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IO, GHEBBELGATTO e IL FOLLETTO (che non è l’aspirapolvere)

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immagine dal web

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Allora: tutti sanno qui che sono amica e che convivente da tutta la vita di cani. Cani, cani, cani. Io e i gatti ci siamo sempre tenuti a distanza non per mancanza di amore, ci mancherebbe. Amo tutti gli animali e li ritengo, complessivamente, più umani di molti umani,  piuttosto perché non li conosco. Non riesco ad interagire per due ragioni: la prima è la scarsa conoscenza e la seconda è che il mio approccio è canino pertanto non viene accolto dal gatto di conseguenza il gatto non può rispondere alle mie aspettative. Detto questo l’altro giorno mi sono imbattuta in Ghebbelgatto e devo dire che è andata piuttosto bene. Insomma è andata molto meglio di come andava con Zia Miciola, gatta dal sangue  blu non so se per razza ma di certo per merito. Ma l’altra notizia ancor più strabiliante sta nel mio secondo incontro … udite udite, con un folletto del bosco. Stavolta è accaduto nel parco di Villa Pamphili e stava dentro un “buco” di un magnifico albero!!

Bè, questo post è un saluto, un pretesto, la prova che sono viva anche se sommersa dal lavoro, nonché la prova che vi penso, vi ho tutti nel cuore, insieme a questa casa che odora di tè, di fiori di limone, di zagara, di zenzero. Di basilico e rosmarino come la tisana offertami da Ghebbelgatto e di biscottini frolla e cioccolato nella solita cornice di pace e serenità che nonostante tutti i momenti, i dolori, le fatiche e le delusioni, si respirano in certi luoghi, in certe case, davanti a certi camini accesi. 

Ovviamente questo post è anche il pretesto per aprire un dialogo, conversazioni senza tema. Tema libero, come a scuola. I temi di Controluce sono sempre liberi, liberissimi, e tutti aperti alle cose di dentro, alle anime e ai cuori belli. All’intelligenza, alla bellezza. Un invito al sorriso. Quindi vi invito a sorridere. Offro io!

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E, a seguito dei commenti a questo post, signore e signori ecco a voi l’unico, l’insuperabile, lo scalatore filosofo GHEBBELGATTO!!  Standing ovation raccomandato….

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Immagine: Autosgatto. perché a noi, selfie non ci piace!! Un gatto è un gatto, è un gatto!! Tutti i diritti riservati. E anche un paio di etti di rovesci!

EQUINOZIO

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la foto è del Riccardo. Il post … pure 🙂

 

 

Ecco, come è consuetudine, anche oggi la foto dell’equinozio di autunno. E… come si dice nelle presentazioni che si rispettano: lascio la parola a Riccardo.  Che ci scriverà appena avrà tempo/voglia/modo. Per ora godetevi la foto. Cele.

Eccomi!
Beh, trattasi della meridiana del Museo della Scienza di Firenze, altresì noto come “Museo Galileo”. Lo trovate qui: cliccare proprio qui!

A me piace osservare l’alternanza delle stagioni. Boh, mi piace, anche se non fa più parte delle cose di cui si ragiona normalmente. E’ che onestamente non capisco come non si possa porre attenzione a cose come queste: noi siamo legatissimi alla Terra, siamo fatti come siamo fatti perché Lei è fatta come è fatta, ne siamo la conseguenza. Ma ormai non ci pensiamo più, non fa parte del quotidiano. Oramai quasi non facciamo più caso nemmeno all’alternarsi tra giorno e notte, la vita prosegue h24.
Per carità, non sono certo io quello che dice “oh tempora, oh mores!” . Non sono un nostalgico e non necessariamente prima si stava meglio di ora, anzi.
Ma pensate anche ai vari summit per la preservazione dell’ambiente, Kyoto and dancing company: per carità, oramai la società umana è globale, che piaccia o meno, e ci si deve (dovrebbe) mettere d’accordo sulle regole del gioco. Ma fateci caso: si parla dell’ambiente in un modo spersonalizzato, che non si capisce nemmeno bene di cosa stiano parlando. Freddi numeri di tonnellate di CO2 e densità di O3, centesimi di gradi di temperature medie e miliardi di tonnellate di ghiaccio ai poli… Tutte cose addirittura vitali per carità ma… fredde. Distanti.
L’ambiente, quello vero, è l’odore del bosco dopo che è piovuto.
E’ il silenzio di quando c’è la neve.
E’ il buio di notte, e la coperta fine fine delle stelle che appaiono. Che sono infinitamente di più di quelle che vediamo le rare volte che alziamo gli occhi al cielo, in città.
Ed è, inequivocabilmente, l’alternarsi delle stagioni.
Che poi mica serve sapere tutti i dettagli dell’angolazione dell’asse terrestre rispetto all’eclittica e la precessione degli equinozi! Sennò si ritorna al discorso della freddezza del Summit. No.
Deve essere roba che senti sulla pelle, non in testa.
Lo sapete? C’erano tanti “tipi di ore”, nel passato. Tanti modi di misurarle. Quello che però mi ha sempre affascinato era “l’ora Italica”, che ancora si ritrova in qualche antica meridiana, ed era, semplicemente, quante ore mancavano al tramonto. Perché quello ti serviva no? Quando il lavoro era principalmente agricolo e la luce artificiale semplicemente non c’era, quale altra informazione poteva essere più importante? Chiaro che ogni giorno aveva “ora civile” (la nostra di ora) differente rispetto al giorno prima, ma chi se ne importava? Contava il Sole.
Quindi come si vede basta osservare gli effetti del moto del Sole, non serve “sapere niente” se non che facciamo parte integrante di questo sistema … che è stupefacentemente bello.
Poi la smetto, ma oramai chi è che pensa che il nostro scheletro è fatto così perché sulla terra c’è un certo peso? Sarebbe diverso se fossimo nati su Marte! Avremmo occhi diversi se avessimo avuto l’atmosfera di Giove e sentito frequenze diverse se fossimo stati su Venere. E nemmeno avremmo respirato aria se invece del carbonio la nostra biologia si fosse basata sul silicio ad esempio, in qualche sperduto pianeta della galassia.
Siamo legati a filo doppio e triplo alla Terra ed al Sole ma… guardiamo il cellulare e non il cielo, o una piccola, silente, innocua ombra che percorre un piazzale che ne porta la testimonianza.
Ecco.
Per finire: l’ombra di ieri ha percorso una linea diritta su quel piazzale che riportava il quadrante solare, testimoniando che la notte sarebbe durata quanto il giorno. Da oggi il giorno cederà il passo alla notte, e fino al prossimo 21 Dicembre la notte durerà ogni giorno di più del giorno precedente.
E a me questo non piace.
Ma viene la neve, e a me la neve mi piace.
Per cui me ne fo una ragione.
Buongiorno popolo di Controluce
R..

nota di Ori: Eh si, siamo legati a doppio triplo filo alla terra e al cielo.. Qualcuno disse:

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QUANDO LANCI UN SASSO IN UNO STAGNO DISTURBI UNA STELLA

 

VERITÀ

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Io e la Lara

 

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nella foto: la Lara

Se si guarda negli occhi un animale, tutti i sistemi filosofici del mondo crollano.
(Luigi Pirandello)

LA LUNA, BELLA LA LUNA

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foto R.

Questa è la Luna di lunedì scorso. Una notte prima che fosse piena. E’ una foto fatta dal Menestrello della Luna. Bella, la luna. E belle le stelle. Quando guardo la luna non mi capita mai ma guardando le stelle, sì.. mi capita ogni volta: provo un senso di … timore. Non so spiegare, ma credo che “timore” sia la parola che maggiormente possa rendere l’idea. Probabilmente è il senso di infinito e di lontanissimo e il senso di mistero. Ci si perde pensando alla immensa distanza tra noi e loro, pur non sapendo misurarla, pur non possedendo l’idea vera di quanta sia quella distanza. La Luna è troppo vicina, troppo raggiungibile, troppo “nostra”. Un sassolino di casa. Famigliare dunque. Ma le stelle !! Le stelle fanno paura. Come tutte le cose lontane misteriose e irraggiungibili fanno paura. E si stempera, sotto il firmamento, la coscienza di sè. Tutto perde importanza: i nostri piccoli perimetri, i contorni, lo spazio infinitamente piccolo che occupiamo sulla Terra.

SEMI-CONFUSI

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A volte mi pare quasi di sentirti. Di sentire il tuo fiato nella stanza, i passi, leggeri, sul parquet che risponde. Spesso è un peso leggero, leggerissimo, al bordo del letto. Passa e sfiora l’altezza del materasso, o forse si siede. A volte è un’ombra che pare attraversare lo spazio sopra la mia spalla, un punto troppo estremo per essere esplorato dall’occhio, e troppo concreto per esserlo da cuore. E’ un’ombra che che mi pare di sentire o forse vedere o forse entrambe le cose. A volte mi pare di sentire il mio nome, mi volto, mi è successo tre volte la settimana passata. Non mi chiamava nessuno. Forse. O forse sì. A volte è un tocco. Leggerissimo, sul braccio quasi sempre, solo qualche volta sulla fronte o sui capelli. L’odore. Questo no, forse io non lo ricordo o forse non era univoco. Strano. Ho sempre prestato attenzione agli odori. Ne ho alcuni che abitano le mie narici: molecole intrappolate nei pori, tra l’umidità del mio respiro e il battito della mia esistenza. Oggi ho raccolto un fiore di lupino, ormai secco: volevo liberare  i semi da quella specie di piccolo fagiolo di velluto grigio, ma ce n’erano pochi, pochissimi. Chissà: forse erano già caduti. Conficcati nella terra, promessi lupini per il prossimo anno. Forse. Il vasetto di vetro che ho scelto per contenerli è decisamente troppo grande. C’era la marmellata qualche giorno fa. Limoni di Sicilia. Mi piace quasi quanto quella di arance amare – la marmalade.  Adesso sa di lavastoviglie, il vasetto, e contiene 5 semi. Li guardo, attraverso il vetro e mi chiedo quale lupino sarà lui e poi lui e lui. Boh. E di quale colore sarà: probabilmente rosso e giallo. Ecco. Un leggero spostamento d’aria dentro la cucina. Leggerissimo. Tra il mio sgabello e il frigorifero. Cosa vuoi dirmi? Non so capire il linguaggio delle ombre e allora prova a scrivere, a parlare.  Magari tra questi rintocchi di campana ti confondi al resto del mondo e a me, lasciandomi un sottile dubbio di suggestione. L’altra sera c’erano le campane, c’era anche un po’ di pioggia. Due calici sul tavolo, una cena così così ma nessun rammarico: contava poco il cibo come il vino.  Una sera normale che se avessi voluto immaginare proprio quella,  mi sarei vista a prestare attenzione ai gesti, alle cose, alle parole. Non l’ho fatto perché sapeva di normalità, di sereno quotidiano, e non di straordinario. Le cose che sanno di straordinario sono per lo più improbabili. Le campane, il vino, la pioggia brevissima non lo erano, improbabili. I pensieri si accavallano sempre nella mente e si rincorrono e cascano, l’uno sull’altro, e poi si mescolano come… come il gelato. Da bambina mescolavo il fiordilatte e il cioccolato nella coppetta, girando veloce con il cucchiaino e diventava una crema colore nocciola ma non sapeva mai di nocciola. Sapeva di cioccolato meno cioccolato e di fiordilatte per nulla. Il cioccolato vinceva sempre: sapeva farsi valere, il cioccolato. Chissà se i semini dei lupini manterranno la loro premessa di lupini. Oppure sono come le tante promesse che suol fare la vita.  E chissà se quel fiato, quel passo leggero, quel nulla di peso sul bordo del mio letto, quel tocco ancora più leggero sui capelli, quell’udire il mio nome, tre volte, la scorsa settimana sono cose tue. E se si, cosa vuoi dirmi? Se passeggi nel corridoio che separa la mia esistenza dalla tua, sempre che vi siano un corridoio, la tua esistenza e perfino la mia, e cerchi di dirmi qualcosa… fallo. Mentre suonano le campane, se non vuoi dare nell’occhio. Così potrò pensare che è tutta suggestione. Oppure fallo tra le stelline che saltellano sul mare al crepuscolo. Tu lo sai che mi fermo sempre a guardarle, che mi mettono allegria, che mi piace tanto il fatto che scompaiono subitissimo appena nate e poi si rituffano nell’acqua per giocare a nascondino con le altre e con me. Fallo li, scrivimi quello che vuoi dirmi. Potrei pensare ad un gioco degli occhi. Sono belli i giochi degli occhi. Diversi dai giochi di parole, ma ugualmente belli, divertenti. Giochi frattalici, che diventano altro e poi altro e poi imparano dai più grandi trasmettendo la memoria di sè. Poso il vasetto della marmellata sul mobile di cucina. I semini neri sono lì e non so nemmeno se avranno la loro primavera. Penso che andrò a dormire. Se sarai nel corridoio, quello tra la mia esistenza e la tua, ammesso che esista un corridoio, e ammesso che esistiamo noi, accarezzami i capelli stanotte, come facevi quando ero piccola ma anche quando ero un pochino più grande. Poco poco più grande di piccola. E se ti va prova a dirmi ciò che vuoi dirmi. Ma se non ti va,  o se non puoi, lasciami una carezza.  Non ho mai smesso di aver bisogno di te.

SANGIOVANNI LA MERIDIANA E I FOCHI

Ecco qui: dall’intervento di R. nel post precedente risulta impossibile vedere le fotografie. Mi sembra di essere Alice nella tana del bianconiglio!! Posto dunque le fotografie qui. 

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Perchè ai fochi ci s’era anche noi.

 

DISTILLATI

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Il tempo è un grande discernitore. Separa. Scarta. Distilla. Anche io mi rendo conto che cerco di usare sempre meglio il mio tempo. E tendo a stare sola piuttosto che stare con qualcuno solo per non stare sola. Non ho paura della solitudine: non la si può riempire con chiunque. Un libro, un film, o semplicemente un divano e i miei cani accanto non sono un’alternativa. Non sono affatto solitaria o misantropa: sto bene con la gente sincera, quella dal sorriso aperto, quella dal “pane al pane”. Con la gente vera. Mi piace passeggiare anche in silenzio con chi sto bene e mi riesce sempre meno dispensare sorrisi che posso produrre con le labbra ma non con il cuore, o con autentica cordialità. Lo faccio, ogni giorno, nell’ambito lavorativo. Devo. Ci sono regole e imposizioni e ciò è più che sufficiente. Mi fa male quando qualcuno chiede “come stai” e nemmeno ascolta la risposta. Per questo motivo spesso, a quasi tutti rispondo “Bene”.  Non mi fa stare bene, mi procura profondo disagio dover mostrare accondiscendenza: le mie corde di dentro avvertono vibrazioni stonate e stridenti e non mi fanno sentire bene con me stessa.

Meryl Streep è una donna che mi è sempre piaciuta come attrice. Ovviamente non la conosco come persona. Posto questa sua considerazione. Ecco. Queste parole potrei averle scritte io.

Non ho più pazienza per alcune cose, non perché sia diventata arrogante, semplicemente perché sono arrivata a un punto della mia vita, in cui non mi piace più perdere tempo con ciò che mi dispiace o ferisce. Non ho pazienza per il cinismo, critiche eccessive e richieste di qualsiasi natura. Ho perso la voglia di compiacere chi non mi aggrada, di amare chi non mi ama e di sorridere a chi non mi sorride. Non dedico più un minuto a chi mente o vuole manipolare. Ho deciso di non con-vivere più con la presunzione, l’ipocrisia, la disonestà e le lodi a buon mercato. Non tollero l’erudizione selettiva e l’arroganza accademica. Non mi adeguo più al provincialismo e ai pettegolezzi. Non sopporto conflitti e confronti. Credo in un mondo di opposti. Per questo evito le persone rigide e inflessibili. Nell’amicizia non mi piace la mancanza di lealtà e il tradimento. Non mi accompagno con chi non sappia incoraggiare o elogiare. I sensazionalismi mi annoiano e ho difficoltà ad accettare coloro a cui non piacciono gli animali. Soprattutto, non ho nessuna pazienza per chi non merita la mia pazienza.   Meryl Streep

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foto dal web

BUON NATALE

 

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E a tutti: felice solstizio a tutti, qui documentato da Riccardo come sempre il nostro messaggero della meridiana.

MODE

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Va di moda la cucina.

Ehh sono mode. Come i cani che però non è una bella cosa la moda dei cani.

Un po’ di anni fa era “cool” portare a spasso il povero husky, cane siberiano da slitta,  costretto a vivere in appartamenti e in città dove, se va bene, in inverno ci son 20 gradi perché poveretto ha dei meravigliosi occhi celesti. In estate si arriva a 30 come niente..

Poi è venuto il tempo del Setter Inglese: elegante e snello con le sue meravigliose frange fa molto british. Vedevo passeggiare per Milano i signori con giacca e scarpe in stile con questi meravigliosi animali, rosso fuoco o bianco neri / bianco arancio e i loro occhi dolcissimi, come il carattere e, conoscendo profondamente questi cani, provavo un po’ di pena, certa che non nessuno li portava in un prato vero, a correre per davvero come loro (e come pochi altri) sanno fare.

E il Labrador? Piuttosto popolare da sempre, ha raggiunto l’apice con la reclam della carta igienica. Poteva essere per un’altra ragione, dirà il nostro labrador… ma questo è stato l’oggetto che gli ha dato la celebrità. A ciascuno il suo…Evvai di Labrador.. 

Ultimamente va per la maggiore il Jack Russel. Non male: forse un po’ di buon senso suggerisce un cane di taglia adeguata alle abitazioni di oggi.. Ma forse anche questa è “moda”.

Dicevo della cucina. E’ IMPOSSIBILE fare zapping con il telecomando senza imbattersi in programmi di cucina. Impossibile!

Tutti cucinano tutto. Tutti esperti. Alcuni provocano anche qualche brividino per via dello stato dei capelli (boccoloni, riccioloni, frange negli occhi) quando non barbe!! Brrr.. Tralascio lo stato delle mani e delle unghie che spesso ti vien da pensare che tutto potrebbero fare tranne maneggiare carpacci impasti branzini e sac a poche.

Lungi da me di fare di tutta l’erba un fascio. Parlando di cucina poi men che meno.. Erbette spinaci puntarelle hanno il loro distinto e unico perché.. 🙂 Alcuni programmi sono interessanti altri banalissimi e scontati, altri ancora assolutamente impraticabili a chi possiede cucine normali, attrezzature normali, figli e mariti normali…

La cosa che più mi “preoccupa” è la cosiddetta cucina molecolare. A vederli non capisci se sono cuochi o gente che gioca al piccolo chimico o all’alchimista. Azoto liquido, lievito istantaneo, cucina senza fuochi, miscele di zucchero per cucinare il pesce. Verbi quali sferificare,gelatinare, stabilizzare, gelificare. Trasformare, modificare. E poi alghe marine e alghe terrestri. Emulsioni, gelatine, “fibre alimentari”, metilcellulose, tabacco. Mah…

Forse sono all’antica quindi originale, dato che le mode, nell’intento di rendere “diversi” rende ovviamente tutti uguali. Fatto sta che domenica prevedo risotto alla parmigiana ovviamente con Parmigiano Reggiano. In compagnia dei miei cagnolini. Un meticcio purosangue 🙂  e un setter inglese che però non vive in appartamento e corre e scava e va in montagna e per le campagne e fa tutto quello che un setter deve fare. Pieffe, per quando la gricia a Trastevere?

Nel frattempo, come scrivevo da Frost/Roberta una preghiera: beato sia il grana, e poi il risotto con l’osso buco, la gricia, l’amatriciana, il pesto, il caciucco, l’olio di oliva extravergine non taroccato (!!!), la schiacciata con l’uva (se no Riccardo mi cazzia), i tortelli di zucca, i tortellini emiliani, il brasato con la polenta, le lasagne, gli gnocchi (e le gnocche senno’ mi cazzia Pieffe).  E poi la carbonara, la pizza …. E molto altro ancora…

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PROFEZIE PER NULLA .. FALLACI

e83219aa5fda3a9eccf4306fb1d69089(liberoquotidiano.it) – “Parigi è persa: qui l’odio per gli infedeli, è sovrano e gli imam vogliono sovvertire le leggi laiche in favore della sharia”. È una delle “profezie” più inquietanti e apocalittiche, di Oriana Fallaci. Subito dopo le nuove stragi a Parigi, su Facebook in molti hanno condiviso i passaggi più duri di alcuni tra i libri e i discorsi della giornalista toscana, fiera oppositrice (controcorrente) dell’Islam e delle sue pulsioni fanatiche e radicali, soprattutto dopo l’11 settembre 2001.

“Islam contro ragione” – “Illudersi che esista un Islam buono e un Islam cattivo ossia non capire che esiste un Islam e basta, che tutto l’Islam è uno stagno e che di questo passo finiamo con l’affogar dentro lo stagno, è contro Ragione. Non difendere il proprio territorio, la propria casa, i propri figli, la propria dignità, la propria essenza, è contro Ragione. Accettare passivamente le sciocche o ciniche menzogne che ci vengono somministrate come l’arsenico nella minestra è contro Ragione. Assuefarsi, rassegnarsi, arrendersi per viltà o per pigrizia è contro Ragione. Morire di sete e di solitudine in un deserto sul quale il Sole di Allah brilla al posto del Sol dell’Avvenir è contro Ragione. E contro Ragione anche sperare che l’incendio si spenga da sé grazie a un temporale o a un miracolo della Madonna”.

Il Corano e i cani infedeli – “Il Corano non mia zia Carolina che ci chiama «cani infedeli» cioè esseri inferiori poi dice che i cani infedeli puzzano come le scimmie e i cammelli e i maiali. È il Corano non mia zia Carolina che umilia le donne e predica la Guerra Santa, la Jihad. Leggetelo bene, quel «Mein Kampf», e qualunque sia la versione ne ricaverete le stesse conclusioni: tutto il male che i figli di Allah compiono contro di noi e contro sé stessi viene da quel libro. È scritto in quel libro”.
La rabbia e l’orgoglio

La Guerra Santa – “Intimiditi come siete dalla paura d’andar contro corrente cioè d’apparire razzisti (parola oltretutto impropria perché il discorso non è su una razza, è su una religione), non capite o non volete capire che qui è in atto una Crociata alla rovescia. Abituati come siete al doppio gioco, accecati come siete dalla miopia, non capite o non volete capire che qui è in atto una guerra di religione. Una guerra che essi chiamano Jihad. Guerra Santa. Una guerra che non mira alla conquista del nostro territorio, forse, ma che certamente mira alla conquista delle nostre anime. Alla scomparsa della nostra libertà e della nostra civiltà. All’annientamento del nostro modo di vivere e di morire, del nostro modo di pregare o non pregare, del nostro modo di mangiare e bere e vestirci e divertirci e informarci. Non capite o non volete capire che se non ci si oppone, se non ci si difende, se non si combatte, la Jihad vincerà. E distruggerà il mondo che bene o male siamo riusciti a costruire, a cambiare, a migliorare, a rendere un po’ più intelligente cioè meno bigotto o addirittura non bigotto. E con quello distruggerà la nostra cultura, la nostra arte, la nostra scienza, la nostra morale, i nostri valori, i nostri piaceri”.

