Archivi della categoria: di getto

IO, GHEBBELGATTO e IL FOLLETTO (che non è l’aspirapolvere)

.

cat-and-fata

immagine dal web

.

Allora: tutti sanno qui che sono amica e che convivente da tutta la vita di cani. Cani, cani, cani. Io e i gatti ci siamo sempre tenuti a distanza non per mancanza di amore, ci mancherebbe. Amo tutti gli animali e li ritengo, complessivamente, più umani di molti umani,  piuttosto perché non li conosco. Non riesco ad interagire per due ragioni: la prima è la scarsa conoscenza e la seconda è che il mio approccio è canino pertanto non viene accolto dal gatto di conseguenza il gatto non può rispondere alle mie aspettative. Detto questo l’altro giorno mi sono imbattuta in Ghebbelgatto e devo dire che è andata piuttosto bene. Insomma è andata molto meglio di come andava con Zia Miciola, gatta dal sangue  blu non so se per razza ma di certo per merito. Ma l’altra notizia ancor più strabiliante sta nel mio secondo incontro … udite udite, con un folletto del bosco. Stavolta è accaduto nel parco di Villa Pamphili e stava dentro un “buco” di un magnifico albero!!

Bè, questo post è un saluto, un pretesto, la prova che sono viva anche se sommersa dal lavoro, nonché la prova che vi penso, vi ho tutti nel cuore, insieme a questa casa che odora di tè, di fiori di limone, di zagara, di zenzero. Di basilico e rosmarino come la tisana offertami da Ghebbelgatto e di biscottini frolla e cioccolato nella solita cornice di pace e serenità che nonostante tutti i momenti, i dolori, le fatiche e le delusioni, si respirano in certi luoghi, in certe case, davanti a certi camini accesi. 

Ovviamente questo post è anche il pretesto per aprire un dialogo, conversazioni senza tema. Tema libero, come a scuola. I temi di Controluce sono sempre liberi, liberissimi, e tutti aperti alle cose di dentro, alle anime e ai cuori belli. All’intelligenza, alla bellezza. Un invito al sorriso. Quindi vi invito a sorridere. Offro io!

.

E, a seguito dei commenti a questo post, signore e signori ecco a voi l’unico, l’insuperabile, lo scalatore filosofo GHEBBELGATTO!!  Standing ovation raccomandato….

20170223_150900

Immagine: Autosgatto. perché a noi, selfie non ci piace!! Un gatto è un gatto, è un gatto!! Tutti i diritti riservati. E anche un paio di etti di rovesci!

LETTURE E CATTURE

download

foto dal web

“C’è in me quello che si trova in molti uomini del mondo, amori, spari, qualche frase piena di spine, nessuna voglia di parlarne. Siamo dozzina noi altri uomini. Speciale è solo vivere, guardarsi di sera il palmo di mano e sapere che domani torna fresco di nuovo, che il sarto della notte cuce pelle, rammenda calli, rabbercia gli strappi e sgonfia la fatica.”

Erri de Luca

SPROLOQUIO

donna-ferita-500x343-1-500x343

Il tempo non è una medicina. Non lo è mai. Casomai sa deformare sè stesso, il suo essere passato, con astuzia o perversione: crudeltà, o sapiente edulcorazione. Nei solchi sempre poco profondi tra passato e presente spunta erba, oppure scorrono lacrime. La felicità passata diventa rimpianto e appare amara, come tutte le cose perdute. La speranza sola rende possibile il respiro e può allontanare la rassegnazione che a volte pare l’ultima alleata. Non guarisce, il tempo, Semmai inganna, sfilando come nastro di seta tra immaginazione e sogno, tra indulgenza e condanna. Si ubriaca quando è chiamato a guarire. Si inebria, tra fuochi artificiali ed elisir di illusioni. Cura per finta, usa silicone scadente per le ferite, cicatrizzate solo in superficie. Al primo colpo di piccone puntualmente zampilla sangue vivo, mai rappreso. Nemmeno questo sa fare il tempo, nemmeno sa rapprendere nè cucire, nè rammendare. Sa solo passare. Non sa tornare, il tempo. Se non sottoforma di scherzo.  O di treno. Aspettiamo il treno “giusto” a volte, senza sapere che il treno siamo noi. E i binari ci scorrono sotto mentre noi siamo fermi. Immobili. Il tempo sono binari e ci scorre, sotto la pancia. 

LA LUNA, BELLA LA LUNA

20160718_225719

foto R.

Questa è la Luna di lunedì scorso. Una notte prima che fosse piena. E’ una foto fatta dal Menestrello della Luna. Bella, la luna. E belle le stelle. Quando guardo la luna non mi capita mai ma guardando le stelle, sì.. mi capita ogni volta: provo un senso di … timore. Non so spiegare, ma credo che “timore” sia la parola che maggiormente possa rendere l’idea. Probabilmente è il senso di infinito e di lontanissimo e il senso di mistero. Ci si perde pensando alla immensa distanza tra noi e loro, pur non sapendo misurarla, pur non possedendo l’idea vera di quanta sia quella distanza. La Luna è troppo vicina, troppo raggiungibile, troppo “nostra”. Un sassolino di casa. Famigliare dunque. Ma le stelle !! Le stelle fanno paura. Come tutte le cose lontane misteriose e irraggiungibili fanno paura. E si stempera, sotto il firmamento, la coscienza di sè. Tutto perde importanza: i nostri piccoli perimetri, i contorni, lo spazio infinitamente piccolo che occupiamo sulla Terra.

SEMI-CONFUSI

6352693501_cfb3076ae3_z

fotomia

A volte mi pare quasi di sentirti. Di sentire il tuo fiato nella stanza, i passi, leggeri, sul parquet che risponde. Spesso è un peso leggero, leggerissimo, al bordo del letto. Passa e sfiora l’altezza del materasso, o forse si siede. A volte è un’ombra che pare attraversare lo spazio sopra la mia spalla, un punto troppo estremo per essere esplorato dall’occhio, e troppo concreto per esserlo da cuore. E’ un’ombra che che mi pare di sentire o forse vedere o forse entrambe le cose. A volte mi pare di sentire il mio nome, mi volto, mi è successo tre volte la settimana passata. Non mi chiamava nessuno. Forse. O forse sì. A volte è un tocco. Leggerissimo, sul braccio quasi sempre, solo qualche volta sulla fronte o sui capelli. L’odore. Questo no, forse io non lo ricordo o forse non era univoco. Strano. Ho sempre prestato attenzione agli odori. Ne ho alcuni che abitano le mie narici: molecole intrappolate nei pori, tra l’umidità del mio respiro e il battito della mia esistenza. Oggi ho raccolto un fiore di lupino, ormai secco: volevo liberare  i semi da quella specie di piccolo fagiolo di velluto grigio, ma ce n’erano pochi, pochissimi. Chissà: forse erano già caduti. Conficcati nella terra, promessi lupini per il prossimo anno. Forse. Il vasetto di vetro che ho scelto per contenerli è decisamente troppo grande. C’era la marmellata qualche giorno fa. Limoni di Sicilia. Mi piace quasi quanto quella di arance amare – la marmalade.  Adesso sa di lavastoviglie, il vasetto, e contiene 5 semi. Li guardo, attraverso il vetro e mi chiedo quale lupino sarà lui e poi lui e lui. Boh. E di quale colore sarà: probabilmente rosso e giallo. Ecco. Un leggero spostamento d’aria dentro la cucina. Leggerissimo. Tra il mio sgabello e il frigorifero. Cosa vuoi dirmi? Non so capire il linguaggio delle ombre e allora prova a scrivere, a parlare.  Magari tra questi rintocchi di campana ti confondi al resto del mondo e a me, lasciandomi un sottile dubbio di suggestione. L’altra sera c’erano le campane, c’era anche un po’ di pioggia. Due calici sul tavolo, una cena così così ma nessun rammarico: contava poco il cibo come il vino.  Una sera normale che se avessi voluto immaginare proprio quella,  mi sarei vista a prestare attenzione ai gesti, alle cose, alle parole. Non l’ho fatto perché sapeva di normalità, di sereno quotidiano, e non di straordinario. Le cose che sanno di straordinario sono per lo più improbabili. Le campane, il vino, la pioggia brevissima non lo erano, improbabili. I pensieri si accavallano sempre nella mente e si rincorrono e cascano, l’uno sull’altro, e poi si mescolano come… come il gelato. Da bambina mescolavo il fiordilatte e il cioccolato nella coppetta, girando veloce con il cucchiaino e diventava una crema colore nocciola ma non sapeva mai di nocciola. Sapeva di cioccolato meno cioccolato e di fiordilatte per nulla. Il cioccolato vinceva sempre: sapeva farsi valere, il cioccolato. Chissà se i semini dei lupini manterranno la loro premessa di lupini. Oppure sono come le tante promesse che suol fare la vita.  E chissà se quel fiato, quel passo leggero, quel nulla di peso sul bordo del mio letto, quel tocco ancora più leggero sui capelli, quell’udire il mio nome, tre volte, la scorsa settimana sono cose tue. E se si, cosa vuoi dirmi? Se passeggi nel corridoio che separa la mia esistenza dalla tua, sempre che vi siano un corridoio, la tua esistenza e perfino la mia, e cerchi di dirmi qualcosa… fallo. Mentre suonano le campane, se non vuoi dare nell’occhio. Così potrò pensare che è tutta suggestione. Oppure fallo tra le stelline che saltellano sul mare al crepuscolo. Tu lo sai che mi fermo sempre a guardarle, che mi mettono allegria, che mi piace tanto il fatto che scompaiono subitissimo appena nate e poi si rituffano nell’acqua per giocare a nascondino con le altre e con me. Fallo li, scrivimi quello che vuoi dirmi. Potrei pensare ad un gioco degli occhi. Sono belli i giochi degli occhi. Diversi dai giochi di parole, ma ugualmente belli, divertenti. Giochi frattalici, che diventano altro e poi altro e poi imparano dai più grandi trasmettendo la memoria di sè. Poso il vasetto della marmellata sul mobile di cucina. I semini neri sono lì e non so nemmeno se avranno la loro primavera. Penso che andrò a dormire. Se sarai nel corridoio, quello tra la mia esistenza e la tua, ammesso che esista un corridoio, e ammesso che esistiamo noi, accarezzami i capelli stanotte, come facevi quando ero piccola ma anche quando ero un pochino più grande. Poco poco più grande di piccola. E se ti va prova a dirmi ciò che vuoi dirmi. Ma se non ti va,  o se non puoi, lasciami una carezza.  Non ho mai smesso di aver bisogno di te.

LE PAROLE MIGLIORI

organzaLe parole migliori sono quelle che non dici. Quelle che escono dal petto e si posano sul petto che respira di chi ti dorme accanto, di chi ti ama accanto. Anch’esse non sono vestite anzi sono vestite di silenzi. Che è un abito leggerissimo, trasparente, organza finissima e preziosa che solo il cuore può trapassare. Le parole come queste devi leggerle col cuore. Si posano sul piede nudo, che si tende e cerca un altro piede, e in silenzio chiedono amore e carezze e tenerezza, nell’alba che già di sta vestendo di arrivederci e di saluti. Di frenesia, di caffelatte e di tuffi nel brulichio del mondo. Le parole migliori sono quelle che ti ritrovi in tasca la sera perchè nessuno le ha dette. Sono lì e scivolano fuori dalla biancheria intima un nanosecondo prima della doccia della sera. Non vogliono essere bagnate, perchè le parole bagnate non sanno volare. Vogliono restare leggere e volare sopra i pensieri sopra altri pensieri che sapranno raccoglierle e cullarle per poi resitutirle. Un’altra volta ancora vestite di silenzi, di sottoveste leggera che lo stesso cuore le spoglierà per leggerle ancora e ancora e ancora.

IL MUTO

uomo cappello

Non parla. Certo… è muto! Un po’ gentiluomo e un po’ invadente. Un po’ insistente, e, solo apparentemente, silente. E’ un omino dai contorni delicati eppure marcati, così come è muto eppure urlante. Passeggia, ai bordi dei miei giorni, si infila, nelle pieghe della mente. Dorme (o fa finta) nei miei momenti calmi e si culla nei miei pochi istanti oziosi. Scalcia se ricamo alcuni pensieri: non vuole: “dice” che non fa bene.  Ha un cappello, tondo e un po’ retro’. Comune, quasi banale, ricorda un disegno di Folon eppure  qualche volta è sorprendente, come uno di Miro’.  Pare si confonda, a volte, tra i fili delle mie contraddizioni: labirinti, in realtà, dentro i quali si diverte. Ci passa in mezzo e ne esce, praticamente indenne. Non cambia il soprabito e non ho mai visto cosa indossa sotto, non ho mai capito se prova caldo, freddo e se gode di una qualche immunità. Perfetto equilibrista passeggia sopra i miei umori mutevoli, non sempre muti. Cade sempre in piedi, da ogni mia giornata nera e parimenti non si invola sopra quella gioiosa. E’ muto, l’ho già detto.  Entra ed esce, sinuosamente e sempre uguale nei frattali della mia memoria: non perde mai nemmeno il suo cappello. L’impermeabile poi … è  sempre quello. Suggeritore nato, talentuoso, ma lo ricordo: è muto! A volte credo di averlo cacciato ma lui niente! Resta al massimo un po’ indietro,  si siede sopra un sasso. Immobile. Indifferente al caldo, al freddo e al vento. Come un sasso, muto come un sasso. Eppure a volte grida tanto… dovreste sentire quanto chiasso! 

AMBRA E TOPAZIO

Paesaggio-autunnale

.

Eccoci.
Finiscono le vacanze, la pelle è ancora abbronzata, i sandali ancora a portata di zampe,  le camicette leggere ancora in lavatrice, o fresche di stiro. Il temporalone, l’acquazzone.
Come stamattina. Ho appena finito di asciugare il jeans con il phon. E ho solo percorso la strada dalla stazione all’ufficio (7 minuti).

