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RESPIRO

Dove mi trovo in questi giorni sono prati verde smeraldo, alberi, torrenti, fiori di campo, monti ricoperti di abeti che man mano si diradano fino a diventare prati verso le cime. Alcune sono bianche, altre terminano in verde chiaro contro il cielo a volte azzurro a volte grigio a volte bianco, cotonatura  di nuvola. Dalla finestra di cucina, distante poche decine di metri, di stende il lago di Resia, con il suo campanile in parte sommerso, testimone di una triste storia che inghiottì tutto il paese.  Poco distante da qui, la sorgente dell’Adige: un rigagnolo di acqua fredda che a berla pare voglia staccarti i denti. Pare impossibile che quella minuscola fonte partorisca un figlio come l’Adige. Cammino, ogni giorno esplorando luoghi e ogni giorno mi stupisce la maestosità delle montagne e la vastità dei pascoli, così come la semplicità delle margherite, e delle moltissime qualità di fiori dai colori splendidi che colorano i prati puntellando quel verde incredibile. Nonostante una tendinite che a tratti mi morde le caviglie, io cammino e cammino. Tra le mucche che qui sono libere, pascolano e brucano erba vera e fresca, e fiori e chiesette e ruscelli, paesaggi da fiaba. Poca, pochissima gente per chilonetri di sentieri e ringrazio il cielo di questa quasi solitudine. E come spesso mi accade in circostanze come questa mi chiedo come e perchè e grazie a chi o cosa esiste tutto questo. Questi fiori viola sgargiante, o quegli altri, di un rosa delicatissimo, come quelli giallo limone. O quel fiore rosso che sembra un garofano ma i suoi boccioli somigliano a quelli del papavero. O il fiordaliso, il trifoglio, coi suoi fiori rossi. E la genziana, campanellina viola simbolo della montagna seconda forse solo alla stella alpina.  Oggi con tutto questo attorno mi sentivo parte di un solo grande infinito respiro. Ecco. Ci si sente parte di quell’unico respiro che non ha tempo, che non si sa da dove nasce o se un gioro finirà ma nemmeno importa di saperlo. Chi lo chiama Dio, pensavo oggi. Io l’ho chiamato Respiro.

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foto: mie.

LA LARA

Vediamo un po’ che c’è qui dentro…

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SONO O NON SONO DA CALENDARIO?

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IO, GHEBBELGATTO e IL FOLLETTO (che non è l’aspirapolvere)

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immagine dal web

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Allora: tutti sanno qui che sono amica e che convivente da tutta la vita di cani. Cani, cani, cani. Io e i gatti ci siamo sempre tenuti a distanza non per mancanza di amore, ci mancherebbe. Amo tutti gli animali e li ritengo, complessivamente, più umani di molti umani,  piuttosto perché non li conosco. Non riesco ad interagire per due ragioni: la prima è la scarsa conoscenza e la seconda è che il mio approccio è canino pertanto non viene accolto dal gatto di conseguenza il gatto non può rispondere alle mie aspettative. Detto questo l’altro giorno mi sono imbattuta in Ghebbelgatto e devo dire che è andata piuttosto bene. Insomma è andata molto meglio di come andava con Zia Miciola, gatta dal sangue  blu non so se per razza ma di certo per merito. Ma l’altra notizia ancor più strabiliante sta nel mio secondo incontro … udite udite, con un folletto del bosco. Stavolta è accaduto nel parco di Villa Pamphili e stava dentro un “buco” di un magnifico albero!!

Bè, questo post è un saluto, un pretesto, la prova che sono viva anche se sommersa dal lavoro, nonché la prova che vi penso, vi ho tutti nel cuore, insieme a questa casa che odora di tè, di fiori di limone, di zagara, di zenzero. Di basilico e rosmarino come la tisana offertami da Ghebbelgatto e di biscottini frolla e cioccolato nella solita cornice di pace e serenità che nonostante tutti i momenti, i dolori, le fatiche e le delusioni, si respirano in certi luoghi, in certe case, davanti a certi camini accesi. 

Ovviamente questo post è anche il pretesto per aprire un dialogo, conversazioni senza tema. Tema libero, come a scuola. I temi di Controluce sono sempre liberi, liberissimi, e tutti aperti alle cose di dentro, alle anime e ai cuori belli. All’intelligenza, alla bellezza. Un invito al sorriso. Quindi vi invito a sorridere. Offro io!

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E, a seguito dei commenti a questo post, signore e signori ecco a voi l’unico, l’insuperabile, lo scalatore filosofo GHEBBELGATTO!!  Standing ovation raccomandato….

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Immagine: Autosgatto. perché a noi, selfie non ci piace!! Un gatto è un gatto, è un gatto!! Tutti i diritti riservati. E anche un paio di etti di rovesci!

LEZIONI

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Le parole fanno un effetto in bocca, e un altro negli orecchi.
(Alessandro Manzoni)

Le parole sanno fare male, bucare il cuore, devastare l’anima. Sanno travolgere, sconvolgere, distruggere. Sanno curare, sanno amare. Sono un po’ come le mani, le parole. Sanno fare tutte queste cose. Sanno fare bene. Sanno fare male. Come le mani sanno ferire. Uccidere. Resuscitare. Ma le mani le vedi, le vedi con gli occhi. E le senti quando si fanno carezza ma anche quando si fanno schiaffo. Le parole hanno un solo approdo: gli orecchi. E gli orecchi non sempre sanno condurle all’anima per strade dirette e pulite. C’è vento spesso tra quelle strade. Ci sono foglie morte, di passate stagioni. Ci sono sassi mai raccolti e dimenticati nei quali le parole inciampano e arrivano all’anima malandate, inquinate. Stravolte. Le mani invece le vedono gli occhi e le sentono la pelle. La strada è breve, diretta. Senza nemmeno scorciatoie. E pelle ed occhi sono ricettori formidabili. Loro sanno “sentire” e l’ascolto avviene così. In modo semplice, immediato. Profondo. Le parole no… non arrivano così. Il peggio ce l’hanno quelle scritte, prive anche del veicolo della voce, non arrivano nemmeno a cavalcioni di corde vocali dove potrebbero tramutarsi in musica, bagnarsi di dolcezza, diventare note o velluto o sussurro. O vestirsi di sedimenti di passati innocui, o di carta di giornale stampata di storia passata, un po’ ingiallita. Le parole scovano le ferite, vi si insinuano dentro, lo fanno senza che alcuna mano occhi sguardi le possa fermare tradurre o rappresentare. Bisogna essere bravi a tradurle nel linguaggio dell’anima, affinché questa le possa giudicare per poi accoglierle o respingerle. 

Per questo imparo, ogni giorno un po di più, il valore del Silenzio. Per questo condivido, oggi, questo:

Il primo livello di sapienza è saper tacere, il secondo è saper esprimere molte idee con poche parole, il terzo è saper parlare senza dire troppo e male. Si deve parlare solo quando si ha qualcosa da dire, che valga veramente la pena, o, perlomeno, che valga più del silenzio“.

Sono, se non alle primissime, forse alle prime lezioni, e nel frattempo imparo. Imparo che: “Le parole sono come il sangue, una volta che sono uscite non c’è modo di ricacciarle dentro. (Luca de Simone – Ieri è un altro giorno)”.

Forse si resta un po’estranei, forse non si condividono la  propria storia, passato, emozioni, ricordi. Ma almeno non si semina dolore e non si inciampa nel fango del dubbio, nelle sabbie mobili della delusione che non offre grazia e tutto inghiotte: dagli Alberi alle piccole Formichine alate che vi si posano sopra, al riflesso sulla superficie di peltro lucida, della Luna e di qualche unica Stella.

 

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SPROLOQUIO

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Il tempo non è una medicina. Non lo è mai. Casomai sa deformare sè stesso, il suo essere passato, con astuzia o perversione: crudeltà, o sapiente edulcorazione. Nei solchi sempre poco profondi tra passato e presente spunta erba, oppure scorrono lacrime. La felicità passata diventa rimpianto e appare amara, come tutte le cose perdute. La speranza sola rende possibile il respiro e può allontanare la rassegnazione che a volte pare l’ultima alleata. Non guarisce, il tempo, Semmai inganna, sfilando come nastro di seta tra immaginazione e sogno, tra indulgenza e condanna. Si ubriaca quando è chiamato a guarire. Si inebria, tra fuochi artificiali ed elisir di illusioni. Cura per finta, usa silicone scadente per le ferite, cicatrizzate solo in superficie. Al primo colpo di piccone puntualmente zampilla sangue vivo, mai rappreso. Nemmeno questo sa fare il tempo, nemmeno sa rapprendere nè cucire, nè rammendare. Sa solo passare. Non sa tornare, il tempo. Se non sottoforma di scherzo.  O di treno. Aspettiamo il treno “giusto” a volte, senza sapere che il treno siamo noi. E i binari ci scorrono sotto mentre noi siamo fermi. Immobili. Il tempo sono binari e ci scorre, sotto la pancia. 

VERITÀ

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Io e la Lara

 

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nella foto: la Lara

Se si guarda negli occhi un animale, tutti i sistemi filosofici del mondo crollano.
(Luigi Pirandello)

SEMI-CONFUSI

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A volte mi pare quasi di sentirti. Di sentire il tuo fiato nella stanza, i passi, leggeri, sul parquet che risponde. Spesso è un peso leggero, leggerissimo, al bordo del letto. Passa e sfiora l’altezza del materasso, o forse si siede. A volte è un’ombra che pare attraversare lo spazio sopra la mia spalla, un punto troppo estremo per essere esplorato dall’occhio, e troppo concreto per esserlo da cuore. E’ un’ombra che che mi pare di sentire o forse vedere o forse entrambe le cose. A volte mi pare di sentire il mio nome, mi volto, mi è successo tre volte la settimana passata. Non mi chiamava nessuno. Forse. O forse sì. A volte è un tocco. Leggerissimo, sul braccio quasi sempre, solo qualche volta sulla fronte o sui capelli. L’odore. Questo no, forse io non lo ricordo o forse non era univoco. Strano. Ho sempre prestato attenzione agli odori. Ne ho alcuni che abitano le mie narici: molecole intrappolate nei pori, tra l’umidità del mio respiro e il battito della mia esistenza. Oggi ho raccolto un fiore di lupino, ormai secco: volevo liberare  i semi da quella specie di piccolo fagiolo di velluto grigio, ma ce n’erano pochi, pochissimi. Chissà: forse erano già caduti. Conficcati nella terra, promessi lupini per il prossimo anno. Forse. Il vasetto di vetro che ho scelto per contenerli è decisamente troppo grande. C’era la marmellata qualche giorno fa. Limoni di Sicilia. Mi piace quasi quanto quella di arance amare – la marmalade.  Adesso sa di lavastoviglie, il vasetto, e contiene 5 semi. Li guardo, attraverso il vetro e mi chiedo quale lupino sarà lui e poi lui e lui. Boh. E di quale colore sarà: probabilmente rosso e giallo. Ecco. Un leggero spostamento d’aria dentro la cucina. Leggerissimo. Tra il mio sgabello e il frigorifero. Cosa vuoi dirmi? Non so capire il linguaggio delle ombre e allora prova a scrivere, a parlare.  Magari tra questi rintocchi di campana ti confondi al resto del mondo e a me, lasciandomi un sottile dubbio di suggestione. L’altra sera c’erano le campane, c’era anche un po’ di pioggia. Due calici sul tavolo, una cena così così ma nessun rammarico: contava poco il cibo come il vino.  Una sera normale che se avessi voluto immaginare proprio quella,  mi sarei vista a prestare attenzione ai gesti, alle cose, alle parole. Non l’ho fatto perché sapeva di normalità, di sereno quotidiano, e non di straordinario. Le cose che sanno di straordinario sono per lo più improbabili. Le campane, il vino, la pioggia brevissima non lo erano, improbabili. I pensieri si accavallano sempre nella mente e si rincorrono e cascano, l’uno sull’altro, e poi si mescolano come… come il gelato. Da bambina mescolavo il fiordilatte e il cioccolato nella coppetta, girando veloce con il cucchiaino e diventava una crema colore nocciola ma non sapeva mai di nocciola. Sapeva di cioccolato meno cioccolato e di fiordilatte per nulla. Il cioccolato vinceva sempre: sapeva farsi valere, il cioccolato. Chissà se i semini dei lupini manterranno la loro premessa di lupini. Oppure sono come le tante promesse che suol fare la vita.  E chissà se quel fiato, quel passo leggero, quel nulla di peso sul bordo del mio letto, quel tocco ancora più leggero sui capelli, quell’udire il mio nome, tre volte, la scorsa settimana sono cose tue. E se si, cosa vuoi dirmi? Se passeggi nel corridoio che separa la mia esistenza dalla tua, sempre che vi siano un corridoio, la tua esistenza e perfino la mia, e cerchi di dirmi qualcosa… fallo. Mentre suonano le campane, se non vuoi dare nell’occhio. Così potrò pensare che è tutta suggestione. Oppure fallo tra le stelline che saltellano sul mare al crepuscolo. Tu lo sai che mi fermo sempre a guardarle, che mi mettono allegria, che mi piace tanto il fatto che scompaiono subitissimo appena nate e poi si rituffano nell’acqua per giocare a nascondino con le altre e con me. Fallo li, scrivimi quello che vuoi dirmi. Potrei pensare ad un gioco degli occhi. Sono belli i giochi degli occhi. Diversi dai giochi di parole, ma ugualmente belli, divertenti. Giochi frattalici, che diventano altro e poi altro e poi imparano dai più grandi trasmettendo la memoria di sè. Poso il vasetto della marmellata sul mobile di cucina. I semini neri sono lì e non so nemmeno se avranno la loro primavera. Penso che andrò a dormire. Se sarai nel corridoio, quello tra la mia esistenza e la tua, ammesso che esista un corridoio, e ammesso che esistiamo noi, accarezzami i capelli stanotte, come facevi quando ero piccola ma anche quando ero un pochino più grande. Poco poco più grande di piccola. E se ti va prova a dirmi ciò che vuoi dirmi. Ma se non ti va,  o se non puoi, lasciami una carezza.  Non ho mai smesso di aver bisogno di te.

IL MUTO

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Non parla. Certo… è muto! Un po’ gentiluomo e un po’ invadente. Un po’ insistente, e, solo apparentemente, silente. E’ un omino dai contorni delicati eppure marcati, così come è muto eppure urlante. Passeggia, ai bordi dei miei giorni, si infila, nelle pieghe della mente. Dorme (o fa finta) nei miei momenti calmi e si culla nei miei pochi istanti oziosi. Scalcia se ricamo alcuni pensieri: non vuole: “dice” che non fa bene.  Ha un cappello, tondo e un po’ retro’. Comune, quasi banale, ricorda un disegno di Folon eppure  qualche volta è sorprendente, come uno di Miro’.  Pare si confonda, a volte, tra i fili delle mie contraddizioni: labirinti, in realtà, dentro i quali si diverte. Ci passa in mezzo e ne esce, praticamente indenne. Non cambia il soprabito e non ho mai visto cosa indossa sotto, non ho mai capito se prova caldo, freddo e se gode di una qualche immunità. Perfetto equilibrista passeggia sopra i miei umori mutevoli, non sempre muti. Cade sempre in piedi, da ogni mia giornata nera e parimenti non si invola sopra quella gioiosa. E’ muto, l’ho già detto.  Entra ed esce, sinuosamente e sempre uguale nei frattali della mia memoria: non perde mai nemmeno il suo cappello. L’impermeabile poi … è  sempre quello. Suggeritore nato, talentuoso, ma lo ricordo: è muto! A volte credo di averlo cacciato ma lui niente! Resta al massimo un po’ indietro,  si siede sopra un sasso. Immobile. Indifferente al caldo, al freddo e al vento. Come un sasso, muto come un sasso. Eppure a volte grida tanto… dovreste sentire quanto chiasso! 

CORAGGIO

“Il coraggio, uno non se lo può dare!” protestava il don Abbondio dei Promessi Sposi. Francesco Alberoni rovescia questa famosa massima rivendicando l’urgenza di un valore dimenticato e sostenendo che “il coraggio si può imparare”. Audacia e timore sono legati a doppio filo. Chi non ha paura non sarà mai capace di atti di eroismo. Proprio per questo l’ardimento non va confuso con l’inconsapevolezza o l’incoscienza. La riflessione di Alberoni si concentra su una “virtù morale e sociale” che investe tutti gli aspetti dell’esistenza: amore, amicizia, lavoro, famiglia. E quel “coraggio quotidiano” che ci permette di plasmare il nostro destino è forza d’animo, rifiuto delle ipocrisie proprie e altrui, gesto che sovverte un sistema ingiusto, ricerca di ciò che innalza. La mediocrità, l’indifferenza e la vigliaccheria sono facili: basta lasciarsi andare, nascondersi e adagiarsi nella propria nicchia. C’è invece un gran bisogno di opporsi alla cultura della comodità, del disfattismo e della codardia. Partendo dal presupposto che ogni essere umano ha una missione da scoprire e da compiere nell’arco di una vita, il coraggio va esercitato per essere fedeli a se stessi, per non farsi confondere dalla complessità del reale e, a volte, per superare se stessi.

Dal sito IBS – descrizione del libro di Francesco Alberoni

Premetto che l’intenzione non è quella di parlare di Alberoni né del suo libro. Per carità. Volevo solo parlare del coraggio. Coraggio nel senso di virtù umana, mica di eroismo. Il coraggio di essere sé stessi. Sempre.

In questo tempo, soprattutto in questo tempo – sarà l’età, saranno le delusioni – sarà quel poco che ho imparato – mi rendo conto che la cosa più coraggiosa è essere fedeli a sé stessi. Costa molto, essere fedeli a sé stessi. Si paga in vari modi,  soprattutto con una certa solitudine. Che nell’età verde può costituire un dramma, ma nella maturità no. Perché serve altro. Il tempo è un ottimo distillatore. Serve “poco ma buono” in tutto. Dalle cose alle relazioni. Quindi la solitudine, una certa solitudine, fa meno paura anche a chi l’ha temuta in primavera.

Il coraggio … quel coraggio, quello che ti permette di dare una svolta alla tua vita, che magari non è nemmeno tanto male, che magari con qualche compromesso di qua qualche altro di là, il famoso colpo al cerchio e alla botte, ti fa “andare avanti”, è quello che ti dice NO non mi accontento, no sto bene, non mi piace. Ecc.. quello lì. Quello che ti permette di cercare, cercare altro e oltre, e che ti fa assumere le responsabilità e il dolore del cambiamento. Non è quasi mai molto comodo cambiare: meglio restare nel luogo sicuro, magari non tanto felice, ma sicuro. E non si pensa mai abbastanza che il “sicuro” semplicemente … non esiste. E’ presuntuoso pensarlo, perfino quando ci sono buone ragioni di sentirsi “al sicuro”. E’ sempre, ma proprio sempre tutto appeso ad un filo. Prima cosa fra tutte l’esistenza stessa.  A volte mi soffermo a pensare cosa maggiormente auguro a mia nipote. Auguro questo: il Coraggio. Il coraggio di cambiare, di non accontentarsi, il coraggio di pretendere di essere felice. Il coraggio di cercare sé stessa prima di tutto. Di capire cosa vuole e poi di cercarlo, senza smettere di farlo nemmeno quando dopo tutto c’è calduccio, dopo tutto c’è un tetto, dopo tutto c’è un amore, dopo tutto c’è un lavoro. Ecco, ragazzina il mio augurio. Rimorsi ma non rimpianti. La forza, il coraggio di voltare pagina, di lasciarti alle spalle ciò che non vuoi, che non ti somiglia,che non ami, che non ti fa stare bene.  Il coraggio di dire NO soprattutto se significa dire SI a qualcun altro. Il coraggio di riempire valigie e partire, pretendere, spiegare le vele anche se non c’è terra sicura. Non ti sto augurando l’incoscienza, la sfrontatezza, la sconsideratezza. Queste sono cose differenti.. Ti auguro di non adagiarti mai nella tua nicchia anche se comoda ma non è felice. Potrebbe rovesciarsi in un baleno. Costruisci la tua, con le tue mani, e facci entrare solo chi avrà …. coraggio. Chi chiederà di entrare perchè lo sceglierà, perchè sceglierà te. Che non sei un’alternativa ma una scelta. Una scelta coraggiosa, se anche tu sarai coraggiosa… Perchè ci vuole coraggio anche per amare chi ha coraggio.

Pensa con la tua testa. Segui il tuo intuito, il tuo cuore, la tua testa. Non badare alle opinioni degli altri, non essere mai prigioniera di niente e di nessuno. Non permettere mai che quella vocina che ti sussurra e spesso grida dentro sia messa a tacere dal mondo, dalle convenzioni, dalle aspettative degli altri, dalle mode, dal “ciò che è meglio” ma nemmeno da ciò che sembra “sicuro” ma che però non ti piace. Non barattare mai alcuna “certezza” con un paio di ali.  

GIANMARIA

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Quando finisci un libro che ti è piaciuto tanto,
Quando finisce la musica che è stata capace di prenderti per mano e portarti via, che ha ripulito per un po’ la mente dai pensieri,
Quando il sole è sceso del tutto, la’, dietro la linea del mare, e si chiude il sipario più scuro sopra lo spettacolo arancione,
Quando cessa il canto degli uccelli del primo mattino
Quanto riparte il treno portandosi via quell’odore.
Quando accade questo e altro ci si sente un po’ più soli. Così come quando finisce un brano di Gianmaria Testa. Una voce che accarezza e calma, e ti prende per mano e ti porta a passeggiare in un posto che sa di lago e di barche ferme e di tramonto. Di seta e velluto. Odora di pane, di langhe, di cose “piccole”. Di barchette di carta, di aquiloni, di stelle di mare. Di umanità. Di vita.
Ecco… Uno come Gianmaria che se ne va è uno che lascia un po’ più soli.  L’ho incontrato diversi anni fa, tramite un amico che mi disse esattamente così: “se non lo conosci fai peccato mortale e per punizione ti faro’ avere tutti i suoi dischi”. Fu un regalo vero. I dischi erano tre, forse quattro. Poi con il tempo conobbi altro, e gli altri dischi li prenotavo appena usciti.

Erri de Luca ha scritto di lui anni fa:

Per Gianmaria

La tua voce s’arrampica a un balcone, soffia all’amato le parole da dire all’affacciata. La tua voce è Cyrano nascosto nel giardino che insegna al maschile smemorato come bussare a un bacio di ragazza. Sono sillabe di pioggia, da levarsi la giacca e appoggiarla sulle spalle scoperte di una donna, una delle poche mosse sacre in dote a un uomo.
Le tue canzoni servono a un ragazzo per improvvisarsi uomo, servono a un uomo per tornare ragazzo. Una donna sospira : fosse vero. Finché canti è vero e poi per altri cinque minuti dura l’effetto di raccolta dei frantumi maschili ; stanno di nuovo insieme l’adulto e il rompicollo. Finché canti ecco di nuova una sagoma d’uomo nella stanza, al bavero ha messo il fiore dell’ortica, in cima alla camicia una farfalla vera. Allaccia il braccio attorno alla ragazza, accenna a un valzer, lo rigira in tango, splende la coppia, numero chiuso sigillato a musica.
Profumo di balli di una volta la tua canzone di oggi. Uomo e donna accostano gli zigomi per fingere di dirsi una parola, si odorano i capelli, accostano il respiro alla curva del collo. I balli di una volta permettevano abbracci con la scusa di una danza in pista.
Niente altro che amori, polpa scoperchiata da un coltello che scortica, sbuccia, e sotto, il frutto è bianco. Solo amori, il loro passo a due disturba, distoglie : due innamorati vanno, dietro a loro si accodano le occhiate di noi altri soldati costretti dentro i ranghi, invece di sbandare, sbottonare il colletto e darsi da correre.
Niente altro che fiori, compratene un mazzetto, portatelo sudati, trafelati, alla creatura preferita, amata.

Noi ne abbiamo parlato qui
e poi qui
e poi qui
e ancora qui

Buon viaggio, buone note, buon vento, che siano vele oppure mongolfiere. Ho imparato dalla tua voce di velluto, portata in giro dal tuo passo leggero e dal volto di gentiluomo, l’aria discreta, e nessun rumore – ingredienti di un fuoriclasse – che “forse il gomitolo non voleva diventare maglione”.  Mi restano tutti i tuoi dischi. Brani, parole e musica, da centellinare, nelle serata a casa, con un buon rosso, fermo e denso tra le mani. E poca ma giusta compagnia. 

Lascio questo per chi non lo conosce e ha voglia di farlo. 

Lo sfondo e le immagini sono dedicate. “Montgolfières” fu l’album che fece innamorare la Francia, con la prestigiosa etichetta “Harmonia Mundi” . Solo più tardi sbarco’ in Italia, quasi senza accorgersene, quasi senza volerlo. In sordina. Come capita solo ai grandi.

 

DISTILLATI

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Il tempo è un grande discernitore. Separa. Scarta. Distilla. Anche io mi rendo conto che cerco di usare sempre meglio il mio tempo. E tendo a stare sola piuttosto che stare con qualcuno solo per non stare sola. Non ho paura della solitudine: non la si può riempire con chiunque. Un libro, un film, o semplicemente un divano e i miei cani accanto non sono un’alternativa. Non sono affatto solitaria o misantropa: sto bene con la gente sincera, quella dal sorriso aperto, quella dal “pane al pane”. Con la gente vera. Mi piace passeggiare anche in silenzio con chi sto bene e mi riesce sempre meno dispensare sorrisi che posso produrre con le labbra ma non con il cuore, o con autentica cordialità. Lo faccio, ogni giorno, nell’ambito lavorativo. Devo. Ci sono regole e imposizioni e ciò è più che sufficiente. Mi fa male quando qualcuno chiede “come stai” e nemmeno ascolta la risposta. Per questo motivo spesso, a quasi tutti rispondo “Bene”.  Non mi fa stare bene, mi procura profondo disagio dover mostrare accondiscendenza: le mie corde di dentro avvertono vibrazioni stonate e stridenti e non mi fanno sentire bene con me stessa.

Meryl Streep è una donna che mi è sempre piaciuta come attrice. Ovviamente non la conosco come persona. Posto questa sua considerazione. Ecco. Queste parole potrei averle scritte io.

Non ho più pazienza per alcune cose, non perché sia diventata arrogante, semplicemente perché sono arrivata a un punto della mia vita, in cui non mi piace più perdere tempo con ciò che mi dispiace o ferisce. Non ho pazienza per il cinismo, critiche eccessive e richieste di qualsiasi natura. Ho perso la voglia di compiacere chi non mi aggrada, di amare chi non mi ama e di sorridere a chi non mi sorride. Non dedico più un minuto a chi mente o vuole manipolare. Ho deciso di non con-vivere più con la presunzione, l’ipocrisia, la disonestà e le lodi a buon mercato. Non tollero l’erudizione selettiva e l’arroganza accademica. Non mi adeguo più al provincialismo e ai pettegolezzi. Non sopporto conflitti e confronti. Credo in un mondo di opposti. Per questo evito le persone rigide e inflessibili. Nell’amicizia non mi piace la mancanza di lealtà e il tradimento. Non mi accompagno con chi non sappia incoraggiare o elogiare. I sensazionalismi mi annoiano e ho difficoltà ad accettare coloro a cui non piacciono gli animali. Soprattutto, non ho nessuna pazienza per chi non merita la mia pazienza.   Meryl Streep

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foto dal web

MA CHE BEL CASTELLO….

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foto dal web

Mi ferisce e mi offende e mi delude il raggiro, la bugia gratuita, quella senza alcun fine nè buono nè cattivo. Quella che più di altre è imperdonabile. Il trucco e parrucco che nasconde la realtà, per altro lecita e sacrosanta.   Mi ferisce e mi offende e mi delude chi insulta la mia intelligenza e la mia sensibilità e la mia capacità di giudizio. Mi ferisce e mi offende chi non ha compreso nulla di me e pensa che io condanni o assolva. Mi ferisce e mi offende chi confonde il mio diritto di avere un’opinione con l’arroganza del giudizio morale. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi cerca di imbonirmi, di conservare la mia benevolenza o amicizia, e condisce la menzogna con espedienti poveri, miseri. Meschini. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi nonostante abbia avuto la mia anima a un millimetro dal cuore, non ha mai percepito il vero odore. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi non sa custodire e proteggere la condivisione dei miei pensieri, della mia Storia. Crollano. I castelli di sabbia crollano. Miseramente e sempre. E passano dolore e delusione. Passano,  come tutto passa. Resta la lezione. Oro per il futuro. E resta la realtà, un po’ amara, di un addio che non avresti voluto. Quel tipo di addio che si scrive dentro, quello definitivo. Quel tipo di addio ben rappresentato da queste parole

(di Massimo Bisotti):

I veri addii scattano nella mente, sono silenziosi.
Sono i più veri, i più pericolosi.
Sono quelli che tieni per te.
E puoi anche continuare a sentirla una persona.
Non ti avrà più se l’hai salutata dentro

INDOVINELLO

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dei due, qual è la femmina?

🙂 🙂 🙂.

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NOSTOS

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E vabbè. Perdonatemi questo momento nostalgico forse sbuca dalla nebbia di stamane e la buca perché certi pensieri scaldano sono come il fiato caldo in un giorno un po’ freddo.  Era fine 2012 e questi erano i pensieri buttati giù quel giorno. Sarà che ho un po’ di raffreddore oggi, e anche mal di gola: un’aspirina frizza nel bicchiere qui accanto a me sulla scrivania. E anche un po’ di mal di vita. Capita. Sarà che l’arrivo dell’inverno mi trova sempre impreparata: cedo alle calze a metà ottobre, oggi indosso ballerine rigorosamente sopra il piede nudo. Non mi piace guardarmi indietro lo dico sempre, non amo i ricordi preferisco vivere nella consapevolezza che ci portiamo dietro il bagaglio di tutto perché tutto fa di noi ciò che siamo. Tutto ci plasma e ci forma; siamo creta nelle mani del tempo, degli eventi, delle persone che incontriamo che amiamo che ci lasciano, quelle che ci deludono e quelle che lasciamo e quelle che ci hanno dato tantissimo e quelle che ci sono, ogni giorno, ci camminano accanto. Copio incollo dunque questo post che per le ragioni appena elencate non sa di naftalina né potrà mai essere coperto di polvere.  E non lo faccio nemmeno per mancanza di argomenti: non è mai stato un blog “daaggiornareperforza”,non ne ha bisogno. Con piacere e senza mai smettere di sorprendermi questo posto è sfogliato: ogni giorno vengono letti post tra i 450 e oltre pubblicati. Questo per me conta molto di più della ricerca del nuovo. E poi va bene così: l’ansia da prestazione non è roba nostra non ci interessa non ci ha mai colpiti, è un luogo così, questo. A fine dicembre 2012 c’erano queste parole e sono attualissime, nonostante gatte e lucertole girino per altri prati ma anche qui, girano anche qui, trovo croccantini in giro, e sono diversissimi dai cookies internettiani, sono orme indelebili così come anche l’umorismo acuto misto a dolcezza di GilGanesh, che vive lontano da qui fa parte di questo luogo e non c’è nessuna pietra sopra qui non ci sono pietre sopra niente. Non si cancella la cronologia con un click, non si svuota la cache del cuore.

orme-e-impronte

31.12.2012

Grazie a tutti e a tutti un abbraccio affettuoso per un tempo che sia foriero di luce e di tante piccole cose belle. Piccole perché è lì che sta la bellezza, dentro le piccole cose: lo diciamo sempre, qui.  Cerco di nominarvi tutti, questo blog è frequentato da 4 gatti ( ma che gatti! ) e questa è una ragione in più per essere orgogliosa di questi “numeri” che stupiscono me, prima di tutti.  In ordine sparso: 

Marinz, cui devo, tra l’altro, la migrazione del sito e poi tanti motivi di riflessione.
Pieffe, orecchiette, speciali sapienti e acute oltre che straordinariamente intuitive. Devo molto a quell’essere  peloso, non solo per questo sito, ma per ciò che rappresenta nel mio Tempo.
Petula, la gatta filosofa e Lucertola, da preda ad allieva. Devo molto anche alla sua coda e al suo naso.
Pinuccia, donna e nonna intelligente, delicata e sensibile, si commenta da sé, basta leggerla.
Roberta (Frost), che si diverte con noi e tesse le foto come una moderna Penelope.
Sir Biss che porta odori di lago e profumo di salvia e rosmarino e tanta partecipazione. Che sa prendersi in giro come ahimé pochi sanno fare.
Riccardo: quando i “numeri” sono alti, per visite e interventi, dietro c’è spesso lui, a dibattere con orecchiette e gatte. Un altro pilastro di cemento armato qui e non solo qui.
Francesca Pacini (Mulino di Almeto): perché è a lei che devo l’incontro con Pieffe e Petula.  E anche l’onore di avere scritto su Silmarillon. Non scriverò mai come lei ma proprio per questo è un piacere vero leggerla. Imparo.
Carola, dal cuore dolce e romantico: la sua sensibilità e il suo calore dentro casa hanno fatto spesso il lavoro di un plaid. Amica di una vita, non ci si vede quasi mai, ma noi ci siamo.
Simona dagli occhi blu, che si firma Lotus, per qualche verso così simile a me da sembrare quasi…. mia parente  😉
GilGanesh che ci manca molto, così come il Gollum: hanno creato tante divertenti sceneggiature:  ci hanno dato tanto cuore e tanti sorrisi. E fiato per questo posto.
Simonetta (Calembour), che delle parole ne ha fatto e ne fa un mestiere.
E poi a tutti quelli “qui non nominati”,  e anche a quelli che leggono regolarmente senza apparire e mi scrivono  le e-mail.  Celeste anno a tutti, dal cuore. 