INDOVINELLO

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dei due, qual è la femmina?

🙂 🙂 🙂.

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PREZZI

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Ogni gioia smisurata (exultatio, insolens laetitia) nasce sempre da un’illusione che ci fa credere di aver trovato nella vita qualcosa che non è possibile trovarci: la soddisfazione duratura dei desideri che ci tormentano e che rinascono sempre di nuovo, insomma, il rimedio ad ogni affanno. Ora, ogni illusione di questo genere dovrà prima o poi infallibilmente svanire; e questo ci sarà fonte di dolore amarissimo, e molto più intenso che non la nostra primitiva gioia. Sotto un tale aspetto, la gioia è simile a una vetta scoscesa da cui non si può discendere che a precipizio.

Arthur Schopenhauer

GLORIA AL BANCO

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e pace ai draghi di buona volontà.

MESSAGGI IN BOTTIGLIA

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Parco Sempione, Milano

Domenica mattina presto – Milano la domenica mattina è godibilissima – sono stata a vedere la Nuova Darsena. Non l’avevo ancora vista nonostante da dove lavoro ci posso arrivare in 10 minuti. Ho letto e sentito le solite polemiche: queste non sia mai che manchino!

Piacevole. Piazza 24 maggio è adesso un piazzale grandissimo, pedonale, con le sue aree di sosta, camminamento per tutti, anziani, bambini, carrozzine e carrozzelle. Tutti.

Nell’acqua circolano coppie di germani con i piccolini al seguito. Ogni tanto qualche piccolo sbaglia famiglia e viene richiamato prontamente dai propri genitori e allora lo si vede nuotare in fretta con le zampotte rispondendo al rimprovero. Belle scene da ammirare nel cuore di Milano. E non c’erano! Al posto della darsena c’era solo un luogo maleodorante e in stato di abbandono. Possibile che l’opinione pubblica è pronta ad insorgere sempre e comunque? Possibile che non si riesca mai ad essere obiettivi e esprimere un giudizio OLTRE la polemica?

Assolutamente privi di impatto i mercati, che hanno accolto le attività del vecchio mercato. Lo trovo un progetto giusto, ben inserito nel cuore pulsante della Milano dei Navigli.  Definita Ecomostro e molto altro ancora.. Bah. A me non sembra proprio. Cosa dovremmo fare? del finto gotico? Anche no..

La nota triste c’è, eccome. E non sta nell’architettura, nelle facili polemiche, bensì nelle bottiglie di birra, nei sacchetti, nei rifiuti in generale,  sulla passeggiata e nell’acqua. Questo è il vero triste e doloroso aspetto. Una schiera di addetti del comune puliva (erano le otto del mattino e ho contato almeno sei sacchi di spazzatura da un solo lato del Naviglio). Che fare?

Chi mi accompagnava suggeriva una soluzione anzi due.

La prima: multe salatissime, sorveglianza costante e manganello. 

La seconda: obbligo di vendere birra solo in bottiglie di vetro (niente lattine niente spina) dietro cauzione di 5 euro/bottiglia.  Geniale, niente da dire. Ma mi vedo già una schiera di abusivi vendere bottiglie di birra…  Appoggio dunque la prima.

Mi sembra adeguata e l’unica efficace anche se, ovviamente, corrisponde ad una utopia. Ma l’unica, in una civiltà dove civiltà non c’è. E dove le regole si trasgredisco  prima di tutto in famiglia.  In nome della libertà i figli fanno tutto ciò che pare loro. Sopra i divani con le scarpe, porte chiuse a calci, mani nei piatti di chiunque. Noncuranza in generale nei confronti di persone e cose, invasione di spazi, mancanza di delicatezza e di cura. E poi si riflette tutto fuori. Ovvio no? C’è da stupirsi? Se i ragazzi in casa si comportano come selvaggi, come può essere diverso, fuori? 

Consiglio a tutti, scuole, genitori ed insegnanti per loro stessi innanzitutto e poi per i figli, un libro di Gherardo Colombo e Marina Morpurgo: le regole raccontate ai bambini” (http://zebuk.it/2013/04/le-regole-raccontate-ai-bambini-gherardo-colombo-marina-morpurgo/)

Perché “Libertà” NON significa assenza di regole. Anzi, è il rispetto delle regole a garantire la Libertà. Libertà di camminare in spazi non degradati. Per esempio. Libertà di respirare, di vivere, di stare bene. Libertà di essere Liberi.

Ricordo le polemiche, fortissime, di quando il Comune decise di recintare e mettere i cancelli al Parco Sempione. Un casino bestiale!  “E’ un verde pubblico, è contro il principio di libertà” ecc ecc ecc. Bene fece il Comune di Milano! Dopo la darsena infatti, ieri mattina, sono andata al Parco Sempione. Bellissimo, curato e pulito. 380 mila metri quadrati di bellezza. Rinato dopo la recinzione, nel 2003, ha ripreso lo splendore e la bellezza che merita. A mali estremi …. Speriamo solo che l’attuale Sindaco non decida di togliere le recinzioni. Dopo aver cercato di vietare la consumazione del gelato sui marciapiedi mi aspetto di tutto…  Magari in nome della “città più verde e più condivisa”. Intanto vediamo di vivere meglio e condividere meno ma meglio…

Invece chi volesse curiosare in Darsena:

https://it-it.facebook.com/comunemilano/videos/260803007377019/

https://www.youtube.com/watch?v=oxeYjjX1kMs

https://www.youtube.com/watch?v=IP26RpVAWiY

Parco Sempione, Park Sempione

Parco Sempione e Castello Sforzesco, Milano

 

COME TI INFORCO IL LAGO ….

Prometto che Controluce avrà la luce di prima anche contro e di fianco e dietro… Ora che Pieffe e Ricc sembrano tornati dal lungo viaggio intergalattico (che non li ha cambiati affatto.. anzi…) torneremo a scrivere. Prometto. Devo solo trovare il tempo. 
Ma … in una breve pausa ho trovato questo e non posso non postarlo. Certissima che il vostro gusto raffinato per l’arte e la vostra capacità critica sarà beata da questa visione e il vostro intelletto affascinato da questa geniale trovata.

Guardate la foto.  E poi dicono che le pale eoliche “deturpano”!!

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Lago Lemano a Vevey, in Svizzera.

fonte:”FOCUS” al link
http://www.focus.it/natura-e-ambiente/natura/si-fa-presto-a-dire-lago?gimg=891&gpath=#img891

…. NEWS DAL VERBANO

Dal nostro reporter SirBIss, e da un ottimo fotografo,  vi aggiorno con immenso piacere.

Ecco a voi gli sviluppi. Ma guardate il piccolo…. lasciato di guardia alle uova!

Forse i genitori sanno che non si schiuderano, ormai? Alla prossima, godetevi la foto.

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DIS-ARMONIE

Pace-si-armonie

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La sera, prima di dormire, ho qualche tempo per rifugiarmi nel mio mondo. Quello solo mio, che comprende solo i miei odori, il mio profilo, la mia pelle, il mio respiro. E’ un momento che mi piace, perché è tutto e soltanto mio. Ascolto il mio respiro e cerco di vedere i miei pensieri come se fossero fuori e non dentro di me.  Faccio il bozzolo, con il piumino, mi creo un posto per i piedi, li metto “a cuccia” e cerco di non pensare al domani, alle cose che mi aspettano, all’ufficio. Seguo solo il respiro e ascolto il silenzio della mia casa. Di solito c’è pace, in questo momento. Una pace leggera, respirabile, dove, almeno per un po’, si riallineano le cose, regalandomi un’idea di armonia. Si assottiglia il contrasto tra la mia anima e il mondo e le cose del mondo, le incombenze, le bruttezze, e non stride nulla. Niente unghie sulla lavagna, nessuna prova di eroica resistenza alle piccole e ripetute violenze quotidiane. Si allontanano le ipocrisie, le storie ripetute, i falsi sorrisi, le miserie tutte. E finalmente sento la mia pancia. E riesco a sentirla tranquilla, calda e sento di volermi bene. In questo stato riesco a vedere quasi tutto chiaro. Forse si vede bene solo al buio.  Appare tutto così chiaro… E i contorni sono così nitidi e precisi!

Poi arriva il giorno.. e trovi tutto sotto la luce artificiale sotto la quale, ormai, si vive. Un po’ perché ci siamo costruiti questo mondo. Di banche attorno a noi … e di  mode: quella del perdono, quella del mondo pulito, quella del tacco dodici, quella della tolleranza, dell’accoglienza, della accettazione, dell’indulgenza. La moda del volemossebbene, che semina il virus “iotisalverò” Pericolosissimo, a volte mortale. 

E un po’ perché ci arrivano le solite puntuali delusioni, le bugie, piccole e grandi e poi quelle davvero gratuite e le piccolezza tutte. I segreti di pulcinella. Le scatole di cartone che si aprono ed esce il pagliaccetto gonfiato che ti fa la pernacchia.

Ma non importa: la sera c’è l’appuntamento con la pancia. Calda… E il respiro. E i pensieri che a guardarli da fuori si vede che sono solo pensieri. E qualche persona davvero speciale nel cuore. Si spegne la luce e si immaginano i contorni.  L’essenziale è invisibile agli occhi.

 

 

L’UOMO DELLA PIOGGIA

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Commovente. Uno tra noi, che raccoglie frasi, litigate, parole d’amore, banalità, cattiverie. Sopporta le fotografie, terribili a volte, di chi si vuol portare a casa una immagine banale, con lui accanto. Tollera lo scherno, i calci dei bambini, i sorrisi idioti di chi non va nemmeno a cercare la sua storia.

Le raccoglie, le cose ma non le offre a nessuno. Si tiene tutto dentro. Nessuno sa che da qualche parte è nascosto un sentire. Perché nessuno riflette il proprio sentire dentro una statua. Lo si fa.. magari con la luna. Protagonista di romantici pensieri, regina di una certa letteratura, e di pensieri scartati coi baci perugina. È popolare, la luna. Gli amanti, le passeggiate lungo il fiume cittadino.
I riflessi sull’acqua. Le millemila canzoni dedicate. Per lo più insulse. Usata, la luna. Senza nemmeno i diritti d autore.

L’uomo della pioggia. Per alcuni una statua. Per altri un’opera d’arte. Per qualcuno un omaggio. Per qualcuno …. un “uomo sotto la pioggia”. Qualcuno ha scritto che ritenere le “cose” animate sia tipico dell infanzia. Che poi deve passare.. Ma chissà se qualcuno si chiede mai se ciò è altro…

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L’altro giorno ho letto che è stato vittima di un incidente stradale “La Pioggia” di Folon. Per gli amici “L’uomo della Pioggia”. E’ nata questa riflessione. Ecco. La condivido qui (tanto la reputazione me la sono giocata anni fa…) 🙂 

 

CARO AMICO TI SCRIVO

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cosi mi distraggo un po’,  e siccome sei molto lontano, più forte ti scriverò.

Così cantava Lucio Dalla un po’ di tempo fa (1979, ebbene sì.. 1979) quando ancora si scriveva con la penna. L’altro giorno passeggiavo in Corso Magenta, a Milano, e mi sono fermata ad ammirare le penne esposte nella vetrina di un famoso e storico negozio: Ercolessi. E mi dicevo che la penna è proprio un bellissimo oggetto. Specie la penna stilografica. Ora scriviamo con la tastiera, scriviamo e mail, twitter, chat, sms e mms.. Ma il piacere di scrivere a mano, ovvero semplicemente il “piacere di scrivere”? Un’altra emozione la provai qualche anno fa, a Roma, vicino al Pantheon. C’è una cartoleria, anche questa storica. Spaziale. C’è di tutto. Oltre alle penne, anche gli articoli di scrittura antica, le cannucce con i pennini, le penne. Alcune cannucce porta pennino sono fatte in vetro, altre, più preziose, in radica ed altri materiali bellissimi anche da toccare. E poi la ceralacca per sigillare, e i biglietti, tagliati a mano, e poi i sigilli. E le boccette con l’inchiostro. Sono uscita facendomi forza e dopo aver acquistato sigillo e ceralacca. Non c’è niente da fare. Il fascino della scrittura con la penna stilografica è unico. Unico è il fruscio, il tratto, e l’odore della carta. 

Riporto qui un ricordo di Simona (ciao Simona). Simona era con me, a Roma in quel negozio e ci siamo trascinate fuori dal negozio a vicenda!

… Da piccola, quando feci la Cresima, me ne regalarono due una color oro e una rosa. Quella rosa era la mia preferita. Ero tutta fiera di averla ricevuta ma nessuno mi aveva insegnato ad usarla.  La tenevo dentro la sua custodia la quale era conservata sopra al comò della camera da letto, dentro in una scatola in legno a casa dei miei nonni.  Ogni tanto andavo ad ammirarla . La prendevo in mano e facevo finta di usarla e mi sentivo grande. 

Proprio poco tempo fa decisi di comprarmene una. C’ho messo del tempo a sceglierla. Una stretta, una grossa, una troppo pesante, l’altra troppo corta. Alla fine la trovai, bianca e rotondetta. Mentre la impugno mi sento di nuovo grande e sono contenta perché la MIA penna stilografica mi insegna a dare il giusto tempo alle cose anche scrivendo un semplice “ ciao “ .

 

Natale?

Ieri era Natale.

Il pranzo, i regali. Per quelli che ci credono, la sera prima la messa. O anche solo per la tradizione. Mah, ora ditemi come si può andare a messa per tradizione.

E la capannuccia, l’albero con le lucine. Che chissà che cosa c’entra l’albero con le lucine: me lo chiedo da quando sono bambino. E pure Babbo Natale… ganzo eh, ti porta le cose belline. Ma chi gli ha detto nulla a lui? O un s’era rimasti in Palestina, una ragazza e un attempato signore dentro a una grotta, al freddo, con bue ed asinello, e dell’altra gente che arriva sui cammelli che siccome si sono sparati tutti i regali gli portano l’oro e l’argento, che non ci si copre mica con l’oro e l’argento. Per poi tacere di sta mirra che gli hanno detto “Eh? Ma che sei di fori a dare la birra a un bambino!”.

Insomma, mi pare che  al proposito del Natale come minimo ci sia un po’ di confusione. Per quello che poi se magna e beve, così ci si rintrona bene bene e non ci si fa caso a tutto quello che non torna. E di roba che non torna ce n’è da dare e da serbare.

Natale, Natale… la festa più importante… la rinascita, la speranza. No quella era la Pasqua. O no? Vabè.

Beh. A me, da quando sono grande (e non è da tanto… l’età anagrafica non c’entra granchè con quello che sto dicendo) piace tanto il sole. Piace la Terra, piace la Luna. Piace vedere come noi siamo legati a questa realtà evidente e visibile. Semplicemente simbiotica, con noi. E che però è come se… ce ne vergognassimo, in una qualche maniera. Attribuendo a “qualcosa di più elevato” gli onori della cultura, del sapere. Della bellezza, anche. Della sapienza.

Mah.

Io sto amando sempre di più questa accogliente culla che è la Terra, e questo raffinatissimo modo perfettamente bilanciato che c’è, e che nonostante tutti i nostri intenti perturbativi ci prende come un soffio di vento che porta i capelli sugli occhi: un minimo, trascurabile, inavvertibile fastidio.

Beh, io il Natale lo festeggio un’altro giorno, e precisamente il 21.

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Il 21 dicembre è il solstizio d’inverno, e sono andato a vedere la meridiana, quella in Piazza dei Giudici a Firenze: davanti al Museo Galileo e non più di ventun passi dagli Uffizi. Volevo essere lì durante il solstizio d’inverno, simbolicamente allo scoccare del mezzogliorno, quando il sole per l’ultima volta scende, e l’indomani comincerà a risalire e l’ombra lunghissima dello gnomone sarà impercettibilmente ma inequivocabilmente più corta. Il buio, da quel momento, comincerà a ritirarsi lasciando sempre più spazio alla luce del sole. Trovo questo momento di una intensità immensa, e mi sento di esserne felice, e festeggiare.

Trovo importante trovare armonia con quello che ci circonda, quello di cui indissolubilmente facciamo parte, e conoscerlo almeno un po’, e riconoscerlo, per poterne fare parte, prima di cercare di andare oltre. Altrimenti rischiamo di diventare dei “gabbiani ipotetici”, per dirla alla Gaber, e non riuscire nemmeno più di pensare di volare, perchè mettiamo obiettivi forse troppo distanti per i passi che non abbiamo avuto l’umiltà, o forse solo l’intelligenza, di riconoscere di dover fare.

Spero di non avere steso nessuno con queste chiacchiere intrecciate… beh, almeno non più di un pandoro.

Servus

Riccardo.

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Buon Natale

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Auguri a tutti gli Amici e Mici di Controluce. Ai Cani e ai Topolini. E alle Lucertole che girano per questa casa, più o meno silenziosamente. Trovo le zampette ovunque, e peli di Gatte rosse e grigie. Ne trovo il respiro, ritrovo il sorriso ogni volta che sfoglio qui ma anche quando sono qui, come adesso, sopra una pagina bianca come la neve che non c’è. Saluto perfino miagolando la luna piena da qualche solstizio d’estate in qua…   Io, nata e cresciuta con l’odore di cane addosso perfin miagolo! 

Un abbraccio caldissimo e un saluto. Vi ho pensato tantissimo quando lo gnomone ha celebrato (anche) il mio di Natale, essendo nata il 23.12 e ho pensato a quel fascio di luce che rende speciale il Controluce finché c’è l’amore per le piccole cose… come c’è qui, da sempre.

Buon Natale a tutti da me e anche da Pinuccia che ha il computer rotto ha scritto con il cellulare gli auguri per me e per tutti i controlucini.

RITORNI

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Partenze e poi ritorni. Mari, ponti, isole, odori, sapori, colori.

Ponti, pontili. Ne ripercorro uno. Non lo faccio mai, ma questo è un po’ speciale quindi mi concedo un ponte che riporta

QUI …

ORESTE


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E’ nato in una cesta di vimini, destinata ai mici randagi che girano nel giardino della casa degli zii, limitrofa alla mia. Mamma riccia ad un certo punto ha deciso di occupare la cesta e poi si è capito che doveva partorire. Solo che …. è scomparsa: aveva una zampa intrappolata nei fili dello straccio che stava dentro la cesta. Liberata sabato dai fili, dopo qualche ora è scomparsa.  Lui è rimasto solo e dopo alcune ore, è stato portato a casa mia. Il corpicino freddo e l’aria stremata.  Scaricate istruzioni da un sito specializzato nel salvataggio ricci, comperato latte, creata cuccia ecc. Ora è a casa mia (e di giorno, per forza di cose, in auto, come riccio viaggiatore ma con tutti i confort, le cure, la pappa e le necessarie manovre per i bisogni… fisiologici che non sono autonomi ). Si chiama Oreste, pesava 44 grammi (stamane 46) è bello come il sole. Dai piccolo che ce la fai!

Potevo non presentarlo al pubblico di Controluce? 

Nelle foto in alto: il piccolo appena arrivato da me e la sua prima pappa. Non sappiamo niente della mamma ma nei nostri giardini (mio e quello degli zii) ne vivono diversi, quindi di certo ci sono cibo e rifugi. Speriamo … 

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Oreste mercoledi

NONSOLOILMARE

Perché non è solo il mare, ma quell’odore, di legno, di albero, di terra scura e umida, che ti viene addosso e ti racconta di te.
Perché non è solo il mare, ma la luce di stelle che giocano sulla superficie, argento liquido che si colora di rosso quando il sole inciampa nel giorno e poi di blu quando sopra il mare si stende la notte. Perché non è solo il mare, voce tranquilla a leggerti la storia che sei, senza ordine, senza parole, in un silenzio giusto, dentro il quale cuore e respiro sono accordati e la punta delle dita dirigono il vento.

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CONSAPEVOLEZZA

Da con sapere. Qualcosa di intimo, personale. Che non significa essere informati e nemmeno sapere. Ma essere coscienti, aver preso atto in modo profondo, intimo. Una voce importante, la sua. Occorre saperla ascoltare, e non sottovalutare. Costa, in molti casi, ma ci può salvare, aiutare. A raggiungere un equilibrio, una serenità, buone e sane relazioni.  È una compagna, alleata, complice, ci permette di scegliere anziché subire, essere protagonisti della prorpia vita, prendere decisioni e affrontarne le conseguenze. Come il bastone per il rabdomante, la bussola per il viaggiatore, la stella polare per il navigante.  Lei ci può guidare perfino quando si vive sui crinali, ci indica il punto  dove sorge il sole, il nostro sole. Ci guida nelle notti senza luna e senza stelle. Non ci culla troppo, e non racconta favole, tuttavia non ci priva del piacere di ascoltarle e di elaborarle, di viverle, perfino. Nel modo giusto, in armonia con il bisogno di favole e di magia e di sogni che naturalmente abbiamo. È l’asta per noi, eterni equilibristi tra sogno e realtà,  tra falso e vero. È la rete che ci accoglie a volte un secondo prima dell’impatto. È una voce che sa parlarci di noi: basta volerla ascoltare, tendere l’orecchio e fermarsi un poco. È la prima tappa di qualsiasi percorso importante, di ogni sfida, di ogni battaglia, ed è anche la più dura, il gradino più alto, quello tanto più scomodo quanto necessario. Spesso non ha una voce seducente, ma chiara, qualche volta spiacevole, assertiva, inclemente. Facile scambiarla per un nemico. Ma lei aspetta, è parte di noi. Una mano sempre pronta a sollevarci e indicarci il cammino soprattutto quando è buio. Una luce, sempre presente. Possiamo chiudere gli occhi. Oppure no.

 

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AFTERGLOW

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Sempre è commovente il tramonto

per indigente o sgargiante che sia,

ma più commovente ancora

è quel brillìo disperato e finale

che arrugginisce la pianura

quando il sole ultimo si è sprofondato.

Ci duole sostenere quella luce tesa e diversa,

quella allucinazione che impone allo spazio

l’unanime paura dell’ombra

e che cessa di colpo

quando notiamo la sua falsità,

come cessano i sogni

quando sappiamo di sognare.

J.L.Borges

 

 

 

DELICATEZZE

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C’è bisogno di carezze, di passo leggero, di pensieri delicati. Ecco la ragione di questo sfondo. Spesso gli sfondi di Controluce corrispondono al mio umore o forse quasi sempre. Da bambina, la primavera,  la Pasqua, erano colori pastello nei miei disegni, le uova che coloravo con la mamma, i fiori di pesco sui quaderni. Stamane, in treno, leggevo qualcosa sulla memoria, sulla selezione della memoria, questo specialissimo luogo del cervello che sa fare cose meravigliose e anche terribili. Sa conservare, rievocare, stravolgere, edulcorare, svalutare, sminuire, esagerare, a volte cancellare a volte ossessionare.

Dicevo: leggevo e guardavo dal finestrino gli alberi fioriti in un batter di ciglia. Peschi, ciliegi da fiore, la brillantissima forsizia, color del sole, che contro i prati verdi e sotto il cielo azzurro sta che è una meraviglia. E mi sono ricordata di un tema, che feci in quarta o quinta elementare. Titolo:  La Primavera. Ricordo perfettamente che scrissi una cosa che mi disse mia mamma qualche giorno prima ed era più o meno questa: “è come un miracolo, come se la mano di un pittore invisibile fosse passata sui prati, sugli alberi, e nel cielo, trasformando tutto. Ma di certo è la mano di Dio”.  La maestra mi fece i complimenti, e ricordo perfettamente che pensai di non meritarli dato che non si trattava di farina del mio sacco.