Tempo di castagne, di funghi, di cibi caldi. Il tempo che piace a Sir Biss.
Chissà se questo autunno ci regalerà ambra e topazio e rubino, e rossi infuocati.  La vite rossa accesa delle estati indiane.
E chissà se ci sarà la dolcezza e la morbidezza dell’aria, l’odore di muschio e di funghi e di terra umida.
E la luce.. quella luce che d’autunno accarezza come sa fare al crepuscolo nei luoghi di mare. Quel sole tiepido e gentile, quasi sciolto sugli alberi che lascia il posto alla sera ornata di stelle bianche e blu.
Serve dolcezza e poi passi calmi, carezze delicate ma profonde. E vino buono, nel bicchiere giusto, cristallo sottile, che vibra, che suona.
Sarà buono il vino di questo anno: estate calda senza pioggia. Lo avremo più avanti.
Si abbassano. I pensieri. Verso la terra, il suo odore: cercano rifugio tra le foglie e il tepore del suolo. Cercano un buco, una tana, un posto dove arrotolarsi. Come si arrotola la volpe che attende di sentire i passi conosciuti. 
Attendiamo un autunno così. Non ci piacciono i passaggi violenti: dal caldo al freddo, dalla luce al buio. Vogliamo essere accompagnati con dolcezza. Con gentilezza. Essere presi per mano ed entrare piano, dentro il cambiamento.
Non vogliamo che gli alberi si denudino in un giorno: vogliamo invece che si spoglino lentamente: c’è bellezza in questo. Sensualità. Dolcezza. Vogliamo avere il tempo giusto per godere con gli occhi, con l’olfatto, con i sensi tutti. 

.

castagne-e-vino

PAUSE

Sea-Stones-Beach

.

In questi giorni il tema sul treno, in ufficio, nei negozi, è sempre lo stesso: vacanze.

Dove vai
ma che bello
ci sono stato anche io
ti consiglio di cenare in quel posticino
quando torni
se potessi farei le vacanze in luglio

E le raccomandazioni? Divertiti!!! Riposati!!! Rilassati!!! Mi raccomando!!!
Ecco.. menomale che ce lo dicono altrimenti da soli mica ci pensiamo! Ti vien da rispondere: sì, mamma!
Menomale che le riceviamo le altrui benedizioni altrimenti come faremmo?  

Scusate per questo sfogo di insofferenza. Personale idiosincrasia storica in aumento costante verso i luoghi comuni, le frasi fatte, le raccomandazioni (inutili come tutte) che arrivano solo da chi in realtà non gli frega assolutamente nulla se ci riposeremo rilasseremo divertiremo. Gli altri non ne fanno. Come sempre è questione di intelligenza e di sensibilità. O di comune allergia per i soliti stramaledetti luoghi comuni usanze cicalecci vari frasi fatte. 

Ho in serbo una condivisione, quella con e di Carola. La faremo presto. Perchè è un discorso interessante: riguarda i ragazzi in gamba, quelli responsabili, quelli che vanno avanti nonostante le difficoltà e lo fanno da soli.   

Lascio qui un saluto ai miei controlucini, per ora. Ora è tempo di pausa.
Vi auguro un tempo buono, di sereno, di pace, e di riflessione. Una tregua vera che possa interrompere per un po’ la violenza dei giorni, l’incombenza dei doveri, che ci sovrastano e schiacciano. Qualche tramonto dentro il quale perdersi con l’anima ed uscire un po’ migliori. O  qualche bagno che faccia fare un po’ pace con il mondo e con sè. Qualche prato di stelle sopra la testa capace di commuovere e stupire. O l’imponenza delle montagne: che ci faccia sentire piccini qui sotto quando rivolgiamo il nostro pensiero alle vette laddove è potente il silenzio e immobile il tempo. Qualche passeggiata meditativa capace di farci ritrovare il senso delle cose perdute, offese, uccise, tradite.
E leggerezza. Sere dolci e delicate. Morbidezza e passo leggero. Sere gentili.
Tutto questo è lontano dai gelati, dagli ombrelloni, dal chiasso, dalla musica, dai tormentoni, dall’olio di cocco, dal pareo all’ultimo grido, dai selfie che intaseranno la rete; non che abbia qualcosa contro: ognuno vive come gli pare. Solo perchè  niente di questo appartiene al popolo di Controluce.

Vi abbraccio tutti, intreccio di code stretto. Perchè qui trovo quella animalità che manca a molti umani, trovo code e pelo e occhi e cuore di cani di gatti e il respiro della sincerità e il dono della condivisione vera, leale. Che non trovo quasi più. In nessun luogo…

 

CARO ISCRITTO TI SCRIVO

trappola

.

Gentile “Iscritto che segue Controluce”

ricevo spesso, nella mia casella di posta,  le notifiche da WordPress che “Ora pinco pallo segue Controluce”. Segue l’invito, precotto di Word Press che dice: vai a vedere cosa scrive pinco pallo! Magari ti piace! E ti spiattella il link. 

Diffido molto di chi dice che “segue” un sito senza leggere alcun post nè lasciare alcun messaggio.
Ma capisco anche che la rete, in generale, e anche attraverso i cosiddetti Social Network, blog ecc, rappresenta una “opportunità di visibilità”. E Controluce, nel suo “piccolo”, vanta rispettabili statistiche di lettura (pubblicate da siti di statistica vari, mio malgrado).  

Tuttavia trovo irrispettoso nei confronti di chi scrive, cura, e pubblica un sito, affermare di seguirlo quando invece lo scopo è chiaramente quello di “farsi seguire”. Il che è ben differente! 

Forse lei, signor “iscritto che segue Controluce” non ci crederà, ma c’è chi, come me, pubblica articoli con amore e dedizione e senza alcuna pretesa. Senza girare tra altri blog a caccia di lettori o a seminar biscottini, e che considera il proprio “blog” un po’ come una casa, aperta a tutti, senza alcun filtro, o moderazione nei commenti, nè altro. Però … esige un po’ di buon gusto. Quando ciò viene a mancare, come adesso, cerco di farlo notare, serenamente e tranquillamente.

Dal momento che lei, gentile “iscritto che segue Controluce”, ehmmm “segue” Controluce, mi permetto di darle un piccolissimo consiglio: abbia un filo di professionalità in più, anche nel cercare di rendere i suoi lavori, i suoi scritti, la sua professione, più visibili: alcuni “espedienti”, generalmente, possono addirittura risultare controproducenti.

Non me ne voglia dunque, caro “iscritto che segue Controluce” se non passerò a “vedere cosa scrive lei”, così come incita – giustamente – wordpress – che è una piattaforma e fa il mestiere di piattaforma. Io preferisco una forma piatta. Nel dire le cose che penso. Ad esempio.    

Cordiali saluti e molti auguri per i suoi lavori.

Celeste
CONTROLUCE

.

TI ASPETTO QUI

dscn4262.jpg

Ti aspetto qui dove il sole non fa più male non brucia non offende non inaridisce accarezza e calma ti aspetto qui dove il mare riposa sotto la sera gentile dove gli alberi si stagliano contro la luce crepuscolare dove i pensieri sono anche preghiera Ti aspetto qui dove tutto è calma adulta matura come l’odore di resina che solo la sera dispensa nell’aria Ti aspetto qui dove non c’è rumore dove l’amore è canto silenzioso capace di risvegliare semi addormentati dei grandi alberi protesi verso il mare Ti aspetto qui dove il Tempo salda le ossa rotte lenisce le ferite lava via la polvere dove la morsa del mondo si allenta dove si libera il respiro e diventa alimento per l’anima  Ti aspetto qui in un’ora liquida e densa quando la voce del mare è come musica da un grammofono Ti aspetto qui per aspettare insieme il miracolo dell’alba

COLORI DI ORI

00186_hd.jpg

Qual è il colore che preferisci, zia?

Il celeste, Aurora, lo sai da sempre. Mi piace il celeste, l’azzurro, il turchese. Insomma amo i toni che dall’ azzurro finiscono dentro il blu, o nascono dal blu. Mi piace il colore del cielo, il turchese delle pietre incastonate nei monili d’argento. Mi piace il blu.

Ma tutti i colori sono potenti. Non esiste un colore che non lo sia, perché ogni colore sa abitare la nostra anima, parlarci, evocare ricordi sepolti dentro i crepacci della memoria, riportare suoni, odori. In modo dolce o prepotente, gentile o sgarbato.

Diventa filo che cuce brandelli di esistenza, passato con presente. Buca la tela del tempo, libera emozioni intrappolate nei cristalli del tempo e credute sopite. Seduce, brucia, palpita, strugge.

L’arancio al tramonto incendia i cieli, è una striscia di tela che cuce il giorno con la notte, ma dentro è anche un sabato di luglio, senza vento, e un mare immobile come una distesa di cemento e un orizzonte finito, silenzioso come un muro.

Ma  è anche  la colata di luce che inonda e bagna la stanza, penetra attraverso fessure irregolari di persiane di legno della vecchia finestra sul lago, gioca a disegnare strisce dorate sulla pelle sudata, accompagna la danza intima e antica dell’amore.

L’azzurro è quel cielo di maggio, sfacciato, assurda cornice di  una lettera scritta a mano: parole come perle scure di una collana di piombo sui giorni a venire.

Ma è anche una sciarpa, incontrata per caso in un giorno di pioggia e di vento, arrotolata più volte sotto due occhi scuri penetranti come spilli che mi hanno sciolto il ghiaccio nel cuore. Sono ancora grata a quegli occhi, lo sono ancora, dopo tanto tempo.

E il verde? Il verde …. Il verde sono camici, camici e odore di medicine, e sensazione e odore di metallo e di freddo. Verde è una testa che si scuote, due braccia allargate, bocche serrate eppure urlanti di verità impietosa.

E verde è l’erba, sotto i miei piedini nudi, la sensazione di appartenere alla terra che sotto la pianta dei miei piedi pulsa e vibra e respira. Verde è il colore degli alberi, punti di sutura tra terra e cielo, custodi dei pensieri del vento, dispensatori del fiato di Dio sulla terra.

Bianco. Il bianco è l’inverno,  il ritorno in una casa che non era più la mia. I silenzi e i passi lievi, la stanchezza, la speranza. La consapevolezza. La fine dell’anno e la fine di altro.

Ma è il colore della neve, l’altra, quella  della gioia dei bambini. E’ quello dell’infanzia. E poi è quello che accende una camicia un pomeriggio afoso di giugno, e le lenzuola stese, e ogni nuovo giorno, che ruba la scena ai violetti e ai rosa dell’alba. E’ la luce della luna che,  feconda,  chiama a sé il mare e poi semina stelle nuove in cielo.  È il colore della verità,  quello che non nasconde, non mente mai, forse non per scelta ma perché non può. È identico al nero, il suo opposto, l’altra sua faccia nelle regole dell’universo.

Ogni colore può essere amato, odiato, maledetto e benedetto. Ognuno può abitare più parti dell’anima, lacerarla, renderla libera, accenderla, soffocarla, proprio come fa un odore,  un sapore.

Hanno mille dita, colori e sapori e odori, capaci di frugare nella borsa della vita, dietro gli occhi,  dentro il cuore. Dita che sanno spettinare, arruffare, disordinare, seppellire e scoprire segreti. Curare, guarire, trafiggere, stupire.

DELICATEZZE

04898_hd.jpg


.

.

C’è bisogno di carezze, di passo leggero, di pensieri delicati. Ecco la ragione di questo sfondo. Spesso gli sfondi di Controluce corrispondono al mio umore o forse quasi sempre. Da bambina, la primavera,  la Pasqua, erano colori pastello nei miei disegni, le uova che coloravo con la mamma, i fiori di pesco sui quaderni. Stamane, in treno, leggevo qualcosa sulla memoria, sulla selezione della memoria, questo specialissimo luogo del cervello che sa fare cose meravigliose e anche terribili. Sa conservare, rievocare, stravolgere, edulcorare, svalutare, sminuire, esagerare, a volte cancellare a volte ossessionare.

Dicevo: leggevo e guardavo dal finestrino gli alberi fioriti in un batter di ciglia. Peschi, ciliegi da fiore, la brillantissima forsizia, color del sole, che contro i prati verdi e sotto il cielo azzurro sta che è una meraviglia. E mi sono ricordata di un tema, che feci in quarta o quinta elementare. Titolo:  La Primavera. Ricordo perfettamente che scrissi una cosa che mi disse mia mamma qualche giorno prima ed era più o meno questa: “è come un miracolo, come se la mano di un pittore invisibile fosse passata sui prati, sugli alberi, e nel cielo, trasformando tutto. Ma di certo è la mano di Dio”.  La maestra mi fece i complimenti, e ricordo perfettamente che pensai di non meritarli dato che non si trattava di farina del mio sacco.

Servono pensieri delicati, profumi lievi, colori e sole che non feriscono non accecano non offendono, per portarci piano piano fuori dalla grigitudine dell’inverno, dalla pesantezza dei pensieri, dalla lunghezza delle notti, dalla persistenza del buio.

Servono gentilezza, trasparenze, sorrisi semplici su visi semplici, senza trucco. Magliette bianche e jeans e margheritine nei campi. Servono le primule che aprono gli occhietti al sole, con i loro colori che ben rispondono a questa esigenza di pastello, di colori sussurrati, di lievità, di leggerezza. Di golfini sulle spalle, di passeggiate serali. Di carezze sul cuore.

PAROLE CADUTE

le-parole-e-le-stelle

.

Ci sono notti di pensieri che si arrotolano, si attorcigliano, imbrigliano i pensieri, mescolano le carte del passato, ci sbattono davanti ad uno specchio dentro il quale si specchia uno specchio. Dietro il quale ci si nasconde la verità, come briciole sotto il tappeto. Notti in cui ci si casca, dentro lo specchio, come fosse un lago. Uscire è difficile quando non sappiamo dentro quale specchio si è finiti. Ci sono notti che hanno forbici che tagliano corde, cesoie per catene, accette per ali. Notti che hanno mani.
Notti che non sono amiche: reti di maglie strette al posto di velluti a riparare spalle, a donare sonni, sonni di riposo, capace di distendere i segni sul viso. G
entilezza per zigomi e guance. Culla per sogni, carezze  sul petto che respira.