PAUSE

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In questi giorni il tema sul treno, in ufficio, nei negozi, è sempre lo stesso: vacanze.

Dove vai
ma che bello
ci sono stato anche io
ti consiglio di cenare in quel posticino
quando torni
se potessi farei le vacanze in luglio

E le raccomandazioni? Divertiti!!! Riposati!!! Rilassati!!! Mi raccomando!!!
Ecco.. menomale che ce lo dicono altrimenti da soli mica ci pensiamo! Ti vien da rispondere: sì, mamma!
Menomale che le riceviamo le altrui benedizioni altrimenti come faremmo?  

Scusate per questo sfogo di insofferenza. Personale idiosincrasia storica in aumento costante verso i luoghi comuni, le frasi fatte, le raccomandazioni (inutili come tutte) che arrivano solo da chi in realtà non gli frega assolutamente nulla se ci riposeremo rilasseremo divertiremo. Gli altri non ne fanno. Come sempre è questione di intelligenza e di sensibilità. O di comune allergia per i soliti stramaledetti luoghi comuni usanze cicalecci vari frasi fatte. 

Ho in serbo una condivisione, quella con e di Carola. La faremo presto. Perchè è un discorso interessante: riguarda i ragazzi in gamba, quelli responsabili, quelli che vanno avanti nonostante le difficoltà e lo fanno da soli.   

Lascio qui un saluto ai miei controlucini, per ora. Ora è tempo di pausa.
Vi auguro un tempo buono, di sereno, di pace, e di riflessione. Una tregua vera che possa interrompere per un po’ la violenza dei giorni, l’incombenza dei doveri, che ci sovrastano e schiacciano. Qualche tramonto dentro il quale perdersi con l’anima ed uscire un po’ migliori. O  qualche bagno che faccia fare un po’ pace con il mondo e con sè. Qualche prato di stelle sopra la testa capace di commuovere e stupire. O l’imponenza delle montagne: che ci faccia sentire piccini qui sotto quando rivolgiamo il nostro pensiero alle vette laddove è potente il silenzio e immobile il tempo. Qualche passeggiata meditativa capace di farci ritrovare il senso delle cose perdute, offese, uccise, tradite.
E leggerezza. Sere dolci e delicate. Morbidezza e passo leggero. Sere gentili.
Tutto questo è lontano dai gelati, dagli ombrelloni, dal chiasso, dalla musica, dai tormentoni, dall’olio di cocco, dal pareo all’ultimo grido, dai selfie che intaseranno la rete; non che abbia qualcosa contro: ognuno vive come gli pare. Solo perchè  niente di questo appartiene al popolo di Controluce.

Vi abbraccio tutti, intreccio di code stretto. Perchè qui trovo quella animalità che manca a molti umani, trovo code e pelo e occhi e cuore di cani di gatti e il respiro della sincerità e il dono della condivisione vera, leale. Che non trovo quasi più. In nessun luogo…

 

TI ASPETTO QUI

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Ti aspetto qui dove il sole non fa più male non brucia non offende non inaridisce accarezza e calma ti aspetto qui dove il mare riposa sotto la sera gentile dove gli alberi si stagliano contro la luce crepuscolare dove i pensieri sono anche preghiera Ti aspetto qui dove tutto è calma adulta matura come l’odore di resina che solo la sera dispensa nell’aria Ti aspetto qui dove non c’è rumore dove l’amore è canto silenzioso capace di risvegliare semi addormentati dei grandi alberi protesi verso il mare Ti aspetto qui dove il Tempo salda le ossa rotte lenisce le ferite lava via la polvere dove la morsa del mondo si allenta dove si libera il respiro e diventa alimento per l’anima  Ti aspetto qui in un’ora liquida e densa quando la voce del mare è come musica da un grammofono Ti aspetto qui per aspettare insieme il miracolo dell’alba

DIETRO LE QUINTE

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Dietro le quinte di Controluce vi è una statistica visibile all’amministratore del sito, cioè a me. In questo “retrobottega” è possibile vedere quali sono i post che sono stati letti ogni giorno. A volte, per curiosità, mi capita di farci un giro ed è un piacere vedere Controluce “sfogliata”: vengono letti anche i vecchi articoli e questo mi fa piacere, molto più dei numeri. Il numero delle visite non mi importa se chi passa lo fa solo per “vedere” se ci sono novità. Mi piace che chi passa.. cerca, e sfoglia, e mette il nasino dentro gli scaffali di Controluce. E così, sopra qualche articolo che vedo riletto ci torno anche io, rileggo il post ma soprattutto ritrovo il piacere grande degli interventi. Tranquilli! Vi risparmio un post nostalgico ci mancherebbe! Abbiamo già nostalgia di così tante cose, e persone, e luoghi, e sorrisi e soprattutto di speranza per cui, almeno qui… niente nostalgia. Anche se.. ehhh..  come si fa? Io non lo so.  

Comunque, a parte questo, ho voluto rendervi partecipi di questa cosa. Naturalmente non so chi legge cosa (nemmeno ci terrei a saperlo) ma vedo solo cosa viene letto. Ed è questo piacere, insieme ad altri, che mi fa tenere queste porte aperte, spolverare ogni giorno o quasi (“Si mamma, prometto che la prossima volta solleverò gli oggetti ma non sempre ho tempo, qualche volta giro attorno e fammela passare, no?”).  Qualche sera mi diverte anche scegliere le fotografie per postarle su Flickr, quindi non ho molto tempo per la polvere, però per aprire le porte e le finestre sì, quello lo trovo. Ed è evidente che funziona dal momento che non c’è odore di stantio ma un buon odore. 

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FIORI GIALLI PER TE

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… non ho raccolto stasera…

Ecco, mi è stato donato questo fiore. Non raccolto, non comprato, non messo cadaverino nell’acqua come una flebo ad un essere morente. La fotografia per dire che era per me. Un pensiero sopra questo fiore. Che vivrà il tempo che avrà.

Grazie.

 

 

 

SGUARDI

20140807_135858A differenza di molte persone, loro ti guardano sempre dritto negli occhi. Sguardi che ti frugano nel cuore e che sanno farti sentire piccolo. Lui è Pepe. Come lui, tanti. Sguardi speciali, potenti, penetranti, adulti, saggi, maturi, leali, dignitosi. Sanno spogliarti e a volte farti …. sentire piccolo, perché senti che loro hanno un cuore così grande e pulito e puro e bellissimo. E te invece no, mica ce lo hai così..

Namasté Pepe.

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RITORNI

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foto mia

Partenze e poi ritorni. Mari, ponti, isole, odori, sapori, colori.

Ponti, pontili. Ne ripercorro uno. Non lo faccio mai, ma questo è un po’ speciale quindi mi concedo un ponte che riporta

QUI …

TRENTALUGLIO

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Oggi, se ci fosse, la mia mamma compirebbe 80 anni, ma non c’è più da quasi 30.  Starete pensando che è un pensiero insolitamente personale, ed è vero, è molto personale, è vero. Però non è vero che è una cosa insolita: è solo diretta.  In diversi post ho parlato di lei, senza nominarla.  “Pensieri sul ponteper esempio,  e poi uno in particolare, che è  uno dei miei più intimi. Scritto il giorno del mio compleanno, che non amo festeggiare come tutte le ricorrenze in genere, ma è una data che inevitabilmente mi fa sentire ancora più vicina a Lei.

E’ questo ed è uno dei miei preferiti.

Ha raccolto interventi delicati e profondi, in linea con Controluce e con il cuore di chi la frequenta: persone, gatti e qualche cuore di cane.
 

Lascio anche questo pensiero, trovato in web. Non posso citare la fonte perché l’ho perduta e non sono più riuscita a ritrovarla.

 

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MILLE BOLLE BLU

 

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Zio Piero non amava le ortensie: gli ricordavano i cortili della sua infanzia, ai tempi della guerra, e quel tempo gli ricordava la povertà.  Io invece le amo molto e non ho di quei ricordi perché non ero nata.

Mi sono sempre piaciute, le ortensie. Nella casa di mio padre sbocciavano ad ovest, dove c’era il sole gentile e la giusta ombra. Queste  fotografate sono le ortensie di casa mia,  rivolte a nord, piantate da piccole talee, adesso sono cresciute. Sono una parte:  altre piante, più piccole, hanno fiori di colore blu intenso, fucsia  e bianco.  Mi piacciono, ogni fiore è un pallone, formato da innumerevoli singoli fiorellini semplicissimi e allegri, di 4 petali ognuno, cuoriforme.  Ogni fiore è un gruppo di fiori, e tutti insieme, formano questi enormi cespugli. Quando c’è molto caldo i fiori diventano mollicci: non amano il sole forte, ma poi l’acqua compie il miracolo e ridiventano turgide. Bellissime, le mie mille bolle blu.

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IO MANGIO DA SOLO

Io mangio da solo!

PAROLE CADUTE

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Ci sono notti di pensieri che si arrotolano, si attorcigliano, imbrigliano i pensieri, mescolano le carte del passato, ci sbattono davanti ad uno specchio dentro il quale si specchia uno specchio. Dietro il quale ci si nasconde la verità, come briciole sotto il tappeto. Notti in cui ci si casca, dentro lo specchio, come fosse un lago. Uscire è difficile quando non sappiamo dentro quale specchio si è finiti. Ci sono notti che hanno forbici che tagliano corde, cesoie per catene, accette per ali. Notti che hanno mani.
Notti che non sono amiche: reti di maglie strette al posto di velluti a riparare spalle, a donare sonni, sonni di riposo, capace di distendere i segni sul viso. G
entilezza per zigomi e guance. Culla per sogni, carezze  sul petto che respira.

Notti di pietà per le parole belle, cadute nei crepacci dell’incomprensione, abissi di pietra dentro i quali la mano non passa. Come il braccialetto caduto alla bambina nella grata del marciapiedi. Niente, non recuperi niente. Sai che sono lì, e ci vuole pazienza, un filo di nylon e una canna da pesca e un bel po’ di tempo. Ma non hai tutta questa roba, non ce l’hai: disponi solo di altre…. parole.

Allora le chiami, le parole belle, provi a farle salire da sole. Ci provi, perché erano belle davvero …  appena nate. Nate da un cuore disteso, che stava anche bene, cadute forse perché accecate dalla luce. Bisogna proteggerle, le parole belle, e tenerle solo sul cuore. E’ un posto sicuro, il cuore. Per questo cerchi di passarle, velocemente, da cuore a cuore…

Ma a volte cadono se il cuore non è pronto, se non può ricevere, se non è sereno: sono parole senza paracadute e senza rete, quelle che nascono dal cuore. Senza protezione, senza cappotto, senza biglietto di ritorno, senza istruzioni. Non sono andate a scuola.

Quelle che nascono dalla testa invece sono più furbe ed equipaggiate. Hanno corde e ramponi, hanno l’assicurazione, il passaporto con la marca, la garanzia e anche la scorta. Sanno mescolarsi, mimetizzarsi, sanno nuotare e camminare. Sanno fare tutto tranne volare, ma alle parole che nascono nella testa non serve volare. Sanno anche contare, e crescere. Si nutrono di altre parole, rotolano, come la polvere sul parquet, e diventano giganti e resistenti. Sono spesso sapienti, sfuggenti, scivolose, drenanti, assorbenti. Taglienti, esperte, capaci.

Le parole che nascono del cuore sono tonde, morbide, semplici, indifese. Vento e pioggia possono appesantir loro le ali. Sono svestite, delicate, esposte,  e non sanno che fare una volta cadute …  non si alzano più. Si può provare a salvarle, rimetterle in fila per farle tornare a casa. E’ un posto sicuro il cuore che le ha generate: forse le può ancora salvare, proteggere, scaldare e tenerle con sè.  Vi sono notti in cui ci si può solo provare. 

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SOGNI VOLI E MAGIE

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Da bambina a volte mio padre mi portava al Circo. Non ho idea di come sia il Circo ora, non so  se vi sono ancora i leoni, gli elefanti, i cavalli. Spero di no, lo spero con tutto il cuore. Da bambina però non pensavo alla dignità che veniva tolta loro, ero probabilmente troppo piccola e la violenza si configurava con il maltrattamento fisico, le percosse, le torture. Non credo che allora considerassi questo aspetto della violenza.
Ma quello che mi ha fatto aprire questa pagina bianca è stato un ricordo, emerso qualche giorno fa chiacchierando con un’amica: la magia del Circo e il mio sogno, profondo e intimo, di voler far parte della Compagnia, girare il mondo e soprattutto indossare quei costumi scintillanti delle acrobate. Guardavo in alto, e ammiravo quelle donne mentre compivano le loro meravigliose acrobazie, mi piacevano da pazzi i costumi di lamè, sgambatissimi, le coroncine tra i capelli, le calze a rete, le scarpette color nudo con le quali avanzavano leggere, in punta di piedi, e la capacità di flettere il corpo, piegarsi e… volare.
Trattenevo il fiato quando si lanciavano dal trapezio per eseguire il volo libero e respiravo solo quando le braccia muscolose dei compagni le avevano afferrate. Mi piaceva il silenzio del pubblico, rotto solo dal rumore delle funi, un leggero cigolio e le catene degli attrezzi. La fiducia che condividevano le persone lassù: fidati di me, ti tengo io.  Mi piacevano i lunghi capelli, raccolti in quella coda di cavallo capace di sorreggere il corpo che si avvitava, velocissimamente. 
I numeri con gli animali invece mi annoiavano: li trovavo banali, non riconoscevo alcun coraggio nei domatori che si cimentavano in numeri che trovavo sciocchi, con i cerchi di fuoco, la testa tra le fauci dell’animale e mi procurava un senso di fastidio il rumore del frustino che batteva il pavimento.
Mi rattristavano i pagliacci, fissavo quella lacrime e quel sorriso disegnato. Già allora percepivo chiaramente la natura del clown, la tristezza malcelata dalla mano di gesso sulla faccia e dal sorriso color ciliegia, disegnato sempre troppo grande.
Una volta tornata a casa … sognavo. Sognavo di far parte di quella che mi appariva, ogni volta, come una grande famiglia, fantasticavo su come dovesse essere meraviglioso girare il mondo. Immaginavo la mia roulotte ordinata, una specie di guscio, un luogo tutto mio in grado di seguirmi e di contenere tutte le mie cose. Quando capitava che un piccolo Circo sostasse dalle parti di casa mia, volevo assistere anche alle operazioni di smontaggio e poi restavo a guardare l’erba schiacciata, e credo provassi un senso di libertà e di profonda invidia. Ma erano i Grandi Circhi (o presunti tali .. si sa che da piccoli sembra tutto molto grande) della famiglia Orfei o dei vari discendenti ad affascinarmi tanto. Non ho mai approfondito se fossero davvero tutti degli Orfei oppure furbacchioni, ma non era importante: la magia incominciava lassù, appena sotto il punto più alto del tendone. Più in alto erano gli acrobati, più corto il mio respiro.
Sorridevo, consegnando questo ricordo alla mia amica e le dissi che a ben pensarci, le mie preghiere, almeno in parte sono state esaudite: non lavoro in un Circo ma vi assicuro che a volte non è tanto differente!

PONTI

C’era una volta.. Tutte le storie cominciano così. C’era una volta.

Francesco, si chiamava Francesco ed era un bambino quando incontrò Chiara e gli occhi di Chiara.
Capitò in primavera, una di quelle primavere in cui i prati sono bucati dai crocus come i cieli dalle stelle.
Chiara comparve all’improvviso in quello che era un mondo di silenzi, di scoperte, di verde, di alberi e di fiori e di nevicate. Un paese di dentro che sarebbe diventato grande, che avrebbe accolto foglie dorate e fiocchi di neve, che sarebbe resistito al gelo, e profumato dall’aria di primavera. Che avrebbe saputo meravigliarsi sotto cieli stellati quelli che a vederli stando sdraiati pare che caschino addosso e tolgono il respiro.
Un posto sul quale sarebbe cresciuto del morbido muschio, che avrebbe accolto la pioggia, che sarebbe stato schiaffeggiato da tempeste di sabbia, bruciato dal sole, accarezzato dalla gentilezza della sera.

Ma questo paese era ancora protetto dalla membrana che separa i mondi dagli altri mondi quando proprio lì, ai piedi di un Albero, incontrò Chiara. Si guardarono, per un istante: gli occhi dentro gli occhi.
Fu un istante, un guizzo, il tempo di un fiato poi Chiara scomparve. Senza una parola, senza un rumore, senza che l’aria si dovesse spostare per lasciarla passare. Chiara. Chiara era il nome che doveva per forza avere: la pelle era bianca, chiari gli occhi e i capelli. Per Francesco fu Chiara. Chiara per sempre.

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Tornò diverse volte all’albero, ma Chiara non c’era. Forse non c’era mai stata. Forse era solo la fantasia di un bambino che bucava la membrana di un mondo che separa un mondo dagli altri mondi.

Come il paese di dentro, e con il paese di dentro, il bambino crebbe. Diventò quello che doveva diventare, accolse la pioggia, i fiori, resistette alle tempeste, qualche volta cadendo, altre volte solo piegandosi un po’ verso i propri contorni, tastando i propri confini, esplorando le proprie terre, lasciandosi arare dal tempo e da mani più grandi.
Accolse le notti e i giorni in modo regolare, come le stagioni, e le cose belle, i pianti, il dolore. Imparò le paure, perdette cento volte le chiavi dei suoi portoni, abbassò e sollevò i suoi ponti, visse i suoi temporali.
Si lasciò coprire di neve, ascoltò i passi affondare. Il tempo scavò le sue tane e nascose tesori. Seppellì sogni e dolori e costruì ali, e altri sogni. Imparò a tastare i suoi confini, a conoscerne i limiti.
Disseppellì sogni e dolori, ruppe ali, e sognò altri sogni. Incontrò gioie, emozioni, amori. Profumi, odori di cani. Calore e fiato. Curiosità, di vita, di libri e di sé. Cresceva il pelo sul corpo, perdeva l’altro pelo dal corpo.
Crebbe, come tutte le cose, come i paesi, come gli alberi: non c’era nemmeno il ricordo di Chiara.
Solo un senso di Albero, qualcosa di grande, di infinito, che bucava la parte più blu del cielo, più vicina alle stelle, non lo avrebbe mai abbandonato. Non ne era consapevole, c’era solo un senso di ….. qualcosa.
L’Albero aveva lasciato una goccia di resina nella sua anima, e in qualche luogo di dentro aveva seminato un odore, un sapore, un seme. Ogni tanto affiorava come una vaga sensazione di un luogo antico, lontano, ma si traduceva solo in un senso di qualcosa, qualcosa di aspro e dolce, di legno e di pietra… sassi, forse. Sassi come stelle cadute da qualche parte, con la sensazione, forte ma sempre brevissima, di qualcosa da andare a riprendere. Qualcosa che aspettava, da tempo, in un altro Tempo.

Poi un giorno – un bel giorno – come si dice in tutte le storie,  lei arrivò.

Arrivò “per caso”, piombando dentro un pomeriggio di telefoni e fax, tra appuntamenti e odore di carta e led, schermi luminosi, bip bip. Niente posto per gli alberi, nessun angolo per un solo centimetro di muschio, nessuna zolla di terra, nemmeno un sasso. Non un buco nel soffitto a mostrare le stelle, in quel luogo.
Una voce, dapprima, e un nome. E poi il viso di Chiara. Le labbra di Chiara. Il fiato di Chiara, l’amore di Chiara.

E lentamente si delineava, nel tempo di mezzo tra la veglia e il sonno, tra ciò che sembriamo e ciò che siamo, una sagoma… Un vago ricordo, fuggente, come quelle cose che non appena affiorano nella mente, scivolano via e si perdono, nemmeno a rincorrerle. Niente. Sembrano solo idee. Guizzi. Come un sogno che non si riesce ad afferrare, come una parola che sta sulla punta della lingua.  Come ….. Come cosa? Come…. Come? Come… ma si!!! Come un Albero. Ecco cosa affiora ogni tanto! La maestosa figura di un Albero! Un grande Albero.
Fu in un momento preciso, non saprebbe dire esattamente quale, in cui le narici si spalancarono perché quell’odore fosse percepito, goduto, inspirato… Era odore di resina. Quella resina. Di quell’Albero.   E… gli occhi dentro gli occhi. Gli occhi di .. Chiara.

Se avessi dei piccoli lettori, allora chiederebbero:

Ma allora era un ricordo? Francesco aveva davvero incontrato Chiara quando erano piccoli? O forse accadde tutto in un altro mondo, separato da questo?

Nessuno lo sa. Tranne l’Albero.

L’Albero?
Sì. L’Albero. L’Albero sa tutto. È il ponte tra presente e passato, tra un mondo e un altro mondo. Un ponte che attraversa la terra di mezzo e che conosce i segreti di tutte le cose che stanno tra la terra e il cielo. Conosce i segreti del tempo e qualche volta ne trasporta gli odori.

Ma… loro lo sentono?
Si, loro lo sentono. A volte è una sensazione leggera, come quella di una farfallina con le ali che si posa sul braccio. A volte è una fotografia che appare all’improvviso, a volte è una voce. Un sasso nelle tasche. Un segno nel cielo. Una luce sotto il Paese, quello di dentro ma anche quello di fuori, attraversato da altri ponti, tagliato da fiumi, illuminato da lune gigantesche e bianche, piene o velate.
A volte è un odore che permane, a volte è altro.

Cos’altro è, a volte?
È … Albero.

la foto è tratta dal web.

COSE CHE FORSE

foto mia

Da uno dei tuoi cortili aver guardato
le antiche stelle,
dalla panchina dell’ombra aver guardato
quelle luci disperse
che la mia ignoranza non ha imparato a nominare
né a ordinare in costellazioni,
aver sentito il cerchio dell’acqua
nella segreta cisterna,
l’odore del gelsomino e della madreselva,
il silenzio dell’uccello addormentato,
l’arco dell’androne, l’umidità
– queste cose, forse, sono la poesia.

Il Sur (Jorge Luis Borges)

SCATOLE

Soffro di anoressia.
Nei confronti dei giornali, dei notiziari tutti, dalla TV al web. Non voglio sentire. Non più. 
C’è crisi, è vero, si sta male. Un pianeta diviso, tra poveri e ricchi. Poi: violenza per le strade, furti e rapine in aumento, ovvia conseguenza di quanto sopra. Una umanità per mezzo povera, che costituisce ricchezza per l’altra, che è sempre più ricca.

Un futuro incerto, fantasmi dietro la porta, il terrore di andare in azienda il lunedi mattina e trovare il cartello CHIUSO.

E questi sono gli argomenti che si sentono in continuazione, sul treno, per strada e ovunque. Nei tiggì, sui giornali. Dappertutto. In ufficio poi non parliamone: l’ambiente in cui lavoro è una perfetta vetrina su questa situazione, difficile, pesante, che fa paura, che scoraggia qualsiasi iniziativa, capace di uccidere ogni azione di buona volontà, annientare qualsiasi intrepido tentativo di costruire, fare, inventare.

Questo, che piaccia o no, è il mondo in cui viviamo.
E ok. Ok. OK!!!
Ma parlarne in continuazione non serve, non fa bene al cuore, non aiuta. Serve fare, non parlare. Agire. Lamentarsi, lagnarsi, martellare in continuazione sé e il prossimo fa solo del male, accorcia la vita, di sicuro.

Più che mai c’è voglia, necessità, urgenza di  leggerezza, di calore, di colore, di alito. Di ballare e di correre, di bagnarsi quando piove, di camminare a piedi nudi.
Che ci sarà mai di così tanto bello nei giorni per ballare? Appunto, c’è bisogno di sentire il battito della vita.
Crogiolarsi serve a poco, prendere atto e adeguarsi a situazioni nuove, cambiare, se necessario, questo è più utile. E imparare a vivere momenti di serenità, volersi bene anche più di prima, può fare la differenza tra un giorno grigio e freddo e un giorno caldo e colorato.

Chi scrive non è  per nulla una che vede “il bicchiere mezzo pieno”. Tutt’altro. Ha un’anima grave e greve, pensieri pesi, sempre e comunque. E non è nemmeno una che non teme i fantasmi: li vede ogni giorno, incombono, e in parte hanno già divorato alcuni sogni e speranze, deluse aspettative, generato dolore e amarezze e lacrime. E’ una persona che ha imparato ad accettare. Già, accettare. Che è differente dal rassegnarsi.  Accettare le perdite, e andare avanti, mezza morta, ma andare avanti.  Si impara, si impara e si cresce, e si può fare: anche senza l’aiuto del cinismo, si può imparare ad “accettare”. Quando non si può fare niente per cambiare occorre saper accettare.

Ma ci sono cose che bisogna imparare a cambiare, se si vuole sopravvivere, e si può cercare di farlo.  Allentare le catene,  guadagnarsi la libertà dell’anima, quella del cuore:  abbandonare le finte certezze. Non ne abbiamo, di certezze. La vita di chiunque può cambiare in un nanosecondo. Può crollare tutto, in meno di un istante. E allora? E allora occorre imparare a cambiare prospettiva, abbandonare, se serve, cose che fino a ieri ci hanno sostenuti, imparare a convivere con la precarietà, a tener sempre ben presente che tutto… cambia o può cambiare. E non necessariamente in peggio. Il che equivale anche liberarsi delle illusioni.  Come si fanno ad avere certezze? Come? Siamo appesi ad un filo, la nostra vita stessa lo è. La ipotechiamo?  Farlo oggi è più sciocco di ieri. La gettiamo via lamentandoci, vivendo nella paura? Se provassimo invece a tirare fuori il coraggio?

L’altro giorno si parlava, in blog, semmai le mucche volessero diventare Simmenthal… Bè.. noi stessi siamo esistenze in scatola. Forse non ce ne siamo accorti?

Cacciamo fuori le ditina dai buchini e digitiamo come pazzi su altre scatole, sempre più tecnologiche, sempre più leggere e piatte, sempre più touch, sempre più piccole ma .. scatole. Ci si illude di essere meno soli, ma siamo più soli che mai, disperatamente soli e in scatola. Veniamo al mondo, in scatola, con l’etichetta con sopra stampato il codice fiscale e il codice a barre, indelebili. Chiunque ci legge, ovunque, in un istante sa tutto di noi. 

Lontanissimi dalle creature che eravamo, capaci di allargare le narici e annusare, annusare la terra, sentire dove c’è acqua e dove c’è amore, sentire le stagioni sulla pelle e sentire con il pelo, rotoliamo, dentro le nostre scatole, che sositutiscono il pelo. Lo abbiamo perso tutto, il pelo e anche brandelli di pelle, ormai. Ma il pelo di latta, mica sente. E nemmeno protegge.

Portami a ballare, fammi ridere, accendi un fuoco, e fammi l’amore sulla terra. Fai finta che ci siano le stelle, inventale e raccontamele, e poi, perdio, abbracciami, sotto un prato di stelle e fammi sentire il fiato.

ori.

TRIBUTO AL CANE

lui è Pepe, abita con me.

“Signori della giuria, il migliore amico che un uomo abbia a questo mondo può rivoltarsi contro di lui e diventargli nemico. Il figlio e la figlia che ha allevato con cura amorevole possono rivelarsi ingrati. Coloro che ci sono più vicini e più cari, ai quali affidiamo la nostra felicità e il nostro buon nome, possono tradire la loro fede. Il denaro si può perdere, e ci sfugge di mano proprio quando ne abbiamo più bisogno. La reputazione di un uomo può essere sacrificata in un momento di sconsideratezza. Le persone che sono inclini a gettarsi in ginocchio per ossequiarci quando il successo ci arride possono essere le prime a lanciare il sasso della malizia, quando il fallimento aleggia sulla nostra testa come una nube temporalesca.

Il solo amico del tutto privo di egoismo che un uomo possa avere in questo mondo egoista, l’unico che non lo abbandona mai, l’unico che non si rivela mai ingrato o sleale è il suo cane.
Signori della giuria, il cane resta accanto al padrone nella prosperità e nella povertà, nella salute e nella malattia. Pur di stare al suo fianco, dorme sul terreno gelido, quando soffiano i venti invernali e cade la neve. Bacia la mano che non ha cibo da offrirgli, lecca le ferite e le piaghe causate dallo scontro con la rudezza del mondo. Veglia sul sonno di un povero come se fosse un principe. Quando tutti gli altri amici si allontanano, lui resta. Quando le ricchezze prendono il volo e la reputazione s’infrange, è altrettanto costante nel suo amore come il sole nel suo percorso nel cielo.

Se la sorte spinge il padrone a vagare nel mondo come un reietto, senza amici e senza una casa, il cane fedele non chiede altro privilegio che poterlo accompagnare per proteggerlo dal pericolo e lottare contro i suoi nemici, e quando arriva la scena finale e la morte stringe nel suo abbraccio il padrone e il suo corpo viene deposto nella terra fredda, non importa se tutti gli altri amici lo accompagneranno; lì, presso la tomba, ci sarà il nobile cane, con la testa fra le zampe e gli occhi mesti, ma aperti in segno di vigilanza, fedele e sincero anche nella morte”.

George Graham Vest 

Pepe

George Graham Vest  è stato un politico e avvocato statunitense.

Nel 1869 Vest sostenne in giudizio le ragioni di un uomo del villaggio di Big Creek, Charles Burden, il cui cane da caccia, un American foxhound di nome Drum (meglio noto come “Old Drum”, il vecchio Drum), era stato ucciso a fucilate da un tale di nome Samuel “Dick” Ferguson, guardiano di un vicino allevamento di pecore di proprietà di un cognato di Burden, Leonidas Hornsby. Ferguson aveva sparato solo perché Drum era entrato nella proprietà di Hornsby e costui rifiutava di risarcire Burden, nonostante le richieste di quest’ultimo.  Burden portò allora la controversia (nota ufficialmente con la denominazione “Burden v. Hornsby”) davanti al tribunale della Contea di Johnson, chiedendo un risarcimento di 150 dollari, il massimo all’epoca consentito dalla legge, a titolo di indennizzo sia del danno patrimoniale che, e soprattutto, del danno morale per la perdita dell’amato cane.  Vest, incaricato da Burden di assisterlo, esordì in giudizio asserendo che avrebbe “vinto la causa o chiesto scusa a ogni cane del Missouri”. Quindi, il 23 settembre 1870, Vest pronunciò l’arringa finale alla giuria, un’orazione che sarebbe divenuta celeberrima, sotto il nome di “Eulogy on the dog” (elogio al cane; nota anche come “Tribute to the dog”, tributo al cane).

