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LETTURE E CATTURE

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“C’è in me quello che si trova in molti uomini del mondo, amori, spari, qualche frase piena di spine, nessuna voglia di parlarne. Siamo dozzina noi altri uomini. Speciale è solo vivere, guardarsi di sera il palmo di mano e sapere che domani torna fresco di nuovo, che il sarto della notte cuce pelle, rammenda calli, rabbercia gli strappi e sgonfia la fatica.”

Erri de Luca

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CORAGGIO

“Il coraggio, uno non se lo può dare!” protestava il don Abbondio dei Promessi Sposi. Francesco Alberoni rovescia questa famosa massima rivendicando l’urgenza di un valore dimenticato e sostenendo che “il coraggio si può imparare”. Audacia e timore sono legati a doppio filo. Chi non ha paura non sarà mai capace di atti di eroismo. Proprio per questo l’ardimento non va confuso con l’inconsapevolezza o l’incoscienza. La riflessione di Alberoni si concentra su una “virtù morale e sociale” che investe tutti gli aspetti dell’esistenza: amore, amicizia, lavoro, famiglia. E quel “coraggio quotidiano” che ci permette di plasmare il nostro destino è forza d’animo, rifiuto delle ipocrisie proprie e altrui, gesto che sovverte un sistema ingiusto, ricerca di ciò che innalza. La mediocrità, l’indifferenza e la vigliaccheria sono facili: basta lasciarsi andare, nascondersi e adagiarsi nella propria nicchia. C’è invece un gran bisogno di opporsi alla cultura della comodità, del disfattismo e della codardia. Partendo dal presupposto che ogni essere umano ha una missione da scoprire e da compiere nell’arco di una vita, il coraggio va esercitato per essere fedeli a se stessi, per non farsi confondere dalla complessità del reale e, a volte, per superare se stessi.

Dal sito IBS – descrizione del libro di Francesco Alberoni

Premetto che l’intenzione non è quella di parlare di Alberoni né del suo libro. Per carità. Volevo solo parlare del coraggio. Coraggio nel senso di virtù umana, mica di eroismo. Il coraggio di essere sé stessi. Sempre.

In questo tempo, soprattutto in questo tempo – sarà l’età, saranno le delusioni – sarà quel poco che ho imparato – mi rendo conto che la cosa più coraggiosa è essere fedeli a sé stessi. Costa molto, essere fedeli a sé stessi. Si paga in vari modi,  soprattutto con una certa solitudine. Che nell’età verde può costituire un dramma, ma nella maturità no. Perché serve altro. Il tempo è un ottimo distillatore. Serve “poco ma buono” in tutto. Dalle cose alle relazioni. Quindi la solitudine, una certa solitudine, fa meno paura anche a chi l’ha temuta in primavera.

Il coraggio … quel coraggio, quello che ti permette di dare una svolta alla tua vita, che magari non è nemmeno tanto male, che magari con qualche compromesso di qua qualche altro di là, il famoso colpo al cerchio e alla botte, ti fa “andare avanti”, è quello che ti dice NO non mi accontento, no sto bene, non mi piace. Ecc.. quello lì. Quello che ti permette di cercare, cercare altro e oltre, e che ti fa assumere le responsabilità e il dolore del cambiamento. Non è quasi mai molto comodo cambiare: meglio restare nel luogo sicuro, magari non tanto felice, ma sicuro. E non si pensa mai abbastanza che il “sicuro” semplicemente … non esiste. E’ presuntuoso pensarlo, perfino quando ci sono buone ragioni di sentirsi “al sicuro”. E’ sempre, ma proprio sempre tutto appeso ad un filo. Prima cosa fra tutte l’esistenza stessa.  A volte mi soffermo a pensare cosa maggiormente auguro a mia nipote. Auguro questo: il Coraggio. Il coraggio di cambiare, di non accontentarsi, il coraggio di pretendere di essere felice. Il coraggio di cercare sé stessa prima di tutto. Di capire cosa vuole e poi di cercarlo, senza smettere di farlo nemmeno quando dopo tutto c’è calduccio, dopo tutto c’è un tetto, dopo tutto c’è un amore, dopo tutto c’è un lavoro. Ecco, ragazzina il mio augurio. Rimorsi ma non rimpianti. La forza, il coraggio di voltare pagina, di lasciarti alle spalle ciò che non vuoi, che non ti somiglia,che non ami, che non ti fa stare bene.  Il coraggio di dire NO soprattutto se significa dire SI a qualcun altro. Il coraggio di riempire valigie e partire, pretendere, spiegare le vele anche se non c’è terra sicura. Non ti sto augurando l’incoscienza, la sfrontatezza, la sconsideratezza. Queste sono cose differenti.. Ti auguro di non adagiarti mai nella tua nicchia anche se comoda ma non è felice. Potrebbe rovesciarsi in un baleno. Costruisci la tua, con le tue mani, e facci entrare solo chi avrà …. coraggio. Chi chiederà di entrare perchè lo sceglierà, perchè sceglierà te. Che non sei un’alternativa ma una scelta. Una scelta coraggiosa, se anche tu sarai coraggiosa… Perchè ci vuole coraggio anche per amare chi ha coraggio.

Pensa con la tua testa. Segui il tuo intuito, il tuo cuore, la tua testa. Non badare alle opinioni degli altri, non essere mai prigioniera di niente e di nessuno. Non permettere mai che quella vocina che ti sussurra e spesso grida dentro sia messa a tacere dal mondo, dalle convenzioni, dalle aspettative degli altri, dalle mode, dal “ciò che è meglio” ma nemmeno da ciò che sembra “sicuro” ma che però non ti piace. Non barattare mai alcuna “certezza” con un paio di ali.  

DISTILLATI

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Il tempo è un grande discernitore. Separa. Scarta. Distilla. Anche io mi rendo conto che cerco di usare sempre meglio il mio tempo. E tendo a stare sola piuttosto che stare con qualcuno solo per non stare sola. Non ho paura della solitudine: non la si può riempire con chiunque. Un libro, un film, o semplicemente un divano e i miei cani accanto non sono un’alternativa. Non sono affatto solitaria o misantropa: sto bene con la gente sincera, quella dal sorriso aperto, quella dal “pane al pane”. Con la gente vera. Mi piace passeggiare anche in silenzio con chi sto bene e mi riesce sempre meno dispensare sorrisi che posso produrre con le labbra ma non con il cuore, o con autentica cordialità. Lo faccio, ogni giorno, nell’ambito lavorativo. Devo. Ci sono regole e imposizioni e ciò è più che sufficiente. Mi fa male quando qualcuno chiede “come stai” e nemmeno ascolta la risposta. Per questo motivo spesso, a quasi tutti rispondo “Bene”.  Non mi fa stare bene, mi procura profondo disagio dover mostrare accondiscendenza: le mie corde di dentro avvertono vibrazioni stonate e stridenti e non mi fanno sentire bene con me stessa.

Meryl Streep è una donna che mi è sempre piaciuta come attrice. Ovviamente non la conosco come persona. Posto questa sua considerazione. Ecco. Queste parole potrei averle scritte io.

Non ho più pazienza per alcune cose, non perché sia diventata arrogante, semplicemente perché sono arrivata a un punto della mia vita, in cui non mi piace più perdere tempo con ciò che mi dispiace o ferisce. Non ho pazienza per il cinismo, critiche eccessive e richieste di qualsiasi natura. Ho perso la voglia di compiacere chi non mi aggrada, di amare chi non mi ama e di sorridere a chi non mi sorride. Non dedico più un minuto a chi mente o vuole manipolare. Ho deciso di non con-vivere più con la presunzione, l’ipocrisia, la disonestà e le lodi a buon mercato. Non tollero l’erudizione selettiva e l’arroganza accademica. Non mi adeguo più al provincialismo e ai pettegolezzi. Non sopporto conflitti e confronti. Credo in un mondo di opposti. Per questo evito le persone rigide e inflessibili. Nell’amicizia non mi piace la mancanza di lealtà e il tradimento. Non mi accompagno con chi non sappia incoraggiare o elogiare. I sensazionalismi mi annoiano e ho difficoltà ad accettare coloro a cui non piacciono gli animali. Soprattutto, non ho nessuna pazienza per chi non merita la mia pazienza.   Meryl Streep

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PREZZI

desktop-malta-dinglicliffstramonto.jpg.

Ogni gioia smisurata (exultatio, insolens laetitia) nasce sempre da un’illusione che ci fa credere di aver trovato nella vita qualcosa che non è possibile trovarci: la soddisfazione duratura dei desideri che ci tormentano e che rinascono sempre di nuovo, insomma, il rimedio ad ogni affanno. Ora, ogni illusione di questo genere dovrà prima o poi infallibilmente svanire; e questo ci sarà fonte di dolore amarissimo, e molto più intenso che non la nostra primitiva gioia. Sotto un tale aspetto, la gioia è simile a una vetta scoscesa da cui non si può discendere che a precipizio.

Arthur Schopenhauer

SEGNI

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foto mia

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Ogni persona che passa nella nostra vita è unica.
Sempre lascia un pò di sè e si porta un pò di noi.
Ci sarà chi si è portavo via molto, ma non ci sarà mai chi non avrà lasciato nulla.
Questa è la più grande responsabilità della nostra vita e la prova evidente che due anime non si incontrano per caso.

J.L. Borges

SOTTO LA LUNA UNA STORIA

La nostra luna

LA STRADA CHE NON ANDAVA IN NESSUN POSTO (Favole al telefono di Gianni Rodari- 1962)

All’uscita del paese si dividevano tre strade:una andava verso il mare,la seconda verso la città e la terza non andava in nessun posto. Martino lo sapeva perchè l’aveva chiesto un po’ a tutti e da tutti aveva avuto la stessa risposta: -Quella strada li? Non va in nessun posto! È inutile camminarci. -E fin dove arriva? -Non arriva da nessuna parte -Ma allora perchè l’hanno fatta? -Manon l’ha fatta nessuno, è sempre stata li! -Ma nessuno è mai andato a vedere? -oh sei una bella testa dura! Se ti diciamo che non c’è niente da vedere… -Non potete saperlo se non ci siete stati mai. Era così ostinato che cominciarono a chiamarlo “Martino Testadura” ma lui non se la prendeva e continuava a pensare alla strada che non andava in nessun posto. Quando fu abbastanza grande da attraversare la strada senza dare la mano al nonno, una mattina si alzò per tempo, uscì dal paese e senza esitare imboccò la strada misteriosa e andò sempre avanti. Il fondo era pieno di buche e di erbacce ma per fortuna non pioveva da un pezzo così non c’erano pozzanghere; a destra e a sinistra si allungava una siepe ma ben presto cominciarono i boschi. I rami degli alberi si intrecciavano al di sopra della strada e formavano una galleria oscura e fresca nella quale penetrava solo quà e là qualche raggio di sole a far da fanale. Cammina e cammina…la galleria non finiva mai,la strada non finiva mai. A Martino dolevano i piedi e già cominciava a pensare che avrebbe fatto bene a tornarsene indietro quando vide un cane. -Dove c’è un cane c’è una casa- riflettè Martino- o perlomeno un uomo! Il cane gli corse incontro scodinzolando e gli leccò le mani,poi si avviò lungo la strada e ad ogni passo si voltava per controllare se Martino lo seguiva ancora. -Vengo!Vengo!-diceva Martino incuriosito. Finalmente il bosco cominciò a diradarsi, in alto riapparve il cielo e la strada terminò sulla soglia di un grande cancello di ferro. Attraverso le sbarre Martino vide un castello con tutte le porte e le finestre spalancate e il fumo usciva da tutti i comignoli e da un balcone una bellissima signora salutava con la mano e gridava allegramente: -Avanti!Avanti,Martino Testadura! -Toh!- si rallegrò Martino- io non sapevo che sarei arrivato..ma lei si! Spinse il cancello, attraversò il parco ed entrò nel salone del castello in tempo per fare l’inchino alla bella signora che scendeva dallo scalone. Era bella!E vestita anche meglio delle fate, delle principesse e in più era proprio allegra e rideva. -Allora non ci hai creduto! -A che cosa? -Alla storia della strada che non andava in nessun posto -Era troppo stupida e seconso me ci sono anche più posti che strade! -certo!Basta aver voglia di muoversi!Ora vieni ti farò visitare il castello. C’erano più di cento saloni zeppi di tesori d’ogni genere, come quei castelli delle favole dove dormono le belle addormentate o dove gli orchi ammassano le loro ricchezze. C’erano diamanti pietre preziose,oro,argento e ogni momento la bella signora diceva: -Prendi! Prendi quello che vuoi! Ti presterò un carretto per portare il peso. Figuratevi se Martino si fece pregare! Il carretto era ben pieno quando egli ripartì.A cassetta sedeva il cane che era un cane ammaestrato e sapeva reggere le briglie e abbaiare ai cavalli quando sonnecchiavano e uscivano di strada. In paese, dove l’avevan già dato per morto, Martino Testadura fu accolto con grande sorpresa. Il cane scaricò in piazza tutti i suoi tesori, dimenò due volte la coda in segno di saluto, rimontò a cassetta e via, in una nuvola di polvere! Martino fece grandi regali a tutti, amici e nemici e dovette raccontare cento volte la sua avventura e ogni volta che finiva, qualcuno correva a casa a prendere carretto e cavallo e si precipitava giù per la strada che non andava in nessun posto. Ma quella sera stessa tornarono uno dopo l’altro con la faccia lunga così per il dispetto: la strada per loro finiva in mezzo al bosco, contro un fitto muro d’alberi, in un mare di spine. Non c’era più nè cancello, nè castello, nè bella signora perchè certi tesori esistono soltanto per chi batte per primo una strada nuova e il primo era stato Martino Testadura.

OMAGGIO IN LUGLIO

Qualche giorno fa Pinuccia ha voluto condividere con me una cosa bella cui aveva avuto modo di assistere. Mi è piaciuto molto, l’argomento, ma anche come Pinuccia me ne ha parlato. Le ho dunque chiesto se avesse voglia di scrivere per Controluce. Lo ha fatto, e io, molto contenta, pubblico. Grazie Pinuccia, e buona lettura a tutti.

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uccelli

09.07.2014

Nel mio girovagare per assistere a qualche manifestazione mi è capitato di incontrare qualche persona interessante. Poi si sa, da cosa nasce cosa… e con qualcuna si instaurato un buon rapporto, non dico di amicizia, ma di stima e rispetto reciproci.

Una di queste persone ha messo su uno spettacolino domenica scorsa con dei ragazzi delle scuole usando il testo di un libro di un poeta sufi Farid Ud Din Attar, uscito pochi anni fa con le illustrazioni di Peter Sis:  “La conferenza degli uccelli” .

La lettura avrebbe dovuto avere luogo in un bosco, di sera, con i suoni della natura a fare da cornice, e mi immagino che altri spettatori, i padroni di casa, mi piace definirli così, sarebbero intervenuti numerosi.

Ma il tempo meteorologico, un po’ pazzerello non lo ha permesso. Così, così ci siamo trovati in una Chiesa, un po’ stipati, ad ascoltare. Bella Chiesa, non c’è che dire. E i suoni della natura, il canto degli uccelli? Bèh, è stato proiettato un documentario dove i protagonisti erano gli uccelli, il loro canto, il loro volo, i loro giochi.

La scena finale del documentario: alcuni uccelli che giocavano nell’ansa di un fiume, si facevano il bagno, si spruzzavano, si alzavano in volo, e cinguettavano felici. Quello che si dice: passerotti!!!

La storia racconta del poeta, che dopo una notte agitata, svegliandosi, si accorge di essere diventato un’upupa. Allora chiama a raccolta tutti gli uccelli del mondo proponendo loro un viaggio avventuroso per andare dal mitico re Sirmug, colui che ha tutte le risposte e che si trova sul monte Kaf. Per invogliarli a partire, qualche resistenza al cambiamento c’è sempre, e poi….. un altro re!!! Che chissà poi magari non esiste! L’upupa dice loro: Ho la prova della sua esistenza.

“Guardate! Ho il disegno di una sua penna. E’ caduta in Cina, nel cuore della notte”.

La piuma del re Sirmug indovinate come era: ovviamente bianca! ( che abbia a che fare con Celeste?)

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Quasi tutti partono, qualcuno fa qualche obiezione. Ma l’upupa con fermezza li convince ad intraprendere il viaggio che sarà lungo e faticoso. Gli uccelli attraverseranno sette valli: la valle della Ricerca, la valle dell’Amore, la valle della Comprensione, la valle del Distacco, la valle dell’Unità, la valle dello Stupore, la valle della Morte.

Quando arriveranno stremati, solo in trenta,  perché :

“Alcuni, scoraggiati e impauriti se la sono svignata. Altri hanno continuato, ma sono stati sopraffatti. Non sapevano più dove andare, né perché sono morti per la sete, la fame, sono stati vinti dalla calura e dalla vastità dei mari”

al  monte Kaf ,  chiedono del mitico re Sirmug e :

vedono il Simurg

e il re Simurg sono loro

“Così trenta uccelli uniti dalla stessa ricerca hanno finalmente trovato il loro re. E capiscono che sono loro Simurg il re e che Simurg il re è ciascuno di loro e tutti loro”.

Molte sono le considerazioni che si possono fare: dal testo del racconto, alla natura con le sue insidie, ma poi sono davvero insidie?, alle infinite prove che la vita ci riserva, e poi… poi magari qualcuno ci viene a dire dopo molto penare che:

“Valli? Erano solo un’illusione, uccelli, un sogno. Non abbiamo attraversato proprio niente. Il nostro viaggio ha inizio solo ora”. 

◊◊◊

Ho detto prima: il testo è stato letto da ragazzini delle scuole. Elementari e Medie. Certo la loro dizione non era impeccabile, era però spontanea, intimidita dalla presenza di tante persone. Ma era perfetta così. Con le loro stonature era più genuina, più reale.

La persona che ha dato vita a questo spettacolo raccontava che per invogliare i ragazzi a leggere li invitava a casa sua e preparava loro la pizza, le frittelle, i biscotti.

