebbe potuto decidere.
C’era Tempo, c’era tanto Tempo allora e tra le stelle leggeva la promessa del riscatto di un’adolescenza pesante, che sembrava non dovesse finire mai.

In quel tempo  vi fu il primo sangue e anche il primo amore, quello solo sognato: era biondo, con gli occhi celesti. Poi un altro che fu speciale, una bella storia, ma troppo verde per essere l’Amore; infatti finì quando diventò prigione.

Nel frattempo le stelle del cielo sopra il suo balcone sbiadivano, perchè era questo il destino.  Le lucciole non c’erano quasi più.
C’era sempre il prato, nella casa di suo padre, lo ricordava spesso, bagnato di rugiada, brillante come se fossero piovuti piccoli cristalli, mentre la sua pelle percepiva già le vibrazioni di un futuro che si avvicinava veloce e secco, arido, pieno di vento e povero di nuvole. Sapeva di deserto e di sabbia, quel futuro annunciato dall’odore di ogni alba che nasceva spegnendo tutte le stelle.

Poco tempo dopo infatti  le stelle smisero del tutto di parlarle e la notte non fu più tanto scura. Ripose il cannocchiale per sempre (lo ritrovò molti anni dopo, quando vendette la casa di suo padre).
Le restavano i libri, il letto accogliente e avvolgente la sera, e le parole scritte: era questo il rifugio, la casa. Le  stelle non c’erano ormai da tempo e quelle sopra la casa non le rivide mai più.
Ne vide altre più avanti nel tempo, ma erano cambiate per sempre, come erano cambiati i pensieri, il corpo e tutte le cose.

La pelle cominciava a bruciare e a desiderare la pioggia che non arrivò. Scordò le stelle nelle tempeste di sabbia. Dimenticò la luna che era stata bianca, gialla, arancione a volte: a volte enorme, maestosa (poteva perfino cadere). 

( ….. da lassù regola i giorni, il  sangue, e il sonno. Sorella, complice, amica, colora di rosso le vesti di donna, rende accoglienti i fianchi e disegna la curva dei seni quando è Tempo. Mistero sottile, intrigante. Bagnato, delicato. Potente).

Non mi ha detto altro. Solo che adesso ascolta di più , ma anche di meno e che qualche volta sta male. Che  Andrea sta sul ponte da sempre  e che c’è una donna sopra un ponte diverso, un ponte mai terminato: ha gli occhi azzurri  e si avvicina ogni giorno di un passo: regge in una mano un involucro forse pieno di Tempo.  Nell’altra un perdono, coperto di polvere.
Mi ha detto più volte che accadono cose che sono come domande e che passa un minuto oppure un anno e poi la vita risponde.
E che alcuni guardano le stelle dalle stesse paludi in cui altri stanno soltanto a galla.
Che volte basta una voce, a volte un silenzio.
A volte basta soltanto disegnare una scatola e avere la voglia di metterci dentro qualcosa. Una pecora, forse, come il Piccolo Principe. O magari le stelle, le  nuvole. La luna.

Non c’è disaccordo nel cielo

Né nuvole gonfie o mistero né pacchi né stupri né soglie né stanze svuotate d’addio. Solo tutte le lacrime avute quando siamo stati migliori  e la grazia e l’oscuro segreto ci scrosta nell’oscurità . A volte non vedo nel cielo  che nuvole gonfie e mistero e salendo nel vapore leggero  altro non vedo e non so.

Né anime bianche né salmi  che cantino gloria con noi né vecchi compagni né amanti  che dividano il cielo con noi. Così resto solo col cielo  e altro non vedo e non so  ma se tutto è nascosto nel cielo  al cielo io ritornerò.

(V. Capossela)

Boh !