AURORA: LA TERRA CHE VORREBBE

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UNO DI NOI

DEL MARE

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Non lo trovo triste il mare in inverno. Forse perché in questo periodo, più di altri, mi manca una dimensione umana. Mi manca di sentire che sono una persona e non qualcosa che corre e lavora, fa la spesa, parcheggia, va alla posta, sale e scende dai treni. In questo tempo che fa male, si respirano paura, sconforto, tristezza, e anche panico. Sono spariti i colori dagli occhi e dai discorsi della gente, l’entusiamo, i progetti. E’ sparita la speranza. Fra tutte queste sfumature di grigio verso il nero che avvolgono i giorni, mi manca il passo lento di un giorno che sa essere tempo da masticare piano. Un tempo da assaporare con lentezza, un tempo che non sia tempo da ingoiare. Un tempo che non comprenda frasi come “menomale è venerdi” un tempo in cui ogni giorno è un giorno da vivere, e che lascia anche un po’ di malinconia quando arriva sera. Una malinconia breve: il tempo che si accendono le stelle per tornare a godere della sera, e poi della notte e che mostri l’aurora come un buon giorno, foriera di luce e di speranza e di gioia. Ecco perché, forse, penso spesso al mare, alla culla che sa essere, e alle sferzate che sa dare. Ci si può perdere un po’, nel mare e percepire la leggerezza del corpo che si muove, in modo naturale e lento, l’acqua sa massaggiare il corpo e anche i pensieri, isolare dal rumore, allontanare la polvere dagli occhi e dal cuore. Accando al suo respiro, nella baia calma di una notte sotto le stelle bianche e la sua voce, così lontana dai motori, dalle luci e anche da quella che mi tocca essere ogni giorno che ingoio, tranne brevi momenti in cui posso essere davvero quella che sono. Una persona.

foto: francesca

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PEPE

Questa sera ho fatto il solito giro a piedi, un’ora di passeggiata. C’era vento caldo, caldissimo, sembrava maggio, si stava bene. Pensavo leggero, guardavo i campi che ora sono a riposo, in attesa.  C’era Pepe con me, un setter di tre anni. Sono inciampata, senza cadere, ma lo sforzo per rimanere in piedi mi è costato un dolore piuttosto forte alla schiena per cui mi sono fermata. Pepe si è bloccato (era un po’ più avanti il guinzaglio è lungo), si è voltato, mi ha raggiunta camminando lentamente, orecchie alzate, il muso serissimo e mi si è avvicinato, con cautela e delicatezza. Ho dovuto rassicurarlo, era evidente che si era spaventato ed era preoccupato. Sì, preoccupato. La cosa è accaduta mentre si tornava, a un paio di chilometri da casa. Per tutto il tempo, ogni tanto si fermava, e mi guardava, e poi con estrema delicatezza si alzava sulle gambe posteriori appoggiandosi a me,  cercando di avvicinare il suo muso al mio viso. Non è solito farlo, se non quando mi saluta. Era più che evidente che voleva essere rassicurato, aveva capito che era successo qualcosa e che non stavo bene. E ancora una volta ho pensato a quanto sanno dare questi animali a differenza della gran parte del genere umano. A quante volte chiamiamo “amore” ciò che è altro… A quante volte passano inosservati  alle persone  dolori, assenze, giorni bui e freddi. La tristezza, la solitudine.  A quante volte non vengono ascoltate parole o silenzi, a quante volte viene negato una parola, un gesto, un abbraccio, una carezza, un po’ di …. tempo.  Lo sguardo  di un cane è un  abbraccio che sa scaldare il cuore. E anche guarirlo.

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pepe

vabé insomma mi hanno fatto una foto bruttissima ma io sono bellissimo. Celestina mia ha promesso che mi farà una foto con la luce giusta, io in compenso ho promesso che poserò … IMMOBILE.

CAMPANELLINI

 

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Nevica, un pochino. Nevica sulla città, nevica sulla campagna. Ieri era tutto bianco, da me, e ci potete credere? I cani da caccia non possono uscire nella campagna. Ma non voglio sollevare un polverone sulla caccia nè sulle leggi che regolano queste cose, non è mia intenzione, non è il momento, non c’è voglia di parlarne tantomeno cuore. Le siepi spinose di ginepro stanno bene anche senza noi dentro, e se ci entriamo rischiamo di non uscirne più. Vanno bene per questa stagione:  ginepro e bacche e agrifoglio, qualcuno ne fa ornamento per l’uscio di casa.  Pensavo, i giorni scorsi,  alla casa di mio padre, a lui che tornava dal suo orto con in mano la verza perchè aveva “preso la gelata” e allora sì, che era buona da mangiare. Arrotolo un gomitolino tra le dita e il filo dell’esistenza di mio padre mi conduce un pochino, come una bussola, verso i libri di Mario Rigoni Stern, dove le stagioni avevano un canto ben preciso, un suono ben preciso, ed erano anche annunciate in modo ben preciso: per l’inverno c’era il campanellino dello scricciolo, che lo annunciava. Lo scricciolo emette un suono che ricorda un campanellino d’argento. E il campanellino si chiamava neve. Ecco che si percepiva la neve, non dalle previsioni di  Meteo 24, ma grazie anche a un piccolo esserino piumato. Basterebbe ascoltare il campanellino d’argento per tirare fuori le pale e preparare la scorta di sacchi di sale, non serve internet, non servono i satelliti. L’anno scorso nevicò in gennaio, e il campanellino d’argento per me, dallo scorso gennaio, porta il nome di un amico che non amava per niente la neve però amava la musica. A volte penso ai fili che uniscono destini e colori, suoni, odori: chissà, forse “Preghiera in Gennaio” di De Andrè la porto dentro da sempre perché qualcosa ha sempre saputo,  al di là e oltre questo apparente “sé” che sarebbe stata anche una “mia” preghiera.  Dicevo, le stagioni e i passi di queste che depositano anni sull’anima. E neve. Un po’ si scioglierà, altra invece concorrerà a formare ghiacciai eterni che avranno una qualche utilità negli anni che verranno. Forse serviranno a far scivolare via le cose inutili, e i semi che sarà meno utile ma anche meno possibile piantare. La terra fertile, quella densa, nera e scura, quella che feconda e accoglie, occupa sempre meno spazio, ha un angolo sempre più piccino e più esigenze. Certe volte il vento, le parole, le offese, umiliazioni e il dolore la rendono sterile, inospitale, allora serve il tempo perché gli uccelli possano di nuovo posare cioè che serve. Eggià, come dice anche De Andrè, i fiori non nascono dai diamanti. Mai. Quando morì mia madre si abbassò una saracinesca sul mio cuore, la terra andò in letargo per tanto, tanto tempo e si formarono, sull’anima, ghiacciai. Era bello in un certo senso: non sentivo niente, dopo un po’ nemmeno il dolore. Ma come sempre sotto la neve c’è calore e presto o tardi qualche germoglio riesce a fare il suo buchino. Ma questo post scritto direttamente sulla lavagna bianca della pagina, è una riflessione a ruota libera dato che malgrado tutto, malgrado la ragazzina silenziosa e pulita, vestita di jeans e maglione, pettinata e in ordine, stamane all’angolo aveva un cartello con scritto “ho fame”, malgrado tante persone dopo le vacanze di Natale troveranno la scritta “chiuso” fuori dall’azienda, malgrado tutto, il motivetto orribile e offensivo “A Natale a Natale si può dare di più” riecheggia nella mente come un martello, malgrado anche tutte le Preghiere in Gennaio. Mario Rigoni Stern ora, vivrebbe delle sue provviste accantonate in estate, bollirebbe le sue zuppe sul fuoco della legna anche questa accatastata con pazienza e con rispetto. E con lo stesso rispetto mangerebbe la carne degli animali cacciati, con rispetto,  quando era tempo di cacciare. Uscirebbe il fumo dal suo camino e lui con i suoi cani accoccolati accanto, probabilmente leggerebbe, scriverebbe, e forse preparerebbe un vino caldo ai chiodi di garofano. Non lo so perché la mente mi porta questi pensieri: forse perché a volte c’è bisogno di anima e di pelle. Di cuore e di pancia. C’è bisogno di amore e di calore e di cose vere. I giorni pesano sui giorni, violentano l’anima e la offendono, siamo ricattabili, siamo pieni di colpe, compresa quella di “possedere” una casa o di non essere “congrui” con i coefficienti di reddito o di aver bisogno di farmaci che costano una fortuna.  Siamo macchiati del peccato originale, ce lo dicono da piccoli e per tutta la vita dobbiamo meritarci il perdono. E di chi?  E per cosa?  Personalmente non sono certa che questa vita sia un dono, spesso e per molti è una condanna.  Penso a chi non ha mai avuto un tetto sulla testa e a chi  mangerebbe la carta del nostro pandoro, quello che può dare di più.   Ma mi fermo qui, anche questo è un campo spinoso e anche minato.  Sabato scorso è mancata la nonna Rosa, la nonna di Silvia. All’ufficio delle onoranze funebri guardavo gli occhi di Silvia, infossati e lucidi mentre il titolare parlava di colei che fino a due ore prima era la sua Nonna Rosa chiamandola “la salma”. Siamo pazienti, contribuenti, utenti, elementi, matricole, risorse umane, consumatori, infine salme. Domani la nonna Rosa sarà cenere. Quando e per chi siamo uomini e donne? Ho finito di scrivere e è finito anche di nevicare. Fuori, intendo. Dentro è diverso. Ho sentito il campanellino d’argento qualche settimana fa. E nevica. Nevica. 

NOTTE

malinconia

La notte impone a noi la sua fatica magica. Disfare l’universo, le ramificazioni senza fine di effetti e di cause, che si perdono in quell’abisso senza fondo, il tempo. La notte vuole che stanotte oblii il tuo nome, i tuoi avi ed il tuo sangue, ogni parola umana e ogni lacrima, ciò che potè insegnarti la veglia, l’illusorio punto dei geometri, la linea, il piano, il cubo, la piramide, il cilindro, la sfera, il mare, le onde, la guancia sul cuscino, la freschezza del lenzuolo nuovo… Gli imperi, i Cesari e Shakespeare e, ancora più difficile, ciò che ami. Curiosamente, una pastiglia può svanire il cosmo e costruire il caos.

Jorge Luis Borges, Il sonno

CAMBIA-MENTI

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Ci sono eventi, situazioni, stupori, delusioni, dolori che ci cambiano.

Non accade repentinamente ma nemmeno troppo lentamente, però accade profondamente e in modo significativo, intimo, incisivo. Forse definitivo.

Certe tempeste infuriano nel cuore e nella memoria: soffia un tale vento che disordina, stravolge e a volte disperde. Convinzioni, ideali, credo, fede. Crollano fiducia, stima, qualsiasi motivo di condivisione. E il passato, con i suoi slanci  diventa motivo di pentimento, il presente in qualche modo ricattabile, gli errori molto poco riparabili.

E capita che guardi le persone con lo stesso vetro nel mezzo, però  più trasparente, più nitido.  Come se passata la pasta levigante sul cristallino, vedi meno opaco.

E ti domandi chi sono le persone che hai davanti, dove sono gli occhi che un giorno ti hanno dato ristoro, sorriso, pace. Dove?

È che viviamo di illusioni, di costruzioni, di paure, di convinzioni che il nostro mondo contiene tutte le rassicurazioni di cui abbiamo bisogno, edulcoriamo le cose finché queste finiscono per somigliare all’oggetto dei nostri sogni. Ci innamoriamo di scatole che riempiamo di illusioni, di attenuanti, di concessioni, di perdoni, elargiamo possibilità e assoluzioni.  Prendiamo per mano superficialità e le trasformiamo in profondità. E ci crediamo, ci tuffiamo dentro con tutte le scarpe. Bella caduta!! Inconsapevolmente cadiamo in basso credendo di elevarci. Crediamo di vedere le stelle invece sono lampadine dismesse degli alberi di Natale dell’anno prima. Beviamo parole, e parole e parole trovandoci dentro sapienza e saggezza invece c’è solo presunzione e arroganza. E il misero tentativo di colpire, stupire, impressionare.

Ma poi il dolore quando è forte fa crollare tutto il castello di carta, gli occhiali dalle lenti colorate cadono miseramente e si infrangono e la realtà ci acceca quasi. Ma dopo passa. Si va avanti e magari per cento miraggi di oasi nei deserti sui nostri cammini, ne troviamo qualcuna che ci piace per com’è, e per com’è l’amiamo. Si sta male, quando crollano i miti, fanno un casino bestiale, un rumore nei giorni che rimbomba nella testa. Cadiamo anche sopra le macerie di una storia d’amore, di una amicizia, o sopra cioè che siamo,  ma poi quando rialziamo la testa, insieme ai dolori delle ossa e del cuore, in mezzo ai lividi, e tra le fessure degli occhi pesti, vediamo più chiaro. Certe volte le botte fanno bene, cadere può essere una fortuna, una opportunità. In alcuni casi la caduta e la botta sul testone è salvifica.

“Ciò che non uccide rende più forti” scrisse Nietzsche, e sebbene non mi sia particolarmente simpatico, in questo sono d’accordo con lui. Lo insegna la vita, lo insegna il dolore, soprattutto. E sempre cadendo si impara anche a voler sempre più bene a sé, ad essere più indipendenti,  a distinguere la plastica dal vero, che cerca di vivere respirando più cielo e meno gas di strada, che si veste poco ma di lino e cotone. Mai di lustrini e lamé.

INCONTRI

 

 

Sabato mattina. Un bosco fuori Roma,  Pieffe ed io. Bastone in mano, passo lento ma costante, silenzio. Solo la canzoncina lieve e per me assolutamente incomprensibile sussurrata dalla voce di Pieffe. Nessun altro essere umano. Solo io e poi Pieffe, con le sue orecchiette vibranti, pronte a captare rumori.  Ad un certo punto si blocca, mi guarda, sorride e sussurra: ci sono! Qui ci sono, li sento! Io mi guardo attorno, guardo tra le foglie .. Niente. Lui mi fa un segno appena percettibile con l’orecchietta destra, io traccio una linea immaginaria tra la punta di questa e il terreno e … lo vedo. Uno gnomo!!! Lui afferra il suo telefonino, infatti la foto è parecchio sgranata. Non aveva altro disponibile al momento…

 http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/7993412335/in/photostream

STANOTTE

foto dal web

C’è una luna giallo oro, il colore ricorda i lunghi vestiti delle donne indiane. Seta per la sera, in un cielo perlato. Gli abeti, i tigli, l’araucaria, sono ombre antiche, imponenti, altissime: contrastano con il cielo per via della luce lunare. Sono davvero grandi questi alberi, e mentre li guardo, penso che la stessa luna illumina, da qualche parte, sassolini colorati sul bagnasciuga, al mare, così come un vicolo di pietra rendendolo lucido e dorato, come un fiume in una fiaba. Penetra,  nella stanza, tra i listelli di persiane chiuse e cola sopra la pelle di due amanti mentre si scambiano baci e respiri. Lucida quella linea di mare che diventa platino e si solleva, obbediente a quella rotondità potente e silenziosa. Si sovrappongono passi e pensieri, pensieri e passi, mentre gli alberi, giganteschi, parlano una lingua che non è lamento, non è canto.  L’erba del giardino è bagnata, raffredda i miei piedi nudi ma non i pensieri. Guardo il cielo, la cima degli alberi e la luna e affido lassù qualche domanda, una preghiera, una speranza, un segreto. Un brivido cammina lungo la schiena, fa un po’ freddo, o forse no. Forse è altro.  Il cielo adesso non è più di perla ma ottanio, e sembra quasi finto. È la luna di tutti, di quelli ricchi e dei senzatetto che dormono nei giardini, sulle panchine, sotto i portici in città, penso. È la stessa luna che può essere vista da un uomo e da una donna, luce irradiante per tutti, è la luna dei lupi. Luna che ammalia, ammonisce, chiama, indica la via, determina i ritmi delle donne, la crescita, e rende buono o aceto il vino.  Si svuota,  la mente, e i pensieri si riversano sul prato. Sotto questa luce li posso vedere, come se non fossero miei.  Li lascio li, qualcuno è un seme, chissà se potrà attecchire. Sotto questa luna.

SENZA TITOLO

Dal libro: Acid Lethal Fast, di Astor Amanti

Esistono uomini che portano su di sé il dolore del mondo.
Quando vedono pesci rossi nei sacchetti dei Luna Park non riescono più a respirare e vedono orribili facce ridenti deformate dall’acqua. Uomini che guardano foto di esseri viventi maltrattati e ne sentono, in maniera accecante e assordante, le urla, il panico, …la sofferenza.  C’è chi li considera santi o fanatici e chi, semplicemente, afferma che sono persone troppo buone per riuscire a sopravvivere senza impazzire.

Per chi ha un cuore capace di somigliare anche solo un po’ al cuore di un animale.

E poi per Ulisse, per Beba, per Atum, per Asso, per Giada, per Chicca, per Vienna, per Ambra, per Kira, per Paco, Pepe, Ful e per tutte le zampe, le piume, le pinne, le pellicce, gli zoccoli, i becchi, le ali del mondo.

CELESTE MI

foto mia

Foto mia.. E poi dicono che a Milano il cielo non è mai celeste …

Svegliata dalla sveglia alle 6.30 di oggi, sabato mattina perché ci sono cose da fare (sono milanese, nessuno è perfetto..) ho visto su la7 un pezzo di Le invasioni Barbariche, ospite Enrico Bertolino, così ho conosciuto il suo libro, Pirla con me, Mondadori. È una caricatura di Milano, dei milanesi, di ciò che Milano era, di cioè che Milano è. Sottotitolo: da Milano si può guarire. Penso che lo leggerò. Immagino un libro divertente e triste, come fanno le caricature tutte: un cono di luce bianca e impietosa sopra difetti, miserie, dolori e nostalgie. Mi sono sdraiata di nuovo sul letto e gustata l’ultima parte (in rete ho trovato l’intervista completa) e mentre ascoltavo ho pensato che io non vorrei mai de-milanesizzarmi, non ci penso nemmeno. Provo perfino nostalgia per quella Milano della quale Enrico Bertolino, praticamente mio coetaneo, conserva dei ricordi in seppia. Quando al Bar Magenta c’erano i biliardi (ora sono rimaste solo le stecche e i contapunti, sono contenta che ci siano). Quando sulle ringhiere dei Navigli c’erano i panni stesi e non gli atelier e i teatri di posa più prestigioni della città. Non vivo in città, prima per scelta dei miei genitori, poi per scelta personale, per ragioni che ora qui non sono importanti ma che si possono sistetizzare così:  vivo in una casa con giardino  fiori prato e cani e ora anche orto,  ma se non avessi avuto queste esigenze, l’appartamento in condominio di certo lo avrei scelto a Milano. A Milano ci lavoro,  e di fatto ci vivo da che avevo 15 anni. E per me, vale la pena del viaggio. Che viaggio poi non è. Quaranta minuti sono spesso normali se non poca cosa per molti che pure vivono e lavorano in città. Milano è ottimamente servita dai mezzi pubblici, ha una rete di trasporti meravigliosamente efficiente ma è .. grande. Grande, in tutti i sensi. 🙂 E no, io di Milano non voglio guarire. Anzi, mi spiace di non essermi ammalata (non ero nata) quando ammalarsi di Milano era un privilegio, era costruire, era ammalarsi di cuore. Un bell’ammalarsi di cuore, quello.

Vivere fuori (però fuori per davvero e non nella periferia – la precisazione è fondamentale) è un buon compromesso per quelle che sono le mie esigenze. Ho bisogno di Milano, ma ho bisogno anche di altro. Così Milano, la sera e nei fine settimana è sotto i miei piedi, solo un pochino più a sud, raggiungibile in pochissimo tempo e rassicurante, con la sua Madonnina e tutte quante le sue contraddizioni e le sue spine, pungenti tanto quanto le guglie del suo duomo.

In fondo a questo video (verso la fine, si può far scorrere il cursore) c’è una bella cosa, che non c’entra nulla con Milano. Alla domanda: cosa conta di più nella vita, c’è una risposta interessate, attraverso un … vasetto di maionese.

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Navigli a Natale
Foto di Pierangelo Mariani- Grazie Pier, spero di rivederti presto.

P.Mariani

e da http://www.milanmilan.it

“Preghiera disperata” alla Madonnina del Duomo

©Ada Lauzi

L’è ‘na preghiera fada in milanes con umiltà, fervor, senza pretes: te preghi madonnina, per on’ora fa ritornà Milan ‘me l’era allora… e, per quell’ora, famm vedè i navilli, i bei tosann coi sòcch fin’ai cavilli, i “Gigi” con la gnaccia e intorna i fioeu e sentì anmò el cantà di barchiroeu, el vosattà di dònn in sul Verzee e quell del Vicolin di lavandee! O Madonnina, famm ‘sta carità. per on’oretta sola famm tornà ne la Milan di brumm e di cavai quand sòtta Tì giugavom num bagaj, e Te parevet alta in Paradis coi gulli intorna, bianch come benis, famm rivedè ‘ncamò i spazzacamin con tutta la carisna sul faccin… …el soo…l’è ‘na preghiera disperada… d’on coeur che ne pò pù de sta bugada… ma…quand de damm a trà Te avree decis… famm sarà i oeucc…e derva el Paradis.

IL MIO ALBERO

A volte serve un Albero. No, non sto pensando al riparo dal sole, alla frescura, al riposo, alla vacanza. Oggi vanno di moda le vacanze naturali, fa tanto new age, fa tanto fico andare a castagne, fare   “birdwatching”, affittare casette stile “La casa nella prateria”, coltivare pomodori, erbette e fragole. Salvo poi distruggere i boschi. Avete mai visto i funghi martoriati dai bastoni dei coglioni che invadono i boschi perché fa tanto “viviamo naturale”? Ecco. Chiusa parentesi, torno all’Albero.

L’Albero per me, a volte è il simbolo del posto dove potersi sentire. Poter sentire sé, poter parlare di sé a chi si ama, poter essere sé. Lontani da ogni teatrino, da ogni rumore, dalle giustificazioni tutte, dalle bugie tutte. Lontani dalle finzioni. Per quanto è possibile.

Nella fotografia c’è un albero, bellissimo, maestoso. Un essere di legno e frasche, vivente, splendido. E’ invitante, accogliente. Ha persino un pavimento attorno alla base del suo tronco, due panchine. Ti aspetti che da un momento all’altro arrivi un cameriere a domandare “cosa desidera?”. Bello, tutti gli alberi, per me sono belli, come sono belli tutti i cani. Per me.

L’altro giorno qualcuno,  tagliando la siepe, mi ha confessato che mentalmente chiede scusa mentre lo fa.  Gli credo, lo farei anche io. Non amo i fiori recisi, anche se mi piacciono tantissimo i mazzi enormi di margherite sul tavolo della mia casa.  Mentre scrivo questo, sono consapevole delle contraddizioni della vita, e di tutto cio’ che noi “usiamo”, e comprendo anche me, ovvio.

L’Albero della fotografia, dicevo,  è splendido… ma c’è qualcosa di troppo ovvero le panchine, il pavimento, insomma le costruzioni. Sono fatti bene, panchina e pavimento, in legno (grazie!!!). Se fossero state in ferro o in plastica probabilmente avrei indagato sul luogo e scritto al Comune… Dicevo: c’è qualcosa di troppo.  Il “mio” Albero non deve chiamarmi, non deve mostrarmi di essere accogliente, non deve aprirmi la porta di casa, e chiedermi “prego accomodati” mostrandomi le panchine che stanno sotto le sue fronde. Deve farlo con altro…. Devo sentire che è quello il “mio Albero”. Perchè un amico non vale un altro. Un Albero non vale un altro. Un amore non vale un altro.

Il mio Albero deve poter ascoltare il mio cuore, le cose di dentro, raccogliere le mie lacrime e le mie risate. Ascoltare le mie storie, i miei sogni, le mie paure, le mie fobie. Sciogliere le mie catene.  Devo fidarmi di lui, devo essere sicura che ogni cosa che lui ascolterà sarà per sempre soltanto racchiusa tra i solchi del suo tronco, intrecciata tra i suoi rami, per sempre.  E deve essere soltanto li, per me. Quelle panchine non sono “per me” ma per chiunque vi passi. Sono un invito alla sosta, l’offerta di un rinfresco. Bello, tutto molto bello e va tutto bene. Ma il “mio” Albero non può essere questo.

LE NOTE DI SIMONE


Avevo promesso di pubblicare una cosa scritta da Simone e solo ora ho avuto il permesso. L’attesa era dovuta al fatto che ha partecipato, con la sua classe, ad un concorso e le premiazioni si terranno in settembre.E siccome le poesie sono già state consegnate, ho il benestare di Simone e della sua mamma.

Simone ha 13 anni, studia musica, per ora limitatamente alla chitarra, e ha appena terminato la seconda media.

“ LE SENSAZIONI DELLA MUSICA”

Parlando a Te MUSICA
parlo a me stesso
come un fanciullo che scopre un mondo nuovo
sfogandoti tutto quello che ho dentro.

Posso guardarti
guardandomi allo specchio
sei in ogni mio respiro e in ogni mio ricordo
spegnendo il fuoco dei miei dolori.

Se guardo indietro tra i miei pensieri
ci sei Tu MUSICA
che mi colmi l’anima
dal capo ai piedi.

MUSICA,
mia Dea,
sensazione assoluta,
sempre.

.(

Grazie Simo!
Ziaori

LABIRINTI

 (Disegno:  Stefano Boer. )

 

“Un fuggiasco non si nasconde in un labirinto. Non innalza un labirinto su un luogo alto della costa, un labirinto cremisi che i marinai avvistano da lontano. Non ha bisogno di erigere un labirinto, perchè l’universo già lo è.”

(Abenjacàn il Bojarì  J.L.Borges)

Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine”.

(L’immortale J.L.Borges)

“Dall’inesauribile labirinto di sogni tornai, come a una casa, alla dura prigione. Benedissi la sua umidità, benedissi il suo giaguaro, benedissi il foro della luce, benedissi il mio vecchio corpo dolente, benedissi la tenebra e la pietra”.

(La scrittura del dio J.L.Borges)

LA CHICCA – DUE

Il panettiere consegnava ogni mattina il pane a casa, lasciando il sacchetto nella cesta appesa al cancello della casa in cui vivevo all’epoca. Un sabato mi aspettò e mi disse che il suo nipotino desiderava da tempo un cagnolino: fu così che regalai il piccolo di Chicca. Noi avevamo già due cani e poi ero certa che il piccolo sarebbe stato  in buone mani per cui il nipotino del panettiere diventò il nuovo amico del cucciolo di Chicca.  Chicca guarì del tutto: medicine e cure ripristinarono il pelo laddove mancava, la sua salute migliorò e dopo un po’ di tempo si poteva considerare una cagnolina sana e felice. Gli altri nostri cani l’accolsero fin da subito, e lei ogni notte si arrotolava accanto a loro trovando calore e sicurezza e affetto. Abitavamo una villetta, con tre cancelli e un giardino e un orto, situata in una zona del paese costruita a villette. Dopo qualche tempo, notammo un cagnolino, pelo raso, bianco nero,  musetto curioso e occhietti  vispi, fare la posta davanti al nostro cancello: la ragione era fin troppo chiara, Chicca era in calore. Una sera, al rientro a casa di mio fratello, accadde il “fattaccio”: l’inseminator, come fu chiamato, non si lasciò  sfuggire l’occasione di quel cancello spalancato e una domenica di Maggio, proprio il giorno della festa della mamma, Chicca mise al mondo 4 cuccioli. Bellissimi, quattro palle di pelo riccio. Fu una gioia ma anche un problema: a quel punto i cani erano sette, non facilmente gestibili, con  due cancelli che servivano tre automobili. Fortunatamente quattro conoscenti, persone fidatissime e conosciute ci chiesero i piccoli,  i quali  dopo lo svezzamento trovarono casa e amore. Chicca era una cagnolina intelligente, molto intelligente, dotata di un carattere deciso, testardo e soprattutto disobbediente e curioso. Quando capiva che non volevo che facesse qualcosa, guardava il cielo, soffermandosi in punti precisi con grande interesse come se da quell’osservazione dipendesse la sua vita! La cosa mi faceva un po’ arrabbiare ma soprattutto ridere. Era uno spettacolo vedere quanto una cagnetta alta una spanna potesse prendersi gioco di una persona. Una delle sue trasgressioni preferite era quella di uscire  dal cancello ogni volta che questo restava aperto  (il solo  tempo necessario  per passare con l’auto). Dicevo prima che la casa stava in una zona residenziale di villette pertanto le strade servivano solo le case stesse: le piccole uscite di Chicca (tre minuti al massimo) non erano dunque un pericolo, considerando che lei si limitava a pascolare nell’erbetta che cresceva rasente il recinto di casa.  Ma un pomeriggio, questa piccola trasgressione fu fatale. Era una domenica, io stavo leggendo in camera mia, mio padre usci con l’auto ma la cagna del dirimpettaio (libera per la strada)  aggreedì la mia piccola. Sentii un urlo terribile, lo ricordo ancora,  non lo dimenticherò  mai. Uscii con il cuore in gola, caricai la cagnetta in auto: con le gambe tremanti e un senso forte di nausea e disperazione,  non so come raggiunsi un ambulatorio veterinario di quelli aperti 24 ore. La cagna della vicina  le aveva staccato un occhio a morsi. La lasciai li la notte, fu sedata, le vennero date medicine attraverso flebo,  operata il giorno dopo.  La salvarono. Lei rimase la stessa di sempre, allegra, con il suo cuore enorme, la sua fiducia neri confronti di tutti, e del tutto immmutata la sua vivacità.  Passarono altri anni, e l’unico suo occhio si ammalò di cataratta ma lei, come tutti gli animali, aveva il suo nasino: quell’organo meraviglioso e misterioso e potente le permise di vivere bene e di sopperire al resto. Mi trasferii, lei restò con mio padre perchè la mia casa non era idonea ad accoglierla: Chicca era troppo piccola e la casa aveva una recinzione provvisoria e per niente sicura. E poi era un ambiente sconosciuto e sarebbe stata sola tutto il giorno. Provai, a portarla qui, ci provai, ma la vidi disorientata, se pure curiosa, ma si si spezzava il cuore. Sapevo che lo avrei fatto per me e non per lei. La riportai quindi a “casa”. Continuai naturalmente a vederla, ovviamente ad amarla. Poi una domenica venne mio padre a pranzo da me e mi disse che era morta. Non volli sapere come, non lo so nemmeno adesso. Non mi importa di saperlo. Visse 12 anni felice, nonostante il terribile incidente. E questo mi basta. Nemmeno mio padre potrebbe più raccontarmelo, pero’ il cane di mio padre vive con me. Questo lui lo sa, glielo avevo promesso.

Nel post successivo, ci sarà la fotografia della Chicca. Quella del suo piccolo grandissimo cuore è invece impressa in un posto di dentro, per sempre.