E raccontava di quanto era stato difficile insegnare le pause, perché il testo è breve breve, e i ragazzi tendevano a distrarsi, a scappare. Raccontava anche di come poco a poco i ragazzi si sono appassionati a questa avventura ed erano disposti a provare anche senza la pizza. Che lei preparava lo stesso.

Tanto che alla fine della lettura, il ragazzino più piccolo è andato da lei, che era seduta in uno dei banchi, le si è inchinato davanti e ha chiesto un applauso solo per Anna. Che, come da copione, si è commossa.   Non solo lei.

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AFTERGLOW

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Sempre è commovente il tramonto

per indigente o sgargiante che sia,

ma più commovente ancora

è quel brillìo disperato e finale

che arrugginisce la pianura

quando il sole ultimo si è sprofondato.

Ci duole sostenere quella luce tesa e diversa,

quella allucinazione che impone allo spazio

l’unanime paura dell’ombra

e che cessa di colpo

quando notiamo la sua falsità,

come cessano i sogni

quando sappiamo di sognare.

J.L.Borges

 

 

 

LETTURE & CONDIVISIONI

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Mi piace la gente che vibra,

che non devi continuamente sollecitare

e alla quale non c’è bisogno di dire cosa fare

perché sa quello che bisogna fare

e lo fa in meno tempo di quanto sperato.

Mi piace la gente che sa misurare

le conseguenze delle proprie azioni,

la gente che non lascia le soluzioni al caso.

Mi piace la gente giusta e rigorosa,

sia con gli altri che con se stessa,

purché non perda di vista che siamo umani

e che possiamo sbagliare.

Mi piace la gente che pensa

che il lavoro in equipe, fra amici,

è più produttivo dei caotici sforzi individuali.

Mi piace la gente che conosce

l’importanza dell’allegria.

Mi piace la gente sincera e franca,

capace di opporsi con argomenti sereni e ragionevoli.

Mi piace la gente di buon senso,

quella che non manda giù tutto,

quella che non si vergogna di riconoscere

che non sa qualcosa o si è sbagliata.

Mi piace la gente che, nell’accettare i suoi errori,

si sforza genuinamente di non ripeterli.

Mi piace la gente capace di criticarmi

costruttivamente e a viso aperto:

questi li chiamo “i miei amici”.

Mi piace la gente fedele e caparbia,

che non si scoraggia quando si tratta

di perseguire traguardi e idee.

Mi piace la gente che lavora per dei risultati.

Con gente come questa mi impegno a qualsiasi impresa,

giacché per il solo fatto di averla al mio fianco

mi considero ben ricompensato.

(Mario Benedetti, La gente che mi piace)

A TUTTO CUORE

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Il Boscaiolo di Stagno

. …una volta anch’io avevo il cervello e perfino il cuore; quindi avendo provato l’uno e l’altro, preferisco di gran lunga avere il cuore. Cos’è stato? chiese Doroty timidamente. – Non so immaginare, – le rispose lo Spaventapasseri: – ma proviamo ad andare a vedere. In quella, un altro lamento giunse alle loro orecchie e pareva che il suono venisse da dietro. Si volsero e fecero pochi passi nel bosco: d’un tratto, in un raggio di sole, Doroty vide brillare qualcosa che si abbattè fra due alberi. Corse a vedere e si fermò di botto con un grido di sorpresa. Il tronco di uno di quei grandi alberi era stato spaccato a metà, lì accanto con un’accetta sollevata in mano, c’era un uomo fatto interamente di stagno. La testa, le braccia e le gambe erano saldate al corpo, ma assolutamente rigide, come se quell’infelice taglialegna non potesse muoversi. – Sei tu che ti stai lamentando? gli chiese Doroty. Sì,- rispose l’omino di stagno, – sono stato io. È più di un anno che mi lamento e nessuno finora mi ha mai sentito, né mi è mai venuto in aiuto. (…) …come mai vi trovate da queste parti?- chiese il Boscaiolo di Stagno. – Siamo in cammino verso la città degli Smeraldi, per andare a trovare il Mago di Oz, – rispose Doroty. – Per quale motivo desiderate vedere il Mago? – chiese il Boscaiolo di stagno? – Io voglio che mi faccia ritornare al mio paese e lo spaventapasseri desidera che mette un po’ di cervello nel capo. Il Boscaiolo di stagno parve riflettere seriamente per un istante. Poi domandò: – Credete che il Mago di Oz possa darmi un cuore? – Mah! Io direi di sì, – rispose Doroty; – non sarebpbe più difficile che dare il cervello alla Spaventapasseri. – Allora se mi permettete di unirmi alla vostra compagnia, vengo anch’io nella Città degli Smeraldi a chiedere aiuto ad Oz. – Vieni pure! – esclamò lo Spaventapasseri con grande cordialità. (…) Sia Doroty che lo Spaventapasseri avevano ascoltato con grande attenzione la storia del Boscaiolo di Stagno ed ora capirono perché ci tenesse tanto a riavere un cuore. – Io domanderò che mi sia ridato il cuore perché il cervello non basta e render felice una persona e la felicità è quello che conta di più al mondo. Doroty non sapeva decidere quale dei suoi due amici avesse ragione.

Da   “Il mago di Oz”

STAGIONI

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È un bel po’ che non scrivo cose mie, forse un anno.  Per cose mie intendo quelle cose che si sentono nel cuore, e che si cerca di tradurre in parole. Ho provato a farlo, ma le parole escono screpolate, incartapecorite. Non trovo la morbidezza elastica e umida della spontanietà. E allora so che si sbriciolerebbero, come accade alla vernice sotto il sole.
Lo abbiamo detto tante volte, le parole hanno tanti limiti, hanno la gola secca, e sanno arrivare come carta vetrata, come sabbia a bordo del vento o sale che asciuga.

Gli eventi determinano le stagioni del cuore, ci sono lunghi autunni e inverni ancora più lunghi che fanno il mestiere che debbono fare. Come sospendere, congelare, custodire. Pensare.
Mi manca, mi manca molto quel bisogno urgente di trattenere i pensieri per l’impossibilità di scriverli da qualche parte, prima che sfuggano via. Mi manca trovare  “bella” la parola, rileggerla e trovarla adatta, giusta, come un vestito su misura, come un colore che si addice al pensiero quando è nato.

Stagioni. E a proposito di stagioni, riporto qui una cosa di Charlie Chaplin. E l’augurio di una buona settimana a tutti quelli che passano di qui.

♦♦♦

Com’è imbarazzante aver voluto imporre a qualcuno i miei desideri, pur sapendo che i tempi non erano maturi e la persona non era pronta, anche se quella persona ero io. Oggi so che questo si chiama “rispetto”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di desiderare un’altra vita e mi sono accorto che tutto ciò che mi circonda è un invito a crescere. Oggi so che questo si chiama “maturità”…
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho capito di trovarmi sempre ed in ogni occasione al posto giusto nel momento giusto e che tutto quello che succede va bene. Da allora ho potuto stare tranquillo. Oggi so che questo si chiama “stare in pace con se stessi”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di privarmi del mio tempo libero e di concepire progetti grandiosi per il futuro. Oggi faccio solo ciò che mi procura gioia e divertimento, ciò che amo e che mi fa ridere, a modo mio e con i miei ritmi. Oggi so che questo si chiama “sincerità”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono liberato di tutto ciò che non mi faceva del bene: persone, cose, situazioni e tutto ciò che mi tirava verso il basso allontanandomi da me stesso… all’inizio lo chiamavo “sano egoismo”… ma oggi so che questo è “amore di sé”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, ho smesso di voler avere sempre ragione. E così ho commesso meno errori. Oggi mi sono reso conto che questo si chiama “semplicità”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono rifiutato di vivere nel passato e di preoccuparmi del mio futuro. Ora vivo di più nel momento presente, in cui tutto ha un luogo. È la mia condizione di vita quotidiana e la chiamo “perfezione”.
Quando ho cominciato ad amarmi davvero, mi sono reso conto che il mio pensiero può rendermi miserabile e malato. Ma quando ho chiamato a raccolta le energie del mio cuore, l’intelletto è diventato un compagno importante. Oggi a questa unione do il nome di “saggezza interiore”.
Non dobbiamo continuare a temere i contrasti, i conflitti e i problemi con noi stessi e con gli altri perché perfino le stelle, a volte, si scontrano fra loro dando origine a nuovi mondi.  Oggi so che tutto questo è “la vita”.

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NOTTE

malinconia

La notte impone a noi la sua fatica magica. Disfare l’universo, le ramificazioni senza fine di effetti e di cause, che si perdono in quell’abisso senza fondo, il tempo. La notte vuole che stanotte oblii il tuo nome, i tuoi avi ed il tuo sangue, ogni parola umana e ogni lacrima, ciò che potè insegnarti la veglia, l’illusorio punto dei geometri, la linea, il piano, il cubo, la piramide, il cilindro, la sfera, il mare, le onde, la guancia sul cuscino, la freschezza del lenzuolo nuovo… Gli imperi, i Cesari e Shakespeare e, ancora più difficile, ciò che ami. Curiosamente, una pastiglia può svanire il cosmo e costruire il caos.

Jorge Luis Borges, Il sonno

DI STUP-ORI E DI LETTURE DI ORI

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(….) L’unica cosa di cui abbiamo bisogno per diventare buoni filosofi è la capacità di stupirci.

Tutti i bambini piccoli ce l’hanno. E ci mancherebbe altro. Dopo soli pochi mesi di vita cominciano a percepire una realtà nuova fiammante. Eppure a mano a mano che crescono questa capacità di stupirsi sembra attenuarsi (….)Se un neonato potesse parlare, avrebbe sicuramente molte cose da dire sullo strano mondo in cui è capitato. Tuttavia, se il piccolo non può esprimersi a parole, indica tutto quello che gli sta intorno, cercando al contempo di afferrare gli oggetti che si trovano nella stanza.

Quando comincia a parlare, può succedere che il bambino si fermi di colpo e dica: “Bau bau “ogni volta che vede un cane. Comincia ad agitarsi nella carrozzina, muove freneticamente le braccia e ripete:” Bau, bau, bau, bau! “.Allora noi, che abbiamo qualche anno in più alle spalle, ci sentiamo forse un pò a disagio per via del suo entusiasmo. ” Ma sì, ma sì, è un bau” rispondiamo, ormai abituati al mondo. “Adesso però fai il bravo, su!”. Non proviamo la stessa eccitazione: abbiamo già visto un cane. Una scena del genere si può ripetere centinaia di volte prima che il bimbo riesca a incrociare un cane ( o un elefante, o un ippopotamo) senza perdere il controllo. Tuttavia, molto prima che il piccolo impari a parlare nonchè a pensare in modo filosofico, il mondo sarà diventato per lui un’abitudine.

(….) La cosa più triste è che, crescendo, noi non ci abituiamo solo alla legge di gravità bensì al mondo così com’è. In altre parole, perdiamo a poco a poco la capacità di stupirci per quello che il mondo ci offre. Ed è una perdita grave, alla quale i filosofi cercano di porre rimedio. Nel nostro animo noi intuiamo che la vita è un mistero. E questa è una sensazione che abbiamo provato una volta, molto tempo prima che imparassimo a pensarci.

(….) Anche se le domande filosofiche riguardano tutti gli esseri umani, non tutti diventano filosofi. Per motivi diversi, la maggior parte delle persone è così presa dalle cose di tutti i giorni che il pensare all’esistenza occupa l’ultimissimo posto…

Per i bambini, il mondo, con tutto ciò che offre, è qualcosa di nuovo, di stupefacente. Non è così per tutti gli adulti, la maggior parte dei quali percepisce il mondo come un fatto ordinario.

I filosofi rappresentano una nobile eccezione. Un filosofo non è mai riuscito ad abituarsi del tutto la mondo che per lui continua ad essere assurdo, sì, enigmatico e misterioso. I filosofi e i bambini hanno in comune questa importante capacità. Potremmo ben dire che un filosofo conserva la pelle delicata di un bambino per tutta la vita.

(….) Un coniglio bianco viene estratto da un cilindro vuoto. Dal momento che l’animale è molto grosso, ci vogliono miliardi di anni per fare questo gioco di prestigio. Sulla punta dei suoi peli nascono i bambini. In questo modo hanno la possibilità di stupirsi di questa incredibile magia. Tuttavia a mano a mano che diventano vecchi, scivolano sempre più giù nella pelliccia del coniglio. E lì rimangono. Molti stanno così bene che non osano più arrampicarsi nuovamente sui peli sottili. Solo i filosofi si imbarcano in questo viaggio pericoloso alla ricerca dei confini ultimi della lingua e dell’esistenza. Alcuni cadono, altri però si aggrappano con tutte le loro forze ai peli del coniglio e gridano agli uomini che, comodamente sistemati nella morbida pelliccia dell’animale, mangiano e bevono in assoluta tranquillità. ” Signore e signori- dicono i filosofi- Siamo sospesi nel vuoto!” Ma agli esseri umani che vivono di sotto non importa nulla. Anzi, prima commentano:” Uffa che scocciatori” poi continuano a ripetere le stesse cose di prima:” Mi passi il sale?”, “Come va oggi la Borsa?”, “Quanto costano oggi i pomodori?”, “Hai sentito che lady Di aspetta un bambino?”.

Da “Il mondo di Sofia” di J. Gaarder

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OMAGGIO

Ehi, si, sono proprio io, la Matilda di SirBiss e Silvia. Dal giorno in cui ho avuto l’onore di essere pubblicata tra i gatti sapienti, sono cresciuta, vero?
Ora sono qui che riposo, tra l’erbetta. L’erbetta qui è … di casa. Non potete sapere quanto! Altro che l’erba di Grace!!! Qui non si scherza mica. Erbette e giardini e orti mi circondano. La mia famiglia, quella umana, intendo, mi ha lasciata sola, hanno preso il traghetto, i traditori, e se ne sono andati, lasciandomi a fare la guardia. Io ho cercato di spiegar loro che non sono un cane ma una gattina … Macché! Comunque nel caso, miagolerò. Qualcuno arriverà. Magari con un’astronave, tutina da marziano, a salvare me e la casa, lucertole e tartaruga. Eh si, qui c’è anche Gigia, la tartaruga, che a memoria del padrone di casa, ha più di mezzo secolo. Ora vi saluto, torno a sonnecchiare. Vi lascio una cosa scritte qui sotto, da un illustrissimo scrittore, si chiama Borges. Ecco, lui sì che aveva capito tutto di noi felini. Ma anche molto degli umani, e anche oltre ….

Miaooooooooooooooooooo

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Matilda tra l’erbetta. Foto di Silvia, grazie Sissi.

Non sono più silenziosi gli specchi
nè più furtiva l’alba avventuriera;
sei, sotto la luna, quella pantera
cha a noi ci è dato percepire da lontano.
Per opera indecifrabile di un decreto
divino, ti cerchiamo invano;
più remoto del Gange e del Ponente,
tua è la solitudine, tuo il segreto.
La tua schiena accondiscende la carezza
lenta della mia mano. Hai accolto,
da quella eternità che è già oblio,
l’amore di una mano timorosa.
Sei in un altro tempo. Sei il padrone
di un abito chiuso come un sogno.

J.L.BORGES

EGGIÀ

Foto da web


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La più nobile specie di bellezza è quella che non trascina a un tratto, che non scatena assalti tempestosi e inebrianti (una tale bellezza suscita facilmente nausea), ma che si insinua lentamente, che quasi inavvertitamente si porta via con sé e che un giorno ci si ritrova davanti in sogno, ma che alla fine, dopo aver a lungo con modestia giaciuto nel nostro cuore, si impossessa completamente di noi e ci riempie gli occhi di lacrime e il cuore di nostalgia”. 

F.W. Nietzsche, Umano, troppo umano, I Adelphi, Milano 1972, pp. 123-124

IN-DIFFERENZA

Ciò che è divinamente bello è anche divinamente insensibile. Risorse incalcolabili vengono usate a scopi che non hanno niente a che vedere con l’umanità. Anche se fossimo tutti morti stecchiti, il cielo continuerebbe a sperimentare con i suoi azzurri e le sue tinte dorate. Ma allora guardando qualcosa di più piccolo, di vicino e familiare, troveremo forse una forma di solidarietà.  Prendiamo la rosa. L’abbiamo vista così spesso fiorire nei vasi, così spesso associata alla bellezza in fiore, ci siamo dimenticati di come rimanga dritta, ferma e tranquilla per un intero pomeriggio, piantata nel terreno. Essa mantiene un contegno di estrema dignità e padronanza. I petali sono distribuiti con inimitabile precisione. Forse ora, deliberatamente, uno cade; e adesso tutti i fiori, quelli voluttuosamente purpurei, quelli color crema, nella cui carne cerata il cucchiaio ha lasciato un ricciolo di succo di ciliegia, i gladioli, le dalie, i gigli, sacerdotali ed ecclesiali, i fiori dai colletti cartonati da cerimonia tinti di albicocca e d’ambra, chinano tutti il capo lievemente sotto la brezza – tutti, tranne il pesante girasole, che riconosce con orgoglio il sole a mezzogiorno, e che forse a mezzanotte snobba la luna. Eccoli lì, loro sono le cose più durature, più indipendenti che l’uomo abbia scelto come compagni; sono loro che simboleggiano le sue passioni, che adorano le sue feste, e giacciono (quasi conoscessero anch’ essi il dolore) sui cuscini dei morti.  Paragonandoli meravigliosamente alla nostra vita, i poeti hanno trovato nella natura una religione; c’è gente che vive in campagna per imparare le virtù delle piante. Ed è proprio la loro indifferenza che ci è tanto di conforto.

