Archivi della categoria: dedicato

21 giugno

^B8289C0F30DFCF9A2D1AAFE655CAB1BB345A1B9BF25151EF6E^pimgpsh_fullsize_distr^B4AE90AD6239D259949FF47DC4CA4200EE8E6B5AB280632749^pimgpsh_fullsize_distr^78E8212E260B75B3EBB8204C46DBD0D1387AC9577DB1276164^pimgpsh_fullsize_distr^DC8C6DA5CEFE82636B3026020429F2806BD186401B919C94A8^pimgpsh_fullsize_distr^0AF74A2B284E1EBF636C664124E9CC6CB9509DFA6F5FAF6D16^pimgpsh_fullsize_distr

in  greco: ΕΙΚΟΣΙ Ιούνιο

in latino: XXII Iunii

in italiano: 21 giugno

per il sole: solstizio

per mia nipote: primo giorno dopo la fine degli esami. Vacanza.

per noi: 21 giugno. Tante cose. 

Buona estate a tutti, da Celeste e Riccardo.

orme-e-impronte

 

 

VERITÀ

Screenshot_2016-08-21-21-56-21

Io e la Lara

 

2016-08-13 09.17.51

nella foto: la Lara

Se si guarda negli occhi un animale, tutti i sistemi filosofici del mondo crollano.
(Luigi Pirandello)

LE PAROLE MIGLIORI

organzaLe parole migliori sono quelle che non dici. Quelle che escono dal petto e si posano sul petto che respira di chi ti dorme accanto, di chi ti ama accanto. Anch’esse non sono vestite anzi sono vestite di silenzi. Che è un abito leggerissimo, trasparente, organza finissima e preziosa che solo il cuore può trapassare. Le parole come queste devi leggerle col cuore. Si posano sul piede nudo, che si tende e cerca un altro piede, e in silenzio chiedono amore e carezze e tenerezza, nell’alba che già di sta vestendo di arrivederci e di saluti. Di frenesia, di caffelatte e di tuffi nel brulichio del mondo. Le parole migliori sono quelle che ti ritrovi in tasca la sera perchè nessuno le ha dette. Sono lì e scivolano fuori dalla biancheria intima un nanosecondo prima della doccia della sera. Non vogliono essere bagnate, perchè le parole bagnate non sanno volare. Vogliono restare leggere e volare sopra i pensieri sopra altri pensieri che sapranno raccoglierle e cullarle per poi resitutirle. Un’altra volta ancora vestite di silenzi, di sottoveste leggera che lo stesso cuore le spoglierà per leggerle ancora e ancora e ancora.

SANGIOVANNI LA MERIDIANA E I FOCHI

Ecco qui: dall’intervento di R. nel post precedente risulta impossibile vedere le fotografie. Mi sembra di essere Alice nella tana del bianconiglio!! Posto dunque le fotografie qui. 

Questo slideshow richiede JavaScript.

Perchè ai fochi ci s’era anche noi.

 

CORAGGIO

“Il coraggio, uno non se lo può dare!” protestava il don Abbondio dei Promessi Sposi. Francesco Alberoni rovescia questa famosa massima rivendicando l’urgenza di un valore dimenticato e sostenendo che “il coraggio si può imparare”. Audacia e timore sono legati a doppio filo. Chi non ha paura non sarà mai capace di atti di eroismo. Proprio per questo l’ardimento non va confuso con l’inconsapevolezza o l’incoscienza. La riflessione di Alberoni si concentra su una “virtù morale e sociale” che investe tutti gli aspetti dell’esistenza: amore, amicizia, lavoro, famiglia. E quel “coraggio quotidiano” che ci permette di plasmare il nostro destino è forza d’animo, rifiuto delle ipocrisie proprie e altrui, gesto che sovverte un sistema ingiusto, ricerca di ciò che innalza. La mediocrità, l’indifferenza e la vigliaccheria sono facili: basta lasciarsi andare, nascondersi e adagiarsi nella propria nicchia. C’è invece un gran bisogno di opporsi alla cultura della comodità, del disfattismo e della codardia. Partendo dal presupposto che ogni essere umano ha una missione da scoprire e da compiere nell’arco di una vita, il coraggio va esercitato per essere fedeli a se stessi, per non farsi confondere dalla complessità del reale e, a volte, per superare se stessi.

Dal sito IBS – descrizione del libro di Francesco Alberoni

Premetto che l’intenzione non è quella di parlare di Alberoni né del suo libro. Per carità. Volevo solo parlare del coraggio. Coraggio nel senso di virtù umana, mica di eroismo. Il coraggio di essere sé stessi. Sempre.

In questo tempo, soprattutto in questo tempo – sarà l’età, saranno le delusioni – sarà quel poco che ho imparato – mi rendo conto che la cosa più coraggiosa è essere fedeli a sé stessi. Costa molto, essere fedeli a sé stessi. Si paga in vari modi,  soprattutto con una certa solitudine. Che nell’età verde può costituire un dramma, ma nella maturità no. Perché serve altro. Il tempo è un ottimo distillatore. Serve “poco ma buono” in tutto. Dalle cose alle relazioni. Quindi la solitudine, una certa solitudine, fa meno paura anche a chi l’ha temuta in primavera.

Il coraggio … quel coraggio, quello che ti permette di dare una svolta alla tua vita, che magari non è nemmeno tanto male, che magari con qualche compromesso di qua qualche altro di là, il famoso colpo al cerchio e alla botte, ti fa “andare avanti”, è quello che ti dice NO non mi accontento, no sto bene, non mi piace. Ecc.. quello lì. Quello che ti permette di cercare, cercare altro e oltre, e che ti fa assumere le responsabilità e il dolore del cambiamento. Non è quasi mai molto comodo cambiare: meglio restare nel luogo sicuro, magari non tanto felice, ma sicuro. E non si pensa mai abbastanza che il “sicuro” semplicemente … non esiste. E’ presuntuoso pensarlo, perfino quando ci sono buone ragioni di sentirsi “al sicuro”. E’ sempre, ma proprio sempre tutto appeso ad un filo. Prima cosa fra tutte l’esistenza stessa.  A volte mi soffermo a pensare cosa maggiormente auguro a mia nipote. Auguro questo: il Coraggio. Il coraggio di cambiare, di non accontentarsi, il coraggio di pretendere di essere felice. Il coraggio di cercare sé stessa prima di tutto. Di capire cosa vuole e poi di cercarlo, senza smettere di farlo nemmeno quando dopo tutto c’è calduccio, dopo tutto c’è un tetto, dopo tutto c’è un amore, dopo tutto c’è un lavoro. Ecco, ragazzina il mio augurio. Rimorsi ma non rimpianti. La forza, il coraggio di voltare pagina, di lasciarti alle spalle ciò che non vuoi, che non ti somiglia,che non ami, che non ti fa stare bene.  Il coraggio di dire NO soprattutto se significa dire SI a qualcun altro. Il coraggio di riempire valigie e partire, pretendere, spiegare le vele anche se non c’è terra sicura. Non ti sto augurando l’incoscienza, la sfrontatezza, la sconsideratezza. Queste sono cose differenti.. Ti auguro di non adagiarti mai nella tua nicchia anche se comoda ma non è felice. Potrebbe rovesciarsi in un baleno. Costruisci la tua, con le tue mani, e facci entrare solo chi avrà …. coraggio. Chi chiederà di entrare perchè lo sceglierà, perchè sceglierà te. Che non sei un’alternativa ma una scelta. Una scelta coraggiosa, se anche tu sarai coraggiosa… Perchè ci vuole coraggio anche per amare chi ha coraggio.

Pensa con la tua testa. Segui il tuo intuito, il tuo cuore, la tua testa. Non badare alle opinioni degli altri, non essere mai prigioniera di niente e di nessuno. Non permettere mai che quella vocina che ti sussurra e spesso grida dentro sia messa a tacere dal mondo, dalle convenzioni, dalle aspettative degli altri, dalle mode, dal “ciò che è meglio” ma nemmeno da ciò che sembra “sicuro” ma che però non ti piace. Non barattare mai alcuna “certezza” con un paio di ali.  

GIANMARIA

gianmaria_testa_live_bz_web1500

Quando finisci un libro che ti è piaciuto tanto,
Quando finisce la musica che è stata capace di prenderti per mano e portarti via, che ha ripulito per un po’ la mente dai pensieri,
Quando il sole è sceso del tutto, la’, dietro la linea del mare, e si chiude il sipario più scuro sopra lo spettacolo arancione,
Quando cessa il canto degli uccelli del primo mattino
Quanto riparte il treno portandosi via quell’odore.
Quando accade questo e altro ci si sente un po’ più soli. Così come quando finisce un brano di Gianmaria Testa. Una voce che accarezza e calma, e ti prende per mano e ti porta a passeggiare in un posto che sa di lago e di barche ferme e di tramonto. Di seta e velluto. Odora di pane, di langhe, di cose “piccole”. Di barchette di carta, di aquiloni, di stelle di mare. Di umanità. Di vita.
Ecco… Uno come Gianmaria che se ne va è uno che lascia un po’ più soli.  L’ho incontrato diversi anni fa, tramite un amico che mi disse esattamente così: “se non lo conosci fai peccato mortale e per punizione ti faro’ avere tutti i suoi dischi”. Fu un regalo vero. I dischi erano tre, forse quattro. Poi con il tempo conobbi altro, e gli altri dischi li prenotavo appena usciti.

Erri de Luca ha scritto di lui anni fa:

Per Gianmaria

La tua voce s’arrampica a un balcone, soffia all’amato le parole da dire all’affacciata. La tua voce è Cyrano nascosto nel giardino che insegna al maschile smemorato come bussare a un bacio di ragazza. Sono sillabe di pioggia, da levarsi la giacca e appoggiarla sulle spalle scoperte di una donna, una delle poche mosse sacre in dote a un uomo.
Le tue canzoni servono a un ragazzo per improvvisarsi uomo, servono a un uomo per tornare ragazzo. Una donna sospira : fosse vero. Finché canti è vero e poi per altri cinque minuti dura l’effetto di raccolta dei frantumi maschili ; stanno di nuovo insieme l’adulto e il rompicollo. Finché canti ecco di nuova una sagoma d’uomo nella stanza, al bavero ha messo il fiore dell’ortica, in cima alla camicia una farfalla vera. Allaccia il braccio attorno alla ragazza, accenna a un valzer, lo rigira in tango, splende la coppia, numero chiuso sigillato a musica.
Profumo di balli di una volta la tua canzone di oggi. Uomo e donna accostano gli zigomi per fingere di dirsi una parola, si odorano i capelli, accostano il respiro alla curva del collo. I balli di una volta permettevano abbracci con la scusa di una danza in pista.
Niente altro che amori, polpa scoperchiata da un coltello che scortica, sbuccia, e sotto, il frutto è bianco. Solo amori, il loro passo a due disturba, distoglie : due innamorati vanno, dietro a loro si accodano le occhiate di noi altri soldati costretti dentro i ranghi, invece di sbandare, sbottonare il colletto e darsi da correre.
Niente altro che fiori, compratene un mazzetto, portatelo sudati, trafelati, alla creatura preferita, amata.

Noi ne abbiamo parlato qui
e poi qui
e poi qui
e ancora qui

Buon viaggio, buone note, buon vento, che siano vele oppure mongolfiere. Ho imparato dalla tua voce di velluto, portata in giro dal tuo passo leggero e dal volto di gentiluomo, l’aria discreta, e nessun rumore – ingredienti di un fuoriclasse – che “forse il gomitolo non voleva diventare maglione”.  Mi restano tutti i tuoi dischi. Brani, parole e musica, da centellinare, nelle serata a casa, con un buon rosso, fermo e denso tra le mani. E poca ma giusta compagnia. 

Lascio questo per chi non lo conosce e ha voglia di farlo. 

Lo sfondo e le immagini sono dedicate. “Montgolfières” fu l’album che fece innamorare la Francia, con la prestigiosa etichetta “Harmonia Mundi” . Solo più tardi sbarco’ in Italia, quasi senza accorgersene, quasi senza volerlo. In sordina. Come capita solo ai grandi.

 

BUON NATALE

 

Questo slideshow richiede JavaScript.

E a tutti: felice solstizio a tutti, qui documentato da Riccardo come sempre il nostro messaggero della meridiana.

TENEREZZA LACUSTRE

Ricevo da SirBiss due foto bellissime. Una coppia di cigni vive da tempo sul Lago Maggiore, proprio accanto all’imbarcadero. E, sempre li’, mette al mondo i suoi piccoli. Ho avuto modo di vederli dal vivo in tempi precedenti.

Questa volta no, nessun incontro “live” ma queste foto meritano di essere pubblicate. SirBiss tra i commenti potrà raccontarvi la storia di questa coppia di animali. SirBiss ha quotidianamente assistito alla vita dei genitori e alla covata e … stamane ha visto il miracolo della schiusa.

Che appunto viene pubblicata qui attraverso questi scatti “rubati” i quali replicano la scena vista da SirBiss alla stessa ora. Ecco le foto, scattate oggi alle 10 da Valerio Franchi. Grazie SirBiss e grazie a Valerio che non conosco ma che ci perdonerà per aver rubato questo momento.

.

cigni 1

cigni 2.

.

TI ASPETTO QUI

dscn4262.jpg

Ti aspetto qui dove il sole non fa più male non brucia non offende non inaridisce accarezza e calma ti aspetto qui dove il mare riposa sotto la sera gentile dove gli alberi si stagliano contro la luce crepuscolare dove i pensieri sono anche preghiera Ti aspetto qui dove tutto è calma adulta matura come l’odore di resina che solo la sera dispensa nell’aria Ti aspetto qui dove non c’è rumore dove l’amore è canto silenzioso capace di risvegliare semi addormentati dei grandi alberi protesi verso il mare Ti aspetto qui dove il Tempo salda le ossa rotte lenisce le ferite lava via la polvere dove la morsa del mondo si allenta dove si libera il respiro e diventa alimento per l’anima  Ti aspetto qui in un’ora liquida e densa quando la voce del mare è come musica da un grammofono Ti aspetto qui per aspettare insieme il miracolo dell’alba

FIORI GIALLI PER TE

20140826_163956

 

… non ho raccolto stasera…

Ecco, mi è stato donato questo fiore. Non raccolto, non comprato, non messo cadaverino nell’acqua come una flebo ad un essere morente. La fotografia per dire che era per me. Un pensiero sopra questo fiore. Che vivrà il tempo che avrà.

Grazie.

 

 

 

SGUARDI

20140807_135858A differenza di molte persone, loro ti guardano sempre dritto negli occhi. Sguardi che ti frugano nel cuore e che sanno farti sentire piccolo. Lui è Pepe. Come lui, tanti. Sguardi speciali, potenti, penetranti, adulti, saggi, maturi, leali, dignitosi. Sanno spogliarti e a volte farti …. sentire piccolo, perché senti che loro hanno un cuore così grande e pulito e puro e bellissimo. E te invece no, mica ce lo hai così..

Namasté Pepe.

 DSCF8132

 DSCF8093

TRENTALUGLIO

finlandia2

.