LA CHICCA – UNO

Quando arrivò era in condizioni davvero pietose: un coso peloso, pelo tipo rasta, con chiazze di cute totalmente assenti da qualsiasi pelo. Attorno al collo una specie di cordolo, duro al tatto. Probabilmente era stata legata, e forse aveva rotto quella che poteva essere stata una corda. Malnutrita, disidratata, con la bocca asciutta: in bocca residui di calcina. E aveva un cucciolo. Nero, pelosissmo, minuscolo. Avevo notato mio padre andare via diverse volte il sabato e la domenica con il motorino, non prima di aver preso del latte, della carne, una bottiglia di acqua. Ma non era insolito, per lui. Era un cacciatore, ma un po’ atipico. Spesso nutriva i piccoli di coniglio, di volpe. Alcuni dei suoi racconti li avrei accostati, con il tempo, a qualcosa di Mario Rigoni Stern anche se ambienti, animali, scenari ed epoca non corrispondono. Un sabato pomeriggio, gli chiesi, dal balcone dove stesse andando, di nuovo, con latte pane e acqua. Sorrise .. e mi disse che aveva trovato, qualche settimana prima, una cagnolina, in una discarica di materiale edile, con un cucciolo. Mi disse che l’aveva vista cibarsi di calcina, di rimasugli di cemento. Probabilmente non poteva allontanarsi per cercare cibo, per via del cucciolo. Di sicuro il solo sopravvissuto. Lo allattava, lo sapeva il cielo come. Gli chiesi cosa aspettasse ancora.. e lo pregai di portare le bestiole a casa. Mi rispose che era una situazione disperata, gli dissi “appunto”. Forse aspettava questo, mio padre. Partì con il motorino e poco dopo arrivarono. Non dimenticherò mai le condizioni di Chicca (la chiamammo cosi, era piccolissima). La lavammo, le tagliammo quel pelo stopposo usando forbici da giardiniere, bevve a piu’ non posso, e poi latte e poi …. Bè penso si possa immaginare. Il lunedi portai lei e il piccolo dal veterinario. Mi disse che Chicca aveva circa 4-5 anni, lo dedusse dalle condizioni dei denti e mi confermò che sicuramente era stata in una casa, e che con tutta probabilità era scappata da tempo. La curai, con medicine e amore e cuore.
La storia segue … con un altro post. Ora è un po’ difficile, scrivo dal treno e il racconto che verrà comprenderà anche del dolore. Come sempre accade nella vita.

PICCOLE VOCI

Ehi signore! Signoreeeee!!

Signore! Dico a te. Sì, proprio a te! Parli la mia lingua?

L’uomo guardò a destra, poi a sinistra, infine in alto, sopra la magnolia e poi sopra il muretto, chiazzato di muschio.

Signoreeee ma sei sordo? Dico a te, si proprio a te, con la camicia a quadri, gli scarponi grossi e … bè molto altro non riesco a vedere perché sono piccolissimo. Anzi, già che ci siamo, stai attento a non schiacciarmi. Di questi tempi tutti girano con la testa rivolta verso il cielo e nessuno più bada a ciò che vive sul suolo. Tutta colpa di questi pensieri. Già … I pensieri degli uomini che sono così tanti che non stanno più nelle teste e allora hanno riempito il cielo. C’è un traffico, lassù! E una grandissima confusione. Eh si, perché i pensieri si scontrano, un po’ come facevano i bambini alle giostre. Quando i pensieri belli si incontrano tra loro allora cadono dei semini, qui, sulla terra e nascono delle piantine. Invece quando i pensieri cattivi incontrano altri pensieri cattivi, nascono dei bruttissimi virus, contagiosi e anche delle piantine, ma tutte spinose e senza fiori né profumo.

Ahhhh ma allora sei proprio sordo! Oppure sei tonto? Devo ancora capire… Insomma non mi senti? Eppure io vedo i tuoi pensieri che escono dalla tua testa. Eggià, anche te ne hai tanti, non ci stanno più dentro, sono troppo grandi per una testa così piccola. Senza offesa eh! Nemmeno il cuore riesce ad essere d’aiuto. Non ce la fa. Troppo piccolo anche lui.  Dicevo che li vedo, i tuoi pensieri: vedo i numeri, che scorrono sopra delle striscioline a righe bianche e grigie: il mutuo, vero? E poi vedo una data, e attorno a questa uno strato denso di ansia. Capisco: ti scade il contratto di lavoro. E vedo che escono tanti pensieri a forma di punto interrogativo: il futuro che vorresti immaginare. E vedo pensieri con il volto. Sono volti salutati, vero? Separazioni, lacerazioni, dolori definitivi. E poi vedo pensieri liquidi,  trasparenti, come acqua. Lo so, lo so, sono lacrime, quelle passate e anche quelle di adesso, tra poco saranno passate anche queste, evaporeranno e andranno a ingrossare questo cielo. Questo cielo troppo pieno di pensieri che stanno oscurando il sole.

Signoreeeee  Yuuuu uuuuu’ ! Perché non guardi bene? Sono qui, proprio vicino al tuo scarpone (mamma mia ma che piedone che hai!) … Sono proprio quella piantina minuscola, appena nata, figlia di due pensieri belli, anzi bellissimi che si sono scontrati nel cielo. Ecco, è caduto un semino e sono nato io. Sarò un albero, tra un po’ di tempo e allora potremo essere amici – sempre che ti decidi a portare il tuo scarpone un po’ più in là altrimenti … la vedo difficile! E sempre che in questo cielo resti qualche squarcio da far passare il sole.  I miei genitori, che come ti ho appena detto sono pensieri belli anzi bellissimi,  sono fatti di una mescolanza di sostanze anche se non saprei dirti le dosi. Li sentivo parlare, prima di cadere sulla terra e dicevano che sono fatti di speranza e di coraggio e poi altro che ora non ricordo. Mi hanno fatto un sorriso e mi hanno detto: vai,  avrai un po’ di terra che ti farà da mamma e poi crescerai e sarai bellissimo. Non mi hanno detto che avrei trovato scarponi e cielo scuro, ma io so che i pensieri belli, tutti gli amici dei miei genitori,  mi aiutano dal cielo e combattono i pensieri cattivi per far in modo di farmi arrivare sempre sempre un po’ di luce e di aria. Con un po’ di fortuna e .. scarponi permettendo, crescerò.

L’uomo ascoltava e mentre spostava il suo piedone da quel minuscolo germoglio, pianse, pianse tanto che in pochi istanti il germoglio crebbe diventando una piantina. Piccola, si sa, ma una piantina, non più un germoglio. E  l’uomo, commosso e quasi felice, mandò in cielo pensieri belli. Cadranno altri semini sulla terra.

Ma voi, state attenti a dove mettete i vostri piedoni. Mi raccomando eh!

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SILENZIOSAMENTE

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Ore 9: sms

“C’è un muro di neve, e un uomo, che in silenzio e senza farsi notare, sta spalando la neve dal viale e liberando gli alberi. Ho capito solo ora chi è: il papà di una compagna di scuola di S.”

Ecco. Ci sono case che per arrivarci si deve percorrere una stradina sterrata, e capita che nevica. Nevica tanto, tantissimo da trovarsi la mattina dentro un presepe, una magia ovattata, incastonata tra  montagne di zucchero. Pare di vedere la pala arancione in mano a “papy” che rende possibile entrare ed uscire da casa, in macchina. Ma ci sono papà che “vanno in cielo”, come dice la piccola A. e allora c’è la magia di un gesto. Silenzioso e ripetitivo che libera il viale dalla tanta neve che è caduta tutta la notte. E che cade ancora.

ECCOCI QUA-A

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Avevo  otto anni e non stavo molto bene: per parecchi mesi dovetti subire una cura farmacologica piuttosto pesante che mi permetteva a malapena di frequentare la scuola.

Il pomeriggio quindi non potevo giocare né andare in bicicletta come si faceva abitualmente tra compagni perché ero troppo stanca quindi anche molto sola.

Fu in quel periodo che mio padre un giorno che ero a letto con la febbre, entrò nella mia camera e mise  sul letto un oggetto fino a quel momento a me sconosciuto. Era un mangiadischi. Arancione, bellissimo. I bordi arrotondati, sembrava un disco volante .. ed era TUTTO MIO !!!

Entusiasmo ed eccitazione erano alle stelle: possedevo un oggetto tanto speciale e dopo pochi minuti sarei stata in grado di usarlo!

I dischi arrivati con il disco volante erano due, non musicali ma due avventure di Topo Gigio. “Topo Gigio va in soffitta” era uno dei due  45 giri,  “Topo Gigio va in città”,  l’altro. Bellissimi, le copertine lucide e colorate, con l’illustrazione di Topo Gigio ora con gli scarponi, ora tutto elegante con tanto di salopette.

Ricordo che quella sera i miei genitori dovettero minacciarmi per farmi cenare. Ovviamente la minaccia consisteva nella sottrazione del disco volante. Il ricatto funzionò: avrei mangiato una sedia, piuttosto!

Le ascoltai centinaia di volte le due storie,  tant’è che conservo dei ricordi piuttosto vivi. In una delle due storie,  il nostro Topo si trova, per una serie di coincidenze,  nella soffitta di un grande palazzo cittadino, disseminata di trappole per topi con relativo invitante nonché profumato groviera.

Con il passar del tempo e a forza di ascoltarlo, questo 45 giri si ruppe e fu una piccola tragedia. Si incantò ad un certo punto la voce di Topo Gigio e non fu possibile sentire la storia oltre il “eccoci qua a ….”

Sono passati molti anni, eppure ogni qualvolta sento dire: “eccoci qua”,  nella mia mente rieccheggia la vocetta un po’ tremolante di Topo Gigio esattamente nel punto in cui si blocca il disco e risento Topo Gigio  che recita “eccoci qua-a eccoci qua-a eccoci qua-a eccooci qua-a eccoci qua-a.

E mi rivedo nel mio lettino e ricordo l’emozione di quando mi fu posato sulle ginocchia quel meraviglioso disco volante colore arancione. Tutto per me.

IMMAGINANDO

una lucia

Oggi vedevo un tramonto sul lago,
Dal crepuscolo in poi, fino al momento in cui il sole si spegne.
Ero allo studio, per cui lo vedevo con la mente.

Sentivo l’odore dell’alga che si sente quando l’aria della sera si fa pesante e si
sposa con il fiato del lago.

Vedevo la luce, la mezza luce, il controluce, e poi il velo della sera.
Sentivo i miei passi lenti scompigliare il ghiaino delle piccole spiagge,
le narici allargarsi e accogliere l’aria.

Pace. Pace con il mondo, pace con me, tregua con i miei problemi.
Pausa per la mia testa.

La luna che si specchia, le lucine danzanti come stelline sull’acqua.
Silenzio, pace, respiro.

È durato pochi istanti ma in quel momento aveva un senso solo essere li, davanti al lago.
E che tutto ciò che vedevo, sentivo, respiravo era una sensazione di appartenenza.
Io, il lago, la notte, la luna, le stelle eravamo tutt’uno.

Tornando a casa, in treno, pensavo che il lago, le montagne, la sera e il suo odore,
la notte che si avvicinava, le luci dei piccoli paesi che immaginavo accendersi e disegnare il profilo della riva, era armonia, e che il mio quotidiano è  … innaturale.
Il mio ritmo, il mio respiro, il mio vivere di corsa è innaturale. 

 

angolo lariano

 le foto sono mie, scorci lariani

reti (per pensieri)

PENSIERI SUL PONTE

Se dovesse tornare quel tempo forse ti porterei via con me, lontano da qua, dalle cose che sono diventate ferite. Ti starei accanto in un altro modo, e forse rideremmo di più per tutte le cose.

Sento i tuoi anni e conosco la tua età, e adesso anche i pensieri perché  qualcuno è diventato mio.

Forse alcuni li hai depositati su di me, come uova invisibili perché attendessero il tempo necessario per schiudersi:  è un volo leggero, aria parlante, note che hanno raggiunto le mie e finalmente si è scritto il canto che adesso posso leggere anche io. Era sfasato il tuo tempo con il mio, menti poco allineate, separate dell’età. Cristalli di ghiaccio capaci di lasciar passare la luce ma poco altro: gli anni tra i tuoi e i miei.

Conservo la carezza sulla fronte, il ricordo del bacio della buonanotte, e l’idea vaga di qualche mattina di Natale, che hai voluto che anche per me fosse un giorno speciale.

Conservo il dolore, dentro fiale di vetro trasparente,  infrangibile, credo. Si usa solo cristallo sottile per dolori definitivi. Lo conservo in un posto che è solo mio, dentro il quale nessuno potrebbe mai arrivare perché c’è un corridoio lungo e poi una porta che non si aprirebbe, nemmeno se io volessi.

Conservo l’immagine delle  gocce trasparenti che sono scese, nessuna uguale all’altra, eppure   sembravano gemelle, perle cadenti da bottiglie appese: ognuna una speranza, una luce che cadeva nella medesima  pozzanghera  di un misterioso destino, coperto di parole troppo difficili da comprendere e da occhi troppo sfuggenti per non tradire verità o per tradire ipocrisie. Un pozzo di incertezze e di domande appese all’albero dell’illusione come palline di natale come bolle di sapone, ognuna con il filo di naylon di mezze bugie o mezze verità che sono certezze, le une come le altre.

Resta, resta, resta, resta, resta:  le gocce cadevano e diventavano un mantra.

Recitato a  nessuno: cielo sordo e buio denso, mai bucato da suoni o silenzi o lampi di luce.

Difficile è comunicare con il cielo, più facile è farlo con la pelle e il fiato.

Se dovesse tornare quel tempo saprei cosa fare ma temo che  il tempo farebbe le stesse cose. Pioverebbe di pioggia dentro il  vetro, e si raccoglierebbe dentro la stessa pozza. Briciole di tempo liquido, inutilmente liquido.

Se dovesse tornare quel tempo, però adesso leggerei i pensieri e i tuoi sogni senza ritardo.  Sono in ritardo di anni nel leggerti.   In ritardo di anni.

Arcobaleni immaginari, talvolta in bianco e nero, avvolti in parte nella nebbia, sono i ponti sopra i quali scivolano i pensieri rivolti a te: a volte gioco a tennis con loro, gioco sempre da sola.

Ma se qualche volta tu vorrai esserci, dall’altra parte del ponte, prova a rispondere: forse il tempo adesso è più corto, il ponte più breve. 

Diritti riservati

POST PER UN GIORNO


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Qualcuno mi ha chiesto, nel corso di questi anni come si possa amare un lavoro come il mio o comunque come possa amarlo io.
Sulla brochure che ho fatto un paio di anni fa, sotto il logo ho scritto “La legge è ragione senza passione” (Aristotele).
È vero, è così. La legge non comprende passione, è ragione, niente altro. Applicazione di codici e procedure. Solo questo.
Me lo sono domandato anche io, nel corso di tutti questi anni come si possa amare un mestiere così e la riposta è stata la stessa, per anni: non lo so ma  si può amare anche un lavoro fatto di numeri, di bilanci, di rendicontazioni. Di verbali, di atti e patti societari, di conferimenti, di contratti, di ristrutturazioni aziendali, di burocrazia di formalità, di ricorsi, di procedure, di normative. Di relazioni, report, previsioni.
Fatto di disposizioni che cambiano, a volte all’ultimo momento. Di decreti, di leggine, leggette spesso nebulose. Ho sempre detto una cosa: se affidi i conti della tua azienda a 10 studi differenti avrai 10 bilanci differenti. Stride, con quanto sorpa, eppure è così: anche in questo mestiere ci sono controversie, contraddizioni, punti di vista, opinioni.  Finanza creativa a parte, che è molto di moda di questi tempi.
Si può amare tutto quando c’è l’impegno e lo spirito del gruppo, la solidarietà, l’armonia tra le persone, e la voglia di fare, ciascuno, ciò che meglio sa fare, tutti per un fine comune.
Per il lavoro di squadra non è sufficiente la competenza professionale: occorre la capacità di poter vedere oltre, di possedere quella in studio chiamiamo “visione di insieme”. Occorre l’impegno e la voglia di fare bene qualunque cosa sia, anche una fotocopia, un fax. Occorre un credo, per tutte le cose.
Strano? Forse. Ma non per me. Per me la cosa davvero strana è sentirmi “fuori” da una costruzione lenta, durata 27 anni. Mi sento fuori con la testa, mi sento fuori con il cuore.
Chi mi conosce sa quando siano stati difficili e dolorosi questi ultimi 18 mesi, sa delle notti in bianco, della rabbia, della delusione, profonda, dolorosa anche.
Ma la vita è anche questa. Ci sono storie che si rompono per sempre. Mi sono sentita dire più volte “è solo lavoro“. Non è solo lavoro, non può essere mai “solo lavoro”: è una storia di persone, di momenti condivisi, di scelte, di aiuti reciproci, di soddisfazioni e di delusioni condivise.
A volte anche di arrabbiature, di tensioni: questo è un lavoro denso di scadenze, scandito dal calendario tributario e fiscale, i giorni hanno il colore del Sole ….. 24Ore.
Già. Eppure è una lacerazione. Lacrime, rabbia, lividi.
E ti giri e vedi un castello di carta che crolla sotto la forza di un vento molto meno forte di altri venti che pure hanno soffiato ma che hanno trovato resistenza e i castelli non sono crollati mai del tutto.
Questa è la rabbia vera. Ma poi lo sai, perché lo sai dentro che non è un fallimento vero e soprattutto non è un fallimento tuo. Solo  qualcosa che succede. Fa male, fa un male cane perché una grande parte del tempo della tua vita è come se si svuotasse e cedesse, davanti a scelte ottuse.  Non ci stai più, non è più un vestito, non è più casa, non riconosci più le pareti, l’odore, le cose.
In un pugno di mesi tutto diventa impersonale: il PC svuotato di ogni cosa che lo rendeva tuo, le pareti, gli oggetti. La tua corrispondenza non arriva più in studio e lo studio smette di essere un’appendice dello studiolo di casa tua.
Succede. Basta lacrime. Settembre è domani, con tante incognite e incertezze. E paura anche.
Un dialogo  forse ancora aperto, qualche compromesso. Vedere le cose da altre prospettive. Si, è possibile.  Ma forse è il momento di cambiare. Bisogna trovare il coraggio di chiudere la porta quando le cose non ci somigliano più. Non lo so, davvero non lo so cosa accadrà a settembre. Ma so che a volte capitano cose che aprono gli occhi e chiudono il cuore. Forse era ora di fare entrambe le cose.
È un post per un giorno. Domani lo cambiamo.

ALBERI

Vi  ho fatto vedere, o no, i disegni che faccio adesso per imparare a rappresentare un albero, gli alberi?
Come se non avessi mai visto, mai disegnato, un albero. 
Dalla mia finestra ne vedo uno. Devo con pazienza capire come si costruisce la massa dell’albero, poi l’albero stesso, il tronco, i rami, le foglie. Prima di tutto i rami che si dispongono simmetricamente, su un solo piano. Poi il modo in cui i rami girano, passano davanti al tronco.

Non fraintendetemi: non voglio dire che, vedendo l’albero dalla mia finestra, lavoro per copiarlo. L’albero è anche tutto un insieme di effetti che l’albero causa in me. Non è questione di disegnare un albero come lo sto vedendo. Ho davanti a me un oggetto che esercita sul mio spirito un’azione, non soltanto come albero, ma anche in rapporto a ogni sorta d’altri sentimenti.

In auto non si dovrebbe andare a più di cinque chilometri l’ora. Se no, non si sentono più gli alberi. Siete mai andato in bicicletta? Si. Ma un giorno mi ruppi il muso e mi ingessarono un piede.
Gustave Moreau mi chiese cosa m’era successo. Gli spiegai che usavo la bicicletta per andare verso la natura e fare dei paesaggi. Mi ribatté: si facevano dei bei paesaggi prima dell’invenzione della bicicletta.

Henry Matisse – Scritti e pensieri sull’arte.
foto dal web

Non mi piace particolarmente Matisse anzi diciamo che non mi piace quasi per niente. Ho trovato tempo fa questa cosa, e l’ho messa da parte. Ho una foresta di files, come tutti, nel mio pc. Cose trovate, link interessanti, cose scritte da me. Ogni tanto vado a rovistare dentro quasi sempre sapendo cosa sto cercando. Giro come un topolino tra fotografie e scritti, link, promemoria e appunti vari, scansioni di articoli o immagini. Nonostante sia un territorio sterminato e spettinato, ricordo quasi tutte le cose che vi ho messo e che attendono di essere lette, approfondite, utilizzate. È una specie di .. stavo per scrivere soffitta ma non è esatto. Non c’è nulla di polveroso, né di dimenticato. Ci sono solo cose che aspettano cura, o semplicemente di venire liberate dai confini della gabbietta che chiamiamo file per apparire magari qui sopra o per diventare un dono per qualcuno, motivo di condivisione.

Questo scritto di Matisse l’ho messo da parte perché l’albero, nella mia mente è un raccoglitore di segreti. È anche un libro, un albero. Un libro che ogni albero si scrive da sé: contiene anni, secoli di storia, trattiene odori, stagioni. Conserva la memoria di tutte le gelate, la polvere di aridi periodi, di stagioni crudeli. Eppure è immagine della mitezza. Emblema della resistenza.
Porta i segni di tutta la neve che è stata, è testimone di tutti i venti che sono passati,  della pioggia che frusta, disseta, lava e ristora.

È una pellicola: porta inciso il film del suo tempo, e del tempo del mondo. Affonda nella terra, terra che lo nutre mentre insieme digeriscono modificano e trasformano vita che serve ad altre vite.
Lo trovo un confidente saggio,  amico fidato che ascolta e trattiene. È affidabile, sincero, generoso. Uno che non ti tradisce, che si offre, e che ti accoglie sempre, non t respinge mai. Non lo fa mai un albero: un albero ti aspetta sempre.

“Non è questione di disegnare un albero come lo sto vedendo non solo come albero ma un oggetto che esercita sul mio spirito d’azione, non soltanto come albero ma anche in rapporto ad ogni sorta d’altri sentimenti“. dice Matisse e trovo il concetto interessante, bello anche. Ma terribile la definizione di “oggetto”: una parola inappropriata. Offensiva.
Un albero non è un oggetto, ma un essere vivente, un albero vive una vita piena, esattamente come un uomo: vive le stagioni anzi le segna, le anticipa, le subisce ma anche le asseconda. Lui è stagione, è mutamento, è ciclo, è vita, di cui è anche un maestro.
Testimone e protagonista del ciclo della vita, ponte tra terra e cielo.  Complesso e perfetto il sistema che lo irrora e lo nutre e lo cresce. Meravigliosamente forte e delicato al contempo. È come noi, un albero. In più puoi affidargli tutto: il tuo dolore, le tue miserie, puoi farti cullare, addormentarti appoggiato al suo busto. E ogni cosa sussurrata sotto un albero ha il sapore che hanno le cose speciali e sai che resta li, al sicuro dentro le sue rughe, sotto gli strati della sua pelle e che penetra e si fissa ai cerchi con i quali scrive il tempo. Lui il suo diario, ma anche quello di un pezzo di tempo, se lo scrive dentro. Lo puoi leggere, ma devi prima abbatterlo. Il suo alfabeto è fatto di cerchi. Ma se sai ascoltarto, sa anche parlarti.

Strano davvero che un pittore – e il mestiere del pittore è anche quello di rendere immortale un istante, fermare il mutamento – definisca oggetto un albero. Ma l’ho già detto prima che non mi piace Matisse.
Non mi importa, non mi è mai importato di leggere” un quadro. Ho sempre pensato che non ha senso farlo: un quadro ti tocca una o più corde oppure non lo fa, non lo farà mai. Semplice. Quindi, diversamente da chi ritiene che questo non sia fruire di un dipinto, io penso che l’anima di chi lo ha fatto arriva sulla pelle di chi osserva o non arriva. La testa non c’entra, a mio avviso. È come una poesia: se la devi spiegare vuol dire che non è arrivata.

Bella l’osservazione di Moreau: la lentezza permette di osservare. È stupefacente la quantità di cose che ci si perde viaggiando veloci e di quanti particolari ci stupiscono ripassando in bici oppure a piedi. Sempre che sappiamo guardare, aprire gli occhi ma anche il cuore, naturalmente.

compagni

Questa è una foto mia: è titolata “compagni”. Io ci vedo due compagni
che scrutano il lago in silenzio.
Si tengono per mano. Oggetti? Mah!

COLORA-MI

NAVIGAZIONE MILANO LINEA 1-033

 foto: http://www.flickr.com/photos/40617467@N04/
 

Marinz nel suo ultimo post parla di Milano: quasi tutti i post di Marinz contengono Milano, lui vive Milano davvero, ne segue le stagioni, le manifestazioni, partecipa a molte iniziative e conosce Milano dal centro alla periferia, conosce gli angoli, tutti, quelli acuti e quelli ottusi.

Qui ha parlato dei colori di Milano. I colori contribuiscono al volto di una città. Penso al giallo Milano, che non è la Chinatown meneghina di Paolo Sarpi,  e nemmeno il risotto alla milanese che pure è giallo, ma il colore tipico delle case di Milano, così diffuso, da conquistarsi una nuance: Giallo Milano, appunto.

Un tempo molto più diffuso: vestiva le caserme, gli edifici pubblici ma anche meravigliosi palazzi signorili, come le case  di ringhiera che si affacciano sui Navigli . un  giallo democratico, insomma. Comunque ancora molto presente e, ultimamente, rispolverato dal desiderio di tradizione, dalla voglia di retrò che forse è anche fisiologica, o semplicemente una scelta dopo la fine e il fallimento delle idee “nuove” e l’omologazione che cancella ogni tratto somatico e sottrae carattere e memoria a tutto.


Sono Giallo Milano le BikeMi, le oltre mille biciclette pubbliche del servizio di bike sharing della città e indosseranno di nuovo l’abito giallo tutti i tram. I tram, insieme al Duomo, alla Madonnina, al panettone e al risotto, sono il simbolo della città.

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Alcuni dei tram storici sono di colore verde, come le vedovelle: molte case sono di colore rosa antico o rosso.  E poi c’è anche il grigio, certo, come c’è in tutte le città.
Milano si porta addosso la nomea di città grigia, immersa dentro il bicchiere di acqua e orzata di Paolo Conte, ma non è così.

Il Duomo, da molti anni tenuto costantemente pulito dallo smog sfoggia un bianco luminoso che splende sotto il sole  mostrando sfumature di un bellissimo rosa. E il cielo a Milano non è affatto vero che è sempre grigio: sa essere turchese e celeste e blu.
Sa perfino mostrare le stelle, Milano, io le ho viste da poco e non c’era alcun black out.

Vorrei che insieme al giallo tornassero le trattorie, quelle vere, diverse da quelle per fricchettoni e turisti, e che Panarello (che è genovese) non smettesse mai di fare i cannoncini così come li fa dal 1930. Ma queste sono piccole cose: io vorrei che Milano ritrovasse il suo giallo e che insieme alle pennellate su case e tram, le venisse restituita la sua identità, la sua musica, il suo respiro ma soprattutto vorrei che non perdesse  il suo cuore. Quasi tutti lo hanno sentito dire che Milano ha un cuore grande ma non tutti sanno quanto.

Suggerisco di fare una visita qui:  si resta incantati dalla bellezza dei Navigli.  Altro che grigio!

http://www.flickr.com/apps/slideshow/show.swf?v=104087 

Per finire: un po’ di Milano in bianco-nero.

E20

  
 


Accadono cose che sono come domande, passa un minuto oppure anni e poi la vita risponde. (A Baricco – Castelli di rabbia).

Trovo affascinante, curioso, interessante questo concetto: ho parlato diverse volte, anche qui in Controluce, dei fili  che legano eventi e persone. A volte legami potenti, determinati da fatti banali.

A volte invece sembra che ci siano stati cuciti addosso come abiti su misura, come tessere mancanti del puzzle che siamo, come fili della ragnatela che ogni giorno costruiamo, perfezioniamo, rafforziamo, ripariamo e che ci collega con gli altri, con l’universo, che permette scambi e relazioni. Che consente trasmissioni, interferenze, interazioni, empatie. Legami.

Succede quando accadono quelle cose che  sembrano disegni, schemi, cose che dovevano accadere. Momenti che pare ci hanno sempre atteso e che abbiamo sempre aspettato e che arrivano quando il tempo è giusto, ma sembra quello sbagliato. Ma poi non è mai giusto e non è mai sbagliato. Accadono quando accadono, semplicemente.
 
Capita di sfiorare esistenze, che sfrecciano trasportate dal proprio tappeto, mentre noi attraversiamo il nostro tempo a bordo del nostro tappeto: ne sentiamo il fruscio, percepiamo l'odore, le avvertiamo sui peli come fossero aria, sono vicine, le possiamo annusare.
Ci spettinano, passando, scompigliano le frange dei tappeti, come fa il vento e ci passano sulla pelle, gonfiando i nostri vestiti, come fa il vento.

E forse è mancato poco, forse è bastato poco: un pugno di tempo, una decisione rimandata, un treno non preso, una gita annullata, uno starnuto. Uno starnuto, una scarpa slacciata, le chiavi cadute per terra ed è passato il tappeto in un tempo diverso dal nostro.

E certe volte è vero che " al destino di certo, non manca il senso dell'umorismo", come disse Morpheus a Neo in "Matrix",
 
Sliding doors, un bel film: corri, ma la porta del metrò si chiude, perdi il treno per un pelo, e la tua vita ha un corso. La variabile: tu che corri, arriva il metrò, lo prendi al volo mentre le porte si chiudono e la tua vita ha un corso diverso perché seguono cose diverse, incontri diversi, perché arrivi in un posto in un tempo diverso dove stanno accadendo cose diverse.

Una terza variabile che però non è nel film: un certo metrò  non arriva, quindi non c'è nessuna porta che si apre né in tempo né fuori tempo: due persone restano dove sono e accadono cose che non sarebbero accadute se fosse arrivato un qualsiasi metrò.


Insomma, eventi banali che determino eventi che ne determinano altri che tutti  insieme scrivono la tua storia. Strano, vero?

"Getta un sasso in un fiume e il mondo non sarà più uguale a prima".

 "Basta il battito d'ali di una farfalla per sconvolgere il mondo".

Cosa accadrebbe ora, o domani, se io adesso fossi in riva al lago e non sul mio divano? E se fossi al cinema? A teatro?  E se fossi in vacanza a Praga?

Avrei incontrato qualcuno se non avessi letto mai Il Piccolo Principe, oppure se oggi avessi mangiato una pizza invece del gelato?

A volte sono odori speciali che ti passano accanto, mani che tocchi senza toccare, fiato che senti nel fiato per qualche istante. 

A volte qualcuno o qualcosa arriva, inaspettatamente, senza averlo cercato, deciso, voluto. E ti accorgi che era tutto ciò che serviva, che non poteva non arrivare perché non era mai mancato così tanto prima di quel momento.  E che una "banale" coincidenza ti ha offerto, per un po', una impagabile felicità.

Accadono cose che sono come domande: Il Piccolo Principe ha  viaggiato, e trovato risposte, soprattutto che l'essenziale è invisibile agli occhi. E io penso che abbia ragione. Non servono gli occhi servono il cuore, l'immaginazione. Serve leggere oltre. Oltre.

PONTILI

orizzonti paralleli

foto mia

Mi hanno affascinata sempre i ponti, come mi sono sempre piaciuti i pontili, specie al tramonto.
Sanno di riflessione, i  pontili davanti ai tramonti, segnano per bene l’orizzonte,  invitano al viaggio, e anche il sole, al tramonto  rassicura: non ferisce gli occhi, e diventa presenza che attende, calda e quieta. Raggiungibile. Un punto fermo ma vivo che ha smorzato arroganza e ferocia dentro l’acqua che, per mestiere, da  sempre accoglie e disperde oppure conserva.