 Virginia Woolf

Foto Pieffe (grazie)

16062012

Non mi interessa cosa fai per vivere. Voglio sapere per cosa sospiri e se rischi tutto per trovare i sogni del tuo cuore. Non mi interessa quanti anni hai. Voglio sapere se ancora vuoi rischiare di sembrare stupido per amore, per i sogni, per l’avventura di essere vivo. Non voglio sapere quali pianeti minacciano la tua luna. Voglio sapere se hai toccato il centro del tuo dolore, se sei rimasto aperto dopo i tradimenti della vita, o se ti sei rinchiuso per paura del dolore futuro. Voglio sapere se puoi sederti con il dolore, il mio o il tuo, se puoi ballare pazzamente e lasciarti andare all’estasi che ti riempie fino alla punta delle dita senza prevenirti di cautela, di essere realista, o di ricordarti le limitazioni degli esseri umani. Non voglio sapere se la storia che mi stai raccontando sia vera. Voglio sapere se sei capace di deludere un altro per essere autentico a te stesso, se puoi subire l’accusa di un tradimento e non tradire la tua anima. Voglio sapere se sei fedele, e quindi di fiducia. Voglio sapere se sai vedere la bellezza anche quando non è bella tutti i giorni, se sei capace di far sorgere la vita con la tua sola presenza. Voglio sapere se puoi vivere con il tuo fracasso, tuo o mio, e continuare a gridare all’argento di una luna piena. Non mi interessa sapere dove abiti o quanti soldi hai. Mi interessa sapere se ti puoi alzare dopo una notte di dolore, triste e spaccato in due, e fare quel che si deve per i bambini. Non mi interessa chi sei, o come hai fatto per arrivare fin qui. Voglio sapere se sapresti restare in mezzo al fuoco, con me, e non retrocedere. Non voglio sapere cosa hai studiato, o con chi o dove. Voglio sapere cosa ti sostiene dentro, quando tutto il resto di te non l’ha fatto. Voglio sapere se sai stare da solo con te stesso, e se veramente ti piace la compagnia che hai nei momenti più vuoti.”

attribuito ad una indiana, tribù degli Oriah 1890

POESCIENZA

http://www.repubblica.it/tecnologia/2011/07/31/news/voyager_1_nell_universo-19830718/

Ho letto l’articolo, ho titolato il post, ho pubblicato la foto e il link e anche ho scritto qualcosa.
Poi ho cancellato. Ho cercato di riscrivere altro due giorni dopo ma .. a volte le parole le devi frustare.
Ha scritto Riccardo (giuro che non lo pago, e lui lo sa).  Ricevo, dunque, e copio-incollo
(per la serie: ma devo fare sempre tutto io? 🙂 

celestepigraeanchestanca
ps: mi sento tanto giornalista “riceviamo-e-volentieri-pubblichiamo”:-)


Pesante?
Eh. Si.
Perché?
Eh, perché. Bella domanda. Perché.

L’avvenimento che quel simpaticone barbuto di Zucconi è che in questi giorni, la sonda americana Voyager-1, obsoleta da tempo, ha lasciato l’eliosfera.

Ma daaaaaaaaaaai!!! Davveeeeeero??? Graaaaande!!!
Traducendo in italiano: “hm, devo rifarmi lo smalto alle unghie”
In dialetto: “chissà quest’anno chi prende l’Inter?”
In codice Morse: …—– …. — – .-…-…-.-.-..–. – .. -…. — .. – .. — .. – .  ossia: “devo tornare a casa a farmi crescere i capelli”

Ah ok. Quindi è questo, il pesante.
Anche, forse, ma non mi riferivo proprio a questo.

Allora: Voyager 1 è una delle mille sonde mandate negli anni a giro per lo spazio.
Il loro fascino, al tempo attuale è praticamente svanito. Sono così tante che, parlando di quelle che sono nell’orbita terrestre, si comincia a parlare di inquinamento…
La “Conquista dello Spazio”è un mito che ha quarant’anni, e da tempo “non vende più”…

Ogni tanto si sente di qualcuna di queste sonde che raggiunge qualcosa, facendo qualcos’altro.
Tutto molto scontato e …noioso. Sono interessanti solo quando succede un incidente, allora, come quando succede sull’autostrada, tutti si fermano a guardare (e spesso diventano degli ineffabili e rodati esperti di propulsione aerospaziale, con laurea conseguita presso la rinomata università  “Bar Mario”).

Quindi che ci frega di Voyager?
Anche nulla, e credo sarebbe la cosa più sana, pratica, da dire.
O, viceversa si può pensare che ci sia tanta di quella roba da farsi montare le lacrime, e pensare, tra sè e sè, un “buon viaggio”.

L’eliosfera, come racconta Zucconi, è quella specie di culla che contiene il sistema solare, la zona dentro la quale il Sole fa sentire i suoi effetti, e dove questo è stato capace di costruire come minimo tutto quello che ci circonda (che i creazionisti si tappino gli orecchi pls). E’ quello che comunemente viene chiamato “sistema solare”.

E noi parliamo di “infinito” e roba così, ma fino a ieri (o meglio, al giugno ‘10), fino a che questo nostro emissario meccanico ci arrivasse, non sapevamo nemmeno cosa ci fosse “all’uscio di casa”, subito fuori appunto, dal sistema solare “questo angoletto di Universo del quale noi ci crediamo il centro, per avventurarsi dentro la Via Lattea, la nostra galassia, dentro la quale stiamo in proporzione come una moneta da dieci centesimi caduta nel territorio della Francia”

Il fascino, in parte ritrovato, per alcuni mai nemmeno sbiadito, è che Voyager 1 è l’oggetto più lontano creato dall’uomo, e si sta allontanando dal sistema solare a una velocità “folle” di 17,058 km al secondo.
Si sta dirigendo in direzione della costellazione dell’Ofiuco, ma in 33 anni non è arrivato che all’uscio di casa…  (che chissà poi come mai, pur essendo nel piano dell’eclittica, non è presente da nessuna parte nella simbologia dello zodiaco… Quindi nessun carattere particolare dei nati nell’Ofiuco, nessuna particolare sorte riservata loro dalle stelle, giovedì non sarà una giornata particolare in cui “La Luna in Ofiuco quest’oggi farà in modo che abbiate tutte le carte in regola per sedurre chiunque vi interessi. Il vostro charme e il vostro fascino, saranno veramente irresistibili. Inoltre sarete particolarmente propensi al dialogo e a fare nuove conoscenze.”
Si vede che quando scrivevano l’oroscopo avevano finito la pagina e l’Ofiuco non c’entrava più? Mah!.)

Ma … alla sua “folle velocità” gli ci vorranno circa 40.000 anni per “sfiorare”, ad una distanza di circa 1,6 anni luce, la stella AC+793888 (non ha nemmeno un nome, da tempo ormai, sono troppe per poter dare un nome a tutte….
Quindi, in realtà, va pianissimo, e le distanze sono enormemente superiori alle sue possibilità “in vita”, se non pensando che il suo viaggio abbia altri scopi e che possa durare qualche milione di anni…. non avendo significato dire “in eterno”.

E questa straordinaria avventura, anche un po’ infantile e tenera, col suo disco a 16 giri che racconta dell’uomo, della terra e della sua civiltà, chissà come poi, ci fa toccare con mano, per la prima volta fisicamente e non speculativamente, quanto enorme possa essere quello che ci circonda, sia come spazio, sia come tempo.
E come sia assolutamente ridicolo (creazionisti: assumere la configurazione precedente please!) pensare di essere noi, e le nostre tre cose che ci portiamo appresso, in qualunque modo considerarci il centro dell’Universo, come dice Zucconi nell’articolo.

Voyager 1 funzionerà fino al 2025, quando avrà raggiunto oltre 25 miliardi di chilometri di distanza dalla Terra, poi continuerà il suo viaggio.
Da parte mia i migliori auguri di buon viaggio, e… mettiti la maglia di lana!

Riccardo

PENSIERO ULTIMO


E' questo il difetto delle parole.
Stabiliamo che non c'è altro mezzo d'intenderci e di spiegarci, e finiamo con lo scoprire che restiamo a metà della spiegazione e così lontani dal comprenderci che sarebbe stato molto meglio lasciare agli occhi e al gesto il loro peso di silenzio.
Forse anche il gesto è un di più. In fin de conti, non è altro che il disegno di una parola, il muoversi di una frase nello spazio. 
Ci restano gli occhi e il loro accesso privilegiato alle apparizioni".

Josè Saramago – Di questo mondo e degli altri

PENSIERI


Mi piaceva pensare che i problemi dell'umanità potessero essere risolti un giorno da una congiura di poeti: un piccolo gruppo si prepara a prendere le sorti del mondo perché solo dei poeti ormai, solo della gente che lascia il cuore volare, che lascia libera la propria fantasia senza la pesantezza del quotidiano, è capace di pensare diversamente. Ed è questo di cui avremmo bisogno oggi: pensare diversamente.

tiziano terzani

Foto da web

“COSE” DEI CIELI


nel cielo una strada

(foto: mia)

Non sarà questa pagina enigma minore
di quelle dei Miei libri sacri
o delle altre che ripetono
le bocche inconsapevoli,
credendole d’un uomo, non già specchi
oscuri dello Spirito.
Io che sono l’È, il Fu e il Sarà
accondiscendo ancora al linguaggio
che è tempo successivo e simbolo.
Chi giuoca con un bimbo giuoca con ciò che è
prossimo e misterioso;
io volli giocare coi Miei figli.
Stetti fra loro con stupore e tenerezza.
Per opera di un incantesimo
nacqui stranamente da un ventre.
Vissi stregato, prigioniero di un corpo
e di un’umile anima.
Conobbi la memoria,
moneta che non è mai la medesima.
Il timore conobbi e la speranza,
questi due volti del dubbio futuro.
Ed appresi la veglia, il sonno, i sogni,
l’ignoranza, la carne,
i tardi labirinti della mente,
l’amicizia degli uomini,
la misteriosa devozione dei cani.
Fui amato, compreso, esaltato e sospeso a una croce.
Bevvi il calice fino alla feccia.
Gli occhi Miei videro quel che ignoravano:
la notte e le sue stelle.
Conobbi ciò ch’è terso, ciò ch’è arido, quanto è dispari o scabro,
il sapore del miele e della mela
e l’acqua nella gola della sete,
il peso d’un metallo sulla palma,
la voce umana, il suono di passi sopra l’erba,
l’odore della pioggia in Galilea,
l’alto gridio degli uccelli.
Conobbi l’amarezza.
Ho affidato quanto è da scrivere a un uomo qualsiasi;
non sarà mai quello che voglio dire,
ne sarà almeno un riflesso.
Dalla Mia eternità cadono segni.
Altri, non questi ch’è il suo amanuense, scriva l’opera.
Domani sarò tigre fra le tigri
e dirò la Mia legge nella selva,
o un grande albero in Asia.
Ricordo a volte, e ho nostalgia, l’odore
di quella bottega di falegname.

Jorge Luis Borges
Elogio dell'ombra
Tratto da Tutte le opere – vol. II
Meridiani Mondadori, 1986

NO TITLE



Apro, due minuti fa, la pagina "news" di Google:

PRIMA PAGINA

  • Parigi: la Nato avrà solo un ruolo tecnico, a noi la guida
  • Abolito aumento 1 euro al cinema
  • Intesa tra PDL e la Lega sulla mozione
     

mi sposto su: ITALIA 

  • Napolitano: chiarisca la sua posizione.
  • Con lo spostamento di Galan ai Beni culturali, l'esponente dei Responsabili ha giurato al Quirinale
  • Abolito aumento 1 euro al cinema
  • Ruby: Sì la conflitto di attribuzione ma il processo al premier non si ferma.

E … solo "dopo" Ruby:

Nube sul Nord Italia, da stasera.
ROMA – Alcune masse d'aria debolmente contaminate da materiale radioattivo rilasciato a Fukushima dovrebbero passare oggi sulla Francia e proseguire per l'Italia, che dovrebbe essere 'sorvolata' fra oggi e domani. Lo afferma il bollettino quotidiano … ecc ecc.

Prosit !

A ME

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Non incolpare nessuno,
non lamentarti mai di nessuno, di niente,
perché in fondo
Tu hai fatto quello che volevi nella vita.

Accetta la difficoltà di costruire te stesso
ed il valore di cominciare a correggerti.
Il trionfo del vero uomo
proviene delle ceneri del suo errore.

Non lamentarti mai della tua solitudine o della tua sorte,
affrontala con valore e accettala.
In un modo o in un altro
è il risultato delle tue azioni e la prova
che Tu sempre devi vincere.

Non amareggiarti del tuo fallimento
né attribuirlo agli altri.

Accettati adesso
o continuerai a giustificarti come un bimbo.
Ricordati che qualsiasi momento è buono per cominciare
e che nessuno è così terribile per cedere.

Non dimenticare
che la causa del tuo presente è il tuo passato,
come la causa del tuo futuro sarà il tuo presente.

Apprendi dagli audaci,
dai forti
da chi non accetta compromessi,
da chi vivrà malgrado tutto
pensa meno ai tuoi problemi
e più al tuo lavoro.

I tuoi problemi, senza alimentarli, moriranno.
Impara a nascere dal dolore
e ad essere più grande, che è
il più grande degli ostacoli.

Guarda te stesso allo specchio
e sarai libero e forte
e finirai di essere una marionetta delle circostanze,
perché tu stesso sei il tuo destino.

Alzati e guarda il sole nelle mattine
e respira la luce dell’alba.
Tu sei la parte della forza della tua vita.
Adesso svegliati, combatti, cammina,
deciditi e trionferai nella vita;
Non pensare mai al destino,
perché il destino
è il pretesto dei falliti.

(pablo neruda)

BI-SOGNI

 

Ci sono bisogni anzi Bisogni che sono a volte i soli bisogni, le sole cure, il solo balsamo per tante ferite, per quelle quotidiane, per i graffi di ogni giorno. Ci sono Bisogni, urgenti a volte. Questi qui
Per esempio.

CON-TATTO

(foto da web)

Nelle postume lezioni americane –  pubblicate col titolo – “L’invenzione della poesia” (In italia edito da Mondadori, 2004) – Borges afferma che:

“Un libro è un oggetto fisico in un mondo di oggetti fisici. È un insieme di simboli morti. Poi arriva un buon lettore e le parole – o, meglio, la poesia che sta dietro le parole, perché le parole in sé sono semplici simboli – tornano in vita.  Ed ecco la resurrezione della parola. (…)  Sicchè si può dire che la poesia è ogni volta una nuova esperienza. E, tutte le volte che leggo una poesia, l’esperienza accade. Ecco che cos’è la poesia”.

Il vescovo Berkeley ricorda che Borges ha detto:

il sapore delle mele non si trova nella mela che non può gustare se stessa, né nella bocca di colui che la mangia. Ci vuole un contatto fra l’una e l’altra.  Lo stesso accade nel caso di un libro, di una raccolta di libri, di una biblioteca”. 

E riferendosi alla poesia continua dicendo:

“Ogni volta che mi sono immerso nei testi di estetica, ho avuto la sgradevole impressione di leggere le opere di astronomi che non avessero mai osservato le stelle.
Voglio dire che si trattava di scritti sulla poesia come se la poesia fosse un dovere, e non quello che in realtà è: una passione e una gioia (… ) E la vita è – ne sono sicuro – fatta di poesia. La poesia non è un’estranea; la poesia è, come vedremo, sempre in agguato dietro l’angolo. Ci può balzare addosso in ogni momento. Sicché si può dire che la poesia è ogni volta una nuova esperienza. E, tutte le volte che leggo una poesia, l’esperienza accade. Ecco che cos’ è la poesia”. 

    
Dei maestri che si amano, poi, egli dice:

“Mi piacerebbe sentire le loro voci. E, qualche volta, provo a imitarle, per poter pensare come loro avrebbero pensato, li sento sempre intorno a me”.

IL PARADOSSO DEL NOSTRO TEMPO

 

Il paradosso del momento storico in cui viviamo è che abbiamo edifici più alti, ma tolleranza più bassa; autostrade più ampie, ma punti di vista ridotti; spendiamo di più, ma abbiamo meno; compriamo di più, ma ne godiamo di meno.   

Abbiamo case più grandi, ma famiglie più piccole; siamo più agiati, ma abbiamo meno tempo; abbiamo più lauree, ma meno buon senso; sappiamo di più, ma abbiamo meno giudizio; siamo più esperti, ma con più problemi; più medicine, ma meno benessere.  

Beviamo troppo, fumiamo troppo, siamo spendaccioni, ridiamo troppo poco, guidiamo troppo veloce, ci arrabbiamo più in fretta, facciamo le ore piccole, ci alziamo più stanchi, leggiamo troppo di rado, guardiamo troppa televisione e preghiamo raramente.  

Abbiamo moltiplicato i nostri beni ma ridotto i nostri valori. Parliamo troppo, amiamo di rado e odiamo spesso.  

Sappiamo come guadagnarci da vivere, ma non sappiamo vivere; abbiamo aggiunto anni alla nostra vita, ma non vita ai nostri anni. 

Siamo andati e tornati dalla luna, ma ci è difficile attraversare la strada per incontrare i nostri vicini. Abbiamo conquistato lo spazio esterno, ma non quello interiore. Abbiamo fatto cose più grandi, ma non migliori. Abbiamo ripulito l’aria, ma inquinato la nostra anima. Abbiamo scisso l’atomo, ma non i pregiudizi. 

Scriviamo di più ma impariamo meno; pianifichiamo più cose ma ne otteniamo meno. Abbiamo imparato ad affrettarci, ma non ad aspettare; abbiamo salari più alti, ma moralità più bassa; abbiamo più cibo, ma meno armonia; costruiamo più computers per contenere più informazione, per fare più copie che mai, ma comunichiamo di meno. Abbiamo migliorato la quantità ma non la qualità.  

Sono tempi di cibo veloce e di digestione lenta, di uomini alti ma bassi di carattere, di enormi profitti, ma di rapporti superficiali. 

Sono tempi di relativa pace nel mondo, ma di guerre interne; più agi, ma meno gioie; più tipi di cibo ma meno nutrimento.  

Sono giorni di doppi salari, ma più divorzi; di case sfarzose ma distrutte da separazioni. Questi sono i giorni dei viaggi veloci, dei pannolini usa e getta, della moralità da scarto, di avventure di una notte, di corpi sovrappeso e di pillole che ci esaltano, ci tranquillizzano e ci ammazzano. 