Servono pensieri delicati, profumi lievi, colori e sole che non feriscono non accecano non offendono, per portarci piano piano fuori dalla grigitudine dell’inverno, dalla pesantezza dei pensieri, dalla lunghezza delle notti, dalla persistenza del buio.

Servono gentilezza, trasparenze, sorrisi semplici su visi semplici, senza trucco. Magliette bianche e jeans e margheritine nei campi. Servono le primule che aprono gli occhietti al sole, con i loro colori che ben rispondono a questa esigenza di pastello, di colori sussurrati, di lievità, di leggerezza. Di golfini sulle spalle, di passeggiate serali. Di carezze sul cuore.

LA MATEMAGICA

Dedicato ad Aurora che la matematica non l’ama mica… Eh no.. non è esattamente sua amica…  Ho letto di una donna, Emma Castelnuovo. Peccato che a scuola la matematica non la insegnano come l’ha insegnata lei. Forse anche piaciuta di più anche ad Aurora. Bè, Aurora, guardati la MATEMAGICA.  Ciao dalla tua bellissima  🙂   zia.

PAROLE CADUTE

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Ci sono notti di pensieri che si arrotolano, si attorcigliano, imbrigliano i pensieri, mescolano le carte del passato, ci sbattono davanti ad uno specchio dentro il quale si specchia uno specchio. Dietro il quale ci si nasconde la verità, come briciole sotto il tappeto. Notti in cui ci si casca, dentro lo specchio, come fosse un lago. Uscire è difficile quando non sappiamo dentro quale specchio si è finiti. Ci sono notti che hanno forbici che tagliano corde, cesoie per catene, accette per ali. Notti che hanno mani.
Notti che non sono amiche: reti di maglie strette al posto di velluti a riparare spalle, a donare sonni, sonni di riposo, capace di distendere i segni sul viso. G
entilezza per zigomi e guance. Culla per sogni, carezze  sul petto che respira.

Notti di pietà per le parole belle, cadute nei crepacci dell’incomprensione, abissi di pietra dentro i quali la mano non passa. Come il braccialetto caduto alla bambina nella grata del marciapiedi. Niente, non recuperi niente. Sai che sono lì, e ci vuole pazienza, un filo di nylon e una canna da pesca e un bel po’ di tempo. Ma non hai tutta questa roba, non ce l’hai: disponi solo di altre…. parole.

Allora le chiami, le parole belle, provi a farle salire da sole. Ci provi, perché erano belle davvero …  appena nate. Nate da un cuore disteso, che stava anche bene, cadute forse perché accecate dalla luce. Bisogna proteggerle, le parole belle, e tenerle solo sul cuore. E’ un posto sicuro, il cuore. Per questo cerchi di passarle, velocemente, da cuore a cuore…

Ma a volte cadono se il cuore non è pronto, se non può ricevere, se non è sereno: sono parole senza paracadute e senza rete, quelle che nascono dal cuore. Senza protezione, senza cappotto, senza biglietto di ritorno, senza istruzioni. Non sono andate a scuola.

Quelle che nascono dalla testa invece sono più furbe ed equipaggiate. Hanno corde e ramponi, hanno l’assicurazione, il passaporto con la marca, la garanzia e anche la scorta. Sanno mescolarsi, mimetizzarsi, sanno nuotare e camminare. Sanno fare tutto tranne volare, ma alle parole che nascono nella testa non serve volare. Sanno anche contare, e crescere. Si nutrono di altre parole, rotolano, come la polvere sul parquet, e diventano giganti e resistenti. Sono spesso sapienti, sfuggenti, scivolose, drenanti, assorbenti. Taglienti, esperte, capaci.

Le parole che nascono del cuore sono tonde, morbide, semplici, indifese. Vento e pioggia possono appesantir loro le ali. Sono svestite, delicate, esposte,  e non sanno che fare una volta cadute …  non si alzano più. Si può provare a salvarle, rimetterle in fila per farle tornare a casa. E’ un posto sicuro il cuore che le ha generate: forse le può ancora salvare, proteggere, scaldare e tenerle con sè.  Vi sono notti in cui ci si può solo provare. 

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SOGNI VOLI E MAGIE

nel vento

Da bambina a volte mio padre mi portava al Circo. Non ho idea di come sia il Circo ora, non so  se vi sono ancora i leoni, gli elefanti, i cavalli. Spero di no, lo spero con tutto il cuore. Da bambina però non pensavo alla dignità che veniva tolta loro, ero probabilmente troppo piccola e la violenza si configurava con il maltrattamento fisico, le percosse, le torture. Non credo che allora considerassi questo aspetto della violenza.
Ma quello che mi ha fatto aprire questa pagina bianca è stato un ricordo, emerso qualche giorno fa chiacchierando con un’amica: la magia del Circo e il mio sogno, profondo e intimo, di voler far parte della Compagnia, girare il mondo e soprattutto indossare quei costumi scintillanti delle acrobate. Guardavo in alto, e ammiravo quelle donne mentre compivano le loro meravigliose acrobazie, mi piacevano da pazzi i costumi di lamè, sgambatissimi, le coroncine tra i capelli, le calze a rete, le scarpette color nudo con le quali avanzavano leggere, in punta di piedi, e la capacità di flettere il corpo, piegarsi e… volare.
Trattenevo il fiato quando si lanciavano dal trapezio per eseguire il volo libero e respiravo solo quando le braccia muscolose dei compagni le avevano afferrate. Mi piaceva il silenzio del pubblico, rotto solo dal rumore delle funi, un leggero cigolio e le catene degli attrezzi. La fiducia che condividevano le persone lassù: fidati di me, ti tengo io.  Mi piacevano i lunghi capelli, raccolti in quella coda di cavallo capace di sorreggere il corpo che si avvitava, velocissimamente. 
I numeri con gli animali invece mi annoiavano: li trovavo banali, non riconoscevo alcun coraggio nei domatori che si cimentavano in numeri che trovavo sciocchi, con i cerchi di fuoco, la testa tra le fauci dell’animale e mi procurava un senso di fastidio il rumore del frustino che batteva il pavimento.
Mi rattristavano i pagliacci, fissavo quella lacrime e quel sorriso disegnato. Già allora percepivo chiaramente la natura del clown, la tristezza malcelata dalla mano di gesso sulla faccia e dal sorriso color ciliegia, disegnato sempre troppo grande.
Una volta tornata a casa … sognavo. Sognavo di far parte di quella che mi appariva, ogni volta, come una grande famiglia, fantasticavo su come dovesse essere meraviglioso girare il mondo. Immaginavo la mia roulotte ordinata, una specie di guscio, un luogo tutto mio in grado di seguirmi e di contenere tutte le mie cose. Quando capitava che un piccolo Circo sostasse dalle parti di casa mia, volevo assistere anche alle operazioni di smontaggio e poi restavo a guardare l’erba schiacciata, e credo provassi un senso di libertà e di profonda invidia. Ma erano i Grandi Circhi (o presunti tali .. si sa che da piccoli sembra tutto molto grande) della famiglia Orfei o dei vari discendenti ad affascinarmi tanto. Non ho mai approfondito se fossero davvero tutti degli Orfei oppure furbacchioni, ma non era importante: la magia incominciava lassù, appena sotto il punto più alto del tendone. Più in alto erano gli acrobati, più corto il mio respiro.
Sorridevo, consegnando questo ricordo alla mia amica e le dissi che a ben pensarci, le mie preghiere, almeno in parte sono state esaudite: non lavoro in un Circo ma vi assicuro che a volte non è tanto differente!

26122013

Mafalda

PONTI

C’era una volta.. Tutte le storie cominciano così. C’era una volta.

Francesco, si chiamava Francesco ed era un bambino quando incontrò Chiara e gli occhi di Chiara.
Capitò in primavera, una di quelle primavere in cui i prati sono bucati dai crocus come i cieli dalle stelle.
Chiara comparve all’improvviso in quello che era un mondo di silenzi, di scoperte, di verde, di alberi e di fiori e di nevicate. Un paese di dentro che sarebbe diventato grande, che avrebbe accolto foglie dorate e fiocchi di neve, che sarebbe resistito al gelo, e profumato dall’aria di primavera. Che avrebbe saputo meravigliarsi sotto cieli stellati quelli che a vederli stando sdraiati pare che caschino addosso e tolgono il respiro.
Un posto sul quale sarebbe cresciuto del morbido muschio, che avrebbe accolto la pioggia, che sarebbe stato schiaffeggiato da tempeste di sabbia, bruciato dal sole, accarezzato dalla gentilezza della sera.

Ma questo paese era ancora protetto dalla membrana che separa i mondi dagli altri mondi quando proprio lì, ai piedi di un Albero, incontrò Chiara. Si guardarono, per un istante: gli occhi dentro gli occhi.
Fu un istante, un guizzo, il tempo di un fiato poi Chiara scomparve. Senza una parola, senza un rumore, senza che l’aria si dovesse spostare per lasciarla passare. Chiara. Chiara era il nome che doveva per forza avere: la pelle era bianca, chiari gli occhi e i capelli. Per Francesco fu Chiara. Chiara per sempre.

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Tornò diverse volte all’albero, ma Chiara non c’era. Forse non c’era mai stata. Forse era solo la fantasia di un bambino che bucava la membrana di un mondo che separa un mondo dagli altri mondi.

Come il paese di dentro, e con il paese di dentro, il bambino crebbe. Diventò quello che doveva diventare, accolse la pioggia, i fiori, resistette alle tempeste, qualche volta cadendo, altre volte solo piegandosi un po’ verso i propri contorni, tastando i propri confini, esplorando le proprie terre, lasciandosi arare dal tempo e da mani più grandi.
Accolse le notti e i giorni in modo regolare, come le stagioni, e le cose belle, i pianti, il dolore. Imparò le paure, perdette cento volte le chiavi dei suoi portoni, abbassò e sollevò i suoi ponti, visse i suoi temporali.
Si lasciò coprire di neve, ascoltò i passi affondare. Il tempo scavò le sue tane e nascose tesori. Seppellì sogni e dolori e costruì ali, e altri sogni. Imparò a tastare i suoi confini, a conoscerne i limiti.
Disseppellì sogni e dolori, ruppe ali, e sognò altri sogni. Incontrò gioie, emozioni, amori. Profumi, odori di cani. Calore e fiato. Curiosità, di vita, di libri e di sé. Cresceva il pelo sul corpo, perdeva l’altro pelo dal corpo.
Crebbe, come tutte le cose, come i paesi, come gli alberi: non c’era nemmeno il ricordo di Chiara.
Solo un senso di Albero, qualcosa di grande, di infinito, che bucava la parte più blu del cielo, più vicina alle stelle, non lo avrebbe mai abbandonato. Non ne era consapevole, c’era solo un senso di ….. qualcosa.
L’Albero aveva lasciato una goccia di resina nella sua anima, e in qualche luogo di dentro aveva seminato un odore, un sapore, un seme. Ogni tanto affiorava come una vaga sensazione di un luogo antico, lontano, ma si traduceva solo in un senso di qualcosa, qualcosa di aspro e dolce, di legno e di pietra… sassi, forse. Sassi come stelle cadute da qualche parte, con la sensazione, forte ma sempre brevissima, di qualcosa da andare a riprendere. Qualcosa che aspettava, da tempo, in un altro Tempo.

Poi un giorno – un bel giorno – come si dice in tutte le storie,  lei arrivò.

Arrivò “per caso”, piombando dentro un pomeriggio di telefoni e fax, tra appuntamenti e odore di carta e led, schermi luminosi, bip bip. Niente posto per gli alberi, nessun angolo per un solo centimetro di muschio, nessuna zolla di terra, nemmeno un sasso. Non un buco nel soffitto a mostrare le stelle, in quel luogo.
Una voce, dapprima, e un nome. E poi il viso di Chiara. Le labbra di Chiara. Il fiato di Chiara, l’amore di Chiara.

E lentamente si delineava, nel tempo di mezzo tra la veglia e il sonno, tra ciò che sembriamo e ciò che siamo, una sagoma… Un vago ricordo, fuggente, come quelle cose che non appena affiorano nella mente, scivolano via e si perdono, nemmeno a rincorrerle. Niente. Sembrano solo idee. Guizzi. Come un sogno che non si riesce ad afferrare, come una parola che sta sulla punta della lingua.  Come ….. Come cosa? Come…. Come? Come… ma si!!! Come un Albero. Ecco cosa affiora ogni tanto! La maestosa figura di un Albero! Un grande Albero.
Fu in un momento preciso, non saprebbe dire esattamente quale, in cui le narici si spalancarono perché quell’odore fosse percepito, goduto, inspirato… Era odore di resina. Quella resina. Di quell’Albero.   E… gli occhi dentro gli occhi. Gli occhi di .. Chiara.

Se avessi dei piccoli lettori, allora chiederebbero:

Ma allora era un ricordo? Francesco aveva davvero incontrato Chiara quando erano piccoli? O forse accadde tutto in un altro mondo, separato da questo?

Nessuno lo sa. Tranne l’Albero.

L’Albero?
Sì. L’Albero. L’Albero sa tutto. È il ponte tra presente e passato, tra un mondo e un altro mondo. Un ponte che attraversa la terra di mezzo e che conosce i segreti di tutte le cose che stanno tra la terra e il cielo. Conosce i segreti del tempo e qualche volta ne trasporta gli odori.

Ma… loro lo sentono?
Si, loro lo sentono. A volte è una sensazione leggera, come quella di una farfallina con le ali che si posa sul braccio. A volte è una fotografia che appare all’improvviso, a volte è una voce. Un sasso nelle tasche. Un segno nel cielo. Una luce sotto il Paese, quello di dentro ma anche quello di fuori, attraversato da altri ponti, tagliato da fiumi, illuminato da lune gigantesche e bianche, piene o velate.
A volte è un odore che permane, a volte è altro.

Cos’altro è, a volte?
È … Albero.

la foto è tratta dal web.

VEROFALSO

 

Donald Sutherland – Billy nel film “La migliore offerta” – dice: 
 “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”.

Nessuna recensione sul film, per carità!  Piuttosto una riflessione su quello che è il leit motiv del film: verità e finzione, simulazione, artificio, inganno, falsificazione.

L’amore ripara e ricostruisce il meccanismo bloccato dalla ruggine, della personalità un bel po’ borderline dei due protagonisti, così che entrambi raggiungono una specie di “guarigione” (similia similibus curantur).

Ma …
questo amore è simulato dalla bella Claire. La simulatrice infatti alla fine deruba il ricco Virgil, dopo averlo completamente trasformato e “guarito” dalla sue manie che per tutta la vita gli hanno impedito di vivere relazioni sociali “normali” e qualsiasi rapporto con l’altro sesso. Un vero misantropo.

Falsa è l’amicizia di Robert, l’orologiaio che lo aiuta a mettere insieme l’automa Vaucanson. A tal proposito, è interessante notare che l’assemblaggio dell’automa è parallelo all’abbattimento del muro tra Clare e Virgil.  Ingranaggi di un meccanismo che con il robot si attivano, da una parte. Dall’altra le  fobie che  nei due protagonisti si dissolvono. Un parallelismo raffinato e affascinante, dal punto di vista della sceneggiatura.

Recitata è anche la fedele e ostentata amicizia di Billy: alla fine si scopre essere il regista di tutta la messa in scena. E’ lui che afferma che  “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”. E materializza questo concetto lasciando a Virgil come “firma” sull’opera (la truffa) un quadro che esso stesso ha dipinto.

Virgil è un battitore d’asta, è richiesto in tutto il mondo, perizia opere d’arte di enormi valori e deve la sua brillantissima carriera alla sua capacità di distinguere un’opera vera da una falsa…
Tuttavia … non si accorge del complotto, orchestrato dalla donna amata, dai suoi amici, dal conoscente orologiaio Robert che diventa il suo confidente intimo, dal vecchio amico Billy.

Ma forse è più facile scovare il particolare che sconfessa l’autenticità di un’opera che distinguere tra sentimenti veri e sentimenti simulati.

Perché?
Forse perché c’è qualcosa nella natura umana capace di idealizzare e di trasformare come argilla un sentimento che urge come nutrimento, unguento o anestetico. Forse perché siamo bravi a giocare  tra luce e ombre, a ingannare gli occhi, il cuore, e perfino negare evidenze, nascondere pochezze e convincerci che qualcosa/qualcuno  è come vorremmo che fosse. E che noi stessi siamo come vorremmo essere.
E forse anche perchè, come Claire afferma: “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”.

Forse ha ragione un mio amico della capitale che un giorno disse: Ori, non è vero niente. E’ tutto finto…

SEI UOVA E UNA PREGHIERA

La chiamo ieri, da casa.

Ciao. Ti avevo cercata perché ho delle radici, se ti interessano. Sai, come quelle dove ho incollato gnomi e folletti e che ti piacevano? Se ti interessano te le porto …

Ma… Ma…… Ma lo sai perché non ti ho risposto al telefono? Perché stavo chiedendo ad un mio vicino di casa che ha appena estirpato una pianta morta, se mi potesse relagare le radici! Magia!!

Ci vediamo domattina? Ti va?

C’è mezz’ora di autostrada tra di noi, vero, non tanta strada. Ma ci sono le famiglie, gli impegni.  Più per lei che per me: due ragazzi, un marito, il lavoro: dieci ore al giorno fuori casa.  Ma c’è quel filo che ci lega dalla prima elementare nonostante la vita, le scelte, nonostante tutto.

Arrivo all’appuntamento e la vedo, con il suo ragazzo più giovane, 14 anni,  l’apparecchio ai denti,  un metro e settanta (ma quanto crescono mi dico… non è che li concimano, i figli, come si fa con le piante?).

Un abbracccio, due chiacchiere. Poi lei mi dice: ti va se andiamo un salto da mia mamma? E come no…
Ok.
Lei sale sulla sua auto io sulla mia. Conosco la strada: ho abitato per anni a due passi dalla sua casa.
Ci vediamo là .. Ok, a tra poco.

La grande casa è sempre la stessa, sono anni che non ci vado ma …
Varco la soglia, e ho dieci anni, le calzine corte bianche, e sono li, per andare all’oratorio insieme. L’aspetto un po’: lei deve aiutare a sparecchiare.
Entro nel grande soggiorno: mi vengono incontro due laghi che sono gli occhi della signora AnnaMaria. Occhi abituati ad essere presenti ovunque, con tutti quei ragazzi cui prestare attenzione, cui dare dolcezza e protezione e cura. Il tavolo è sempre lo stesso di allora. Un tavolo grandissimo, per una famiglia numerosa.
Parliamo di questo, di altre cose, e poi del nipote, l’altro figlio della mia amica,  che si è divertito alla notte bianca. Lei domanda cos’è sta notte bianca. La notte bianca è una notte di festa, di musica in strada. Scuote la testa e ridendo dice: sai quante notti in bianco ho fatto io??

Ehhhh Lo immagino…

Parlo con lei: parla la mamma, la nonna e sono tanti, figli e nipoti. Una grande famiglia. Le domando: ma quando vengono tutti come si fa?

Ehhh! Quando succede, per esempio a Natale, è come fare un trasloco. Tavoli, cavalletti e assi, e piatti e posate, e sedie che vengono raccolte da ogni dove. Come si fa… Facciamo due turni!

Guardo la mia amica e mentre io lo penso, lei dice che lì dentro il tempo si è fermato, che solo lì trova il sereno, la tranquillità, il giusto ritmo del cuore del respiro, e la pace.

Mentre lo dice penso che in quella casa c’è qualcosa di speciale. E ancora una volta sento che la serenità, la gioia, l’amore, restano nei muri, si rifugiano tra le mattonelle del pavimento e … restano, restano incuranti del tempo. Restano.
Ho sempre pensato che le case sanno conservare l’amore e restituire un senso di serenità profonda e di pace e stamane è stata una conferma. La provavo a casa dei miei nonni, e l’ho provata stamane.

Beviamo il caffè e poi usciamo in giardino. Il giardino sul retro della casa non lo ricordavo. Così grande e con la fontana che ora però è diventata una fioriera. La signora AnnaMaria mi racconta dei giochi dei bambini con i pesci rossi quando nella fontana c’erano i pesci rossi. Ammiro le sue piante grasse, grandissime, i fichi d’India, i cactus.

Frugo nei suoi ricordi: mio padre avrebbe la sua età: loro due sono cresciuti a pochi metri. Le chiedo di questo e ottengo conferma: cortili comunicanti, famiglie contadine, poi la guerra che erano bambini. Volgo lo sguardo verso il cortile che fu l’infanzia di mio padre e la sua, è che è li vicino alla grande casa.

“Un giorno venne tua nonna da me, allora ero fidanzata, e mi chiese se il mio fidanzato (l’uomo che poi sposò, che era carabiniere) poteva intercedere perché fosse concessa una licenza al tuo papà, che era a militare. C’era bisogno di falciare il fieno. Mi portò sei uova”.

Ho già detto in questi spazi che non amo i ricordi. E stamane niente è stato un ricordo ma un regalo del tempo. Sono stata bene. In certe case è perfino possibile fare pace con il tempo, almeno per un po’. Riesce perfino a me.

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TRIBUTO AL CANE

lui è Pepe, abita con me.

“Signori della giuria, il migliore amico che un uomo abbia a questo mondo può rivoltarsi contro di lui e diventargli nemico. Il figlio e la figlia che ha allevato con cura amorevole possono rivelarsi ingrati. Coloro che ci sono più vicini e più cari, ai quali affidiamo la nostra felicità e il nostro buon nome, possono tradire la loro fede. Il denaro si può perdere, e ci sfugge di mano proprio quando ne abbiamo più bisogno. La reputazione di un uomo può essere sacrificata in un momento di sconsideratezza. Le persone che sono inclini a gettarsi in ginocchio per ossequiarci quando il successo ci arride possono essere le prime a lanciare il sasso della malizia, quando il fallimento aleggia sulla nostra testa come una nube temporalesca.

Il solo amico del tutto privo di egoismo che un uomo possa avere in questo mondo egoista, l’unico che non lo abbandona mai, l’unico che non si rivela mai ingrato o sleale è il suo cane.
Signori della giuria, il cane resta accanto al padrone nella prosperità e nella povertà, nella salute e nella malattia. Pur di stare al suo fianco, dorme sul terreno gelido, quando soffiano i venti invernali e cade la neve. Bacia la mano che non ha cibo da offrirgli, lecca le ferite e le piaghe causate dallo scontro con la rudezza del mondo. Veglia sul sonno di un povero come se fosse un principe. Quando tutti gli altri amici si allontanano, lui resta. Quando le ricchezze prendono il volo e la reputazione s’infrange, è altrettanto costante nel suo amore come il sole nel suo percorso nel cielo.