Quando mia mamma lasciò i suoi giorni e tutti quanti i miei, pensai a un pontile: per giorni  lo vidi nella mente e guardai la sua sagoma percorrerlo, a piedi nudi, con lentezza  e sicurezza.
In alcuni sogni lei era a metà del ponte, reggendo in mano un sacchetto di sabbia. Forse la sabbia è quella del Tempo. La sua clessidra si era fermata, e magicamente per un po’ fece la stessa cosa anche la mia. Forse era tempo restituito, un credito di tempo del Tempo. Tempo sottratto al suo Tempo che lei si è portato via sé.
Non mi importa di saperlo: ho imparato che non saprò mai cos’è  il Tempo e nemmeno se esiste, e che qualcosa di me invece lo sa, ma non può dirmelo.

È così che vanno le cose. Alcuni episodi della vita sono pontili e noi lasciamo indietro pezzi di terra che ci hanno ospitato e cresciuto, percorriamo  un tragitto  segnando un passato di assi di legno inchiodate.

L’acqua di sotto è ferma, al tramonto. Dovrà aspettare la luna per ritrarsi e sollevarsi e rispondere alle chiamate nostalgiche di quel pezzo di terra appeso nel cielo: anche la luna  ha percorso un pontile ma non era sull’acqua: puntava nel cielo.
Lo ha fatto con un buco nel tempo e adesso è lassù, malinconica secondo i poeti, ma è possibile che sia stata una scelta. Riflessiva di certo e matura, antica, sapiente. Generosa, morbida, introversa, rassicurante. Padrona delle acque, delle piante e delle donne.
Controlla la talea di oggi, e il vino domani. Ha un del daffare ma è sempre puntuale e precisa, in tutte le cose della terra.

I pontili collegano osservazione e coscienza, immersi  come sono nella riflessione di un tempo che scorre diverso da come scorre prima dell’ asse che precede la  terra.
Non sempre hanno un tramonto davanti: a volte sono montagne e nessun mare, come quelli che stanno sui laghi. Sono orizzonti anche i monti, non meno importanti, sono solo diversi.

I pontili dei laghi ospitano  i fantasmi del fondo del lago, che hanno la tana tra le alghe nel  liquido denso dell’acqua.  Certe notti li puoi sentire passeggiare: i pontili scricchiolano sotto i loro passi e con la coda dell’occhio puoi vedere bagliori veloci che danzano sul nastro di legno teso tra il cielo e lo specchio del lago. Nascondono antiche storie che i fondali custodiscono e proteggono, segreti di montagne deposte sui fianchi  a far da casa e da sponda per  l’acqua, e segreti di popoli che hanno il lago come padre, amico, e come unico consiglio.

Sul pontile di questa notte fa freddo: c’è vento, un vento che spettina, grida si insinua senza tanto pudore a frugare tra le maglie del mio tempo.
Un vento per nulla signore,  piuttosto un giudice, un vento ispettore. Un vento asciutto, che asciuga.
Davanti c’è il sole calato, non più rovente ma serio, austero e grave, forse peché il cielo è in parte anche livido, striato color del vino.

Oltre al vento c’è quel silenzio che sanno fare solo alcune assenze. In compenso non vedo sagome che si allontanano  e non sono sicura dei fantasmi a parte quello che vive con me e che qualcuno dice che è uguale e me.

Mi chiedo quanti orizzonti avrà superato mia madre o se invece doveva farlo soltanto con uno. I pensieri si aggrovigliano come fanno le maglie delle reti color corallo,  che ho visto sulla minuscola spiaggia,  alla radice di questo ponte. Sbrogliarli è difficille: si attorcigliano ogni volta che ci provo.
Domani chissà, ci saranno pesci che penseranno i miei pensieri.

A differenza dei ponti, che collegano, i pontili si fermano, come una strada chiusa, come una frase che muore in gola. Come le parole pensate e non dette, come quel bacio nato nel cuore, incastrato tra i denti e mai dato.

Ci si ferma, sui pontili, e si pensa. Per andare avanti bisogna per forza cambiare mezzo: tuffarsi nell’acqua oppure una barca. Il ponte invece no, non ti avvisa nemmeno che sei già passato. Ti accorgi dal paesaggio e se giri  la testa per guardare indietro.

Mi domando se la gente scrive ancora cartoline: me lo domando sempre quando vedo nelle piazzette turistiche le colonnine girevoli con le cartoline. Ne ho viste tante,  con il pontile in controluce. Anche questa è una cartolina con un pontile  in Controluce. Anzi, sono io che cammino sopra un pontile, in Controluce.

E qui sopra questo, continua a far freddo e le parole di ieri non si disperdono nonostante il vento ed io ho spesso un foulard con me, specie quando non serve .
Ci sono cose che si sapranno soltanto domani, e ci sono bicchieri amari che vanno ingoiati, si sa. Sono liquidi densi più densi dell’acqua del lago. Sciroppi. E la vita sa costruire bicchieri tanto grandi specie se la lasci fare per anni.

Non bisognerebbe permettere alla vita di costruire bicchieri tanto grandi, mentre invece vanno bene i pontili lunghi. Lì si cammina sopra il tempo che serve per pensare, e da lì si capisce quali tramonti si possono catturare e magari collezionare.  E che dentro qualcuno si può perfino nuotare.

AMARPOST

Ma vanno così le cose della vita: uno pensa di recitare la sua parte in uno spettacolo e nemmeno si immagina che sul palcoscenico nel frattempo, di soppiatto, hanno cambiato lo scenario e senza saperlo si ritrova nel bel mezzo di uno spettacolo completamente diverso.
(Kundera – Amori ridicoli)

 

orizzonti paralleli foto mie

contemplo

comolago

GIOSTRE


E’ questo ciò che posso consigliare ad altri: cambiare vita per curarsi, cambiare vita per cambiare se stessi.  Per il resto ognuno deve fare la strada da solo. Non ci sono scorciatoie che posso indicare. I libri sacri, i maestri, i guru, le religioni servono, ma come servono gli ascensori che ci portano in su facendoci risparmiare le scale.
L’ultimo pezzo del cammino, quella scaletta che conduce sul tetto dal quale si vede il mondo o sul quale ci si può distendere a diventare una nuvola, quell’ultimo pezzo va fatto a piedi, da soli.

Un altro giro di giostra – Tiziano Terzani.

Ieri sera, ore 18.30, stazione di Saronno. Scendo, mi assale un odore fortissimo: fiori di acacia. Inconfondibile, penetrante. Sono fiorite,  penso tra me e me. Sono fiorite oggi.

Mi incammino verso il sottopasso e mi guardo attorno: un mare di persone, quasi tutte di corsa, in bilico tra tacchi alti e valigette 24 ore. Qualcuno ha le chiavi della macchina in bocca, mentre con una mano litiga con la cerniera della borsa con l’altra regge colomba e uovo di cioccolato, imprecando.

Una bambina ha una gabbia rosa con dentro un gatto e la mamma la incita a scendere veloce, sennò restano sul treno, lei e il gatto.
Qualuno parla al cellulare, tenendolo tra guacia e spalla mentre cerca di infilarsi la manica di un golfino: gli altri dietro imprecano per il passo rallentato: qualcuno deve correre perché appena fuori dalla stazione deve prendere il bus e quello si sa non aspetta nessuno.
Molti si scambiano auguri: Buona Pasqua. Anche a te, andate via? No, figurati, le code. Magari in un altro week end. Ciao allora, un bacio ai bambini.
Qualcuno annuncia la promessa di dormire tre giorni, una donna con passeggino biposto cerca di scendere le scale del sottopasso bloccando il flusso di persone tra banchina e scale. Due uomini le danno una mano: il passeggino va sollevato, non ci sono scale mobili a scendere. Una coppia anziana scrolla la testa: lei dice a lui te lo avevo detto che si doveva evitare questa ora di punta.

Mi dirigo all’uscita dalla parte del binario n. 6. C’è un piccolo parcheggio, e su questo affaccia una vecchia casa, di mattoni, mezzo diroccata, con i vetri rotti, probabilmente un edificio della stazione  che fu.
Quasi totalmente rivestita d’edera, bella, autenticamente vecchia e autenticamente verde, un verde vero, selvaggio, sopra un vecchio vero, senza un solo cenno di recupero. È bella così, la guardo e la ricordo in autunno quando la vite rampicante è rosso infuocato.

È fuori luogo, la vecchia casa, come lo è l’odore dei fiori di acacia. Stridono, con le corse delle persone, le imprecazioni, con il passaggio veloce della gente che sale scende dalle auto, con il rumore delle ruotine dei trolley, con l’attesa del treno Malpensa Express che transita sul sei. L’odore dei fiori probabilmente lo hanno sentito in tre. Forse.

Qualcuno nel parcheggio mi aspetta,  individuo l’auto, salgo, guardo fuori dai vetri e quello che vedo e sento sembrano due parti di due film distinti, accostati dal gioco di un regista strambo, oppure due pellicole mescolate per caso, infilate nello stesso proiettore e proiettate parallelamente.

Arrivo a casa: da queste parti le acace non sono ancora fiorite, sono sempre indietro di una settimana rispetto a “giù”. Però sono fioriti i tigli davanti casa, dall’altra parte della strada.
Metto una pentola di acqua sul fuoco e nell’attesa mi siedo sotto il portico: il prato di casa mia è disseminato di pratoline, le trovo rassicuranti.
C’è un po’ più di armonia, è tutto più omogeneo e perché lo sia maggiormente, salgo in camera, mi levo la camicia bianca il pantalone di tela blu, le scarpe, mi infilo una tuta da ginnastica e le infradito e mi sento meglio, meno inquieta, più in linea con le cose di fuori.

Manca armonia, nella mia vita. Ciò che c’è dentro stride con con fuori, spesso, troppo spesso. Passando lo sguardo sulle margheritine arrivano i pensieri ad inquinare l’istante: calcoli, scritture private, recupero crediti, arretrati, bilanci che scadono. E poi il  mio personale che non so fare.
Stride, il mio esistere.  Accidenti se stride.

FONTANE

fontana e basta

fontana con lino

le foto sono mie
la fontana no, è una nicchia scavata in un muricciolo, in un vecchio vicolo di un paesino di pescatori, sul lago di Como. Il foulard era un foulard ma poi è diventato un abbraccio. A riparare dal vento quando c'è vento, dalla gola al cuore.

AIUORCAIEM

Francesca al Mulino parla del lavoro, delle corse, della qualità della vita, del tempo per sé.
SirBiss in OdorediLago rimpiange il lavoro che ha perduto, dopo molti anni.
E io? Che posso dire?  Mah !
Ci sono giorni che graffiano il cuore, più di altri.  E non è normale che sia il lavoro, a farlo, e infatti non lo è. A ferire è l’umanità. A volte è difficile non farsi coinvolgere emotivamente, non provare rabbia o disprezzo, mantenere  distacco e freddezza. Separare le offese “da lavoro” dalla vita personale, intima, che non può e non deve essere contaminata, scalfita, inquinata, coinvolta dalla pochezza da parte di chi non scegli ma che ti tocca di subire.
Pensando con lucidità sono cose che sappiamo tutti ma raggiungere la consapevolezza e quella necessaria lontananza equivale a un cammino spesso lungo e non sempre semplice.
Non possediamo un tasto reset, ma dovremmo pensare come se lo avessimo, e premerlo non appena si appende un telefono, o si chiude la porta la sera.
Noi non siamo il nostro lavoro, come non siamo ciò che mangiamo né ciò che pensiamo.
E non siamo nemmeno i graffi che portiamo, nemmeno quelli infertici da chi amiamo o abbiamo amato.
Forse ciò che siamo è “la” ricerca di una vita, una ricerca dentro la quale ci perdiamo: troppi gli inganni, i caleidoscopi che confondono cattive e buone intenzioni, egosimi e affetti, passioni e doveri, che offrono giustificazioni alle offese, rumori che copriono silenzi che potrebbero parlarci davvero, luci abbaglianti che coprono altre piccole luci che invece potrebbero indicarci alcune verità.
Bisogna imparare a guardare senza le lenti deformanti che abbiamo sopra gli occhi, costi quel che costi.
Leggere sotto e oltre le righe ottuse di ciò che appare che spesso è finto e foriero di inutili disagi, fuorviante e causa di enormi dispersioni di energie. Un insulto, per la propria persona che merita il nostro rispetto, e cure e attenzioni. Anche quando il prezzo è alto, ne vale sempre la pena.
Perché questa riflessione non lo so. Un disagio, forse. Qualcosa che sta stretto, che costringe, che limita.
Gli affetti non possono essere confinati in spazi stabiliti nello stesso modo in cui il lavoro deve occupare spazi definiti. Anche quando coincide con una passione.

SIEPE DI CASA MIA

nati

(foto mia)

Sono piccoli di merlo. I merli nidificano anche nelle siepi. In questo caso, questo nido è stato trovato nella siepe di casa mia, durante una potatura.

Occorre prestare attenzione quando si praticano le potature, per questa e per altre ragioni. Quando si trova un nido, si lascia quella parte di siepe intatta fino al volo dei piccoli. Piccoli che a volte volano troppo presto e … bè, sotto ci sono i gatti. È una legge dura, cruda, quella della natura. Ma garantisce l’equilibrio e la continuità e la qualità di tutte le creature.

Mi piace vederli, mi piace sentirli cantare: annunciano la primavera, con il loro chiacchiericcio e il loro canto, specie nel periodo del corteggiamento. Mangiano di tutto, i merli,  ma il piatto preferito sono i vermiciattoli della terra. Quando piove è bellissimo vederli frugare nel terreno, con zampette e becco e poi vederli sparire nelle siepi a sfamare i piccoli.

A volte, durante il fine settimana, mi piace alzarmi presto e mettermi seduta sotto il portico con la tazza di caffè e assistere a tutta questa vita che è un gran daffare per trovare cibo e poi rametti e altre cose per costruire i nidi, corteggiare, combattere per la femmina. Ho visto combattere passerotti e merli e darsele di santa ragione.

C’è una tortora che da tre anni nidifica sotto il mio tetto: è una gran pasticciona, porta centinaia di rametti che regolarmente cadono sul marciapiedi sottostante: ogni settimana ne raccolgo un gran mucchio con scopa e paletta! L’abbiamo ironicamente battezzata “Renza” (dall’architetto Piano),  dato che con l’architettura non ci sa proprio fare.
Poi abbiamo avuto per tre anni un piccolo insettivoro, che passava l’inverno sulla trave sotto il portico. Lui si chiamava Bartolo. Era minuscolo, aveva il pancino tutto colorato e non ricordo ora, di quale razza fosse ma lo scriverò presto tra i commenti.

Questa foto è stata “rubata” in un momento speciale, un paio di anni fa. Si stava appunto potando una siepe di lauro, con la cura di sempre, quando è stato avvistato. La scala è rimasta sul posto perché stava per arrivare a casa un’ospite speciale: la mia nipotina che aveva 5 anni. È salita, con tanto silenzio e attenzione e ha spalancato occhi e bocca, meravigliata. Parlava sottovoce per non disturbarli; questa foto l’ha voluta lei ed è stata scattata con il mio cellulare. Poi per giorni ha chiesto notizie dei piccoli.
Ecco, un piccolo racconto di una piccola-grande cosa.

IL DITALE DELLA NONNA

il ditale di tita

foto mia

 

La mia nonna materna, anche lei come tante nonne, aveva una macchina per cucire, una di quelle di colore nero, con la scritta dorata, che funzionano a pedale.

Poggiava sopra un piccolo mobile di legno, color miele, con uno sportello che conteneva piccoli cassetti con l’occorrente per cucire a macchina e anche a mano: spolette di filo, aghi, spilli, l’uovo di legno per rammendare le calze, i gancini di ricambio delle aperture delle gonne della nonna, le spille da balia, alcune lampo, bottoni, il metro da sarto, gessetti.

Quando lei cuciva, spesso le sedevo accanto: questi ricordi comprendono il periodo della mia vita dai 4 ai 12 anni circa.
Ricordo ancora in modo nitido i vari oggetti:  il puntaspilli, un cuscinetto che ospitava, infilzati, alcuni aghi già infilati, con fili di diversi colori.  Spesso la nonna mi faceva infilare gli aghi dicendomi: tu che ci vedi bene preparane uno nero, uno bianco, uno grigio, uno marrone … Forse lo faceva per farmi sentire importante, non saprei, comunque mi piacevano, quei momenti.

A volte la imitavo, mettendo dei punti sopra qualche pezzetto di stoffa che mi dava la nonna, e avevo un piccolo ditale, minuscolo, giusto per il mio dito di allora.
Dorato, con una piccola medaglietta raffigurante la Madonnina di Lourdes incollata sopra. Era il “mio ditale”, solo mio, e non poteva essere altrimenti, data la dimensione e l’assenza di altri nipoti in casa, fatta eccezione per mio cugino, però di tre anni più piccolo e comunque maschio. Nel periodo in cui stavamo entrambi dai nonni le cose “da femmina” erano pertanto soltanto mie.

Nel 1986 i nonni furono costretti a cambiare casa e la macchina per cucire con il mio ditale dentro nel cassetto, seguì i nonni e il resto delle loro cose.
Con  la  mia famiglia però erano già parecchi anni che abitavo ad una ventina di chilometri dalla casa dei nonni ma andavo spesso da loro e mi capitava di vedere il mio ditale pensando ogni volta che era giusto che restasse là, perché quello era il suo posto, era la sua casa.

Poi un giorno lo portai via, venne con me, nella mia casa. Nel 1987 se ne andò mia mamma e nove giorni dopo di lei suo padre ovvero il nonno: la nonna continuò a vivere nella casa fino a poco tempo prima di andarsene anche lei, nel 99.

L’anno precedente la morte della nonna io vissi in ben tre case, o per meglio dire abitai tre diverse case perché, trattandosi di situazioni provvisorie, non trasferii mai tutte le mie cose, se non un anno e mezzo dopo quando mi stabilii definitivamente nella casa ove vivo tuttora.

Durante questi andirivieni di oggetti, vestiti, libri ecc accadde che persi il ditale. Lo cercai, quando venne a mancare la nonna, lo cercai tanto, disperatamente,  ma di quel piccolo oggetto nessuna traccia.
Fino a un paio di anni più tardi, quando, in ufficio, capitò di consegnare dei documenti ad un cliente dello studio: si trattava di un plico piuttosto voluminoso quindi per agevolarne il trasporto, cercai un sacchetto, frugando in un mobiletto in corridoio dove si ripongono ombrelli di emergenza, sacchetti e quelle cose che “possono sempre servire”.

Non so per quale ragione, ma percorendo il corridoio verso la sala riunioni dove attendevano cliente e documenti,  mi bloccai, tornai all’armadietto e cambiai sacchetto senza alcuna ragione oggettiva e logica.

Uscito il cliente tornai a riprendere il sacchetto, frugai all’interno ed era li. Il ditale era li da circa due anni.

Non ho mai attribuito alcun significato a questo episodio, perché credo che la nostra memoria sia qualcosa di straordinario, capace di conservare, intrappolare, trattenere ricordi tra le proprie pieghe. Ricordi che possono emergere in modo del tutto inconsapevole.  Ci sono  cose che trascendono l’umana comprensione, ma non mi importa di capire: è un episodio che ricordo con un sorriso, tutto qua.

Il ditale ora è al sicuro, qui, a casa mia.

(foto mia: su http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/)

… E CHIAVI

CHIAVE

    

Non penso tu sia cambiata, come mi hai scritto.
E’ che occorrono chiavi per far saltare serrature che aprono porte di stanze che non sappiamo di avere.
Le chiavi le si trovano in modi diversi: qualche persona che incrociamo nella vita ce ne offre qualcuna, altre le troviamo magari dentro un libro, oppure in un paese sconosciuto, o in viaggio.

Considerare cose che non si erano amate o comprese perchè non le abbiamo potute o volute incontrare, è una porta che si è aperta grazie ad un chiave. Possibilità, ricchezza.

Una parole che arriva nella stanza più remota di noi, può essere una chiave ed aprire una diga.
Ciò che adesso apprezzi e senti e guardi ora, con stupore e meraviglia, credo sia stato sempre dentro di te, solo che non lo sapevi, non eri pronta per l’incontro.
E’ semplice, in fondo, anche se può sembrare tanto complicato.

Per questo ti auguro di trovare chiavi e quando accade non buttarle via, anche se al momento non aprono alcuna porta. Lo faranno. Magari non tutte ma alcune lo faranno, qando sarà il momento giusto di aprire la porta che dovranno. Solo quando sarà tempo. Adesso è tempo per questa stanza, entra senza paura, perchè sono stanze tue, della tua casa. Ci abiti te e al contempo essa ti abita dentro.

Un abbraccio e un pensiero fino a quel posto magico dove stai.
Salisburgo, è uno di quei posti che lasciano cose …. e forse qualche chiave un po’ speciale.

L’IRIS DI PABLO E QUELLO DI RICHARD

« Quando la spieghi la poesia diventa banale,
meglio di ogni spiegazione è l’esperienza diretta delle emozioni
che può svelare la poesia ad un animo predisposto a comprenderla. »
(PABLO NERUDA)


 IL POETA E LO SCIENZIATO  (fonte citata in fondo al testo)

Ho un amico artista che alle volte dice cose con le quali non sono molto d’accordo. Magari raccoglie un fiore e dice: “Guarda com’è bello”, e sono d’accordo; ma poi aggiunge: “Io riesco a vedere che è bello proprio perché sono un artista; voi scienziati lo scomponete in tanti pezzi e diventa una cosa senza vita”, e, allora penso che abbia le traveggole. Per cominciare, la bellezza che vede lui è accessibile a chiunque e quindi anche a me, credo. Non avrò un senso estetico raffinato come il suo, ma sono comunque in grado di apprezzare la bellezza di un fiore. Per di più vedo nel fiore molte cose che lui non riesce a vedere. Posso immaginare le cellule, là dentro, e i complicati meccanismi interni, anch’essi con una loro bellezza. Non esiste solo la bellezza alla dimensione dei centimetri, c’è anche su scale più piccole, nella struttura interna, o nei processi. Il fatto che i colori dei fiori si siano evoluti per adescare gli insetti impollinatori, ad esempio, è interessante: significa che gli insetti vedono i colori. E allora uno si chiede: il senso estetico dell’uomo vale anche per le forme di vita inferiori? Perché è estetico? Domande affascinanti che mostrano come una conoscenza scientifica in realtà dilati il senso di meraviglia, di mistero, di ammirazione suscitati da un fiore. La scienza può solo aggiungere; davvero non vedo come e che cosa possa togliere.

Le frasi che avete appena letto sono di Richard Feynman, uno dei più grandi scienziati del secolo appena passato. Descrive molto bene lo stupore che “lo scienziato” prova quando “il poeta” lo accusa di non vedere la bellezza delle cose e addirittura di distruggere tale bellezza con “l’arida scienza”. E nota come ad esempio il poeta non sia in grado di vedere il bello ad esempio nel meccanismo della fotosintesi o nel teorema di Pitagora.

I poeti sostengono che la scienza tolga via la bellezza dalle stelle – ridotte a “banali” ammassi di gas. Non c’è nulla di “banale”. Anche io posso vedere le stelle nella notte deserta, e sentirle. Ma vedo di meno o di più? La vastità dei cieli estende la mia immaginazione. Bloccato su questa giostra il mio piccolo occhio può catturare luce vecchia di un milione di anni. Un grande disegno di cui sono parte…

…Qual è il disegno, o il significato, o il perché? Non sminuisce il mistero conoscerne un po’. Poiché la verità è ancor più meravigliosa di quanto ogni artista del passato abbia mai immaginato. Perché i poeti moderni non ne parlano? Che uomini sono quei poeti che possono parlare di Giove come se fosse un uomo ma se invece è una enorme sfera rotante di metano e ammoniaca rimangono muti?

http://bressanini-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2009/03/23/il-poeta-e-lo-scienziato/

L’altro giorno ho visto delle immagini, bellissime, di Saturno (sarà che è il mio pianeta, mi piace tanto) e di una delle sue Lune, Encelado, che è bellissima. Sembra un organo, è bianco, venato di azzurro: le “vene” sono profondi solchi, sono geyser, vivi, attivi, probabilmente “responsabili” della formazione di uno degli anelli di Saturno. Ci sono  immagini spettacolari, riprese dalla sonda Cassini. Affascinanti, davvero.

Ma quando guardo un cielo stellato riesco a guardarlo con la pancia, con il cuore, con i sensi, riesco ad immaginare di essere lassù, come il Piccolo Principe, e navigare tra galassie, pianeti, nebulose e stelle, tra milioni di stelle.
E penso che ho una rosa a casa mia che è la Terra. La sera, prima di addormentarmi penso spesso alle stelle, ne ho alcune appiccicate al muro di fianco al mio letto: sono luminose, si caricano di giorno con la luce.
Per me le stelle sono stelle e basta, sono misteriosi punti di luce pieni di magia, terre di brillantini oppure sono luce che filtra attraverso il manto bucherellato della notte densa per farci capire che oltre, c’è luce e luce luce.
O per ricordarci che c’è una seconda parte di noi, lassù, che aspetta noi. Quando sto per addormentarmi, spesso penso che durante magari, durante il sonno, raggiungo ogni volta l’altra parte di me, quella che si trova là, proprio tra le stelle.

Quando vedo un fiore è un fiore, una meraviglia della Natura. Può essere simile a me, come lo è un Iris: ha petali che proteggono profondità delicate e scure, contiene qualcosa di speciale. Non vedo cellule, ma cerco e trovo la relazione con le persone, con l’anima di chi lo ha coltivato, la cura che gli ha dedicato, la delicatezza di quelle mani che gli hanno permesso di fiorire, di esistere, di propagarsi anche. Penso al legame.

Trovo la relazione con il corpo umano che lo ricorda o che gli somiglia, oppure con la musica che può evocare: un margherita evoca una melodia allegra, una rosa rossa un requiem,  per me, una melodia greve, triste, solenne.
E’ soggettivo, tutto passa attraverso il filtro delle sensazioni che giocano con le associazioni.  E tutto è cucito da quel filo invisibile che lega le cose della terra con quelle del cielo.

Buona notte a tutti, buone stelle.

TEMPUS

tempus

Una fotografia è un segreto che parla di un segreto.
Più essa racconta, meno è possibile conoscere. 

(Diane Arbus)

MANDORLE

E’ un Natale amaro. E’ nell’aria, è nel cuore.
Un momento difficile, per molti. Da tempo non si riesce più a sentire un telegiornale, non  si ha più la forza per contenere questo nero, che arriva dallo schermo ai cuori di chi ancora non si è lasciato anestetizzare, e dentro quelli, pochi forse, che rifiutano di “abituarsi” al brutto, al male, al dolore, all’ipocrisia, al falso, e al nulla.

Mai come in questo tempo, si percepisce la tendenza a “tenere quel che si ha” anzichè allargare, investire, proporre, rischiare.
E’ tempo di conservazione, non di crescita. Di approvvigionamenti, di scorte, non di investimento. In tutti i sensi: da quello economico a quello affettivo. Tempo di paguri, tempo di “io speriamo che me la cavo”. Tempi di ritiri, di ripari, di tane,  che generano solo solitudine, buio e freddo.
Niente uscite al sole, niente Gioia. Non ci sono messaggi di gioia e stridono quelli della Bauli, e del tronchetto di cioccolato.
Stride la slitta di Babbo Natale sulla neve, come unghie sulla lavagna.

Sono al lavoro, un po’ perché ho da fare, e un po’ perché, forse, ho bisogno di “sentire” quale strada percorrere, se continuare su questa, che percorro da tanti anni, oppure se iniziare a camminare sopra sentieri nuovi.

Rispondevo ad una e mail di Pinuccia, poco fa, e la mia è diventata un po’ una riflessione, come faccio spesso quando scrivo a qualcuno (chi ha la bontà e la pazienza di leggermi e di ascoltarmi, lo sa molto bene).
Le dicevo che, tra tutte queste luci colorate, gli alberi, le luminarie, i negozi luminosi e scintillanti, le ombre sono più dense. E’ naturale, del resto: l’ombra esiste perché esiste la luce.

Forse anche perché ci si sente addosso, in questo tempo, l’obbligo di essere sereni, sorridenti, felici, insomma essere come tutti si aspettano.
Evvai quindi con il solito carrozzone, la musica a paletta, i neon, la giostra che poi, quando va via, lascia il solito prato con l’erba schiacciata, le carte per terra, e non sai mai se era più triste durante oppure dopo.

Vedere i propri credo che pensavi saldi vacillare come torri di carta esposti al vento, non è una bella cosa.
Fare passi indietro, dopo che il cammino è stato il passo lento ma costante del montanaro che scala la montagna, è cosa dura da accettare.

La delusione ha un sapore amaro, come le mandorle stantie.
E resta in bocca a lungo accidenti. Non c’è edulcorante che possa aiutare – anzi –  verrebbe fuori solo una mescolanza chimica indotta che avrebbe il potere, casomai, di rendere il tutto ancora più sgradevole e di più indefinito e confuso.

Il gusto della delusione è diverso e per certi versi peggiore di quello del Dolore.
Il Dolore è qualcosa che può anche uccidere, ti può anche lacerare, devastare lavorandoti sui fianchi con un cesello appuntito, ma a volte è come il fuoco che brucia l’erba di un prato e spesso nascono germogli meravigliosamente nuovi e forti.

La delusione no. Essa ti costringe a compromessi, a rivedere le cose, e ti può schiacciare, a volte, come una pressa. Perché  …  ci avevi creduto. E può impedire ogni possibilità di crederci ancora,  perchè lascia un terreno cattivo, inquinato, arido, infertile o quantomeno ingeneroso.

Certo, c’è delusione e delusione: a volte non viene distrutto il credo, ma si verificano solo eventi che costringono a virate, a cambi di rotta, ad abbandoni di progetti. In tal caso si può prendere la buona volotà, e ricominciare, Piantare i semi del credo da un’altra parte. Crescereanno. Perchè in questo caso sono gli eventi a deludere, perchè non collimano con il progetto, non ciò in cui si crede.

A volte invece la delusione arriva quando una mano ti toglie quel velo che avevi davanti al viso, magari un po’ azzurrato, che non ti permetteva di distinguere il falso dal vero, la realtà dal sogno perché sai che qualora fosse calato, sarebbe arrivata la luce abbagliante della realtà. Come guardare il sole allo zenith dopo aver passato giorni un uno sgabuzzino buio.

Crediamo ostinatamente a cose, persone, progetti, per dare un senso alla vita.
Invece il senso della vita dovrebbe dimorare dentro, perché la vita dovrebbe bastare alla vita, come l’amore all’amore. Punto.

Ecco, forse, perchè sono qui, nella solitudine di questo enorme ufficio (sembra enorme davvero, senza le persone e senza rumori). Forse per capire se c’è, qui, qualche manciata di semi che possono essere piantati altrove oppure se sto sotto una quercia che non riesco più ad abbracciare.

Stamane Andrea (lettore di Controluce.. ehmm in ombra),  ha scritto una cosa che, insieme alla lettera a Pinuccia, ha ispirato questo post del cui colore grigio topo  mi scuso:
“mi piacerebbe essere pensato come il nulla, è una delle pochissime cose che non potrebbero mai deludere”.

Ecco, ho pensato che anche io chissà quante persone avrò deluso, e anche queste sono ombre sotto tutte queste luci che ci sono.
Chissà se qualcuno ha in tasca qualche seme mio e chissà se ha anche un pezzo di campo arato di fresco e con terra buona per farci crescere qualcosa che somigli ad una quercia, piantata tanto tempo fa.

L’UOMO CHE FABBRICAVA GIOCATTOLI

Alessandra è un'amica: abbiamo fatto qualche viaggio insieme, in passato. E' una persona che per certi versi mi somiglia e poi, secondo me, lei ha qualcosa che vorrei avere anche io. 
Lei dice lo stesso quando parla di me. Forse da due donne ne verrebbe fuori una decente…  Questo è quello che ci diciamo tutte le volte che ci incontriamo.