È il tempo in cui c’è molto in vetrina, ma poco in magazzino. Il tempo in cui la tecnologia vi ha portato questo articolo, ed è il tempo in cui potete o fare la differenza oppure semplicemente “saltare alla pagina successiva”.  

Il Dr. Bob Moorehead, è ex pastore della Overlake Christian Church di Seattle’s. (Ritiratosi nel 1998 dopo 29 di attività in tale chiesa). Questo saggio è apparso col titolo “The Paradox of Our Age” in “Words Aptly Spoken” la raccolta del Dr. Moorehead del 1995 di preghiere, omelie e monologhi utilizzati nei suoi sermoni e trasmissioni radiofoniche.   Titolo originale: “The Paradox Of Our Time”.

FUORI TEMA … O MEGLIO FUORI POST

Avevo letto tempo fa questo testo e ieri durante un viaggio in treno mi girottolava in testa probabilmente per la nausea di questo tempo in cui è impossibile seguire un qualsiasi telegiornale e leggere qualsiasi giornale senza avere un profondo senso di nausea. E di dispiacere per questo nostro meraviglioso, ricco eppure povero Paese. Credo che il fondo si sia toccato da un pezzo, ora si sta scavando.
E mi chiedo quando sia profondo ancora lo strato. Fino a quali bassezze potranno arrivare persone pagate per fare gli interessi di un Paese, persone che hanno in mano gli italiani, il loro futuro, le loro scuole e gli ospedali, la giustizia, il futuro dei bambini, gli anziani, le pensioni da fame e i disoccupati. Persone che hanno ricevuto la fiducia della gente, i loro voti, e che vivono con i loro soldi.

Io non voterò più. So che è una scelta profondamente sbagliata, per niente etica e anche paradossale, come paradossale è ormai tutto quanto. Ma io non ce la faccio. Non andrò di nuovo alle urne per esercitare …. cosa? Un diritto, un dovere .. entrambi. Cosa? Assistiamo ogni giorno a spettacoli teatrali di infimo livello, dove i commedianti sono puttane travestiti da attori, con chili di cerone sulla faccia, vediamo le loro bocche oscene, spalancate, urlanti, vomitanti. Facce come culi che offendono il mio cuore, la mia dignità,  la mia condizione di essere umano, calpestano i miei diritti tutti e tutti i miei valori.

Abbiamo scuole che vanno in pezzi, bambini che crescono nella solitudine, insegnanti menefreghisti quando non ignoranti come capre, ospedali dove si muore di parto o di appendicite, anziani abbandonati senza cure e mi fermo perché l’elenco è lunghissimo e diventa retorica, ma intasiamo i tribunali con i festini dei politici, spendiamo milioni in intercettazioni, non c’è differenza tra il circo equestre e una riunione del consiglio dei ministri (il minuscolo non è una svista).

L’immondizia a Napoli è la rappresentazione artistica del nostro Paese o forse .. paese.
Ha perso la dignità del P maiuscolo da un bel pezzo o forse non l’ha mai meritata. Già, perché quello che accade ora si sa, ha radici nel passato. Un tempo qualcuno ha seminato e la gramigna non nasce certo da semi di fiordaliso.

Intuĭtus

cielo-stellato

  Se ci affidiamo all’intuito
siamo come una notte stellata: fissiamo il mondo con migliaia di occhi

  (clarissa pinkola estes – donne che corrono coi lupi)

PORTE

  (foto mia: sul lago di Como, ottobre 2009)

Jorge Luis Borges

   La luna nuova.  Lei pure la guarda da un'altra porta.  

L’IRIS DI PABLO E QUELLO DI RICHARD

« Quando la spieghi la poesia diventa banale,
meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni
che può svelare la poesia ad un animo predisposto a comprenderla. »
(PABLO NERUDA)


 IL POETA E LO SCIENZIATO  (fonte citata in fondo al testo)

Ho un amico artista che alle volte dice cose con le quali non sono molto d’accordo. Magari raccoglie un fiore e dice: “Guarda com’è bello”, e sono d’accordo; ma poi aggiunge: “Io riesco a vedere che è bello proprio perché sono un artista; voi scienziati lo scomponete in tanti pezzi e diventa una cosa senza vita”, e, allora penso che abbia le traveggole. Per cominciare, la bellezza che vede lui è accessibile a chiunque e quindi anche a me, credo. Non avrò un senso estetico raffinato come il suo, ma sono comunque in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Per di più vedo nel fiore molte cose che lui non riesce a vedere. Posso immaginare le cellule, là dentro, e i complicati meccanismi interni, anch’essi con una loro bellezza. Non esiste solo la bellezza alla dimensione dei centimetri, c’è anche su scale più piccole, nella struttura interna, o nei processi. Il fatto che i colori dei fiori si siano evoluti per adescare gli insetti impollinatori, ad esempio, è interessante: significa che gli insetti vedono i colori. E allora uno si chiede: il senso estetico dell’uomo vale anche per le forme di vita inferiori? Perché è estetico? Domande affascinanti che mostrano come una conoscenza scientifica in realtà dilati il senso di meraviglia, di mistero, di ammirazione suscitati da un fiore. La scienza può solo aggiungere; davvero non vedo come e che cosa possa togliere.

Le frasi che avete appena letto sono di Richard Feynman, uno dei più grandi scienziati del secolo appena passato. Descrive molto bene lo stupore che “lo scienziato” prova quando “il poeta” lo accusa di non vedere la bellezza delle cose e addirittura di distruggere tale bellezza con “l’arida scienza”. E nota come ad esempio il poeta non sia in grado di vedere il bello ad esempio nel meccanismo della fotosintesi o nel teorema di Pitagora.

I poeti sostengono che la scienza tolga via la bellezza dalle stelle – ridotte a “banali” ammassi di gas. Non c’è nulla di “banale”. Anche io posso vedere le stelle nella notte deserta, e sentirle. Ma vedo di meno o di più? La vastità dei cieli estende la mia immaginazione. Bloccato su questa giostra il mio piccolo occhio può catturare luce vecchia di un milione di anni. Un grande disegno di cui sono parte…

…Qual è il disegno, o il significato, o il perché? Non sminuisce il mistero conoscerne un po’. Poiché la verità è ancor più meravigliosa di quanto ogni artista del passato abbia mai immaginato. Perché i poeti moderni non ne parlano? Che uomini sono quei poeti che possono parlare di Giove come se fosse un uomo ma se invece è una enorme sfera rotante di metano e ammoniaca rimangono muti?

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/03/23/il-poeta-e-lo-scienziato/

L’altro giorno ho visto delle immagini, bellissime, di Saturno (sarà che è il mio pianeta, mi piace tanto) e di una delle sue Lune, Encelado, che è bellissima. Sembra un organo, è bianco, venato di azzurro: le “vene” sono profondi solchi, sono geyser, vivi, attivi, probabilmente “responsabili” della formazione di uno degli anelli di Saturno. Ci sono  immagini spettacolari, riprese dalla sonda Cassini. Affascinanti, davvero.

Ma quando guardo un cielo stellato riesco a guardarlo con la pancia, con il cuore, con i sensi, riesco ad immaginare di essere lassù, come il Piccolo Principe, e navigare tra galassie, pianeti, nebulose e stelle, tra milioni di stelle.
E penso che ho una rosa a casa mia che è la Terra. La sera, prima di addormentarmi penso spesso alle stelle, ne ho alcune appiccicate al muro di fianco al mio letto: sono luminose, si caricano di giorno con la luce.
Per me le stelle sono stelle e basta, sono misteriosi punti di luce pieni di magia, terre di brillantini oppure sono luce che filtra attraverso il manto bucherellato della notte densa per farci capire che oltre, c’è luce e luce luce.
O per ricordarci che c’è una seconda parte di noi, lassù, che aspetta noi. Quando sto per addormentarmi, spesso penso che durante magari, durante il sonno, raggiungo ogni volta l’altra parte di me, quella che si trova là, proprio tra le stelle.

Quando vedo un fiore è un fiore, una meraviglia della Natura. Può essere simile a me, come lo è un Iris: ha petali che proteggono profondità delicate e scure, contiene qualcosa di speciale. Non vedo cellule, ma cerco e trovo la relazione con le persone, con l’anima di chi lo ha coltivato, la cura che gli ha dedicato, la delicatezza di quelle mani che gli hanno permesso di fiorire, di esistere, di propagarsi anche. Penso al legame.

Trovo la relazione con il corpo umano che lo ricorda o che gli somiglia, oppure con la musica che può evocare: un margherita evoca una melodia allegra, una rosa rossa un requiem,  per me, una melodia greve, triste, solenne.
E’ soggettivo, tutto passa attraverso il filtro delle sensazioni che giocano con le associazioni.  E tutto è cucito da quel filo invisibile che lega le cose della terra con quelle del cielo.

Buona notte a tutti, buone stelle.

PAGURI E PRESEPI




Non amo il Natale, l’ho già detto, e spiegato le ragioni.
Anche quest’anno, sarò il solito paguro. A parte il giorno di Natale che trascorro in famiglia (siamo 7 in totale, come i nanetti:-) fino a tardo pomeriggio (la sera di solito è mia, nella mia casa o a passeggiare per il paese – deserto -) gli altri giorni sono, per me, giorni normali, capodanno compreso. Non ho nemmeno ricordi speciali di tempi passati: mia mamma non amava particolarmente questo periodo anche se ho avuto la mia dose di magia. Con Gesu’ Bambino (non Babbo Natale), il presepe, la messa a mezzanotte, la neve e i nonni spesso a casa nostra.
Da adulta, giorni più “miei”: montagna, passeggiate nelle pinete imbiancate, il camino di casa mia, gli amici piu’ cari.

Mi piacciono le favole, le storie, e in questi ultimi anni qualche volta mi accade di ritrovarne il sapore con la mia nipotina: le leggo e lei e a volte ne invento.

Questo è un racconto che somiglia un po’ a una favola. Un ricordo d’infanzia che comprende la magia e il calore di quei Natali che le grandi città hanno dimenticato. Nei paesi invece si fanno ancora i presepi, nelle case e anche nelle piccole piazze, come nei giardini delle villette.
Sir Biss vive sul lago, non il mio ma  “l’altro”.  Tra Milano Varese Como i laghi sono due: il “mio” che è il Lario (Lago di Como) e l’altro, il “Verbano” ovvero il Lago Maggiore. Sono piuttosto vicini, simili anche se con  personalità differenti. In ogni caso entrambi profondamente diversi, per esempio, dal Lago di Garda.

800066-portacandele-angelo-in-cristallo-h-18-cm-ottaviani-homeTra un mese e’ Natale. Di nuovo.
Passando da un negozio addobbato, ho visto un piccolo presepe in vetrina e, come ogni volta quando arrivano le feste, ho pensato  a te.
Le feste di Natale erano la tua (e nostra) gioia e la dannazione (in senso buono) della mamma.  Infatti, due mesi prima, partivi con il tuo motorino per raccogliere radici, muschio, alberelli e quant’altro potesse servire per il presepe.
Portavi a casa di tutto, anche tronchi di una certa dimensione, dicendo con autorità’: ‘questo mi serve per costruire la casetta vicino al lago’.
E la mamma si disperava per tutto quanto tu lasciavi in giro per casa. Portavi del muschio bellissimo, ricordo sempre il profumo che emanava, come mi ricordo di quanta attenzione e cura mettevi nel far nascere ogni singolo pezzo del nostro presepe.  La grotta di Gesù doveva essere ogni anno più’ bella e simile a una grotta vera, le casette avevano tutte rigorosamente la luce vera, il mulino ovviamente l’acqua che scorreva.
Poi c’era il pescatore che lanciava  la sua esca nel laghetto e il boscaiolo che tagliava (davvero) la legna. Tutti i personaggi del presepe erano ‘vivi’.    Nel caminetto dentro alla casa, una lampadina imitava persino il fuoco acceso.
Costruivi con le tue mani ponti, ponticelli, panchine e persino mobili in miniatura che mettevi, non so come dato le tue grosse mani, dentro alle casette. Gli ultimi giorni eri nervoso come un artista prima del debutto e la mamma  ed io dovevamo darti gli ultimi consigli su come mettere i personaggi o le pecore.
Poi, una decina di giorni prima di Natale, accendevi le luci e…spettacolo!    In tanti venivano a farci visita per vedere  il presepe.
Ricordo che persino Don Ruggero portava i bambini dell’oratorio.  I piccolini rimanevano a bocca aperta ad osservare e i grandi si complimentavano con te.
Tu eri felice come un bambino e dicevi che, in fondo, era solo un presepe.  Modesto, come sempre.
E io passavo un mese con Gesù, Giuseppe, Maria, le pecore e tutti i personaggi.
Gia’.  Perché’ il nostro grande presepe lo costruivi nella mia altrettanto grande camera da letto. E, la notte, sognavo che tutti i personaggi uscivano e se ne andavano in giro per casa.
Poi mi svegliavo e correvo a controllare.  Erano ancora li’, a farmi compagnia.
Quel presepe mi manca tanto, anche tu, papa’.

(sir biss http://odoredilago.splinder.com/)

PENSIERI

 

inchino al sole

(foto mia: Cavtat – HR – ago 2009)

Lenta l'acqua scorreva dal passato al presente;
fiumi di vita si manifestavano dal tempo per insabbiarsi nell'eternità.
Fluivano i pensieri nascosti, si ridestavano antichi sortilegi.
La notte ci accolse serena, presàga di fughe, di amori, di intense evocazioni. 
Una moltitudine di anime ci fece coraggio, uno stuolo di presenze ci concesse ospitalità. 
Migrammo verso il mattino pagaiando tranquilli.
Nulla e nessuno sulle rive.
Solo il fiume, immenso e lento testimone del nostro sogno.

Ben Okri (scrittore nigeriano)
Flowers and Shadows

***  

Quale voce viene sul suono delle onde che non è la voce del mare?
È la voce di qualcuno che ci parla, ma che, se ascoltiamo, tace, proprio per esserci messi ad ascoltare.
E solo se, mezzo addormentati, udiamo senza sapere che udiamo, essa ci parla della speranza verso la quale, come un bambino che dorme, dormendo sorridiamo.
Sono isole fortunate, sono terre che non hanno luogo, dove il Re vive aspettando.
Ma, se vi andiamo destando, tace la voce, e solo c'è il mare.

Fernando Pessoa  

MONTEDIDIO

Napoli, una città dove è difficile avere le ali, e dove i bambini le perdono troppo presto, dove  la giornata è nù muorzo.

Un ragazzo la notte di capodanno lancia il suo bumeran, arrivato dall’ammerica custodito sotto la giacca per tanto tempo, un oggetto di legno, vivo, che è stato un amico, un compagno fedele, un conforto, come lo è stato il rotolo di carta avuto in dono dal tipografo su cui annotava ogni giorno la vita.
La annotava in italiano, la vita,  anche se lui parlava il dialetto, perchè l’italiano è una lingua zitta, cui possono riposare le parole, lontane dal chiasso di Napoli. 

Il lancio è il grido che segna il passaggio da ragazzo a uomo. E’ un addio che accompagna un altro volo, il volo dell’amico Rafaniello, ciabattino – che aiutava la gente a camminare senza dolore–  annunciatogli da un angelo tempo addietro.
Le ali gli crescevano dentro la gobba, a Rafaniello: un giorno si sarebbe schiusa come un uovo e allora, spiegando le ali, Rafaniello sarebbe finalmente tornato a casa, nella sua Israele, paese che ha perso tutti i suoi bambini.
Resteranno per terra, la sera dei botti, sul punto più alto di Montedidio, due piume e un paio di scarpe.

E il lancio è anche la consapevolezza del cambiamento, della comprensione dell’ammore di Maria, Maria che dice “m’importa di te”.
E’ anche l’accettazione del dolore per la morte della mamma e il riscatto per l’infanzia negata.
La sera di San Silvestro insieme al bumeran lancia anche il suo cuore, e la sua pelle di ragazzo, rispondendo all’ammore di  Maria con le stesse parole:  “m’importa di te”.
Un lancio pieno di simboli, uno sguardo verso il futuro, una sfida, una speranza, un volo, appunto, oltre Montedidio, oltre il rotolo scritto, oltre i vicoli, oltre il mare, oltre il dolore e la miseria.

Poesia.
Dal brulichio dei vicoli fino in cima a quel rilievo di tufo che è Montedidio.
Dagli insegnamenti sulla vita e le cose di Don Rafaniello, a quelli di Mast’Errico, il padrone della bottega di falegnameria dove il ragazzino lavora  e cresce  (perché non basta portà ‘e sorde a casa p’esser ommo).

Poesia sul terrazzo in cima a Montedidio, dove tra panni stesi e reti di stelle scopre l’ammore.

Poesia il quotidiano vivere, povero di tutto, ricco di sogni.

LIBRI SU STRADA

libri

(immagine dal web)

Ho seguito, ieri sera per intero, e questa sera solo per una parte, il quiz televisivo condotto da Gerry Scotti “Chi vuol essere milionario”.
I miei orari mi consentono di seguire gli ultimi venti-trenta minuti della trasmissione, mentre preparo la tavola. E’ ben condotta, nessuno urla, si imparano cose e perchè no, ci si misura. Una piccola sfida personale.

Ci provano in tanti, soprattutto sono persone laureate, molti sono insegnanti.
Ieri sera e questa sera ci ha provato un uomo che nella vita fa il camionista. Una faccia simpatica, accento lombardo marcatissimo, sorriso aperto, spontaneo: una persona al naturale, insomma. E davvero preparata. Con semplicità e naturalezza ha risposto alle domande raggiungendo un traguardo che non molti riescono a raggiungere.

Diceva di aver una grande passione per la lettura, affermando di “leggere libri in quantità industriali”. Frequenta le biblioteche e se si trova sprovvisto di carta stampata, “leggerebbe perfino pezzi di carta per terra.” Una speciie di droga, insomma. Una buona droga.

Chapeau al Signor Giuseppe e complimenti per il traguardo raggiunto che, tra l’altro, sarebbe raddoppiato se solo fosse stato un pelo più temerario.
Già, perché avrebbe risposto correttamente anche alla domanda a seguito della quale ha poi deciso di lasciare. La sapeva, accipicchia, ma anche il sapersi fermare merita un encomio. A lui e a quelli come lui la mia stima e la mia simpatia.