Oggi, se ci fosse, la mia mamma compirebbe 80 anni, ma non c’è più da quasi 30.  Starete pensando che è un pensiero insolitamente personale, ed è vero, è molto personale, è vero. Però non è vero che è una cosa insolita: è solo diretta.  In diversi post ho parlato di lei, senza nominarla.  “Pensieri sul ponteper esempio,  e poi uno in particolare, che è  uno dei miei più intimi. Scritto il giorno del mio compleanno, che non amo festeggiare come tutte le ricorrenze in genere, ma è una data che inevitabilmente mi fa sentire ancora più vicina a Lei.

E’ questo ed è uno dei miei preferiti.

Ha raccolto interventi delicati e profondi, in linea con Controluce e con il cuore di chi la frequenta: persone, gatti e qualche cuore di cane.
 

Lascio anche questo pensiero, trovato in web. Non posso citare la fonte perché l’ho perduta e non sono più riuscita a ritrovarla.

 

animali

OMAGGIO DI MAGGIO

 

tmp_20140503_121837bisbis-1496221279

LA MATEMAGICA

Dedicato ad Aurora che la matematica non l’ama mica… Eh no.. non è esattamente sua amica…  Ho letto di una donna, Emma Castelnuovo. Peccato che a scuola la matematica non la insegnano come l’ha insegnata lei. Forse anche piaciuta di più anche ad Aurora. Bè, Aurora, guardati la MATEMAGICA.  Ciao dalla tua bellissima  🙂   zia.

INDOVINA CHI VIENE A CENA

Ho annunciato, tra gli interventi del post sottostante, di avere una storia da raccontare. Una di quelle storie che sembrano favole, e che anche il finale è degno di una favola, dove è anche bello mettere la parola “fine” proprio perché non è finito un bel niente. Anzi.
La storia è un evento accaduto a Riccardo. L’ho pregato di scriverne, perché di storie come queste, piccole grandi storie dense di umanità e di bellezza ne abbiamo bisogno sempre. E ora anche di più. Forse per testimoniare, ostinatamente, che esistono ancora delle cose cosi piccole che fanno fare delle cose tanto grandi.. O forse dovrei dire che capitano delle cose tanto grandi che possiamo salvare facendo …. delle cose tanto piccole.
Vai Ricc. E grazie della storia, e di aver permesso questa condivisione con questo popolo di Controluce, più in ombra che in luce. Più a suo agio nel silenzio di uno sfondo crepuscolare che con la luce contro.

Celeste

.

.

Quella che vado a raccontare è una bella storia. E’ la storia di un incontro tra due esseri diversi, mondi diversi. Che non si conoscono, che sono divisi da storie e credenze, che sono fondamentalmente divisi dall’ignoranza.

E che il caso ha fatto sbattere il naso insieme. E che li ha obbligati a guardarsi negli occhi e volere o (appunto) volare mescolarsi e conoscersi, e capirsi un pochino, prima di lasciarsi, un po’ più consapevoli di prima.

“Che è successo? Dove sono? Perchè c’è tutta questa luce e questo caldo infernale? Dov’è la mia mamma? E i fratelli dove sono? Li sento sempre accanto e ora invece non ci sono. Oddio!! E tutti questi giganti che sono? Cosa vogliono?? Ho paura, ho paura! Devo andarmene, devo scappare ma non ci vedo, e poi non mi riesce di muovermi su questa superfice liscia!!! Sento che comunicano, che urlano con quelle loro voci, mi indicano. Perchè? Uno di quegli esseri mi si avvicina e mi prende, che vuole?? Ma che vuole?? Ho paura, ma mi difendo, devo scappare, mordo, lo mordo!!!”

MA PORCAPUTT!!!!!!!… ma senti questo che denti che c’ha! Mi ha morso, e faccio sangue perdio… porterà malattie? E se mi morde di nuovo?? LO SAPEVO, PERDIO! E ORA? VA A FINIRE CHE MI PRENDO LA RABBIA!!! MA FARMI I FATTI MIEI MAI EH???
…. E chi li conosce i pipistrelli???

Io pranzo raramente. Non perchè sia uno stakanovista, mi piace il mio lavoro ma il fatto è che se mangio, dopo mi addormento. No … Non è vero nemmeno questo. E’ che è tutto talmente squallido intorno a dove lavoro, che proprio mi mette tristezza. Solo quando c’è compagnia allora esco, per non fare quello che è l’orso. Ma mangiare per mangiare, quasi mai.

Quel giorno era il primo d’agosto, ed avevo stranamente fame.
Allora scesi giù, mi incamminai lungo il marciapiede di questo quartiere di periferia per andare al “bar pasticceria” per prendere una schiacciatina al prosciutto. Si, la schiacciatina non è malaccio.
Mentre cammino per la strada, vedo un assembramento di persone, qualcuna agitata che smanaccia, altri parlano tra loro, ma non si capisce.

Mi avvicino e sento: “ma buttalo lì, no? Nel prato!” L’altro: “buttiamolo nella fogna, quei cosi stanno lì dentro” . Una tizia coperta di vernici e stucchi vari: “Aaaahhhh!!! Che schifo!! Si muove!!!!”.

Guadagno un po’ di spazio e vedo che in terra c’è una specie di topolino, che sta arrancando sulle mattonelle cercando di andarsene da lì, ma non ce la fa perchè scivola. Come mai? Vedo meglio e quello che sembrava un topolino è in realtà … un pipistrello. Inequivocabilmente.

Eccoci.
E ora? Io no so nulla di pipistrelli. Portano malattie? Sono aggressivi? So che sono dei roditori, ma non so di più… E che fo? Lascio fare e vo via, in qualche modo farà. Siiii !!! Come no!! Con tutte ste bestie ignoranti d’intorno non la scampa.

Ok, ok , ok. Proprio oggi dovevo prendere il panino, eh!! Ok.

Signori, qualcuno se ne vuole occupare di questa bestiolina? No? Niente in contrario allora se ci penso io?”

Eh, come immaginavo tutti zitti d’improvviso. Ma va bene così. “Allora lo prendo io, per favore spostatevi”.

Come lo prendo per tirarlo su, mi appiccica un morso da urlare, e non molla il bastardo! Dolore atroce e sangue a litri (esagerato!) e subito mi viene in mente a chi posso chiedere per sapere se portano malattie, ora che è agosto, e come faccio a non farmi mordere di nuovo, senza fargli male o ributtarlo per terra…

Ma straporcaputt…. ma farmi i fatti miei no eh? MAI! E ora???
Da un ufficio lì accanto esce una signora, che mi porta una scatola di carta, quella delle risme di carta per stampanti. Ha il coperchio, e ci metto l’esserino dentro, con più garbo che posso. Intanto noto che nei secondi dopo il morso s’è un po’ calmato, e non ha più accennato a mordermi di nuovo. Ringrazio la signora e le chiedo se me lo può tenere cinque minuti che, perdio, oramai sto panino lo voglio!

Torno e lei mi porge la scatola con un librettino di fogli: nel frattempo che io mangiavo lei s’è messa su internet e ha cercato “tutto quello che avreste voluto sapere sui pipistrelli ma non avete mai osato chiedere”. Comprese malattie, comporamenti, istruzioni per l’uso, primo soccorso.

Sono commosso… non siamo più abituati a vedere che qualcuno si muove per aiutarti. Ringrazio, prendo la scatola con l’animaletto dentro e salgo in ufficio. Chiamo il veterinario, siamo amici.

Prima si fa ripetere un paio di volte quello che mi è successo: “Cosa ti ha morso??? E come hai fatto a trovarne uno per strada?? Ma ‘ste cose solo a te possono capitare!”   Eh oh!!! E’ capitato! Ba!

Mi rassicura un po’ sulle malattie, non è cosa nota che ne portino. Meglio.

Comincia la ricerca di cosa diavolo mangino o facciano, o chissà cosa c’è da sapere. Intanto il dito fa male. Sbircio dentro la scatola. Lui sta in un angolino. So che non stanno a terra (lo sanno tutti che stanno a testa in giù, mi dico).  Allora trovo un asciugamano e lo metto dentro la scatola, appeso al bordo. Parte come un razzo sull’asciugamano per nascondersi dentro.
Io mi piglio un colpo e richiudo la scatola.
Non stiamo andando bene.

Chiamo la LIPU. Io non sono in grado di tenerlo, non so nemmeno se è cucciolo o adulto, se è ferito o no. Loro lo sapranno. Mi danno appuntamento per la sera. Non mi danno l’impressione di saperne molto più di me.

Tornare a casa, in moto, con un pipistrello in una scatola al posto del passeggero è una cosa che può capitare solo a me.

L’appuntamento alla LIPU è dopo cena, parto per portarlo. A metà strada mi fermo. L’ho guardato ancora, ed è bellissimo: è lungo una decina di centimetri ed ha degli orecchioni enormi… e un musino che pare un cane in miniatura. E poi ora che si è calmato e ha trovato il modo di nascondersi nell’asciugamano, ti guarda affacciandosi col capo da una piega del tessuto. E non sembra per nulla aggressivo.

Allora mi ricordo che a poca distanza da casa mia c’è l’università di biologia, che sono quelli che hanno progettato e venduto la “batbox” da attaccare sulla facciata di casa. Io ovviamente ne ho messa una.
Decido: torno a casa e domani chiamo l’università. Loro qualcosa ne sapranno eh! Volto la macchina e torno indietro.

Nel frattempo ho letto che il primo soccorso si fa con una siringa (senza ago, ovviamente) riempita di omogeneizzato di carne. Facciamo anche questa. Onestamente sono un po’ in pensiero per i morsi, ma vabè, va fatto. D’altra parte al primo sono sopravvissuto.

L’indomani mattina compro tutto e faccio la prova pappa. Lo lascio nell’asciugamano e lui si fa prendere senza protestare troppo. Gli metto davanti la siringa. Mangia a quattro palmenti. Una scena fantastica. Si fa fuori tre siringhe intere. Stiamo cominciando a diventare amici.

Chiamo l’università, e di chirotteri c’è un dipartimento apposta.
“No signore… non sono roditori. Sono mammiferi, come lei e me.”
Non so se il viso rosso si vede per telefono. Forse il mio si vedeva!
“Senta, venga domani che c’è il ragazzo che si occupa dei recuperi, le spiegherà meglio come fare.”
Nel frattempo gli ho dato un nome: si chiama Pippo, Pippo il Pipistrello ovviamente.

L’indomani lo riporto all’università, e suscito l’entusiasmo di tutto il dipartimento: Pippo è un Molosso dei Cestoni, il più grande pipistrello italiano coi suoi 40 cm di apertura alare. Ali che però non ha mai spiegato. Loro non ne vedevano uno da tanto.

Mi dicono che è un giovane al primo volo, che probabilmente ha avuto un problema ed è caduto a terra, la notte precedente il ritrovamento. Ma sta bene, non ha ferite ed è piuttosto in forma.
E qui c’è stata la scena più bella. O meglio, una di queste.

Il ragazzo l’ha preso in mano, e se l’è appoggiato alla maglia. Pippo è partito a razzo arrampicandosi con… mani e piedi ed ha puntato all’ascella. Ci si è rintanato e poi ha messo fuori la testina per guardare. “Qui sono al sicuro”, diceva.

Una scena di una bellezza rara. E… sorpresa!! Oltre a non essere un roditore, non era nemmeno un maschio: Pippo in realtà… era Pippa.

Mi spiega cosa le devo dare da mangiare. L’omogeneizzato va bene per l’inizio, ma dopo non lo troverà in natura perchè il supermercato dei pipistrelli ha litigato col fornitore (:-). Quindi parte la caccia alle “larve di camola”. Le procuro, e lei le mangia. Mangia queste, l’omogeneizzato e beve acqua.
E andiamo molto bene.

Io però sono preoccupato per il volo: non ha mai aperto le ali da quando è con me. Saprà farlo?
A quello ci penso io. Te rimettila in piedi (si fa per dire), poi a insegnargli a volare ci penso io”, risponde il ricercatore. Ecco, un sollievo che non vi dico.

La sera, mentre le do da mangiare, scappa, e gattona verso i mobili della cucina. E in una frazione di secondo sparisce dentro un buchino tra il muro e lo zoccolino. Per riprenderla ho dovuto smontare un mobile intero della cucina. Non ho parole.

Il giorno successivo, la mattina la riprendo dalla scatola dove dorme per darle da mangiare.
E non c’è.
Panico.
Alzo gli occhi. Sopra la sua scatola c’è… la mia libreria.
Dove i libri sono in terza fila. Strapiena. Se si è nascosta lì, la troverò a primavera. Comincio a smontare la libreria. Riempio tutta la casa di pile di libri.

libreria

Poi la trovo dietro un mobiletto in salotto. Meno male!

Per rimontare la libreria ci ho messo due week end. Però ora è ordinata. Quando la vedo mi ricordo sempre di lei, è come se mi avesse fatto il regalo di darmi la libreria nuova…

Passa qualche giorno, porto Pippa a scuola di volo. Il ragazzo mi manda un video del suo primo volo all’interno di un ampio garage, condotto con una maestria da navigata pilota.

Me la riconsegna affinchè sia io a liberarla, nello stesso posto dove l’avevo trovata. In effetti al tramonto lì si sentono spessissimo degli schiocchi, secchi e acutissimi: come al solito noi non facciamo più caso a niente, ma quello è il verso che fanno queste bellissime creature: sono gli unici pipistrelli che emettono suoni nel campo dell’udibile, tutti gli altri sono negli ultrasuoni, che noi non possiamo sentire. Ma loro si sentono. E questo significa che dove l’ho trovata, c’è una colonia.

Gli ripeto che ho paura di sciupare tutto all’ultimo, facendo qualcosa di inadeguato. Ma lui dice che non è così, e che farà tutto da sola. Gli credo: è stato, in questa esperienza, un vecchio saggio di ventcinque anni… e gli credo senza riserve, anche se sono comunque un po’ preoccupato.

Andava fatto al primo buio, che d’estate è verso le nove. E così feci.

Ci mise una decina di minuti in tutto: per un po’ stette lì, appesa alla mia mano. Poi fece un po’ di toeletta, drizzò le sue enormi orecchie, si guardò intorno emettendo i suoi schiocchi. Infine aprì le sue enormi ali e se ne volò via, con un volo teso e potente…

Un’emozione enorme. Veramente una cosa che ti ricordi a vita.
Stetti lì un’altra mezz’ora, lei passava ogni tanto lì sopra, col suo verso. Poi la salutai: ciao Pippa, abbi buon vento. E me ne tornai a casa.

Morale della favola?
Io non sapevo niente di questi piccoli esseri. Niente se non quello che la stupida cultura popolare ti insegna su di loro, alla quale ovviamente non no mai creduto.

Ora ne so molto di più, e ho visto anche che sono degli esseri che possiamo bene capire e che quando capita, possiamo conviverci e aiutarci a vicenda. Sono miti, e hanno bisogno di essere rassicurati quando sono in difficoltà. E non sono ostili se non quando sono terrorizzati e hanno paura.
Come noi. Proprio come noi.