Fatta questa mini premessa, Ale scrive storie per bambini: non lo fa per pubblicarle, infatti non pubblica niente, non ha un blog, niente. Le scrive per sé: forse, come dice lei stessa, lo fa perché da bambina mai nessuno le ha raccontato una storia e allora lei se le raccontava da sè.

L'ho incontrata oggi e le ho strappato questa storia. Ne aveva alcune, sulla sua chiavetta USB, non le ho lette tutte ma istintivamente ho scelto questa. Lei legge Controluce, non è mai intervenuta e men che meno lo farà adesso. Mi ha permesso di fare il copia incolla.
Grazie  …. Ale.

 

(foto dal web)

C'era una volta un uomo che lavorava in un grande palazzo, moderno, uno di quelli con le vetrate e con i pannelli colorati al posto dei muri.
Una casa dove la gente non abitava ma lavorava soltanto. Infatti durante il sabato e la domenica, il palazzo era silenzioso, si svuotava di persone: i telefoni, i fax, e fotocopiatrici tacevano, forse riposavano anch'essi.

Quest'uomo aveva studiato tanto, e per molti anni, anzi, a dire il vero non aveva mai smesso di farlo, perché il mondo cambia in continuazione, si usano cose nuove, computer sempre più perfetti, sofisticati ed efficienti.
L'uomo svolgeva il suo lavoro con precisione e serietà, Era una persona affidabile, preziosa per la società per la quale lavorava, un uomo su cui altri uomini sapevano di poter contare. Un riferimento e un esempio per colleghi e superiori. 

Nessuno sapeva che lui aveva un sogno speciale. Questo sogno era chiuso in un cassetto, del quale nessuno aveva tutte le chiavi. Era un cassetto piccolo, costruito apposta per contenere le cose importanti.

Ci entrava solo la luce delle stelle, quelle non ancora conosciute o non ancora nate, perché nel cuore dell'uomo c'era un angolo misterioso, che avrebbero abitato, un giorno, alcune stelle che, solo trovando quel posto nel suo cuore, avrebbero avuto un nome.
So cosa stai pensando, ma no, non era strambo, semplicemente era una persona un po' speciale.
A dire il vero, non aveva solo questo cassetto ma è solo di questo che ti voglio parlare.

Il sogno in questo cassetto era quello di costruire giocattoli, giocattoli di legno. Si, lo so a cosa pensi ovvero che non dovrebbe essere un sogno difficile da realizzare, e in effetti hai ragione, dovrebbe essere così. 
Ma a volte, gli adulti sono strani: scelgono una strada e poi capita che dopo un po' di tempo non sono più sicuri che sia la strada giusta.
Imparerai, nel corso della tua vita, che ciò che scegli oggi potresti non volerlo più domani oppure, semplicemente potrebbe non bastarti più. 

Ma torniamo al nostro uomo. Durante il suo tempo libero, cioè quando non lavorava e non studiava, lui amava curiosare in quel mondo che durante l'infanzia costituisce la sola dimensione, ma che poi continua ad essere parallela al mondo adulto, forse per offrire equilibrio e gioia, rifugio, consolazione ma anche saggezza. Già, perché c'è molta saggezza nel mondo dei bambini. 

Curiosando e frequentando quel mondo, sentiva ogni volta che avrebbe potuto realizzare, con le sue mani, la sua testa, il suo cuore, prima del legno e poi con il legno, dei giocattoli diversi, come nessuna fabbrica aveva mai fatto, come nessuna macchina avrebbe mai potuto fare, come nessun uomo nemmeno con tutti i computer del mondo avrebbe saputo fare.

Amava i trenini, le giostre, i carrilon, gli aeroplani.
E poi tutti quegli attrezzi che potevano condurre un bimbo più vicino alle stelle, perché potevano aiutarlo non a conoscerle, ma a guardarle. Era convinto infatti che non fosse importante conoscere il nome delle stelle o sapere quanta la distanza tra loro e la terra, ma che fosse importante guardarle e imparare, notte dopo notte, tutto da loro, tutto ciò che sarebbe stato bello sapere. 

Cominciò una sera, che fuori pioveva. Era inverno, un inverno freddo, di pioggia e di neve, un inverno di quelli da luce accesa e di serate lunghe e silenti di tutto. Le cose incominciano nel momento in cui debbono incominciare. Non un giorno prima, non un giorno dopo.
E le sue mani, guidate dal suo cuore e dalla conoscenza delle cose, cominciarono a segare, tagliare, limare, incollare, incastrare, unire. Creare.

E poi la sera dopo, e quella dopo ancora. Ogni sera il tempo passava così in fretta che doveva puntare l'orologio per ricordarsi di andare a dormire. Una notte non lo fece e si accorse dalla luce che entrava dagli scuretti, che stava albeggiando: andò a lavorare di corsa e a mezzogiorno era un cencio che a malapena si reggeva sulle gambe! 

E così, impiegando il tempo che ci voleva, fabbricò il suo primo giocattolo: era una scatola, di legno, non molto grande, rettangolare, con un coperchio che quando lo sollevava, usciva, come per magia, non una ballerina danzante, ma una stella, una stella che lui chiamò semplicemente … Stella.
Era bianca, non danzava, non c'era nemmeno musica, ma era bellissima, perché era la prima cosa che aveva costruito. 

Il tempo passava e man mano che lavorava, diventava sempre più bravo, con gli arnesi. Aveva spesso tagli nelle dita ma non se ne curava affatto, tanta era la concentrazione e l'attenzione che prestava alle cose che si ostinava a produrre seguendo solo il disegno che aveva nella mente. Già, hai capito bene:  non disegnava nulla. Tutto era solo nella sua testa e tutto doveva passare dalla testa alle mani senza la mediazione del disegno.
"
E' così che deve essere", ripeteva a sé stesso quando, a seguito di qualche fallimento una voce, quella del raziocinio, gli suggeriva di usare il disegno. 

Una sera, spense la luce del suo laboratorio, come faceva altre sere e andò a dormire.
Stava per addormentarsi quando un piccolo, secco rumore lo fece alzare dal letto e lo guidò verso il laboratorio: raggiunta la porta stette un po' in silenzio, l'orecchio teso, ma niente. Si sentì sciocco e tornò a letto.
La sera dopo, mentre si accingeva a riprendere la sua ormai consueta attività serale, si accorse che alcuni oggetti, componenti, rotelle, pezzetti di legno non erano come li aveva lasciati la sera prima.

Tuttavia, sebbene con un po' di perplessità, cominciò il lavoro che aveva previsto di svolgere per quella sera, e dopo alcune ore il suono della sveglia, suo malgrado, lo fece andare a dormire.

Ma dopo alcuni istanti … di nuovo quel rumore. Si alzò, si diresse verso il laboratorio e questa volta spiò, sentendosi un po' stupido, dal buco della serratura e …… ciò che vide gli fece battere forte il cuore tanto che dovette sedersi per un bel po' di tempo sul pavimento, per ritrovare un respiro se non regolare, almeno accettabile. Dentro al suo cuore lo aveva sempre saputo, o forse, semplicemente lo aveva solo sperato .. I suoi giocattoli erano vivi!

Ritornò a spiare dal buco della serratura e assistette alla vita che animava i suoi giocattoli: Stella era stata la prima a “svegliarsi”. A seguire, si svegliarono Aeroplano di Legno, Trenino di Legno, Cavallo a dondolo di Legno, Trottola di Legno, Dirigibile di Legno.
Tutti a fare festa, chi con una gamba sola (c'era Omino di Legno, professione Ferroviere la cui gamba destra era prevista per la sera successiva). Poi c'erano Dama di Legno, che danzava da sola sotto Luna di Legno senza un braccio (anch'esso in lavorazione).

C'era anche Slitta di Legno, trainata da Cani di Legno. E poi Macchina di Legno e Motorino di Legno anni 60, e Giostrina di Legno.  Tutti erano in movimento, tutti avevano ricevuto, dall'uomo, forma, colori, ingranaggi e …. fiato. Sì, hai capito bene: dentro ognuno di essi c'erano fiato e cuori. 

Andò a dormire, forse più felice che stupito. 
Non aveva alcuna domanda da farsi perché non avrebbe avuta nessuna risposta da darsi.
"
Era così che doveva essere" e pensando questo, si addormentò.

IL SEDERE DI BABBO NATALE

La mia camera da letto è al piano superiore rispetto al salotto e costruita in modo che guardando di sotto si vede il camino.

Qualche volta la mia nipotina (sette anni) dorme da me.

Si deve “apparecchiare” il comodino, non deve mai mancare la storia “L’uomo che perse il suo naso” di Rodari, poi anche “Il brutto anatroccolo” e un numero variabile di pupazzi mai inferiore a 3.

L’ultima volta, “battagliavo” con lei per far sì che infilasse il pigiama (per lei non è MAI ora di andare a dormire);  osservando la cappa del camino, stando in piedi sopra il letto, mi dice:

– zia, ma Babbo Natale quando arriva non si brucia il sedere? –

Bella domanda, eh?

 

 

FINESTRE

ti aspetto

 (foto mia )

I vetri in inverno erano freddi: appoggiava il naso a quelli della finestra che dava sul cortiletto mentre aspettava che zio Claudio venisse per il pranzo.  Lo zio aveva una piccola officina meccanica vicino alla casa dei nonni e tornava per pranzo, qualche minuto dopo che il campanile aveva suonato le dodici. Quando arrivava la prendeva in braccio e la faceva giocare sempre un po’.

Quando c’era la neve il gelo ricamava i contorni dei fiori della camelia invernale, in fondo al cortile e a lei sembravano fiori di vetro.
Dalla grondaia sopra la finestra a volte scendevano piccole stalattiti di ghiaccio: qualche volta ne staccava uno con la mano guantata e lo succhiava come un ghiacciolo solo che non c’era lo sciroppo.

La stufa di cucina mandava un caldo odoroso di resina, di eucalipto e un po’ di canfora: la nonna certe volte metteva sopra la stufa una scodella con dell’acqua e alcune gocce di Olio 31, preparato svizzero fatto con trentuno erbe, un portento, secondo la nonna, contro il raffreddore e la tosse.
Sopra la stufa, dalle piccole bacchette disposte ad ombrello fissate attorno al tubo di rame, pendevano gli strofinacci: la nonna li stendeva dopo che aveva riordinato la cucina, per farli asciugare in fretta.

La camera da letto dei nonni era al piano superiore della casa di ringhiera: per accedervi bisognava uscire in cortile e salire le scale: la prima porta a sinistra era quella della camera della signora Elisa, poi c’era il terrazzo e subito dopo la stanza dei nonni.
Era grandissima: al centro, sulla destra, a ridosso del muro c’era il grande letto, così alto che lei doveva prendere la rincorsa per poter salire.

In inverno c’erano due piumini d’oca, dalla metà del letto in giù: la nonna li aveva rivestiti con lo stesso tessuto con cui aveva confezionato le tendine arricciate che stavano appese al davanzale delle finestre, a coprire il vano sottostante: beige scuro con stampe di piccolissime rose di colore rosa-rosso.
Nella stanza c’erano anche due letti singoli, e una toilette con un catino di metallo, uno specchio e sotto, la brocca per l’acqua, anch’essa di metallo bianco con il bordo blu: di fianco l’asciugamano di lino bianco.
Quando dormiva dai nonni, le piaceva salire le scale del cortile con la candela: anche se il nonno di solito usava la torcia a pile, teneva sempre una piccola bugia con una candela per lei: sapeva di farla felice. Salendo le scale, cercava ogni volta la luna.

Il letto era freddissimo in inverno, ma la nonna infilava nelle lenzuola un recipiente di rame, di forma ovale, riempito con acqua bollente.
Era un piacere che lei aspettava per tutta la settimana: nella casa dove viveva con i genitori c’erano i termosifoni e l’appartamento non aveva tutti i nascondigli che invece c’erano a casa dei nonni.
Nei vani sottofinestra, nascondeva i piccoli tesori: collane di plastica colorata, fiori pressati tra pagine di quaderni e poi i segreti, quelli che nemmeno la nonna conosceva: sassi bianchi e lisci che trovava in giro e poi piccoli pezzi di vetro colorato, dai contorni levigati e morbidi che per lei erano smeraldi o zaffiri a seconda del colore. Le piaceva un sacco il vetro colorato. 

In estate invece era tutto diverso: la parte del cortiletto spettante ai nonni era delimitato dai grandi vasi con gli oleandri rosa e bianco, e sui larghi davanzali delle due finestre della cucina, c’erano i gerani, grandi, rossi. Non avrebbe mai più rivisto gerani così grandi e così rossi.  Quando era tempo, il nonno li ricoverava in cantina, strappandoli dal terriccio e appendendoli a testa in giù. La cantina era buia, pertanto, le spiegava il nonno, le piante stavano in letargo e non germogliavano. La primavera successiva sarebbero stati pronti per essere piantati e fiorire di nuovo.

La cantina era un’altra occasione di gioia: il nonno prendeva la chiave, infilata in un anello di ferro appeso ad un gancio in cucina e diceva, cantilenando: vado in cantina …. io vado in cantina …. sapendo che lei sarebbe arrivata di corsa, ovunque fosse, gridando: aspettami nonnoooooo vengo anch’io!!! 

La cantina dei nonni aveva la porta fatta di assi di legno e una serratura con lucchetto. Per terra non c’era pavimento ma terra battuta e c’era odore di … cantina. Il nonno teneva un po’ di vino, la spuma, il chinotto, la cedrata e le patate e poi una grande scatola con alcuni attrezzi da lavoro quali pinze, tenaglie e chiodi. C’era anche la ruota di scorta della bici, appesa alla parete di fronte.  Uno scaffale ospitava alcuni vasetti di vetro dove il nonno, calzolaio in pensione ma attivo per una buona parte del paese, teneva piccole scorte di chiodi e colla, quella colla densa e gialla che si usa per il cuoio e la pelle.
Per il nonno questa attività rappresentava un hobby che lo impegnava un paio di ore al giorno, nello sgabuzzino di fianco alla cucina, a cui si accedeva sempre dal cortile.
Dentro c’era una lampadina che penzolava dal soffitto e odore di colla. L’odore di colla e quello del sapone di Marsiglia che usava la nonna per lavare i panni nel lavatoio di pietra in fondo al cortile, sarebbero rimasti dentro le narici per sempre.

La nonna, anche se aveva la lavatrice che centrifugava girando una manovella, in estate lavava al lavatoio e cantava ad alta voce. Era intonata e le signore del cortile uscivano e stavano ad ascoltarla, poi facevano il caffè. Lei raccomandava alla nonna di conservare le schegge del pezzo di sapone che stava finendo, perchè lo usava per lavare le bambole.

La signora Elisa aveva una figlia: Ivana un anno più grande, fu la prima amica. Il papà di Ivana morì che la figlia aveva circa 10 anni: fu la prima esperienza con qualcosa di incomprensibile. I genitori, infatti, non potevano mancare. Non era previsto.

Con la nonna, la sera, diceva le preghiere, perchè il papà di Ivana guarisse: ci rimase malissimo quando seppe che non erano servite.

La nonna recitava l’Ave Maria e Salve Regina in latino, lei faceva un po’ fatica allora le recitava in italiano. La nonna diceva che era lo stesso, che la Vergine sapeva tutte le lingue del mondo.

RAME

rame
(foto mia, 14.11.2010 Appiano Gentile-CO)
 

Una immagine da un pomeriggio magico. Domenica scorsa, tra i boschi, sotto la pioggia. A volte servono momenti come questi. Ti fanno sentire un po' in pace con un mondo contro il quale combatti. A volte sono giorni estenuanti, difficili, sofferti, caratterizzati da incertezze e anche da un buio passato, che ti insegue mentre tu non riesci a correre più forte di lui.
 
La lascio qui, questa immagine, un po' per celebrare un autunno dolce anche se molto piovoso, e purtroppo foriero di dolore in alcune regioni.
E la lascio qui anche per dire che non ho dimenticato Controluce nè chi la frequenta.

Nel post precedente a questo si continua a parlare di libri. Ma come sempre anche di tutto cio' che si vuole. Un abbraccio a tutti. 

PIOVE

 

Ho sempre provato particolare tristezza in questi giorni e non perché comprendono la ricorrenza dei defunti, e nemmeno perché mia mamma se ne andò che era novembre, ma per ciò che questa ricorrenza comprende.

Nei cimiteri si aprono gare di vanità a vantaggio del business speculativo.

C’è chi corre per accaparrarsi i fiori più belli, il bouchet più originale. I marmi vengono tirati a lucido, le statue di bronzo rese brillanti. Questa è la cosa triste di questi giorni, perché per l’altra, di tristezza, ogni giorno è un giorno buono.

Girando tra i miei cari, percorrendo i vari vialetti, non posso fare a meno di notare, in giorni come questi, la presenza di fiori anche sopra quelle tombe dimenticate. Piove, piove tantissimo in questi giorni, piove sulla campagna, sopra le città, piove sui cimiteri e sui bei fiori. Piove sopra i marmi lucidi, sulle tombe ornate con opulenza, come piove su quelle dimenticate.

Alcuni dicono che io sono troppo complicata e forse hanno ragione. Una mia zia dice che non so essere felice, che non so apprezzare la magia delle cose, che non ho rispetto per le tradizioni, che sono troppo seria. Sarà.

Del resto ho sempre trovato triste anche il Natale. Poche situazioni, per me, sono più ipocrite delle ricorrenze tradizionali. Tradizioni uccise dal business, giri di soldi impressionanti in babbi natali con le facce idiote e alberi sintetici (inquinanti e non degradabili) o veri (destinati a morire nelle discariche).

Girando per Milano qualche giorno dopo ogni Natale, altri cimiteri: montagne di cartoni, scatole di compensato, confezioni di panettoni e bottiglie vuote.  Offese, per alcuni.

Infine, alberelli sradicati, con i loro piccoli rami, ormai secchi e scarni, tesi verso l’asfalto e non verso il cielo, in attesa del camion dell’Amsa. Offese, per alcuni. PS non voglio intristire nessuno. Per cui resta aperto lo spazio nel / nei precedente/i post. Come sempre, del resto.  Questa è solo una riflessione, messa qui, scritta di getto mentre fuori …..  piove.

 

piove

                                                      foto mia.  http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/ 

ALBERI

L’ho letto lo scorso luglio, durante un viaggio in treno. Si legge in meno di un’ora.

E’ una storia di impegno, di Amore, di perseveranza, di volontà. Alla fine c’è il premio per tanta fatica e tanta costanza. Un premio inaspettato. Perchè è bello quando arriva qualcosa che non hai chiesto, qualcosa che non ti aspettavi perchè è bello quando fai qualcosa perchè ci credi e basta. 

Un po’ come quando si ama senza aspettarsi niente. Che poi, per me, è la sola forma di Amore.

Ho dedicato molta cura, sempre, al mio lavoro. L’ho fatto per tanti anni senza badare all’orario, alla stanchezza, agli altri impegni. Non mi sono mai pentita di questo, perchè sono sempre stata convinta che si sta bene quando si fanno le cose bene, e che il premio è nella consapevolezza di “avere lavorato bene“.

Ma capita che ci si trova a confrontarsi con l’arroganza, la presunzione, con la mancanza di rispetto per la persona che sei, non solo per il lavoro che fai. 
Allora quando accade questo, resiste un sapore amaro in bocca e ti volti indietro e vedi tutti i tuoi alberi piantati, li riconosci uno ad uno, sapresti dire, per ognuno, che tempo faceva quando lo hai piantato; di ognuno conosci le sfumature, i segni sul tronco, l’odore del legno.

E davanti vedi un deserto, arido.
E senti che non hai più voglia di piantare niente ma non hai nemmeno più voglia di camminare in un deserto.

Da Wikipedia

L’uomo che piantava gli alberi
Titolo originale L’homme qui plantait des arbres  Autore Jean Giono  – 1ª ed. originale 1953

È la storia di un pastore che, con impegno costante, riforestò da solo un’arida vallata ai piedi delle Alpi, vicino alla Provenza, nella prima metà del XX secolo. Il racconto è piuttosto corto – 3400 parole nella traduzione italiana.
 
Trama
La storia è narrata da un uomo che rimane anonimo per tutto il racconto (anche se è stato suggerito che si tratti dell’autore stesso, Jean Giono, ma non vi è alcuna certezza).

La storia ha inizio nel 1910, quando il giovane narratore intraprende un’escursione in solitaria attraverso la Provenza, in Francia, arrivando fin sulle Alpi.
Il narratore finisce le scorte d’acqua in una vallata deserta e senza alberi, dove cresceva ovunque solo lavanda selvatica, senza alcun segno di civilizzazione, eccetto alcune strutture ormai abbandonate. Il ragazzo incontra un pastore di mezza età, che gli mostra una sorgente d’acqua che conosceva.

Curioso riguardo al pastore e alla vita solitaria che conduceva, decide di restare presso di lui per alcuni giorni. Il pastore, divenuto vedovo, aveva deciso di migliorare la landa desolata in cui viveva facendovi crescere una foresta, un albero per volta.
Il pastore, che si chiamava Elzéard Bouffier, aveva piantato oltre 100mila querce; di queste, si aspettava che ne restassero in vita solo 10mila.

Il narratore torna a casa, e più tardi si arruola come soldato nella prima guerra mondiale.
Nel 1920, traumatizzato e depresso, l’uomo torna dal pastore, ed è sorpreso alla vista di migliaia di alberelli in tutta la vallata, e nuovi torrenti dove non scorreva più acqua da anni.
Da quel momento, il ragazzo tornerà a trovare Elezéard Bouffier ogni anno. Bouffier nel frattempo aveva cambiato mestiere, dato che il gregge di pecore rischiava di rovinare la sua opera, si iniziò a dedicare all’agricoltura.

Per quattro decenni, Bouffier ha continuato a piantare alberi, prima querce, poi faggi e betulle, e la valle si trasformava lentamente in una sorta di Giardino dell’Eden.

La vallata ha ricevuto protezione ufficiale dopo la prima guerra mondiale (le autorità credevano che la rapida crescita della foresta fosse uno strano fenomeno naturale, poiché non sapevano del lavoro dell’uomo), e più di 10mila persone tornarono a viverci.

Il narratore vede Bouffier per l’ultima volta nel 1945, ormai molto vecchio. L’uomo che piantava gli alberi morirà felicemente nel 1947, in un ospizio a Banon.

SGUARDI DI CANI

regale

(Paco. Foto mia)

Non li ho visti oggi quegli occhi ma posso immaginarli.

Li ho avuti in mente per tutta la serata, per tutta una notte inquieta e per tutta la mattina.
Loro, i cani,  ti guardano sempre negli occhi: alcune persone non lo sanno fare ma loro sì, loro lo fanno sempre, anche quando  il tono della tua voce contiene un rimprovero, oppure è un tono incazzato per davvero.

Mi trovavo a Roma, questo fine settimana e ieri ho saputo che Paco era in giro, da solo, per le campagna pavese, tra le risaie e il nulla, dalle sette della mattina. Si è perso.

I cacciatori scendono dall’auto, aprono i portelloni ai propri cani e questi liberano l’istinto atavico,  poi la voglia mescolata alla necessità muscolare fanno il resto.
Nonostante l’impazienza, la maggior parte dei cani non spezza il legame con l’uomo: uomo e cane sono in simbiosi, in quei momenti, complici. Sono l’uno la parte che manca all’altro.

Paco … no. Lui è un “cane sciolto”.
Il suo istinto, la passione, la necessità di “andare”, lo spirito indipendente che da sempre lo caratterizza da che era cucciolo, hanno fatto in modo che si perdesse.

Dalle sette di ieri mattina fino a poco fa non si aveva idea di dove fosse.
E’ stata battuta tutta la zona, fino alle sette di sera, sono state visitate alcune cascine, e praticamente “perquisito”  il solo paese facilmente raggiungibile in poco tempo rispetto al luogo di partenza: San Biagio di Garlasco.  Sparito.

Il viaggio di ritorno da Roma ieri è stato uno strazio, per me. Meno male che questa volta, a differenza del solito, non viaggiavo sola. I pensieri erano sempre quelli: porta il tatuaggio di riconoscimento, una medaglia al collare con incisi numeri di telefono.. lo troveranno, faranno una telefonata.

Ma man mano che passano le ore le speranze diventano più piccole perché sai che può essere ucciso da un’auto o rubato.
Già… è un bel cane, Paco, un setter inglese, un cane in forma anche se non più giovanissimo, e si sa, c’è tanta gente senza scrupoli, gente che “adopera” i cani, li maltratta, li considera strumenti.

E allora pensi che preferiresti vederlo morto piuttosto che in certe mani. E continui a pensare alle stesse cose e non ti levi dalla mente quello sguardo. C’era anche Luca, ieri, l’amico di sempre, in giro a cercare Paco. Luca, che stanotte ha dovuto portare il suo springer, Mimì, di 12 anni a morire.
Ieri era un giorno così: Paco perduto tra le risaie della campagna pavese,  Mimì che stava male. Rabbia, incazzature, dispiacere.
Chiamo Luca, stamattina: sta facendo una buca per la Mimì. Dove sta lui si può fare, si possono tenere nel giardino, con certificato del medico veterinario e visto sanitario.
La voce di Luca è quella che è,  e così anche la mia: conosco Luca da metà della mia vita e la Mimì da sempre. Non so che dirgli perchè so che si spezza qualcosa dentro.  Lo abbraccio se pure con il pensiero.

Lo ringrazio per quanto ha fatto per Paco nonostante il momento che viveva il suo cane: sono cose che riescono a fare le persone speciali.  E si alternano nella mia mente lo sguardo di Paco a  quello della Mimì.  Ripenso anche ad altri episodi passati, che hanno visti vicini uomini e animali e uomini tra loro.

E penso che sono amori grandi, i cani, e che hanno un potere grande.
E poi penso a quanto sia speciale la solidarietà che unisce chi vive con i cani, chi li ama, chi sa cosa significa perdere un cane, non sapere dove sia, o dover portare a morire un cane.

Stamane viene ribattuta la zona, e fatta la denuncia ai carabinieri. Mi arriva la telefonata che temevo: niente, nessuna traccia, si torna a casa.

Poi una seconda telefonata, da Milano stavolta: “lo hanno trovato, torno indietro, vado a prenderlo”.
Ora è in viaggio. Spaventato, stanco, affamato.  Sarà una lezione sufficiente, Paco?

Sono sollevata, è naturale e stanca. Ma ci sono ancora tanti pensieri, per Mimì, per Luca, sua moglie e le bimbe a cui Mimì mancherà immensamente.

Tutto questo è amore e … vita.

SCATTI

stupore

 

Ti accorgi che cala la luce,
e senti che il cielo si copre di nuvole,
si alza un po’ di vento.
Accosti le due parti del golfino,
senti freddo:  frughi nella borsa alla ricerca di un foulard.
Guardi verso il cielo …. e … lo vedi così, il cielo.
Lo vedi così. Il cielo.  Il cielo diventa così … e tu sei sotto.
Non sai che dire non sai che pensare.
Perchè sai solo guardarlo, quel cielo .. che è così.

(foto mia, Canada 2008,)

Rientravo da un gita e stavo sopra una piccola barca; il mare era agitatissimo, lo stesso il mio stomaco. Stavo così da un’ora e mezza fissando le ginocchia cercando solo di resistere.
Scendo a terra pensando: ce l’ho fatta, sono ancora viva, mamma mia che momenti, grazie al cielo ce l’ho fatta. Lo guardo, il cielo, lo ringrazio, il cielo  … e lo vedo così, il cielo.
Rosa, un rosa antico che di certo poco prima era amaranto, un amaranto che non ha voluto separarsi dall’ultimo istante di luce bianca e vi si è mescolato, fuso in  un amplesso che ha prodotto questo rosa.
Come si può raccontare di un cielo rosa come questo?

Questa, per me, è la magia della fotografia. L’ “altra” magia. Perchè una magia è l’invenzione della fotografia. Come lo è premere un interruttore, accendere una lampadina che illumina una stanza.  Magia, se non si sa come sono fatte le cose.
L’ “altra” magia, quella che mi affascina, è quella che rende immortale un istante, lo sottrae al mutamento, ai tentacoli del tempo, alle sue mani invisibili che tutto toccano, trascinano e trasformano.
Inevitabilmente, inesorabilmente nel turbine dove girano tutte le cose forse per sputarle in un altro momento, in un altro posto, forse sopra altri piani  forse paralleli,  come eventi che accadranno.
Una magia che la mente non può: la mente conserva il ricordo dell’emozione, dell’immagine, certo, ma ne disperde i dettagli, dipana i contorni, confonde i tratti.

E poi la mente, l’umore, la psiche, il bisogno, sanno mescolare, edulcorare, contraffarre, mistificare, enfatizzare, svilire, sporcare o colorare, sbiadire.  Modificare, annichilire, annientare. Dimenticare.
Comunque sia, il  ricordo è assoggettato al Tempo, sempre lui,  il signore che passa nella mente a volte come vento in una stanza senza finestre, a volte portando con sè uno tsunami che passa sopra mente anima e cuore spazzando via tutto: immagini emozioni sensazioni di odori sapori, di tocchi di pelle, di cose, cose fredde calde bagnate umide morbide. Secche avvizzite soffici.
Alcuni ricordi si sciolgono nella nebbia di tanti ieri, si coprono della polvere delle soffitte della memoria, degli archivi delle cose passate, stanze cui dobbiamo ricorrere perchè tutto, tra le braccia della memoria, non ci sta. Si sa.
La fotografia compie questa magia. Ferma tutto. E’ anche qualcosa di inquietante, per qualche verso.  Ma magico. Soprattutto magico.

Quella nuvola a forma di leone, dentro quel cielo di diciannove, non si riformerà mai più. Quella bouganville, che era fiorita il 14 agosto 2010 non fiorirà mai più di quei fiori: saranno altri a fiorire da quella pianta, ma mai più  “questi” fiori.
Quel piccolo di rondine di cui parlai un mese fa qui in Controluce,  lo posso vedere tra un anno, tra cinque, tra dieci anni e sarà sempre un piccolo di rondine poco prima del suo primo volo.
Un istante prima di quel volo.
Una sola fotografia è indelebile e immutabile nella mia mente, la sola che non è scattata da alcuna macchina: è  il viso di mia madre, un viso senza rughe.
L’ho scattata un istante prima che i suoi occhi, azzurri, spegnessero la luce nella stanza e dentro me.
Nell’istante preciso in cui l’espressione più tesa che avessi mai visto si trasformava nell’espressione più serena che io avessi mai visto. Lo scatto è qui, a riparo dal Tempo, dalla luce e dagli occhi degli altri. Conservato in una stanza dove non passa il vento, dove non ci sono finestre, non c’è polvere, non c’è nebbia.

Non c’è Tempo che passa quindi non c’è mutamento.   Ma è  il solo scatto che ho così. Per me.

..ooOOOoo..

 contrasto

E ti direi anche che ti aspetto, anche se non si aspetta chi non può tornare.
(Antonio Tabucchi:  “Si sta facendo sempre più tardi”)


 “Foto Celeste, agosto 2010, Sibenik, vicoli dietro il porto”

IN CONTROLUCE

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Era una risposta a Pinuccia, al suo commento al post di sotto.

Ma ho deciso di scriverla qui. Non conosco le ragioni ma come sempre ci sono ragioni per tutte le cose anche se “durante” non le conosciamo.

La foto del post, Pinuccia, però non è mia, ma è presa dal web.

Il tuo commento è arrivato in un luogo un po’ speciale, in uno di quei posti di dentro dove abitano le emozioni e anche le domande.

Certe volte emozioni e domande fanno tanto rumore, certe volte invece tace tutto. In entrambi i casi, sempre certe volte, fa male.