Un signor Giuseppe solo non basta per far crollare un po’ di pregiudizi però credo che ce ne siano parecchi di signor Giuseppe. Certamente non tanti quanti gli insegnanti ignoranti, ahinoi.

(Forse Borges annoverebbe anche qualche signor Giuseppe tra quelli che stanno salvando il mondo?)

A proposito di insegnanti: la mia nipotina, seconda elementare, l’altro giorno mi ha detto che la sua insegnante di religione ha affermato quanto segue: “Solo gli uomini hanno un’anima. Gli animali no. Pertanto dopo la morte gli uomini vivono eternamente ma non gli animali” .   
(!!!!!!  ndr)

Invece, a proposito di libri e di lettura quindi più in linea con il post, da “Una storia di amore e di tenebra”di Amos Oz, autobiografico, riporto questo passo.

“(…) mamma mi disse che i libri erano capaci di cambiare, con gli anni, proprio come cambiano le persone, ma con la differenza che le persone, quasi tutte, prima o poi finisce che ti abbandonano, quando arriva il giorno in cui non ricavano da te più nessun profitto o piacere o interesse o quanto meno un buon sentimento, mentre i libri, loro non ti abbandonano mai.
Tu sicuramente li abbandoni di tanto in tanto, i libri, magari li tradisci anche, loro invece non ti voltano mai le spalle: nel più completo silenzio e con immensa umiltà, loro ti aspettano sullo scaffale.
Aspettano financo decenni. Senza lamentarsi. Finchè un giorno, magari alle tre di notte, hai improvvisamente bisogno di uno di loro, e anche se magari l’hai abbandonato, quasi cancellato dalla tua mente, per anni e anni, lui non ti delude, scende dal suo posto e ti sta accanto, nel momento del bisogno.
Senza sussiego, senza inventarsi delle scuse, senza domandare a se stesso se gli conviene e lo meriti e se gli vai ancora bene, viene a te non appena lo chiami. Non ti tradisce mai.”

crepuscolo    
(foto mia: Crepuscolo)

Abbiamo perso anche questo crepuscolo.
Nessuno ci ha visto stasera mano nella mano
mentre la notte azzurra cadeva sul mondo.
Ho visto dalla mia finestra
la festa del tramonto sui monti lontani.
A volte, come una moneta
mi si accendeva un pezzo di sole tra le mani.
Io ti ricordavo con l’anima oppressa
da quella tristezza che tu mi conosci.
Dove eri allora?
Tra quali genti?
Dicendo quali parole?
Perché mi investirà tutto l’amore di colpo
quando mi sento triste e ti sento lontana?
È caduto il libro che sempre si prende al crepuscolo
e come cane ferito il mantello mi si è accucciato tra i piedi.
Sempre, sempre ti allontani la sera
e vai dove il crepuscolo corre cancellando statue

Pablo Neruda – da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”

J.L.B.

magica

(foto mia – "Magica"  – Aprile 2009, Praga)
Dire una cosa è troppo poco. Le cose bisogna viverle. Franz Kafka

I giusti

Un uomo che coltiva il suo giardino, come voleva Voltaire.
Chi è contento che sulla terra esista la musica.
Chi scopre con piacere una etimologia.
Due impiegati che in un caffè del Sur giocano in silenzio agli scacchi.
Il ceramista che premedita un colore e una forma.
Il tipografo che compone bene questa pagina che forse non gli piace.
Una donna e un uomo che leggono le terzine finali di un certo canto.
Chi accarezza un animale addormentato.
Chi giustifica o vuole giustificare un male che gli hanno fatto.
Chi è contento che sulla terra ci sia Stevenson.
Chi preferisce che abbiano ragione gli altri.
Tali persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo.

(Jorge Luis Borges – da La cifra (1981)
Tratto da Tutte le opere – vol. II – Meridiani Mondadori, 1986)

   biancoluce   
(foto mia: biancoluce)

ALBERI

L’ho letto lo scorso luglio, durante un viaggio in treno. Si legge in meno di un’ora.

E’ una storia di impegno, di Amore, di perseveranza, di volontà. Alla fine c’è il premio per tanta fatica e tanta costanza. Un premio inaspettato. Perchè è bello quando arriva qualcosa che non hai chiesto, qualcosa che non ti aspettavi perchè è bello quando fai qualcosa perchè ci credi e basta. 

Un po’ come quando si ama senza aspettarsi niente. Che poi, per me, è la sola forma di Amore.

Ho dedicato molta cura, sempre, al mio lavoro. L’ho fatto per tanti anni senza badare all’orario, alla stanchezza, agli altri impegni. Non mi sono mai pentita di questo, perchè sono sempre stata convinta che si sta bene quando si fanno le cose bene, e che il premio è nella consapevolezza di “avere lavorato bene“.

Ma capita che ci si trova a confrontarsi con l’arroganza, la presunzione, con la mancanza di rispetto per la persona che sei, non solo per il lavoro che fai. 
Allora quando accade questo, resiste un sapore amaro in bocca e ti volti indietro e vedi tutti i tuoi alberi piantati, li riconosci uno ad uno, sapresti dire, per ognuno, che tempo faceva quando lo hai piantato; di ognuno conosci le sfumature, i segni sul tronco, l’odore del legno.

E davanti vedi un deserto, arido.
E senti che non hai più voglia di piantare niente ma non hai nemmeno più voglia di camminare in un deserto.

Da Wikipedia

L’uomo che piantava gli alberi
Titolo originale L’homme qui plantait des arbres  Autore Jean Giono  – 1ª ed. originale 1953

È la storia di un pastore che, con impegno costante, riforestò da solo un’arida vallata ai piedi delle Alpi, vicino alla Provenza, nella prima metà del XX secolo. Il racconto è piuttosto corto – 3400 parole nella traduzione italiana.
 
Trama
La storia è narrata da un uomo che rimane anonimo per tutto il racconto (anche se è stato suggerito che si tratti dell’autore stesso, Jean Giono, ma non vi è alcuna certezza).

La storia ha inizio nel 1910, quando il giovane narratore intraprende un’escursione in solitaria attraverso la Provenza, in Francia, arrivando fin sulle Alpi.
Il narratore finisce le scorte d’acqua in una vallata deserta e senza alberi, dove cresceva ovunque solo lavanda selvatica, senza alcun segno di civilizzazione, eccetto alcune strutture ormai abbandonate. Il ragazzo incontra un pastore di mezza età, che gli mostra una sorgente d’acqua che conosceva.

Curioso riguardo al pastore e alla vita solitaria che conduceva, decide di restare presso di lui per alcuni giorni. Il pastore, divenuto vedovo, aveva deciso di migliorare la landa desolata in cui viveva facendovi crescere una foresta, un albero per volta.
Il pastore, che si chiamava Elzéard Bouffier, aveva piantato oltre 100mila querce; di queste, si aspettava che ne restassero in vita solo 10mila.

Il narratore torna a casa, e più tardi si arruola come soldato nella prima guerra mondiale.
Nel 1920, traumatizzato e depresso, l’uomo torna dal pastore, ed è sorpreso alla vista di migliaia di alberelli in tutta la vallata, e nuovi torrenti dove non scorreva più acqua da anni.
Da quel momento, il ragazzo tornerà a trovare Elezéard Bouffier ogni anno. Bouffier nel frattempo aveva cambiato mestiere, dato che il gregge di pecore rischiava di rovinare la sua opera, si iniziò a dedicare all’agricoltura.

Per quattro decenni, Bouffier ha continuato a piantare alberi, prima querce, poi faggi e betulle, e la valle si trasformava lentamente in una sorta di Giardino dell’Eden.

La vallata ha ricevuto protezione ufficiale dopo la prima guerra mondiale (le autorità credevano che la rapida crescita della foresta fosse uno strano fenomeno naturale, poiché non sapevano del lavoro dell’uomo), e più di 10mila persone tornarono a viverci.

Il narratore vede Bouffier per l’ultima volta nel 1945, ormai molto vecchio. L’uomo che piantava gli alberi morirà felicemente nel 1947, in un ospizio a Banon.

POTERI

Dagli occhi di un bambino decollano gli aeroplani.
Se chiudesse gli occhi cadrebbero

.

Solo il suo stupore li mantiene sospesi,
la sua piccola mano li innalza, il suo cuore li muove e li allontana.

Senza un bambino appiccicato ai vetri, alle alte ringhiere di una terrazza adulta,
gli aeroporti morirebbero d’orrore.

Un bambino non potrà mai pronunciare la parola “aeronautica”
ma da lui dipenderà l’imitazione dell’uccello.

Un bambino non saprà calcolare le distanze ma è lui la garanzia del ritorno.

Ogni aeroporto deve avere un bambino incollato ai vetri, accanto agli altoparlanti,
dovunque si acquatti la paura.

Grazie a lui durerà meno lacrime il rientro di tutti,
dorrà meno baci l’addio delle madri e le hostess potranno prescindere da avvisi insulsi.

Un aeroplano per aria sono molti bambini che guardano l’orizzonte.

Alexis Diaz Pimienta

.

NEI CUORI

L’altro giorno leggevo che Re Artù disse ai suoi Cavalieri:

“Siamo dovuti andare in cerca di avventure in giro per il mondo perchè non eravamo più in grado di viverle nei nostri cuori”.

.

SILVIA, PAROLE E SUONI

 


 

La fotografia del cielo del post precedente, aderisce all’articolo di cui al file in fondo a questo post.  Lei è Silvia, 25 anni, maturità scientifica ma poi  ……  la rincorsa al sogno. Quindi scuola di “Cinema, Televisione e nuovi media”.  Vuole scrivere per il teatro. Ho il piacere di conoscerla da quando aveva otto anni: abbiamo amici in comune, e anche altre cose; lei scrive, scrive da tanto tempo, e per ora lo fa solo per sé. Le ho suggerito di aprire un blog, perché persone che scrivono come scrive Silvia, lasciano tracce piacevoli da seguire, da trovare ogni tanto.
Non so se lo farà: Silvia è riservata, forse un po’ troppo ma è anche molto giovane. Le occorre fiducia, consensi, e per questo bisogna esporsi. Infatti ha scritto questo articolo, sul giornale locale di Laveno, una bella località sulla riva del Lago Maggiore.
Ha un taglio giornalistico, è la cronaca di un avvenimento, protagonisti i libri, quindi una delle passioni di Silvia.
E questa passione, leggendo il suo articolo, la si sente, la si sente eccome.
Ho trovato bellissimi alcuni passaggi: ne cito uno ” I libri servono ad essere in alto, più in alto della luna”. Ecco la relazione con la foto del cielo. E poi ancora: “I libri non sono solo teste chinate. Sono vita”

In bocca al lupo Silvia:
io aspetto il tuo blog, aspetto altre parole scritte. Perché … perché sì, le parole hanno un suono.  E a volte anche un odore, un sapore. Sanno essere melodia, sanno essere medicina, balsamo e sanno far vibrare anche le corde più profonde. Hanno un potere, magico, a volte. I libri sanno portare, come dici tu, in alto nel cielo, più in alto della luna. Ti sanno portare a cavalcare le stelle, oppure in mezzo ai folletti e fate dei boschi di una infanzia che è sempre un po’ dentro ognuno di noi. I libri sono conoscenza, rifugio, apertura. Sono un paio di ali, due guanciali e, a volte, la sola casa che hai.
Sono abbraccio, cibo e acqua e sale e terra, Volo, calore, ristoro, riparo. E le Parole sono comunicazione come lo è anche a volte l’assenza di Parole. A stabilire relazioni tra persone che sono fatte di parole, di gesti, di suoni, di silenzi a fare le Storie, bellissime Storie di uomini e donne.  Qui di seguito, l’articolo di Silvia.

LE PAROLE SCRITTE HANNO UN SUONO?

Bastava essere presenti a Laveno il 12 giugno dalle ore 17 per trovare la risposta. E non poteva che essere affermativa: si è svolta infatti la manifestazione Fuori chi legge!. L’anno scorso la manifestazione aveva preso vita nel Parco di Sesto Calende ottenendo un notevole successo: quest’anno è stata Laveno la location scelta e il suo successo non è stato da meno. La manifestazione ha lo scopo di avvicinare alla lettura quella fascia di ragazzi dai 15 ai 25 anni che per vari motivi si sono allontanati dal mondo dei libri e dal suo splendore. I libri non sono solo pagine e inchiostro. Non sono solo teste chinate. Sono vita. Fluidi in grado di attraversare lo spazio e il tempo. Sono note silenziose che sanno farsi sentire anche senza il bisogno di alzare la voce. Ma coma fare a comunicarlo a che anche per pigrizia se ne è allontanato? “L’Armata” guidata dal Sistema Bibliotecario dei Laghi e tre “agguerrite” cooperative  (Naturart, L’Aquilone e Cooperativa Lotta Contro L’Emarginazione) hanno promosso insieme a un vasto numero di associazioni, tra cui anche noi della Consulta dei giovani di Laveno Mombello, in questa che più che una manifestazione chiamerei quasi “magia”. Perché i libri sono anche musica, laboratori, spettacoli, incontri. Dentro i libri ci sono parole e dentro le parole c’è un pulsare d’energia infinita. Dalle ore 17 partendo dal piazzale del traghetto, passando per tutto il lungolago sino alla biblioteca e al suo parco si è potuto assistere ad uno spettacolo strepitoso. Laboratorio di illustrazione per dare forma alle parole. Laboratorio di musica hip hop per dare musica alle stesse. Concerti di gruppi emergenti della zona e di gruppi famosi come Maxi B e il reggae dei Franziska perché le note sono parole che sanno arrivare lontano. Emozionante la lunga striscia di carta di Ivan. Poesia di strada dove ognuno era libero di esprimere se stesso. All’interno della biblioteca”Antonia Pozzi” e nel parco della Villa Frua  rendevano vita i dibattiti con i giovani autori della zona e i reading,percorsi interattivi dove musica e parole sapevano fondersi in una cosa sola. E mentre la notte prendeva posto anche tra gli scaffali della biblioteca ecco il concerto lettura di Giulio Casale e i Deskarados che ci accompagnavano nel viaggio di Davide Musci. Per tutta la manifestazione la Consulta dei Giovani in collaborazione con l’oratorio di Mombello ha gestito l’infopoint e l’innovativa “Bilancia dei libri”. I libri hanno un peso. Non dimentichiamolo. Fame di sapere? Non solo. L’EduBar ha garantito ottimi piatti per tutti. Per chi non era presente c’era la web tv radio che ha realizzato la telecronaca dell’intera manifestazione,altro che campionati del mondo di calcio. E le riprese realizzate da una troupe di giovani ha permesso di rendere indelebile Fuori chi Legge!.  Perdersi? Facile: la bellezza dei libri serve proprio a quello. Per poi ritrovarsi. Un po’ diversi.  Seduti su quel muretto per vedere lontano i confini del lago. In alto. I libri servono proprio a questo. A essere più in alto. Più in alto della luna. Perché chi legge non esca solo una volta l’anno, ma sempre.

 

TRA CIELO E TERRA

 Il cielo è di tutti
(di Gianni Rodari)

Qualcuno che la sa lunga mi spieghi questo mistero:
il cielo è di tutti gli occhi di ogni occhio è il cielo intero.
E’ mio, quando lo guardo.
E’ del vecchio, del bambino,
del re, dell’ortolano, del poeta, dello spazzino.
Non c’è povero tanto povero che non ne sia il padrone.
Il coniglio spaurito ne ha quanto il leone.
Il cielo è di tutti gli occhi, ed ogni occhio, se vuole,
si prende la luna intera, e stelle comete, il sole.
Ogni occhio si prende ogni cosa e non manca mai niente:
chi guarda il cielo per ultimo non lo trova meno splendente.
Spiegatemi voi dunque, in prosa od in versetti,
perché il cielo è uno solo e la terra è tutta a pezzetti.

(foto: celeste)

BORGES – parte seconda

La pubblicazione precedente e i commenti che ne sono seguiti chiedono un riscatto.
Le traduzioni sono importanti, lo sappiamo bene. Una traduzione non solo può far perdere le sfumature (e sappiamo quanto sfumature e dettagli siano essenziali), ma può stravolgere totalmente un concetto.
Per non parlare poi di alcuni aforismi estrapolati a volte dal contesto.
Significa quindi attribuire a qualcuno qualcosa che non ha mai detto, nè voluto dire, nè pensato. E che non ha il diritto di replica.
Una cosa simile accade quando qualcuno cerca di spiegarti i tuoi pensieri, o le tue emozioni, il tuo dolore o la tua gioia. Può essere dissacrante, invasivo, offensivo. Come uno stupro.

Personalmente non ritengo che la traduzione del post precedente sia enormemente distante dal testo originale, ma dovrei possedere una conoscenza di Borges (che non ho)  per cogliere cose che invece altri hanno colto e segnalato.
Devo ai lettori di Controluce, a chi è intevenuto ma soprattutto a Borges stesso la pubblicazione del testo originale.
Segue una traduzione che non ha avuto la pretesa di tagliare, correggere o stravolgere.

Grazie a tutti per  l’attenzione e anche per l’affetto che si rinnova su questo spazio perchè sono le sole ragioni per cui questa “lavagnetta” esiste.
Alcuni restano, passano sempre e si fermano per una sosta. Altri sono passati,  altri ancora passano regolarmente senza lasciare tracce visibili ma lasciano dentro comunque un respiro che è parte del respiro che alimenta questo posto.
Un posto che non significa nulla, che non ha pretese nè obiettivi nè fini  se non la bellezza della condivisione, della comunicazione tra persone che si vogliono trovare insieme per qualche istante.


Il testo vero.
Carta a un amigo

No puedo darte soluciones para todos los problemas de la vida, ni tengo respuestas para tus dudas o temores, pero puedo escucharte y buscarlas junto a ti. No puedo cambiar tu pasado ni tu futuro. Pero cuando me necesites, estaré allí.