Se la sorte spinge il padrone a vagare nel mondo come un reietto, senza amici e senza una casa, il cane fedele non chiede altro privilegio che poterlo accompagnare per proteggerlo dal pericolo e lottare contro i suoi nemici, e quando arriva la scena finale e la morte stringe nel suo abbraccio il padrone e il suo corpo viene deposto nella terra fredda, non importa se tutti gli altri amici lo accompagneranno; lì, presso la tomba, ci sarà il nobile cane, con la testa fra le zampe e gli occhi mesti, ma aperti in segno di vigilanza, fedele e sincero anche nella morte”.

George Graham Vest 

Pepe

George Graham Vest  è stato un politico e avvocato statunitense.

Nel 1869 Vest sostenne in giudizio le ragioni di un uomo del villaggio di Big Creek, Charles Burden, il cui cane da caccia, un American foxhound di nome Drum (meglio noto come “Old Drum”, il vecchio Drum), era stato ucciso a fucilate da un tale di nome Samuel “Dick” Ferguson, guardiano di un vicino allevamento di pecore di proprietà di un cognato di Burden, Leonidas Hornsby. Ferguson aveva sparato solo perché Drum era entrato nella proprietà di Hornsby e costui rifiutava di risarcire Burden, nonostante le richieste di quest’ultimo.  Burden portò allora la controversia (nota ufficialmente con la denominazione “Burden v. Hornsby”) davanti al tribunale della Contea di Johnson, chiedendo un risarcimento di 150 dollari, il massimo all’epoca consentito dalla legge, a titolo di indennizzo sia del danno patrimoniale che, e soprattutto, del danno morale per la perdita dell’amato cane.  Vest, incaricato da Burden di assisterlo, esordì in giudizio asserendo che avrebbe “vinto la causa o chiesto scusa a ogni cane del Missouri”. Quindi, il 23 settembre 1870, Vest pronunciò l’arringa finale alla giuria, un’orazione che sarebbe divenuta celeberrima, sotto il nome di “Eulogy on the dog” (elogio al cane; nota anche come “Tribute to the dog”, tributo al cane).

FIATO IN CONTROLUCE

Un post che non è un post ma un saluto, un contatto. Sono giorni frenetici qui, al lavoro, e poco tempo per le chiacchiere, poco tempo per tutto. Ma una capatina in controluce come si fa a non farla? La mia web casetta preferita. Ha fatto molto freddo qui, domenica si è acceso il camino. Ieri sera non vedevo l’ora di infirlami sotto il .. piumone. Ebbene si, 21 maggio – piumone. 19 maggio camino acceso.

Sono fioriti gli iris e le peonie nel giardino e sebbene non ami i fiori recisi, me li sono trovati dentro casa: la pioggia li avrebbe uccisi poveretti. C’è stata anche grandine. Profumano tutta la sala, sono una meraviglia. Pare strano che da un fiore così delicato com’è l’iris possa sprigionarsi un profumo tanto forte e deciso.

Ho rimandato un fine settimana in montagna, con la mia nipotina, che per l’occorrenza è stata equipaggiata con tutto ciò che serve ad una piccola esploratrice: scarponcini, zainetto contenente una piccola torcia che si carica con la manovella, una lente per scrutare insettini e piante, un fischietto perchè con noi ci sarà Pepe, uno dei tre cani, e una piccola coperta di tessuto leggero. E ovviamente un pacchettino di caramelle.  Il fine settimana doveva essere quello passato, e con grande dispiacere è .. saltato.  L’attesa per i bambini è qualcosa di infinito. Una settimana per loro è tremendamente lunga figuriamoci due.

Insomma questi pensieri non sono un post ma, lo avrete capito, un contatto, un modo per tenere vivo questo posto, per dargli fiato. Ecco. Prossimamente su questo schermo la fotografia dei miei Iris e delle mie Peonie.

Per ora un abbraccio affettuoso a tutti, pleiadiani e nonne, gatte e lucertole, agli IGM (ingegneri geneticamente modificati), ai  menestrelli della luna e anche alla luna, alla mia consulente dentistica preferita e amica di una vita, che risponde al nome di Carola, alle donne di lago, ai suonatori di clarinetto e anche ai clarinetti tutti. Ai gollum e agli elefantini e alle stelle. Alla mia nipotina che è bella come il sole ma anche come la zia. Ecco.   

GUARDA CHE LUNA …

ammiratelo meglio qui:  http://vimeo.com/58385453

grazie a Pinuccia della segnalazione

∞.∞

Pubblico le tre fotografie che mi ha mandato Pieffe, di cui agli interventi di questo stesso post.  Fategli tutte le domande che volete. Mi ha promesso che le sue orecchie sono a disposizione di Controluce, almeno per un po’. Approfittiamone perchè è un tipo un po’ impegnato. Scrive libri, tiene conferenze, studia, tiene corsi, deve provvedere a sette mogli sette e naturalmente seguire Controluce, un paio di gatti e gatte e molte altre cose ancora. Insomma: CARPE DIEM! (per Fabrizia SirBiss, pescatrice non pentita:  una carpa al giorno).

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Grazie Pieffe per questi documenti straordinari.

 Ofiuco e Sagittario 1930 oss di Torino

 Settembre 1919- Monte XDWilson Cratere Copernico

 

Pleiadi

DEL MARE

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Non lo trovo triste il mare in inverno. Forse perché in questo periodo, più di altri, mi manca una dimensione umana. Mi manca di sentire che sono una persona e non qualcosa che corre e lavora, fa la spesa, parcheggia, va alla posta, sale e scende dai treni. In questo tempo che fa male, si respirano paura, sconforto, tristezza, e anche panico. Sono spariti i colori dagli occhi e dai discorsi della gente, l’entusiamo, i progetti. E’ sparita la speranza. Fra tutte queste sfumature di grigio verso il nero che avvolgono i giorni, mi manca il passo lento di un giorno che sa essere tempo da masticare piano. Un tempo da assaporare con lentezza, un tempo che non sia tempo da ingoiare. Un tempo che non comprenda frasi come “menomale è venerdi” un tempo in cui ogni giorno è un giorno da vivere, e che lascia anche un po’ di malinconia quando arriva sera. Una malinconia breve: il tempo che si accendono le stelle per tornare a godere della sera, e poi della notte e che mostri l’aurora come un buon giorno, foriera di luce e di speranza e di gioia. Ecco perché, forse, penso spesso al mare, alla culla che sa essere, e alle sferzate che sa dare. Ci si può perdere un po’, nel mare e percepire la leggerezza del corpo che si muove, in modo naturale e lento, l’acqua sa massaggiare il corpo e anche i pensieri, isolare dal rumore, allontanare la polvere dagli occhi e dal cuore. Accando al suo respiro, nella baia calma di una notte sotto le stelle bianche e la sua voce, così lontana dai motori, dalle luci e anche da quella che mi tocca essere ogni giorno che ingoio, tranne brevi momenti in cui posso essere davvero quella che sono. Una persona.

foto: francesca

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DOVE NON BASTA IL MARE

 

MAGIE

Alcune cose saranno sempre più forti del tempo e della distanza, più profonde del linguaggio e delle abitudini: seguire i propri sogni e imparare a essere se stessi, condividendo con gli altri la magia di quella scoperta.

Sergio Bambarén – tratto da ‘Il Delfino’

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LETTERINA

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Caro Babbo Natale
Innanzitutto vorrei chiederti una cortesia ed è quella di levare il tuo sederone dal mio petto quando cerco di dormire, perché sei pesante inoltre soffochi il respiro.  Poi, quando capita che  si aggiungono le renne, francamente non ce la posso fare. Non riesco a respirare e mi sento morire. Ecco.

Quando ero piccola, tu per me non esistevi. Per me c’era Gesù Bambino che veniva la notte di Natale a farmi visita e mi lasciava qualche pensiero. Lottavo contro il sonno perché con la mia immaginazione vedevo quel piccolo bimbo ovviamente nudo, girare nel cielo e infilarsi in tutte le case dove vivono bambini, e, invece di gioire per questo, domandavo sempre a mia mamma se fosse giusto e bello che prendesse tanto freddo.

Tu invece hai il cappottone rosso, con il pelo, cappello e guanti e anche la barba. E viaggi con la slitta sotto coperte di peliccia: vuoi mettere? Inoltre, dato il tuo peso (e io lo so bene … ) hai una bella riserva di grasso a proteggerti.

Vabè comunque scrivo anche io la mia letterina.
Banalmente ti potrei dire: cancella il dolore dal cuore degli uomini, libera tutti i bambini dal morso della fame e da quello delle mosche, da quello del freddo e anche dal caldo. Carica tutte le armi del mondo sulla tua slitta e fa che si disintegrino nello spazio. E poi porta via tutti quelli che hanno il cuore marcio e l’anima corrotta. Per questo dovrai disporre di un posto molto, molto, ma molto grande, ma siccome l’universo è infinito,  dovrebbe verosimilmente bastare.

Sono le stesse cose circa che chiedevo già molti e molti anni fa al Gesù Bambino che girava per i cieli, tutto nudo e piccolino. Offrivo in cambio i doni che erano a me destinati, ma lui non mi ha mai ascoltata: come vedi anche tu il mondo è sempre peggiore e fa sempre più male.
La stessa cosa la feci quando mia madre stava per salutare il mondo e soprattutto me. Pregai fino allo spasimo non so nemmeno bene chi o cosa, barattando cose di me nella mia mente: ero un po’ più grande ma in fondo nemmeno tanto. Comunque sia non è servito a niente, e,  se tutto questo, se non lo ha fatto Gesù Bambino, non mi aspetto che possa farlo tu.

Ma…
Ma se davvero puoi fare qualcosa per me sola, allora avrei delle cose da chiederti. Vado.

Dammi la capacità di riconoscere il falso dal vero, gli amici dai nemici, chi mi vuole bene e chi invece mi usa. Dammi la luce per distinguere bene i contorni di tutte le cose, per vedere chiaramente la linea di confine tra il teatro e la vita, ammesso che esista un distinguo. Fammi capire qual è il sogno e qual è il vero, sempre che vi sia distinzione tra il sogno e il vero. Aiuta la mia anima a trovare l’uscita dalla caverna di Platone perché anche quando fa male, voglio vedere tutte le cose come sono per davvero, e non riflesse da luci perverse e artificiali.
Restituiscimi almeno una volta al giorno la voglia di giocare, non importa a cosa: un due tre stella, nascondino o battaglia navale o amore adulto da inventare.
Dammi la possibilità di riconoscere in fretta l’ambiguità delle persone e delle cose, di modo che io possa informarne le mie energie, perché si risparmino laddove sarebbero sprecate, ma si spalmino dove può crescere qualcosa di bello. Ma prima dovrai convincermi che ci sono buoni semi e buona terra.
Dammi una mano ad essere sempre me stessa, a sostenere e sopportare le incoerenze del mio cuore senza sentirmi soffocare dalla logica semplice e precotta di modelli spacciati come verità universali, comodo uso e facile consumo per chi non si fa troppe domande per tutta la vita.

In poche parole lasciami accanto al caminetto una fiducia consapevole.

L’ITAGLIA CHE TAGLIA (?)

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Un milione e mezzo di euro.
Pare sia questo il costo sostenuto per il nuovo software che avrebbe dovuto gestire i turni del personale di TRENORD. Non funziona. Da due giorni viaggiare corrisponde ad una situazione a metà tra Kafka e Fantozzi.
Ieri sera sono salita sopra un treno a Milano Cadorna alle 18.30, sono arrivata a casa mia alle 21.00. Percorrenza normale? 33 minuti.
Ma sono arrivata alle 21.00 grazie ad un passaggio in auto a due terzi del percorso.
Eggià, perché c’è anche stato un malore per cui si è aggiunta l’ambulanza. E quando arriva una ambulanza in stazione, non si sa bene per quale motivo, il treno DEVE aspettare che la persona venga presa in consegna dalla croce rossa. Perché? Non si sa. Basterebbe che un incaricato della stazione si occupasse della cosa e attendesse l’ambulanza, senza fermare centinaia di persone. Ma questo è solo un inciso.
L’altro ieri sera, situazione identica a quella di ieri sera.  Stamane pure.
Allora: NON riescono a gestire i turni del personale. Pare che il nuovo sotfware non sia satato testato. Nel mio piccolo – uno studio professionale sette persone in tutto – quando si cambiano i software si lavora in parallelo per un tot di tempo. Qui no… Eppure gestiscono linee ferroviarie e migliaia di persone e la sicurezza di migliaia di persone. E, detto tra noi, lo studio dove lavoro non brilla certo per capacità organizzative nè per altro..
Inoltre si può “tornare” al lavoro a mano.. Troppo difficile? Impossibile? O troppo costoso?
I treni vengono soppressi perché in questo modo non vengono riconosciuti i bonus che spettano in caso di ritardo. La soppressione dei treni NON rientra nella casistica “ritardo”.

Che dire?
Non ho parole, solo un grande senso di sconforto.
Ieri sera, per fare 30 chilometri di ferrovia ho impiegato tanto quanto il tempo che impiega un freccia rossa da Milano a Roma.
Stamane sono arrivata fradicia di sudore, ho viaggiato con i capelli di persone quasi in bocca, con la borsa stretta tra le mani e le ginocchia di non so chi.
E’ umiliante, a parte tutto, la totale mancanza di informazioni. Qualche annuncio (raro) arriva dall’altoparlante e sono voci ostili, senza una scusa, senza un minimo di cortesia. Sarebbe gradita perfino una forma fredda e asettica. Invece offendono. Loro. Capito?
Vorrei vedere i cedolini paga dei dirigenti e i compensi degli amministratori. O forse no. Forse meglio non sapere.

Stamane una signora ha raccontato che si era fermata a parlare con un macchinista il quale ha detto che loro “viaggiano a vista” e che neppure i percorsi sono sicuri. Che utilizzano i loro cellulari per muoversi sulle lineee. Cosa dobbiamo aspettarci? Un disastro ferroviario?

http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_dicembre_11/trenord-treni-pendolari-disagi-nuovo-software-malfunzionamenti-2113108818399.shtml

 

NOTTE

malinconia

La notte impone a noi la sua fatica magica. Disfare l’universo, le ramificazioni senza fine di effetti e di cause, che si perdono in quell’abisso senza fondo, il tempo. La notte vuole che stanotte oblii il tuo nome, i tuoi avi ed il tuo sangue, ogni parola umana e ogni lacrima, ciò che potè insegnarti la veglia, l’illusorio punto dei geometri, la linea, il piano, il cubo, la piramide, il cilindro, la sfera, il mare, le onde, la guancia sul cuscino, la freschezza del lenzuolo nuovo… Gli imperi, i Cesari e Shakespeare e, ancora più difficile, ciò che ami. Curiosamente, una pastiglia può svanire il cosmo e costruire il caos.

Jorge Luis Borges, Il sonno

TÈ – PER DUE, PER TRE, PER TRENTATRÉ

foto dal web
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Ho apparecchiato. La mia nonna avrebbe detto: con il servizio buono. Ma noi ci vogliamo bene tutti i giorni quindi non c’è il servizio buono e quello meno buono. Ecco. Accomodatevi. Se Ricc.  si ricorda i ceppi, presto sarà anche caldo.  Pieffe mi raccomando parcheggia bene l’astronave vicino alla staccionata e non sopra la staccionata (questi mezzi spaziali non sono fatti per la terra).  Una precisazione: di tazze nella credenza ce ne sono altre.

EH VABÉ !!!!

Chi mi conosce mi farà nera per via della mia allergia per le commemorazioni ricorrenze celebrazioni di ogni tipo

ma siccome nel post precedente leggo tante cose belle allora…. Ecco ..

1 CONTROLUCE, 400 POST , 5909 COMMENTI,  120 mila circa VISITE (Splinder+WP)

GRAZIE !

CAMBIA-MENTI

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Ci sono eventi, situazioni, stupori, delusioni, dolori che ci cambiano.

Non accade repentinamente ma nemmeno troppo lentamente, però accade profondamente e in modo significativo, intimo, incisivo. Forse definitivo.

Certe tempeste infuriano nel cuore e nella memoria: soffia un tale vento che disordina, stravolge e a volte disperde. Convinzioni, ideali, credo, fede. Crollano fiducia, stima, qualsiasi motivo di condivisione. E il passato, con i suoi slanci  diventa motivo di pentimento, il presente in qualche modo ricattabile, gli errori molto poco riparabili.

E capita che guardi le persone con lo stesso vetro nel mezzo, però  più trasparente, più nitido.  Come se passata la pasta levigante sul cristallino, vedi meno opaco.

E ti domandi chi sono le persone che hai davanti, dove sono gli occhi che un giorno ti hanno dato ristoro, sorriso, pace. Dove?

È che viviamo di illusioni, di costruzioni, di paure, di convinzioni che il nostro mondo contiene tutte le rassicurazioni di cui abbiamo bisogno, edulcoriamo le cose finché queste finiscono per somigliare all’oggetto dei nostri sogni. Ci innamoriamo di scatole che riempiamo di illusioni, di attenuanti, di concessioni, di perdoni, elargiamo possibilità e assoluzioni.  Prendiamo per mano superficialità e le trasformiamo in profondità. E ci crediamo, ci tuffiamo dentro con tutte le scarpe. Bella caduta!! Inconsapevolmente cadiamo in basso credendo di elevarci. Crediamo di vedere le stelle invece sono lampadine dismesse degli alberi di Natale dell’anno prima. Beviamo parole, e parole e parole trovandoci dentro sapienza e saggezza invece c’è solo presunzione e arroganza. E il misero tentativo di colpire, stupire, impressionare.

Ma poi il dolore quando è forte fa crollare tutto il castello di carta, gli occhiali dalle lenti colorate cadono miseramente e si infrangono e la realtà ci acceca quasi. Ma dopo passa. Si va avanti e magari per cento miraggi di oasi nei deserti sui nostri cammini, ne troviamo qualcuna che ci piace per com’è, e per com’è l’amiamo. Si sta male, quando crollano i miti, fanno un casino bestiale, un rumore nei giorni che rimbomba nella testa. Cadiamo anche sopra le macerie di una storia d’amore, di una amicizia, o sopra cioè che siamo,  ma poi quando rialziamo la testa, insieme ai dolori delle ossa e del cuore, in mezzo ai lividi, e tra le fessure degli occhi pesti, vediamo più chiaro. Certe volte le botte fanno bene, cadere può essere una fortuna, una opportunità. In alcuni casi la caduta e la botta sul testone è salvifica.

“Ciò che non uccide rende più forti” scrisse Nietzsche, e sebbene non mi sia particolarmente simpatico, in questo sono d’accordo con lui. Lo insegna la vita, lo insegna il dolore, soprattutto. E sempre cadendo si impara anche a voler sempre più bene a sé, ad essere più indipendenti,  a distinguere la plastica dal vero, che cerca di vivere respirando più cielo e meno gas di strada, che si veste poco ma di lino e cotone. Mai di lustrini e lamé.

C’ERA UNA VOLTA

C’era una volta un Cuore che non voleva saperne di scendere a patti con la Testa. Eppure -diceva la Testa-  siamo due parti dello spesso corpo, siamo stati creati per viver e insieme nello stesso condominio, ma per quale ragione non possiamo parlarci, raggiungere accordi, o almeno convivere civilmente? Macchè! Ad ogni assemblea degli Organi, Cuore e Testa riuscivano a malapena a sopportarsi a vicenda.  Quando andava bene, perché quando andava per la peggiore, il Cuore, o la Testa, a seconda dei casi, ne uscivano pesti. Di solito a pagare maggiormente, manco a dirlo, era il Cuore, si sa. Nelle assemblee degli Organi, il Cuore era sempre quello più canzonato. C’è chi gli dava del “sentimentale” chi del “troppo sensibile” chi del “romanticone” ecc ecc e quel poveretto di Cuore diventava a volte rosso rosso, ancora più rosso di quanto non lo fosse di suo.

Soffriva il Cuore, e quando soffriva lui anche Fegato, Pelle, Stomaco e perfino Capelli non stavano granchè bene. Ma lui, il Cuore, si ascoltava da sé palpitare nelle notti senza fine e senza fondo,  si guardava  cercare una ragione perché tutto quel gelo che a volte gli faceva da stanza.  Era lui a dover cercare una ragione per continuare a battere e da lui dipendevano tutti… Allora, per resistere, a volte doveva ripiegarsi su sé stesso e starsene come in letargo. Cheto cheto, buono buono con un solo scopo: resistere. Appunto.

Per resistere doveva ritrovare un battito regolare, una sorta di calma e tranqullità ma per far questo doveva chiudere fuori dalla sua piccola gabbietta tutto ciò che poteva fargli male, dalle bugie alle illusioni, dalle false promesse, alle false speranze. Doveva prendere atto – prendere  atto – che il quotidiano era fatto anche (o soprattutto?) di tanti piccoli o grandi palchi dove marionette travestite e orrendamente truccate danzavano una danza altrettanto orribile, cantavano menzogne e promesse con bocche oscene e ridanciane. Rosse e larghe e bruttissime bocche. La Testa gli parlava (accidenti a lei non stava zitta mai) pertanto per riuscire a sopravvivere doveva fare in modo di non ascoltare più nemmeno lei, sprangare porte e finestre e cercare di far passare la nottata, che a volte era lunga quanto un inverno e a volte era un vero lunghissimo inverno. Infinito. E si ripeteva una frase che aveva letto tanto tempo fa: nessuna notte è tanto lunga da impedire al sole di sorgere.

Aveva provato a rallentare il suo ritmo controllando il respiro, e cercato calore nel fondo del fondo dello spazietto più  piccolo di sé, quello riservato alle Cose Piccole. Ricordava, forse per consolarsi o forse per esorcizzare il pericolo, ogni volta che era stato naufrago di palude, con le sabbie mobili che volevano mangiarlo a tutti i costi. Trascinarlo sul fondo e soffocarlo. Guardava la luna, e anche le stelle, nelle notti gelide che avvolgevano le paludi, ma luna e stelle erano troppo lontane. E le sabbie mobili parevano possedere milioni di dita e … la Testa, quel maledetto testone lassù in cima pesava milioni di chili e non l’aiutava per niente, anzi… era come la classica pietra al Collo, persuasiva e promettente e definitiva come solo una pietra al collo sa essere.

Ricordava tutti i colori che gli era capitato di vedere nel corso della sua esistenza, li ricordava tutti quanti, compresi quelli finti che erano solo una sottile e banalissima pellicola davanti ad uno sfondo grigio che più grigio non si può. Colori ad acqua, pronti a sciogliere miseramente sotto la prima pioggerella o le prime lacrime. Poi c’erano quelli coprenti. Fabbricati da artigiani bugiardi e sapienti. Resistenti all’acqua e anche ai solventi.  Le parole, finte, degli altri, parlate e scritte, molte delle quali incise, sulla sua superficie non sarebbero mai scomparse, con gli anni. Lo sapeva che sarebbero state indelebili, lo sapeva da sempre. E portava senza orgoglio e senza vergogna, le sue cicatrici. Non erano trofei, né meriti, nè  medaglie al valore. Semplicemente era Dolore. Ricordava il piccolo Cuore che aveva incontrato una volta, nella stessa palude fangosa, piiiiiccolo e rosa, quasi come lui un po’ di tempo prima,  e quando aveva cercato di avvicinarsi ad lui. Ricordava il tuono proveniente dal testone che diceva: noooo è un cuore di plastica. Non fidarti mai dei cuori di plastica.