Controluce è stata foriera di incontri belli, speciali e mi ha dato delle cose piccole e grandi al contempo.
Mi ha dato la gioia di scrivere, il piacere della condivisione, mi ha dato delle emozioni e ha permesso belle conoscenze.
Strano vero? Un blog, un posto senza arte nè parte, una vetrina piccolissima tra milioni di vetrine simili e altre molto più attraenti di questa, uno spazio senza scopo ma che ha avuto un respiro.

Ha permesso incontri con persone che sono diventate, per me, conoscenze importanti e che fanno, ora,  in qualche modo parte dei mie giorni, dei miei pensieri.
Ho incontrato il Mulino, e poi Silmarillon. Ho avuto l’onore e il piacere, grande,  di scrivere qualcosa per qualche numero di Silmarillon, la rivista on line di Francesca Pacini, la mulinaia del Mulino di Amleto.
Lo considero un onore perchè chi scrive su Silmarillon sono persone brave, brave davvero, che sanno scrivere davvero, loro.

Ho incontrato Marinz,  e anche altre persone. Ho conosciuto te, Pinuccia, sia pure virtualmente, la tua dolcezza, l’intelligenza, la delicatezza e l’attenzione per le parole e le cose.
E la cura, la cura  che ci mettono le belle persone nell’esprimere le cose e poi la freschezza  di chi si esprime senza ombra di lusinga, e il dono, naturale, di non essere mai banali o scontate.

Poi Pieffe e Petula, miei compagni da sempre in questo spazio e ora amici miei, anche nella vita. Ci sono state battute, confronti, risate. Sono passati e passano altre persone meravigliose: Carola, Riccardo, Paola, Fabrizia, Giovanna, Simona, Andrea e altri, alcuni dei quali non intervengono o lo fanno  raramente, ma che mi scrivono, per altre vie e che è piacevole ritrovare a volte anche grazie proprio ad un post, o ad una foto, o a qualche intervento.
E poi il  Gollum e Gil Ganesh, che scrivono da luoghi lontanissimi e che ritrovo anche loro su altri canali e spero presto ancora “live”.

Un blog…
Tutto questo da un blog.  Un bel posto, è stato definito ieri, da Riccardo.
L’altro giorno mi sono trovata a leggere alcuni dei vecchi post. Molti non li ricordavo o meglio, li ho ricordati leggendoli. E come sempre ci ritrovo l’anima, l’emozione del momento che è stato,  quando sono diventate cose scritte. Come mi accade quando tiro fuori dalla cassapanca cose scritte nel tempo, negli anni.
Il tempo in cui ho accompagnato mia mamma nel percorso più difficile della sua vita, la strada che abbiamo fatto insieme sperando nella luce, ogni giorno, ogni istante fino ad inventarsela, la luce. Quando leggo la ritrovo e insieme al dolore ritrovo anche l’amore che c’è stato e che c’è. Devo a lei e solo a lei la forza che ho avuto, soprattutto di essere il più possibile me stessa.

Ma anche come mi accade di trovare pagine felici, di attimi in cui ho pensato: si puo’ vivere tutta una vita per un momento come questo.

E’ come se le emozioni fossero li’ in un posto di dentro immutate, senza che abbiano a conoscere il Tempo, il tartaro del Tempo, come conservate in un frigorifero che non rimane mai senza corrente. Così una lettera, una rilettura, sono la chiave per aprire il cassettino dove riposano, pulsando come cuori sani e ben irrorati.

Qui abbiamo avuto la gatta al davanzale, le lucertole guardinghe e il Gollum con la padella in mano pronta ad accogliere  la gatta Petula con tanto di olio e rosmarino. Si sarebbe potuto inventare un Cartoon: avrebbe avuto successo, tra i bambini ma anche tra i grandi.

Confronti, esperienze, relazioni tra persone che si stimano, si rispettano e costruiscono qualcosa … sono cose possibili, in un blog. Non lo avrei mai detto, prima.
Controluce è nato per caso, è una lunga storia. Prima esisteva un piccolo angolo simile ma non ha avuto modo di crescere perchè .. era stato soffocato dall’assenza di bellezza di chi vi è passato.
Ha chiuso dopo un paio di settimane e poi la sfida: Controluce. E questa Celeste che proprio sempre Celeste non è.

E’ una donna, normale, spesso banale, con una marea di incertezze e di alte e basse maree. Con un equilibrio a volte un po’ precario, con i conti da fare la sera, con il Tempo, con l’età, con chi ama, con chi c’è e con chi ha perduto.
Con gli specchi poi è un rapporto difficile, quello di Celeste. Gli specchi di dentro, quelli di fuori, quelli che qualche mano ha retto qualche istante tra il suo viso e il cielo.

Non è facile, l’equilibrio. La pancia e la testa vanno, a volte, in direzione ostinata e contraria, o comunque sempre su binari differenti e a volte i compromessi sono rospacci ruvidi che porca miseria si bloccano in gola e morire se vanno giù.

Ma è la vita. E qui c’è una persona che non ha smesso, per anni,  di volerla sentire, di volerne catturare il respiro, di voler afferrare qualche stella per la punta e tirarla giù per farne uno specchio oppure un faro,  fosse anche solo per una notte.
Una che non ha mai smesso di voler raggiungere l’anima delle cose e delle persone che hanno un ruolo importante nella sua vita. Non possederle ma raggiungerle, dove abitano  l’odore, il dolore, la gioia, la persona scevra di trucco e vestiti e di parole.

Si può rinunciare al rosmarino selvatico, alla neve bianca appena caduta, al tepore di un camino acceso, al potere di un bacio, alla magia di un istante, al vento del deserto che spettina e cambia il volto disegnando senza schema. Si puo’ rinunciare a tutto, anche a vivere che poi  è lo stesso, perchè non si vive senza emozioni. Si vive biologicamente, si invecchia, si muore. Le cellule continuano a fare le cellule, gli ormoni a fare gli ormoni, i capelli crescono e anche le unghie ma la vita è altrove.

La vita vive dove nessuna mano si presenta con un’accetta a tagliare le emozioni. La vita vive dove c’è un respiro che alimenta sangue polmoni e cuore ma anche i sogni, i desideri, la speranza. La vità vive davvero dove c’è l’instancabile ricerca della bellezza.

Tutto questo costa. Costa caro. Ma per molti è la sola idea accettabile di vita. E per molti perdere tutto questo significa non vivere. Non sentire. Non essere importanti per le piccole cose, che poi sono tutto. La somma delle piccole cose sono la ricchezza dell’esistenza. Per alcuni, si intende.

Non sto spacciando il mio concetto di vita come verità assoluta. La presunzione è una degli aspetti umani che maggiormente mi fa paura, insieme alla manipolazione e all’uso che alcuni fanno dei sentimenti altrui.

Sorrido mentre piango perchè mi viene in mente il De Pofundis di Wilde … Vabè.

Non ho idea della ragione per la quale sto scrivendo questa cosa. E’ in diretta, nessun word da cui fare copia incolla per pubblicare. Sono le dita che scivolano sui tasti ma anche sul cuore, sull’anima, su quella lavagna sulla quale ogni giorno faccio i conti e pago. Sulla quale mi specchio e mi cerco. Sulla quale a volte non mi ritrovo perchè ci si trova e ci si conosce anche attraverso gli altri, le persone che stimiamo e che amiamo.

E accidenti ti capita di non trovarti più, da nessuna parte, di trovarti investita da milioni di domande senza risposta. E ti domandi se è tutto vero, o se forse tutta la vita è solo un oceano di menzogne.
Un immenso teatro in cui il personaggio che ognuno ha deciso di essere ingoia la persona vera, come un buco nero che trascina anche tutte le cose in cui hai creduto.

Mi è arrivata adesso una e mail di qualcuno che mi conosce bene. Copio e incollo:

No. Nessuna parola di consolazione. In questi casi non ci si fa nulla. Ma solo un abbraccio.
Respira l’aria, vai a spasso. Tocca i prati, non fotografarli.
Corri tra gli alberi, lascia il camino e la poltrona. Respira, respirati, urla.
Piangi se ce la fai.
Lascia stare il contegno e la buona educazione.
Un bacio.

La stessa persona leggendo questo post mi direbbe: potevi tenerti addosso almeno le mutande.
E’ vero. Ma se ci deve essere dentro un brandello di anima allora che ci sia.
Oggi i compromessi non sono possibili.
E poi sto seguendo il suo consiglio: senza ritegno e buona educazione.

Bisogna avere coraggio,  per crescere. E crescere, sempre per me, significa accettare amare e rispettare le proprie emozioni, soprattutto viverle e le ali incominciano da li. Dal coraggio di essere sè stessi e di mostrare debolezze e insicurezze. Di manifestare il bisogno di amare e di essere amati, di ascoltare e di essere ascoltati, di pretendere e ricevere dignità e rispetto per ogni briciola di sentimento e di fiducia provati.

C’è molta bellezza, nella vita, nelle persone. Nessuna persona, credo, sia priva di bellezza. Ma ci sono persone e luoghi che fanno parte di quel cerchio piccolino che rappresenta, per ognuno di noi, il centro del mondo. Bè, questo “sito” ha fatto in modo che alcune persone siano dentro il perimetro. E questa è una cosa speciale.

Anche se adesso credo che Controluce sia su quella terra di mezzo perchè in fondo è dove sto io.
Dove c’è gioia per molte cose e anche dolore per altre.
L’inizio delle vacanze ha coinciso con qualcosa di difficile, che ha portato a sollevare la polvere da luoghi e da tempi lontani, solo apparentemente silenti ma che ospitano dolori pronti a zampillare al primo colpo di piccone.

Ecco, forse, la necessità di qualcosa di vero, e forse anche di queste parole che non servono a niente forse possono sembrare anche pietose, patetiche . .. non saprei. Miserabili, forse. Ma cazzo sono mie.

E oggi va così. In barba al ritegno, alla buona educazione, alla riservatezza.
Ai burattini al circo e ai burattinai ai pagliacci tutti e ai mentitori di tutto il mondo i quali forse sono i soli per cui provare pietà. Quella pietà che si offre per coprire la vergogna di esseri umani che fanno parte della stessa umanità di cui anche noi siamo figli.

Poi c’è una pietà che non redime e che non perdona perchè ci sono cose che non ci perdoniamo.  C’è una redenzione, un riscatto, lo so, anche per chi non si perdona.

Per loro c’è un tramonto da catturare in un barattolo, perchè “nessun tramonto è uguale ad un altro”. Una volta qualcuno ne ha catturato uno per me, e forse un giorno mi verrà recapitato.

C’è il violetto di un’alba, il rosa antico di un’aurora diversa, figlia di una notte diversa, magari quella che ha visto una mano tesa a catturare stelle.

C’è il canto che culla il mio lago, quando l’odore delle alghe veste la sera.
Ci sono i sogni quando si sveste ogni parola e se ne frega dei capelli arruffati, della logica, della logistica e della fisica.
C’è nell’amore che vive sotto il muschio delle parole, di questo sito che ha bisogno di pioggia e di sale e che mi somiglia, porta tutti i miei anni e i miei sogni.

Ma adesso sono stanca.

Celeste lascia il posto a Orietta che però non è il personaggio che si è ingoiato.

Celeste era solo un nome perchè qui in Controluce non arrivassero i passi che hanno calpestato il blog prima di Controluce.

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aqua

(foto mia, ago 2010)

DOLCI RISVEGLI

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Stamane mi sono svegliata a suon di cuscinate.
Cioè sono stata svegliata a cuscinate dalla mia nipotina.
Sette anni tra pochi giorni, un sorriso buffissimo, che mette in mostra un dente si e uno no: ne ha persi 4 in una settimana.
Arriccia il naso, mentre ride e gli occhi, azzurrissimi brillano.

E così ti trovi davanti un musetto cosparso di piccoli nei (sul naso ha una formazione simile all’orsa stellare) incorniciato da capelli biondissimi e … sai che è una mattina speciale, sia pure con inizio traumatico urlato: ziiaaaaaaa sono “già”  le sette !!!!
Ci alziamo. Colazione in cucina, poi la vestizione, lunghissima perché prevede i soliti compromessi – lavarsi i denti ecc – e poi le proteste infinite e l’avversione per spazzole e pettini (ziaaaa basta ti prego mi fai male tanto tantissimo bastaaaa).

Finalmente si arriva alla fine: pantaloni comodi, maglietta, calze e stivali di gomma. Felpa, fazzoletti di carta nello zainetto (è allergica a molti pollini putroppo mi somiglia) e poi fuori, con lo zio che è il suo mito, e i nostri tre cani, tra i boschi che fanno da cintura e da confine alle tre province Como Milano Varese.
Per lei, che vive a Milano city è un’occasione di felicità che supera il disagio dell’allergia che fortunatamente non è potente come la mia.
Io invece sono qui, imbottita di antistaminici e cortisone, a l’ambrosia nemica fuori dalla porta di casa.

BUONA VITA

buona vita

(foto mia – luoghi di dentro  . 2009 Dubrovnik)

Buona strada
e buone nubi quando serve pioggia

Buon vento per quanto serve un volo
e per quando occorre navigare

Buon cammino anche quando sale
 e tanti prati sui quali riposare

Buoni punti da cui poter osservare
orizzonti da superare
E ripari nei quali è sicuro aspettare

Azzurro sopra, ma anche stelle e lune
 e il manto scuro della notte sotto cui riposare

E poi tanti sogni da sognare
in notti da trasformare
in mattini da vestire in giornate da incominciare

Scatole piccole
per tesori da conservare sui gradini di tutte le scale

E sorrisi, tanti sorrisi a illuminare

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INSIEME

 

insieme

                                                                                               (foto: mia)

 

Quasi sempre, fotografando una cosa che mi colpisce, ne decido il titolo: avviene in modo spontaneo.
E’ frutto della mente che associa immagini a parole.
Questa fotografia si chiama “Insieme”:  l’immagine delle due barche è sovrapponibile all’idea di due persone. Insieme” si è scritto nella mente al momento del click della mia fotocamera.

Quando si è bambini, si pensa che gli oggetti siano animati, che le cose abbiano una vita segreta, che le parole coincidano con le cose e che queste abbiano il potere di reinventarsi e di popolare in mille modi differenti, il mondo fantastico, quell’immenso laboratorio di creatività che costituisce la base dell’esperienza cognitiva che accoglierà le pareti portanti dell’esperienza adulta.

Nella favola c’è la luce che si scorge nel buio, l’amore che vince l’odio, pazienza e costanza che vengono premiate, l’uscita dal labirinto, il riscatto del dolore.
Dentro la favola si osservano le prime trame del tessuto della vita, è la prima rappresentazione della realtà, la prima maestra ancora più della mamma perchè la favola ce la costruiamo da soli, nasce dai luoghi di dentro dove abita il sentire più intimo e solo nostro.

Ebbene, qualcosa dentro di me deve essersi bloccato, un qualche processo di maturazione non deve essere andato a buon fine, perché che le cose abbiano un’anima io … ci credo ancora.

Avevo scritto un post, tempo fa, dove un muro e una mura si amavano senza potersi mai toccare.
Alcuni anni fa piansi tutte le mie lacrime per una macchina schiacciasassi: immaginavo il dolore e il sollievo, rispettivamente, di quei sassi che vedevano avanzare il mostro e di quelli che sapevano che non sarebbe toccato loro perché “un po’ più in là”.

Sono anche convinta che gli oggetti che amiamo assorbano, in qualche modo, qualcosa di noi e che questo qualcosa sia trasmettibile attraverso il dono dell’oggetto stesso a qualcuno di importante.

Alcuni oggetti, infine, risultano, alla mia sensibilità più vivi di altri: una barca si muove, naviga, subisce l’effetto del vento, offre protezione, coperta e salvezza a persone e cose, scivola sull’acqua ora fredda, ora calda, si spella con il sole, secca con il vento.  E’ fatta di legno e il legno è materia viva, si muove, respira, dilata, si ritrae, reagisce. Sente.

Guardando queste barche ho pensato a due compagni, due amici, due amanti che si toccano, si confidano, si consegnano le emozioni del giorno, le sensazioni provate. Si preparano al riposo oppure verranno disturbate dalla chiamata di una nuova partenza, svegliate per un altro viaggio.

Ho provato anche un filo di tristezza all’idea che una mano di uomo le separi, usandole per spostarsi da un lago all’altro del parco, e ho sperato che una volta giunta la sera possano ritrovarsi vicine, ancora, per guardare il tramonto. Insieme.

STELLE

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“Quando udii l’astronomo acculturato, quando dimostrazioni e cifre vennero incolonnate dinanzi a me, quando mi mostrarono carte e diagrammi per sommarle, dividerle e misurarle, quando mi sedetti a udire il seminario dell’astronomo tra mille applausi in sala,  oh, quanto presto mi stancai e stufai,  fino a che mi alzai e me ne scivolai via scappando,  nella mistica aria notturna brumosa, e di quando in quando rimirai in perfetto silenzio le stelle”

Walt Whitman

Già. Le notti sopra i luoghi con poche luci, quando tacciono anche le cicale, quando il slenzio è denso che pare quasi esso stesso un rumore allora ti sembra di non disturbare a guardarle, in silenzio, quasi trattenendo il respiro. A volte mi capita di cercare la “mia” stella, quella che da bambina guardavo dal balcone di casa. A lei affidavo i miei segreti, i miei sogni, le mie aspettative. C’era tempo davanti a me, tanto tempo e tutto era possibile.

Io non la ritrovo, quella stellina ma so che è lì, da qualche parte e continuo a credere che è Lei adesso a seguire me e che per tutti gli anni ha conservato i miei pensieri, come un fa un diario, come fa un amico fidato, una mamma. E non aveva importanza sapere quale stella fosse, come si chiamasse, a quale costellazione appartenesse, se fosse doppia, già estinta oppure appena nata.

Io alzavo gli occhi al cielo, la trovavo, e questo bastava. Era tutto. Il cielo si guarda con il cuore: la conoscenza toglie lo stupore, la meraviglia, l’emozione, la favola, la magia. Il sogno.

Ieri sera con un manto stellato sopra di me e quel silenzio, le ho mandato un bacio silenzioso. So che è arrivato. A lei e a qualche altra Stella del mio cielo.

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IN CONTROLUCE

C’era qualcosa da scrivere, poco fa, ma ora pare non ci sia più.
La voglia, il desiderio, il bisogno di scrivere sono così:  arrivano, urgenti, ti investono, ti riempiono, e poi solo il tempo di trovare carta e penna o accendere il pc, ed ecco che si dissolve l’istante dentro il quale potevi raccontare.
Ti resta l’emozione, quella resta ma la senti sprofondare, sotto gli strati della comunicazione, la vedi fuggire dalle linee costrette delle parole, dall’area del foglio.
La vedi mentre cerca di nascondersi dietro barriere erette per separarsi dal linguaggio, la vedi mentre scappa, mentre si attorciglia disperata  sui pali dei semafori rossi dello spazio di un blog. La senti invocare  pietà.
Ti resta dentro come deve essere dentro: come un aroma che ti cattura l’olfatto, che ti offre un sapore. Una carezza interna e lenta, lenta, lenta che ti sfiora di bellezza l’anima, restia a darsi alla luce perché è una cosa tua.
Quell’orizzonte che separa il dentro dal fuori è qui, all’apice delle mani, sono i miei polpastrelli che volano sulla tastiera a raccontare .. cosa? Una carezza? Si può raccontare una carezza?
Una carezza la senti, la offri, la ascolti, la segui con le dita con gli occhi chiusi, l’assorbi attraverso la pelle e diventa calore, diventa guarigione, diventa magia, unguento per un dolore, tenerezza profonda a toccare le parti più profonde e delicate, intoccabili spesso, insondabili sempre.
Oggi era una carezza, sopra tutte le cose condivise, sopra la nostra storia, sopra gli anni passati insieme anche a discutere, sopra tutte le gioie le vittorie e le sconfitte. Sopra tutte le cadute, sopra i lividi sopra le risate. Sopra l’impegno, la crescita, il percorso lento e costante dove niente è stato regalato: nessun frutto caduto da nessun albero. Tutti alberi piantati, uno dopo l’altro e poi curati bagnati protetti con ostinazione, con fiducia, entusiasmo e qualche volta con stanchezza,
Una carezza sopra tutte le risposte a tutte le chiamate: mai una “chiamata senza risposta” sui nostri telefoni che fossimo in riunione in vacanza in conferenza in famiglia o sulla luna.

Una carezza sopra quel dolore, dentro quel vuoto che conosco, una carezza ricevuta tanto tempo fa, custodita, protetta, accudita e restituita oggi.
Ci sono persone che riescono a dare vita a carezze come queste, e con queste carezze è possibile aiutarsi a vivere la vita. Questa carezza comprende Lucia che non è là dove l’hai lasciata, ma è proprio là, dove non l’hai lasciata.

Ho scritto qui perchè tu non leggi Controluce.
E poi perchè Lucia è da Controluce. Perchè? Perchè ci vogliono occhi speciali e un’anima speciale per leggere dentro la sagoma, dentro la figura in Controluce.

(foto: celeste)
http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/

…..

COMETE E LAMPI

 (foto Celeste)

C’è chitarra, blues, jazz.
Voce, sussurro, poesia. Tango, lente ballate, filastrocche.
E’ musica che non sgomita per arrivare.
Gianmaria Testa, italiano, cantautore-ferroviere di Cuneo, è uno che riesce, oggi, a fare un disco politico, cantare il dolore di popoli che migrano sfidando mari e deserti, la disperazione che spinge.
O a parlare d’amore e di dolcezza in modo semplice ma mai banale, mai scontato, mai lirico.
La finezza dei suoi testi, la sua musica, i musicisti che accompagnano le sue parole e la sua voce profonda, magica, sono una mescolanza di sensazioni che avvolgono e abbracciano e scaldano. Seducono.
Da centellinare, con un bicchiere di rosso in mano magari quando fuori piove.
Le parole si attorcigliano alla musica melodica, classica, si avvinghiano e si fondono e danno origine ad una magia che scalda e arriva dentro.
Quasi come una coccola, come quell’abbraccio che manca, quella passeggiata senza fretta che non sappiamo o che non vogliamo più fare. Quello stare a guardare quel lago calmo, che sa di alghe, sotto la luna bianca, mentre il sonno aspetta,  dentro la stanza con la tendina di pizzo che protegge il misterioso dialogo tra due persone e le stelle.
Sanno di buono le canzoni di Gianmaria, come alcune cose antiche, come un tramonto, come un pizzo inamidato, una credenza, un giocattolo di legno. Come il sapone di Marsiglia, l’acqua di colonia.
Sanno di terra, di ferro, di attesa. Quell’attesa cui non siamo più abituati. Sanno di vendemmia, di viaggiatori, di emigranti, e delle piccole cose belle.
Sanno di strade bagnate di pioggia, di campi coltivati, di pianure, di sole e di fumo, di città cresciute in braccio alle campagne, alle marcite, alle langhe che stupite sono state a guardare, in ciabatte e grembiule mentre nei campi di grano crescevano le fabbriche e arrivava la gente da fuori.
Sanno di occhi che non sanno più guardare, di orecchie che non sanno più ascoltare, sanno di silenzi che non sappiamo più fare, di cieli e di lune che non riusciamo più ad amare. Sanno di favole che non sappiamo raccontare, di verità che non sappiamo confessare, di rimpianti dei giorni in cui sapevamo giocare. Di appuntamenti e di cuori che non sentiamo più ansimare.
.

Faccia attenzione signore
c’é una luna che cade stasera
e ci potrebbe colpire
o quantomeno scavare una buca profonda
così larga e profonda
da non poterci passare
Se alza gli occhi signore
fra una nuvola e l’altra
sotto l’ultima stella del carro
si dovrebbe vedere
che si stacca dal nero di pece
e veloce incomincia a cadere
E se restiamo in silenzio, fra poco
dovremmo sentirne il rumore
sul frastuono di passi e vetrine
come un lungo richiamo
il rumore

Lei sorride signore
ma io certe notti ne ho viste anche cinque
di lune cadere
scintillanti più dei fuochi d’agosto
sradicare foreste
o ribollire nel mare
e di altre ancora ho sentito soltanto parlare
da gente distratta alle cose di sempre
ma molto più attenta alle cose del cielo di me

Lei capisce signore
una luna che cade
non é un fatto da potersi tacere
che trasforma una notte qualunque in un sogno
e in un grido
questo nostro parlare
se soltanto mi stesse a sentire
se soltanto un minuto
senza chiudere gli occhi
rimanesse anche lei qui con me, adesso a guardare

Perché c’é una luna che cade stasera
attenzione signore ci potrebbe colpire
o quantomeno scavare una buca profonda
ma così larga e profonda
da non poterla
da soli
passare
.

Gianmaria Testa, Comete – da Lampo.
Video  già pubblicato, tempo fa in Controluce . Brano che è bello leggere: le canzoni di Gianmaria sono belle anche solo da leggere perchè c’è sempre qualcosa dentro. Non è la melodia a rendere belle le sue canzoni, sono parole e musica insieme, ma parole e musica possono essere lette ovvero ascoltate da sole.
.

Il brano del video che segue è Lampo. Dedicato a tutti quelli per cui un attimo è importante, a quelli che credono che sia meglio un istante di tanto che un secolo di poco. A quelli che cercano, a quelli che non si siedono. A quelli che rischiano che provano che sanno che  ci può essere la Vita dentro un attimo come una vita senza un Attimo. A tutti quelli che credono che pensare sia importante quanto respirare. A quelli che hanno poche certezze e tanti dubbi compreso quello che forse è tutto un gioco.
A quelli cui non basta leggere non basta capire non basta sapere perchè occorre senitre. A quelli che sanno sognare un sogno e poi stringerlo, pretenderlo, viverlo. A quelli che ci credono.
A quelli che non mollano a quelli che restano quando è tempo di restare e a quelli che sanno andare quando è ora di andare.  A quelli che sanno lasciare quando è tempo di lasciare.
A quelli che sanno che quasi tutte le cose sono cose e basta ma che ci sono cose che sono importanti.  A quelli che navigano vicino alle stelle perchè sanno che è luce che si può toccare e non importa se può bruciare perchè dentro ci può essere l’Attimo. A quelli che conoscono l’importanza dei dettagli a quelli che sanno che un dettaglio cambia tutto, anche il senso della vita.
A quelli per cui non basta un sorriso quando è solo denti in bella mostra: a quelli che dento il sorriso ci devono trovare il cuore e qualcosa che somigli al Vero. A quelli che sanno che amare si può fare senza usare, senza sciupare, senza logorare.
A quelli che sanno abbassare la testa, e a quelli che sanno alzare la testa. A quelli che cadono senza che sia sempre colpa del mondo.
A quelli che sanno tornare, che sanno consegnare un’emozione, a quelli che sanno piangere e lo sanno raccontare.  A quelli che sanno salutare, a quelli che sanno che forse sarà domani il tempo più giusto per tornare.  
 

 

SAPORE DI VITA

riccio e paolo


(foto: celeste)

Sono giorni stressanti, qui al lavoro. E’ un periodo dell’anno molto intenso, difficile. Resistenza e nervi e pazienza sono messi a dura prova.
C’è poco tempo per tutto, per le cose che piace fare, per il riposo, per letture.
Il poco tempo che resta è dedicato alle persone che piu’ contano, agli affetti più importanti, come è normale che sia.   Ma accadono cose che perfino, in momenti come questi, ci si sente grati di essere svegliati nel cuore della notte dalle grida dei cani.  Sono cose capaci di regalare un sorriso, di aprire il cuore alla dolcezza. Come sa fare, per esempio, un esserino come questo.

Vivo in una casa con un giardino, tre cani e non so quanti sono i ricci a vivere con noi.
Quando i cani ne trovano uno, bisogna scendere, tranquillizzarli e allontanare la bestiola portandola lontano dalla “zona cani”. Accade spesso, è accaduto anche un paio di notti fa. Questa foto è dello scorso anno. Lui è Ciccio il Riccio.

E’ un post nato così, mangiando una mela in ufficio, alla scrivania, passando il mio enorme archivio fotografico che un giorno riusciro’ ad ordinare. Ma forse no. Forse mi piace così com’è. E’ un omaggio alla vita, al rispetto che ci vuole, alla cura, all’attenzione. 

La mia nipotina sta imparando, chiede notizie dei nidi protetti dai rami pieni di spine della siepe di piracanta, perfino delle piccole lumache che vagano sul muretto di mattoni: secondo lei una famigliola ha perso la mamma e vorrebbe adottarle.
Sono belle cose che fanno speciale la vita.

LE COSE IMPORTANTI


(foto: Celeste)
 

Non giro tra i blog: capita raramente, fatta eccezione per il Mulino, Marinz dai quali passo regolarmente e con piacere e qualche altro.

Sono tanti a pubblicare cose scritte da altri: poesie, discorsi, brani di libri e ultimamente lo sto facendo anche io, qui, in Controluce.
Forse per mancanza di "qualcosa di mio": la  mia penna a volte si congeda dalle mie mani, queste dalla mia testa (per la precisione dalla mia pancia visto che scrivo con questa soprattutto).
Forse (anche) per mancanza di tempo. E questa è la cosa che meno mi piace, perchè scrivere sopra un quaderno – o in un blog – non deve essere un "lavoro" ma un piacere, un  fatto naturale, un'esigenza, una gioia.

A volte è una necessita impellente. A volte è il piacere della ricerca, della forma, del seguire le parole che disegnano frasi quasi da sole, danzando tra testa e pancia e mani e fogli.
Delineano un'idea, una sagoma che poi man mano che assume forma può accogliere colori, sfumature, riempirsi di concetti e di odori, ma anche snellire, svuotarsi, tornare ad essere aria.

Scrivevo cose mie, ricordi, sensazioni, emozioni, considerazioni, riflessioni. 
Forse ero / sono stata / sarò anche troppo "intimista".
Qualche volta, scrivere è stato "esperimento" ma sempre senza fini diversi dal comunicare: nessuna voglia di piacere, di stupire, di interessare o catturare alcuno o alcunchè. 

Le mie "cose" sono sempre arrivate dai  "miei luoghi di dentro" e spesso hanno avuto, in modo più o meno evidente, anche un destinatario:  alcuni post sono state  "lettere" e sovente indirizzate a me.

A volte a qualcuno che vive accoccolato nel mio passato, magari addormentato, a volte a qualcuno che vive il mio presente o nel mio presente.

Qualche volta indirizzata a qualche sogno, o piccolo progetto, arrotolato in un cassetto con un nastro di seta color lavanda (chissà perchè lo vedo così),  custodito con cura ed attenzione in uno di quei cassetti da aprire piano piano senza che manchi mai il leggero timore di non trovarlo più..

Si è giocato, qui, abbiamo scherzato tante volte, abbiamo sdrammatizzato, e anche ironizzato come spesso si fa quando c'è dell'amaro dentro i giorni. 
Ci siamo anche divertiti, credo. Emozionati, credo. Confrontati.

Ci siamo incontrati: ora in stazioni affollate, ora in case calde e accoglienti, ora in un giardino tra i bossi nella calura estiva. Ora lungo un fiume incorniciato di foglie dorate. Ora nella mia Milano, con un aperitivo in mano.

Confesso che da un po' non scrivo molto per me sola : qualche volta scrivo a qualcuno e poi spedisco.
E-mail soprattutto ma anche qualche lettera a mano, delle quali non conservo copia: le lettere a mano sono, per me, cose uniche e non possono esistere copie. 
Mi ricorderebbero la carta velina rosa delle lettere commerciali di tanti anni fa.

Ho scritto un bel po' però  qui, in Controluce, metà blog metà diario, un po' confessionale, un po' anticamera tra pancia e cuore e testa, tra me e gli altri, tra me e l'altra" me".
L'orizzonte tra le "cose" della mia vita di adesso e quelle che saranno domani. In controluce, appunto.

Ci sono cose che vorrei scrivere con gli occhi, i silenzi, le parole, alle persone che amo e che non vedo o che vedo poco. Ma anche alle persone che invece vedo quando magari "non è il momento giusto".