No puedo evitar que tropieces. Solamente puedo ofrecerte mi mano para que te sujetes y no caigas.
Tus alegrías, tu triunfo y tus éxitos no son míos.
Pero disfruto sinceramente cuando te veo feliz.

No juzgo las decisiones que tomas en la vida. Me limito a apoyarte, a estimularte y a ayudarte si me lo pides. No puedo impedir que te alejes de mí. Pero si puedo desearte lo mejor y esperar a que vuelvas.

No puedo trazarte límites dentro de los cuales debas actuar, pero sí te ofrezco el espacio necesario para crecer. No puedo evitar tus sufrimientos cuando alguna pena te parte el corazón, pero puedo llorar contigo y recoger los pedazos para armarlo de nuevo.

No puedo decirte quién eres ni quién deberías ser. Solamente puedo quererte como eres y ser tu amigo. En estos días ore por ti… En estos días me puse a recordar a mis amistades más preciosas.

Soy una persona feliz: tengo más amigos de lo que imaginaba. Eso es lo que ellos me dicen, me lo demuestran. Es lo que siento por todos ellos. Veo el brillo en sus ojos, la sonrisa espontánea y la alegría que sienten al verme. Y yo también siento paz y alegría cuando los veo y cuando hablamos, sea en la alegría o sea en la serenidad, en estos días pensé en mis amigos y amigas y, entre ellos, apareciste tú.

No estabas arriba, ni abajo ni en medio. No encabezabas ni concluías la lista. No eras el número uno ni el número final.

Lo que sé es que te destacabas por alguna cualidad que transmitías y con la cual desde hace tiempo se ennoblece mi vida.

Y tampoco tengo la pretensión de ser el primero, el segundo o el tercero de tu lista. Basta que me quieras como amigo. Entonces entendí que realmente somos amigos. Hice lo que todo amigo: Ore… y le agradecí a Dios que me haya dado la oportunidad de encontrar aalguien como tú. Era una oración de gratitud: Tú has dado valor a mi vida…

Lettera ad un amico

Non posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita, ne ho risposte per i tuoi dubbi o timori,
ma ti posso ascoltare, e cercarle con te.

non posso cambiare il tuo passato ne il tuo futuro
ma quando hai bisogno di me, posso essere lì

Non posso evitarti di inciampare.
posso solo offrirti la mano, perchè ti sorregga e non cada

Le tue allegrie, il tuo trionfo e i tuoi risultati non sono i miei
ma sono sinceramente contento quando ti vedo felice

Non giudico le decisioni che prendi nella tua vita
mi limito a sostenerti, a stimolarti ed ad aiutarti, se me lo chiedi

Non posso impedire che ti allontani da me
ma posso desiderare per te il meglio, e sperare che cambi idea

Non posso dirti entro quali limiti devi muoverti.
ma ti offro lo spazio perche ti accresca 

Non ti posso evitare la sofferenza, quando un dolore ti spezza il cuore,
Ma posso piangere con te, e raccogliere i frammenti per rimontarlo

Non posso dire chi sei ne chi dovresti essere.
posso soltanto volerti come sei ed esserti amico

Ho pregato per te, in questi giorni
in questi giorni che ho iniziato a pensare alle mie amicizie più preziose

Sono una persona felice: ho più amici di quanti immaginassi.

Questo mi dicono, mi dimostrano.
Questo io sento per tutti loro

Vedo il brillare degli occhi,
il sorriso spontaneo e l’allegria che alla fine sentono
E anch’io sento pace ed allegria, quando li vedo e quando parliamo,

Nell’allegria e nella serenità, in questi giorni ho pensato ai miei amici e amiche
sei comparso fra loro

Non eri il migliore, non il peggiore ne nella media
non iniziavi ne concludevi la lista
non eri il numero uno ne l’ultimo

Ciò che sei ti distaccava, per qualcosa che trasmetti e che da tanto tempo mi nobilita la vita

Non pretendo di essere primo, secondo o terzo della tua lista, mi sufficiente che mi sia amico

Allora ho capito che amici siamo realmente. 
Fallo anche tu, amico: prega…
e ringrazia Dio per averti dato l’opportunità di incontrare qualcuno come te.

Era una preghiera di gratitudine: Tu hai dato valore alla mia vita …

BORGES


(Foto: celeste)

Non posso darti soluzioni per tutti i problemi della vita
Non ho risposte per i tuoi dubbi o timori, però posso ascoltarli e dividerli con te.

Non posso cambiare nè il tuo passato nè il tuo futuro, però quando serve starò vicino a te.

Non posso evitarti di precipitare,
solamente posso offrirti la mia mano perchè ti sostenga e non cadi.

La tua allegria, il tuo successo e il tuo trionfo non sono i miei.
Però gioisco sinceramente quando ti vedo felice.

Non giudico le decisioni che prendi nella vita,
mi limito ad appoggiarti, simolarti ed aiutarti se me lo chiedi.

Non posso tracciare limiti dentro i quali devi muoverti,
però posso offrirti lo spazio necessario per crecere.

Non posso evitare la tua sofferenza, quando qualche pena ti tocca il cuore,
però posso piangere con te e raccogliere i pezzi per rimetterlo a nuovo.

Non posso dirti nè cosa sei nè cosa devi essere
solamente posso volerti come sei ed essere tuo amico.

In questo giorno pensavo a qualcuno che mi fosse amico,
in quel momento sei apparso tu.

Non sei nè sopra, nè sotto mè in mezzo nè in testa e nè alla fine della lista.
Non sei nè il numero 1 nè il numero finale
nè tanto meno ho la pretesa di essere il numero 1 la 2 o la 3 della tua lista.

Basta che mi vuoi come amico
Non sono gran cosa, però sono tutto quello che posso essere.

Amicizia: J.L. Borges

AMORE

L’ho trovata la scorsa settimana nel web ed è tenera, forte e delicata, e struggente. Reale, perchè è così che vanno le cose nella vita a volte. Contiene tanto, questa favola come molte favole: gratitudine, sacrificio, egoismo, ingratitudine, una dolcezza infinita. E poi solitudine e Amore.  Contiene Bellezza.
Tutte “cose” presenti nella vita di ognuno.  Tutte cose che stanno di dentro e con le quali si deve convivere e fare i conti, perchè tutte queste cose siamo noi.

L’avevo parcheggiata tra le bozze in attesa dell’umore giusto. Di solito ciò che pubblico ha a che fare con il mio umore ma questo immagino sia ovvio.

Ma l’umore giusto non c’è mai quando parlare di bellezza fa un po’ male. Avere un blog è una piccola “responsabilità” verso chi legge e anche verso sè. Ci si espone, con le proprie emozioni e si “somministrano” emozioni a chi legge. Ma un posto come questo non può essere diverso; senza emozioni non esisterebbe. Non avrebbe fiato respiro non avrebbe vita.

Qui c’è un albero che ha saputo essere cibo, ha saputo essere gioco e casa. Riposo, ombra e culla. Infine ha saputo essere ceppo.  E ha saputo essere felice. Sempre.

Noi non lo sappiamo fare. Non siamo alberi, infatti.
Abbiamo un cuore. Infatti.

Leggendola mi ha fatto pensare anche alla figura del genitore.
Credo che ogni buon genitore debba essere albero. Invece alcuni lo sono, fino alla “barca” .
Quando il bambino costruisce la barca e se ne va, l’albero è un po’ triste ma è felice per il bambino.  E lo aspetta e quando lo vede tornare è felice di dargli ciò che resta. Questa è per me quella cosa che si chiama Amore. L’Amore di un genitore accompagna e protegge, ma insegna a camminare ed è capace di stare a guardare la barca andar via, perchè è una Vita che va incontro alla Vita, seguendo il canto stesso della Vita.

C’era una volta un albero che amava un bambino.
Il bambino veniva a visitarlo tutti i giorni.
Raccoglieva le sue foglie con le quali intrecciava delle corone per giocare al re della foresta.
Si arrampicava sul suo tronco e dondolava attaccato al suoi rami.
Mangiava i suoi frutti e poi, insieme, giocavano a nascondino.
Quando era stanco, il bambino si addormentava all’ombra dell’albero, mentre le fronde gli cantavano la ninna nanna.
Il bambino amava l’albero con tutto il suo piccolo cuore.
E l’albero era felice.

Ma il tempo passò e il bambino crebbe.
Ora che il bambino era grande, l’albero rimaneva spesso solo.
Un giorno il bambino venne a vedere l’albero e l’albero gli disse:
“Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l’altalena con i miei rami, mangia i miei frutti, gioca alla mia ombra e sii felice”.
“Sono troppo grande ormai per arrampicarmi sugli alberi e per giocare”, disse il bambino. “Io voglio comprarmi delle cose e divertirmi. Voglio dei soldi. Puoi darmi dei soldi?”.
“Mi dispiace”, rispose l’albero “ma io non ho dei soldi. Ho solo foglie e frutti. Prendi i miei frutti, bambino mio, e va’ a venderli in città. Così avrai dei soldi e sarai felice”.
Allora il bambino si arrampicò sull’albero, raccolse tutti i frutti e li portò via.
E l’albero fu felice.

Ma il bambino rimase molto tempo senza ritornare… E l’albero divenne triste.
Poi un giorno il bambino tornò; l’albero tremò di gioia e disse:
“Avvicinati, bambino mio, arrampicati sul mio tronco e fai l’altalena con i miei rami e sii felice”.
“Ho troppo da fare e non ho tempo di arrampicarmi sugli alberi”, rispose il bambino. “Voglio una casa che mi ripari”, continuò. “Voglio una moglie e voglio dei bambini, ho dunque bisogno di una casa. Puoi darmi una casa?”.
“Io non ho una casa”, disse l’albero. “La mia casa è il bosco, ma tu puoi tagliare i miei rami e costruirti una casa. Allora sarai felice”.
Il bambino tagliò tutti i rami e li portò via per costruirsi una casa.
E l’albero fu felice.

Per molto tempo il bambino non venne. Quando ritornò, l’albero era così felice che riusciva a malapena a parlare.
“Avvicinati, bambino mio”, mormorò “vieni a giocare”.
“Sono troppo vecchio e troppo triste per giocare”, disse il bambino. “Voglio una barca per fuggire lontano di qui. Tu puoi darmi una barca?”.
“Taglia il mio tronco e fatti una barca”, disse l’albero. “Così potrai andartene ed essere felice”.
Allora il bambino tagliò il tronco e si fece una barca per fuggire.
E l’albero fu felice… ma non del tutto.

Molto molto tempo dopo, il bambino tornò ancora.
“Mi dispiace, bambino mio”, disse l’albero “ma non resta più niente da donarti… Non ho più frutti”.
“I miei denti sono troppo deboli per dei frutti”, disse il bambino.
“Non ho più rami”, continuò l’albero “non puoi più dondolarti”.
“Sono troppo vecchio per dondolarmi ai rami”, disse il bambino.
“Non ho più il tronco”, disse l’albero. “Non puoi più arrampicarti”.
“Sono troppo stanco per arrampicarmi”, disse il bambino.
“Sono desolato”, sospirò l’albero. “Vorrei tanto donarti qualcosa… ma non ho più niente. Sono solo un vecchio ceppo. Mi rincresce tanto…”.
“Non ho più bisogno di molto, ormai”, disse il bambino. “Solo un posticino tranquillo per sedermi e riposarmi. Mi sento molto stanco”.
“Ebbene”, disse l’albero, raddrizzandosi quanto poteva “ebbene, un vecchio ceppo è quel che ci vuole per sedersi e riposarsi. Avvicinati, bambino mio, siediti. Siediti e riposati”.
Così fece il bambino.
E l’albero fu felice.

TEMPO E VINO

omar

“Non ricordare il giorno trascorso
e non perderti in lacrime sul domani che viene:
su passato e futuro non far fondamento
vivi dell’oggi e non perdere al vento la vita. »

Poeta nato nella Persia nord orientale nel 1048 morto nel 1132, Ornar Khayyam, noto in occidente per aver cantato il Vino e l’Amore.
Oltre che Poeta fu astronomo, matematico e filosofo. Anzi fu soprattutto un matematico e un astronomo: lavorò per molti anni fondando un osservatorio e compilando un calendario.  Si occupò di geometria aprendo nuove strade.

Ho le sue “Quartine”: sono inni al vino, scritti da un poeta musulmano. Il vino è vietato dal Corano.

Bevi vino, chè vita eterna è questa vita mortale
E questo è tutto quel ch’hai della tua giovinezza
Ed or che c’è vino, e fiori ci sono, e amici lieti d’ebbrezza,
Sii lieto un istante ora, chè questa, questa è la Vita.

Molte quartine iniziano con l’esortazione “bevi vino”: per quanto ne sappiamo Khayyam poteva anche non essere un bevitore. Il vino è, nei suoi versi, una metafora. Rappresenta, forse, la Vita stessa. Non si sa esattamente se egli fu un mistico, un godereccio o cosa.
E’ presente e forte il senso del fluire del Tempo. Borges gli ha dedicato una poesia: il tema del tempo è stato “cosa” di entrambi. Poi sono riflessioni,  sul mistero dell’esistenza e su Dio.
E’ forte la ricerca della Verità, il porsi domande, la non accettazione di quella verità inculcata come assoluta.
La maggior parte dei versi sono un invito a cogliere l’attimo, la felicità nella vita.
In altri  vi è un pessimismo cosmico, in altri ironia.
E’ un personaggio interessante, curioso, pieno di contraddizioni, di mistero. Affascinante.

Ed eccolo, di nuovo,  il TEMPO

Ogni attimo che passa veloce della tua vita
non lasciare che passi altro che in buona allegrezza
Sappi che il capitale vero del gran commercio del mondo
è la vita, la vita che passa come tu sai passarla.

O cuore, fa’ conto d’avere tutte le cose del mondo,
fa’ conto che tutto ti sia giardino delizioso di verde,
fa’ conto d’esser rugiada  gocciata colà nella notte, e al sorger dell’alba svanita.

http://bepi1949.altervista.org/biblio3a/omar.html

PIEDI

Delle persone notiamo il viso soprattutto, gli occhi, poi le mani, la voce. Ci dicono molte cose gli occhi, il viso, il modo di sorridere, la bocca.  Oltre le parole, più delle parole.
Comunchiamo con gli occhi,  con le mani. Anzi, le sole mani bastano,  a volte.

Mani irrequiete, nervose, rassicuranti. Calde, fredde, accoglienti, forti, asciutte, umide. Pulite, trascurate, morbide, dure, secche.
Attraverso una stretta di mano arrivano molti segnali primo fra i quali se la persona cui appartiene la mano è socievole o distaccata: la mano molle dà una sensazione spiacevole, di distanza: dice che il gesto non corrisponde al sorriso, alla cortesia che è obbligata, convenzionale.
Che il sorriso del viso attaccato al collo, alla spalla, al  braccio cui è attaccata la mano è un sorriso di plastica, di circostanza soltanto, e te lo dice lei, la mano, quella mano molliccia che hai nella tua.

L’espressione può, più delle parole.
Non serve “conoscere” i segreti della comunicazione non verbale, non serve aver letto libri nè seguito corsi speciali,  perchè i segnali vengono percepiti e decodificati dall’inconscio: capacità atavica, come molte altre di cui non siamo consapevoli e che la civiltà, l’uso del linguaggio e delle regole hanno inquinato, affievolito e in taluni casi, disperso.

Gli animali comunicano così: a volte osservo  i cani e si capisce chiaramente che  con la coda e le orecchie si dicono cose: usano tutto il corpo, il pelo, la bocca, il dorso, la voce. Lo stesso facciamo noi solo che non ne siamo consci:  riceviamo segnali che possiamo percepire con i sensi e ai sensi arrivano e ci parlano. Allo stesso modo li inviamo, i segnali nostri  e non lo sappiamo. Difficile barare, diversamente si può con le parole.

Ma al di là di questo, ciascuno osserva una parte del corpo più di un’altra.
Personalmente, se qualcuno mi interessa, mi piace, mi incuriosisce, osservo  le mani, insieme agli occhi e alla bocca. Le trovo affascinanti, importanti, decisive per offrirmi un’idea di chi ho davanti.

Anche il sorriso è per me una specie di libro e anche una finestra: in alcuni sorrisi ci si perde, davanti ad altri si prova imbarazzo perchè si capisce che sono finti e tuttavia  si deve “tenere  il gioco”, per esempio se sono incontri di lavoro.

Altri sono talmente belli e luminosi da lasciare senza parole: davanti alla bellezza capita di restare muti, imbambolati, ed è una cosa bella che qualcuno (pochi) ancora sa fare.

Ieri ho trovato una cosa in rete che mi è piaciuta: non la conoscevo. E’ di Erri de Luca. Elogio dei piedi. Bellissima. E ho pensato ai piedi, a quanto può  comunicare un piede e a quanto sa, per esempio, essere sensuale. A quanto sa giocare e anch’esso comunicare.

Sono parti del corpo potenti, legati al mito, alle religioni di tutti i popoli. Esprimono potere, umiltà, sensualità, appunto.
Invidia la mia, dato non mi piacciono affatto i miei, di piedi: sono una delle parti di me che cambierei.
Ci faccio pace quando cammino sull’erba o sulla battigia. Allora loro, i miei piedini mi sono grati, e io … li perdono per non essere belli,  perchè nonostante questo, sanno essere felici.

Elogio dei piedi – Erri de Luca.

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

Qui sotto è letta dalla bellissima voce di Gianmaria Testa: per me una voce speciale come sanno tutti quelli che passano di qui. C”è anche l’autore nel video. 

 

21 giugno è l’estate, sperando che voglia arrivare.
E’ anche un pensiero  a  qualcuno che è stato importante,  i cui piedi hanno camminato per un po’ di tempo accanto ai miei, calpestato una parte della vita  e lasciato orme nella mia; qualcuno che però non conosce Controluce.  Non importa, certi pensieri arrivano. 

Ciao Andrea.