Eh… Ma ci vuole tempo (ma da solo il tempo non basta) per capire quali sono i Cuori di plastica,   freddi gelidi calcolatori, che ti tengono in tasca perché  presto o tardi potresti servire. Perché un bel Cuore sa essere una buona compagnia, una tazza di tè caldo d’inverno fresco in estate, un camino acceso che sa dare calore quando c’è tanto freddo o quando piove. Un ristoro, un androne fresco e ombroso quando il caldo è feroce e asciuga e bagna pelle e occhi calma e disseta, riposa e accoglie. Un lago che sa cullare e trasportare da una riva all’altra senza scossoni, senza far male, ed essere ninna nanna, carezza, sollievo.  E poi la mente inganna. Più di quando sappia fare un cattivo Cuore. Quindi come riconoscere un Cuore di plastica da un Cuore vero? Come? Come salvare i Cuori belli dalle paludi, permettere loro di guardare le stelle senza paura di affogare?  Come non permettere al mondo di usare i Cuori belli? E come fare per sentirli respirare, vederli sorridere.. .. E continuare a credere. Credere.  

BI-SOGNI

Io non ho bisogno di denaro

ho bisogno di sentimenti

di parole

di parole scelte sapientemente

di fiori detti pensieri

di rose dette presenze

di sogni che abitino gli alberi

di canzoni che facciano danzare le statue

di stelle che mormorino

all’orecchio degli amanti.

Ho bisogno di poesia

questa magia che brucia

la pesantezza delle parole

che risveglia le emozioni e dà colori nuovi

(alda merini)

PER AURORA

sottotitolo:

quando la zia dà i numeri

.

.

Buongiorno !! Grido’ Uno incontrando per la strada Sette.

Ohh buongiorno a Te, Uno – risposte Sette con un leggero inchino.

Mmmm eslamò Uno … Sei sempre con quel braccino teso, come qualcuno un po’ di anni fa…

Eh mio caro Uno, non sono di certo stato io a copiare quel saluto! Io sono nato prima, molto tempo prima sai?  Sono antico, molto antico e sono anche un numero speciale.  Come? Perchè  sono speciale???

Sette sono le note musicali, i giorni della settimana, sette sono le stelle delle Pleiadi visibili dalla Terra. Sette sono le virtu’ e anche i vizi capitali, le piaghe d’Egitto, i libri della Bibbia. Sono sette i dolori della Madonna, i re di Roma, i veli della veste di Salomè. Devo continuare?

No! Per carità! Anzi perdonami se con tutta questa Storia mi sono soffermato sul saluto fascista!!! Promesso che non lo faro’ più. Prendiamo un caffè?

Volentieri!

Mentre passeggiavano per la stradina del parco, ciascuno con il proprio braccino, uno teso, l’altro a mezz’asta, videro arrivare in contromano una specie di lumachina, che rotolava, rotolava, perchè il sentiero, che era un po’ in salita  per Uno e Sette, era in discesa per Sei.

Sei si fermò appena in tempo, qualche istante prima di cozzare contro la gambetta secca secca di Sette grazie a una frenata stile Willy il Coyote sull’orlo del precipizio quando è rincorso da Beep Beep.

Buongiorno!  – dissero in coro Uno e Sette!

Pant Pant… Buongiorno!  – rispose Sei. Beati voi, che non rischiate di rotolare. Io con questo pancino tondo e un baricentro un po’ precario, potrete ben immaginare che fatica è camminare lungo i sentieri in discesa quando mi capita di perdere l’equilibrio! Tra l’altro, poco fa, ero in giro con due dei miei fratelli… Mai più!!! Insieme a passeggio facciamo Sei Sei Sei.. Eh!!! Non è mica una bella cosa quando un gruppo di ragazzini travestiti da Iron Maiden si mettono a canzonarti con “Six Six Six the number of the beast!”  Provare per credere! Proprio oggi ci siamo accordati: in futuro passeggeremo in due, in quattro ma  mai più in tre!

Tre??? Tre??? Siii?? Chi mi ha chiamato?

La vocina arrivava dalla panchina dove un tranquillo Tre se ne stava seduto a leggere il giornale.

Buongiorno Tre! – dissero tutti insieme Uno, Sette e Sei.

Buongiorno a Voi –  rispose Tre lasciando suo giornale sulla panchina, raggiungendoli. Di cosa stavate parlando?

Mah… ognuno di noi parlava delle proprie forme e dei propri dolori e difetti.

Difetti? Io di certo non ne ho! Sono il numero perfetto!!!

Ecco!! Senti coso… numero perfetto, vieni a prendere un caffè con noi? E visto che sei perfetto, paghi tu!

Va bene, andiamo pure ma prima devo telefonare a Quattro che, data la sua forma, si è prestato a far da altalena a una virgola che passava di qua e ora non so più dove sia. Anzi dirò a Quattro di raggiungerci al bar. Di solito la sera facciamo sempre… ehmm quattro passi insieme.

Chiacchierando del piu’ e del meno, Uno, Sette, Sei, e Tre,  raggiunsero il bar che era anche una trattoria.

Il cuoco, Otto, con un bel pancione tondo e un faccione altrettanto tondo stava discutendo con Nove che si burlava di lui perchè a volte entrava nel locale a testa in giù spacciandosi per Sei. Sei un numero monello!!!  diceva Otto, paonazzo, mentre rincorreva Nove,  agitando il suo cappello bianco.

Dietro il bancone del bar, Cinque e Due se la ridevano a crepapelle.

Bè.. è quasi ora di cena. Che ne dite di un aperitivo, al posto del caffè? proposero Cinque e Due, rispettivamente barista e cameriere ma all’occorrenza anche tuttofare.

Due si lamentava sempre, diceva che lavorava per … due. Lo diceva ingiustamente perchè Cinque gli dava sempre… ehmm .. una mano. Appunto!

Benissimo!! – Risposero tutti in coro. – Magari con un po’ di salatini! – Aggiunse Quattro che nel frattempo aveva raggiunto il gruppo.

Eh no!! I salatini sono finiti –  informo’ Cinque.  E’ passato Zero, qualche ora fa, e come sempre fa piazza pulita di tutto. Ora starà dormendo, satollo, sotto qualche albero, indisturbato, dato che nessuno lo vede!!!  Sembra una bolla d’aria, lui!

Non fa niente. Anche senza salatini …

Prosit!

.

TAM TAM

Leggo sul sito di Enrica Garzilli, che visito spesso, e linko.

http://orientalia4all.net/2012/03/19/animali-e-diritti-altrimenti-ci-arrabbiamo/

IL SUONATORE JONES

dedicato ad Andrea
(perchè anche lui suona per amore)
e poi perchè c’è Fernanda Pivano dietro i vetri
ciao Andrè

PONTILI 2

crepuscolo

quiete

http://video.libero.it/static/swf/eltvplayer.swf?id=de90ae6edb4146fba9f817dd06ed392e.flv&ap=0

Bohemian Rhapsody

CASA

casa

Oggi chiacchieravo con un amico sulla casa: lui diceva che impregniamo di noi la nostra casa, che essa assume le nostre forme. Vero, verissimo.
La casa, per starci bene dentro, deve essere come un vestito per l’anima: deve saperci accogliere, saperci vestire comodamente e morbidamente, ci deve coccolare e deve rispettare i nostri colori di dentro, le forme che abbiamo, non deve stridere, stonare con i nostri suoni.

La casa ci offre silenzio, penombra, calore, aria, riposo, riparo quando glielo chiediamo.
Diventa una piazza quando vogliamo che si apra alla gente, alla luce, ai rumori di fuori. Si rende disponibile quando accogliamo amici, la luce, l’allegria,  i giochi dei bambini, la musica.

Non ho chiesto alcun aiuto nell’arredare la mia casa, e non ho mai capito chi si fa confezionare la propria.
Il mio primo impiego è stato presso uno Studio di Architettura, che vantava clienti un po’ esclusivi: alcuni chiedevano consulenze per gli interni, dai mobili ai tessuti, dagli oggetti ai colori, altri si affidavano totalmente agli arredatori e abitavano le case “chiavi in mano” complete di tutto. Non capivo, già da allora, come si potesse acquistare una casa precotta, come un cibo in vaschetta. È come indossare un abito in prestito, una scarpa che è stata di un altro. Terribile, per me.

La mia casa non comprende nulla pregiato, ci sono pochi mobili, trovati nel tempo, e con il tempo. Potrei dire che sono stati loro a trovare me: non li ho cercati, semplicemente li ho trovati girovagando, prendendoli quando ce li vedevo dentro casa. Qualcuno era malconcio, scampato all’ascia o al fuoco. Con pazienza e impegno gli è stata restituita la dignità di credenza o di scrivania.

Stare bene dentro i propri spazi e con i propri spazi, equivale creare armonia con sé. Mi capita spesso di vedere case, piacevoli, curate, trovarle bellissime, tuttavia sentire che non potrei mai sentirmici bene dentro.

La casa ci deve appartenere, comprendere, circondare, deve essere nostra negli odori, nei colori, nelle forme: è uno specchio che riflette ciò che siamo nel profondo, nei luoghi meno visibili da coloro che non ci sono intimi.

Ho conosciuto persone meticolose e ordinate al lavoro che abitano case spettinate, e viceversa; persone formali e dall’aspetto anonimo che vivono in spazi stravaganti.
Persone sbadate, inaffidabili negli appuntamenti e nelle relazioni che invece rasentano la pignoleria tra le mura di casa. Poi ci sono quelli per cui la casa è una sorta di Sancta Sanctorum, dove se dovesse sopravvivere un acaro lo vedi girare con la bandiera bianca, dove i divani hanno i copri-divani e i copri-divani per i copri-divani e gli oggetti sui mobili vengono posati con l’utilizzo di goniometro e squadra.
Dove i libri sulla mensola sono scelti per il colore (giuro che l’ho letto una volta da qualche parte) perché il colore fa “pendant” con il copriletto. In questo caso sono consigliabili Gli Adelphi, disponibili in svariate nuance.

E quei divani sopra i quali non vorresti mai sedere? Perché non sia mai che il tuo jeans lasci qualche traccia blu sul tessuto immacolato, del sofà che troneggia lì, al centro di una sala “essenziale”, “minimalista” ordinatissima, e ovviamente bianchissima come il divano, e ti viene una strana voglia di metterti un maglione di lana anche se è luglio e ci sono trentadue gradi.
Ecco, quelli che hanno una casa così probabilmente hanno così anche il cuore. Gelato.
Una cosa bella è entrare in casa altrui e sentirsi bene subito, avvertirne l’abbraccio, il calore, l’intimità. Bella sensazione. Calore, spontaneità, ospitalità vera e la gioia di essere insieme, a condividere una intimità che si apre ti accoglie e ti comprende.

Sono rientrata da poco: sparsi sui miei divani ci sono: un cellulare, un telefono cordless, due libri, un paio di plaid, una palla di gomma, un tubetto di crema per le mani, la mia borsa, sciarpa, cappello e guanti, un mazzo di chiavi e tre telecomandi. In un angolo ci sono io, con il PC sulle ginocchia mentre scrivo questo post: appena avrò premuto “pubblica” andrò a letto lasciando tutto così com’è.
Spettinata dentro, spettinata fuori?

TEMPO

Non ci accontentiamo mai del presente.
Anticipiamo il futuro perché tarda a venire, come per affrettarne il corso, o richiamiamo il passato per fermarlo, come fosse troppo veloce, così, imprudentemente, ci perdiamo in tempi che non ci appartengono, e non pensiamo al solo che è nostro, e siamo tanto vani da occuparci di quelli che non sono nulla, fuggendo senza riflettere il solo che esiste.
Ciò dipende dal fatto che di solito il presente ci ferisce.  Lo nascondiamo alla nostra vista perché ci affligge, e quando è piacevole temiamo di vederlo scappare.  Tentiamo di sostenerlo con il futuro, e ci impegnamo a disporre di cose che non sono in nostro potere, per un tempo a cui non siamo affatto certi di arrivare.

Ciascuno esamini i propri pensieri. Troverà che sono tutti concentrati nel passato o nell’avvenire. Non pensiamo quasi per niente al presente, e se ci pensiamo è solo in funzione di predisporre il futuro. Il presente non costituisce mai il nostro fine.  Passato e presente sono mezzi, solo l’avvenire è il nostro fine. Così non viviamo mai, ma speriamo di vivere, e preparandoci sempre a essere felici è inevitabile che non lo siamo mai.

Pascal – Pensieri

el tiempo
foto mia (Roma, Trastevere, Polvere di Tempo)

El tiempo es la sustancia de que estoy hecho.
El tiempo es un rio que me arrebata, pero yo soy el rio;
es un tigre que me destroza, pero yo soy el tigre;
es un fuego que me consume, pero yo soy el fuego.

J.L.Borges

Il tempo è la sostanza di cui sono fatto
Il tempo è un fiume che mi trascina, ma io sono il fiume.
E’ una tigre che mi sbrana, ma io sono la tigre.
E’ un fuoco che mi divora, ma io sono il fuoco.

LUISA

 

luisa

  Quello che il bruco chiama fine del mondo
il resto del mondo chiama farfalla.

(Lao Tse)

CONDIVISIONE

RESPIRO

(foto: mia)

31 12 2009

 

 

31 dicembre 2009

 

Sono le 23 circa e sto leggendo sul divano, di fianco il camino acceso, come accade spesso la sera.
Quest’anno non siamo in montagna ma a casa e soli.
Buonanotte, io salgo. E’ il mio compagno che mi comunica che sta per andare a dormire.
Chiudo il libro, spengo l’abat jour:  – aspettami, vengo anch’io –
Dieci minuti più tardi siamo entrambi addormentati. Lui si sveglia per i botti. Io no.
Strano…. di solito dormo poco specialmente in questi ultimi tempi.
Sarà che non capisco i festeggiamenti di fine anno… Cosa si festeggia? Chi?
Cos’è che finisce e cos’è che comincia?
Chi non mi conosce potrebbe immaginarsi una Celeste grigia, fredda, rigida.
Mah….. Forse.
La maggior parte dei film cosiddetti comici non mi ha mai fatta ridere, nemmeno da piccola.
Ma rido quando faccio la lotta con i cuscini la mattina, quando gioco a un due tre stella con la mia nipotina.
Rido quando corro in giardino giocando con i miei cani.
Rido con gli amici magari per cose piccolissime anzi soprattutto per queste.
Rido con la bimba di Paola quando fa il pagliaccio.
Rido con Paola quando ….
Piango per un film.
Piango disperatamente per un cane che soffre, piango a volte davati alla bellezza di una luna enorme.
Posso piangere per un istante infinitamente dolce, perché qualcuno è passato accanto al posto dove sta la parte più vera di me.
Posso ridere fino alle lacrime per un temporale improvviso che mi coglie per strada.
Piango mentre si allontana Dubrovnik.
Non riesco ad essere felice perché sono le ore 0.00 del 31.12.2009.
 
Dovrei?

AUTUNNI

como05102009(foto: celeste)

Passo
sopra le cose morbide di ieri
umide quasi di recenti assenze
Secche
di lontane presenze di eterno rimanere.
Stasi della memoria.

Tocco
come si dovrebbero toccare le cose
l’ autunno caldo e umido
custodito nello scrigno di labbra
Segrete
che si aprono al tramonto
chiamato da antiche carezze.

Resto
a vedere il ponte e dal ponte
l’acqua che corre e le pietre
Vive
quelle scampate alle ruspe
quelle che accolgono le foglie rosse
di questo giorno da spalmare.

Annuso
il vento porta la coda di ogni odore
prodotto nel luogo improvvisato
Eletto
perimetro di un attimo senza condizioni
senza regole e senza libertà dal Tempo.

Scenderò
lungo la scala di casa mia
colore del cotto tra muri bianchi di riflessi
Arancione
e come sempre non trovo le cose

A piedi nudi
ho perso l’autunno sull’ocra di Siena.

DI PASSATE STELLE

.
.
Passava molte ore, la sera, sul balcone di casa a guardare le stelle.
Aveva un atlante (Enciclopedia Minerva, ricorda bene, copertina di tessuto grigio azzurro): dietro le copertina anteriore e posteriore c’era la mappa del cielo e le costellazioni principali.
Lo apriva, lo guardava e cercava le stesse geometrie nel cielo. I pipistrelli volando, a volte la sfioravano quasi: aveva un po’ paura perchè allora credeva che potessero appiccicarsi ai capelli e restarvi intrappolati.Le notti erano buie, allora, o illuminate dalla sola luna; giù, sul prato svolazzavano le lucciole. Decine, centinaia di lucciole in una danza apparentemente disordinata.Era il momento che preferiva: un momento soltanto suo, di buio e silenzio.
Ogni tanto prendeva il cannocchiale di suo padre e guardava la luna.
Era un cannocchiale e niente più; allora le sembrava fosse piuttosto potente, ora non saprebbe dirlo. Era pesante, questo sì,  e doveva appoggiarlo alla ringhiera perchè non si muovessero le immagini.Qualche volta scendeva in giardino e si sdraiava sul prato: le stelle, tantissime, sembrava le piombassero addosso e quella sensazione le dava un senso di appartenenza e riusciva, soltanto li’, a respirare davvero.

A volte rientrava in soggiorno a prendere un plaid dal divano per coprirsi le spalle.
Desiderava sempre che non venisse mai il giorno perchè nella notte si nascondevano tutte le cose, si chetava la tristezza e soprattutto si poteva sognare.

La notte era un balsamo che leniva tutto, forse per via del silenzio che portava con sè. Taceva il mondo intero e si acuivano le voci di dentro: speranze, desideri, fiducia.
L’Universo respirava dentro la notte e finalmente lo si poteva udire.

Pensava spesso a come sarebbe stata da grande, alle cose che avrebbe fatto, all’amore che avrebbe incontrato e a quando avrebbe potuto decidere.
C’era Tempo, c’era tanto Tempo allora e tra le stelle leggeva la promessa del riscatto di un’adolescenza pesante, che sembrava non dovesse finire mai.

In quel tempo  vi fu il primo sangue e anche il primo amore, quello solo sognato: era biondo, con gli occhi celesti. Poi un altro che fu speciale, una bella storia, ma troppo verde per essere l’Amore; infatti finì quando diventò prigione.

Nel frattempo le stelle del cielo sopra il suo balcone sbiadivano, perchè era questo il destino.  Le lucciole non c’erano quasi più.
C’era sempre il prato, nella casa di suo padre, lo ricordava spesso, bagnato di rugiada, brillante come se fossero piovuti piccoli cristalli, mentre la sua pelle percepiva già le vibrazioni di un futuro che si avvicinava veloce e secco, arido, pieno di vento e povero di nuvole. Sapeva di deserto e di sabbia, quel futuro annunciato dall’odore di ogni alba che nasceva spegnendo tutte le stelle.

Poco tempo dopo infatti  le stelle smisero del tutto di parlarle e la notte non fu più tanto scura. Ripose il cannocchiale per sempre (lo ritrovò molti anni dopo, quando vendette la casa di suo padre).
Le restavano i libri, il letto accogliente e avvolgente la sera, e le parole scritte: era questo il rifugio, la casa. Le  stelle non c’erano ormai da tempo e quelle sopra la casa non le rivide mai più.
Ne vide altre più avanti nel tempo, ma erano cambiate per sempre, come erano cambiati i pensieri, il corpo e tutte le cose.

La pelle cominciava a bruciare e a desiderare la pioggia che non arrivò. Scordò le stelle nelle tempeste di sabbia. Dimenticò la luna che era stata bianca, gialla, arancione a volte: a volte enorme, maestosa (poteva perfino cadere). 

( ….. da lassù regola i giorni, il  sangue, e il sonno. Sorella, complice, amica, colora di rosso le vesti di donna, rende accoglienti i fianchi e disegna la curva dei seni quando è Tempo. Mistero sottile, intrigante. Bagnato, delicato. Potente).

Non mi ha detto altro. Solo che adesso ascolta di più , ma anche di meno e che qualche volta sta male. Che  Andrea sta sul ponte da sempre  e che c’è una donna sopra un ponte diverso, un ponte mai terminato: ha gli occhi azzurri  e si avvicina ogni giorno di un passo: regge in una mano un involucro forse pieno di Tempo.  Nell’altra un perdono, coperto di polvere.
Mi ha detto più volte che accadono cose che sono come domande e che passa un minuto oppure un anno e poi la vita risponde.
E che alcuni guardano le stelle dalle stesse paludi in cui altri stanno soltanto a galla.
Che volte basta una voce, a volte un silenzio.
A volte basta soltanto disegnare una scatola e avere la voglia di metterci dentro qualcosa. Una pecora, forse, come il Piccolo Principe. O magari le stelle, le  nuvole. La luna.

Non c’è disaccordo nel cielo

Né nuvole gonfie o mistero né pacchi né stupri né soglie né stanze svuotate d’addio. Solo tutte le lacrime avute quando siamo stati migliori  e la grazia e l’oscuro segreto ci scrosta nell’oscurità . A volte non vedo nel cielo  che nuvole gonfie e mistero e salendo nel vapore leggero  altro non vedo e non so.

Né anime bianche né salmi  che cantino gloria con noi né vecchi compagni né amanti  che dividano il cielo con noi. Così resto solo col cielo  e altro non vedo e non so  ma se tutto è nascosto nel cielo  al cielo io ritornerò.

(V. Capossela)

CLAUDE PER SEMPRE

Monet:

≈ Ancora una volta ho intrapreso qualcosa di impossibile:
acqua con erbe fluttuanti in basso.
è meraviglioso guardarle
ma estenuante volerle rappresentare ≈

≈ Tutti i miei forzi sono volti semplicemente a realizzare il maggior numero di immagini intimamente collegate a realtà sconosciute ≈

 ≈ Sulle superfici dello stagno
piante acquatiche si intrecciano di tappeto verde,
nessuno sguardo raggiungerà il mio pensiero più profondo ≈

Altri hanno detto:

Egli è pittore d’aria e di luce, di affinità e riflessi,
di nuvole fuggenti,
di nebbioline dissolte,
di raggi di luce
spostati dalla terra nelle sue rotazioni.
(Claude Roger-Marx )

Cezanne costruisce le sue armonie come un drammaturgo,
mentre Monet procede come un poeta lirico .
Il sentimento di Monet tende a traboccare
Ogni angolo dell’opera è compenetrato dall’emozione,
la mano di Monet palpita e ci impone a ogni pennellata,
a ogni centimetro della tela l’eccitazione iniziale
(Meyer Shapiro)

Monet fa saltare tutte le barriere e demolisce l’idea stessa di forma
che ci ha dominati per millenni.
(Andrè Masson)

Mi piace molto la pittura; in particolare mi piace quella impressionista. Rimango affascinata davanti a quelle magiche pennellate che sono emozione pura: a qualcuno è stata concessa la magia di muovere il braccio e tradurla in immagini. La considero una poesia che viene recitata, trasmessa  – come respiro sulla pelle – nell’aria, in un gioco magico di luci ed ombre, linguaggio senza confini, non ingessato dai contorni. Sfondi e paesaggi e figure sono una cosa sola. Ed è così che io percepisco la mia vita nell’universo, Niente di distaccato, men che meno una esistenza che sovrasta le cose ma che ne fa parte. La vita di un uomo è tutte le stelle, l’acqua degli oceani, e poi terra e fuoco. E tutto questo è il Respiro divino. Trovo che nella pittura impressionista questa idea sia ben rappresentata. Lì sono sciolti contorni e confini: linee diventano sfumature che vanno ad appartenere ad altre sfumature rafforzandole o indebolendole. Creandone altre, mescolandole e mescolandosi. Come le nuvole che si fondono e insieme fanno .. le nuvole. Per poi separarsi e comporre di nuovo niente altro che nuvole. Per poi diventare acqua e terra e fiori, piante. Vita. Persone. Il tutto al passo di danza della mutazione, alchimia misteriosa della vita, della morte e della rinascita.