Questa è una storia che dovrebbe fare parte della cultura di tutti gli esseri umani che vogliano definirsi tali. E’ una storia di convivenza, di comprensione delle difficoltà. Di ascolto, di attenzione.
E, infine, di sola splendente bellezza, che è quanto che ho provato io mentre succedeva.

Buonasera controlucini
Riccardo

e ………………….

Pippa

Eccola

Lei .. è proprio Pippa.

CONTROLUCIANDO

folon-nuages

Buongiorno a tutti i controlucini. Proprio a tutti.

Anticipo la firma: chi scrive sono io, Riccardo, e non la nostra Celeste.

O questa?

Eh.

Beh, pigliamo il toro per le corna, la palla al balzo e il coraggio a quattro mani.

Parlando con Cele si diceva che questo posto è qualcosa di speciale anche quando viene un po’ trascurato, anche quando è un po’ spento. Perché c’è sempre chi ci fruga dentro, chi legge, chi sfoglia i post. Questo fa piacere, anche se è condiviso che non sia questo il suo scopo, ossia quello di “fare audience”.

Ed è una cosa che fa pensare.

E se ne parlava. Di come mai sia un po’ spento, di come mai sia ancora frequentato. Di cosa significhi, di come sia nato. Di cosa ci sia dentro. Del perché ci teniamo. Anche del continuare, o dello smetterlo. E quando pensi ci vuole un po’ per mettere a fuoco le cose, a volte le sai già da tempo. A volte un po’ e un po’.

Eh, appunto: un po’ e un po’.

Io dicevo che a questo posto ci tengo. Che è un po’ un rifugio, un posto dove tornare quando si ha voglia di quel sapore di intelligenza e cuore. E di gusto: dalle immagini, a cosa c’è dentro e dietro. Ai commenti alla gente che c’è, alle sfumature del carattere e l’esperienza di ciascuno.

Abbiamo deciso che avrei scritto qualcosa al riguardo, non so poi perché ma in effetti mi fa piacere farlo.

Beh… ho iniziato questo discorso diverse volte, con diversi soggetti e diverse intonazioni. Credo che la cosa migliore sia che scriva semplice semplice quello che sento. Qui ci siamo per scelta, dedicando il tempo che possiamo scegliere dove spendere, e quindi credo che questo sia l’unico approccio giusto.

Da parte mia è stato difficile tornare qui in questi mesi, con lo spirito di prima, dopo che qualcuno di importante, di un componente della comunità di Controluce non è più stata tra noi: Petula, con le sue zampe, la sua coda, il suo cuore, la sua intelligenza, la sua sensibilità, la sua fermezza, il suo umorismo, la sua eleganza.

E’ probabilmente un problema mio di “gestione del dolore” come va di moda dire ora, dove tutto si “gestisce”. Forse è normale, forse no. Rileggere certi scambi, divertenti, intelligenti, garbati … forse solo belli e basta, è difficile.

E mi dico, e me lo sono detto in questi mesi, che in effetti è anche strano: provare un senso di mancanza per una persona che nemmeno ho mai conosciuto, e con la quale ho condiviso “solo” questo spazio, questo tempo. In effetti strano può esserlo.

O forse questo spazio, con i suoi abitanti, è importante.

Beh, siamo tutti grandi, qui, e penso che tutti siamo consci di avere di fronte sì un pc, ma in realtà di avere a che fare con persone vere, e quindi la virtualità del mezzo è solo strumentale a poter stare in contatto con queste. A costruire una comunità comunque vera.

Discorso complicato vero? Forse si, ma in realtà è semplicissimo. Ed è che penso che seppur con fatica, seppur con un innegabile dolore che aleggia e che si respira tangibile tra queste pagine, mi piacerebbe che questo posto, seppur necessariamente ferito da … queste quattro zampe che calpestano altri prati, da una lucertola nascosta e spersa, riprendesse colore e vitalità. Forse una vitalità diversa.

Questo è una via di mezzo tra un desiderio e una dichiarazione di intenti.

Beh.. i pensieri sono molto semplici. Le parole spesso suonano stonate o formali o eccessive o auliche.

Spero che queste mie suonino semplici come lo sono i pensieri. Se così non fosse … cercate di filtrarle con il tovagliolo, come faceva la mia nonna con il brodo per farlo limpido.

Ciao

Riccardo

.

 

PENSIERI DI VENTO

cielomare

foto mia, 14 08 2013

Ci sono momenti in cui il corpo sembra leggero, e la mente libera, l’anima anch’essa leggera, senza pesi, senza polvere, senza zavorre. Sono attimi. Di vento, di fiato, di odore di temporale, di acqua.
Piccoli istanti in cui alcune assenze sanno far male, così come tanto di quello che c’è, quasi tutto, che appare assolutamente inutile ma si stempera. Le assenze invece no. Sono nel vento e ti avvolgono e ti abbracciano. Questa mattina era così. Esattamente così. Non mancava niente e mancava tutto. In questa fotografie c’è quel pensiero. Di tutto e di niente. Di vento.

PRATI INFINITI

Primavera ad Asiago.

SEI UOVA E UNA PREGHIERA

La chiamo ieri, da casa.

Ciao. Ti avevo cercata perché ho delle radici, se ti interessano. Sai, come quelle dove ho incollato gnomi e folletti e che ti piacevano? Se ti interessano te le porto …

Ma… Ma…… Ma lo sai perché non ti ho risposto al telefono? Perché stavo chiedendo ad un mio vicino di casa che ha appena estirpato una pianta morta, se mi potesse relagare le radici! Magia!!

Ci vediamo domattina? Ti va?

C’è mezz’ora di autostrada tra di noi, vero, non tanta strada. Ma ci sono le famiglie, gli impegni.  Più per lei che per me: due ragazzi, un marito, il lavoro: dieci ore al giorno fuori casa.  Ma c’è quel filo che ci lega dalla prima elementare nonostante la vita, le scelte, nonostante tutto.

Arrivo all’appuntamento e la vedo, con il suo ragazzo più giovane, 14 anni,  l’apparecchio ai denti,  un metro e settanta (ma quanto crescono mi dico… non è che li concimano, i figli, come si fa con le piante?).

Un abbracccio, due chiacchiere. Poi lei mi dice: ti va se andiamo un salto da mia mamma? E come no…
Ok.
Lei sale sulla sua auto io sulla mia. Conosco la strada: ho abitato per anni a due passi dalla sua casa.
Ci vediamo là .. Ok, a tra poco.

La grande casa è sempre la stessa, sono anni che non ci vado ma …
Varco la soglia, e ho dieci anni, le calzine corte bianche, e sono li, per andare all’oratorio insieme. L’aspetto un po’: lei deve aiutare a sparecchiare.
Entro nel grande soggiorno: mi vengono incontro due laghi che sono gli occhi della signora AnnaMaria. Occhi abituati ad essere presenti ovunque, con tutti quei ragazzi cui prestare attenzione, cui dare dolcezza e protezione e cura. Il tavolo è sempre lo stesso di allora. Un tavolo grandissimo, per una famiglia numerosa.
Parliamo di questo, di altre cose, e poi del nipote, l’altro figlio della mia amica,  che si è divertito alla notte bianca. Lei domanda cos’è sta notte bianca. La notte bianca è una notte di festa, di musica in strada. Scuote la testa e ridendo dice: sai quante notti in bianco ho fatto io??

Ehhhh Lo immagino…

Parlo con lei: parla la mamma, la nonna e sono tanti, figli e nipoti. Una grande famiglia. Le domando: ma quando vengono tutti come si fa?

Ehhh! Quando succede, per esempio a Natale, è come fare un trasloco. Tavoli, cavalletti e assi, e piatti e posate, e sedie che vengono raccolte da ogni dove. Come si fa… Facciamo due turni!

Guardo la mia amica e mentre io lo penso, lei dice che lì dentro il tempo si è fermato, che solo lì trova il sereno, la tranquillità, il giusto ritmo del cuore del respiro, e la pace.

Mentre lo dice penso che in quella casa c’è qualcosa di speciale. E ancora una volta sento che la serenità, la gioia, l’amore, restano nei muri, si rifugiano tra le mattonelle del pavimento e … restano, restano incuranti del tempo. Restano.
Ho sempre pensato che le case sanno conservare l’amore e restituire un senso di serenità profonda e di pace e stamane è stata una conferma. La provavo a casa dei miei nonni, e l’ho provata stamane.

Beviamo il caffè e poi usciamo in giardino. Il giardino sul retro della casa non lo ricordavo. Così grande e con la fontana che ora però è diventata una fioriera. La signora AnnaMaria mi racconta dei giochi dei bambini con i pesci rossi quando nella fontana c’erano i pesci rossi. Ammiro le sue piante grasse, grandissime, i fichi d’India, i cactus.

Frugo nei suoi ricordi: mio padre avrebbe la sua età: loro due sono cresciuti a pochi metri. Le chiedo di questo e ottengo conferma: cortili comunicanti, famiglie contadine, poi la guerra che erano bambini. Volgo lo sguardo verso il cortile che fu l’infanzia di mio padre e la sua, è che è li vicino alla grande casa.

“Un giorno venne tua nonna da me, allora ero fidanzata, e mi chiese se il mio fidanzato (l’uomo che poi sposò, che era carabiniere) poteva intercedere perché fosse concessa una licenza al tuo papà, che era a militare. C’era bisogno di falciare il fieno. Mi portò sei uova”.

Ho già detto in questi spazi che non amo i ricordi. E stamane niente è stato un ricordo ma un regalo del tempo. Sono stata bene. In certe case è perfino possibile fare pace con il tempo, almeno per un po’. Riesce perfino a me.

.il_570xN_444696435_9rwv

AURORA: LA TERRA CHE VORREBBE

la terra secondo aurora

ALLORA

DSCN0486

….. VISTO CHE E’ STATO COMMENTATO UN MEDIA (LA FOTO) ECCO A VOI IL POST!!! I COMMENTI NON POSSO COPIARLI. LI ASPETTO VOLENTIERI SOTTO  UN GIUSTO E MERITATO POST DEDICATO AL SOLO FELINO CON CUI IO ABBIA DORMITO…

chiedo scusa a SirBiss e a Pinuccia per i loro “commenti perduti”  e le invito a ripeterli. Non so come fare a recuperarli.

UNO DI NOI

DEDICATO

 

CLICCARE SUL SEGUENTE LINK PER VEDERLO MEGLIO

http://vimeo.com/terrastro/comets2013

STELLE

scattata da me

“Quando tu guarderai il cielo, la notte, visto che io abiterò in una di esse, visto che io riderò in una di esse, allora sarà per te come se tutte le stelle ridessero. Tu avrai, tu solo, delle stelle che saranno ridere!”
E rise ancora.
“E quando ti sarai consolato (ci si consola sempre), sarai contento di avermi conosciuto. Sarai sempre il mio amico. Avrai voglia di ridere con me. E aprirai a volte la finestra, così, per piacere… e i tuoi amici saranno stupiti di vederti ridere guardando il cielo. Allora tu dirai” Sì, le stelle mi fanno ridere! “E ti crederanno pazzo. T’avrò fatto un brutto scherzo…”
e rise ancora.   “Sarà come se t’avessi dato, invece delle stelle, mucchi di sonagli che sanno ridere…”

dal libro “Il piccolo principe” di Antoine-Marie-Roger de Saint-Exupéry

DOVE NON BASTA IL MARE

 

PEPE

Questa sera ho fatto il solito giro a piedi, un’ora di passeggiata. C’era vento caldo, caldissimo, sembrava maggio, si stava bene. Pensavo leggero, guardavo i campi che ora sono a riposo, in attesa.  C’era Pepe con me, un setter di tre anni. Sono inciampata, senza cadere, ma lo sforzo per rimanere in piedi mi è costato un dolore piuttosto forte alla schiena per cui mi sono fermata. Pepe si è bloccato (era un po’ più avanti il guinzaglio è lungo), si è voltato, mi ha raggiunta camminando lentamente, orecchie alzate, il muso serissimo e mi si è avvicinato, con cautela e delicatezza. Ho dovuto rassicurarlo, era evidente che si era spaventato ed era preoccupato. Sì, preoccupato. La cosa è accaduta mentre si tornava, a un paio di chilometri da casa. Per tutto il tempo, ogni tanto si fermava, e mi guardava, e poi con estrema delicatezza si alzava sulle gambe posteriori appoggiandosi a me,  cercando di avvicinare il suo muso al mio viso. Non è solito farlo, se non quando mi saluta. Era più che evidente che voleva essere rassicurato, aveva capito che era successo qualcosa e che non stavo bene. E ancora una volta ho pensato a quanto sanno dare questi animali a differenza della gran parte del genere umano. A quante volte chiamiamo “amore” ciò che è altro… A quante volte passano inosservati  alle persone  dolori, assenze, giorni bui e freddi. La tristezza, la solitudine.  A quante volte non vengono ascoltate parole o silenzi, a quante volte viene negato una parola, un gesto, un abbraccio, una carezza, un po’ di …. tempo.  Lo sguardo  di un cane è un  abbraccio che sa scaldare il cuore. E anche guarirlo.

.

pepe

vabé insomma mi hanno fatto una foto bruttissima ma io sono bellissimo. Celestina mia ha promesso che mi farà una foto con la luce giusta, io in compenso ho promesso che poserò … IMMOBILE.

MAGIE

Alcune cose saranno sempre più forti del tempo e della distanza, più profonde del linguaggio e delle abitudini: seguire i propri sogni e imparare a essere se stessi, condividendo con gli altri la magia di quella scoperta.

Sergio Bambarén – tratto da ‘Il Delfino’

.

stelle

TÈ – PER DUE, PER TRE, PER TRENTATRÉ

foto dal web
.
 

Ho apparecchiato. La mia nonna avrebbe detto: con il servizio buono. Ma noi ci vogliamo bene tutti i giorni quindi non c’è il servizio buono e quello meno buono. Ecco. Accomodatevi. Se Ricc.  si ricorda i ceppi, presto sarà anche caldo.  Pieffe mi raccomando parcheggia bene l’astronave vicino alla staccionata e non sopra la staccionata (questi mezzi spaziali non sono fatti per la terra).  Una precisazione: di tazze nella credenza ce ne sono altre.

O-MAGGIO (IN NOVEMBRE)

Usa la Forza per saggezza e difesa. Mai per attaccare! 

EH VABÉ !!!!

Chi mi conosce mi farà nera per via della mia allergia per le commemorazioni ricorrenze celebrazioni di ogni tipo

ma siccome nel post precedente leggo tante cose belle allora…. Ecco ..

1 CONTROLUCE, 400 POST , 5909 COMMENTI,  120 mila circa VISITE (Splinder+WP)

GRAZIE !