Notti di pietà per le parole belle, cadute nei crepacci dell’incomprensione, abissi di pietra dentro i quali la mano non passa. Come il braccialetto caduto alla bambina nella grata del marciapiedi. Niente, non recuperi niente. Sai che sono lì, e ci vuole pazienza, un filo di nylon e una canna da pesca e un bel po’ di tempo. Ma non hai tutta questa roba, non ce l’hai: disponi solo di altre…. parole.

Allora le chiami, le parole belle, provi a farle salire da sole. Ci provi, perché erano belle davvero …  appena nate. Nate da un cuore disteso, che stava anche bene, cadute forse perché accecate dalla luce. Bisogna proteggerle, le parole belle, e tenerle solo sul cuore. E’ un posto sicuro, il cuore. Per questo cerchi di passarle, velocemente, da cuore a cuore…

Ma a volte cadono se il cuore non è pronto, se non può ricevere, se non è sereno: sono parole senza paracadute e senza rete, quelle che nascono dal cuore. Senza protezione, senza cappotto, senza biglietto di ritorno, senza istruzioni. Non sono andate a scuola.

Quelle che nascono dalla testa invece sono più furbe ed equipaggiate. Hanno corde e ramponi, hanno l’assicurazione, il passaporto con la marca, la garanzia e anche la scorta. Sanno mescolarsi, mimetizzarsi, sanno nuotare e camminare. Sanno fare tutto tranne volare, ma alle parole che nascono nella testa non serve volare. Sanno anche contare, e crescere. Si nutrono di altre parole, rotolano, come la polvere sul parquet, e diventano giganti e resistenti. Sono spesso sapienti, sfuggenti, scivolose, drenanti, assorbenti. Taglienti, esperte, capaci.

Le parole che nascono del cuore sono tonde, morbide, semplici, indifese. Vento e pioggia possono appesantir loro le ali. Sono svestite, delicate, esposte,  e non sanno che fare una volta cadute …  non si alzano più. Si può provare a salvarle, rimetterle in fila per farle tornare a casa. E’ un posto sicuro il cuore che le ha generate: forse le può ancora salvare, proteggere, scaldare e tenerle con sè.  Vi sono notti in cui ci si può solo provare. 

.

PENSIERI DI VENTO

cielomare

foto mia, 14 08 2013

Ci sono momenti in cui il corpo sembra leggero, e la mente libera, l’anima anch’essa leggera, senza pesi, senza polvere, senza zavorre. Sono attimi. Di vento, di fiato, di odore di temporale, di acqua.
Piccoli istanti in cui alcune assenze sanno far male, così come tanto di quello che c’è, quasi tutto, che appare assolutamente inutile ma si stempera. Le assenze invece no. Sono nel vento e ti avvolgono e ti abbracciano. Questa mattina era così. Esattamente così. Non mancava niente e mancava tutto. In questa fotografie c’è quel pensiero. Di tutto e di niente. Di vento.

COSA NON BASTA COSA

Lanterne, foto mia, agosto 2012.

Non basta un sorriso dolce sul viso di qualcuno, per dire che è persona  capace di dolcezza.

Non basta raccontare di sé,  cosa si fa, dove si va e con chi,  cosa piace e cosa no, per dire di condividere. La condivisione vera avviene in un luogo comune e profondo. Esserne capaci è altra cosa del raccontare e confidare.

Non basta essere dalla parte di qualcuno per esserne complici. La complicità profonda è altro. E non è pregiudicata dal dissentire o dal dissociarsi, a volte. Anzi ne trae vantaggio, cresce e fa crescere.
Non basta ascoltare con attenzione per capire. Le parole entrano attraverso le orecchie e la pelle. La comprensione avviene dentro l’anima, e coinvolge la testa, la pancia, il cuore.

Ci sono notti che i pensieri sono come attorcigliati sul filo di lana ma a volte il gomitolo si scioglie e pensieri si ingarbugliano.

A volte invece è tutto così chiaro, specie quando sembra più annodato e difficile. Il punto più oscuro è sempre quello sotto la lampada.

.

SCATOLE

Soffro di anoressia.
Nei confronti dei giornali, dei notiziari tutti, dalla TV al web. Non voglio sentire. Non più. 
C’è crisi, è vero, si sta male. Un pianeta diviso, tra poveri e ricchi. Poi: violenza per le strade, furti e rapine in aumento, ovvia conseguenza di quanto sopra. Una umanità per mezzo povera, che costituisce ricchezza per l’altra, che è sempre più ricca.

Un futuro incerto, fantasmi dietro la porta, il terrore di andare in azienda il lunedi mattina e trovare il cartello CHIUSO.

E questi sono gli argomenti che si sentono in continuazione, sul treno, per strada e ovunque. Nei tiggì, sui giornali. Dappertutto. In ufficio poi non parliamone: l’ambiente in cui lavoro è una perfetta vetrina su questa situazione, difficile, pesante, che fa paura, che scoraggia qualsiasi iniziativa, capace di uccidere ogni azione di buona volontà, annientare qualsiasi intrepido tentativo di costruire, fare, inventare.

Questo, che piaccia o no, è il mondo in cui viviamo.
E ok. Ok. OK!!!
Ma parlarne in continuazione non serve, non fa bene al cuore, non aiuta. Serve fare, non parlare. Agire. Lamentarsi, lagnarsi, martellare in continuazione sé e il prossimo fa solo del male, accorcia la vita, di sicuro.

Più che mai c’è voglia, necessità, urgenza di  leggerezza, di calore, di colore, di alito. Di ballare e di correre, di bagnarsi quando piove, di camminare a piedi nudi.
Che ci sarà mai di così tanto bello nei giorni per ballare? Appunto, c’è bisogno di sentire il battito della vita.
Crogiolarsi serve a poco, prendere atto e adeguarsi a situazioni nuove, cambiare, se necessario, questo è più utile. E imparare a vivere momenti di serenità, volersi bene anche più di prima, può fare la differenza tra un giorno grigio e freddo e un giorno caldo e colorato.

Chi scrive non è  per nulla una che vede “il bicchiere mezzo pieno”. Tutt’altro. Ha un’anima grave e greve, pensieri pesi, sempre e comunque. E non è nemmeno una che non teme i fantasmi: li vede ogni giorno, incombono, e in parte hanno già divorato alcuni sogni e speranze, deluse aspettative, generato dolore e amarezze e lacrime. E’ una persona che ha imparato ad accettare. Già, accettare. Che è differente dal rassegnarsi.  Accettare le perdite, e andare avanti, mezza morta, ma andare avanti.  Si impara, si impara e si cresce, e si può fare: anche senza l’aiuto del cinismo, si può imparare ad “accettare”. Quando non si può fare niente per cambiare occorre saper accettare.

Ma ci sono cose che bisogna imparare a cambiare, se si vuole sopravvivere, e si può cercare di farlo.  Allentare le catene,  guadagnarsi la libertà dell’anima, quella del cuore:  abbandonare le finte certezze. Non ne abbiamo, di certezze. La vita di chiunque può cambiare in un nanosecondo. Può crollare tutto, in meno di un istante. E allora? E allora occorre imparare a cambiare prospettiva, abbandonare, se serve, cose che fino a ieri ci hanno sostenuti, imparare a convivere con la precarietà, a tener sempre ben presente che tutto… cambia o può cambiare. E non necessariamente in peggio. Il che equivale anche liberarsi delle illusioni.  Come si fanno ad avere certezze? Come? Siamo appesi ad un filo, la nostra vita stessa lo è. La ipotechiamo?  Farlo oggi è più sciocco di ieri. La gettiamo via lamentandoci, vivendo nella paura? Se provassimo invece a tirare fuori il coraggio?

L’altro giorno si parlava, in blog, semmai le mucche volessero diventare Simmenthal… Bè.. noi stessi siamo esistenze in scatola. Forse non ce ne siamo accorti?

Cacciamo fuori le ditina dai buchini e digitiamo come pazzi su altre scatole, sempre più tecnologiche, sempre più leggere e piatte, sempre più touch, sempre più piccole ma .. scatole. Ci si illude di essere meno soli, ma siamo più soli che mai, disperatamente soli e in scatola. Veniamo al mondo, in scatola, con l’etichetta con sopra stampato il codice fiscale e il codice a barre, indelebili. Chiunque ci legge, ovunque, in un istante sa tutto di noi. 

Lontanissimi dalle creature che eravamo, capaci di allargare le narici e annusare, annusare la terra, sentire dove c’è acqua e dove c’è amore, sentire le stagioni sulla pelle e sentire con il pelo, rotoliamo, dentro le nostre scatole, che sositutiscono il pelo. Lo abbiamo perso tutto, il pelo e anche brandelli di pelle, ormai. Ma il pelo di latta, mica sente. E nemmeno protegge.

Portami a ballare, fammi ridere, accendi un fuoco, e fammi l’amore sulla terra. Fai finta che ci siano le stelle, inventale e raccontamele, e poi, perdio, abbracciami, sotto un prato di stelle e fammi sentire il fiato.

ori.

FIATO IN CONTROLUCE

Un post che non è un post ma un saluto, un contatto. Sono giorni frenetici qui, al lavoro, e poco tempo per le chiacchiere, poco tempo per tutto. Ma una capatina in controluce come si fa a non farla? La mia web casetta preferita. Ha fatto molto freddo qui, domenica si è acceso il camino. Ieri sera non vedevo l’ora di infirlami sotto il .. piumone. Ebbene si, 21 maggio – piumone. 19 maggio camino acceso.

Sono fioriti gli iris e le peonie nel giardino e sebbene non ami i fiori recisi, me li sono trovati dentro casa: la pioggia li avrebbe uccisi poveretti. C’è stata anche grandine. Profumano tutta la sala, sono una meraviglia. Pare strano che da un fiore così delicato com’è l’iris possa sprigionarsi un profumo tanto forte e deciso.

Ho rimandato un fine settimana in montagna, con la mia nipotina, che per l’occorrenza è stata equipaggiata con tutto ciò che serve ad una piccola esploratrice: scarponcini, zainetto contenente una piccola torcia che si carica con la manovella, una lente per scrutare insettini e piante, un fischietto perchè con noi ci sarà Pepe, uno dei tre cani, e una piccola coperta di tessuto leggero. E ovviamente un pacchettino di caramelle.  Il fine settimana doveva essere quello passato, e con grande dispiacere è .. saltato.  L’attesa per i bambini è qualcosa di infinito. Una settimana per loro è tremendamente lunga figuriamoci due.

Insomma questi pensieri non sono un post ma, lo avrete capito, un contatto, un modo per tenere vivo questo posto, per dargli fiato. Ecco. Prossimamente su questo schermo la fotografia dei miei Iris e delle mie Peonie.

Per ora un abbraccio affettuoso a tutti, pleiadiani e nonne, gatte e lucertole, agli IGM (ingegneri geneticamente modificati), ai  menestrelli della luna e anche alla luna, alla mia consulente dentistica preferita e amica di una vita, che risponde al nome di Carola, alle donne di lago, ai suonatori di clarinetto e anche ai clarinetti tutti. Ai gollum e agli elefantini e alle stelle. Alla mia nipotina che è bella come il sole ma anche come la zia. Ecco.   

DEL MARE

beach_waves-wallpaper-1366x768.jpg
Non lo trovo triste il mare in inverno. Forse perché in questo periodo, più di altri, mi manca una dimensione umana. Mi manca di sentire che sono una persona e non qualcosa che corre e lavora, fa la spesa, parcheggia, va alla posta, sale e scende dai treni. In questo tempo che fa male, si respirano paura, sconforto, tristezza, e anche panico. Sono spariti i colori dagli occhi e dai discorsi della gente, l’entusiamo, i progetti. E’ sparita la speranza. Fra tutte queste sfumature di grigio verso il nero che avvolgono i giorni, mi manca il passo lento di un giorno che sa essere tempo da masticare piano. Un tempo da assaporare con lentezza, un tempo che non sia tempo da ingoiare. Un tempo che non comprenda frasi come “menomale è venerdi” un tempo in cui ogni giorno è un giorno da vivere, e che lascia anche un po’ di malinconia quando arriva sera. Una malinconia breve: il tempo che si accendono le stelle per tornare a godere della sera, e poi della notte e che mostri l’aurora come un buon giorno, foriera di luce e di speranza e di gioia. Ecco perché, forse, penso spesso al mare, alla culla che sa essere, e alle sferzate che sa dare. Ci si può perdere un po’, nel mare e percepire la leggerezza del corpo che si muove, in modo naturale e lento, l’acqua sa massaggiare il corpo e anche i pensieri, isolare dal rumore, allontanare la polvere dagli occhi e dal cuore. Accando al suo respiro, nella baia calma di una notte sotto le stelle bianche e la sua voce, così lontana dai motori, dalle luci e anche da quella che mi tocca essere ogni giorno che ingoio, tranne brevi momenti in cui posso essere davvero quella che sono. Una persona.

foto: francesca

8550153678_8d0d47ac4d_z

STANOTTE

foto dal web

C’è una luna giallo oro, il colore ricorda i lunghi vestiti delle donne indiane. Seta per la sera, in un cielo perlato. Gli abeti, i tigli, l’araucaria, sono ombre antiche, imponenti, altissime: contrastano con il cielo per via della luce lunare. Sono davvero grandi questi alberi, e mentre li guardo, penso che la stessa luna illumina, da qualche parte, sassolini colorati sul bagnasciuga, al mare, così come un vicolo di pietra rendendolo lucido e dorato, come un fiume in una fiaba. Penetra,  nella stanza, tra i listelli di persiane chiuse e cola sopra la pelle di due amanti mentre si scambiano baci e respiri. Lucida quella linea di mare che diventa platino e si solleva, obbediente a quella rotondità potente e silenziosa. Si sovrappongono passi e pensieri, pensieri e passi, mentre gli alberi, giganteschi, parlano una lingua che non è lamento, non è canto.  L’erba del giardino è bagnata, raffredda i miei piedi nudi ma non i pensieri. Guardo il cielo, la cima degli alberi e la luna e affido lassù qualche domanda, una preghiera, una speranza, un segreto. Un brivido cammina lungo la schiena, fa un po’ freddo, o forse no. Forse è altro.  Il cielo adesso non è più di perla ma ottanio, e sembra quasi finto. È la luna di tutti, di quelli ricchi e dei senzatetto che dormono nei giardini, sulle panchine, sotto i portici in città, penso. È la stessa luna che può essere vista da un uomo e da una donna, luce irradiante per tutti, è la luna dei lupi. Luna che ammalia, ammonisce, chiama, indica la via, determina i ritmi delle donne, la crescita, e rende buono o aceto il vino.  Si svuota,  la mente, e i pensieri si riversano sul prato. Sotto questa luce li posso vedere, come se non fossero miei.  Li lascio li, qualcuno è un seme, chissà se potrà attecchire. Sotto questa luna.