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Controluce è nata per caso, credo di ricordare quasi per gioco.
Voleva essere una terra di mezzo, una zona franca, una lavagna bianca, uno spazio dove fermarsi a fare un picnic.
Un angolo lontano dalle banalità e dal vuoto. Insomma un posto dove dare spazio ai pensieri, una lavagna dove disegnarne alcuni.
Sotto lo zerbino ho messo i gessetti colorati e all’ingresso c’è del caffè caldo. Ho trovato delle belle persone, e non è vero che i blog sono solo banalità, o siti buoni per autocelebrazioni; si, vengono usati anche per questo.. Per alcuni sono strumenti di lavoro. Per altri sono mezzi per promuovere iniziative. Per me è un tavolino all’aperto, in una piazzetta di un piccolo centro, con i gerani a delimitarne il perimetro, con le sedie in ferro battuto e le tazze di tè e il caffè, immancabile per me. Mi ha portato degli amici, Controluce. E ha rappresentato un piccolo appuntamento, per me e per chi è voluto passare, forse piacevole e magari inquietante…
Scrivere in un blog, se lo si vuole fare con onestà e se non si vuole parlare di politica o di gossip o di argomenti che sono già troppo presenti nel quotidiano, lo si fa dandogli  il proprio respiro. Ovvio. Diventa per forza una sorta di diario. Ma è pubblico. Quindi ci sono dei corridoi, dei paletti, delle stanze che non si possono aprire. Si proiettano sul muro della stanza del blog le ombre cinesi della propria immagine, la copia della propria anima anche quando si inventa. Non sempre ciò che si scrive in un posto come questo è esperienza diretta, Non sempre gli scritti sono scatti fotografici della vita di chi scrive. Ma è ovvio, l’anima c’è. C’e il personale sentire di chi apre questo spazio bianco e ci scrive sopra o lo imbratta, come sto facendo io adesso.
E’ una diretta, questa. Non è incollato dopo un copia da word… ma è una diretta che non rilleggerò anche a dispetto degli errori di digitazione e di forma.
Nella mia vita ho sempre scritto molto, specie nei periodi piu’ infelici, più difficili. Ho riempito pagine e pagine di quaderni, diari, blocchi notes che ora stanno tutti in una cassapanca della cameretta dove c’è anche la mia libreria e il mio pc prima che mi regalassero questo piccolo, portatile. Perchè? Non lo so. Una ragione pò essere il bisogno di esternare, buttare fuori dall’anima le cose e anche esorcizzare le paure. Un’altra può essere il disagio di non riuscire a comunicare davvero e profondamente con le persone allora.. lo faccio con me.
E’ una sensazione terribilmente frustrante parlare, centrifgurare l’anima e ciò che si prova e poi… rendersi conto da una sola risposta e a volte da una sola sillaba, o da una anche minima espressione del viso dell’altro che… la tua centrifuga è arrivata come annacquata, e che tutto cià che hai cercato di dire con passione, con vero desiderio di condivisione è … stato letto come la più banale delle cose.
Ti senti come un muto. Come deve sentirsi una persona priva del dono della parola? Male, immagino perchè sostituire le parole con la mimica deve essere molto riduttivo. Le parole e la gestualità insieme hanno o dovrebbero avere un certo potere, ma ahimè quante volte, per quanto ci si possa sforzare, si sente che il messaggio vero, profondo, quello puro che scaturisce da dentro come acqua di sorgente non solo non arriva puro… ma arriva distorto, inquinato, contaminato sia pure nel brevissimo spazio che intercorre tra la gola e le labbra. Brevissimo …. No.. non è brevissimo. E’ uno spazio enorme. Uno spazio infestato da germi e batteri che possono modificarne il senso fino a stravolgerlo. E quando capita di incontrare qualcuno che invece sa leggere nel modo giusto, allora è un incontro speciale.