Sono stata un paio di anni fa al Musée d’Orsay a Parigi e mi hanno portata via trascindandomi. I percorsi sono meravigliosi e meravigliosamente esposti in un’area che possiede lo stesso spirito delle bellezze che ospita: la continuità. E’ tutto aperto (è mantenuta la struttura di stazione ferroviaria qual è stata). Il grande, stupendo orologio, visibile da ogni dove, domina la scena quasi a testimoniare che il tempo a volte si ferma pure scorrendo come sempre. Bellissimo è stato perdersi tra i quadri e la sezione dedicata al Liberty, uno stile che amo molto e che rappresenta, attraverso la sobrietà,  l’eleganza vera, ricercata e morbida, classe e bellezza, espresse da linee pulite, dolcemente e sinuosamente tracciate, nel legno che diventa mobile, che diventa oggetto di ornamento. Le linee del liberty sembrano continuare: una spalliera di un letto termina, si sa, ma nella mente che osserva, essa continua come un nastro infinito. Sensazioni riprovate anche qualche settimana fa a Barcellona, nelle case di Gaudì.  E nel ferro lavorato, la magia a racchiudere e custodire qualcosa di altrettanto splendido e affascinante come il vetro e da qui cornice degna degli effetti che il vetro, con la luce sa produrre. Arte e alchimia, insomma. 

Celeste

A Milano, Palazzo Reale, si chiude il 27 settembre “Il Tempo delle Ninfee”. Il link della mostra. http://www.mostramonet.it/

Un messaggio riservato a Pinuccia che poi è un abbraccio fortissimo. Una risposta al tuo commento la trovi nel post precedente, Ciao cara, e grazie.

PS Resta il fatto che Lui, Vincent per me è il numero uno. Sebbene la sua pittura non sia sempre sciolta. Lui usa spesso “confinare” ma nonostante questo riesce a inserire le figure nell’insieme mantenendo vivo il concetto del Tutto. La figura non è dunque mai prevalente sullo sfondo e viceversa. Non c’è mai alcun primo piano, alla mia lettura, e mai alcun particolare viene “offeso” o sminuito da un altro. Doppia magia. Magia elevata a potenza.  Questa postilla la devo a lui, a Vincent con il quale ho un rapporto speciale fin da  ragazzina. Considerando che mai nessuno della mia famiglia… dico MAI mi ha portata ad una qualsiasi mostra,  that’s amore, no? 

TONFI E BACI

Sì.
La sensazione è quella. 
Violenta. immediata, velocissima l’azione di quando sprofonda.
E più è peso, più va a fondo.
Si, volendo crearne una immagine, una azione, una metafora, è un sasso che "plufff" si tuffa nel cuore. Un tonfo.
Repentino, senza preavviso o con preavviso (a volte è la cosa più temuta,  quella che sta per accadere)
Un attimo?
Magari fosse un attimo …
Non lo è mai, un attimo.
Perchè poi si susseguono altre reazioni, emozioni. Buchi. Tonfi.
Del tipo?
La sensazione di avere un blocco di ferro sopra il petto?
Oppure una spirale dentro, nello stomaco, che mentre gira attorno a se stessa, avvolge lo stomaco e in alcuni casi è un pugno?  Diretto, forte, deciso. Preciso.
Un’altra?
Una specie di fulmine, nel cervello. Istantaneo. Rapidissimo e tagliente come il passaggio di un raggio laser? Corto circuito della mente. Un tifone sui pensieri. Passa, poi passa, ma  lascia una palla dentro, che rimbalza, rimbalza contro le pareti craniche giocando a ping pong. Il cervello si dilata e preme sulle tempie. Le tempie battono il tempo insieme al tuo cuore.
Tum tum tum – ..  –   tum tum tum – tutum. Tututututmmmmm … pausa… Tu-tum …. tu-tum
Ritmo extrasistolico.
Basta?         Macchè !
In pochi istanti non hai più un filo di saliva. Pensi che magari, senza accorgerti, hai ingoiato un foglio di carta vetrata. Oppure un  gomitolo di quella lana metallica, finissima, che si usava (si userà ancora?) per pulire le pentole.
L’amaro in bocca c’è veramente: non lo si dice per dire. C’è ed è uno schifosissimo sapore impastato e denso. Ti sembra di non esserti lavato i denti negli ultimi vent’anni.
E la gola pare chiudersi regalandoti (gratis) una sensazione di gonfiore alla glottide che pare soffocarti. Poi tocca alle gambe. Si irrigidiscono. Pensi: tra poco sono paralizzate.
No no no. Non sono belle cose, queste. 
Ma si sopravvive.
Si sopravvive anche ad altro.
                                                                              

Per esempio ad ogni bacio non dato.

SE CI SEI

AVrei
Qualche film da rivedere
Una città dentro la quale tornare
Un silenzio da Ascoltare
Passi nuovi da lasciare sopra vicoli dorati di densa luce da leccare.

ci sarebbero
Un prato di stelle da Guardare sotto il quale Respirare
Un libro da sfogliare
Locomotive da visitare
Un viaggio da immaginare
(l’Orient Express su cui cenare?)

(Storie da raccontare l’Apollo da ricordare orologi da rianimare finestre da trovare una macchina da costruire sogni da gettare piante da piantare pochi minuti prima delle sette e diciannove cani da salvare sotto un albero da trovare un prato da dissetare e velocità lungo le quali ci si deve solo fidare)

Avrei
Parole da pronunciare, altre da ascoltare
Carezze da spalmare
Morbide Finestre da spalancare
Respiri da respirare dentro Respiri da catturare.

ci sarebbero
una serata di pioggia sotto la quale Passeggiare
Un bicchiere di vino da Sorseggiare
Parole che non ho detto da Sussurrare.

E foto da scattare,  occhi in prestito a immortalare. Eternità da consegnare. Rughe da fermare. Immortalità da dispensare, altre da esorcizzare.

ci Sono 
Muri da abbattere e altri da Assecondare
e altri ancora contro i quali ri-tornare
Cattedrali da violare
Pregiudizi da demolire in Verità da confessare dentro Silenzi da pronunciare
(Silenzi bagnati di assenze di Rumori, banalità da sconfiggere, scontatezze da bruciare, noia da annientare)

E poi : vestiti da calare sopra Lacrime da liberare (acido a sciogliere sbarre da eliminare)  Confini da allargare. Corridoi dentro i quali provare a passare senza sentire male. E poi c’è da ridere, giocare, assaggiare, correre, bere, riposare, sbagliare, viaggiare per tornare. O tornare per viaggiare.


( ….. per caso hai qualcosa  di importante da fare?)

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SGUARDI DI DIVE

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foto. Riccardo (donata spontaneamente)

“La Luna… qui somiglia al capo reclinato di una donna che si compiace dei complimenti che un uomo le sta facendo. Un uomo più coraggioso di altri.. Si, perchè ci vuol coraggio a fare complimenti alla Luna e ci vuole l’anima per pronunciare parole a Lei udibili”. 

Testo: Riccardo (sotto tortura).

Ci sono uomini che chissà come mai  non amano scrivere pubblicamente pur essendo capaci di bellissimi penseri, che nascono da una bella anima e da una sensibilità speciale, particolarmente elegante e profonda. Rara. Ed è un peccato. La foto è stato un dono spontaneo ma il post è misero.  Il piccolo testo infatti è il massimo che sono riuscita a strappare all’autore della foto e l’ho dovuto completare io!  Mah!

Comunque: la foto è bellissima, la Luna pare davvero una testa china ad ascoltare. Parzialmente velata di nero, coperta da un velo grande quanto la volta celeste. Un velo puntellato di stelle a coprire il giorno per dare pace ad una parte della Terra.  Seducente. Intrigante. Misteriosa. Sensuale. Taciturna. Sapiente. Dignitosa. Antica. Donna. Femmina. Una mia immagine della Luna è quella che chiama a sè il mare. Lo invita, lo seduce cantando un canto misterioso e quel canto è un richiamo al quale il mare risponde sempre. Sempre. Non può farne a meno. Si solleva, si ingrossa, si dilata, si protende e avviene l’amplesso più antico, misterioso e affascinante dell’universo. Forse questo sguardo, catturato da Riccardo era il canto.

Luna. Raggiunta. Toccata da mani e piedi, e sonde e macchine, Violata, forse, dall’uomo. Conquistata? Improbabile. Anzi: impossibile.

Celeste.

IMPRONTE

foto mia

Vorrei che tu venissi da me in una sera d’inverno e, stretti assieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo per le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spianavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi per la prima volta pazzi e teneri desideri. “Ti ricordi?” ci diremo l’un l’altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu – ora mi ricordo – non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, nè battesti mai alla porta del castello deserto, nè camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, nè ti addormentasti sotto le stelle d’Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d’inverno, probabilmente noi rimarremmo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei “Ti ricordi?”, ma tu non ricorderesti.
Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell’anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade nascono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ora vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremmo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensare, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo sempre tenendoci per mano, poichè le anime si parlano senza parola. Ma tu – adesso mi ricordo – non mi dicesti cose insensate, stupide e care. Nè puoi quindi amare quelle domeniche che io dico, nè l’anima tua sa parlare alla mia in silenzio, nè riconosci all’ora giusta l’incantesimo della città, nè le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrare fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti di essere stanca; solo questo e nient’altro.
Vorrei anche andare con te d’estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l’acqua che passa, ascoltare nei pali del telefono quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dei prati e qui, distesi sull’erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti “Che bello!” Niente altro diresti perchè noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come fossero nate allora.
Ma tu – ora che ci penso – tu ti guarderesti attorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccuoata a esaminare una calza, mi chiederesti un’altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti “Che bello!”, ma altre povere cose che a me non importano. Perchè purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici.
Vorrei pure – lasciami dire – vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colma di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando sopra di sè una specie di musica. Con la canida superbia die bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell’uomo. Ma tu – lo capisco bene – invece di guardare il cielo di cristalloe  gli aerei colonnati battuti dall’estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, nè dei presentimenti che passano, nè ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Nè udresti quella specie di musica, nè capiresti perchè la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d’oro sulle guglie alzeranno le spade sugli ultimi raggi. Ed io sarei solo. E’ inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d’estate o d’autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare – ti prometto – gli scricchiolii misteriosi del tetto, nè guarderò le nubi, nè darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all’amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo con donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo.
Ma tu – adesso che ci penso – sei troppo lontana, centinaia e cenitnaia di chilometri difficili da valicare, tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco perchè ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso fra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose.
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(Dino Buzzati, INVITI SUPERFLUI,  tratto da “La boutique del Mistero”)
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Dino Buzzati, scrittore, giornalista, pittore di cui parlerò ancora in qualche post, non poteva non passare in Controluce. Il suo mondo è un mondo magico, misterioso, dove lo spazio e il tempo sono temi ricorrenti e scorrono in dimensioni senza contorni netti.
Un mondo dove il quotidiano, le leggi della fisica, della materia, della logica sono separate dalla fantascienza da un filo sottilissimo che spesso si spezza lasciando interferire i due universi.
Il tema della ricerca della felicità e della ricerca di sè, sono il filo conduttore dei racconti di Buzzati, così come anche il tema della comunicazione.
Il brano pubblicato tratteggia la mancanza di comunicazione tra l’uomo che scrive e la sua compagna, incapace, quest’ultima,  di parlare senza parole, parlare con i silenzi,  e di camminare nelle favole, come invece lui sa fare.
Sto leggendo, in questi giorni, La Boutique del Mistero: sono racconti che si sintonizzano con i miei pensieri e con il mio sentire.  Vi trovo l’acqua della piscina nella quale nuoto da sempre, mescoolando il Sogno, per me importante come l’aria, con la Terra dentro la quale affondano le radici del mio esistere.
E’ stata, a mio avviso, la penna di un giornalista diverso, originale, capace di raccontare notizie vere, cronaca, con uno stile quasi fiabesco, senza che venga banalizzata nè mistificata nè enfatizzata la notizia. Si mescola, in lui, il carattere del giornalista con quello del poeta e ciò che ne esce è qualcosa di raffinato e di originale. Lessi un articolo, pubblicato in prima pagina dal Corriere della Sera, il suo giornale (collaborò per molti anni con il quotidiano di Via Solferino) sull’Apollo 13.  Da leggere.
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Ogni dolore viene scritto su lastre di una sostanza misteriosa al paragone della quale il granito è burro. E non basta un’eternità a cancellarlo.
(Buzzati)
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Ecco perchè il post è titolato “Impronte”. Persone, dolori, libri, odori, tramonti,  lasciano segni profondi, impronte incancellabili nella vita di un uomo incrociandone anche per poco la strada. Altre persone invece quando vanno via anche dopo anni scivolano come acqua sull’olio.
E il dolore, scritto sopra quel msiterioso materiale lascia solchi profondi, è vero, ma ci sono persone capaci di farne culle e piantarvi fiori.

DI PENSIERI E DI GOMITOLI

gomitolo

In questi giorni alcune delle mie riflessioni sotto il sole riguardano naturalmente anche temi che hanno avuto risalto in Controluce e che in qualche modo ne costituiscono lo sfondo, la melodia costante, ne battono il tempo. Temi come il Tempo (appunto), le coincidenze, le “cose che accadono e che sono come domande, che poi, passato un minuto oppure un anno la vita risponde”. Poi gli “eventi strani” che poi, dopo un po’ non sembrano più tanto strani. Lo spazio e il tempo, le relazioni tra le cose e le persone, tra persone e persone, il caos e l’ordine perfetto. E poi: un battito d’ali di una farfalla che cambia per sempre le cose nel mondo, e poi “lancia un sassolino nell’acqua e il mondo non sarà mai piu’ lo stesso”, ricordata da un’amica su un altro sito. La teoria dei sei gradi di separazione. E poi il  sogno. L’altra parte di me che mi parla, forse dall’altra parte del lago che ogni tanto di notte attraverso (…chissà per quanto tempo Lei mi aspetterà). Insomma si tratta di riflessioni su argomenti che sono il carattere di Controluce, la struttura portante, il cannovaccio sul quale si tessono post, commenti, ulteriori riflessioni. In tutte queste riflessioni fa capolino ogni tanto un argomento che pare dissociato da tutti gli altri pensieri:  la Delusione. Chi può deludere? Qualcuno che si ama, che si è amato, stimato.  Ovvio. Ma cosa significa “delusione”? E nasce qualcosa di positivo da questo tipo di delusione? Ha un sapore, un odore, un colore, la delusione? E quando nasce, la delusione? Qual è il canale attraverso il quale passa per esplodere alla luce, come un occhio di bue su quella zona che si è voluta tenere in ombra perché si voleva continuare a sognare?
Lascio qui un sorriso ad augurare buon fine settimana, e una bella frase contenuta in un pezzo di Gianmaria Testa che mi è venuta in mente adesso e non so per quale ragione ma lo scoprirò, perché c’è sempre una ragione per ogni frase che si affaccia nella mente, per ogni associazione di pensiero, per ogni ricordo che compare improvvisamente sullo schermo della mente. E’ questa: “forse il gomitolo non voleva diventare maglione”.

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FINESTRE (ancora)

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Custodi dell’intimo vivere. Possibilità. Fuga. Salvezza quando aperte. Salvezza quando chiuse. Accoglienza. Finestre come donne:  custodiscono accolgono proteggono, si aprono si chiudono, trattengono. Finestre come fiori. Finestre come  compagne che “sanno”. Complici di vita. Testimoni mute, discrete. Finestre come galleria per il cielo. Osservatori sulle stelle. Passaggio per la Luna (… hai visto la luna? esci a guardarla. Ti aspetto. E’ una diva, stanotte … ). Finestre come limite del buio ad altro buio. Barriera per la pioggia. Aperte: il benvenuto alla pioggia. Finestre asilo della luce del giorno. Finestre come cuori aperti. Finestre come ferite aperte. Finestre come cicatrici della Vita, sfregi del Tempo. Finestre come passaggio, nascita, morte. Finestre come diga sul passato. Finestre come speranza sul domani. Finestre attraverso le quali vedere il “cielo che risplende e chiedergli dove sei, di chi sei”  Finestre come promesse di ritorni. E finestre … come finestre e basta.

(fotografie: Celeste. Dubrovnik – Croatia –  ago 2009)

CONTORNI E COL-ORI

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foto da http://www.studenti.it/

Mia nipote disegna soprattutto persone e cani e cavalli. Disegna il cielo – una striscia azzurra in alto al foglio- e la terra e i prati – una striscia verde in basso al foglio – Logica.
Al centro del foglio, quindi della scena, una delle quattro parole che sa scrivere: il suo nome. Tipico egocentrismo dei bambini.
Le linee dei suoi disegni sono nette: il cielo è distintamente separato dal resto, il prato anche. Il sole, le nuvole, la luna, gli astri hanno contorni e forme ben tracciate.
I miei no. Fin da bambina io devo soddisfare una esigenza che è parte di me, della mia costruzione, del mio carattere, della mia visione del mondo: quella di sfumare. Io sfumavo. Il mio cielo, i miei prati e perfino, ricordo, le creature marine perché, dicevo che attraverso l’acqua in movimento i contorni non potevano esseri fissi, tutto era dunque sfumato.
Qualcuno poco tempo fa mi ha detto che scrivo sfumando.
Stamane, scendendo a piedi verso il mare, lo guardavo, da una posizione più alta, dal paese: guardavo l’azzurro, perfetto, del cielo e poi il blu del mare. Il verde brillante dei pini marittimi protesi verso il mare e pensavo che dentro di me le cose non sono così.
Non lo sono mai state. Dentro di me colori odori sapori lambiscono e si mescolano: il celeste prima di lasciare posto al blu segue una gamma di colori e sfumature progressive e il blu lo raggiunge gradatamente e dolcemente. Cosi il rosso quando passa al rosa, lo fa piano piano, tramutandosi in cremisi e poi in arancione e qui è possibile che rubi qualche onda di giallo da altri luoghi situati nei paraggi.
Non ho mai saputo fare vere e profonde distinzione tra amore e affetto profondo, tra un sentimento che lega una amicizia speciale a quello che lega un affetto o un amore speciali. Un compagno di vita deve essere un amico, prima di tutto, un complice. E un buon amico deve sapere essere un buon compagno di viaggio nella vita.
Qual è la linea di demarcazione o l’ingrediente principe che determina il distinguo? Il sesso?
No, perché con un buon amico si può fare del buon sesso. Certo, con l’amico si divide una parte della vita, con un compagno si decide di condividere gran parte delle cose della vita, e fiducia e complicità, rispetto anche degli spazi e della natura dell’altro sono imprescindibili di un rapporto bello, maturo, sereno, che tende ad arricchire l’esistenza. Ma ci sono tante sfumature possibili, in questa affermazione perchè, ad esempio, quanto sopra deve essere presente anche in altri rapporti.  Diversamente i rapporti, tutti i rapporti,  si impoveriscono e impoveriscono. Continuando: un’amica quando è complice ma mai condiscendente, quando è critica ma mai giudice, quando riceve e offre fiducia,  come si chiama il sentimento che ci lega a lei? Affetto o amore o amicizia? Mah …
Amo le luci soffuse perché sciolgono i contorni e confondono i confini; la luce delle candele leviga e anima le cose.
Amo i sapori mescolati se con armonia, la pittura impressionista e i tramonti.
Subisco il fascino che conferisce la pioggia alle città che amo di più perché ne sfuma il carattere, addolcisce  i lati irti e difficili, ammorbidisce le zone aspre e arrotonda i profili. Affievolisce i confini.
Amo le case di Gaudi: i pavimenti diventano pareti verticali le quali salgono e diventano soffitti senza doversi tramutare in aspri angoli. Le facciate esterne si dilatano e diventano balconi, e poi a salire formano camini, immensi, e da qui linee ridiscendono morbide come colline e diventano tetto, camminamento, solchi per la raccolta di acqua. Terrazzi.
Mi infastidisce la musica hard e la musica che cessa all’improvviso mi indispone. Al telefono saluto con una serie di “ciao” che affondano nella voce, fino a scomparire quasi. Odio il saluto secco, lo percepisco come arido, dovuto, freddo. Un commiato eterno, senza la promessa del ritorno.
Mi piace l’eco e il lago che canta quando si copre di ghiaccio. In quel periodo è più vivo e possiede una voce che nasce nelle lastre di ghiaccio in movimento e si alza verso il cielo, si espande e si infrange, forse, sui tronchi degli alberi, formando quel canto che mi piace pensare sia musica per la danza di fate e folletti che abitano il bosco.
In un calice panciuto di vino c’è la vigna, l’orto coltivato che la confina, c’è dentro il giardino con i fiori e poi l’aroma del miele selvatico e forse anche il sudore del contadino che ha lavorato quelle terre.
I miei libri non sono ordinati secondo alcun genere.
Mi piace passare a volte il sabato pomeriggio in una rivendita poco distante da casa mia; un piccolo capannone trasformato in libreria dove non c’è un ordine preciso o se c’è io non l’ho mai trovato. Li’ è possibile vedere Catullo accanto a “Come cucinare i peperoni” e mi piace un sacco prendere tra le dita l’uno e poi  l’altro.
Perdo il senso del Tempo, in luoghi come questo e il Tempo non ha confini.
Forse queste mescolanze mi rassicurano e non mi fanno sentire fuori posto.
Forse è la ricerca di infinito, la necessità di oltrepassare i confini dell’ovvio, del convenzionale, delle strutture con le sbarre che mi fanno amare tutto questo.  Il bisogno di continuità. Mi piace la parola “infinire”, un lemma trovato da poco sulla Accademia della Crusca e “donatomi” qualche mese fa da Andrea, appassionato di “parole”.
Tutto questo, lo so, poco si sposa con il lavoro che faccio però,  a pensarci,  le contraddizioni sono i figli di un certo disordine.
Anzi tutto questo non è disordine ma una prospettiva di convivenza, coesistenza delle cose, penetrazione, invasione, mescolanza.  Il Tempo, anche il Tempo io non lo suddivido in passato presente futuro. Io sono (anche) il prodotto del mio passato; esso vive in me e con me. Il presente è già passato mentre lo si percepisce. Il futuro, allo stesso modo, è già presente. Ho la consapevolezza della mia vita che scorre, questo si, e delle possibilità che si riducono. E questo determina il mio “problema” con il Tempo. Ma è un’altra storia.
Quando si fa l’amore entrano in gioco tutti quanti i sensi. Si acuiscono e si affievoliscono rispettivamente verso il compagno e verso il mondo circostante. Cambia la percezione delle cose e del mondo, cambia la percezione del tempo rispetto a quando lavoriamo, facciamo la spesa o prendiamo il bus. Cosa c’è di più relativo, di meno distinto e di meno netto dei confini dei sensi?
E cosa è più sfumato di un bacio che si trasforma in carezza, di una carezza che si trasforma in passione per poi tornare ad essere appena un sussurro, un filo di fiato?
Stasera ci sono le stelle ma non sempre mi importa individuare l’Orsa Maggiore o Cassiopea. Mi piace vederle come tanti puntini luminosi, astri che un tempo erano persone; qualcuna di queste è qualcuno che ho amato e che amo. Va bene lo stesso, no?
In un prato di stelle è stupendo perdere i propri pensieri, il senso del Tempo e la consapevolezza che siamo piccole cose, etichettate come persone ma figli di queste stesse stelle che vediamo brillare. Ne portiamo i segni, le sostanze, e forse il destino. Forse siamo custodi inconsapevoli di quella unica e grande Regola dell’Universo che non conosce confini; quella  pangea meravigliosa e fitta di Mistero che chiamiamo “esistenza”.