CUORE

Capita mai di voler spegnere la testa. Allontanarla da te. Spegnere i pensieri, le preoccupazioni spesso inutili. La presunzione di dover pensare al domani (quale domani? – ma sei certo che ci sarà?)

Capita mai di voler essere cuore? Non parlare con il cuore, fare l’amore con il cuore, pensare con il cuore, guardare con il cuore

Ma “diventare” il tuo cuore?  Ti capita mai?

A me sì. Devo farmi curare?

ECCOMI

Eccomi.

E’ un po’ che non scrivo, ma ci sono delle ragioni, naturalmente. La principale ragione sta indubbiamente nel  cambio di casa: non ci si sente subito a casa dopo un trasloco, no?  Inoltre io sono un bel po’ ehmmm …  sentimentale? Mi affeziono ai luoghi che mi hanno dato emozioni e che mi hanno dato la possibilità di regalarne qualcuna. Che devo fare? Sono fatta così. Splinder è, forse, una piattaforma meno evoluta di questa, un prodotto meno complesso per ciò che sta “dietro” il sito visibile, insomma un abbigliamento intimo meno sofisticato. Ma … Controluce è nata su Splinder ed è là che è incominciata l’avventura. Ci metto sempre un bel po’ a cambiare: sto usando un nuovo PC, con Windows 7 al posto di XP e ancora non mi ci sono abituata eppure per lavoro si deve cambiare spesso abitudini, anzi.. non ci si fa nemmeno in tempo ad abituarsi a qualcosa che …. tracchete,  cambia tutto. Per fortuna o per sfortuna, chissà. Poi di Splinder conoscevo l’editor compresi i difetti, sapevo perfino mettere la musica e ultimamente c’erano anche le foto dell’album su Flickr che scorrevano come un film… Ecco.

Non ho molte cose da dire, o forse ne ho tantissime il che produce il medesimo effetto cioè il vuoto pneumatico. Questi mesi sono stati particolarmente densi, per il mio lavoro e le varie vicende connesse collaterali e conseguenti.  Mesi forieri di amarezze, delusioni profonde, spaccature, e urgenza di cambiamenti. Questi eventi avrebbero  lasciato Controluce un bel po’ orfana, se non ci foste stati voi, che passate di qui, a dare fiato e brio. Grazie, davvero. Ora alcune cose sembrano aver trovato se non equilibrio, almeno una nuova collocazione nella mia mente e un nuovo posto nella mia esistenza. Appena scopro qual è questo posto, ve lo dico eh. Promesso.

Il Natale, appena passato. Che dire?  Con il passare degli anni, vuoi perchè si diventa un po’ più saggi, vuoi perchè si abbassa la soglia di tolleranza alle ipocrisie, e si alzano le difese immunitarie nei confronti delle bugie infiocchettate, dei baci e dei sorrisi di plastica, dei regali obbligati, ci si fa toccare sempre meno da quello che è quello spirito che non c’entra un bel niente con il Natale e si cerca di resistere e sopravvivere alla fiera dell’inutilità, al circo dell’ipocrisia, ai messaggini di auguri che nascondono (spesso nemmeno tanto bene) cattiverie, invidie e indifferenza. Ecco, mancava un po’ di retorica nel web senza che Controluce ci mettesse del suo.  E vabbè. Ma già che ci siamo … andiamo avanti. Da un bel po’ di anni sono praticamente immune allo stress da regalodinatale. E credo sia una gran bella cosa, un bel passo avanti verso la guarigione dalla sindrome del babbonatale a caccia di un regalo qualsiasi purchè sia qualcosa perchè lei/lui lo scorso anno “me lo ha fatto”.

La città di Milano, per quanto ho potuto vedere,  si è vestita poco, questo Natale: poco sfarzo, atmosfera piuttosto sobria. Gliene sono grata: lo scorso anno mi veniva da piangere passando per Piazza Duomo deturpata dall’enorme store Tiffany color turchese modello pacco di Natale (pacco in tutti i sensi…) al centro del quale troneggiava un abete, brutto pure questo. Per non parlare delle enormi stelle pendenti dalla volta della Galleria, una delle quali è crollata sopra la testa di una signora, pochi istanti prima che passassi io, per andare da Hoepli (e poi dicono che le stelle cadenti esaudiscono i desideri…). Non sono mancate, ovvio, le scene di panico da regalo: “oddio mi sono dimenticata del regalo per carlo…. ora mi  infilo in un negozio e gli prendo qualcosa”. Che tristezza ! Una tristezza infinita!  Oppure: “quest’anno mi sono portata avanti, ho cominciato a ottobre e adesso me ne mancano soltanto 5 e poi ho finito”.  E poi i fiori: una sera ho preso il treno reggendo una foresta tra le braccia… E poi mi dicono: stai attenta a quest’ora ci sono in giro delle brutte persone. Eh si, ma io ho un albero tra le mani, hai presente le legnate? Ecco.

Spero che riuscirete a perdonarmi questo post, scritto perchè avevo voglia di trovarvi, e poi perchè mi manca. Mi manca Controluce e mi manca ciò che accade sotto ogni post. L’altro giorno Riccardo si è messo a rileggere “Capito?” un post che ha raccolto circa 120 interventi. un record. E Controluce non ha interventi banali tipo: ma ciaaaaoooo passavo di quaaaa ti faccio un saluto Bacini…..  ma cose belle, vere, confronti, e anche umorismo, certo, bello, intelligente, elegante.

Eh già perchè la classe non è acqua… Infatti talvolta qui sembra vino.. (o grappa). Ma di qualità. Poi ci sono i gatti di razza, e qualche animaletto saltellante, con le orecchiette un po’ basse, ma di razza anche lui,  cui vogliamo tutti bene.  Una nonna che alleva oche (con il pedigree of course), un elefantino che pare abbia lasciato la proboscide incastrata tra i dentini dell’htlm di Splinder e altri animali non meno preziosi.

E per concludere questo post auto-referenziale e anche un filo snob (poco poco però), parafrasando Jannacci (l’ho visto qualche giorno fa in TV, un mito) ci sta bene una cosa così: ” quelli cui non interessa la luce contro e per questo scrivono in controluce…. Ohhhh yesssss”

Ecco, a quelli li, il mio grazie. Di cuore grazie.

PENSIERI SUL PONTE

Se dovesse tornare quel tempo forse ti porterei via con me, lontano da qua, dalle cose che sono diventate ferite. Ti starei accanto in un altro modo, e forse rideremmo di più per tutte le cose.

Sento i tuoi anni e conosco la tua età, e adesso anche i pensieri perché  qualcuno è diventato mio.

Forse alcuni li hai depositati su di me, come uova invisibili perché attendessero il tempo necessario per schiudersi:  è un volo leggero, aria parlante, note che hanno raggiunto le mie e finalmente si è scritto il canto che adesso posso leggere anche io. Era sfasato il tuo tempo con il mio, menti poco allineate, separate dell’età. Cristalli di ghiaccio capaci di lasciar passare la luce ma poco altro: gli anni tra i tuoi e i miei.

Conservo la carezza sulla fronte, il ricordo del bacio della buonanotte, e l’idea vaga di qualche mattina di Natale, che hai voluto che anche per me fosse un giorno speciale.

Conservo il dolore, dentro fiale di vetro trasparente,  infrangibile, credo. Si usa solo cristallo sottile per dolori definitivi. Lo conservo in un posto che è solo mio, dentro il quale nessuno potrebbe mai arrivare perché c’è un corridoio lungo e poi una porta che non si aprirebbe, nemmeno se io volessi.

Conservo l’immagine delle  gocce trasparenti che sono scese, nessuna uguale all’altra, eppure   sembravano gemelle, perle cadenti da bottiglie appese: ognuna una speranza, una luce che cadeva nella medesima  pozzanghera  di un misterioso destino, coperto di parole troppo difficili da comprendere e da occhi troppo sfuggenti per non tradire verità o per tradire ipocrisie. Un pozzo di incertezze e di domande appese all’albero dell’illusione come palline di natale come bolle di sapone, ognuna con il filo di naylon di mezze bugie o mezze verità che sono certezze, le une come le altre.

Resta, resta, resta, resta, resta:  le gocce cadevano e diventavano un mantra.

Recitato a  nessuno: cielo sordo e buio denso, mai bucato da suoni o silenzi o lampi di luce.

Difficile è comunicare con il cielo, più facile è farlo con la pelle e il fiato.

Se dovesse tornare quel tempo saprei cosa fare ma temo che  il tempo farebbe le stesse cose. Pioverebbe di pioggia dentro il  vetro, e si raccoglierebbe dentro la stessa pozza. Briciole di tempo liquido, inutilmente liquido.

Se dovesse tornare quel tempo, però adesso leggerei i pensieri e i tuoi sogni senza ritardo.  Sono in ritardo di anni nel leggerti.   In ritardo di anni.

Arcobaleni immaginari, talvolta in bianco e nero, avvolti in parte nella nebbia, sono i ponti sopra i quali scivolano i pensieri rivolti a te: a volte gioco a tennis con loro, gioco sempre da sola.

Ma se qualche volta tu vorrai esserci, dall’altra parte del ponte, prova a rispondere: forse il tempo adesso è più corto, il ponte più breve. 

Diritti riservati

COSA


chiuso

(foto mia http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/)

Cosa ci sarà, "dietro"?

SIPARIO


“Viviamo in un mondo in cui l’uomo è l’abito che indossa.  

Meno c’è l’uomo, più è necessario l’abito”.

Siamo stanchi di tanti abiti e di pochi uomini. Stanchi di bugie, di mezze verità, di cose non dette, dell’ipocrisia. Di tattiche e strategie.

C’è bisogno di lealtà e di trasparenza, di cose vere, poche e vere. Troppi stagni di acqua ferma e torbida a mescolare smorfie con sorrisi, e falsi pudori, finte partecipazioni, ipocrite condivisioni.

Troppi rumori, troppa musica. Recitiamo ruoli che finiscono per inghiottire ciò che siamo, respiro dopo respiro.

Basta con i vestiti basta. Servono persone. Persone. Persone. Persone che sanno ancora stringere una mano con fermezza e lealtà, persone la  cui parola vale ancora l’onore che riveste.

Viviamo di relazioni, siamo animali gregari ma siamo soli. Troppi che “sotto il vestito niente”, troppe giacche senza sotto un cuore, troppi occhiali scuri sopra occhi che non si fanno vedere.

C’è bisogno di cose vere, di fiducia. Di fiducia. Di essere  uomini e donne senza cerone a soffocare, a opprimere, a imprigionare.

C’è  bisogno di abbracciare alberi, di sentire il prato sotto i piedi nudi, c’è bisogno di carezze, di odore di pelle senza profumi. Di terra. C’è bisogno di terra, di odore di foglie e di persone.  C’è bisogno di sentire mani nelle mani il cuore dentro le mani e contro il cuore.

Di fare l’amore senza istruzioni senza silicone senza manuali, senza aver bevuto, senza averlo programmato. Senza aver deciso le mutande da indossare.

Abbiamo paura di parlarci e di toccarci veramente. Paura di eplorare.  Paura di spogliarsi.

Stanca. Tutto questo vivere di plastica. stanca 

Ci si abiuta a tutto, anche a vivere in multiversi, a vagare dentro gli strati come zombie, inconsapevoli degli orizzonti, dei confini tra più mondi. Ci perdiamo, dentro i nostri labirinti, ci guardiamo allo specchio senza riconoscersi. Togliamo strati di cerone trascinando via sorrisi o smorfie di dolore senza sapere quand’è che son finiti.

Il canto degli uccelli, il rumore dell’acqua sono tutti registrati. Basta chiudere gli occhi.  La luna e le stelle, il sole, sono affreschi sullo sfondo, dirimpetto il sipario.

Venghino signori. Venghino.

GIOSTRE


E’ questo ciò che posso consigliare ad altri: cambiare vita per curarsi, cambiare vita per cambiare se stessi.  Per il resto ognuno deve fare la strada da solo. Non ci sono scorciatoie che posso indicare. I libri sacri, i maestri, i guru, le religioni servono, ma come servono gli ascensori che ci portano in su facendoci risparmiare le scale.
L’ultimo pezzo del cammino, quella scaletta che conduce sul tetto dal quale si vede il mondo o sul quale ci si può distendere a diventare una nuvola, quell’ultimo pezzo va fatto a piedi, da soli.

Un altro giro di giostra – Tiziano Terzani.

Ieri sera, ore 18.30, stazione di Saronno. Scendo, mi assale un odore fortissimo: fiori di acacia. Inconfondibile, penetrante. Sono fiorite,  penso tra me e me. Sono fiorite oggi.

Mi incammino verso il sottopasso e mi guardo attorno: un mare di persone, quasi tutte di corsa, in bilico tra tacchi alti e valigette 24 ore. Qualcuno ha le chiavi della macchina in bocca, mentre con una mano litiga con la cerniera della borsa con l’altra regge colomba e uovo di cioccolato, imprecando.