OMAGGIO

Ehi, si, sono proprio io, la Matilda di SirBiss e Silvia. Dal giorno in cui ho avuto l’onore di essere pubblicata tra i gatti sapienti, sono cresciuta, vero?
Ora sono qui che riposo, tra l’erbetta. L’erbetta qui è … di casa. Non potete sapere quanto! Altro che l’erba di Grace!!! Qui non si scherza mica. Erbette e giardini e orti mi circondano. La mia famiglia, quella umana, intendo, mi ha lasciata sola, hanno preso il traghetto, i traditori, e se ne sono andati, lasciandomi a fare la guardia. Io ho cercato di spiegar loro che non sono un cane ma una gattina … Macché! Comunque nel caso, miagolerò. Qualcuno arriverà. Magari con un’astronave, tutina da marziano, a salvare me e la casa, lucertole e tartaruga. Eh si, qui c’è anche Gigia, la tartaruga, che a memoria del padrone di casa, ha più di mezzo secolo. Ora vi saluto, torno a sonnecchiare. Vi lascio una cosa scritte qui sotto, da un illustrissimo scrittore, si chiama Borges. Ecco, lui sì che aveva capito tutto di noi felini. Ma anche molto degli umani, e anche oltre ….

Miaooooooooooooooooooo

.

Matilda tra l’erbetta. Foto di Silvia, grazie Sissi.

Non sono più silenziosi gli specchi
nè più furtiva l’alba avventuriera;
sei, sotto la luna, quella pantera
cha a noi ci è dato percepire da lontano.
Per opera indecifrabile di un decreto
divino, ti cerchiamo invano;
più remoto del Gange e del Ponente,
tua è la solitudine, tuo il segreto.
La tua schiena accondiscende la carezza
lenta della mia mano. Hai accolto,
da quella eternità che è già oblio,
l’amore di una mano timorosa.
Sei in un altro tempo. Sei il padrone
di un abito chiuso come un sogno.

J.L.BORGES

SENZA TITOLO

Dal libro: Acid Lethal Fast, di Astor Amanti

Esistono uomini che portano su di sé il dolore del mondo.
Quando vedono pesci rossi nei sacchetti dei Luna Park non riescono più a respirare e vedono orribili facce ridenti deformate dall’acqua. Uomini che guardano foto di esseri viventi maltrattati e ne sentono, in maniera accecante e assordante, le urla, il panico, …la sofferenza.  C’è chi li considera santi o fanatici e chi, semplicemente, afferma che sono persone troppo buone per riuscire a sopravvivere senza impazzire.

Per chi ha un cuore capace di somigliare anche solo un po’ al cuore di un animale.

E poi per Ulisse, per Beba, per Atum, per Asso, per Giada, per Chicca, per Vienna, per Ambra, per Kira, per Paco, Pepe, Ful e per tutte le zampe, le piume, le pinne, le pellicce, gli zoccoli, i becchi, le ali del mondo.

LE NOTE DI SIMONE


Avevo promesso di pubblicare una cosa scritta da Simone e solo ora ho avuto il permesso. L’attesa era dovuta al fatto che ha partecipato, con la sua classe, ad un concorso e le premiazioni si terranno in settembre.E siccome le poesie sono già state consegnate, ho il benestare di Simone e della sua mamma.

Simone ha 13 anni, studia musica, per ora limitatamente alla chitarra, e ha appena terminato la seconda media.

“ LE SENSAZIONI DELLA MUSICA”

Parlando a Te MUSICA
parlo a me stesso
come un fanciullo che scopre un mondo nuovo
sfogandoti tutto quello che ho dentro.

Posso guardarti
guardandomi allo specchio
sei in ogni mio respiro e in ogni mio ricordo
spegnendo il fuoco dei miei dolori.

Se guardo indietro tra i miei pensieri
ci sei Tu MUSICA
che mi colmi l’anima
dal capo ai piedi.

MUSICA,
mia Dea,
sensazione assoluta,
sempre.

.(

Grazie Simo!
Ziaori

PER AURORA

sottotitolo:

quando la zia dà i numeri

.

.

Buongiorno !! Grido’ Uno incontrando per la strada Sette.

Ohh buongiorno a Te, Uno – risposte Sette con un leggero inchino.

Mmmm eslamò Uno … Sei sempre con quel braccino teso, come qualcuno un po’ di anni fa…

Eh mio caro Uno, non sono di certo stato io a copiare quel saluto! Io sono nato prima, molto tempo prima sai?  Sono antico, molto antico e sono anche un numero speciale.  Come? Perchè  sono speciale???

Sette sono le note musicali, i giorni della settimana, sette sono le stelle delle Pleiadi visibili dalla Terra. Sette sono le virtu’ e anche i vizi capitali, le piaghe d’Egitto, i libri della Bibbia. Sono sette i dolori della Madonna, i re di Roma, i veli della veste di Salomè. Devo continuare?

No! Per carità! Anzi perdonami se con tutta questa Storia mi sono soffermato sul saluto fascista!!! Promesso che non lo faro’ più. Prendiamo un caffè?

Volentieri!

Mentre passeggiavano per la stradina del parco, ciascuno con il proprio braccino, uno teso, l’altro a mezz’asta, videro arrivare in contromano una specie di lumachina, che rotolava, rotolava, perchè il sentiero, che era un po’ in salita  per Uno e Sette, era in discesa per Sei.

Sei si fermò appena in tempo, qualche istante prima di cozzare contro la gambetta secca secca di Sette grazie a una frenata stile Willy il Coyote sull’orlo del precipizio quando è rincorso da Beep Beep.

Buongiorno!  – dissero in coro Uno e Sette!

Pant Pant… Buongiorno!  – rispose Sei. Beati voi, che non rischiate di rotolare. Io con questo pancino tondo e un baricentro un po’ precario, potrete ben immaginare che fatica è camminare lungo i sentieri in discesa quando mi capita di perdere l’equilibrio! Tra l’altro, poco fa, ero in giro con due dei miei fratelli… Mai più!!! Insieme a passeggio facciamo Sei Sei Sei.. Eh!!! Non è mica una bella cosa quando un gruppo di ragazzini travestiti da Iron Maiden si mettono a canzonarti con “Six Six Six the number of the beast!”  Provare per credere! Proprio oggi ci siamo accordati: in futuro passeggeremo in due, in quattro ma  mai più in tre!

Tre??? Tre??? Siii?? Chi mi ha chiamato?

La vocina arrivava dalla panchina dove un tranquillo Tre se ne stava seduto a leggere il giornale.

Buongiorno Tre! – dissero tutti insieme Uno, Sette e Sei.

Buongiorno a Voi –  rispose Tre lasciando suo giornale sulla panchina, raggiungendoli. Di cosa stavate parlando?

Mah… ognuno di noi parlava delle proprie forme e dei propri dolori e difetti.

Difetti? Io di certo non ne ho! Sono il numero perfetto!!!

Ecco!! Senti coso… numero perfetto, vieni a prendere un caffè con noi? E visto che sei perfetto, paghi tu!

Va bene, andiamo pure ma prima devo telefonare a Quattro che, data la sua forma, si è prestato a far da altalena a una virgola che passava di qua e ora non so più dove sia. Anzi dirò a Quattro di raggiungerci al bar. Di solito la sera facciamo sempre… ehmm quattro passi insieme.

Chiacchierando del piu’ e del meno, Uno, Sette, Sei, e Tre,  raggiunsero il bar che era anche una trattoria.

Il cuoco, Otto, con un bel pancione tondo e un faccione altrettanto tondo stava discutendo con Nove che si burlava di lui perchè a volte entrava nel locale a testa in giù spacciandosi per Sei. Sei un numero monello!!!  diceva Otto, paonazzo, mentre rincorreva Nove,  agitando il suo cappello bianco.

Dietro il bancone del bar, Cinque e Due se la ridevano a crepapelle.

Bè.. è quasi ora di cena. Che ne dite di un aperitivo, al posto del caffè? proposero Cinque e Due, rispettivamente barista e cameriere ma all’occorrenza anche tuttofare.

Due si lamentava sempre, diceva che lavorava per … due. Lo diceva ingiustamente perchè Cinque gli dava sempre… ehmm .. una mano. Appunto!

Benissimo!! – Risposero tutti in coro. – Magari con un po’ di salatini! – Aggiunse Quattro che nel frattempo aveva raggiunto il gruppo.

Eh no!! I salatini sono finiti –  informo’ Cinque.  E’ passato Zero, qualche ora fa, e come sempre fa piazza pulita di tutto. Ora starà dormendo, satollo, sotto qualche albero, indisturbato, dato che nessuno lo vede!!!  Sembra una bolla d’aria, lui!

Non fa niente. Anche senza salatini …

Prosit!

.

LABIRINTI

 (Disegno:  Stefano Boer. )

 

“Un fuggiasco non si nasconde in un labirinto. Non innalza un labirinto su un luogo alto della costa, un labirinto cremisi che i marinai avvistano da lontano. Non ha bisogno di erigere un labirinto, perchè l’universo già lo è.”

(Abenjacàn il Bojarì  J.L.Borges)

Un labirinto è un edificio costruito per confondere gli uomini; la sua architettura, ricca di simmetrie, è subordinata a tale fine”.

(L’immortale J.L.Borges)

“Dall’inesauribile labirinto di sogni tornai, come a una casa, alla dura prigione. Benedissi la sua umidità, benedissi il suo giaguaro, benedissi il foro della luce, benedissi il mio vecchio corpo dolente, benedissi la tenebra e la pietra”.

(La scrittura del dio J.L.Borges)

CONTROLUCE SONG

PICCOLE VOCI

Ehi signore! Signoreeeee!!

Signore! Dico a te. Sì, proprio a te! Parli la mia lingua?

L’uomo guardò a destra, poi a sinistra, infine in alto, sopra la magnolia e poi sopra il muretto, chiazzato di muschio.

Signoreeee ma sei sordo? Dico a te, si proprio a te, con la camicia a quadri, gli scarponi grossi e … bè molto altro non riesco a vedere perché sono piccolissimo. Anzi, già che ci siamo, stai attento a non schiacciarmi. Di questi tempi tutti girano con la testa rivolta verso il cielo e nessuno più bada a ciò che vive sul suolo. Tutta colpa di questi pensieri. Già … I pensieri degli uomini che sono così tanti che non stanno più nelle teste e allora hanno riempito il cielo. C’è un traffico, lassù! E una grandissima confusione. Eh si, perché i pensieri si scontrano, un po’ come facevano i bambini alle giostre. Quando i pensieri belli si incontrano tra loro allora cadono dei semini, qui, sulla terra e nascono delle piantine. Invece quando i pensieri cattivi incontrano altri pensieri cattivi, nascono dei bruttissimi virus, contagiosi e anche delle piantine, ma tutte spinose e senza fiori né profumo.

Ahhhh ma allora sei proprio sordo! Oppure sei tonto? Devo ancora capire… Insomma non mi senti? Eppure io vedo i tuoi pensieri che escono dalla tua testa. Eggià, anche te ne hai tanti, non ci stanno più dentro, sono troppo grandi per una testa così piccola. Senza offesa eh! Nemmeno il cuore riesce ad essere d’aiuto. Non ce la fa. Troppo piccolo anche lui.  Dicevo che li vedo, i tuoi pensieri: vedo i numeri, che scorrono sopra delle striscioline a righe bianche e grigie: il mutuo, vero? E poi vedo una data, e attorno a questa uno strato denso di ansia. Capisco: ti scade il contratto di lavoro. E vedo che escono tanti pensieri a forma di punto interrogativo: il futuro che vorresti immaginare. E vedo pensieri con il volto. Sono volti salutati, vero? Separazioni, lacerazioni, dolori definitivi. E poi vedo pensieri liquidi,  trasparenti, come acqua. Lo so, lo so, sono lacrime, quelle passate e anche quelle di adesso, tra poco saranno passate anche queste, evaporeranno e andranno a ingrossare questo cielo. Questo cielo troppo pieno di pensieri che stanno oscurando il sole.

Signoreeeee  Yuuuu uuuuu’ ! Perché non guardi bene? Sono qui, proprio vicino al tuo scarpone (mamma mia ma che piedone che hai!) … Sono proprio quella piantina minuscola, appena nata, figlia di due pensieri belli, anzi bellissimi che si sono scontrati nel cielo. Ecco, è caduto un semino e sono nato io. Sarò un albero, tra un po’ di tempo e allora potremo essere amici – sempre che ti decidi a portare il tuo scarpone un po’ più in là altrimenti … la vedo difficile! E sempre che in questo cielo resti qualche squarcio da far passare il sole.  I miei genitori, che come ti ho appena detto sono pensieri belli anzi bellissimi,  sono fatti di una mescolanza di sostanze anche se non saprei dirti le dosi. Li sentivo parlare, prima di cadere sulla terra e dicevano che sono fatti di speranza e di coraggio e poi altro che ora non ricordo. Mi hanno fatto un sorriso e mi hanno detto: vai,  avrai un po’ di terra che ti farà da mamma e poi crescerai e sarai bellissimo. Non mi hanno detto che avrei trovato scarponi e cielo scuro, ma io so che i pensieri belli, tutti gli amici dei miei genitori,  mi aiutano dal cielo e combattono i pensieri cattivi per far in modo di farmi arrivare sempre sempre un po’ di luce e di aria. Con un po’ di fortuna e .. scarponi permettendo, crescerò.

L’uomo ascoltava e mentre spostava il suo piedone da quel minuscolo germoglio, pianse, pianse tanto che in pochi istanti il germoglio crebbe diventando una piantina. Piccola, si sa, ma una piantina, non più un germoglio. E  l’uomo, commosso e quasi felice, mandò in cielo pensieri belli. Cadranno altri semini sulla terra.

Ma voi, state attenti a dove mettete i vostri piedoni. Mi raccomando eh!

.

ECCOMI

Eccomi.

E’ un po’ che non scrivo, ma ci sono delle ragioni, naturalmente. La principale ragione sta indubbiamente nel  cambio di casa: non ci si sente subito a casa dopo un trasloco, no?  Inoltre io sono un bel po’ ehmmm …  sentimentale? Mi affeziono ai luoghi che mi hanno dato emozioni e che mi hanno dato la possibilità di regalarne qualcuna. Che devo fare? Sono fatta così. Splinder è, forse, una piattaforma meno evoluta di questa, un prodotto meno complesso per ciò che sta “dietro” il sito visibile, insomma un abbigliamento intimo meno sofisticato. Ma … Controluce è nata su Splinder ed è là che è incominciata l’avventura. Ci metto sempre un bel po’ a cambiare: sto usando un nuovo PC, con Windows 7 al posto di XP e ancora non mi ci sono abituata eppure per lavoro si deve cambiare spesso abitudini, anzi.. non ci si fa nemmeno in tempo ad abituarsi a qualcosa che …. tracchete,  cambia tutto. Per fortuna o per sfortuna, chissà. Poi di Splinder conoscevo l’editor compresi i difetti, sapevo perfino mettere la musica e ultimamente c’erano anche le foto dell’album su Flickr che scorrevano come un film… Ecco.

Non ho molte cose da dire, o forse ne ho tantissime il che produce il medesimo effetto cioè il vuoto pneumatico. Questi mesi sono stati particolarmente densi, per il mio lavoro e le varie vicende connesse collaterali e conseguenti.  Mesi forieri di amarezze, delusioni profonde, spaccature, e urgenza di cambiamenti. Questi eventi avrebbero  lasciato Controluce un bel po’ orfana, se non ci foste stati voi, che passate di qui, a dare fiato e brio. Grazie, davvero. Ora alcune cose sembrano aver trovato se non equilibrio, almeno una nuova collocazione nella mia mente e un nuovo posto nella mia esistenza. Appena scopro qual è questo posto, ve lo dico eh. Promesso.