TELE

La tela sopra la quale dipinge il jazz è il cielo.
La tela del seminatore, mi ha detto qualcuno, è un sacco di patate.
La tela sopra la quale dipinge l'attesa è un pizzo prezioso ricamato da mani ossute e spesso già deformate dal Tempo.
La tela del pescatore è il mare: lui vi dipinge la notte negli spazi tra le maglie delle reti.
La tela di un amore può essere un arazzo. Splendido, ricamato con i fili d'oro dell'illusione. La tela del contadino è la distesa di terra: geometrie di colori trapezi di fiori, rettangoli colore smeraldo.  La tela del pensiero è il vento, la libertà. La sola. 
L'aratro disegna sul colore del cacao; la falce passa sul colore dell'oro e cancella la fatica finita preparandone una nuova. La solitudine dipinge su trine leggere, filigrana di brina.
Il rimpianto lo fa sulla tela del Tempo che non ritorna: è un telo grezzo e folto di piccoli nodi, trame imperfette sulle quali inciampano i passi dell'età e la maledizione di ogni errore.
La tela del Desiderio è incrocio di trama e di ordito di seta preziosa, da non sciupare, da accarezzare con le mani e con i sensi. E' una tenda, sottile, che a volte a toccarla scompare.
La tela del dolore è ruvida e la vita la dipinge con sangue e lacrime e sudore. Spesso è una caricatura della vita, la forma. A volte non ha nulla di umano la figura finale.
La tela della notte è il cielo: si dipinge di Luna e di Stelle dopo che il buio ha cancellato il Tramonto.  Più tardi si alzerà il sipario e la tela sarà dipinta di Alba.
La tela del mio domani forse è la stessa del mio passato.  O forse è il futuro che è già andato via. Allora cosa dipinge questo mio presente? E soprattutto chi? Il mio volto? E quale?

DI VITA E DI AVOCADI

avocado
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Ho visto miserie travestite da uomini e donne erano paure erano dolori erano mani erano suoni ho visto mani alzarsi disperate ad abbracciare nel cielo improbabili stelle forse un bagliore alchimia della mente chimica della forza di un misterioso incedere arrancare sopravvivere ho visto lacrime rotolare dentro piatti di porcellana vuoti d’amore vuoti a rendere rifiniti d’oro bordati d’argento raffinate mani a raccogliere acque di sale ho visto letti sfatti e rifatti di eterni rimandare e pozzi tanto bassi da non farsi nemmeno un po’ male
ho visto un cane ferito e i suoi occhi erano stagni di amori scuri occhi che sanno cos’è il sogno e cosa il pianto ho visto morire il sole nel mare ho visto la luna danzare eccitare sollevare quel mare senza poterlo nemmeno toccare ho visto telefoni li ho sentiti suonare ma quando arrivavi i tuoi passi erano lievi non facevan rumore come quelli di lei che aveva la veste nera la falce non c’era il viso era velato nessuna ombra sul muro  produce la morte ho visto la nebbia avanzare nel buio quando una mano mi ha preso i capelli costringendomi a un gesto senza ritorno ho visto restare aspettare tornare mi sono vista dentro gli specchi del male nel giorno che segue l’istante che sale ho sentito il mio corpo morire svegliarsi e vibrare
tornare da un sonno un torpore letargo di niente ho visto un dolore affondare nel riso le labbra di andrea arrese nel sonno ho visto le carte scoprire il passato il futuro no non era arrivato mentre il presente se n’era appena andato ho visto ginocchia restare sospese e ferri e freddo frugarmi tra i fianchi ho visto le luci sentito l’odore del dormire di colpo svegliarmi da sola in un bagno di pianto di freddo sudore ho letto le stelle le carte e i sassi ostinata testarda ho cacciato la testa nel fango ho visto capelli cadere nella vasca da bagno mentre rideva insospettata reazione forse era rabbia dolore o rassegnazione ho visto cartelli numeri codici e cifre da non poterle far stare nella memoria di tutto il mio tempo e nemmeno nel tuo ho vissuto l’incubo di sogni da niente e quello ancora peggiore di quando non si sollevan le gambe dal suolo ho visto amori finiti lasciarsi andare nel fondo del mare dove i coralli diventano tombe fiori le creste delle onde del mare ho sentito di storie passate lontane antichi richiami di favole strane ho visto folletti saltare tra i fiori rincorrersi giocando tra i camini sui tetti ho visto l’odore di paura della fine e del buio o forse l’ho solo sentito annusato bevuto si possono vedere gli odori non lo so amore dimmelo tu ci vuole coraggio per continuare a cercare piu’ facile è fermarsi ascoltare non fare niente e infine morire volta la carta cantava fabrizio volta la carta e lui non c’è più fila la lana fila i tuoi giorni aspetta che lui ritorni cantava ancora fabrizio ah dimenticavo ho visto la luna sul mare ma non la ricordo quasi aspettando un manto o un prato di stelle improbabili forse ma per questo si vive si vive di pane di respiri di tutto e di niente si aspetta si torna io ho visto partire morire qualche volta tornare ma era meglio se avessi avuto qualcos’altro da fare.
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“la vita sta in una tasca … e in questo momento sei un avocado, per me” .
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C’è poco da capire a volte, ma a volte le sfumature sono tutto ciò che si può dire, dove le parole non possono. C’ è un brano che amo moltissimo,  tra altri di lui: guarda caso è di Fabrizio de Andrè. Anche qui c’è poco da capire. E’ la fine di un amore tra una donna e un uomo. Storie nelle quali non si può entrare, perchè non c’è niente da capire. Nessuno può capire perchè dentro ci sono vite che stanno in tasca e tasche a volte senza vita. Miserie dolori speranze garanzie scelte percorsi obbligati silenzi baci bagnati poesie inascoltate raccolte respinte ferite. Derise. Ci sono storie che finiscono in una dolcezza sconosciuta anche al loro inizio e ci sono storie che finiscono e basta. Altre che nascono come piccoli funghi sotto le foglie cadute a terra di autunni appena cominciati, tiepidi, dorati. Nascono li’ come muschio sotto le felci odorano di bosco di umido dell’ incipiente calma dei paesaggi dorati ma anche rosso violento delle estati indiane, Sanno di promesse di primavere buone dove la frutta matura bene sotto un sole lento e clemente. Ci sono amori che si consumano e che consumano allora svuoti le tasche e ci trovi una conchiglia vuota di qualche anno fa l’accosti all’orecchio e non ti risponde alcun mare. La giri la rigiri tra le dita escono lacrime o quando va bene granelli di sabbia. Da alcune esce miele denso sperma di un tempo passato quando erano turgidi i pensieri i giorni e le estati in giro a correre tra montagne di velluto. Ci sono tasche che hanno buchi per perdere anche le conchiglie più grosse, con tutto il mare dentro. Ci sono storie e basta e ci sono storie….
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Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a crederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta
non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole
le tue labbra così frenate nelle fantasie dell’amore
dopo l’amore così sicure a rifugiarsi nei “sempre”
nell’ipocrisia dei “mai”non sono riuscito a cambiarti
non mi hai cambiato lo sai.

E dietro ai microfoni porteranno uno specchio
per farti più bella e pesarmi già vecchio
tu regalagli un trucco che con me non portavi
e loro si stupiranno
che tu non mi bastavi,

digli pure che il potere io l’ho scagliato dalle mani
dove l’amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni
per ritornare dopo l’amore
alle carenze dell’amore
era facile ormai

non sei riuscita a cambiarmi
non ti ho cambiata lo sai.

Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre
i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro
i tuoi occhi assunti da tre anni
i tuoi occhi per loro,

ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo
o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
e troppo stanchi per non vergognarsi
di confessarlo nei miei
proprio identici ai tuoi

sono riusciti a cambiarci
ci son riusciti lo sai.

Ma senza che gli altri non ne sappiano niente
dirmi senza un programma dimmi come ci si sente
continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito
farai l’amore per amore
o per avercelo garantito,

andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente
dove un attimo vale un altro
senza chiederti come mai,

continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai.

Al di là dell’ovvio e in ordine sparso

 

(direzioni ostinate e contrarie)

  

🙂 

Il sapone di Marsiglia

Le lenzuola bianche

Le tovaglie bianche

La luce delle candele

La pasta

I libri

L’Ave Maria

Le finestre

I folletti gli gnomi le fate

Il pane e l’odore del pane

Le camicie bianche

Il gelato cioccolato e pistacchio

Le noci

I sassi

Firenze che piove

Il vetro

L’Aurora

Fabrizio de Andrè

Milano la domenica mattina presto

Milano

La mamma

Il colore celeste

Le margherite

La luna

Fare colazione sotto il portico alle 5 di mattina

Fare colazione a letto

C’era una volta l’America

Le soffitte con le cose vecchie

Robert de Niro

Le mani belle

Giorgio Gaber

Le stazioni e gli aeroporti

La cena a luci basse

La luce notturna della neve

Il legno

L’odore del bianco

Stare sola di tanto in tanto

Una bella voce

Il jazz morbido

Vincent Van Gogh

 

 

😦 

Il letto freddo

Il Natale

La voce di Carmen Consoli

Il latte bianco

Woody Allen

Il fiato sul collo

La luce al neon

Michele Santoro

Il vino scadente

La coda di rospo

I film comici

Il tartufo

Gli abiti stretti

Licia Colò

Le mani brutte

L’aglio nel fiato

Uscire di fretta

Le voci alte al ristorante

Le luci forti al ristorante

Le interruzioni

Chi si mangia le unghie

Guidare con qualcuno ansioso a bordo

Gli sfregi di Milano

L’odore del bianco

Le case “essenziali”

Una voce sgradevole

Le rose blu

Il brodo di pollo

I profumi dolci

Vino e frutta aciduli

DONNA LUNA

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(foto: Riccardo)

Si scioglie e cola.
Come oro liquido, cola, lungo i fianchi della notte
per finire tra le braccia del mare.
Lui la sta aspettando da un po’.
Si solleva, al suo richiamo.
Accelera il respir
o, diventa impetuoso.
Esplode infine biancheggiando di schiuma.
E poi tutto ritorna calmo.
La pace.
E lei continua a chiamare ma più dolcemente,
sfumando, alle prime luci del primo sole
lentamente si ritira.
Con eleganza, scivolando sull’alba di seta.
Affascinerà, ammalierà, pretenderà ancora.
Domani notte.
Un altro orgasmo più forte, questa volta.
Mistero nel silenzio vellutato della notte
L’amante del mare colore dell’ocra
sarà di nuovo miele, liquido, morbido e caldo.
Ancora.
Domani notte, ancora.
La Donna del mare, figlia della Terra e amante di ogni Silenzio.

IN-CUBI

insonnia

.

Ed è ancora notte
La coscienza è a strati, alcuni sono lame taglienti come sottilissime fette di giada.
Occhi verdi da gatto, pagliuzze dorate nell’iride. Gli occhi di mio padre. Topazio e ambra. Tramonto inoltrato. Ambra: la pelle l’estate il giallo. Arancione.
Ma in certi posti è tutto bianco. Sono bianche le porte, i pavimenti e tutte le cose. Odore di etere e di precarietà. L’effimero sentire. La terra che cade, il tunnel  si riempie nel crollo di un istante e non c’è tempo per niente. Non c’è più uscita, nè aria, nè  luce. Passaggio sbarrato, sepolto. Occluso. I miei passi e la pioggia. Il fiume e quel ponte: dove sei adesso? Le foto in bianco nero i quadri di Baj e la porta sfondata. Lo strato adesso è di sabbia. Asciutta, sottile che passa tra le trame del mio foulard. Si insinua dentro gli occhi. Bruciano gli occhi come le stelle roventi bianche e cattive. Tra le pieghe della pelle come carta vetrata. Quella sul cuore e il sangue che cola mentre la mia bocca ride e fa finta di niente. E sprofondo dentro un sogno nel sogno. Sudore o forse no. Lenzuola bagnate luna piu’ chiara. Luna. Spalmata sul mare nel pozzo nel fosso. Fosso .. nonna, La cima delle ortiche per la minestra. Le more, i gelsi l’odore di funghi nei boschi. Boschi: sotto le foglie morte la torba, i lombrichi nell’umido autunno. Autunno il castagno le mani ferite (ancora) io che ridevo. Tu che piangevi. Cazzo è li’ che stanno alcuni dei sogni. La camicia celeste, quella con l’interno del collo stampato coi  fiori. Fiori .. era di legno lucido e chiaro e coperta di fiori la scatola .. L’ultima scatola per l’ultimo tratto di strada con me. La pioggia. La chiesa gelata. Il sangue gelato. Sangue: primo sangue di donna. Il primo, consapevole e rosso. Rosso come l’amore come la passione però  piu’ chiaro, meno denso, quasi acquoso. Comunque liquido. Liquido .. nella bottiglia di vetro capovolta. La piccola sonda trasparente: meridiana di quel tempo, disimpegno tra la Vita e il Viaggio. Istante prolungato tra gocce di speranza e fatica nel fiato.
E ancora il bianco. Scendo o salgo: nel sonno non è chiaro, comunque cambio. Soffice, morbido liscio come la seta. Cos’è? La sensazione tattile è piacevole, la ricevono i sensi come poesia da toccare. Tocco… Mani fresche sulla fronte e petto ampio e generoso: consolazione e calma.
Sicurezza e amore. Amore … Amore stanco amore scivolato via insieme alla pioggia a lavare il tempo. Amore di noia e di parole stanche, amore di frasi lasciate a metà prima del sonno senza amore e senza respiri. Ma questo è un altro strato: argilla, terra colore di Siena colore del deserto e adesso la bocca è asciutta non c’è saliva non c’è acqua cazzo e ancora una volta sollevo le gambe ma sono montagne e io .. resto li’ immobile tra la terra e il bisogno di andare.
Cerco di aprire gli occhi ma c’è colla sulle ciglia .. Colla .. liquido denso e un po’ acre: l’amore quando sta per finire che inonda feconda e riscalda. Si apre la notte sulla mia casa; improbabile luogo per ospitare una stella. Stella stellina la notte si avvicina . Resti con me? Resto con te. Domani ritorno a casa ma adesso sto qui tra la luce verde dell’insegna e i tuoi capelli  neri in un filo di luce. Luce tra gli alberi .. ma è solo la persiana, che è verde e fa passare il mattino. Mattino? Suona la sveglia il pensiero è già là.
I gerani, il cortile e l’odore di nonna. Aspetta quel treno e guarda se scendo. La notte è finita, tra odori e sudore. O forse era solo un improbabile istante, un sogno da niente. Una notte normale, una donna normale con un sogno speciale tra donne normali con sogni normali. Dove sei adesso e di cosa sai. Di che colore hai il dolore e le sfumature del pianto. E quante rughe hai, quanti anni hai e cazzo quanti sogni hai? Il tempo scandisce il suo tempo, e i fianchi seguono il tempo. E’ un tango, un sirtaki,  una danza, un canto. Ma dov’eri quando il tempo era Tempo e in piazza vendevano paia di ali?

SPALLE AL MURO

muro

Cosa dovremmo fare ora?
Dovremmo comprarci una chitarra nuova?
Dovremmo guidare una macchina più potente?
Dovremmo lavorare senza pausa alcuna per tutta la notte?
Dovremmo litigare?
Lasciare accese le luci?
Sganciare le bombe?
Fare concerti all’Est?
Contrarre malattie
E seppellire le ossa?
Distruggere le famiglie?
Spedire fiori per telefono?
Cominciare a bere?
Andare dagli psichiatri?
Lasciare stare la carne?
Dormire di rado?
Custodire le persone come animali domestici?
Addestrare cani?
Far correre i topi?
Riempire la soffitta di denaro?
Seppellire tesori?
Immagazzinare divertimento?
Ma mai rilassarsi completamente
Con le nostre spalle al muro
Spalle al muro

(Pink Floyd, "Pink Floyd The Wall").

Non è stato inserito in alcun album, questo brano. Fece parte di una raccolta live del 2000. Comparve nel Film Pink Floyd The Wall del 1982.  Lo trovo più attuale che mai.

Pessimista? Mica tanto …  Provate a pensare:  quanta gente baratterebbe un orecchino d’oro per un tramonto?  La sicurezza magari un po’ noiosa ma rassicurante delle De Fonseca con una notte sotto le stelle tra i deserti dorati?  Vabè … Oggi va così ….

RESTA

foto mia

 

Finché l’alba azzurro chiaro non scenderà sulle tegole di cotto
finché il merlo non andrà a rovistare nella torba dietro l’orto.
Resta.
Resta finché la neve non cade e poi finché non si scioglie
Ci va il tempo per leggermi tutte le tue storie
C’è tanta legna nel camino e nella casetta in cortile c’è la scorta per l’inverno.
E poi resta, finché c’è brace tra la cenere
e vino rosso nel bicchiere.
C’è il tempo di vedere sul mio viso una ruga nuova.
Un solco della fronte nasconde una perlina.
La vuoi?  E’ come rugiada, è piccolina.
E allora .. resta, si può trovare una conchiglia nella scatola piccola
e udire insieme il mare.
Resta perché c’è sempre un racconto da raccontare,
anche quello del lampione lungo il fiume e di quel sorriso che non puoi scordare.
Resta perché ci sia tempo per ballare o anche solo di ascoltare
vecchie canzoni; ho un giradischi e un vestito a fiori.
Resta
perché ci sono giochi da giocare, e storie da dimenticare.
Resta, che c’è un tempo che si può fermare: una fotografia a volte fa pensare.
Resta, che mi aiuti a finire la giornata
Resta, c’è bisogno di carezze da chi sa come si fa.
E ci sono tanti sogni da sognare e libri da consumare.
Ci sono automobili da lanciare e aerei da seguire in cieli tutti da fotografare.
Resta… ci sono castelli da visitare
e cuori da medicare e c’è il vento amore mio ..
C’è il vento a spettinare.

ORO SUI COLLI

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(foto: Celeste)

18 luglio 2009

Sono parecchio stanca in questi giorni.
Però ieri, nonostante la stanchezza, ho preso un treno per Bologna.
E ho avuto la conferma, ancora una volta, che quando stai bene con ciò che ti sta intorno, trovi il riposo anche senza essere a casa in poltrona a leggere o sonnecchiare.
Prelevata dalla stazione di Bologna, lentamente e in buona compagnia ho girovagato per l’appennino tosco emiliano esplorando senza itinerario e senza fretta.
Sulle colline colava una luce meravigliosa; il cielo era nuvole basse ma non così dense da impedire al sole di bucarle.
Gli appezzamenti collinari intervallavano il colore dell’oro del grano appena tagliato con il colore verde dei prati naturali e dei campi coltivati ad erba medica, e il marrone dei campi già arati.
Alcune strisce di argilla scivolavano sui fianchi di qualche collina conferendo una forza che sottolineava la morbidezza degli appezzamenti di velluto verde.
Ma la luce… la luce era qualcosa di surreale; lo scenario, quello di un quadro impressionista.
Vang Gogh non avrebbe resistito al desiderio complusivo di colpire una tela direttamente con il tubo del colore, come faceva negli ultimi tempi.
Forse avrebbe dipinto quelle colline e quel cielo con la sua consueta violenza, quasi tragica. Dolorosa, passionale.
Monet invece le avrebbe dipinte con “troppa” delicatezza, confondendo e sfumando le linee che invece erano marcatissimi confini tra un colore e l’altro. Forse avrebbe fatto lo stesso anche Degas.
Ma non l’acquerello delicato e tenue, non la tempera disperata di Vincent avrebbero raccontato la Poesia di quella luce e di quei colori.
Forse solo un jazz delicato improvvisato e mutevole avrebbe potuto.
E, come il jazz, la bellezza dell’emozione in movimento è unica, non replicabile.
E un’altra volta ancora mi torna alla mente “Il collezionista di tramonti”: lui aveva racchiuso tramonti in barattoli di latta, perchè nessun tramonto è uguale ad un altro.
Nessuno. Luce e movimento forse possono essere solo musica. Respiro. RESPIRO (….)
Tornando verso casa,  in solitudine sul treno,  pensavo che il mio corpo forse non si è riposato ma lo hanno fatto cuore e mente.
Lo ha fatto l’anima che, scivolando dolcemente sopra quei colli,  ha saputo sciogliersi in un canto quasi magico e stare bene, semplicemente. Sono rientrata a casa con un senso di gratitudine verso una giornata così bella e verso chi l’ha voluta condividere.

PRIDE AND PIL

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Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo (PIL). Il PIL comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana. Il PIL mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari. Il PIL non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia, la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere. Il PIL non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.

Robert F. Kennedy, dal discorso pronunciato all’Università del Kansas 18.03.1968

SANGUE E RENA

Un tempo ridevo soltanto
a veder l’incanto di noi
vestiti di piume e balocchi
con bocche a soffietto
e rossetto negli occhi

scimmie, vecchiette obbedienti
e cavalli sapienti
sul dorso giocar
ridere era come amar

poi ripetendo il mestiere
s’impara il dovere di recitar
e pompa il salone il suo fiato
e il riso è sfiatato dal troppo soffiar

di creta mi pare il cerone
s’appiccica al volto
il mal del buffone
ridere vorrei stasera
ridere vorrei per me

Un Due Tre!
all’erta gli elefanti in piedi
saltino le pulci avanti
attenti passa il domatore!!
L’anima che ride
ride e sempre riderà
come una preghiera

i trapezi ronzavano elettrici
uccelli di piuma di un mondo di luna
legati i compagni per mano
libravan da pesci
vicini e lontano
si sfioran d’un tratto i due bracci
appesi nell’aria
come due stracci

sul sangue buttarono rena
ed entran di corsa i pagliacci.

E sempre ridere per compiacere
la sala piena da mantenere
che bello udire
l’applauso ilare
gonfiar la sala

scacciare il male
e sempre cedere con batticuore
a sogni e parole
da far scoppiare!!

Il padrone ha la tuba allungata
ed ha baffi arditi
e in fondo già sa
che restiamo alla frusta qui uguali
felici e incapaci di esser normali
e allora ridano gli altri di noi
e allora ridano gli altri stasera
ridano gli altri per noi.

Vinicio_capossela01

(” I Pagliacci”  di Vinicio Capossela) –   Amarissimo pezzo e Metafora della vita.