BORGES

(foto: celeste)

         Diritto

Dormivi. Ti sveglio.
Il gran mattino reca l’illusione di un inizio.
Avevi dimenticato Virgilio. Sono qui gli esametri.
Ti porto molte cose.
I quattro elementi dei greci: la terra, l’acqua, il fuoco, l’aria.
Un solo nome di donna.
L’amicizia della luna.
I chiari colori dell’atlante.
L’oblio, che purifica.
La memoria che sceglie e che riscrive.
L’abitudine che ci aiuta a sentirci immortali.
Il quadrante e le lancette che dividono l’inafferrabile tempo.
La fragranza del sandalo.
I dubbi che chiamiamo, non senza vanità, metafisica.
Il manico del bastone che la tua mano attende.
Il sapore dell’uva e del miele.

            Jorge Luis Borges

PER OGNI MARE

(foto: celeste) 
 

Perché nessuno possa dimenticare di quanto sarebbe bello se, per ogni mare che ci aspetta, ci fosse un fiume, per noi.
E qualcuno – un padre, un amore, qualcuno – capace di prenderci per mano e di trovare quel fiume – immaginarlo, inventarlo – e sulla sua corrente posarci, con la leggerezza di una sola parola, addio.
Questo, davvero, sarebbe meraviglioso. Sarebbe dolce, la vita, qualunque vita.
E le cose non farebbero male, ma si avvicinerebbero portate dalla corrente, si potrebbe prima sfiorarle e poi toccarle e solo alla fine farsi toccare.
Farsi ferire, anche. Morirne. Non importa. Ma tutto sarebbe, finalmente umano.
Basterebbe la fantasia di qualcuno – un padre, un amore, qualcuno.
Lui saprebbe inventarla una strada, qui, in mezzo a questo silenzio, in questa terra che non vuole parlare.
Strada clemente, e bella. Una strada da qui al mare.

 

(Alessandro Baricco – Oceano Mare)

BIANCOSPINI


Ogni tanto vagabondo nella rete senza meta, come un gatto randagio nei vicoli di notte.
Avendo il pallino del Tempo, che come tutti quelli che passano di qui sanno, mi affascina e lo temo, è impossibile non incappare in Proust.
Ho fatto il copia incolla qualche sera fa di una cosa che mi è piaciuta.

"No, io non troverò più bello un quadro perchè l'artista avrà dipinto in primo piano un biancospino, sebbene non conosca nulla di più bello del biancospino, perchè voglio essere sincero e so che la bellezza di un quadro non dipende dalle cose che vi sono rappresentate. Io non farò collezione di immagini di biancospino. Io non venero il biancospino, lo vado a vedere e a respirare.

(Dall'introduzione a La Bible d'Amiens di John Ruskin, 1904 – Traduzione di Salvatore Quasimodo)

VIRGINIA AL MULINO

Francesca Pacini ha pubblicato sul Mulino:  http://mulinodiamleto.splinder.com/ una cosa bellissima.
Da un po’ di tempo io ho poche parole per Controluce e, pubblicare “qualcosa” per tenere aritficialmente in vita un sito, non è  “lasciare qui” un po’ di respiro mio. E comunque non mi piace.
E’ anche vero che a volte decido di postare aforismi, stralci di letture, canzoni,  ma sono in ogni caso correlate con una mia emozione, legate al mio stato d’animo: niente è scelto a caso perchè sono convinta che le cose non “obbligatorie”, come lo è questo sito per me,  si debba provare a farle bene, con emozione, mettendoci  dentro cura e attenzione oppure non farle affatto.

Il post di Francesca,  pubblicato con una prefazione tipica del suo stile che le invidierò sempre (vedere al suo sito, linkato sopra e di lato),  l’ho preso in prestito, anzi l’ho rubato con il copia incolla.
E’ una estrapolazione di un brano di Virginia Woolf  ed è in relazione con il mio congedo dalle parole (spero momentaneo) per quanto riguarda questo spazio. 

Pieffe se Franci si arrabbia … le fai un tè? Grazie.
 


 “Sono le parole le vere colpevoli. Sono fra le cose più indisciplinate, più libere, più irresponsabili e più riluttanti a lasciarsi insegnare.

Certo, possiamo sempre prenderle, suddividerle e metterle in ordine alfabetico nei dizionari.
Ma le parole non vivono nei dizionari, vivono nella mente.
Se ne volete una prova, pensate a quante volte, nei momenti di maggiore emozione, vi capita di non trovarne nessuna quando più ne avreste bisogno.

Eppure il dizionario esiste; e lì, a vostra disposizione, ci sono mezzo milione di parole tutte in ordine alfabetico.
Ma potete davvero usarle? No, perché le parole non vivono nei dizionari, vivono nella mente. (…)
La questione è solo quella di trovare le parole giuste e di metterle nell’ordine giusto.
Ma non possiamo farlo perché esse non vivono nei dizionari, vivono nella mente.

E come vivono nella mente?
Nei modi più strani, non molto diversamente dagli esseri umani; vagando qua e là, innamorandosi e accoppiandosi. È indubbio che siano molto meno limitate di noi dalle convenzioni e dai cerimoniali. Parole regali possono permettersi di accoppiarsi con le più comuni.

Parole inglesi sposano parole francesi, tedesche, indiane, e di colore se gli salta in mente di farlo. (…)
Per questo, imporre regole a tali impenitenti vagabonde è del tutto inutile.
Le poche regole di grammatica e di ortografia esistenti sono le uniche restrizioni che potremmo imporre loro.
Al massimo possiamo dire loro – man mano che le spiamo dal profondo limite della caverna scura e male illuminata in cui vivono – che sembrano preferire la gente che sente e che pensa prima di usarle, ma non deve essere gente che sente e pensa a loro, ma a qualcosa di diverso.

Perché sono molto sensibili, e si sentono facilmente a disagio.
Non amano che si discuta della loro purezza o della loro impurità. (…)
E non amano essere sollevate in punta di penna ed esaminate una per una. Restano sempre unite in frasi, in paragrafi, e a volte per intere pagine di fila.

Odiano essere utili; odiano dover far soldi; odiano andare in giro a tenere conferenze.
In breve, odiano qualsiasi cosa imponga loro un unico significato, o che le immobilizzi in un’unica posa, perché cambiare fa parte della loro natura.
E forse è proprio questa la loro caratteristica più sorprendente: il bisogno di cambiare.”

SPAZIOTEMPO

La prima cosa è la coscienza dello spazio. Sapere che lontano, da un’altra parte, altrove, sta accadendo qualcosa anzi, sapere che, fuori dalle mura di casa, tutto sta accadendo in giro per il paese però occorre sapere dove.

La seconda cosa è il tempo… in quel posto bisogna arrivare in tempo perché quella cosa accada a noi e non immaginare soltanto che accada. Se lo spazio è poi ampio e distante è necessario differire il tempo dall’azione da quello del desiderio perché partire quando desidereremmo essere già lì è una vana corsa verso una sala vuota.

Possedere questa consapevolezza è una grande qualità che può contribuire a rendere la vita arte dell’incontro.

Le anime si incontrano per caso, per curiosità, per determinazione. In tutti i casi l’incontro ha sempre del miracolo; nella coincidenza la componente magica e più evidente ma a decidere, partire, muoversi a tempo fino a trovarsi nel luogo dove la cosa sta accadendo è miracoloso come la costruzione di tutte le cose immaginate.

VINICIO CAPOSSELA

Le mille e una cosa …

E Dio mi fece donna,
con lunghi capelli,
gli occhi, il naso
e la bocca da donna
Con rotondità e peli
e dolci cavità;
mi scavò dall’interno
e fece di me
lo studio degli esseri umani.

Lui tesse delicatamente i miei nervi,
Equilibrò con cura
il numero dei miei ormoni,
Compose il mio sangue
e me l’iniettò
perché irrigasse
tutto il mio corpo.
Così nacquero le idee,
i sogni e l’istinto.

Creò il tutto
con grandi colpi di fiato
scolpendo con amore
le mille e una cosa
che mi fanno donna ogni giorno
e per le quali con orgoglio
mi alzo ogni mattina
e benedico il mio sesso.

(Gioconda Belli  –  Poetessa nicaraguese)


Grazie E. per avermi fatto conoscere questa Poesia: è una delle cose più belle che io abbia mai letto. Delicata forte .. in una sola parola: Bella.  Grazie per i brividi e anche di essere nei miei giorni.

immagine: Domenico Purificato, Volto di donna.  fonte http://www.pinacotecamarsala.it/c_15.html

LIEVITA’

Basta ricordare che siamo fatti di acqua calda, che siamo soffici, liquidi ed elastici.

L’abbandono è uno stato difficile a cui non siamo più abituati, perché siamo ossessionati dal controllo a tutti costi dei particolari.

L’abbandono invece è partecipazione alla pienezza, una forma di consapevolezza.
Come dire: è così chiassosa la storia, nell’infinito silenzio universale, che è inutile aggiungere altro rumore.

Dunque è un prendere atto di esistere, di possedere braccia, dita e talento non nostri, di essere in possesso di un’identità che ci è data, così come tutto in noi e attorno a noi ci è donato, ci avanza, trabocca le nostre aspettative: nulla ci appartiene.

Allora ecco risvegliarsi in noi l’infantile stupore per ogni cosa, sempre nuova, sempre provvisoria. L’abbandono è una costante primavera, dove tutto continuamente nasce.

Inizia dal respiro profondo, lento e sentito come la cosa momentaneamente più importante, come un movimento ampio e complesso, non più involontario, cui segue la perdita dell’espressione facciale, o meglio l’importanza che essa riveste per noi, e questo è davvero difficile: smettere di sentirci immagine esposta al giudizio degli altri, per tornare al valore della nostra unicità.

E’ vero, con l’abbandono si sperimenta un piccolo miracolo … il prodigio di lasciar vivere i fiori che ci circondano, di sentire di non aver più paura di nessuno, perché anche la nostra presenza è dono; il miracolo di essere vivi e leggeri.

(Giovanni Allevi – L’Abbandono)

PAROLE

José Saramago Statue_2

Le parole sono buone.
Le parole sono cattive.
Le parole offendono.
Le parole chiedono scusa.
Le parole bruciano.
Le parole accarezzano.
Le parole sono date, scambiate, offerte, vendute e inventate.
Le parole sono assenti.

Alcune parole ci succhiano, non ci mollano; sono come zecche: si annidano nei libri, nei giornali, negli slogan pubblicitari, nelle didascalie dei film, nelle carte e nei cartelloni.
Le parole consigliano, suggeriscono, insinuano, ordinano, impongono, segregano, eliminano.
Sono melliflue o aspre.
Il mondo gira sulle parole lubrificate con l’olio della pazienza.
I cervelli sono pieni di parole che vivono in santa pace con le loro contrarie e nemiche.
Per questo le persone fanno il contrario di quel che pensano, credendo di pensare quel che fanno.
Le parole hanno cessato di comunicare.
Ogni parola è detta perché non se ne oda un’altra.
La parola, anche quando non afferma, si afferma.
La parola non risponde né domanda: accumula.
La parola è l’erba fresca e verde che copre la superficie dello stagno.
La parola è polvere negli occhi e occhi bucati.
La parola non mostra.
La parola dissimula.
Per questo urge mondare le parole perché la semina si muti in raccolto.
Perché le parole siano strumento di morte o di salvezza.
Perché la parola valga ciò che vale il silenzio dell’atto.
C’è anche il silenzio.
Il silenzio, per definizione, è ciò che non si ode.
Il silenzio ascolta, esamina, osserva, pesa e analizza.
Il silenzio è fecondo.
Il silenzio è terra nera e fertile, l’humus dell’essere, la tacita melodia sotto la luce solare.
Cadono su di esso le parole. Tutte le parole. Quelle buone e quelle cattive.
Il grano e il loglio.
Ma solo il grano dà il pane.

(Josè Saramago ”Di questo mondo e degli altri”)

GOCCE



 (Opera di  Aurora©, diritti riservati)


Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge,
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

(P. Neruda)

E’ stata per anni appesa nella mia stanza di ragazza, questa poesia, ed è da tutta la vita appesa nel mio cuore, attaccata alla mia consapevolezza come una patella sullo scoglio.

C’è chi vive di emozioni, chi vive solo di testa e si vede. La Bellezza è qualcosa che si vede sul viso; alcuni visi pulsano di sorrisi che nascono dal di dentro, altri sono disegnati con il pennarello come quelli del clown.

Chi vive di ragioni evita l’emozione; ha paura di restarne intrappolato, come una mosca nella tela del ragno.  E probabilmente non si accorge.
Vuole prevenire (è meglio che curare no?) e prevenendo limita, o per meglio dire crede di limitare i rischi, crede di esercitare in controllo sulle "cose".
Con il tempo si incupisce, si uccide, muore attraverso il suicidio della propria fantasia, della propria pancia, della creatività, della libertà di essere e di viversi, di sentirsi, di amarsi.

Nella sfera passionale tutto invece è imprevedibile … 
Non c’è membrana a proteggere l’ambiente asettico interiore, si è indifesi, esposti alle intemperie, al dolore, alla delusione, alla sofferenza. O se c’è, è una placenta sottile, magari fallata e fa passare le Grandi Emozioni, quelle piu’ pure in grado di bucarla. E il di dentro si contamina, si inquina magari di amore, di luce, di felicità, di specialità. Ma anche di altro….
Perchè si sa, l’emozione non è soltanto gioia, non è solo innamorarsi, provare piacere, godere delle cose, di un tramonto, di un alba, della vita, di un momento di profonda condivisione e cosi’ via ma è anche dolore, sofferenza, confronto, freddo, delusione, solitudine…  quella vera..  (la lacrima sul viso nascosta dal cerone e dal sorriso disegnato con il pennarello).

L’ho pubblicata perchè sto facendo ordine tra le mie carte, ed è comparsa la stessa pagina che stava appesa tra le mie cose da ragazza. La poesia in sè non l’ho mai dimenticata, la ricordo spesso, la leggo spesso: è scritta da qualche parte dentro di me, con quelle lettere che non sbiadiscono con il tempo, un tatuaggio diverso da quello fatto con l’hennè.

Penso che si possa morire davvero, goccia a goccia, così lentamente da non accorgersene nemmeno.
Abbiamo una vita. Lunga o breve non lo sappiamo; il futuro potrebbe essere privo di luce… non si sa, ma di certo  privo di luce è ogni attimo non colto. Le famose perle ai famosi porci.  Scelte.
Difficili spesso, e non si nasce con il libretto di istruzioni mannaggia.

Penso a questa poesia quando guardo un cielo stellato, quando sento il gelo sulla faccia, quando decido di camminare sotto la pioggia senza ombrello. Quando piango per qualcuno che ho perduto, quando mi manca qualcuno che amo, quando qualcuno rinuncia a un volo condiviso. Quando non sento più il calore di chi c’era ma anche quando io non riesco più a scaldare,  incapace di raggiungere il cuore perchè non so scalfire la scatola stagna che lo contiene.

La penso quando sogno un balcone sotto le stelle e sopra la neve che brilla grazie alla luna. La ricordo quando i miei rimpianti rubano il sonno delle mie notti e avvolgono come un mantello la luce del presente.

Ma la penso anche quando qualcuno ritorna, quando qualcuno ti scalda il cuore con una lettera, un appuntamento, un messaggio e senti che non ti ha dimenticata e che le emozioni non si sono dissolte come fumo nel cielo.
  
E poi ogni volta che sento la certezza che qualcosa era stato vero, tanto da sopravvivere al logorio del Tempo, alle banalità dei giorni, al vuoto, e poi al buio e al freddo dei deserti dell’anima.

(L’artista dell’opera sotto il titolo ha 6 anni, una buona pancia, una buona testa e una fantastica zia)

MARIO

mario rigoni stern

“Ora, giorno dopo giorno si sta avvicinando l’inverno e avro’ tante memorie. Sarà come ritornare bambini, come ascoltare tante voci. Rivedere lumi nella steppa, amici, cari volti femminili. Oggi nell’acqua piovana raccolta sotto le gronde che scendono dal tetto vedo anche tante nevi lontane che il sole ha sciolto e riportato qui”

(Mario Rigoni Stern. Inverni lontani)

Non è nato scrittore ma contadino, pastore, alpino. Scrittore lo è diventato per caso: Elio Vittorini lo definisce, nel 53, scrittore non di vocazione e pubblica il suo primo libro “Il Sergente nella neve”.

Nei libri di Mario è racchiuso l’odore della legna del camino, quello della polenta che cuoce.
E poi il freddo, la guerra, la Russia,  l’esperienza nel lager.
Vi sono impregnati l’odore della terra, il silenzio della neve, i colori di albe e tramonti. Il dolore e la gioia, vissuti con la stessa dignità.

In ogni pagina la dignità di una vita, dove il Tempo è scandito dagli attimi e  dalle stagioni che parlano all’uomo attraverso il bosco, gli uccelli, il canto dell’urogallo, lo scricciolo che “annuncia l’inverno per primo, perchè si avvicina alle case degli uomini”.

Non ha studiato molto a scuola, Mario Rigoni Stern: ha letto tanto e ha ascoltato, osservato il passo della vita e del Tempo. Ha studiato la vita.

Con pazienza ha raccolto migliaia di libri, nel dopo guerra, quando gli inverni erano ancora durissimi, dando vita ad una biblioteca così che i suoi compaesani e i giovani delle contrade vicine potevano leggere Kafka, Haminguay, Eliot, Garcia Lorca, Carlo Levi, Pavese, Gramsci nelle lunghe serate passate nelle stalle perchè era il solo posto dove potevano scaldarsi, mangiando castagne.

Racconta anche della guerra, della campagna di Russia, della prigionia nel lager e cattura, Mario, cattura per la serenità con cui racconta, e arriva, dritto al cuore, l’amore per le sue montagne, per gli animali, per la vita.

Leggendolo ti sembra di essere lì, a sentire quegli odori, i versi di quegli uccelli, il freddo di quegli inverni, il suono di quella legna che scoppietta e il profumo che libera mentre brucia.

Nato sull’altopiano di Asiago e vissuto per tutta la vita, ne ha descritti gli odori, i colori, con una delicatezza unica, che dedica anche agli aspetti più aspri dell’esistenza.
Il pudore, il rispetto, il confronto con la Natura, il relazionarsi con essa,  vengono trasmessi in un modo semplice e ricco al contempo, nella descrizione di gesti quotidiani come accendere un fuoco, raccogliere il miele, dissodare la terra.  O sentire la neve.