Il Natale, appena passato. Che dire?  Con il passare degli anni, vuoi perchè si diventa un po’ più saggi, vuoi perchè si abbassa la soglia di tolleranza alle ipocrisie, e si alzano le difese immunitarie nei confronti delle bugie infiocchettate, dei baci e dei sorrisi di plastica, dei regali obbligati, ci si fa toccare sempre meno da quello che è quello spirito che non c’entra un bel niente con il Natale e si cerca di resistere e sopravvivere alla fiera dell’inutilità, al circo dell’ipocrisia, ai messaggini di auguri che nascondono (spesso nemmeno tanto bene) cattiverie, invidie e indifferenza. Ecco, mancava un po’ di retorica nel web senza che Controluce ci mettesse del suo.  E vabbè. Ma già che ci siamo … andiamo avanti. Da un bel po’ di anni sono praticamente immune allo stress da regalodinatale. E credo sia una gran bella cosa, un bel passo avanti verso la guarigione dalla sindrome del babbonatale a caccia di un regalo qualsiasi purchè sia qualcosa perchè lei/lui lo scorso anno “me lo ha fatto”.

La città di Milano, per quanto ho potuto vedere,  si è vestita poco, questo Natale: poco sfarzo, atmosfera piuttosto sobria. Gliene sono grata: lo scorso anno mi veniva da piangere passando per Piazza Duomo deturpata dall’enorme store Tiffany color turchese modello pacco di Natale (pacco in tutti i sensi…) al centro del quale troneggiava un abete, brutto pure questo. Per non parlare delle enormi stelle pendenti dalla volta della Galleria, una delle quali è crollata sopra la testa di una signora, pochi istanti prima che passassi io, per andare da Hoepli (e poi dicono che le stelle cadenti esaudiscono i desideri…). Non sono mancate, ovvio, le scene di panico da regalo: “oddio mi sono dimenticata del regalo per carlo…. ora mi  infilo in un negozio e gli prendo qualcosa”. Che tristezza ! Una tristezza infinita!  Oppure: “quest’anno mi sono portata avanti, ho cominciato a ottobre e adesso me ne mancano soltanto 5 e poi ho finito”.  E poi i fiori: una sera ho preso il treno reggendo una foresta tra le braccia… E poi mi dicono: stai attenta a quest’ora ci sono in giro delle brutte persone. Eh si, ma io ho un albero tra le mani, hai presente le legnate? Ecco.

Spero che riuscirete a perdonarmi questo post, scritto perchè avevo voglia di trovarvi, e poi perchè mi manca. Mi manca Controluce e mi manca ciò che accade sotto ogni post. L’altro giorno Riccardo si è messo a rileggere “Capito?” un post che ha raccolto circa 120 interventi. un record. E Controluce non ha interventi banali tipo: ma ciaaaaoooo passavo di quaaaa ti faccio un saluto Bacini…..  ma cose belle, vere, confronti, e anche umorismo, certo, bello, intelligente, elegante.

Eh già perchè la classe non è acqua… Infatti talvolta qui sembra vino.. (o grappa). Ma di qualità. Poi ci sono i gatti di razza, e qualche animaletto saltellante, con le orecchiette un po’ basse, ma di razza anche lui,  cui vogliamo tutti bene.  Una nonna che alleva oche (con il pedigree of course), un elefantino che pare abbia lasciato la proboscide incastrata tra i dentini dell’htlm di Splinder e altri animali non meno preziosi.

E per concludere questo post auto-referenziale e anche un filo snob (poco poco però), parafrasando Jannacci (l’ho visto qualche giorno fa in TV, un mito) ci sta bene una cosa così: ” quelli cui non interessa la luce contro e per questo scrivono in controluce…. Ohhhh yesssss”

Ecco, a quelli li, il mio grazie. Di cuore grazie.

DREAM

sulle ali del sogno

 

Se puoi sognarlo, puoi farlo

Walt Disney (1901-1966) 
(foto R. su Flickr)

IMMAGINANDO

una lucia

Oggi vedevo un tramonto sul lago,
Dal crepuscolo in poi, fino al momento in cui il sole si spegne.
Ero allo studio, per cui lo vedevo con la mente.

Sentivo l’odore dell’alga che si sente quando l’aria della sera si fa pesante e si
sposa con il fiato del lago.

Vedevo la luce, la mezza luce, il controluce, e poi il velo della sera.
Sentivo i miei passi lenti scompigliare il ghiaino delle piccole spiagge,
le narici allargarsi e accogliere l’aria.

Pace. Pace con il mondo, pace con me, tregua con i miei problemi.
Pausa per la mia testa.

La luna che si specchia, le lucine danzanti come stelline sull’acqua.
Silenzio, pace, respiro.

È durato pochi istanti ma in quel momento aveva un senso solo essere li, davanti al lago.
E che tutto ciò che vedevo, sentivo, respiravo era una sensazione di appartenenza.
Io, il lago, la notte, la luna, le stelle eravamo tutt’uno.

Tornando a casa, in treno, pensavo che il lago, le montagne, la sera e il suo odore,
la notte che si avvicinava, le luci dei piccoli paesi che immaginavo accendersi e disegnare il profilo della riva, era armonia, e che il mio quotidiano è  … innaturale.
Il mio ritmo, il mio respiro, il mio vivere di corsa è innaturale. 

 

angolo lariano

 le foto sono mie, scorci lariani

reti (per pensieri)

NONNA UCCIA

Un abbraccio a Fabrizia da me, ma anche a nome di tutta Controluce.
Ieri Fabrizia (la conoscete come Sir Biss) ha perso la sua mamma.
Questo spazio non può non somigliarmi, quindi sono disabilitati i commenti: io so, perchè li conosco, gli amici di qui, avranno un pensiero, una preghiera.
Per questo voglio proteggere questo silenzio che qualche viandante di passaggio potrebbe spezzare.
O.

COLORA-MI

NAVIGAZIONE MILANO LINEA 1-033

 foto: http://www.flickr.com/photos/40617467@N04/
 

Marinz nel suo ultimo post parla di Milano: quasi tutti i post di Marinz contengono Milano, lui vive Milano davvero, ne segue le stagioni, le manifestazioni, partecipa a molte iniziative e conosce Milano dal centro alla periferia, conosce gli angoli, tutti, quelli acuti e quelli ottusi.

Qui ha parlato dei colori di Milano. I colori contribuiscono al volto di una città. Penso al giallo Milano, che non è la Chinatown meneghina di Paolo Sarpi,  e nemmeno il risotto alla milanese che pure è giallo, ma il colore tipico delle case di Milano, così diffuso, da conquistarsi una nuance: Giallo Milano, appunto.

Un tempo molto più diffuso: vestiva le caserme, gli edifici pubblici ma anche meravigliosi palazzi signorili, come le case  di ringhiera che si affacciano sui Navigli . un  giallo democratico, insomma. Comunque ancora molto presente e, ultimamente, rispolverato dal desiderio di tradizione, dalla voglia di retrò che forse è anche fisiologica, o semplicemente una scelta dopo la fine e il fallimento delle idee “nuove” e l’omologazione che cancella ogni tratto somatico e sottrae carattere e memoria a tutto.


Sono Giallo Milano le BikeMi, le oltre mille biciclette pubbliche del servizio di bike sharing della città e indosseranno di nuovo l’abito giallo tutti i tram. I tram, insieme al Duomo, alla Madonnina, al panettone e al risotto, sono il simbolo della città.

 1484841-bikemi

Alcuni dei tram storici sono di colore verde, come le vedovelle: molte case sono di colore rosa antico o rosso.  E poi c’è anche il grigio, certo, come c’è in tutte le città.
Milano si porta addosso la nomea di città grigia, immersa dentro il bicchiere di acqua e orzata di Paolo Conte, ma non è così.

Il Duomo, da molti anni tenuto costantemente pulito dallo smog sfoggia un bianco luminoso che splende sotto il sole  mostrando sfumature di un bellissimo rosa. E il cielo a Milano non è affatto vero che è sempre grigio: sa essere turchese e celeste e blu.
Sa perfino mostrare le stelle, Milano, io le ho viste da poco e non c’era alcun black out.

Vorrei che insieme al giallo tornassero le trattorie, quelle vere, diverse da quelle per fricchettoni e turisti, e che Panarello (che è genovese) non smettesse mai di fare i cannoncini così come li fa dal 1930. Ma queste sono piccole cose: io vorrei che Milano ritrovasse il suo giallo e che insieme alle pennellate su case e tram, le venisse restituita la sua identità, la sua musica, il suo respiro ma soprattutto vorrei che non perdesse  il suo cuore. Quasi tutti lo hanno sentito dire che Milano ha un cuore grande ma non tutti sanno quanto.

Suggerisco di fare una visita qui:  si resta incantati dalla bellezza dei Navigli.  Altro che grigio!

http://www.flickr.com/apps/slideshow/show.swf?v=104087 

Per finire: un po’ di Milano in bianco-nero.

BAU

 


 

Era già capitato di recente in Sardegna: una cagnetta ferita in un bosco e il suo amico quadrupede che abbaia allo sfinimento fino ad attirare l’attenzione di due cacciatori. E ora anche in Giappone: un cagnetto che assiste il suo amico tra le macerie lasciate dal terremoto e dallo tsunami. Quando sono arrivati i soccorritori hanno cercato di portare via il cane che stava bene e lasciare al suo destino il Fido ferito. Ma quello non ne ha voluto saperne. Non si è mosso di un millimetro. Guaiva come a dire: “O portate via entrambi, oppure preferisco morire qui con lui”. E’ andata nel migliore dei modi. I due cani sono stati soccorsi entrambi e ora sono in un centro veterinario. Forse li chiameranno Eurialo e Niso.

La morale è che ci chiamate bestie ma noi non scappiamo quando c’è un amico in difficoltà. Perché abbiamo sentimenti e talvolta più umanità degli umani.
Un bau a tutti.

Un articolo che emoziona: l’ennesima prova di fedeltà da parte di questi esseri speciali quali sono i cani. Molti di noi sono cresciuti con Rin Tin Tin, Lassie. Recentemente è arrivato Rex, il cane poliziotto.  C’era anche il mitico Skyppy, che era un canguro.

Protagonisti di storie meravigliose: loro erano l’appuntamento quotidiano più speciale dei bambini. Erano nei sogni, nei disegni, più che nei gadgets. Erano nei cuori dei bambini più che sulle copertine dei quaderni, più che sopra gli zainetti di scuola.

In quei telefilm c’era dentro tutto: lezioni di pace, di amore, di rispetto. La cura e l’attenzione per chi è più debole, per chi non può difendersi, per chi non ha modo di farsi valere. Per chi è diverso.

Era chiaro cosa è il bene e cosa il male, cosa è giusto e cosa non lo è. Erano chiari i valori quali solidarietà, amicizia, fedeltà ed era chiaro dove risiede la bellezza e l’armonia. E quanto fosse importante l’onestà e quanto preziose le piccole cose.

Sto andando fuori tema, ma ci torno subito. Chiaro che il tema è l’amicizia, la solidarietà: in una parola sola l’amore che da solo rappresenta tutto.

Si parla tanto, ora, di amicizia: sorrido quando sento i ragazzi in treno dire: Luca mi ha chiesto l’amicizia su facebook. Amicizia ?!! Meglio sarebbe dire “contatto” oppure “autorizzazione”.

Amicizia! Termine abusatissimo anche “fuori” dal mondo virtuale, dai social network, dalle varie chat e dai vari blog. Si fa in fretta a dire “un mio amico, una mia amica”. Capita anche a me ma poi sempre mi correggo, a proteggere quel valore e allora dico: “anzi conoscente… direi un conoscente”.

Faccio fatica a vedere un confine tra ciò che definiamo “amicizia” e ciò che definiamo “amore”. Non puoi amare qualcuno senza essere suo amico, e non puoi essere amico di qualcuno senza amarlo. E l’amicizia è un sentimento alto, un valore che si fonda sulla stima e sulla solidarietà, sul rispetto, sulla fiducia. Come l’amore. Poggia su valori altrettanto alti e comprende anche rinunce e disponibilità. Disponibilità? Cos’è?

Tornando all’articolo, che è il responsabile di queste riflessioni mi vien da dire che chi non ha auto cani forse non sa di cosa sono capaci. Per molti questa loro natura è poco dignitosa. Io invece sostengo che bisogna guardare dentro lo sguardo di un cane per trovare la dignità che abita dentro l’umiltà alta.

Molti ci vedono umiliazione al posto di umiltà. L’umiliazione dello zerbino. Esiste, certo, ma non appartiene ai cani. C’è un pozzo dentro gli occhi di un cane: dentro quel pozzo ci si può calare con la certezza di essere al sicuro anche se è buio e umido. Li dentro abita la capacità di amare senza compromessi e senza riserve. Abita anche quella rassegnazione adulta, matura, di quando è “finita”. Che è accettazione, e mai fine della lotta. Un cane non smette mai di lottare, è capace di camminare per mesi e mesi o per anni se ti deve rovare. E’ capace di resistere (con dignità senza pari) a qualsiasi freddo e caldo e fame e sete e morire senza un lamento.

Abita dentro di essi una specie di … consapevolezza del mondo, una grande saggezza. Secondo me loro possiedono la chiave dei segreti del mondo.  Io non so come fanno, ma so che “loro sanno”. Loro sanno leggere dentro di te, sanno quando stai male quando sei felice. Sanno quanto sei stanco quando sei nervoso quando sei semplicemente annoiato.

E fin qui forse è anche facile. Ma loro sanno quando sei ammalato, lo sanno, esattamente come sanno di essere ammalati quando loro sono ammalati. E non ci lasciano mai soli, non lo fanno mai.

Un cane mangia il suo piccolo quando sta male. Un gesto crudele? No, ovviamente. Un enorme gesto di pietà e di amore e di consapevolezza. Mio padre ha vissuto 4 anni con un cane che ora vive con me da 6: si è ammalato a maggio, mio padre, cancro ai polmoni. Ful sapeva. Io sentivo che lui sapeva, ancora prima che noi tutti sapessimo, prima che mio padre sapesse. Mi trasferii praticamente a casa sua: per qualche mese lasciai quasi completamente la mia casa e vissi con loro due. Le finestre al piano terreno della casa erano costantemente piantonate, dal di fuori. In qualsiasi stanza mio padre si trovasse, Ful era fuori dalla finestra di quella stanza. Per mesi.

Morì in dicembre dello stesso anno e lui ovviamente sapeva. Non lo cercò mai perché semplicemente sapeva. Lo lasciammo ancora diversi mesi nella casa: la nostra presenza era frequentissima, ovviamente, non volevamo semplicemente non volevamo staccarlo di botto dalle sue abitudini, dai suoi luoghi e probabilmente sbagliavamo: lui sapeva.