Una bambina ha una gabbia rosa con dentro un gatto e la mamma la incita a scendere veloce, sennò restano sul treno, lei e il gatto.
Qualuno parla al cellulare, tenendolo tra guacia e spalla mentre cerca di infilarsi la manica di un golfino: gli altri dietro imprecano per il passo rallentato: qualcuno deve correre perché appena fuori dalla stazione deve prendere il bus e quello si sa non aspetta nessuno.
Molti si scambiano auguri: Buona Pasqua. Anche a te, andate via? No, figurati, le code. Magari in un altro week end. Ciao allora, un bacio ai bambini.
Qualcuno annuncia la promessa di dormire tre giorni, una donna con passeggino biposto cerca di scendere le scale del sottopasso bloccando il flusso di persone tra banchina e scale. Due uomini le danno una mano: il passeggino va sollevato, non ci sono scale mobili a scendere. Una coppia anziana scrolla la testa: lei dice a lui te lo avevo detto che si doveva evitare questa ora di punta.

Mi dirigo all’uscita dalla parte del binario n. 6. C’è un piccolo parcheggio, e su questo affaccia una vecchia casa, di mattoni, mezzo diroccata, con i vetri rotti, probabilmente un edificio della stazione  che fu.
Quasi totalmente rivestita d’edera, bella, autenticamente vecchia e autenticamente verde, un verde vero, selvaggio, sopra un vecchio vero, senza un solo cenno di recupero. È bella così, la guardo e la ricordo in autunno quando la vite rampicante è rosso infuocato.

È fuori luogo, la vecchia casa, come lo è l’odore dei fiori di acacia. Stridono, con le corse delle persone, le imprecazioni, con il passaggio veloce della gente che sale scende dalle auto, con il rumore delle ruotine dei trolley, con l’attesa del treno Malpensa Express che transita sul sei. L’odore dei fiori probabilmente lo hanno sentito in tre. Forse.

Qualcuno nel parcheggio mi aspetta,  individuo l’auto, salgo, guardo fuori dai vetri e quello che vedo e sento sembrano due parti di due film distinti, accostati dal gioco di un regista strambo, oppure due pellicole mescolate per caso, infilate nello stesso proiettore e proiettate parallelamente.

Arrivo a casa: da queste parti le acace non sono ancora fiorite, sono sempre indietro di una settimana rispetto a “giù”. Però sono fioriti i tigli davanti casa, dall’altra parte della strada.
Metto una pentola di acqua sul fuoco e nell’attesa mi siedo sotto il portico: il prato di casa mia è disseminato di pratoline, le trovo rassicuranti.
C’è un po’ più di armonia, è tutto più omogeneo e perché lo sia maggiormente, salgo in camera, mi levo la camicia bianca il pantalone di tela blu, le scarpe, mi infilo una tuta da ginnastica e le infradito e mi sento meglio, meno inquieta, più in linea con le cose di fuori.

Manca armonia, nella mia vita. Ciò che c’è dentro stride con con fuori, spesso, troppo spesso. Passando lo sguardo sulle margheritine arrivano i pensieri ad inquinare l’istante: calcoli, scritture private, recupero crediti, arretrati, bilanci che scadono. E poi il  mio personale che non so fare.
Stride, il mio esistere.  Accidenti se stride.

PORTE D’ASSI

al centonove

foto mie: isola di Krapanj, HR, agosto 2010

 

C'è qualcosa da questa parte della porta e c'è qualcosa oltre la porta. Quando si è fuori, non è possibile vedere dentro. Quando si è dentro non è possibile vedere fuori. Si può fare un foro, da fuori si vede un poco dentro, da dentro si vede un poco fuori. Ma è un campo limitato. Allora di deve abbassare la maniglia, e aprire. Sia per essere dentro, sia per essere fuori. Fuori di qui, per esempio, c'è il mare. Una striscia di mare e un altro paese, davanti. Un pontile che ogni notte disegna sé stesso sopra un orizzonte arancione. Poi c'è, fuori di qui, una strada, tra il mare e il porto. Una banchina. E poi la strada diventa una lingua di sabbia, delimitata da cespugli di mirto. E poi, sulla sinistra,  una pineta, grande: odora di resina e di mare. Circondata dal muretto a secco. Mi sono sempre piaciuti i muretti a secco: in alcune fessure nascono piante di capperi e fiori. Non ci sono auto sull'isola, nemmeno una. È una lingua di terra, una buccia di banana, tra un mare e un altro mare. Davanti alla porta c'è il mare. Oltre la porta non lo so. Era chiusa, quel giorno. Forse era chiusa da tempo, non saprei. Poco più avanti vendevano spugne, spugne di mare. Non ne ho comperate: una volta, tanto tempo prima le avevo viste respirare, nel mare, appiccicate alla barriera di corallo. Erano vive, organismi pulsanti di aria e di fiato.
C'erano dei bambini con delle biciclette vecchissime che giravano per l'isola, specie sulla piazza. C'era un ristorante, sempre sulla piazza, ho cenato una sera: riba na zaru (pesce alla griglia).  Fuori dalla porta.
Dentro la porta non so cosa c'era. Fuori c'erano anche i boat.taxi per  attraversare la stricia di mare e arrivare ad un'altra stricia di terra, dove c'erano altre luci sul mare. Sempre fuori dalla porta.
Dentro la porta, non lo so. Era chiusa, quel giorno. non so se c'era un qualche foro: io non l'ho cercato. Non si può vedere bene attraverso i fori. Ho visto il mare e la porta, il pontile quando tra cielo e mare era arancione. Fuori da una porta con una casa intorno. Chiusa, era chiusa quel giorno. Celeste come il mare che gli stava davanti e che guardava con occhi di legno.

Krapanj

AIUORCAIEM

Francesca al Mulino parla del lavoro, delle corse, della qualità della vita, del tempo per sé.
SirBiss in OdorediLago rimpiange il lavoro che ha perduto, dopo molti anni.
E io? Che posso dire?  Mah !
Ci sono giorni che graffiano il cuore, più di altri.  E non è normale che sia il lavoro, a farlo, e infatti non lo è. A ferire è l’umanità. A volte è difficile non farsi coinvolgere emotivamente, non provare rabbia o disprezzo, mantenere  distacco e freddezza. Separare le offese “da lavoro” dalla vita personale, intima, che non può e non deve essere contaminata, scalfita, inquinata, coinvolta dalla pochezza da parte di chi non scegli ma che ti tocca di subire.
Pensando con lucidità sono cose che sappiamo tutti ma raggiungere la consapevolezza e quella necessaria lontananza equivale a un cammino spesso lungo e non sempre semplice.
Non possediamo un tasto reset, ma dovremmo pensare come se lo avessimo, e premerlo non appena si appende un telefono, o si chiude la porta la sera.
Noi non siamo il nostro lavoro, come non siamo ciò che mangiamo né ciò che pensiamo.
E non siamo nemmeno i graffi che portiamo, nemmeno quelli infertici da chi amiamo o abbiamo amato.
Forse ciò che siamo è “la” ricerca di una vita, una ricerca dentro la quale ci perdiamo: troppi gli inganni, i caleidoscopi che confondono cattive e buone intenzioni, egosimi e affetti, passioni e doveri, che offrono giustificazioni alle offese, rumori che copriono silenzi che potrebbero parlarci davvero, luci abbaglianti che coprono altre piccole luci che invece potrebbero indicarci alcune verità.
Bisogna imparare a guardare senza le lenti deformanti che abbiamo sopra gli occhi, costi quel che costi.
Leggere sotto e oltre le righe ottuse di ciò che appare che spesso è finto e foriero di inutili disagi, fuorviante e causa di enormi dispersioni di energie. Un insulto, per la propria persona che merita il nostro rispetto, e cure e attenzioni. Anche quando il prezzo è alto, ne vale sempre la pena.
Perché questa riflessione non lo so. Un disagio, forse. Qualcosa che sta stretto, che costringe, che limita.
Gli affetti non possono essere confinati in spazi stabiliti nello stesso modo in cui il lavoro deve occupare spazi definiti. Anche quando coincide con una passione.

IL SOLE DOVE

iseo

(foto Luca: grazie 🙂
 

Ma dove va il Sole quando muore?-

– Non muore mai, il Sole. Si scioglie e si infila nella fessura dell’orizzonte.  Si insinua e poi si dilata, colma spazi, esplode e splende nella pancia della Terra. Solo che noi, che stiamo sopra la Terra, non lo vediamo –

– Ma allora anche le profondità si domandano se il Sole muore, quando noi lo vediamo sorgere?-

– È possibile che se lo domandino, le profondità della Terra. Ma Lei sa che torna, come noi sappiamo che torna.  Il grembo della Terra lo attende ogni sera, noi lo attendiamo all’alba –

POST DEL C….AVOLO

cavolo-cappuccio-1

Qualche volta per fortuna purtroppo poche i pensieri sono randagi nascono da istanti che si dilatano e sfondano le barriere della ragionevolezza della logica come una danza improvvisata come un grido come jazz pensieri esenti dagli egoismi del giorno dalle tabelle di marcia che producono nulla liberi da sensi obbligati da divieti d’accesso da quelli di sosta pensieri come ali lontane dalle melma dei compromessi promesse contratti e finzioni e bugie e catene e miserie di finti sorrisi di finte lacrime di finto piacere di finto dispiacere di tutte le cose che non sono vere che non sono che sono figli dei mostri che siamo noi che ……..

fabbrichiamo pensieri ragionevoli valutiamo piani alternativi abbiamo relazioni socialmente accettabili storie d’amore sostenibili in tempi compatibili con impegni imprescindibili restiamo favorevolmente impressionati dalle sinergie possibili mangiamo in modo equilibrato sfruttiamo al massimo le risorse ottimizzando le tempistiche gestiamo l’economia degli affetti in modo encomiabile vagliando le opportunità  in una prospettiva statisticamente attendibile opportunamente testata riduciamo al minimo gli effetti collaterali da prevedibili oscillazioni degli obiettivi calcolando i rischi ragionevolmente e prudenzialmente accantonabili mentre si registra una maggiore sensibilità nei confronti delle strategie adottate  …………

In certi giorni c’è troppo poco jazz e pochi pensieri randagi in altre parole certi giorni fanno più schifo di altri giorni

ORI-ONE


SMS:

È bellissima stasera. La costellazione di Orione. Basta soltanto uscire, guardare il cielo.  E poi restare lì, per un po’.

Si diventa piccoli, piccolissimi. Ed è bellissimo.

Sogni belli.
O.

DOVE STAI TU

(foto dal web)

Chissà se anche dove sei tu c’è la neve, e chissà se sei felice, se c’è anche li l’arcobaleno qualche volta, dopo la pioggia e chissà se c’è la pioggia.
E il vento? Quel soffio a volte fastidioso e freddo ma a volte tiepido e piacevole come la carezza di una grande mano amica, c’è dove stai tu?
C’è quel profumo che si sente nei campi a primavera, e poi in estate, quando tagliano il grano, ma c’è il grano, dove stai tu? E ci sono i colori? Il giallo il blu, il verde, e poi il rosso il violetto, il bianco e il nero?
Mi piace immaginarti, mentre ti lanci ridendo da una collina innevata, sopra una tavola, oppure mentre corri dentro il mare, quella immensa distesa di acqua blu, verde e blu, e celeste, e incolore, e nera, a volte, che è il mare, l’oceano.
Come mi piace immaginarti sotto le stelle mentre guardi in alto chiedendoti di cosa sono fatte e se si possono toccare.
Ma chissà se dove stai tu c’è il mare e chissà se ci sono le stelle o se invece ti sono talmente vicine da essere specchio per i tuoi occhi.
Poi mi piace immaginarti dentro il cesto di una mongolfiera che naviga lenta, sopra i tetti colorati dei paesi del  mondo, sopra le cime innevate, sopra i ghiacciai azzurrini, le foreste smeraldo, i deserti d’ocra.
Sopra laghi color del turchese e laghi rossi di alga come donne d’acqua.
E mi piace immaginarti davanti a me, magari dall’altra parte della tavola a guardare i tuoi occhi attraverso un bicchiere di vino rosso, lo sguardo rubino acceso dalla fiamma di una candela e penso che sorriderei, contando le pieghe della tua fronte.
Ma chissà se dove stai tu esiste il vino, e il cibo, e poi una tovaglia di fiandra bianca con una candela bianca e chissà se esiste il fuoco.
E mi piace immaginare di avvicinare  la mia mano alla tua, prenderla con calma e guardare il palmo con attenzione, per sentire il calore che contiene e pensare che sarebbe la sola cosa che vorrei leggere, il calore. E portare tutto quel calore sul mio viso, lentamente, sino a sentirlo sciogliere nello strato piu’ profondo e poi sentirlo espandersi fino ai confini dei pensieri.
Chissà se dove stai tu ci sono i treni:  partono e arrivano e tornano e ripartono, contengono molte cose sai, i treni? Persone, oggetti, bagagli. Contengono storie, tante storie, contengono tante di quelle storie, i treni,  da poter essere scritte sopra tutta la superficie della terra ma non basterebbe.
Contengono il fiato, i pensieri, il dolore, le lacrime, le gioie le risate, l’umore intimo degli amori,  contengono le gocce del tempo. Le confessioni e una quantità infinita di rimpianti. Rimorsi anche, sì.
Ratei e risconti del Tempo. E chissà se esiste il Tempo, dove sei tu, e se sì, chissà se si misura. Qui c’è, un Tempo, anche se nessuno sa cosa sia. C’è un Tempo in polvere, un Tempo di acqua, un Tempo di cera, un Tempo di aria.
Contengono parole uscite dai libri: storie dentro le storie, i treni. E poi segreti, e delusioni. Amarezze, disperazioni. Contengono attimi impazienti, nostalgie. E le gioie dei ritorni. La fine della lontananza, la fine della guerra, il riposo del soldato.  Le fughe degli amanti, i pianti dei bambini.
Culle di pensieri sparpagliati dai finestrini lungo campi di grano che sfrecciano veloci e paesi di pietra immobili, attorno ai campanili. Contengono la stanchezza infinita dei vecchi con il capo ciondolante e le borse di plastica. Contengono gli odori, i profumi, quelli forti e quelli scadenti come ciprie del dopoguerra, e poi quelli delicati, quelli che si possono sentire solo dalle pelle: pori come scrigni.
Ma chissà se dove stai tu ci sono le strade ferrate, le stazioni, l’odore del ferro dei binari. E chissà se ci sono gli odori.
E poi mi piace immaginarti accanto ad un grande albero, con la schiena contro il fusto. Ma chissà se dove stai tu ci sono gli alberi, e chissà se c’è l’erba. Ci sono i grilli, le coccinelle? E la rugiada? Ci sono le api? Qui, dove sto io, senza le api cesserebbe la Vita, lo diresti mai?
Mi piace immaginare la tua voce, la voce è un’impronta, qui, lo sai? E’ uno strumento, produce parole, produce suoni, produce vibrazioni  a  vibrare anime e pensieri. Produce musica e sa stridere, offendere, sa umiliare. Sa penetrare in luoghi che nemmeno sai di possedere.
Sa essere melodia, sussurro, a sollevare peli della pelle, pensieri e sogni e respiri.
Ma chissà se dove vivi tu esistono i suoni e le voci e i pensieri.
E chissà se esiste qualcosa o qualcuno che ti leggerà questa lettera, e chissà se avrà un senso, questa lettera, lì, dove stai tu.