Un blog non può essere così, è evidente. Le cose che si possono comunicare sono altre e per ovvie ragioni è necessaria una mediazione tra ciò che si vuole comunicare e ciò che è possibile coomunicare. Gli strati del “personale” e dell’intimità sono più o meno densi a seconda dell’argomento che si tratta: posso dire se mi piacciono o no le pesche sciroppate ma non posso dire se mi piace fare l’amore sul pavimento.. Ovvio. Allora? Mah.. Allora a volte chi parla, in un blog, è il fantasma di chi scrive. L’ombra cinese, proiettata sul muro. E’ la via di mezzo tra il raccontare e il raccontarsi.
Allora Controluce perchè? Non lo so. Ricordo una volta Gollum fece un post di commiato… dicendo piu’ o meno che ogni cosa ha un inizio e una fine… e terminava con l’augurio di seguire quella cosa chiamata amore. Fu un bel post, sia pure doloroso perchè mi piaceva passare da lui: un tavolino in una piazzetta mai banale, mai sterile.
Non è un commiato, questo in Controluce o almeno non credo.  Solo una riflessione in un periodo un po’ particolare del mio Tempo. Non triste, come potrebbe sembrare dai post precedenti, anche se una certa malinconia ha fatto da sfondo in tutta la mia esistenza ma io .. ho imparato ad accettare anche questa. E’ la mia natura e combatterla sarebbe inutile oltre che sciocco. Bisogna imparare ad amarsi e ad amare quelle cose che ci fanno sentire deboli, vulnerabili. Perchè è li che risiede la bellezza.
Ma a volte, e ritorno al discorso di prima, la bellezza non viene compresa, non viene raccolta o non viene apprezzata. Qualche volta derisa, a volte vista con commiserazione o una sorta di pietà. A volte ti trovi a parlarne, della vulnerabilità della tua anima semplicemente per consegnarla e .. la cosa più terribile che possa tornare sono i pat-pat sulla spalla. Insomma, comunicare davvero è difficile nella vita, figurarsi in un blog dove non c’è, in fondo, nemmeno l’intenzione d farlo perchè appunto interviene il personale e il rispetto di sè.
Perchè Controluce? Per la seconda volta : non lo so. Sorrido.. Chi ha avuto la pazienza di leggere fin qui .. e ha tutta la mia solidarietà e perfino … (qui ci va.. ) il pat pat sulla spalla si sta chiedendo: ma perchè questa si fa tutti questi problemi? Ecco… appunto.
Risposta:  non lo so. Molte volte ho cercato, tra le pieghe del mio incasinatissimo sentire, qualcosa che potesse semplificare quel labirinto di cose che io sono, che poi sono le mi contraddizioni, i miei contorni mai netti ma soprattutto mai fermi, i miei colori sciolti e spesso indefiniti e indefinibili.
Che poi altro non sono che la mia paura e il mio bisogno insieme di certezze… che sono inscindibili dal mio bisogno di nessuna certezza.
L’odore di definitivo mi spaventa e mi fa sentire morta, arrivata. Finita. L’odore del “tutto è possibile” mi fa senitre senza il pavimento sotto i piedi. Cerco tra i dadini della mia vita trascorsa le ragioni di tutto questo, ma in fondo le conosco benissimo: sono le stesse  che hanno partorito i miei fantasmi, i mostri che stanno nella famosa valligia. Ogni tanto escono e diventano gigantesche forme dall’aria minacciosa e invincibile. Ogni tanto il mio “sistema immunitario” li sa tenere a bada e allora le dimensioni diventano accettabili. Probabilmente adesso ci sono entrambi: quelli piccolini e quelli giganti… E a volte litigano tra loro e loro con me. Un bel casino.
Ma che c’entra Controluce con tutto questo? Non lo so. Qui ci passano e ci sostano persone amiche, persone a cui voglio bene e che sono contenta che la’ fuori, da qualche parte, a Milano, Roma, Firenze, Sicilia … loro ci siano. Controluce o no.
Hanno inventato le e mail,  i telefoni, i treni. Non è indispensabile Controluce.
Basta una mail, un treno.  Anche se in questo  periodo forse mi servirebbe una navicella spaziale ed essere lontana… Magari lassu’, tra le stelle, qualcuno capisce la mia lingua e riesce a leggermi dentro.
Non so piu se sono io a parlare una lingua soltanto mia oppure se è il resto del mondo. Come quel tizio della barzelletta che ascolta la radio che dice che c’è un pazzo in autostrada in contromano e lui replca: ma qui sono tutti in contromano… Contromano, Cele..  non Controluce… Ma che c’entra Controluce? Boh…
E che ci sta a fare Controluce?…  Booohh.. Appunto.