Un paio di anni dopo la morte di mio padre, lessi che sanno avvertire il tumore al polmone, lo annusano dal fiato, prima ancora che qualsiasi potentissima tac possa fare una qualsiasi diagnosi.

Hanno un’anima speciale e la fine dell’articolo “La morale è che ci chiamate bestie ma noi non scappiamo quando c’è un amico in difficoltà. Perché abbiamo sentimenti e talvolta più umanità degli umani” io non la trovo corretta, toglierei “tavolta”. Inoltre “umanità” non significa niente: è un termine che viene usato per indicare valori che spesso non appartengono affatto agli uomini.

Sarebbe un mondo meraviglioso se fosse governato dai cani. Giusto, corretto, con regole semplici e un ordine preciso. Affidabile e sincero. E a proposito di sincerità (poi giuro la faccio finita, sopportatemi): quante sono le amicizie che girano attorno alla nostra esistenza che non comprendono bugie, oppure segnate da mezze verità? In altre parole è soprattutto l’opportunismo che regola molti dei rapporti che abbiamo, inutile raccontarci balle: abbiamo bisogno di relazioni e per non perderle, mentiamo … Triste? Forse, ma forse solo umano. Appunto, umano quindi non comune ai cani (per esempio).

Con il passare degli anni impariamo a sentire sulla pelle – cioè sotto il pelo che abbiamo perduto – chi ci “adopera”, e distinguerlo da chi è presente nei nostri giorni perché ci vuole bene e ci ha scelti per costruire un rapporto che cresce, con lo scambio, la condivisione, il confronto.

E’ con il tempo e sulla pelle che impariamo ad usare con parsimonia la parola “amico – amica” e a scegliere con chi passare il nostro tempo.

Io con i miei cani non sento mai niente sulle pelle se non la voglia di sentire il loro fiato, anche quando – diciamolo – proprio profumato …. non è.

FONTANE

fontana e basta

fontana con lino

le foto sono mie
la fontana no, è una nicchia scavata in un muricciolo, in un vecchio vicolo di un paesino di pescatori, sul lago di Como. Il foulard era un foulard ma poi è diventato un abbraccio. A riparare dal vento quando c'è vento, dalla gola al cuore.

ORI-ONE


SMS:

È bellissima stasera. La costellazione di Orione. Basta soltanto uscire, guardare il cielo.  E poi restare lì, per un po’.

Si diventa piccoli, piccolissimi. Ed è bellissimo.

Sogni belli.
O.

… E CHIAVI

CHIAVE

    

Non penso tu sia cambiata, come mi hai scritto.
E’ che occorrono chiavi per far saltare serrature che aprono porte di stanze che non sappiamo di avere.
Le chiavi le si trovano in modi diversi: qualche persona che incrociamo nella vita ce ne offre qualcuna, altre le troviamo magari dentro un libro, oppure in un paese sconosciuto, o in viaggio.

Considerare cose che non si erano amate o comprese perchè non le abbiamo potute o volute incontrare, è una porta che si è aperta grazie ad un chiave. Possibilità, ricchezza.

Una parole che arriva nella stanza più remota di noi, può essere una chiave ed aprire una diga.
Ciò che adesso apprezzi e senti e guardi ora, con stupore e meraviglia, credo sia stato sempre dentro di te, solo che non lo sapevi, non eri pronta per l’incontro.
E’ semplice, in fondo, anche se può sembrare tanto complicato.

Per questo ti auguro di trovare chiavi e quando accade non buttarle via, anche se al momento non aprono alcuna porta. Lo faranno. Magari non tutte ma alcune lo faranno, qando sarà il momento giusto di aprire la porta che dovranno. Solo quando sarà tempo. Adesso è tempo per questa stanza, entra senza paura, perchè sono stanze tue, della tua casa. Ci abiti te e al contempo essa ti abita dentro.

Un abbraccio e un pensiero fino a quel posto magico dove stai.
Salisburgo, è uno di quei posti che lasciano cose …. e forse qualche chiave un po’ speciale.

TEMPUS

tempus

Una fotografia è un segreto che parla di un segreto.
Più essa racconta, meno è possibile conoscere. 

(Diane Arbus)

L’UOMO CHE FABBRICAVA GIOCATTOLI

Alessandra è un'amica: abbiamo fatto qualche viaggio insieme, in passato. E' una persona che per certi versi mi somiglia e poi, secondo me, lei ha qualcosa che vorrei avere anche io. 
Lei dice lo stesso quando parla di me. Forse da due donne ne verrebbe fuori una decente…  Questo è quello che ci diciamo tutte le volte che ci incontriamo.

Fatta questa mini premessa, Ale scrive storie per bambini: non lo fa per pubblicarle, infatti non pubblica niente, non ha un blog, niente. Le scrive per sé: forse, come dice lei stessa, lo fa perché da bambina mai nessuno le ha raccontato una storia e allora lei se le raccontava da sè.

L'ho incontrata oggi e le ho strappato questa storia. Ne aveva alcune, sulla sua chiavetta USB, non le ho lette tutte ma istintivamente ho scelto questa. Lei legge Controluce, non è mai intervenuta e men che meno lo farà adesso. Mi ha permesso di fare il copia incolla.
Grazie  …. Ale.

 

(foto dal web)

C'era una volta un uomo che lavorava in un grande palazzo, moderno, uno di quelli con le vetrate e con i pannelli colorati al posto dei muri.
Una casa dove la gente non abitava ma lavorava soltanto. Infatti durante il sabato e la domenica, il palazzo era silenzioso, si svuotava di persone: i telefoni, i fax, e fotocopiatrici tacevano, forse riposavano anch'essi.

Quest'uomo aveva studiato tanto, e per molti anni, anzi, a dire il vero non aveva mai smesso di farlo, perché il mondo cambia in continuazione, si usano cose nuove, computer sempre più perfetti, sofisticati ed efficienti.
L'uomo svolgeva il suo lavoro con precisione e serietà, Era una persona affidabile, preziosa per la società per la quale lavorava, un uomo su cui altri uomini sapevano di poter contare. Un riferimento e un esempio per colleghi e superiori. 

Nessuno sapeva che lui aveva un sogno speciale. Questo sogno era chiuso in un cassetto, del quale nessuno aveva tutte le chiavi. Era un cassetto piccolo, costruito apposta per contenere le cose importanti.

Ci entrava solo la luce delle stelle, quelle non ancora conosciute o non ancora nate, perché nel cuore dell'uomo c'era un angolo misterioso, che avrebbero abitato, un giorno, alcune stelle che, solo trovando quel posto nel suo cuore, avrebbero avuto un nome.
So cosa stai pensando, ma no, non era strambo, semplicemente era una persona un po' speciale.
A dire il vero, non aveva solo questo cassetto ma è solo di questo che ti voglio parlare.

Il sogno in questo cassetto era quello di costruire giocattoli, giocattoli di legno. Si, lo so a cosa pensi ovvero che non dovrebbe essere un sogno difficile da realizzare, e in effetti hai ragione, dovrebbe essere così. 
Ma a volte, gli adulti sono strani: scelgono una strada e poi capita che dopo un po' di tempo non sono più sicuri che sia la strada giusta.
Imparerai, nel corso della tua vita, che ciò che scegli oggi potresti non volerlo più domani oppure, semplicemente potrebbe non bastarti più. 

Ma torniamo al nostro uomo. Durante il suo tempo libero, cioè quando non lavorava e non studiava, lui amava curiosare in quel mondo che durante l'infanzia costituisce la sola dimensione, ma che poi continua ad essere parallela al mondo adulto, forse per offrire equilibrio e gioia, rifugio, consolazione ma anche saggezza. Già, perché c'è molta saggezza nel mondo dei bambini. 

Curiosando e frequentando quel mondo, sentiva ogni volta che avrebbe potuto realizzare, con le sue mani, la sua testa, il suo cuore, prima del legno e poi con il legno, dei giocattoli diversi, come nessuna fabbrica aveva mai fatto, come nessuna macchina avrebbe mai potuto fare, come nessun uomo nemmeno con tutti i computer del mondo avrebbe saputo fare.

Amava i trenini, le giostre, i carrilon, gli aeroplani.
E poi tutti quegli attrezzi che potevano condurre un bimbo più vicino alle stelle, perché potevano aiutarlo non a conoscerle, ma a guardarle. Era convinto infatti che non fosse importante conoscere il nome delle stelle o sapere quanta la distanza tra loro e la terra, ma che fosse importante guardarle e imparare, notte dopo notte, tutto da loro, tutto ciò che sarebbe stato bello sapere. 

Cominciò una sera, che fuori pioveva. Era inverno, un inverno freddo, di pioggia e di neve, un inverno di quelli da luce accesa e di serate lunghe e silenti di tutto. Le cose incominciano nel momento in cui debbono incominciare. Non un giorno prima, non un giorno dopo.
E le sue mani, guidate dal suo cuore e dalla conoscenza delle cose, cominciarono a segare, tagliare, limare, incollare, incastrare, unire. Creare.

E poi la sera dopo, e quella dopo ancora. Ogni sera il tempo passava così in fretta che doveva puntare l'orologio per ricordarsi di andare a dormire. Una notte non lo fece e si accorse dalla luce che entrava dagli scuretti, che stava albeggiando: andò a lavorare di corsa e a mezzogiorno era un cencio che a malapena si reggeva sulle gambe! 

E così, impiegando il tempo che ci voleva, fabbricò il suo primo giocattolo: era una scatola, di legno, non molto grande, rettangolare, con un coperchio che quando lo sollevava, usciva, come per magia, non una ballerina danzante, ma una stella, una stella che lui chiamò semplicemente … Stella.
Era bianca, non danzava, non c'era nemmeno musica, ma era bellissima, perché era la prima cosa che aveva costruito. 

Il tempo passava e man mano che lavorava, diventava sempre più bravo, con gli arnesi. Aveva spesso tagli nelle dita ma non se ne curava affatto, tanta era la concentrazione e l'attenzione che prestava alle cose che si ostinava a produrre seguendo solo il disegno che aveva nella mente. Già, hai capito bene:  non disegnava nulla. Tutto era solo nella sua testa e tutto doveva passare dalla testa alle mani senza la mediazione del disegno.
"
E' così che deve essere", ripeteva a sé stesso quando, a seguito di qualche fallimento una voce, quella del raziocinio, gli suggeriva di usare il disegno. 

Una sera, spense la luce del suo laboratorio, come faceva altre sere e andò a dormire.
Stava per addormentarsi quando un piccolo, secco rumore lo fece alzare dal letto e lo guidò verso il laboratorio: raggiunta la porta stette un po' in silenzio, l'orecchio teso, ma niente. Si sentì sciocco e tornò a letto.
La sera dopo, mentre si accingeva a riprendere la sua ormai consueta attività serale, si accorse che alcuni oggetti, componenti, rotelle, pezzetti di legno non erano come li aveva lasciati la sera prima.

Tuttavia, sebbene con un po' di perplessità, cominciò il lavoro che aveva previsto di svolgere per quella sera, e dopo alcune ore il suono della sveglia, suo malgrado, lo fece andare a dormire.

Ma dopo alcuni istanti … di nuovo quel rumore. Si alzò, si diresse verso il laboratorio e questa volta spiò, sentendosi un po' stupido, dal buco della serratura e …… ciò che vide gli fece battere forte il cuore tanto che dovette sedersi per un bel po' di tempo sul pavimento, per ritrovare un respiro se non regolare, almeno accettabile. Dentro al suo cuore lo aveva sempre saputo, o forse, semplicemente lo aveva solo sperato .. I suoi giocattoli erano vivi!

Ritornò a spiare dal buco della serratura e assistette alla vita che animava i suoi giocattoli: Stella era stata la prima a “svegliarsi”. A seguire, si svegliarono Aeroplano di Legno, Trenino di Legno, Cavallo a dondolo di Legno, Trottola di Legno, Dirigibile di Legno.
Tutti a fare festa, chi con una gamba sola (c'era Omino di Legno, professione Ferroviere la cui gamba destra era prevista per la sera successiva). Poi c'erano Dama di Legno, che danzava da sola sotto Luna di Legno senza un braccio (anch'esso in lavorazione).

C'era anche Slitta di Legno, trainata da Cani di Legno. E poi Macchina di Legno e Motorino di Legno anni 60, e Giostrina di Legno.  Tutti erano in movimento, tutti avevano ricevuto, dall'uomo, forma, colori, ingranaggi e …. fiato. Sì, hai capito bene: dentro ognuno di essi c'erano fiato e cuori. 

Andò a dormire, forse più felice che stupito. 
Non aveva alcuna domanda da farsi perché non avrebbe avuta nessuna risposta da darsi.
"
Era così che doveva essere" e pensando questo, si addormentò.

PAGURI E PRESEPI




Non amo il Natale, l’ho già detto, e spiegato le ragioni.
Anche quest’anno, sarò il solito paguro. A parte il giorno di Natale che trascorro in famiglia (siamo 7 in totale, come i nanetti:-) fino a tardo pomeriggio (la sera di solito è mia, nella mia casa o a passeggiare per il paese – deserto -) gli altri giorni sono, per me, giorni normali, capodanno compreso. Non ho nemmeno ricordi speciali di tempi passati: mia mamma non amava particolarmente questo periodo anche se ho avuto la mia dose di magia. Con Gesu’ Bambino (non Babbo Natale), il presepe, la messa a mezzanotte, la neve e i nonni spesso a casa nostra.
Da adulta, giorni più “miei”: montagna, passeggiate nelle pinete imbiancate, il camino di casa mia, gli amici piu’ cari.

Mi piacciono le favole, le storie, e in questi ultimi anni qualche volta mi accade di ritrovarne il sapore con la mia nipotina: le leggo e lei e a volte ne invento.

Questo è un racconto che somiglia un po’ a una favola. Un ricordo d’infanzia che comprende la magia e il calore di quei Natali che le grandi città hanno dimenticato. Nei paesi invece si fanno ancora i presepi, nelle case e anche nelle piccole piazze, come nei giardini delle villette.
Sir Biss vive sul lago, non il mio ma  “l’altro”.  Tra Milano Varese Como i laghi sono due: il “mio” che è il Lario (Lago di Como) e l’altro, il “Verbano” ovvero il Lago Maggiore. Sono piuttosto vicini, simili anche se con  personalità differenti. In ogni caso entrambi profondamente diversi, per esempio, dal Lago di Garda.