Inverni Lontani, pag. 19

… Se il silenzio invece è ovattato, la mia camera è come isolata dentro il cielo: non si sentono i corvi nè l’autocorriera, non si vedono le stelle. E’ così perchè nevica. Il grande cerchio intorno alla luna lo aveva previsto. Che silenzio!

SEGNI


Tentava di giudicare l’amore futuro in base alla sofferenza passata.
L’amore è sempre nuovo. Non importa che amiamo una, due, dieci volte nella vita: ci troviamo sempre davanti a una situazione che non conosciamo. L’amore può condurci all’inferno o in paradiso, comunque ci porta sempre in qualche luogo. E’ necessario accettarlo, perché esso è ciò che alimenta la nostra esistenza. Se non lo accettiamo, moriremo di fame pur avendo i rami dell’albero della vita carichi di frutti: non avremo il coraggio di tendere la mano e coglierli. E’ necessario ricercare l’amore là dove si trova, anche se ciò potrebbe significare ore, giorni, settimane di delusione e di tristezza.
Perché, nel momento in cui partiamo in cerca dell’amore, anche l’amore muove per venirci incontro. E ci salva.
(Sulla sponda del fiume Pedra mi son seduta e ho pianto – Paulo Coelho)

                                                                                

Ho letto alcuni libri di Coelho tra cui Undici Minuti, L’Alchimista, La Strega di Portobello. Altri attendono sullo scaffale, sul ripiano dedicato ai libri “da leggere”. Come Alessandro Baricco di cui si è accennato qualche mese fa in Controluce, anche Coehlo è amato o odiato. Non esiste il tiepido, per alcuni autori. O è amore o odio. Per me è tiepido.

Stando a quanto ho letto e sentito su Coehlo, il suo enorme successo non convince tutti. Per qualcuno è un genio, per altri solo un furbacchione carismatico, che si propone quasi come un santone, seduttore, un po’ new age, un incantatore, gentile e delicato, costruito.

Ma a parte queste considerazioni, vorrei parlare de  L’Alchimista, che ho letto circa un anno fa: è un libro incentrato su uno dei temi che amo e sui quali ritorno spesso: il Tempo, il Viaggio, e le Ragioni per cui le cose accadono.

Temi che si intrecciano con i miei pensieri quasi quotidiani e spesso ricorrenti in questo spazio,  cito ad esempio la “mia” Itaca di Kafavis, Castelli di Rabbia di Baricco (accadono cose che sono come domande, passa un minuto oppure anni e poi la vita risponde) e cosi via.

Propone il tema affascinante del Mistero di tutte le cose, delle coincidenze, dei segni. Di quella rete cosmica che racchiude tutte le Cose dell’Universo dentro la quale si muovono, tutte insieme, in una danza divina, che rispondono a quel potere segreto che lega tutte le cose. (Non si puo’ cogliere un fiore senza disturbare una stella…)

Esistono dei Segni in uso ad un Linguaggio Universale?

Accadono cose che ci indicano la via, che suggeriscono che qualcosa che ci sta accadendo magari in modo un po’ strano, contiene una possibilità, una svolta, qualcosa su cui riflettere?

Può essere, qualcosa che accade in un preciso momento e non in un altro, quel grammo di forza che manca per farci intraprendere la via del cambiamento, quella che conduce verso il sogno? La briciola di coraggio che serve per l’impasto perfetto?

Un incontro, una lettera, un dono insolito, un sogno, un contatto casuale, possono essere un messaggio, una chiave, una carta da decifrare?

Ne L’Alchimista il protagonista, un ragazzo,  viene invitato, da un personaggio che incontra “casualmente” ad inseguire il proprio sogno, e lui lo fa, con tenacia, con determinazione e con fiducia, attento alle piccole o grandi conferme (segni) che trova durante il cammino. E scopre che il cammino è parte del sogno tanto quanto la meta. E durante quel cammino viene continuamente invitato ad “ascoltare il suo cuore, poiché esso conosce tutte le cose.” Il viaggio naturalmente non è solo il cammino, che effettivamente compie verso le Piramidi d’Egitto, ma è la crescita, l’arricchimento, il confronto, la scelta di essere protagonista della propria esistenza, sia pure con il dolore e con le sconfitte, con gli addii e i nuovi incontri. Un cammino verso qualcosa, verso una meta, ma anche e soprattutto un cammino spirituale attraverso il quale si realizzerà il compimento di sé e che porterà il ragazzo ad incontrare l’Anima del Mondo che poi è l’armonia di sé, per sè e con il mondo, attraverso la continua fiducia in quei “segni”. Segni che l’umanità ha da tempo disimparato a leggere e a sentire.

Da “L’Achimista”:

Soltanto una cosa rende impossibile un sogno: la paura di fallire.Tutto l’universo cospira affinché chi lo desidera con tutto sé stesso possa riuscire a realizzare i propri sogni. […] la tua Leggenda Personale. […] è quello che hai sempre desiderato fare. Tutti, all’inizio della gioventù, sanno qual è la propria Leggenda Personale. In quel periodo della vita tutto è chiaro, tutto è possibile, e gli uomini non hanno paura di sognare e di desiderare tutto quello che vorrebbero veder fare nella vita. Ma poi, a mano a mano che il tempo passa, una misteriosa forza comincia a tentare di dimostrare come sia impossibile realizzare la Leggenda Personale. […] . Sono le forze che sembrano negative, ma che in realtà ti insegnano a realizzare la tua Leggenda Personale. Preparano il tuo spirito e la tua volontà. Perché esiste una grande verità su questo pianeta: chiunque tu sia o qualunque cosa tu faccia, quando desideri una cosa con volontà, è perché questo desiderio è nato nell’anima dell’Universo.

IL TEMPO DI DENTRO


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Non si riceve la saggezza, bisogna scoprirla da sé, dopo un tragitto che nessuno può fare per noi, né può risparmiarci, perché essa è una visuale sulle cose.

Spesso mi capita, specie quando non dormo, di sostare davanti allo scaffale che regge i miei libri: passo le dita sui dorsi mentre frugo nella memoria cercando di collegare libri a sensazioni e capita che, per un misterioso processo osmotico, io riesca a collegare alcuni frammenti di ricordi ad altri: si incastrano così alcune tessere come in un puzzle della memoria.

Poco fa ho preso in mano La ricerca del Tempo Perduto, di Proust. Va riletto, come ne vanno riletti altri. Molti libri vanno letti in differenti età della vita, così come vanno rivisitati alcuni luoghi.  Non cambiano i libri (come dice Amos Oz loro godono di eternità) e forse nemmeno molto i luoghi.  Semplicemente cambiamo noi.  Cambia il nostro modo di sentire, di vedere, di percepire, di accogliere, di comprendere. E anche quello di amare, di appassionarci, di rapportarci con la nostra anima e con il mondo.  Accade a chi non si limita ad ascoltare i propri passi, a rivedere le proprie posizioni, e aprire gli occhi nuovi e anche il cuore. 
La vita è mutamento, si cresce, si cambia, scegliamo le luci da usare nel buio. Impariamo a mettere a fuoco, a fermarci a pensare, e ad avanzare nel buio quando la luce manca.
Impariamo a vedere i dettagli, nel controluce e nella nebbia. 
Impariamo il respiro del Tempo mentre quello passato soffiando alle spalle, ci parla, ci insegna, e a volte ci opprime. 

SGUARDI

 

(foto: celeste)

La guardò. Ma d’uno sguardo per cui guardare già è una parola troppo forte.
Sguardo meraviglioso che è vedere senza chiedersi nulla, vedere e basta.
Qualcosa come due cose che si toccano – gli occhi e l’immagine-
uno sguardo che non prende ma riceve,
nel silenzio più assoluto della mente, l’unico sguardo che davvero ci potrebbe salvare
– vergine di qualsiasi domanda, ancora non sfregiato dal vizio del sapere
– sola innocenza che potrebbe prevenire le ferite delle cose
quando da fuori entrano nel cerchio del nostro sentire-vedere-sentire-
perché sarebbe nulla di più che un meraviglioso stare davanti, noi e le cose,
e negli occhi ricevere il mondo – ricevere – senza domande,
perfino senza meraviglia – ricevere -solo- ricevere- negli occhi – il mondo.

Alessandro Baricco, Oceano Mare

AMOS E LE DONNE

AMOS

Di Amos Oz mi ha colpito, fin dal primo libro, la straordinaria capacità di entrare nell’anima delle donne.
Il primo che ho letto è stato “Michael mio” scritto tutto al femminile.
E’ la storia di una donna che si racconta dal di dentro: l’incanto, la rinuncia, il disincanto, le delusioni, l’intimo pensiero, il sentire, il muoversi, il desiderare, il respirare di una donna che cresce, da ragazza diventa donna e poi Donna. Come fa?

Nel ho letti altri tra cui “Conoscere una donna“,  “Fima”   “D’un tratto nel folto del bosco” e poi  “La scatola nera”, quello che amo di più. Non ho ancora terminato “Una storia di amore e di tenebra”; sta sul comodino attendendo il  turno in una fila disordinata: lo avevo iniziato in un momento per me poco “adatto” e ora è in attesa, insieme ad altri, dei miei umori, dei miei momenti giusti.

“La scatola nera” è un romanzo epistolare, la storia di un uomo e di una donna: qui la penna si alterna: ora è lui, ricco americano, colto, freddo, calcolatore, impietoso: ora è lei,  passionale, dolce, arrendevole, una donna piena, morbida, generosa, liquida e densa.

Dopo sette anni di separazione si scrivono lettere dando vita ad un universo di sensi, un vibrare di corde intime, intrecci fedeli alla natura della loro storia fatta di odio e di amore, di passione, di odori, di suoni che rivive, si ripete in questa danza scritta, a colpi di bagnato e di asciutto, di morbido e secco, di caldo e di gelo.

Ma la cosa incredibile è la misura in cui A. Oz riesce a comprendere l’intimo femminile, a  calarsi così profondamente nei panni di una donna,  descrivendo sensazioni delle più intime, intense e profonde. Lui indossa la biancheria più personale, quella che sta addosso alla pelle, ne indossa il profumo, l’essenza,la pelle stessa.

e “sapere” di quel segreto femminile che  nell’esperienza del sesso è sì offerta,  ma che anche svolge il ruolo stupendo e per nulla passivo che avvolge, travolge e cattura, trattiene, custodisce.

e “conoscere” il senso di vuoto che resta dentro  “immediatamente dopo” il distacco, quando i corpi si separano e tornano alla normalità finchè la pelle il cuore la mente i sensi si chetano.

Come sa entrare Oz in questo Universo è …. sorprendente. Lo fa usando parole che io stessa non saprei usare e da donna sento che lui misteriosamente “sa”.

Ho letto tempo fa una intervista di cui ora non saprei citare la fonte in cui gli si domandava appunto come facesse: avevo fatto il copia-incolla di questa sua risposta:

“ Scrivo di donne da tutta la vita. Sono affascinato dalle donne, e non solo come uomo. Darei un anno della mia vita per poter essere, di tanto in tanto, una donna. In molti libri anche in Michael mio, anche in questo stesso libro, ho scritto dal punto di vista di una donna, sperando di sapere quello che non saprò mai: che cos’è essere donna.”

A proposito di Libri, in particolare dei “miei” che mi aspettano,  mi piace riportare questa frase sua, contenuta in “Una storia di amore e di tenebra” :

“Quand’ero piccolo, da grande volevo diventare un libro. Non uno scrittore, un libro: C’era come la sensazione che mentre gli uomini vanno e vengono, nascono e muoiono, i libri invece godono di eternità”,

Sorrido pensando che è vero .. Le persone vanno e vengono.. Loro invece restano.

ALDA


Spesso ripeto sottovoce

che si deve vivere di ricordi solo

quando mi sono rimasti pochi giorni.

Quello che è passato 

è come se non ci fosse mai stato.

Il passato è un laccio che

stringe la gola alla mia mente

e toglie energie per affrontare il mio presente.

 Il passato è solo fumo di chi non ha vissuto.

Quello che ho già visto non conta più niente.

Il passato ed il futuro

non sono realtà ma solo effimere illusioni.

Devo liberarmi del tempo

e vivere il presente giacché non esiste altro tempo

che questo meraviglioso istante.

 

(Il mio passato)



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Alda Merini, la "Poetessa dei Navigli" è scomparsa ieri, a Milano.
Mi ha sedotta da che l’ho conosciuta.
Con la sua milanesità, la sua “follia”, i suoi eccessi, le sue “stravaganze” (?)

Patetica (?)  Sensuale erotica, carnale. Spirituale.

Doppia. Mistica. Poetica. Forte. Fragile.

Il suo senso del “sacro”.  Il suo ateismo. Religioso, anche.
Con dentro la nebbia di Milano, l’acqua dei Navigli, il cuore di Milano, la gente di Milano.
Dino Campana.

Una donna dalla vita travagliata, come le sue liriche: forti, potenti, disperate.
Una donna che ha trovato nella scrittura forse un riscatto e forse anche una specie di salvezza.


 

Aneddoto.
Trovai un giorno, passeggiando per i vicoli di Como, i piccoli libricini di “Pulcinoelefante”, una edizione raffinata, curata, preziosa,  di disegni fatti a mano e versi, su carta pregiata, tagliata a mano.
Ne comperai uno: i disegni  erano di Alberto Casiraghi (che fu amico della Merini), i  versi erano suoi, dell’Alda. Lo inviai ad una persona con cui scambiavo, in quel periodo alcune opinioni, ed era capitato di farlo anche sulla vita e le opere della Merini. Fu accolto, capii, come qualcosa di banale (mi chiese se i disegni fossero di mia nipote). E vabbè.

Qualche tempo dopo mi arrivò una e mail della stessa persona (a seguito di alcuni eventi piuttosto sgadevoli) la quale mi disse che le mie emozioni per la Merini erano una "ammirazione malata" nei confronti di una pazza che "entrava e usciva dai manicomi".

Seppi dunque che ciò che avevo voluto condividere, quindi la varia corrispondenza, opinioni e quant’altro, (e mi domandai "quanto"  altro?) era stato accolto con "condiscendenza".
Rimasi offesa. E non certamente per le diverse opinioni nei confronti di Alda Merini.
A volte ci si sbaglia, con le persone. E di grosso!
Avrei dovuto dare retta alle vocine sottili sottili dei sensi che quando insistono un motivo c’è.
E c’erano ‘ste vocine….. c’erano !!!   Ma poi si impara. 

(Bè Alda..  siamo state commiserate entrambe!) 
Chiudo con questi versi.

La mia poesia è alacre come il fuoco,
trascorre tra le mie dita come un rosario.

Non prego perché sono un poeta della sventura

che tace, a volte, le doglie di un parto dentro le ore,

sono il poeta che grida e che goica con le sue grida,

sono il poeta che canta e non trova parole,

sono la paglia arida sopra cui batte il suono,

sono la ninnanànna che fa piangere i figli,

sono la vanagloria che si lascia cadere,

il manto di metallo di una lunga preghiera

del passato cordoglio che non vede la luce.

 

(Da La volpe e il sipario, 1997)

IL PIU’ BELLO ….

foto: celeste

Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti:
e quello che vorrei dirti di più bello
non te l’ho ancora detto. 

Nazim Hikmet

  Immagine 029

 

PAROLE E MUSICA E BELLEZZA

Un paio di anni fa, grazie ad un amico, conobbi Gianmaria Testa, un autore delicato, una voce dolcissima e calda. Profonda.  

Erri de Luca ha scritto la prefazione di “Altre Latitudini“. Uno scritto bellissimo che veste alla perfezione, come un abito di sartoria, la musica e le parole di Gianmaria Testa. Sono parole ricamate sulla sua voce, una lettera che aggiunge Poesia alla sua Poesia. Parole come note, Bellezza che elogia Bellezza. Canto che avvolge Canto.

La frase  Sono sillabe di pioggia, da levarsi la giacca e appoggiarla sulle spalle scoperte di una donna, una delle poche mosse sacre in dote a un uomo”.. bè… ha il sapore di quei gesti antichi e preziosi e l’odore delle cose che non conoscono Tempo.

Lettera di Erri De Luca
a Gianmaria Testa
per il suo album Altre latitudini

Per Gianmaria,
La tua voce s’arrampica a un balcone, soffia all’amato le parole da dire all’ affacciata. La tua voce è Cyrano nascosto nel giardino che insegna al maschile smemorato come bussare a un bacio di ragazza. Sono sillabe di pioggia, da levarsi la giacca e appoggiarla sulle spalle scoperte di una donna, una delle poche mosse sacre in dote a un uomo.
Le tue canzoni servono a un ragazzo per improvvisarsi uomo, servono a un uomo per tornare ragazzo. Una donna sospira : fosse vero. Finché canti è vero e poi per altri cinque minuti dura l’effetto di raccolta dei frantumi maschili ; stanno di nuovo insieme l’adulto e il rompicollo. Finché canti ecco di nuova una sagoma d’uomo nella stanza, al bavero ha messo il fiore dell’ortica, in cima alla camicia una farfalla vera. Allaccia il braccio attorno alla ragazza, accenna a un valzer, lo rigira in tango, splende la coppia, numero chiuso sigillato a musica.
Profumo di balli di una volta la tua canzone di oggi. Uomo e donna accostano gli zigomi per fingere di dirsi una parola, si odorano i capelli, accostano il respiro alla curva del collo. I balli di una volta permettevano abbracci con la scusa di una danza in pista.
Niente altro che amori, polpa scoperchiata da un coltello che scortica, sbuccia, e sotto, il frutto è bianco. Solo amori, il loro passo a due disturba, distoglie : due innamorati vanno, dietro a loro si accodano le occhiate di noi altri soldati costretti dentro i ranghi, invece di sbandare, sbottonare il colletto e darsi da correre.
Niente altro che fiori, compratene un mazzetto, portatelo sudati, trafelati, alla creatura preferita, amata.