A proposito di Tempo.
Oggi ho scritto una cosa. Era destinata a Controluce ma poi ho avuto pena per chi passa di qui…   Sono, di norma.  persone speciali che non meritano di essere maltrattati da una Celeste in versione dark. Ovviamente la tematica (ma che lo dico a fare?) era il Tempo.
Riporto solo un pensiero, una riflessione che tra l’altro si inserisce bene nel contesto del post sottostante.
Pensavo che per ottenere un buon vino ci vanno Tempo e Cure  quindi Amore. Passione.
E che a volte, quando è tempo di aprire la bottiglia, non abbiamo più voglia di farlo, oppure non ci sono le condizioni: il compagno o la compagna giusta, la giusta musica etc. Oppure (e questa è la cosa peggiore) non abbiamo il coraggio.
Così non sapremo mai se dentro la nostra bottiglia  c’è del "Vinum Optimun Rare"  oppure del banalissimo e anche pessimo aceto. Terribile non saperlo!  
Prosit !

CANZONE DI NIENTE


Sono le cose che non ti ho mai detto, sono i baci perduti per strada. Sono la luna caduta sul tetto quel giorno di maggio. Sono le pieghe strappate del vestito più stretto. Sono la piuma dentro l’inchiostro. Sono il nastro di raso sul seno. Sono il profumo di qualche mattino. Sono la rabbia che non hai sfogato, sono le labbra che non hai toccato. Sono lo sguardo distolto alla spiaggia, sono la strada che finisce nel mare. Sono l’alibi dentro al tuo letto. Sono liquido denso sopra il tuo corpo quel giorno che hai pianto.
Sono le lettere del tuo alfabeto, tutte quelle che hai già imparato, sono l’attesa che rende perfetto il momento. Serratura senza la chiave, sono la porta che chiude il dolore. Sono le lenti da sole per gli occhi, sono acqua che scende dal cielo. Sono l’ultima goccia nel vaso, sono la carta che vince la mano. Sono il discorso tracciato deciso e perduto. Sono la gomma nella memoria, carta vetrata dentro la gola. Sono la pioggia che scende gelata e ti frusta la faccia. E sono vento e acqua e tempesta. Sono il sogno che divora la notte e il grido che desta. Sono l’amaro dei giorni di festa, sorriso ipocrita sopra ogni faccia. Sono il mostro che dice ogni volta quello che pensa. Sono dolcezza in ogni tramonto sono dolore per ogni tramonto. Sono la piaga dentro il ricordo di ogni tormento. E sono il sasso dentro la scarpa, e sono sempre io la spina dei fianchi, ma sono il balsamo sopra il tuo cuore nelle ore d’amore.
Sono il colore che assume la sera, sono il buio che serve al tuo sonno. Sono la mano che tocca la fronte sono il riscatto del tempo venduto. E sono la solita storia malata, sono l’amore senza pretesto. Sono soltanto un’ora lasciata ai bordi del cielo.
Sono la lacrima che non hai raccolto sono la polvere sotto il tuo letto sono la stella caduta per caso sopra il tuo tetto. Sono terra per ogni tuo fiore, sono lo sfondo di ogni tuo canto. Sono compagna di sera, di giorno … sono io che ti avvolgo.
Sono la stoffa di ogni vestito sono il ricordo che sputi per strada.
Sono la neve nella memoria di un giorno felice. E sono il latte versato in cucina, sono la semina nel tempo sbagliato, sono soltanto un giorno normale in un tempo passato.
Sono il peccato che rompe la noia, sono il coraggio che riempie di gioia. Sono la cosa che hai sempre cercato .. Sono il tempo passato.

Non serve capire… non c’è niente da capire..  E’ scritto in punta di dita. Di piedi mica tanto. E’ scritto in una sera come questa. E’ scritto…  e basta.

BUIO

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Arriva il buio

E come ogni volta arrivi tu

Cali sulla mia notte 

Buio più del buio

Senza contorni

Senza peso

Senza confini

Ti espandi dentro me

Ti adegui

Ai confini miei

E come un mare troppo grande

dentro un cristallo troppo piccolo

come sempre esplodi

E invadi quel buio oltre il tuo buio

dentro il quale io galleggio

trasportata dal buio della notte

e dal tuo buio senza confini

Fino a diventare io stessa buio

Mescolata al buio della notte

mescolata al tuo buio

E insieme a te divento notte

Lei

 

Se ne andò così
senza una ruga sul volto
senza portarsi dietro nulla.

Sul viso affiorò un sorriso
a cancellare le contratture che disegna il dolore.
Protese le braccia verso qualcosa e andò via.

Se ne andò così anche qualcosa di me
Forse la mia parte migliore.
Forse quella parte di me che Lei non diede alla luce.

CONTROLUCE PERCHE’

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Perchè l’immagine controluce è una sagoma; sono visibili solo i contorni.
Perchè per i dettagli occorrono intuizione, e cuore, e anima.
La chiave di volta è nascosta dentro l’anima di chi sa leggere. Oltre la sagoma.
Dentro l’immagine visibile.
Davanti alla luce e oltre la luce.
Controluce perchè l’immaginazione è l’humus che nutre il quotidiano.
Perchè è il pensiero che rinnova e si rinnova. Che stupisce e si stupisce.
Controluce è l’immagine che avanza come un’ombra senza essere ombra.
Dentro il contorno i dettagli invisibili diventano chiari a chi sa leggere … controluce.
E l’anima di chi legge può vedere apparire l’immagine dentro il contorno…
E magicamente annullare l’ombra voluta dal CONTROLUCE. 

controluce