Con le mani, con la pelle, con la sola presenza, con l'ombra delle parole disegnata sul muro, nell'ocra di una stanza e una sola candela accesa direi cose importanti. Ma anche cose insulse.

Ci sono tante cose che non ho detto, che vorrei tanto dire  ma non posso piu'.
Ma forse è stato giusto così: le cose vanno come vanno attorcigliate tra le trame di destini misteriosi, tracciati sulle stesse traiettorie delle stelle e forse le parole che non si sono dette sono state ugualmente raccolte, accolte, custodite. Catturate magari dal mio sguardo, da una smorfia, o da qualche mia carezza.

Ci sono anche carezze che non ho offerto, e altre che non sono stata capace di accogliere, sentire, apprezzare perchè … avevo la mente altrove.  Carezze che forse non ritornano. O forse si ma saranno altre, non più le stesse.

E ci sono cose che vorrei scirvere e sono tante. Altre che vorrei dire e sono tante, ma sto imparando che spesso le cose che dico non arrivano al cuore giusto mentre forse arriverebbero i silenzi giusti allo stesso cuore. Oppure ancora più vive, ad altri cuori, più aperti, più morbidi per le mie dita.

E tra le cose importanti che imparo solo adesso, c'è  una donna che mi somiglia e che ogni giorno leggo un po'.  Lo faccio da sola, con il solo uso del cuore e della sensibilità.
Imparo i suoi silenzi e imparo dai suoi silenzi,
Se fossi certa di decifrare le sue parole, forse sentirei i suoi sogni li sentirei cantare: forse li potrei disegnare, colorare, magari riempire.
Imparo dai suoi passi, ora come allora. Imparo dal suo cuore solo ora come allora non potevo fare.

Lei è sempre sul ponte, esattamente al centro, e ha sempre tra le mani quel sacchettino pieno di sabbia.
Ne ha tanta dentro: quella sabbia è Tempo. E' suo e non lo ha speso. Non ha avuto il tempo.
Appunto.

Le darei i miei silenzi se fosse qui ed una sola cosa, la più grande che possiedo: il mio sorriso. Perchè non è vero, sai King,  che le cose più importanti sono le più difficili da dire.

Le cose più difficili da dire sono quelle più semplici, perchè sono loro quelle più importanti.

A pensarci bene, King, è il titolo ad essere "sbagliato":  in fondo diciamo le stesse cose.
 

Le cose più importanti sono le più difficili da dire.

Le cose più importanti sono le più difficili da dire.
Sono quelle di cui ci si vergogna, poichè le parole
le immiseriscono, le parole rimpiccioliscono cose che
finchè erano nella vostra testa sembravano sconfinate,
e le riducono a non più che a grandezza naturale
quando vengono portate fuori.
Le cose più importanti giacciono troppo vicine
al punto dov'è sepolto il vostro cuore segreto.
Come segnali lasciati per ritrovare un tesoro che
i vostri nemici sarebbero felicissimi di portare via e
potreste fare rivelazioni che vi costano per poi scoprire che la gente
vi guarda strano, senza capire affatto quello che avete detto,
senza capire perchè vi sembrava tanto importante
da piangere quasi mentre lo dicevate.
Quando il segreto rimane chiuso dentro non è per mancanza
di uno che lo racconti ma per mancanza di un orecchio che sappia ascoltare.
 
(Stephen King, “Stagioni diverse”)

Dedicata … a te

Stella mia

 (foto: celeste ©)

Stanotte ti porto a pescare le stelle.
Quando la luna illumina il piccolo lago, quello accanto al grande albero, ti verrò a prendere.
In silenzio, in punta di piedi, entrerò nella tua stanza: tu lascia acceso l'acquario, così avrò luce nella sala e anche nell'ingresso altrimenti … lo sai che inciampo spesso, specie nei tuoi giochi sempre sparsi sul pavimento.
Probabilmente dormirai abbracciata a Celestina oppure a Verdina oppure a Mimma, la tua prima bambola, il regalo del nonno Igi che poi .. è il mio papà.
Hai sempre fatto poca confusione con le relazioni. Ricordo un episodio buffo: Zio Paolo che allora chiamavi “Tio Pao” che parlando della mamma una volta disse “mia sorella” tu ti arrabbiasti dicendo “noooo, non è tua sorella, è la mia mamma”! Avevi circa tre anni: il tuo alberello di famiglia ti fu chiaro molto presto.
“Tio Pao” era molto esotico, faceva molto Giappone e lo zio metteva sempre le mani in posizione karate, rifacendoti il verso. Ricordi?
Ma torniamo alle stelle. In quel giardino, grande così tanto da perdersi, c'è un laghetto, proprio di fianco al grande albero e proprio sotto la luna che ogni notte si specchia, sbriciolando la propria luce sulla superficie dell'acqua. Quelle briciole sono stelle di luna.
Le stelle di luna sono birichine perché non stanno ferme mai: giocano con le onde del lago, si rincorrono, si tuffano e si rituffano. Scivolano, volano sul pelo dell'acqua: per fortuna l'aria è sempre lieve e le onde compiono solo movimenti leggeri e morbidi, tanto morbidi che la superficie del lago sembra un mantello di seta.
Se ti andrà, potremo prendere una piccola barca, senza remi però, perché non avremo fretta: le briciole di luna si cullano sull'acqua per tutta la notte: i remi, tra l'altro, potrebbero ferirle.
Useremo un retino, sai come quello che usava il nonno Igi e che usa il papà nell'acquario?
Una volta immerso il retino nell'acqua, occorre rincorrere una briciola e poi affondarlo appena sotto la stellina e … sollevare. La stellina si lascerà catturare perché sa che tu la guarderai, la toccherai, la accarezzerai e poi la lascerai nel suo letto di acqua, dove continuerà a giocare con le onde e con le altre stelle finchè mamma luna le chiamerà a sé quando sarà l'ora di farsi da parte per lasciare il cielo al sole.
Ah dimenticavo: lago e albero e luna e stelle di luna .. è tutto dentro di te.
A ben pensarci non serve che io ti venga a prendere sai? C'è tutto, tra le ciglia e il cuore. Chiudi gli occhi, spegni l'acquario, raccogli i giochi dal pavimento – mamma sarà contenta –
Ps lavati i denti anche se c'è quello che dondola.

RISERVATO/PERSONALE


A Ulisse, Bovaro del Bernese, 30.03.2010

Ciao.
Siamo simili tu ed io, quasi uguali.
Non ci conosciamo .. no, non personalmente ma ho saputo di te.
Conosco questo posto, Controluce mi pare si chiami e so che qualche volta allungando il tuo naso fin sopra la scrivania di quel tizio che abita con te, lo hai conosciuto anche te  (lo chiamano blog .. mah!! ).
Comunque sia so che in questo  momento sei un po' in difficoltà e allora sono passato per lasciarti i miei auguri.
Gli umani direbbero "in bocca al lupo"…. ma diciamolo,  da cane a cane: si potrà mai dire una cosa del genere a uno come noi?   Ba!
Guarisci presto. Sei un grande! Basta vederti in foto per capirlo. 
Ciao anzi bau !!

Grazie Celeste per questo spazio. Pago in crocchette eh!
E grazie anche per non lasciare spazio ai commenti. I commentatori possono commentare sul … come lo chiami te? Post… Ecco, i commentatori commentino i post precedenti!  Bauuuuu

SCRIVERE

Scrivo poco ultimamente, un po’ per ragioni di stanchezza ma forse anche perchè semplicemente non ho molte cose da dire.
Scrivere,  per me è una necessità, a volte improrogabile, un bisogno, un istinto.

Mi capita di avere quacosa dentro e sentirlo sgorgare durante occupazioni insulse: mentre faccio la spesa, mi allaccio le scarpe,  mentre sono  in fila all’ufficio postale.

Quando non accade inutile sforzarsi, non ci si riesce; insistendo si otterrebbero solo schifezze, banalità, forzature, tracciati di evidente sterilità.

Ho scritto sempre, l’ho fatto quasi sempre solo per me, anche quando le parole avevano una destinazione precisa: ho tante “lettere non consegnate” nel cassetto, altre nel cuore.

Qualche volta invece “consegno” e credo che questo sia un segno di “maturità”.
Consegnando i propri pensieri si assumono responsabilità, si corrono rischi tra cui quello di farsi conoscere, offrendo quindi la possibilità di possederci un po’.

Ma è bella la sensazione di mostrarsi senza armi, il più possibile simili a quella parte di anima che ancora sa emergere in un mondo di plastica, in una realtà dove pare che difendersi, nascondersi, mimetizzare l’essenza di sè, siano tra le cose più importanti.  Apparire quindi, più di essere.

In questo modo mostriamo, tra le altre cose, anche la nostra vulnerabilità: ma chi non lo è?

C’è della bellezza, io credo, nella fiducia che sappiamo accordare a chi  decidiamo di donare un po’ di noi, così come siamo.
E se non ne sarà valsa la pena … pazienza!  Se non altro, qualche pezzetto di anima avrà respirato un po’ di aria, senza  le tante mmaschere sotto le quali la costringiamo ogni giorno.

Quando sopra vale per il privato, è chiaro.
Scrivere in un blog è assai più difficile perchè occorre mediare, proteggere alcuni strati di privato.  E’ dunque più faticoso per certi versi, e meno per altri.

Ma la spinta emotiva ci deve essere, anche per scrivere in un blog.  E quando manca, meglio il silenzio.

PABLO

Per salire al cielo occorrono
due ali
un violino
e tante cose
infinite, ancora non nominate
certificati di occhio lungo e lento
iscrizioni sulle unghie del mandorlo
titoli dell’erba nel mattino.

(Pablo Neruda)

Apriva un’ edizione di  “Canto General”:  era alla prima pagina, scritta a “scala”  ed invitava lo sguardo a salire. Per leggere questi versi delicati bisognava infatti salire, insieme ad essi.
Avevo poco più di vent’anni quando mi imbattei in una copia di “Canto General” ma anche in  Neruda e da allora è uno dei miei scrittori preferiti.

Mi piacciono di lui la passione, la fisicità, il disincanto a volte sfrenato, sfacciato, forte, il suo materialismo, la sua necessità di reale.

La sua poesia non convenzionale, è un grido contro la banalità di un certo tipo di poesia “tradizionale”. Nei suoi versi tutto è palpabile, tutto è da mordere, mangiare, bere, annusare, penetrare, toccare, godere.
L’amore sublime convive con la carne, con la spuma del mare, con la foresta, il muschio, il sangue, il miele, la pelle.
Sensuale, morbida, violenta eppure delicata, a volte disperata poesia: forte sempre anche quando è lieve. Come la pittura di Van Gogh.

Quella copia la lasciai in una casa, molto tempo fa; nella sola casa dove avrei potuto dimenticarla. Ora è una edizione introvabile e per un po’ di tempo l’ho cercata ma poi ho capito che non dovevo cercarla e che in quello stava il senso di averla dimenticata là.


Donna completa, mela carnale, luna calda,
denso aroma d’alghe, fango e luce pestati,
quale oscura chiarità s’apre tra le tue colonne?
Quale antica notte tocca l’uomo con i suoi sensi?
Ahi, amare è un viaggio con acqua e con stelle,
con aria soffocata e brusche tempeste di farina:
amare è un combattimento di lampi
e due corpi da un solo miele sconfitti.
Bacio a bacio percorro il tuo piccolo infinito,
i tuoi margini, i tuoi fiumi, i tuoi villaggi minuscoli,
e il fuoco genitale trasformato in delizia
corre per i sottili cammini del sangue
fino a precipitarsi come un garofano notturno,
fino a essere e non essere che un lampo nell’ombra.

PASSI


Ogni rametto di albero o cespuglio è un ricamo delicato, come un pizzo antico lavorato  con ago e neve, che si delinea nel controluce davanti a un cielo quasi blu: c’è uno spicchio di luna, bianchissima e Venere, brillante nella sera gelida. La ragnatela tra il cancello di ferro e il muro, è anch’essa una trina, preziosa, simile a quelle sulle camicie da notte delle spose di un tempo.
Il silenzio e i pensieri al passo dei miei passi sulla neve croccante. Mia madre tra il silenzio e il freddo. Tra il freddo e il fiato caldo, tra la bocca e la sciarpa di pile un bacio umido.
Ho sistemato, nel pomeriggio, una mangiatoia per i passeri nel giardino, appesa ad un albero.
Non c’è da mangiare per loro. Da bambina, con mia madre mettevamo le briciole sul balcone e poi io restavo a spiare per ore scostando appena le tende del soggiorno.
Ci sono dei semini e una fetta di mela e briciole di pane nella mangiatoia di legno: magari domani aggiungo la foto. Sotto gli scarponcini da montagna la neve scricchiola. Cammino piano, per cinque -sei chilometri mentre ricordo e penso. Penso e ricordo. Respiro e sento. La sento.C’è anche Lei tra respiri e pensieri.
Mi camminano accanto i miei sogni, i miei fallimenti, e la gioia, e tutte le stelle della mia vita. Mi cammina accanto Lei, in silenzio. Rimane con me per tutto il percorso, sulla neve, sotto la luna, contro la sciarpa umida di fiato, nella morsa del freddo, e contrasta il respiro del ghiaccio.I suoi passi sono allineati ai miei, scricchiolano all’unisono. Il suo sguardo colora di azzurro la neve davanti. Mancano ancora dei passi prima di rientrare a casa, Non andare via: c’è ancora quel bacio tra le mie labbra e la sciarpa.

FIAMME E PENSIERI


 
Ho sofferto sempre di mal di gola: è vulnerabile la mia gola perciò non ama il calore prodotto dal camino.
Il fuoco succhia l’aria, la asciuga, e le mie mucose bruciano, invocano umidità, dolcezza.
Però amo vedere e ascoltare il fuoco che brucia dentro il camino.

Seguivo, stasera, il movimento, sinuoso ma anche repentino delle fiamme: prendono possesso della legna, la corteggiano, la pretendono, l’avvolgono, la consumano per poter ancora vivere e danzare.

I pensieri replicano lo stesso movimento, seguono le fiamme, le assecondano, vi si mescolano.
Capaci di torcersi, avvolgersi, avvinghiarsi, magari soffrendo, si tendono verso l’alto, divorano l’aria, vivono, si aggrovigliano, danzano insieme alle fiamme, seducono la mente, la coinvolgono e la portano lontano, lontano dal pensiero iniziale, lontano dal freddo.

Come accade nella vita, quando cerchi qualcosa e ne trovi un’altra per caso, così accadeva ai pensieri messi in braccio alle fiamme.

Fiamme e pensieri danzavano insieme, generando e partorendo pensieri nuovi, in una ipnosi magica.

Calde, arancioni e azzurrine serendipità, capaci di sprofondare nel mistero del mutamento di tutte le cose o condurre anche solo per brevi istanti nella vita, in qualche luogo magico dove Tempo e Spazio sono affidati al fiato e alla danza del fiato come fosse fiamma.

DI PASSATE STELLE

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Passava molte ore, la sera, sul balcone di casa a guardare le stelle.
Aveva un atlante (Enciclopedia Minerva, ricorda bene, copertina di tessuto grigio azzurro): dietro le copertina anteriore e posteriore c’era la mappa del cielo e le costellazioni principali.
Lo apriva, lo guardava e cercava le stesse geometrie nel cielo. I pipistrelli volando, a volte la sfioravano quasi: aveva un po’ paura perchè allora credeva che potessero appiccicarsi ai capelli e restarvi intrappolati.Le notti erano buie, allora, o illuminate dalla sola luna; giù, sul prato svolazzavano le lucciole. Decine, centinaia di lucciole in una danza apparentemente disordinata.Era il momento che preferiva: un momento soltanto suo, di buio e silenzio.
Ogni tanto prendeva il cannocchiale di suo padre e guardava la luna.
Era un cannocchiale e niente più; allora le sembrava fosse piuttosto potente, ora non saprebbe dirlo. Era pesante, questo sì,  e doveva appoggiarlo alla ringhiera perchè non si muovessero le immagini.Qualche volta scendeva in giardino e si sdraiava sul prato: le stelle, tantissime, sembrava le piombassero addosso e quella sensazione le dava un senso di appartenenza e riusciva, soltanto li’, a respirare davvero.

A volte rientrava in soggiorno a prendere un plaid dal divano per coprirsi le spalle.
Desiderava sempre che non venisse mai il giorno perchè nella notte si nascondevano tutte le cose, si chetava la tristezza e soprattutto si poteva sognare.

La notte era un balsamo che leniva tutto, forse per via del silenzio che portava con sè. Taceva il mondo intero e si acuivano le voci di dentro: speranze, desideri, fiducia.
L’Universo respirava dentro la notte e finalmente lo si poteva udire.

Pensava spesso a come sarebbe stata da grande, alle cose che avrebbe fatto, all’amore che avrebbe incontrato e a quando avrebbe potuto decidere.
C’era Tempo, c’era tanto Tempo allora e tra le stelle leggeva la promessa del riscatto di un’adolescenza pesante, che sembrava non dovesse finire mai.

In quel tempo  vi fu il primo sangue e anche il primo amore, quello solo sognato: era biondo, con gli occhi celesti. Poi un altro che fu speciale, una bella storia, ma troppo verde per essere l’Amore; infatti finì quando diventò prigione.

Nel frattempo le stelle del cielo sopra il suo balcone sbiadivano, perchè era questo il destino.  Le lucciole non c’erano quasi più.
C’era sempre il prato, nella casa di suo padre, lo ricordava spesso, bagnato di rugiada, brillante come se fossero piovuti piccoli cristalli, mentre la sua pelle percepiva già le vibrazioni di un futuro che si avvicinava veloce e secco, arido, pieno di vento e povero di nuvole. Sapeva di deserto e di sabbia, quel futuro annunciato dall’odore di ogni alba che nasceva spegnendo tutte le stelle.

Poco tempo dopo infatti  le stelle smisero del tutto di parlarle e la notte non fu più tanto scura. Ripose il cannocchiale per sempre (lo ritrovò molti anni dopo, quando vendette la casa di suo padre).
Le restavano i libri, il letto accogliente e avvolgente la sera, e le parole scritte: era questo il rifugio, la casa. Le  stelle non c’erano ormai da tempo e quelle sopra la casa non le rivide mai più.
Ne vide altre più avanti nel tempo, ma erano cambiate per sempre, come erano cambiati i pensieri, il corpo e tutte le cose.

La pelle cominciava a bruciare e a desiderare la pioggia che non arrivò. Scordò le stelle nelle tempeste di sabbia. Dimenticò la luna che era stata bianca, gialla, arancione a volte: a volte enorme, maestosa (poteva perfino cadere). 

( ….. da lassù regola i giorni, il  sangue, e il sonno. Sorella, complice, amica, colora di rosso le vesti di donna, rende accoglienti i fianchi e disegna la curva dei seni quando è Tempo. Mistero sottile, intrigante. Bagnato, delicato. Potente).

Non mi ha detto altro. Solo che adesso ascolta di più , ma anche di meno e che qualche volta sta male. Che  Andrea sta sul ponte da sempre  e che c’è una donna sopra un ponte diverso, un ponte mai terminato: ha gli occhi azzurri  e si avvicina ogni giorno di un passo: regge in una mano un involucro forse pieno di Tempo.  Nell’altra un perdono, coperto di polvere.
Mi ha detto più volte che accadono cose che sono come domande e che passa un minuto oppure un anno e poi la vita risponde.
E che alcuni guardano le stelle dalle stesse paludi in cui altri stanno soltanto a galla.
Che volte basta una voce, a volte un silenzio.
A volte basta soltanto disegnare una scatola e avere la voglia di metterci dentro qualcosa. Una pecora, forse, come il Piccolo Principe. O magari le stelle, le  nuvole. La luna.

Non c’è disaccordo nel cielo

Né nuvole gonfie o mistero né pacchi né stupri né soglie né stanze svuotate d’addio. Solo tutte le lacrime avute quando siamo stati migliori  e la grazia e l’oscuro segreto ci scrosta nell’oscurità . A volte non vedo nel cielo  che nuvole gonfie e mistero e salendo nel vapore leggero  altro non vedo e non so.

Né anime bianche né salmi  che cantino gloria con noi né vecchi compagni né amanti  che dividano il cielo con noi. Così resto solo col cielo  e altro non vedo e non so  ma se tutto è nascosto nel cielo  al cielo io ritornerò.

(V. Capossela)

Al di là dell’ovvio e in ordine sparso

 

(direzioni ostinate e contrarie)

  

🙂 

Il sapone di Marsiglia

Le lenzuola bianche

Le tovaglie bianche

La luce delle candele

La pasta

I libri

L’Ave Maria

Le finestre

I folletti gli gnomi le fate

Il pane e l’odore del pane

Le camicie bianche

Il gelato cioccolato e pistacchio

Le noci

I sassi

Firenze che piove

Il vetro

L’Aurora

Fabrizio de Andrè

Milano la domenica mattina presto

Milano

La mamma

Il colore celeste

Le margherite

La luna

Fare colazione sotto il portico alle 5 di mattina

Fare colazione a letto

C’era una volta l’America

Le soffitte con le cose vecchie

Robert de Niro

Le mani belle

Giorgio Gaber

Le stazioni e gli aeroporti

La cena a luci basse

La luce notturna della neve

Il legno

L’odore del bianco

Stare sola di tanto in tanto

Una bella voce

Il jazz morbido

Vincent Van Gogh

 

 

😦 

Il letto freddo

Il Natale

La voce di Carmen Consoli

Il latte bianco

Woody Allen

Il fiato sul collo

La luce al neon

Michele Santoro

Il vino scadente

La coda di rospo

I film comici

Il tartufo

Gli abiti stretti

Licia Colò

Le mani brutte

L’aglio nel fiato

Uscire di fretta

Le voci alte al ristorante

Le luci forti al ristorante

Le interruzioni

Chi si mangia le unghie

Guidare con qualcuno ansioso a bordo

Gli sfregi di Milano

L’odore del bianco

Le case “essenziali”

Una voce sgradevole

Le rose blu

Il brodo di pollo

I profumi dolci

Vino e frutta aciduli

LA LUNA E IL BAMBINO

luna

Ammirata

Interrogata

Cantata

Venduta

Fotografata

Temuta

Seguita

Adorata

Calpestata

Violata

Conquistata

Sfruttata

Studiata

Profanata

Maledetta

Amata

C’era un bambino che amava la luna.
La osservava la sera, dalla collina, e pensava … (quando pensava sovrapponeva il pollice della mano all’indice della stessa mano).

C’è un uomo che ama la luna.
La osserva, la sera, dalla collina. E pensa … (quando pensa, sovrappone il pollice all’indice della stessa mano).(non sono cambiati. Lui ha i capelli bianchi e lei continua a giocare tra il bianco e il colore del miele. Lui la scruta. Lei lo scruta, segue, protegge. Gli offre la luce, il sonno, l’orientamento.  Accoglie il suo pianto e il suo canto).

E’ un bambino, quando la Luna atterra sull’uomo.
Perchè è la Luna che è atterrata sull’uomo (…… “e su questo argomento non ho altro da aggiungere”)

E’ un uomo, quando la collina cambia colore. 
Quando l’immagine diventa di miele maturo colando tra la collina e il ricordo. Tra un bacio e il Mistero del colore dell’ambra.

E’ un uomo quando il Tempo sfida una fotografia.
(O è una fotografia a sfidare il Tempo?)


Siamo noi a passare il Tempo o è il Tempo che passa noi?

 Ten … Nine …  Eight . ..Seven … Six … Five ………….

DI SCRITTI … DI-VINI

VINOEPOESIA

Un giorno, un amico che apprezza il vino buono quando è buono davvero, quando il momento è quello giusto a cui dedicare un calice di buon vino (“nel bicchiere giusto, panciuto, di cristallo morbido, perchè le cose buone devono stare dentro le cose belle”) mi disse: – Sai, alcuni amici mi hanno invitato a fare un corso per conoscere il vino; tu sai che io lo amo.. Bè, ho rifiutato”. Gli chiesi come mai avesse rifiutato, e mi rispose inviandomi quanto segue.

Keating: “Ora aprite i vostri testi a pagina 21 dell’introduzione. Lei, Perry, vuole leggere il primo paragrafo dell’introduzione, intitolato: “Comprendere la Poesia?”

Perry: “Comprendere la poesia di Johnathan Evans Prichard, Professore emerito.

Per comprendere appieno la poesia, dobbiamo, innanzitutto, conoscere la metrica, la rima e le figure retoriche e poi porci due domande: uno con quanta efficacia sia stato il fine poetico e due, quanto sia importante tale fine.
La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza di una poesia, diventa una questione relativamente semplice. Se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico e la sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della poesia per misurarne la grandezza. Un sonetto di Byron può avere valori alti in verticale, ma soltanto medi in orizzontale, un sonetto di Shakespeare avrà, d’altro canto, valori molto alti in orizzontale e in verticale con un’imponente area totale, che, di conseguenza, ne rivela l’autentica grandezza.
Procedendo nella lettura di questo libro, esercitatevi in tale metodo di valutazione, crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà il vostro godimento e la comprensione della poesia”.

Da “L’attimo fuggente”.

BUIO

moonlit-forest

Arriva il buio

E come ogni volta arrivi tu

Cali sulla mia notte 

Buio più del buio

Senza contorni

Senza peso

Senza confini

Ti espandi dentro me

Ti adegui

Ai confini miei

E come un mare troppo grande

dentro un cristallo troppo piccolo

come sempre esplodi

E invadi quel buio oltre il tuo buio

dentro il quale io galleggio

trasportata dal buio della notte

e dal tuo buio senza confini

Fino a diventare io stessa buio

Mescolata al buio della notte

mescolata al tuo buio

E insieme a te divento notte

CAREZZE E PAROLE

” Ti voglio bene ”

A volte è

Una carezza sul cuore

La cura per il mal di testa

Un sospiro che ti calma la tensione

Un massaggio sul volto; cancella la stanchezza, regala un sorriso.

Grazie, R.

(un fiore per te)

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foto: celeste

Lei

 

Se ne andò così
senza una ruga sul volto
senza portarsi dietro nulla.

Sul viso affiorò un sorriso
a cancellare le contratture che disegna il dolore.
Protese le braccia verso qualcosa e andò via.

Se ne andò così anche qualcosa di me
Forse la mia parte migliore.
Forse quella parte di me che Lei non diede alla luce.

ALBERI (e dintorni)

Un gelato. Cioccolato e Limone per te….  (uhmmmm).. Mah…

Cioccolato fondente e pistacchio. Per me.

L’albero. Non “un” albero.. bensì l’albero.

Un libro… Magari poesie, magari Erri de Luca…

Poi sorrisi … Niente altro…

L’odore dell’erba di primavera, il sole, il sole di maggio che non è ancora feroce.

Non morde la pelle ma l’accarezza dolcemente.

E la cose più preziosa del mondo: la calma.. Il Tempo.

Può essere (anche) questo, il “senso della vita” ?

Oh si !

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Chiedo scusa se non è comprensibile a tutti gli eventuali visitatori..

Ma come sempre i messaggi arrivano.. a chi sa leggere..

Dove? bè.. dentro la sagoma… del controluce, no?

E dove senno' ???

.

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 foto: celeste

 

PAROLE

 

.

Ci sono parole che portano speranza, e parole che trasportano illusioni.

E parole che fanno preoccupare.

E poi ci sono “parole” e basta.

Ci sono parole che non verranno mai dette; pollini che non feconderanno mai alcun fiore.

Ci sono parole che muoiono “prima” ; parole abortite da pensieri prudenti.

Ci sono parole che uccidono e parole che feriscono soltanto.

E parole che fanno sorridere; carezze sull’anima.

Ci sono parole che fioriscono su labbra indecenti, scandalose, volgari.

E ci sono parole da sussurrare tra il collo e l’amore, tra lenzuola di lino e odore di lavanda; parole che vengono generate in gola, partorite da labbra appena schiuse.

Parole che escono, strozzate, dalla gola di un uomo che muore; parole di dolore, disperazione. Liberazione. Parole di maledizione.

Ci sono parole che nascono dall’addome e muoiono in un’altra bocca; parole che nascono dal piacere di essere uomini e donne.

Ci sono parole che vibrano..

Parole potenti che inzuppano muri per grondare dolore nelle stanze dei ricordi.

Parole che rimbombano nelle stanze del buio, nel fondo del fondo del pianto.

Parole che restano.. Parole che tornano.

E poi ci sono parole…..parole… e basta.

CARPE DIEM

Riflettendo: Tempo, ancora il Tempo. Tirannia e Possibilità. Il tempo che passa, la Storia che partorisce se stessa. Le occasioni lasciate… Le lasciate perse…. Le rinunce… Le sconfitte…. Un cocktail di Tempo, una scelta non fatta. Che sapore puo’ avere:  1/3 amarezza 1/3 rimpianto  1/3 delusione? Sapore di sconfitta? O forse il sapore della protezione. Protezione dal dolore futuro? Ma la vita è adesso… O no? E allora ? Chi scrive la storia? Il rimpianto? No, il rimpianto non puo’ scrivere la Storia.. Il rimorso puo’ farlo… Comunque sià sarà uno scritto … Il rimpianto è una pagina invisibile, scritta nell’aria da una mano invisibile. Il rimpianto è vita non vissuta. E’ una “non storia”. Pertanto non può essere scritta. E tanti rimpianti sono una “non vita”.

Nessuno ti renderà gli anni, nessuno ti restituirà a te stesso; andrà il tempo della vita per la via intrapresa e non tornerà indietro né arresterà il suo corso; non farà rumore, non darà segno della sua velocità: scorrerà in silenzio; non si allungherà per editto di re o favore di popolo; correrà come è partito dal primo giorno, non farà mai fermate, mai soste. (Seneca, De Brevitate Vitae 8, 5)

I treni passano, le locomotive arrugginiscono… fanno il loro Tempo, scrivono la loro Storia. Ci sono treni da prendere… Treni che non tornano…  Locomotive… affascinanti … viaggiano nel Tempo, lo trafiggono, lo possiedono, lo attraversano, lo feriscono, lo trapassano e si fanno possedere, attraversare, trapassare. E hanno un cuore, le locomotive.  Come questa, la Locomotiva di Riccardo, che contiene oltre al proprio cuore, un po’ di cuore di Riccardo. E adesso, anche un po’ del mio.

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 foto: Riccardo

PANTA REI

REI …

Tesoro mio che attorcigli i pensieri al dolore… e il dolore ai pensieri.

Che mastichi luna e sale e sputi le stelle piu’ lucenti.

PANTA REI …

Sogno di molti miei sogni

che passeggi in qualche mia notte

con il tuo passo leggero, incerto e stupito.

PANTA REI …

rimpianto intrappolato tra i miei denti e il respiro.

PANTA REI … amore mio fatto di vento e di pianto

c’è ancora tempo per una favola di folletti e fate….

Per universi di luce e di un istante di pace.

Ma… PANTA REI,  tesoro…

PANTA REI….

foto celeste

CONTROLUCE PERCHE’

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Perchè l’immagine controluce è una sagoma; sono visibili solo i contorni.
Perchè per i dettagli occorrono intuizione, e cuore, e anima.
La chiave di volta è nascosta dentro l’anima di chi sa leggere. Oltre la sagoma.
Dentro l’immagine visibile.
Davanti alla luce e oltre la luce.
Controluce perchè l’immaginazione è l’humus che nutre il quotidiano.
Perchè è il pensiero che rinnova e si rinnova. Che stupisce e si stupisce.
Controluce è l’immagine che avanza come un’ombra senza essere ombra.
Dentro il contorno i dettagli invisibili diventano chiari a chi sa leggere … controluce.
E l’anima di chi legge può vedere apparire l’immagine dentro il contorno…
E magicamente annullare l’ombra voluta dal CONTROLUCE. 

controluce