MANDORLE

E’ un Natale amaro. E’ nell’aria, è nel cuore.
Un momento difficile, per molti. Da tempo non si riesce più a sentire un telegiornale, non  si ha più la forza per contenere questo nero, che arriva dallo schermo ai cuori di chi ancora non si è lasciato anestetizzare, e dentro quelli, pochi forse, che rifiutano di “abituarsi” al brutto, al male, al dolore, all’ipocrisia, al falso, e al nulla.

Mai come in questo tempo, si percepisce la tendenza a “tenere quel che si ha” anzichè allargare, investire, proporre, rischiare.
E’ tempo di conservazione, non di crescita. Di approvvigionamenti, di scorte, non di investimento. In tutti i sensi: da quello economico a quello affettivo. Tempo di paguri, tempo di “io speriamo che me la cavo”. Tempi di ritiri, di ripari, di tane,  che generano solo solitudine, buio e freddo.
Niente uscite al sole, niente Gioia. Non ci sono messaggi di gioia e stridono quelli della Bauli, e del tronchetto di cioccolato.
Stride la slitta di Babbo Natale sulla neve, come unghie sulla lavagna.

Sono al lavoro, un po’ perché ho da fare, e un po’ perché, forse, ho bisogno di “sentire” quale strada percorrere, se continuare su questa, che percorro da tanti anni, oppure se iniziare a camminare sopra sentieri nuovi.

Rispondevo ad una e mail di Pinuccia, poco fa, e la mia è diventata un po’ una riflessione, come faccio spesso quando scrivo a qualcuno (chi ha la bontà e la pazienza di leggermi e di ascoltarmi, lo sa molto bene).
Le dicevo che, tra tutte queste luci colorate, gli alberi, le luminarie, i negozi luminosi e scintillanti, le ombre sono più dense. E’ naturale, del resto: l’ombra esiste perché esiste la luce.

Forse anche perché ci si sente addosso, in questo tempo, l’obbligo di essere sereni, sorridenti, felici, insomma essere come tutti si aspettano.
Evvai quindi con il solito carrozzone, la musica a paletta, i neon, la giostra che poi, quando va via, lascia il solito prato con l’erba schiacciata, le carte per terra, e non sai mai se era più triste durante oppure dopo.

Vedere i propri credo che pensavi saldi vacillare come torri di carta esposti al vento, non è una bella cosa.
Fare passi indietro, dopo che il cammino è stato il passo lento ma costante del montanaro che scala la montagna, è cosa dura da accettare.

La delusione ha un sapore amaro, come le mandorle stantie.
E resta in bocca a lungo accidenti. Non c’è edulcorante che possa aiutare – anzi –  verrebbe fuori solo una mescolanza chimica indotta che avrebbe il potere, casomai, di rendere il tutto ancora più sgradevole e di più indefinito e confuso.

Il gusto della delusione è diverso e per certi versi peggiore di quello del Dolore.
Il Dolore è qualcosa che può anche uccidere, ti può anche lacerare, devastare lavorandoti sui fianchi con un cesello appuntito, ma a volte è come il fuoco che brucia l’erba di un prato e spesso nascono germogli meravigliosamente nuovi e forti.

La delusione no. Essa ti costringe a compromessi, a rivedere le cose, e ti può schiacciare, a volte, come una pressa. Perché  …  ci avevi creduto. E può impedire ogni possibilità di crederci ancora,  perchè lascia un terreno cattivo, inquinato, arido, infertile o quantomeno ingeneroso.

Certo, c’è delusione e delusione: a volte non viene distrutto il credo, ma si verificano solo eventi che costringono a virate, a cambi di rotta, ad abbandoni di progetti. In tal caso si può prendere la buona volotà, e ricominciare, Piantare i semi del credo da un’altra parte. Crescereanno. Perchè in questo caso sono gli eventi a deludere, perchè non collimano con il progetto, non ciò in cui si crede.

A volte invece la delusione arriva quando una mano ti toglie quel velo che avevi davanti al viso, magari un po’ azzurrato, che non ti permetteva di distinguere il falso dal vero, la realtà dal sogno perché sai che qualora fosse calato, sarebbe arrivata la luce abbagliante della realtà. Come guardare il sole allo zenith dopo aver passato giorni un uno sgabuzzino buio.

Crediamo ostinatamente a cose, persone, progetti, per dare un senso alla vita.
Invece il senso della vita dovrebbe dimorare dentro, perché la vita dovrebbe bastare alla vita, come l’amore all’amore. Punto.

Ecco, forse, perchè sono qui, nella solitudine di questo enorme ufficio (sembra enorme davvero, senza le persone e senza rumori). Forse per capire se c’è, qui, qualche manciata di semi che possono essere piantati altrove oppure se sto sotto una quercia che non riesco più ad abbracciare.

Stamane Andrea (lettore di Controluce.. ehmm in ombra),  ha scritto una cosa che, insieme alla lettera a Pinuccia, ha ispirato questo post del cui colore grigio topo  mi scuso:
“mi piacerebbe essere pensato come il nulla, è una delle pochissime cose che non potrebbero mai deludere”.

Ecco, ho pensato che anche io chissà quante persone avrò deluso, e anche queste sono ombre sotto tutte queste luci che ci sono.
Chissà se qualcuno ha in tasca qualche seme mio e chissà se ha anche un pezzo di campo arato di fresco e con terra buona per farci crescere qualcosa che somigli ad una quercia, piantata tanto tempo fa.

PIGOTTANDO


http://www.unicef.it/doc/347/pigotta-la-bambola-che-salva-una-vita.htm
 

Ecco, così lo sapete.
Non solo credo ai folletti  (ci credo veramente) ma compero (ancora) bambole di pezza. Queste della foto non sono mie: è una foto scattata per strada ma sono simili alle mie. Ho anche una "pigotta". Le pigotte sono le bambole confezionate con quello che si ha in casa (avanzi di stoffe, di lana, bottoni) che poi vengono "adottate" da chi le acquista: il ricavato va all'Unicef.  La mia ha un abito di colore verde, i capelli ricci neri. E' stata acquistata .. ops… adottata in un giorno un po' speciale, in una Casa, a Coredo (TN): Ca' Marta, di architettura veneziana, del 1500  splendidamente ristrutturata dal Comune. Vi si tengono mostre e quel giorno c'era una mostra di costumi di un tempo.
Un paese che frequento da tanti anni anche se molto meno di quanto vorrei data la distanza. C'è tranquillità, cortesia, silenzio, natura e quella cosa strana chiamata "gentilezza".
La gente cammina per strada con passo regolare e calmo e .. udite udite, ti sorride, incrociandoti e ti saluta!!!
Accade anche in altri luoghi, per fortuna, ma ci sono luoghi che per qualche ragione che non serve nemmeno conoscere, restano un po' dentro e fanno sentire, ogni volta, un po' a casa.
Ci sono cose che qui a Milano e dintorni si sono perdute: la salumeria, la macelleria, il panificio, il fruttivendolo, e poi quei minuscoli negozi in cui si trova di tutto: dal prosciutto alle pale per la neve. Dai lecca-lecca (non i chupa chups) ai calzettoni di lana lavorati ai ferri.  Lo speck lo comperi in macelleria e non alla Esselunga, buonissimo e costa due soldi; il formaggio in qualche malga, come anche la marmellata e il miele. La vita ha ancora qualcosa di umano.

pigotte

(foto: mia 03.07.2010)

BAMBOLE

Nella culla dei balocchi
tra i miei giochi  c'eri tu:
visetto di pezza, capelli di lana,
un vestitino con grandi bottoni
e sopra di tutto due teneri occhioni.

Ora son grande…
l'infanzia l'ho messa da parte.
nel solaio, da una vecchia scatola di cartone
sento spesso chiamare il mio nome.

È la spensieratezza
nascosta dentro una fortezza di malinconia
che quando stringevo la mia bambola
per un attimo se ne andava via.

(Maria Fantini)

http://www.unicef.it/doc/347/pigotta-la-bambola-che-salva-una-vita.htm

BACI


Francesco Hayez,  Il bacio 

L’ho rivisto alla Pinacoteca di Brera un po’ di mesi fa con Marco,un amico che da parecchi anni vive a Boston. Si vede che ci voleva Marco in visita in Italia per tornare alla Pinacoteca dopo un tempo infinito.

Tra i dipinti che conosco e ricordo e che amo, è uno dei miei preferiti. Il mio pittore prediletto resta sempre Van Gogh, non lo tradirò mai, credo.  Però ho sempre associato il bacio a questa immagine: quando penso ad un bacio, essa riveste quel pensiero come un velo.

Lo trovo di una bellezza e di una fisicità potenti: la passione sembra uscire dalla tela e abbracciare, scaldare. Trasmettersi attraverso un linguaggio misterioso e segreto.

La gamba del cavaliere sembra accogliere i fianchi della dama in un gesto di possesso ma anche di protezione, forse nei confronti di qualche intrusione che le ombre sulle pareti più distanti possono far intuire come possibile.

E poi la mano di lui sul viso di lei,  a sottolinere un desiderio forte e denso, reso anche più marcato dall’assenza dei volti: non sono necessari, infatti: il dipinto si esprime attraverso il corpo, la postura delle figure.

Il corpo della donna disegna un arco come per adeguarsi a quello di lui, assecondarlo, accoglierlo in una convessità tutta femminile, delicata e potente al contempo, fiduciosa ma anche rassicurante.

Un quadro bello. Come un bacio. Appunto.

PIOVE

 

Ho sempre provato particolare tristezza in questi giorni e non perché comprendono la ricorrenza dei defunti, e nemmeno perché mia mamma se ne andò che era novembre, ma per ciò che questa ricorrenza comprende.

Nei cimiteri si aprono gare di vanità a vantaggio del business speculativo.

C’è chi corre per accaparrarsi i fiori più belli, il bouchet più originale. I marmi vengono tirati a lucido, le statue di bronzo rese brillanti. Questa è la cosa triste di questi giorni, perché per l’altra, di tristezza, ogni giorno è un giorno buono.

Girando tra i miei cari, percorrendo i vari vialetti, non posso fare a meno di notare, in giorni come questi, la presenza di fiori anche sopra quelle tombe dimenticate. Piove, piove tantissimo in questi giorni, piove sulla campagna, sopra le città, piove sui cimiteri e sui bei fiori. Piove sopra i marmi lucidi, sulle tombe ornate con opulenza, come piove su quelle dimenticate.

Alcuni dicono che io sono troppo complicata e forse hanno ragione. Una mia zia dice che non so essere felice, che non so apprezzare la magia delle cose, che non ho rispetto per le tradizioni, che sono troppo seria. Sarà.

Del resto ho sempre trovato triste anche il Natale. Poche situazioni, per me, sono più ipocrite delle ricorrenze tradizionali. Tradizioni uccise dal business, giri di soldi impressionanti in babbi natali con le facce idiote e alberi sintetici (inquinanti e non degradabili) o veri (destinati a morire nelle discariche).

Girando per Milano qualche giorno dopo ogni Natale, altri cimiteri: montagne di cartoni, scatole di compensato, confezioni di panettoni e bottiglie vuote.  Offese, per alcuni.

Infine, alberelli sradicati, con i loro piccoli rami, ormai secchi e scarni, tesi verso l’asfalto e non verso il cielo, in attesa del camion dell’Amsa. Offese, per alcuni. PS non voglio intristire nessuno. Per cui resta aperto lo spazio nel / nei precedente/i post. Come sempre, del resto.  Questa è solo una riflessione, messa qui, scritta di getto mentre fuori …..  piove.

 

piove

                                                      foto mia.  http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/ 

ORI E COLORI

hinh-nen-phong-canh-mua-thu-dep-081-5

(foto dal web: windoweb.it)

Tempo da masticare lentamente, tempo di frutti maturi, polposi, generosi di zuccheri e di materia densa, morbida. Tempo su cui passeggiare con passo lento: il peso del corpo non fa male alla Terra quando è coperta di foglie.

Tempo di riflessioni sfumate di ocra e di amaranti. Sfumature cangianti sotto il sole che sa come fare per non ferire la terra vestita fiammingo.

Giorni da annusare, nei boschi di castagno, l’oro accanto al glacè, alle nuances marrone, arancio, nocciola, spezzate dalle lunghe liane accese  della vite canadese che si adagia si arrotola, scivola infuocata dai rami degli alti fusti delle robinie, dei castagni, dei pioppi.

Le gocce di acqua che a fatica si separano dalle foglie appese ricevono la luce del sole diventando diamanti per poco: per altri istanti si credono rubini, smeraldi, topazi, agate, pietre di luna,
Con il loro peso ne accelerano la caduta, aiutano a spezzare quel filo che le tiene ostinatamente attaccate al ramo. Si, pioggia e autunno sono alleati.

E’ una magia, un incantesimo, il piccolo stagno le cui acque si colorano di rosso sangue, come diventasse donna.