800066-portacandele-angelo-in-cristallo-h-18-cm-ottaviani-homeTra un mese e’ Natale. Di nuovo.
Passando da un negozio addobbato, ho visto un piccolo presepe in vetrina e, come ogni volta quando arrivano le feste, ho pensato  a te.
Le feste di Natale erano la tua (e nostra) gioia e la dannazione (in senso buono) della mamma.  Infatti, due mesi prima, partivi con il tuo motorino per raccogliere radici, muschio, alberelli e quant’altro potesse servire per il presepe.
Portavi a casa di tutto, anche tronchi di una certa dimensione, dicendo con autorità’: ‘questo mi serve per costruire la casetta vicino al lago’.
E la mamma si disperava per tutto quanto tu lasciavi in giro per casa. Portavi del muschio bellissimo, ricordo sempre il profumo che emanava, come mi ricordo di quanta attenzione e cura mettevi nel far nascere ogni singolo pezzo del nostro presepe.  La grotta di Gesù doveva essere ogni anno più’ bella e simile a una grotta vera, le casette avevano tutte rigorosamente la luce vera, il mulino ovviamente l’acqua che scorreva.
Poi c’era il pescatore che lanciava  la sua esca nel laghetto e il boscaiolo che tagliava (davvero) la legna. Tutti i personaggi del presepe erano ‘vivi’.    Nel caminetto dentro alla casa, una lampadina imitava persino il fuoco acceso.
Costruivi con le tue mani ponti, ponticelli, panchine e persino mobili in miniatura che mettevi, non so come dato le tue grosse mani, dentro alle casette. Gli ultimi giorni eri nervoso come un artista prima del debutto e la mamma  ed io dovevamo darti gli ultimi consigli su come mettere i personaggi o le pecore.
Poi, una decina di giorni prima di Natale, accendevi le luci e…spettacolo!    In tanti venivano a farci visita per vedere  il presepe.
Ricordo che persino Don Ruggero portava i bambini dell’oratorio.  I piccolini rimanevano a bocca aperta ad osservare e i grandi si complimentavano con te.
Tu eri felice come un bambino e dicevi che, in fondo, era solo un presepe.  Modesto, come sempre.
E io passavo un mese con Gesù, Giuseppe, Maria, le pecore e tutti i personaggi.
Gia’.  Perché’ il nostro grande presepe lo costruivi nella mia altrettanto grande camera da letto. E, la notte, sognavo che tutti i personaggi uscivano e se ne andavano in giro per casa.
Poi mi svegliavo e correvo a controllare.  Erano ancora li’, a farmi compagnia.
Quel presepe mi manca tanto, anche tu, papa’.

(sir biss http://odoredilago.splinder.com/)

BUONA VITA

buona vita

(foto mia – luoghi di dentro  . 2009 Dubrovnik)

Buona strada
e buone nubi quando serve pioggia

Buon vento per quanto serve un volo
e per quando occorre navigare

Buon cammino anche quando sale
 e tanti prati sui quali riposare

Buoni punti da cui poter osservare
orizzonti da superare
E ripari nei quali è sicuro aspettare

Azzurro sopra, ma anche stelle e lune
 e il manto scuro della notte sotto cui riposare

E poi tanti sogni da sognare
in notti da trasformare
in mattini da vestire in giornate da incominciare

Scatole piccole
per tesori da conservare sui gradini di tutte le scale

E sorrisi, tanti sorrisi a illuminare

.

SILVIA, PAROLE E SUONI

 


 

La fotografia del cielo del post precedente, aderisce all’articolo di cui al file in fondo a questo post.  Lei è Silvia, 25 anni, maturità scientifica ma poi  ……  la rincorsa al sogno. Quindi scuola di “Cinema, Televisione e nuovi media”.  Vuole scrivere per il teatro. Ho il piacere di conoscerla da quando aveva otto anni: abbiamo amici in comune, e anche altre cose; lei scrive, scrive da tanto tempo, e per ora lo fa solo per sé. Le ho suggerito di aprire un blog, perché persone che scrivono come scrive Silvia, lasciano tracce piacevoli da seguire, da trovare ogni tanto.
Non so se lo farà: Silvia è riservata, forse un po’ troppo ma è anche molto giovane. Le occorre fiducia, consensi, e per questo bisogna esporsi. Infatti ha scritto questo articolo, sul giornale locale di Laveno, una bella località sulla riva del Lago Maggiore.
Ha un taglio giornalistico, è la cronaca di un avvenimento, protagonisti i libri, quindi una delle passioni di Silvia.
E questa passione, leggendo il suo articolo, la si sente, la si sente eccome.
Ho trovato bellissimi alcuni passaggi: ne cito uno ” I libri servono ad essere in alto, più in alto della luna”. Ecco la relazione con la foto del cielo. E poi ancora: “I libri non sono solo teste chinate. Sono vita”

In bocca al lupo Silvia:
io aspetto il tuo blog, aspetto altre parole scritte. Perché … perché sì, le parole hanno un suono.  E a volte anche un odore, un sapore. Sanno essere melodia, sanno essere medicina, balsamo e sanno far vibrare anche le corde più profonde. Hanno un potere, magico, a volte. I libri sanno portare, come dici tu, in alto nel cielo, più in alto della luna. Ti sanno portare a cavalcare le stelle, oppure in mezzo ai folletti e fate dei boschi di una infanzia che è sempre un po’ dentro ognuno di noi. I libri sono conoscenza, rifugio, apertura. Sono un paio di ali, due guanciali e, a volte, la sola casa che hai.
Sono abbraccio, cibo e acqua e sale e terra, Volo, calore, ristoro, riparo. E le Parole sono comunicazione come lo è anche a volte l’assenza di Parole. A stabilire relazioni tra persone che sono fatte di parole, di gesti, di suoni, di silenzi a fare le Storie, bellissime Storie di uomini e donne.  Qui di seguito, l’articolo di Silvia.

LE PAROLE SCRITTE HANNO UN SUONO?

Bastava essere presenti a Laveno il 12 giugno dalle ore 17 per trovare la risposta. E non poteva che essere affermativa: si è svolta infatti la manifestazione Fuori chi legge!. L’anno scorso la manifestazione aveva preso vita nel Parco di Sesto Calende ottenendo un notevole successo: quest’anno è stata Laveno la location scelta e il suo successo non è stato da meno. La manifestazione ha lo scopo di avvicinare alla lettura quella fascia di ragazzi dai 15 ai 25 anni che per vari motivi si sono allontanati dal mondo dei libri e dal suo splendore. I libri non sono solo pagine e inchiostro. Non sono solo teste chinate. Sono vita. Fluidi in grado di attraversare lo spazio e il tempo. Sono note silenziose che sanno farsi sentire anche senza il bisogno di alzare la voce. Ma coma fare a comunicarlo a che anche per pigrizia se ne è allontanato? “L’Armata” guidata dal Sistema Bibliotecario dei Laghi e tre “agguerrite” cooperative  (Naturart, L’Aquilone e Cooperativa Lotta Contro L’Emarginazione) hanno promosso insieme a un vasto numero di associazioni, tra cui anche noi della Consulta dei giovani di Laveno Mombello, in questa che più che una manifestazione chiamerei quasi “magia”. Perché i libri sono anche musica, laboratori, spettacoli, incontri. Dentro i libri ci sono parole e dentro le parole c’è un pulsare d’energia infinita. Dalle ore 17 partendo dal piazzale del traghetto, passando per tutto il lungolago sino alla biblioteca e al suo parco si è potuto assistere ad uno spettacolo strepitoso. Laboratorio di illustrazione per dare forma alle parole. Laboratorio di musica hip hop per dare musica alle stesse. Concerti di gruppi emergenti della zona e di gruppi famosi come Maxi B e il reggae dei Franziska perché le note sono parole che sanno arrivare lontano. Emozionante la lunga striscia di carta di Ivan. Poesia di strada dove ognuno era libero di esprimere se stesso. All’interno della biblioteca”Antonia Pozzi” e nel parco della Villa Frua  rendevano vita i dibattiti con i giovani autori della zona e i reading,percorsi interattivi dove musica e parole sapevano fondersi in una cosa sola. E mentre la notte prendeva posto anche tra gli scaffali della biblioteca ecco il concerto lettura di Giulio Casale e i Deskarados che ci accompagnavano nel viaggio di Davide Musci. Per tutta la manifestazione la Consulta dei Giovani in collaborazione con l’oratorio di Mombello ha gestito l’infopoint e l’innovativa “Bilancia dei libri”. I libri hanno un peso. Non dimentichiamolo. Fame di sapere? Non solo. L’EduBar ha garantito ottimi piatti per tutti. Per chi non era presente c’era la web tv radio che ha realizzato la telecronaca dell’intera manifestazione,altro che campionati del mondo di calcio. E le riprese realizzate da una troupe di giovani ha permesso di rendere indelebile Fuori chi Legge!.  Perdersi? Facile: la bellezza dei libri serve proprio a quello. Per poi ritrovarsi. Un po’ diversi.  Seduti su quel muretto per vedere lontano i confini del lago. In alto. I libri servono proprio a questo. A essere più in alto. Più in alto della luna. Perché chi legge non esca solo una volta l’anno, ma sempre.

 

IN CONTROLUCE

C’era qualcosa da scrivere, poco fa, ma ora pare non ci sia più.
La voglia, il desiderio, il bisogno di scrivere sono così:  arrivano, urgenti, ti investono, ti riempiono, e poi solo il tempo di trovare carta e penna o accendere il pc, ed ecco che si dissolve l’istante dentro il quale potevi raccontare.
Ti resta l’emozione, quella resta ma la senti sprofondare, sotto gli strati della comunicazione, la vedi fuggire dalle linee costrette delle parole, dall’area del foglio.
La vedi mentre cerca di nascondersi dietro barriere erette per separarsi dal linguaggio, la vedi mentre scappa, mentre si attorciglia disperata  sui pali dei semafori rossi dello spazio di un blog. La senti invocare  pietà.
Ti resta dentro come deve essere dentro: come un aroma che ti cattura l’olfatto, che ti offre un sapore. Una carezza interna e lenta, lenta, lenta che ti sfiora di bellezza l’anima, restia a darsi alla luce perché è una cosa tua.
Quell’orizzonte che separa il dentro dal fuori è qui, all’apice delle mani, sono i miei polpastrelli che volano sulla tastiera a raccontare .. cosa? Una carezza? Si può raccontare una carezza?
Una carezza la senti, la offri, la ascolti, la segui con le dita con gli occhi chiusi, l’assorbi attraverso la pelle e diventa calore, diventa guarigione, diventa magia, unguento per un dolore, tenerezza profonda a toccare le parti più profonde e delicate, intoccabili spesso, insondabili sempre.
Oggi era una carezza, sopra tutte le cose condivise, sopra la nostra storia, sopra gli anni passati insieme anche a discutere, sopra tutte le gioie le vittorie e le sconfitte. Sopra tutte le cadute, sopra i lividi sopra le risate. Sopra l’impegno, la crescita, il percorso lento e costante dove niente è stato regalato: nessun frutto caduto da nessun albero. Tutti alberi piantati, uno dopo l’altro e poi curati bagnati protetti con ostinazione, con fiducia, entusiasmo e qualche volta con stanchezza,
Una carezza sopra tutte le risposte a tutte le chiamate: mai una “chiamata senza risposta” sui nostri telefoni che fossimo in riunione in vacanza in conferenza in famiglia o sulla luna.

Una carezza sopra quel dolore, dentro quel vuoto che conosco, una carezza ricevuta tanto tempo fa, custodita, protetta, accudita e restituita oggi.
Ci sono persone che riescono a dare vita a carezze come queste, e con queste carezze è possibile aiutarsi a vivere la vita. Questa carezza comprende Lucia che non è là dove l’hai lasciata, ma è proprio là, dove non l’hai lasciata.

Ho scritto qui perchè tu non leggi Controluce.
E poi perchè Lucia è da Controluce. Perchè? Perchè ci vogliono occhi speciali e un’anima speciale per leggere dentro la sagoma, dentro la figura in Controluce.

(foto: celeste)
http://www.flickr.com/photos/ric-or-di/

LO CONOSCETE?

E’ una ripresa che ho fatto in febbraio, in quel di Bologna.  Ci furono diversi racconti in Controluce, riferiti ai quei giorni.  Ora è stato finalmente montato anche il filmato.

RISERVATO/PERSONALE


A Ulisse, Bovaro del Bernese, 30.03.2010

Ciao.
Siamo simili tu ed io, quasi uguali.
Non ci conosciamo .. no, non personalmente ma ho saputo di te.
Conosco questo posto, Controluce mi pare si chiami e so che qualche volta allungando il tuo naso fin sopra la scrivania di quel tizio che abita con te, lo hai conosciuto anche te  (lo chiamano blog .. mah!! ).
Comunque sia so che in questo  momento sei un po' in difficoltà e allora sono passato per lasciarti i miei auguri.
Gli umani direbbero "in bocca al lupo"…. ma diciamolo,  da cane a cane: si potrà mai dire una cosa del genere a uno come noi?   Ba!
Guarisci presto. Sei un grande! Basta vederti in foto per capirlo. 
Ciao anzi bau !!

Grazie Celeste per questo spazio. Pago in crocchette eh!
E grazie anche per non lasciare spazio ai commenti. I commentatori possono commentare sul … come lo chiami te? Post… Ecco, i commentatori commentino i post precedenti!  Bauuuuu

Le mille e una cosa …

E Dio mi fece donna,
con lunghi capelli,
gli occhi, il naso
e la bocca da donna
Con rotondità e peli
e dolci cavità;
mi scavò dall’interno
e fece di me
lo studio degli esseri umani.

Lui tesse delicatamente i miei nervi,
Equilibrò con cura
il numero dei miei ormoni,
Compose il mio sangue
e me l’iniettò
perché irrigasse
tutto il mio corpo.
Così nacquero le idee,
i sogni e l’istinto.

Creò il tutto
con grandi colpi di fiato
scolpendo con amore
le mille e una cosa
che mi fanno donna ogni giorno
e per le quali con orgoglio
mi alzo ogni mattina
e benedico il mio sesso.

(Gioconda Belli  –  Poetessa nicaraguese)


Grazie E. per avermi fatto conoscere questa Poesia: è una delle cose più belle che io abbia mai letto. Delicata forte .. in una sola parola: Bella.  Grazie per i brividi e anche di essere nei miei giorni.

immagine: Domenico Purificato, Volto di donna.  fonte http://www.pinacotecamarsala.it/c_15.html

BELLEZZA

 

(foto di Giò ©)

 

Mi sono innamorata di questa fotografia appena l’ho vista; Giovanna l’ha scattata in India la scorsa estate, me ne ha fatto dono quando, guardandola sono rimasta incantata.

Mi ha concesso di pubblicarla su Ricordi e mentre lo facevo, stamane, ho pensato a lungo un titolo ma poi …  non poteva che essere questo: Bellezza.

Qui dentro c’è naturalezza, c’è armonia, c’è eleganza, c’è delicatezza.
 
Il gesto è semplice eppure forte, ricorda un’offerta, una preghiera, un richiamo, un saluto.

E’ un’ immagine potente, e si sente che lo è proprio perché è semplice.

Grazie Giò e ……  Namastè

BIANCA LUNA

DEDICATA

 
Tenera è l’infanzia tempo d’innocenza vita della mia vita ti parlerò col cuore di quel che c’è e non ha ragione.

Vivi sempre con passione rispetta le persone e l’amore per te stessa difendilo, non farlo maltrattare, tu rischia ma rimani uguale.

Che sia buona vita, che sia buono il tempo, canti canti il vento, finchè notte sia finita.  Che sia buona vita, che sia buono il tempo, canti canti il vento, che il tuo sogno prenda vita.

E siamo fatti di tutto, di zucchero e di sale, di pioggia e fango asciutto, di scivoli e di scale, di gioni vuoti e carnevale.