Tutto è maturità, silenzi ovattati, attesa sospesa ma piena, completa: niente sa di agonia o di morte ma è promessa. Gli anelli del tempo, tra le mie dita adesso, riflettono come poche volte, il ciclo del tempo.

Tempo, questo, di seni morbidi, di ventre pieno e caldo su cui potersi addormentare, corpo generoso che sa cullare, vegliare. Abbracciare. L’autunno, indubbiamente è Donna: dentro la sua pancia cova la vita.

Gli scoiattoli, i ghiri, i ricci addormentati nella pancia della terra dai rumori attutiti dal sonno della terra stessa, hanno per ninna nanna le foglie che cadono in attesa dei germogli di Tutto che già silenziosamente si prepara per diventare domani fiori nocciole e semi e frutti e bacche.

I tramonti non contrastano più ma assecondano e replicano i colori della Terra.
Esplodono l’arancio e il rosso e colano, sopra altri arancio e rosso sui quali si confondono e con i quali si fondono dentro silenzi d’oro e di bronzo.

caminetto

(foto mia)

VELLUTO

(foto mia)

 

velluto certe notti
la pelle
velluto le parole
e certe voci

velluto certi sguardi
il pianto sulla guancia
il tempo
la sabbia nella clessidra

velluto i prati
i piedini dei bambini
la carta del presepio
il manto della sera

velluto il silenzio
il vino nella gola
la tua saliva
e i fianchi al tatto delle mani

velluto certe assenze
la lingua dei gatti
il gelato al limone
velluto il nastro attorno a carte arrotolate

velluto i tuoi capelli tra le dita
il fiato sul mio seno
e velluto questa sera pesa
mantello di troppo inverno

velluto la superficie del mio lago
le pieghe del mio corpo
la musica che riempie pochi vuoti
la penna che scivola sopra fogli di aria

velluto gli occhi chiusi
le ciglia a separare il mondo
velluto i miei pensieri
alla ricerca di un qualche sonno.

POST BANALE

il bagno con le papere di gomma
una vasca di gelato, cioccolato e pistacchio
un cavallo a dondolo di legno
un giro al mare con la lambretta 175 TV
l’ Andalucia in primavera
tornare al 1980 circa
essere un cane per un giorno
stupirmi
avere incontrato Vincent Van Gogh
flamenco dentro
una notte a Praga con
il tango in piazza mercanti a milano di notte e senza luci
il giro del mondo da sola con la mia nipotina
volare in groppa alla mia aquila (ne avevo una tanto tempo fa)
nuotare con i delfini
sentire che ci sei
mandare aff…… un sacco di gente
fare parapendio
toccare l’anima
saper cantare
viaggiare
vedere la luna da vicino e la terra da lontano
pigiare l’uva con i piedi al tramonto
ballare in una foresta al ritmo di un tam tam attorno al fuoco
andare “di là”
milano quando era milano
dubrovnik perchè mi aspetta
una soffitta con i libri del mago
salvare il soldatino di stagno
.

PIEDI

Delle persone notiamo il viso soprattutto, gli occhi, poi le mani, la voce. Ci dicono molte cose gli occhi, il viso, il modo di sorridere, la bocca.  Oltre le parole, più delle parole.
Comunchiamo con gli occhi,  con le mani. Anzi, le sole mani bastano,  a volte.

Mani irrequiete, nervose, rassicuranti. Calde, fredde, accoglienti, forti, asciutte, umide. Pulite, trascurate, morbide, dure, secche.
Attraverso una stretta di mano arrivano molti segnali primo fra i quali se la persona cui appartiene la mano è socievole o distaccata: la mano molle dà una sensazione spiacevole, di distanza: dice che il gesto non corrisponde al sorriso, alla cortesia che è obbligata, convenzionale.
Che il sorriso del viso attaccato al collo, alla spalla, al  braccio cui è attaccata la mano è un sorriso di plastica, di circostanza soltanto, e te lo dice lei, la mano, quella mano molliccia che hai nella tua.

L’espressione può, più delle parole.
Non serve “conoscere” i segreti della comunicazione non verbale, non serve aver letto libri nè seguito corsi speciali,  perchè i segnali vengono percepiti e decodificati dall’inconscio: capacità atavica, come molte altre di cui non siamo consapevoli e che la civiltà, l’uso del linguaggio e delle regole hanno inquinato, affievolito e in taluni casi, disperso.

Gli animali comunicano così: a volte osservo  i cani e si capisce chiaramente che  con la coda e le orecchie si dicono cose: usano tutto il corpo, il pelo, la bocca, il dorso, la voce. Lo stesso facciamo noi solo che non ne siamo consci:  riceviamo segnali che possiamo percepire con i sensi e ai sensi arrivano e ci parlano. Allo stesso modo li inviamo, i segnali nostri  e non lo sappiamo. Difficile barare, diversamente si può con le parole.

Ma al di là di questo, ciascuno osserva una parte del corpo più di un’altra.
Personalmente, se qualcuno mi interessa, mi piace, mi incuriosisce, osservo  le mani, insieme agli occhi e alla bocca. Le trovo affascinanti, importanti, decisive per offrirmi un’idea di chi ho davanti.

Anche il sorriso è per me una specie di libro e anche una finestra: in alcuni sorrisi ci si perde, davanti ad altri si prova imbarazzo perchè si capisce che sono finti e tuttavia  si deve “tenere  il gioco”, per esempio se sono incontri di lavoro.

Altri sono talmente belli e luminosi da lasciare senza parole: davanti alla bellezza capita di restare muti, imbambolati, ed è una cosa bella che qualcuno (pochi) ancora sa fare.

Ieri ho trovato una cosa in rete che mi è piaciuta: non la conoscevo. E’ di Erri de Luca. Elogio dei piedi. Bellissima. E ho pensato ai piedi, a quanto può  comunicare un piede e a quanto sa, per esempio, essere sensuale. A quanto sa giocare e anch’esso comunicare.

Sono parti del corpo potenti, legati al mito, alle religioni di tutti i popoli. Esprimono potere, umiltà, sensualità, appunto.
Invidia la mia, dato non mi piacciono affatto i miei, di piedi: sono una delle parti di me che cambierei.
Ci faccio pace quando cammino sull’erba o sulla battigia. Allora loro, i miei piedini mi sono grati, e io … li perdono per non essere belli,  perchè nonostante questo, sanno essere felici.

Elogio dei piedi – Erri de Luca.

Perché reggono l’intero peso.
Perché sanno tenersi su appoggi e appigli minimi.
Perché sanno correre sugli scogli e neanche i cavalli lo sanno fare.
Perché portano via.
Perché sono la parte più prigioniera di un corpo incarcerato. E chi esce dopo molti anni deve imparare di nuovo a camminare in linea retta.
Perché sanno saltare, e non è colpa loro se più in alto nello scheletro non ci sono ali.
Perché sanno piantarsi nel mezzo delle strade come muli e fare una siepe davanti al cancello di una fabbrica.
Perché sanno giocare con la palla e sanno nuotare.
Perché per qualche popolo pratico erano unità di misura.
Perché quelli di donna facevano friggere i versi di Pushkin.
Perché gli antichi li amavano e per prima cura di ospitalità li lavavano al viandante.
Perché sanno pregare dondolandosi davanti a un muro o ripiegati indietro da un inginocchiatoio.
Perché mai capirò come fanno a correre contando su un appoggio solo.
Perché sono allegri e sanno ballare il meraviglioso tango, il croccante tip-tap, la ruffiana tarantella.
Perché non sanno accusare e non impugnano armi.
Perché sono stati crocefissi.
Perché anche quando si vorrebbe assestarli nel sedere di qualcuno, viene scrupolo che il bersaglio non meriti l’appoggio.
Perché, come le capre, amano il sale.
Perché non hanno fretta di nascere, però poi quando arriva il punto di morire scalciano in nome del corpo contro la morte.

Qui sotto è letta dalla bellissima voce di Gianmaria Testa: per me una voce speciale come sanno tutti quelli che passano di qui. C”è anche l’autore nel video. 

 

21 giugno è l’estate, sperando che voglia arrivare.
E’ anche un pensiero  a  qualcuno che è stato importante,  i cui piedi hanno camminato per un po’ di tempo accanto ai miei, calpestato una parte della vita  e lasciato orme nella mia; qualcuno che però non conosce Controluce.  Non importa, certi pensieri arrivano. 

Ciao Andrea.

SAPORE DI VITA

riccio e paolo


(foto: celeste)

Sono giorni stressanti, qui al lavoro. E’ un periodo dell’anno molto intenso, difficile. Resistenza e nervi e pazienza sono messi a dura prova.
C’è poco tempo per tutto, per le cose che piace fare, per il riposo, per letture.
Il poco tempo che resta è dedicato alle persone che piu’ contano, agli affetti più importanti, come è normale che sia.   Ma accadono cose che perfino, in momenti come questi, ci si sente grati di essere svegliati nel cuore della notte dalle grida dei cani.  Sono cose capaci di regalare un sorriso, di aprire il cuore alla dolcezza. Come sa fare, per esempio, un esserino come questo.

Vivo in una casa con un giardino, tre cani e non so quanti sono i ricci a vivere con noi.
Quando i cani ne trovano uno, bisogna scendere, tranquillizzarli e allontanare la bestiola portandola lontano dalla “zona cani”. Accade spesso, è accaduto anche un paio di notti fa. Questa foto è dello scorso anno. Lui è Ciccio il Riccio.

E’ un post nato così, mangiando una mela in ufficio, alla scrivania, passando il mio enorme archivio fotografico che un giorno riusciro’ ad ordinare. Ma forse no. Forse mi piace così com’è. E’ un omaggio alla vita, al rispetto che ci vuole, alla cura, all’attenzione. 

La mia nipotina sta imparando, chiede notizie dei nidi protetti dai rami pieni di spine della siepe di piracanta, perfino delle piccole lumache che vagano sul muretto di mattoni: secondo lei una famigliola ha perso la mamma e vorrebbe adottarle.
Sono belle cose che fanno speciale la vita.

STELLE


 

 

Bisognerebbe chiedere alle stelle il permesso di osservarle.
Invece siamo a spiarle, a violarne i segreti, divulgare misure, calcolare distanze.

Bisognerebbe chieder loro perdono per incastrarle in banali poesie, nelle canzoni, nelle frasi degli amanti. Perdono per disegnarle sulla carta del salame, sopra le etichette della birra. Sulla carta che avvolge i baci perugina. Sulle insegne degli alberghi.

Perdono per averle battezzate, per aver dato loro i nostri nomi o codici:  NGD9DP … Ma come si fa a chiamare così una Stella?

Esse conservano destini, cullano il segreto del cielo, tessono relazioni tra esistenze con i loro capelli di luce.
Custodiscono l'orologio di Dio, testimoniano i cerchi misteriosi dei disegni del Tempo.
Progettano universi, si scontrano negli abissi dei cieli sconfinando oltre l'ultimo orizzonte.
Cambiano volto alla mappa celeste.  Sanno di legami e intrecciano destini. Accompagnano cammini, segnano le rotte dei naviganti, stabiliscono confini.
Sono eliche di infinito. Sciami di vita lucente e sapiente, grembi di fuoco e di ghiaccio, acqua e polvere.
Genitori. Giganti che ci contengono e che sono la nostra stessa memoria.
Sono specchi tra il mistero e noi e l'origine di noi.
Pietre luminose bianche, azzurre, rosate. Fisse, mobili, solitarie, doppie, comete.

Da piccola anche io ne avevo adottata e battezzata una: con il mio nome da bambina: Tita. Tita era il mio nome quando non sapevo pronunciarlo.
Era una stellina molto piccola, nemmeno tanto luminosa, la guardavo ogni sera dal balcone.
Era piccola piccola,  brillava di luce debole e incerta, tremolante.  Ma era "mia". Forse l'avevo scelta perchè la pensavo poco osservata, bisognosa, non troppo amata.
Poi ho capito che era del cielo era di tutti e di nessuno e quindi anche mia.
Ed imparai a guardarla senza piu' pensare al suo nome e senza pensare che fosse mia.

Come adesso, forse, che voglio vederle, le stelle, come le guardavo quel tempo, quando ero piccola.
Voglio vederle solo con il cuore. Con il rispetto che si deve alle stelle, con l'umiltà che si deve alle stelle, con il silenzio che si deve alle stelle.
Senza domande da fare senza nomi da attribuire senza desideri da affidare.
Senza preghiere. In un silenzio sacro. In un silenzio vero.
In quel silenzio che sto imparando ad amare e dentro il quale sto imparando a capire come voglio guardare le stelle.

SCRIVERE

Scrivo poco ultimamente, un po’ per ragioni di stanchezza ma forse anche perchè semplicemente non ho molte cose da dire.
Scrivere,  per me è una necessità, a volte improrogabile, un bisogno, un istinto.

Mi capita di avere quacosa dentro e sentirlo sgorgare durante occupazioni insulse: mentre faccio la spesa, mi allaccio le scarpe,  mentre sono  in fila all’ufficio postale.

Quando non accade inutile sforzarsi, non ci si riesce; insistendo si otterrebbero solo schifezze, banalità, forzature, tracciati di evidente sterilità.

Ho scritto sempre, l’ho fatto quasi sempre solo per me, anche quando le parole avevano una destinazione precisa: ho tante “lettere non consegnate” nel cassetto, altre nel cuore.

Qualche volta invece “consegno” e credo che questo sia un segno di “maturità”.
Consegnando i propri pensieri si assumono responsabilità, si corrono rischi tra cui quello di farsi conoscere, offrendo quindi la possibilità di possederci un po’.

Ma è bella la sensazione di mostrarsi senza armi, il più possibile simili a quella parte di anima che ancora sa emergere in un mondo di plastica, in una realtà dove pare che difendersi, nascondersi, mimetizzare l’essenza di sè, siano tra le cose più importanti.  Apparire quindi, più di essere.

In questo modo mostriamo, tra le altre cose, anche la nostra vulnerabilità: ma chi non lo è?

C’è della bellezza, io credo, nella fiducia che sappiamo accordare a chi  decidiamo di donare un po’ di noi, così come siamo.
E se non ne sarà valsa la pena … pazienza!  Se non altro, qualche pezzetto di anima avrà respirato un po’ di aria, senza  le tante mmaschere sotto le quali la costringiamo ogni giorno.

Quando sopra vale per il privato, è chiaro.
Scrivere in un blog è assai più difficile perchè occorre mediare, proteggere alcuni strati di privato.  E’ dunque più faticoso per certi versi, e meno per altri.

Ma la spinta emotiva ci deve essere, anche per scrivere in un blog.  E quando manca, meglio il silenzio.

CONTROSENSO




CONTROLUCE
e in direzione ostinata e contraria
 

A volte è ControLuce e a volte è LuceContro
A volte è Contro e basta: 
ControCorrente ControMano ControVento

A volte è lotta ControTutti i Mulini
A volte sono solo testate ControTutti i pali
Qualche volta è Amore Contro i Muri

A volte sono i Pro più dei Contro a Controllare
A volte i Contro sono troppo Controllati (anche dai Pro).

A volte è ControProducente
posare in ControLuce così come lo è postare in Controluce

A volte è Controindicato Controllarsi in Controluce come altrove.
Perchè a volte è troppa Luce Contro
(Spesso ne basta una anche una piccolina).

A volte c’è bisogno del Contrario per capire il Tutto
perfino perchè spesso piove ControVento.

Ma spesso occorre correre Contromano per evitare la LuceContro.
Qualche volta invece occorre fermarsi e aspettare che passi il VentoContro.

(ControSenso scritto direttamente qui,  in Controluce senza Controllo e senza Luce,  in una sera in cui tutto è Contro:  ControCuore ControTesta ControPelle).

PAROLE E PAGURI

 

In certi giorni il mondo fa male più che in altri.
Fanno male i soprusi, gli abusi, l’impotenza dei piccoli, la potenza dei potenti.
Fa male non capirsi, fa male spiegarsi.
Fanno male le parole, i rumori.
La potenza delle parole è pari solo all’impotenza delle parole.
Siamo noi a chiamare il vento che le disperde in luoghi aridi e sterili come siamo noi a piantarle nella terra e a dar loro la giusta acqua.
In certi giorni senti di più il mondo di plastica e non senti niente di vero.
In certi giorni ci vorrebbe il guscio.
Un guscio dove portare dentro le cose importanti, che poi sono quelle piccole (perchè in un guscio ci stanno solo le cose piccole)
Un guscio sotto un metro di neve, isolato dai rumori e anche dagli altri gusci.
Un guscio mezzo affondato nella neve e nel silenzio, poca luce all’interno, tepore discreto, riposo segreto. Senza parole.

L’alito del Natale, pesante, pesantissimo, si libera nei negozi, tra le luci colorate, tra i rami degli abeti (veri, mi raccomando!!), tra i babbini appesi ai balconi con lo zaino sulle spalle. 
Sfreccia, sopra la slitta e le renne sul monitor babbonatale trasportato dalle e mail, mentre un exe fa nevicare sullo sfondo del desktop.

Ha l’alito pesante il Natale: le lasagne, i tortelli, le alici. Caviale, salmone tartine imburrate. Spumante, panettone. 
Poi i messaggi precotti, gli sms girati, riciclati.  Chissà Feissbuuuccc!!

Poi i doni: griffati o made in Cina, colorati, impacchettati, luccicanti, con il nastro trendy, il biglietto glitter, il chiudipacco biedermeier.

Il cenone per i senzatetto (cosi fino al prossimo anno sono a posto), la beneficenza, le candele, i calendari.
Le strette di mano, i vestiti nuovi. I sorrisi, i baci.
Le telefonate, le visite, i parenti, gli scambi di fiori parole auguri biglietti bottiglie.

Poi il 31: come ti muovi anche in tram le trombette, i balli, il trenino con la samba.
I fuochi, le stelline. I cani che abbaiano. I buoni propositi: la dieta, non fumo più, ti sposo, compriamo casa.

Voglio essere un paguro.
.


 

 


 

ITACA di nuovo

 

(foto: Celeste)

Sono molti i momenti della vita in cui riaffiora nei miei pensieri ITACA, di Kavafis. Come sempre induce a riflessioni, non sempre serene, non sempre sono una buona compagnia.

La vita è fatta di istanti, di parentesi che si aprono e si chiudono, che stanno dentro ad altre parentesi, che anch’esse di aprono e si chiudono, le quali a loro volta stanno dentro altre parentesi e così via per tutto il corso della vita.

Come un libro, fatto di capitoli, che si susseguono, l’un l’altro: forse qualche capitolo si “stacca” in maniera netta dal precedente e dal successivo ma comunque costituirà parte di quell’insieme di capitoli che formano l’esistenza.

La redazione è il cammino: Itaca. Mentre percorriamo Itaca compiamo scelte, piccole, grandi, importanti o non particolarmente incisive e a volte vere e proprie svolte.

In ogni caso si va avanti: fermarsi è impossibile e anche quando ci sembra di essere in un momento di staticità, noi avanziamo perché il Tempo avanza e il nostro passo, sia pur lento, avanza con esso e durante questo tempo scegliamo. Anche non scegliendo granchè, scegliamo.

Incontriamo compagni di vaggio, durante la nostra Itaca: molti dei quali faranno pochi passi con noi, altri invece percorreranno lunghi tratti al nostro fianco: altri ancora saranno accanto a noi a scrivere i capitoli del proprio libro, affiancando il gomito al nostro o anche mescolando le pagine con le nostre.

Il cammino comprende anche percorsi difficili, a volte terribili, dove procedere significa soltanto tenere duro, stringere i denti quando il dolore dei piedi diventa insopportabile. Con il tempo impariamo che dopo un po’ anche il dolore diventa accettabile fino a scomparire, perché si oltrepassa la soglia. Forse è la resa, forse è saggezza, forse è un misterioso anestetico. Forse è già imparare a morire.

A volte Itaca presenta dei crocevia nei quali ci si trova nel mezzo, completamente disorientati: se avremo la fortuna di una bussola ci sarà di aiuto altrimenti occorrerà osservare le Stelle: Venere è una compagna, capace di rassicurarci fino all’alba inoltrata, e poi ci sono il Sole e la Luna. Ma, localizzare il punto in cui siamo, spesso non basta: a volte occorre prendere una direzione perchè dopo un po’,  nel mezzo del crocevia non ci si sente bene, quasi come quando si sta ai margini.

Abbiamo i sensi: la pelle e il naso per sentire, abbiamo il terzo orecchio per sentire le voci di dentro. Già: le voci di dentro…
Ma quelle di fuori fanno baccano, gridano come al mercato e ci distraggono, ci disorientano, ci impediscono di sentire perché i nostri sensi vengono attratti da profumi, dalla pubblicità luccicante della felicità che ci pare scorgere nei denti degli altri che ci sfrecciano accanto. Si mescolano suoni ai nostri suoni, respiri ai nostri respiri. Oppure, al contrario, sono ombre di Passato o Mostri della Paura che ci fanno chiudere il terzo orecchio, il terzo occhio e tutti i pori della pelle fino a farci desiderare una sola cosa: un guscio dentro il quale poterci infilare ed aspettare che vadano via. Sappiamo che li ritroveremo ancora ma certe volte è il momento del guscio. Non c’è niente altro da fare quando si è deboli o troppo stanchi.

Quando scriviamo i primi capitoli, normalmente avanziamo fiduciosi, spesso sicuri della protezione della famiglia ma poi man mano che avanziamo le protezioni vengono meno. D’altra parte se non fosse così sarebbe prigione.

Ci  troviamo quindi soli, presto o tardi,  ad affrontare anche veri e propri deserti,  dove una sosta, dell’acqua fresca e  un po’ di amore fanno la differenza tra vivere e morire.
Ma anche davanti  a immensi arcobaleni quando ci si sente come benedetti dalla Vita e da Dio.
Altre volte ancora è tempesta, vento gelido, e tutto attorno è arido come noi. Niente terre generose, niente pioggia, niente nel cuore e nel mondo che somigli ad una promessa, ad una vaga idea di riscatto.

Aspettare, avanzare, cambiare direzione, fermarsi ed ascoltare? Forse occorre fermarsi ed ascoltare il respiro, il nostro, e guardarsi dentro: forse la risposta è dentro di noi da sempre: occorre solo trovarla, afferrarla, adottarla, sapendo che, spesso, qualunque sarà la scelta, ci sarà dolore.
Ad ogni azione corrisponderà una reazione.

Percorrendo il cammino, a volte la solitudine è insopportabile altre volte è necessaria, utile perfino a non sentirsi soli. A volte è un gelo che copre tutto in una immutata e silenziosa attesa in cui ci si sente come le vette delle montagne più alte della terra.

Ho sentito dire al mio compagno in un momento particolarmente difficile: “ci vuole più coraggio a vivere che a morire”. Una frase usata ma vera. Ci vuole coraggio per le grandi prove ma, accidenti, ce ne vuole un sacco anche per il resto.

Ci vuole coraggio per aprire alcune porte e sapere che li dentro saprai quanto vivrai, o quanto vivrà la persona che ami di più al mondo. Ci vuole coraggio per tenere la mano a chi sta andando via, ci vuole coraggio per mettersi in gioco. Ci vuole coraggio per leggere un giornale, ci vuole coraggio per vedere gli occhi del tuo cane che ti implora di non sentirti solo perché lui ti sta lasciando. Ci vuole coraggio per dire basta, per chiudere una porta, per restare, per andare via. Ci vuole coraggio per "esserci", per darsi, per arrendersi.

Ci vuole coraggio per vedere le Stelle, per cercare la Bellezza, Ci vuole coraggio per fare un figlio e poi per lasciarlo andare
Ci vuole per sorridere, per togliersi i vestiti, per sciogliere i nodi, le riserve. Per fidarsi.
Ci vuole coraggio per piangere. Ci vuole per leggere una poesia, per continuare a credere. Ci vuole coraggio per accettare di avere perso. Ci vuole coraggio per dire ti amo. Ci vuole coraggio sempre.

Itaca è così. Piena di promesse e di sorprese, di imprevisti, di sentieri. Dove tra le tante scelte non c’è scelta: la devi percorrere.

CONTROLUCE COCKTAIL



Fiato corto l'orlo del pozzo luna gialla si specchia sul fondo sul fondo del mare sirene a chiamare ma tu danza non ti fermare raccogli la gonna inizia a ballare non importa se muori è una notte d'amore non ti fermare colora le guance profuma la pelle il collo e poi i fianchi raccogli i capelli la luce lunare è ambra è sudore al ritmo danzare non ti fermare tocca i suoi occhi tocca la pelle stringi le mani è l'ultima volta stanotte che ami non piangere adesso dolcezza o dolore non fermare la luce che danza sull'acqua a passo di giada arriva sorride ti prende la mano cattura la pelle i seni son bianchi è corto il respiro forti le gambe tesa la pelle resta stanotte non te ne andare domani è già tardi per dormire sul cuore morire o restare in fondo è lo stesso perdendo il suo passo sul fondo del pozzo c'è l'eco di un giorno caldo d'estate pomeriggio assolato bevuto sudato più tardi era strano l'odore il sapore il dolore il respiro lo stesso per ore rimasto sul muro sul prato sul caldo del giorno ceduto al tramonto soltanto una foto rimasta lontana distante di un giorno ascoltato nel tempo mescolato solcato tracciato da ore lontane passaggi di orme lasciate ai ricordi e poi  cancellate dall'onda che passa che toglie la traccia del caldo del muro del sonno del pianto di quello che resta domani si torna alla vita del giorno la luna è passata la musica tace la danza si spegne la pelle si calma la luce rimane il respiro rimane la luna rinnova la luce sul mare la notte ritorna diversa più densa più scura più notte stanotte di ogni  notte sul mare e di quella passata sveglia a pensare restano i libri e anche gli odori restano ore attaccate a parole inchiostro su carta luce nei fori il sole al tramonto che  inclina i pensieri su assi terrestri percorsi mentali rete di stelle cristalli e rumori brividi e pelle restando cercando sognando le mani mani pensanti mani incontrate toccate succhiate è notte e null'altro è folta è densa è schiumosa umida e strana arriva da un canto arriva da un pianto dall'orlo del pozzo di prima e di adso la luna disegna la forma sul prato la pioggia sottile aiuta il respiro è notte si sdraiano pensieri parole voglio dormire sul silenzio del mondo o almeno sul mio staccare la mente dal bordo del pozzo ma tornano in mente vecchie canzoni profili di visi scolpiti tra la mente e il cuore che dici li vedo nell'acqua del pozzo?

(schakerato assai non potabile non commentabile non alcolico insipido meglio una tisana pure senza zucchero ma ormai è scritto e resta qua tanto in controluce si vedono solo le sagome no?)

PAROLE

 

.

Ci sono parole che portano speranza, e parole che trasportano illusioni.

E parole che fanno preoccupare.

E poi ci sono “parole” e basta.

Ci sono parole che non verranno mai dette; pollini che non feconderanno mai alcun fiore.

Ci sono parole che muoiono “prima” ; parole abortite da pensieri prudenti.

Ci sono parole che uccidono e parole che feriscono soltanto.

E parole che fanno sorridere; carezze sull’anima.

Ci sono parole che fioriscono su labbra indecenti, scandalose, volgari.

E ci sono parole da sussurrare tra il collo e l’amore, tra lenzuola di lino e odore di lavanda; parole che vengono generate in gola, partorite da labbra appena schiuse.

Parole che escono, strozzate, dalla gola di un uomo che muore; parole di dolore, disperazione. Liberazione. Parole di maledizione.

Ci sono parole che nascono dall’addome e muoiono in un’altra bocca; parole che nascono dal piacere di essere uomini e donne.

Ci sono parole che vibrano..

Parole potenti che inzuppano muri per grondare dolore nelle stanze dei ricordi.

Parole che rimbombano nelle stanze del buio, nel fondo del fondo del pianto.

Parole che restano.. Parole che tornano.

E poi ci sono parole…..parole… e basta.