E c’è bellezza in ogni cosa, e l’arte è aria pura e ovunque musica si posa ricorda che c’è un fuoco in ogni voce melodiosa.

Che sia buona vita, che sia buono il tempo, canti canti il vento, finchè notte sia finita.  Che sia buona vita, che sia buono il tempo, canti canti il vento, che il tuo sogno prenda vita.

La tua piccola mano, rosa stella marina, con fiducia si posa, è un soldino in questa grande mano, io lo conserverò al sicuro.

Che sia buona vita.

A.

OMAGGIO

Ci sono cose delle quali si vorrebbe “sapere”, ma al contempo non si vorrebbe conoscere niente, perchè la conoscenza a volte toglie parte di quella “magia” che può rivestire un oggetto, una storia, un ricordo.

Vagabondando poco fa nel web, proprio con quello spirito, sono immediatamente incappata in un sito (linkato in fondo al post) che contiene due poesie.Entrambe le poesie, nel sito,  sono riportate nella medesima pagina. Sono di Rainer Maria Rilke, poeta tedesco di origine boema, dei primi del 900.

Le dedico a due persone che mi sono particolarmente care, anche se non è detto che passino in Controluce.
Lascio qui, appiccicato al post  anche qualcos’altro che però non si vede: il mio stupore per aver trovato queste due poesie, magicamente accostate, e perfettamente accostabili a due passioni, proprie di due persone diverse.Chiedo scusa a tutti: è un post dedicato ma ovviamente è aperto ai commenti di tutti.

.
L’angelo della meridiana
Chartres

La bufera che scuote la forte cattedrale
come la furia del pensiero che nega,
ci spinge a un tratto con più tenerezza
verso di te, attratti dal tuo sorriso,

angelo sorridente, sensibile figura
che hai la bocca di cento bocche fatta
e non t’accorgi che le nostre ore s’allontanano
da te e dalla colma meridiana su cui stanno

a un tempo tutti i numeri del giorno,
ugualmente reali, in profondo equilibrio,
quasi ricche e mature fossero tutte le ore.

Che sai, tu che sei pietra, del nostro essere?
E forse hai anche più beato il volto
quando volgi alla notte il tuo quadrante?


La Meridiana

Raro un brivido d’umida putredine
giunge dall’ombra del giardino dove
gocce ascoltano gocce che cadono e un uccello
migrante canta, fino alla colonna,
avvolta in maggiorana e in coriandoli,
che indica le ore dell’estate;

solo quando la dama (che un servitore segue)
nel suo chiaro cappello di paglia di Firenze
si china sul suo bordo, il quadrante
si fa ombrato e taciturno -.

Oppure quando una pioggia estiva
annunciano ondeggiando le alte cime,
la meridiana ha una pausa; perché
non sa esprimere il tempo che allora arde improvviso
in frutti e fiori delle nature morte
nel bianco padiglione del giardino.

NO TITLE

 
 

 

REGARDS

L’ANDREA CHE NON SI E’ PERSO


 
 
6  ottobre 2009

C’è una canzone di Fabrizio de Andrè, per me stupenda (del resto io le amo tutte, le sue canzoni). Questa però è molto triste e parla di guerra e non c’entra niente con questo post. Comunque la canzone si intitola “ANDREA” e dice: "Andrea si è perso.. e non sa tornare."

Però io conosco un Andrea che invece non si è perso.

Andrea è il suo vero nome, come vera è la sua storia.
La sua storia, quella “soltanto sua”, Andrea la deve ancora scrivere; ha appena incominciato a farlo.
La mamma di Andrea ha voluto che fosse pubblicata esattamente in questo modo quella che è stata, finora,  la “storia di Andrea”.

Non è facile raccontarla: occorre coniugare ciò che non si può dire in un blog con ciò che non si può dire in un blog e poi con ciò che la mamma di Andrea desidera far conoscere di Andrea.

Perché scrivere di Andrea? Bè, perché Andrea è una persona speciale; la sua storia potrebbe sembrare una storia come tante, come quella di tantissimi ragazzi se non si conosce il vissuto di Andrea.

E qui sta la difficoltà maggiore. Raccontare il vissuto di Andrea è importante, dunque per trasmettere la specialità di Andrea, consegnare il messaggio del suo coraggio, della sua determinazione, della sua forza. Ma… ci saranno i necessari "bip".

Andrea è, come milioni di giovani, figlio di questa società carente di punti di riferimento, di valori saldi e importanti, quindi di certezze.
Una società che delinea l’idea di un futuro difficile, avaro di possibilità, povero di scelte quindi foriero di  errori e di frustrazioni.  E’ un futuro fitto di nebbia e di poche certezze quello che si vede attraverso i vetri della finestra di casa.  
E questo è sfruttato molto bene da chi, obbedienti a un solo dio, a bordo di carrozzoni sfavillanti di luci colorate intermittenti gridano “venghino signori venghino, la felicità è qui”.

Andrea, occhioni scuri e capelli neri come il carbone è nato da una mamma giovanissima.
Una mamma figlia di due persone meravigliose che da sole hanno tirato su otto figli insegnando loro la dignità, il rispetto per la  vita, per il piatto di riso sulla tavola, per la fatica del lavoro e l’umiltà dello spirito.
Una tavola (la ricordo bene, nella mia infanzia) apparecchiata come quella dei sette nani e  Biancaneve, dentro una casa che sapeva di pulito, odorava di serenità, quella vera, e di quella semplicità  in cui a  scandire il tempo è il suono delle campane, i ragazzi che tornavano da scuola, il giovedì che era il giorno dei gnocchi, il venerdì quello del pesce. La messa la domenica mattina con i vestiti “della festa”.

E’ poco più’ di una ragazza, quando la mamma di Andrea lo partorisce; ha la testa piena di sogni e di speranza  senza l’ombra di alcun disincanto. Come spesso si fa a quell’età, lei è andata dove l’ha portata il cuore. Da questo luogo è nato Andrea.

Le cose sono cambiate prestissimo: il disincanto, puntuale è arrivato, e per niente tenero. Andrea lo vive, lo respira, lo ingoia insieme alla sua mamma.

(Per ovvie ragioni qui intervengono una serie di “bip” che coprono la figura di un padre, e scelte e avvenimenti successivi che non riescono ad azzerare il debito contratto col dolore e pareggiare i conti nella partita doppia della vita nè a riscattare un certo passato: fatti che porteranno presto Andrea a vivere per conto suo.)

Andrea cresce, con l’amore della mamma, dei nonni e degli zii e zie: cresce, in parte, nella casa con il grande tavolo sempre apparecchiato, quindi grazie a questo, respira anche aria di normalità. Ai carrozzoni del paese magico che promettono balocchi e felicità, non si avvicinerà mai. Non entrerà mai nemmeno in una tabaccheria a comperare le Marlboro.

Lavora presto, Andrea, a 15 anni lavora  e qualche anno dopo ha già la sua casetta: con il suo stipendio di operaio va in banca, accende un mutuo e se la compera. La arreda con amore, con buon gusto, senza lasciare niente al caso, come sa fare chi ci mette amore e cura, più del denaro, anche nelle scelte più banali. 

Poi un giorno Andrea sente che qui è tutto troppo stretto, e che è arrivato quel momento che culla probabilmente da anni nel suo cuore: il momento di cercare, aprire, uscire, volare è arrivato.

Affitta la sua casetta e con il ricavato continua a pagare il mutuo. Un giro su Internet, qualche informazione, e tanta voglia di provare, di mettersi in gioco, di continuare a contare solo su sé stesso però oltre il cortile, lontano dal perimetro. E parte.

Non conosce una sola parola di inglese ma parte per Londra: mi manda una e mail: "sai aveva ragione la mamma quando diceva che non si può andare a Londra senza un ombrello. Infatti la prima cosa che ho fatto, tra aeroporto e ostello è stata quella di entrare in un negozio a comperare un ombrello”.
Compera l’ombrello e la proprietaria del negozio gli offre da mangiare e lo aiuta a trovare l’indirizzo dell’ostello.
Lavora come cameriere in bar e discoteche e studia la lingua. Lascia l’ostello quasi subito (c’è troppo casino non si può studiare qui dentro), affitta un appartamento insieme ad altri ragazzi conosciuti nel frattempo.

Sono passati due anni, lo rivedo. Parla inglese come un inglese. E’ sereno, sorridente, sicuro di sè, senza un filo di presunzione. Un sorriso limpido umile gioviale. E’ così che lo trovo lo scorso giugno, alla festa della Cresima di suo fratello: lo abbraccio:  – che fai Andrea, resti?  –
– Qualche giorno,  poi torno a Londra, sistemo le cose e riparto. Vado in Australia –

Parte oggi, sei ottobre. Ha un permesso per un anno, porta con sé un grosso zaino e i suoi sogni. Sua mamma stamattina mi ha detto che conteneva due paia di jeans, magliette, scarpe insomma lo stretto necessario.
Già, penso io: doveva lasciare il posto ai sogni e a tutte le speranze. La località l’ha trovata facendo ricerche su internet e con le mappe di Google: "tanto,  basta aver voglia di lavorare no?”

La storia di Andrea, in fondo, è una storia come tante altre: moltissimi sono i ragazzi che vanno via, che cercano all’estero la propria Itaca.
Però molti hanno la rete: una famiglia che può far fronte a spese, che può riparare qualche errore. 
Molti hanno una laurea, un diploma, parenti o amici già sul posto, disponibili ad offrire i primi appoggi, costituire un punto di riferimento.
Andrea non ha niente di tutto questo: lui ha un cuore, una testa, e dentro il respiro della casa con la tavola come quella di Biancaneve, l’odore della nonna e della grande casa con il giardino.
E ha l’amore di sua mamma, immenso,  e il suo per la vita, quello che ha vinto sul dolore e su ciò che gli è mancato.

Lo chiamo poco fa, qualche ora prima della partenza: cerco di non essere banale né sentimentale. Tra le poche cose che riesco a dire una è: non ho figli Andrea ma se ne avessi avuto uno lo avrei voluto come te.
E sì .. confesso, ho pianto.

In bocca al lupo Andrea.  E sì, ti prometto, sto accanto a mamma.

LA LUNA E IL BAMBINO

luna

Ammirata

Interrogata

Cantata

Venduta

Fotografata

Temuta

Seguita

Adorata

Calpestata

Violata

Conquistata

Sfruttata

Studiata

Profanata

Maledetta

Amata

C’era un bambino che amava la luna.
La osservava la sera, dalla collina, e pensava … (quando pensava sovrapponeva il pollice della mano all’indice della stessa mano).

C’è un uomo che ama la luna.
La osserva, la sera, dalla collina. E pensa … (quando pensa, sovrappone il pollice all’indice della stessa mano).(non sono cambiati. Lui ha i capelli bianchi e lei continua a giocare tra il bianco e il colore del miele. Lui la scruta. Lei lo scruta, segue, protegge. Gli offre la luce, il sonno, l’orientamento.  Accoglie il suo pianto e il suo canto).

E’ un bambino, quando la Luna atterra sull’uomo.
Perchè è la Luna che è atterrata sull’uomo (…… “e su questo argomento non ho altro da aggiungere”)

E’ un uomo, quando la collina cambia colore. 
Quando l’immagine diventa di miele maturo colando tra la collina e il ricordo. Tra un bacio e il Mistero del colore dell’ambra.

E’ un uomo quando il Tempo sfida una fotografia.
(O è una fotografia a sfidare il Tempo?)


Siamo noi a passare il Tempo o è il Tempo che passa noi?

 Ten … Nine …  Eight . ..Seven … Six … Five ………….

23 06 2009

CAREZZE E PAROLE

” Ti voglio bene ”

A volte è

Una carezza sul cuore

La cura per il mal di testa

Un sospiro che ti calma la tensione

Un massaggio sul volto; cancella la stanchezza, regala un sorriso.

Grazie, R.

(un fiore per te)

097

foto: celeste

Lei

 

Se ne andò così
senza una ruga sul volto
senza portarsi dietro nulla.

Sul viso affiorò un sorriso
a cancellare le contratture che disegna il dolore.
Protese le braccia verso qualcosa e andò via.

Se ne andò così anche qualcosa di me
Forse la mia parte migliore.
Forse quella parte di me che Lei non diede alla luce.

ALBERI (e dintorni)

Un gelato. Cioccolato e Limone per te….  (uhmmmm).. Mah…

Cioccolato fondente e pistacchio. Per me.

L’albero. Non “un” albero.. bensì l’albero.

Un libro… Magari poesie, magari Erri de Luca…

Poi sorrisi … Niente altro…

L’odore dell’erba di primavera, il sole, il sole di maggio che non è ancora feroce.

Non morde la pelle ma l’accarezza dolcemente.

E la cose più preziosa del mondo: la calma.. Il Tempo.

Può essere (anche) questo, il “senso della vita” ?

Oh si !

.

Chiedo scusa se non è comprensibile a tutti gli eventuali visitatori..

Ma come sempre i messaggi arrivano.. a chi sa leggere..

Dove? bè.. dentro la sagoma… del controluce, no?

E dove senno' ???

.

  8086163860c4ab17e5c74ec512dd4a22

 

 foto: celeste

 

CARPE DIEM

Riflettendo: Tempo, ancora il Tempo. Tirannia e Possibilità. Il tempo che passa, la Storia che partorisce se stessa. Le occasioni lasciate… Le lasciate perse…. Le rinunce… Le sconfitte…. Un cocktail di Tempo, una scelta non fatta. Che sapore puo’ avere:  1/3 amarezza 1/3 rimpianto  1/3 delusione? Sapore di sconfitta? O forse il sapore della protezione. Protezione dal dolore futuro? Ma la vita è adesso… O no? E allora ? Chi scrive la storia? Il rimpianto? No, il rimpianto non puo’ scrivere la Storia.. Il rimorso puo’ farlo… Comunque sià sarà uno scritto … Il rimpianto è una pagina invisibile, scritta nell’aria da una mano invisibile. Il rimpianto è vita non vissuta. E’ una “non storia”. Pertanto non può essere scritta. E tanti rimpianti sono una “non vita”.

Nessuno ti renderà gli anni, nessuno ti restituirà a te stesso; andrà il tempo della vita per la via intrapresa e non tornerà indietro né arresterà il suo corso; non farà rumore, non darà segno della sua velocità: scorrerà in silenzio; non si allungherà per editto di re o favore di popolo; correrà come è partito dal primo giorno, non farà mai fermate, mai soste. (Seneca, De Brevitate Vitae 8, 5)

I treni passano, le locomotive arrugginiscono… fanno il loro Tempo, scrivono la loro Storia. Ci sono treni da prendere… Treni che non tornano…  Locomotive… affascinanti … viaggiano nel Tempo, lo trafiggono, lo possiedono, lo attraversano, lo feriscono, lo trapassano e si fanno possedere, attraversare, trapassare. E hanno un cuore, le locomotive.  Come questa, la Locomotiva di Riccardo, che contiene oltre al proprio cuore, un po’ di cuore di Riccardo. E adesso, anche un po’ del mio.

21042011260102

 foto: Riccardo