( …. una corsia di ospedale: qualcuno lasciava per sempre la mia vita, chiudendo con la sua. Ma fuori, fuori e nel corridoio era domenica. Era l’orario dei parenti e i bambini si ricorrevano per i corridoi di linoleum grigio chiaro, gridando gioiosamente, ridendo. Portarono un paravento bianco di terital plissettato,  in un telaio di acciaio. Perchè certe cose non si possono mostrare …. )

“e sul sangue gettarono rena ed entrarono di corsa i pagliacci”

(Pioveva e piove ancora. Spesso)

FIORIN FIORELLO

ori.canada2008Dal momento che Pieffe è assente (un lungo viaggio-studio-ritiro sulle Pleiadi) pertanto non può lanciare le freccette con le puntine di acciaio dalle orecchie, ecco un giochino divertenissimo ottenuto con il corel paint shop… 

BUON FINE SETTIMANA A TUTTI.            Celeste

GELO-SIA

prigione

(….) nel senso che se vuoi le attenzioni, devi sviluppare te stesso e non "reprimere la concorrenza".

E’ un "taglia-incolla", stralcio di una conversazione in skype di oggi, durante una pausa caffè. Il contesto era la "gelosia". Parlavamo, io e un amico,  di quella gelosia più intellettuale che amorosa, più rivolta verso l’interesse per il "di dentro" delle persone che per quello che coinvolge la sfera sessuale. E a volte c’è la tendenza a "reprimere la concorrenza". C’è della tenerezza, in questi "tentativi", che quasi sempre sono indice di insicurezza e di bisogno di rassicurazioni, di necessità di sentirsi al centro dell’universo dell’altro. Di sentire (ma spesso di illudersi) di essere unici e insostituibili. Esclusivi.  Siamo esseri umani, con emozioni, paure, solitudini; navighiamo in un mare di incertezze e i pochi punti fermi diventano essenziali, vitali. Il problema vero nasce quando la gelosia diventa patologica, ossessiva. Allora son cavoli. Torneremo, magari, sul tema della "gelosia" perchè è un tema interessante e spesso anche una grande sofferenza che soffoca innanzitutto chi la prova e che poi finisce col soffocare l’altro. In questo modo chi ne soffre diventa inevitabilmente vittima delle proprie paure: cercare di trattenere qualcuno soffocando la sua esistenza, mangiando i suoi spazi, privandolo dell’aria,  è il modo più sicuro per perderlo: presto o tardi la comprensione si trasforma in accondiscendenza, poi in irritazione e alla fine il disagio diventa intollerabile, fino a rasentare il rancore. Ricordo una citazione di Richard David Bach "Se ami qualcuno lascialo libero. Se torna da te, sarà per sempre tuo, altrimenti non lo è mai stato".

LIBERTA’

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foto mia

Sui miei quaderni di scolaro
Sui miei banchi e sugli alberi
Sulla sabbia e sulla neve
Io scrivo il tuo nome

Su tutte le pagine lette

Su tutte le pagine bianche
Pietra sangue carta cenere
Io scrivo il tuo nome

Sulle dorate immagini
Sulle armi dei guerrieri
Sulla corona dei re
Io scrivo il tuo nome

Sulla giungla e sul deserto
Sui nidi sulle ginestre
Sull’eco della mia infanzia
Io scrivo il tuo nome

Sui prodigi della notte
Sul pane bianco dei giorni
Sulle stagioni promesse
Io scrivo il tuo nome

Su tutti i miei squarci d’azzurro
Sullo stagno sole disfatto
Sul lago luna viva
Io scrivo il tuo nome

Sui campi sull’orizzonte
Sulle ali degli uccelli
Sul mulino delle ombre
Io scrivo il tuo nome

Su ogni soffio d’aurora
Sul mare sulle barche
Sulla montagna demente
Io scrivo il tuo nome

Sulla schiuma delle nuvole
Sui sudori dell’uragano
Sulla pioggia fitta e smorta
Io scrivo il tuo nome

Sulle forme scintillanti
Sulle campane dei colori
Sulla verità fisica
Io scrivo il tuo nome

Sui sentieri ridestati

Sulle strade aperte
Sulle piazze dilaganti
Io scrivo il tuo nome

Sul lume che s’accende
Sul lume che si spegne
Sulle mie case raccolte
Io scrivo il tuo nome

Sul frutto spaccato in due
Dello specchio e della mia stanza
Sul mio letto conchiglia vuota
Io scrivo il tuo nome

Sul mio cane goloso e tenero

Sulle sue orecchie ritte
Sulla sua zampa maldestra
Io scrivo il tuo nome

Sul trampolino della mia porta
Sugli oggetti di famiglia
Sull’onda del fuoco benedetto
Io scrivo il tuo nome

Su ogni carne consentita
Sulla fronte dei miei amici
Su ogni mano che si tende
Io scrivo il tuo nome

Sui vetri degli stupori

Sulle labbra intente
Al di sopra del silenzio
Io scrivo il tuo nome

Su ogni mio infranto rifugio
Su ogni mio crollato faro
Sui muri della mia noia
Io scrivo il tuo nome

Sull’assenza che non desidera
Sulla nuda solitudine
Sui sentieri della morte
Io scrivo il tuo nome

Sul rinnovato vigore
Sullo scomparso pericolo
Sulla speranza senza ricordo
Io scrivo il tuo nome

E per la forza di una parola
Io ricomincio la mia vita
Sono nato per conoscerti
Per nominarti
Libertà.

(Paul Eluard, da Poesia e Libertà, 1943)

Sono poco presente in questo periodo, causa superlavoro. Sono sempre convinta che quando si fa qualcosa, conviene sempre farla bene. Non ho tempo di scrivere: il tempo sta mangiandomi il tempo. Morde le mie ore, se le porta via insieme ad un vortice di scadenze e di corse. Dimentico molte cose, tra queste anche un appuntamento dal dentista (scusa Carola, per l’ennesima volta SCUSA).  Dedico il poco tempo che riesco a rubare, alle  persone che amo. Controluce è un piccolo spazio che amo, ma nonostante questo non riesco a scrivere qualcosa di mio. Deposito quindi questa poesia, semplice e stupenda come è stupendo tutto ciò che è contenuto nella parola LIBERTA’. Una parola che sa di azzurro, sa di volo, sa di leggerezza e di aria fresca e pulita. Sa di amore, di pace, sa di Dio. Sa di tutto. Bè … “è” tutto.

SPECIALMENTE CAROLA

Ti ricordi, Carola?

Le elementari insieme, la maestra Angelina, la messa la domenica. L’oratorio. I giochi con la palla, lo scivolo e la sabbia. Poi le medie, classi separate. Le vite separate.

Ti ho rivista dopo. Con il pancione. E poi con quel bimbo (ne ha fatta di strada e anche di voli!).   

E poi un’intesa nuova, tutta femminile. Delicata e fatta di piccole e grandi confessioni. Anche di lacrime. E poi di nuovo il tempo, tra il mio Tempo e il tuo. Poi le corse della vita, e le cose della vita. I tuoi occhi e i miei. E quel linguaggio che solo le donne conoscono. E quell’abbraccio lungo tutta una vita che di nuovo ci ha avvolte e ci avvolge.

Auguri Carola, Buon Compleanno ma soprattutto un abbraccio, tutto femminile, tutto pieno di quelle cose che le parole non possono. Uno di quelli che tu ed io conosciamo.

DONNE

 

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Chiacchieravo con un’amica via skype, poco fa, di cose “leggere”. Perchè ci vanno. La leggerezza e le conversazioni divertenti, leggere, sono ossigeno. Specie dopo due giorni passati ad occuparsi di un concordato preventivo a tempo di record.

celeste: credimi, stamattina ho finito di vestirmi in auto…

amica: e ti sei truccata in treno, con l’eyeliner che sembrava un elettrocardiogramma?

celeste: questa la pubblico. Giuro! Comunque no… ma solo perchè non mi trucco.

amica: beate te! Per me è un dovere civico. Non posso spaventare il prossimo.

Belle, queste conversazioni tra donne, tra amiche. Fanno bene al cuore, accompagnano una pausa caffè, danno colore ad una giornata magari grigia o pesante, alleggeriscono il cuore e cementano quella cosa sottile che solo tra due donne si puo’ instaurare. Quel dialogo, magico a volte, dolcissimo e profondo che unisce queste creature magari un po’ complicate ma tanto affascinanti e fascinose che sono le donne. Sorelle della luna, a volte sensibili al vento. Delicate e forti. Riescono a far convivere la Poesia con la Forza di vivere, di lottare ogni giorno dividendosi tra lavoro, casa compagno e figli, trovando anche il tempo di passare una matita sugli occhi e nascondere un dolore. Capaci di stirare, cullare un bambino, dettare la lista della spesa, parlare al telefono. Contemporaneamente.

****

L’immagine è un quadro, che trovo bellissimo, trovato su questo sito:
http://www.ioarte.org/artisti/Slai/opere/Particolare-di-due-donne/

LABIRINTI DEL TEMPO

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Tramonti e generazioni

di cui nessuno fu il primo.

Freschezza d’acqua nella gola di Adamo.

L’ordinato paradiso.

L’occhio decifrante le tenebre.

All’alba, l’amore dei lupi.

La parola, l’esametro. Lo specchio.

La Torre di Babele e la superbia.

La luna osservata dai Caldei.

Le sabbie innumerevoli del Gange.

Zhuang-zi e la farfalla che lo sogna.

Le mele d’oro delle isole.

I passi del labirinto errante.

La tela infinita di Penelope.

Il tempo circolare degli stoici.

La moneta in bocca all’uomo morto.

Il peso della spada sulla bilancia.

Ogni goccia d’acqua nella clessidra.

Le aquile, i fasti, le legioni.

Cesare nel mattino di Farsalia.

L’ombra delle croci sulla terra.

Gli scacchi e l’algebra del persiano.

Le tracce delle lunghe migrazioni.

I regni conquistati a suon di spada.

La bussola incessante.

Il mare aperto.

L’eco dell’orgoglio nella memoria.

Il re giustiziato con un’ascia.

L’incalcolabile polvere che fu eserciti.

La voce dell’usignolo in Danimarca.

La scrupolosa linea del calligrafo.

Il volto suicida nello specchio.

La carta del baro.

L’oro avido.

Le forme della nube nel deserto.

Ogni arabesco del caleidoscopio.

Ogni rimorso e ogni lacrima.

Occorsero tutte queste cose

affinché le nostre mani s’incontrassero.

(Le cause – Borges)

Nel film “Sliding doors” lei perde la metropolitana per un paio di secondi, determinando una serie di eventi. Nella seconda “versione” invece lei riesce a prendere quel metro’ determinando un’altra serie di eventi.
Nel primo caso, lei non torna a casa in tempo per vedere il suo uomo a letto con un’altra, lo sposa e probabilmente lui la tradirà di nuovo. Nel secondo caso invece arriva in tempo e li scopre insieme, lo molla, si innamora di un altro e la sua vita sarà totalmente differente.
Se ci si ferma a riflettere, ci si rende conto di quanto un piccolo, all’apparenza insignificante evento come prendere un treno oppure il successivo, possa determinare un grande evento oppure impedirlo e diventare causa di una serie di reazioni concatenate e dare delle svolte significative alla vita, influenzare scelte importanti, decisioni significative. Personalmente provo un brivido, una discreta inquietudine, come accade in altre situazioni quando si avverte di non “avere il controllo” di una situazione, di essere in balia del caso.
Una scarpa si slaccia, ti fermi a rifare l’asola: cento metri più avanti un camion va fuori strada causando una strage … ma tu sei vivo grazie ad una scarpa slacciata!
Trovo che sia un argomento affascinante, come lo sono le cose misteriose. Chissà se il caos è in realtà l’ordine perfetto, se il famoso movimento d’aria generato dal famoso battito d’ali di una farfalla può causare una catena di movimenti fino a provocare un uragano o la variazione del clima sulla terra …
Il mio rapporto con il tempo, che comprende sia fascino che timore, è uno dei miei argomenti “prediletti” nelle notti in cui qualcosa mi tiene sveglia… Anche per parecchio “tempo”. Appunto.

Argomento gettonato, il Tempo, nei miei momenti di ansia, quando alcuni pensieri diventano densi e fitti fino a determinare anche qualche passeggiata in giardino, sotto le stelle. E magari può capitare che camminando sul prato a piedi nudi una spina mi punga un piede, da qui un’ infezione … Dalla quale …. etc etc.

L’ITALIA DEI COLORI E DEI SAPORI

Calembour (http://gameofwords.wordpress.com/) pubblica un commento sul Mulino di Amleto (linkato in Controluce) dove ci segnala la presentazione del logo che dovrebbe sponsorizzare, promuovere, incrementare il turismo nel nostro paese. L’Italia è un paese colorato, pieno di tradizioni, compresa un’ottima cucina, oserei dire la migliore del mondo. Produce i vini migliori del mondo. Ha montagne rosa stagliate contro un cielo celeste, appennini che si vestono di un tripudio di colori, dalle ginestre all’erica. Vogliamo parlare del mare turchino del nostro Sud e della Sardegna? Della macchia mediterranea, dei vigneti, dei campi di grano? O magari dei dialetti, delle piazze, dei suoi borghi incastonati tra il verde dell’Umbria, della Toscana? Poi potremmo parlare dell’Arte, della Storia, della Musica etc. Tutto questo appare assolutamente evidente in questo logo, eloquente, splendidamente rappresentativo di un Paese come l’Italia. Non si poteva pensare a qualcosa di più calzante. Complimenti a chi lo ha ideato, pensato, disegnato. E a chi lo ha scelto e approvato. Esperti di comunicazione e di marketing responsabili dell’opera: namastè!

Andatelo a vedere. Ringrazio Calembour per questa segnalazione.

http://www.corriere.it/politica/09_giugno_24/logo_italia_brambilla_turismo_71e6e710-60e7-11de-9ec2-00144f02aabc.shtml

PASSEGGIANDO PER MILANO

stelle

Due cose riempono l’animo con sempre nuovo e crescente stupore e venerazione, quanto più spesso e accuratamente la riflessione se ne occupa: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.

(Critica della ragion pratica – I. Kant)

Ciao Pao 😉 

23 06 2009

BORGES NEL CIOCCOLATO

Nelle nostre vite esistono persone che ci rendono felici per la semplice casualità
di averle incrociate nel nostro cammino.
Alcune percorrono il cammino al nostro fianco,
vedendo molte lune passare,
altre che vediamo appena tra un passo e l’altro.
tutte le chiamiamo amici e ce ne sono di diversi tipi.

Forse ogni foglia di un albero rappresenta uno dei nostri amici.
Il primo che nasce da un germoglio è il nostro amico papà
e la nostra amica mamma che ci mostrano come è la vita.
Poi vengono gli amici fratelli, con i quali dividiamo il nostro spazio
perchè possano fiorire come noi.
Passiamo a conoscere tutta la famiglia di foglie che rispettiamo
e alle quali auguriamo ogni bene.

Ma il destino ci presenta altri amici,
che non sapevamo di incontrare nel nostro cammino.
Molti di loro li chiamiamo amici dell’anima, del cuore.
Sono sinceri, sono veri.
Sanno quando non stiamo bene, sanno ciò che ci rende felici.
E a volte uno di quegli amici dell’anima
si installa nel nostro cuore
e allora viene chiamato innamorato.

Questo amico da luce ai nostri occhi,
musica alle nostre labbra, salti ai nostri piedi.
Ma ci sono anche gli amici “del momento”, di una vacanza,
di alcuni giorni o di alcune ore.

Sono soliti collocare molti sorrisi sul nostro volto,
per tutto il tempo in cui siamo vicini:
Parliamo di quelli vicino, non possiamo dimenticare gli amici lontani,
quelli che sono nella punta dei rami e quando soffia il vento
appaiono sempre tra una foglia e l’altra.

Il tempo passa, l’estate se ne va,
l’autunno si avvicina e perdiamo alcune delle nostre foglie,
alcune nascono un’altra estate e altre resteranno per molte stagioni.
Però ciò che ci rende più felici è che quelle che sono cadute continuano vicine,
aumentano la nostra radice con allegria.
Sono momenti di ricordi meravigliosi
di quando le incontrammo nel nostro cammino.

Ti auguro foglia del mio albero, pace, amore,
salute, fortuna e prosperità.
Oggi e sempre…semplicemente perchè ogni persona
che passa nella nostra vita è unica.
Sempre lascia un po’ di sé e si porta via un po’ di noi.
Ci sarà chi si è portato via molto, ma non ci sarà mai
chi non ha lasciato nulla:
Questa è la più grande responsabilità della nostra vita
e la prova evidente
che due anime non si incontrano per caso.

(Jean Louis Borges – L’Albero degli Amici)

Purtoppo è stata usata un po’ come alcune frasi nei baci perugina. Sono state fatte presentazioni in power point, è girata attraverso e mail come le solite catene di S. Antonio del tipo: manda questa e mail a dieci amici entro 24 ore etc etc. Peccato quando vengono banalizzate delle cose stupende. Ma accade, anche nella vita.

DEDICATO

 

Siamo una barca chiusa
nella bottiglia del bettoliere
fermi nel bagnasciuga
non ci spostano da sedere
il tempo è un alambicco
che piano piano ci cola a picco
nel ghiaccio in mezzo al mare
senza un messaggio da riportare

15 uomini sono andati
se li è presi la morte secca
dietro il molo della Giudecca
la marina s’affoga alla spina
sul manometro del timone
brilla il calibro del cannone
la corvetta sta di vedetta
che non si stappi quel collo in fretta

sottocoperta la ciurma canta
sopracoperta la ciurma crepa
savoiardi nella congrega
inzuppati dentro la strega
sulla poppa sta il commodoro
sulla rotta rolla la botte
il pappagallo sta sulla spalla
e la bottiglia ci tiene a galla

ma un giorno sotto sale
una sorpresa venne dal mare
dal fondo di uno scoglio
nero di seppia come il petrolio
un lampo brillò a squame
nell’abisso di verderame
un eco scosse la chiglia
della ciurma nella bottiglia

si butta il palombaro
con la sua tuta da calamaro
calato per il paranco
chiuso nel piombo dello scafandro
va a spasso sul fondale
soffia nel mantice col pedale
appeso per il boccaglio
suona l’armonica a
quell’abbaglio

canzone a manovella

canzone a manovella
per la coda della mia bella
serenata marinata
per la notte che se n’è andata
serenata di capodoglio
per il mio cuore chiuso sott’olio

nel vapore del mattino
s’è dipinto un arcobaleno
sull’ottone della panchina
la sardina s’asciuga il seno
per il canto che lí rovina
per la grazia che li avvicina
tutt’intorno si fan la scrima
con le foche da brillantina

beccheggia bagnarola
solo la rotta ormai ci consola
a spasso in mezzo al mare
senza un messaggio da riportare
stregati sotto vetro
niente più ci riporta indietro
solo gli occhi di una sirena
con la coda di una balena

canzone a manovella

per la coda della mia bella
serenata marinata
per la notte che se n’è andata
serenata di capodoglio
per il mio cuore chiuso sott’olio
a spasso in mezzo al mare
senza un messaggio da riportare
solo per gli occhi di una sirena
con la coda di una balena

 


Parafrasando: se qualcuno non va a Controluce, Controluce arriva a qualcuno. Ciao, con un bacio … com’è che dici te? Da chi sa come si fa? Chiedo scusa per questo messaggio personale. E, se mi avete perdonata, guardate il video. E’ qualcosa di … diverso? Buon fine settimana a tutti. Celeste, naturalmente!

 

IL CAVALLO E LA BAMBINA

cavallo

Ieri pomeriggio ho accompagnato mia nipote (5 anni e mezzo) ad una lezione di equitazione, la seconda della sua vita.
Lei ama i cavalli da sempre: i suoi primi giocattoli sono stati cavalli.
Una passione per nulla ereditata; la sua mamma ama tutti gli animali e, certo, ha accompagnato la sua bimba in questo mondo attraverso racconti, documentari, immagini e spiegazioni, ma non ha mai praticato questa disciplina, a differenza dello sci che invece ama, fin da piccola.
Passioni, attitudini, amori, sono insiti nella persona, evidentemente, e prescindono da condizionamenti, emulazioni o trasmissioni tant’è che la bambina scia pure, ma niente a che vedere con l’amore per i cavalli.
Vero è che il cavallo fu il primo animale che lei vide e toccò dopo Benjamin, il gatto di casa: abitando non distante dall’ippodromo di San Siro, nelle passeggiate con nonno e passeggino, capitava spesso che qualcuno avvicinasse a quella piccina dagli occhioni celesti sgranati dietro il recinto, un musone da accarezzare.
Fatto sta che ieri, fuori dal recinto, assistevo a qualcosa di speciale, un rapporto tra cavalla e bimba dal quale il resto del mondo non poteva essere compreso.
Sì, lei era in un mondo lontano, dove c’erano soltanto la cavalla e le istruzioni, quasi sussurrate, dall’istruttore; quelle manine che toccavano ora la testa, ora l’attaccatura della coda dell’animale e quegli occhi celesti a volte semichiusi per meglio stabilire una sintonia tutta speciale e unica, escludevano qualsiasi rapporto con  il mondo circostante; era evidente che la piccola attraverso quel contatto così sensibile con l’animale, era entrata in una dimensione di emozioni e di consapevolezza di sé, dove ogni piccolo gesto, ogni movimento appena percettibile, stabiliscono un dialogo, e una esperienza profonda e unica tutta loro. Ed era uno spettacolo assistervi.
Questa magia si protrasse anche dopo, fuori dal recinto, quando seguì una ragazza addetta al maneggio e l’aiutò a dissellare la cavalla e a sistemarla.
Seguii la ragazza e mia nipote nella stalla e solo al suono della mia voce la bimba trasalì e strizzò gli occhi come se fosse stata richiamata alla realtà; mi sorrise e disse: zia andiamo a vedere gli altri cavalli?  Sì patata, andiamo a vedere gli altri cavalli.

GLORIA NELL’ALTO CIELI

e pace in terra agli uomini di buona volontà….

Ho letto questa mattina un post di Francesca Pacini

http://mulinodiamleto.altervista.org/blog/lucy-in-the-sky-with-dinners/).

Non voglio commentare, perchè non saprei che dire oltre a “CHE TRISTEZZA”!   

scimmia

Mah!!!

( intanto continuano deliri e rivelazioni nel salottino del precedente post, tra un bicchiere di vino e un teorema, tra piccioni e motori … )

DI SCRITTI … DI-VINI

VINOEPOESIA

Un giorno, un amico che apprezza il vino buono quando è buono davvero, quando il momento è quello giusto a cui dedicare un calice di buon vino (“nel bicchiere giusto, panciuto, di cristallo morbido, perchè le cose buone devono stare dentro le cose belle”) mi disse: – Sai, alcuni amici mi hanno invitato a fare un corso per conoscere il vino; tu sai che io lo amo.. Bè, ho rifiutato”. Gli chiesi come mai avesse rifiutato, e mi rispose inviandomi quanto segue.

Keating: “Ora aprite i vostri testi a pagina 21 dell’introduzione. Lei, Perry, vuole leggere il primo paragrafo dell’introduzione, intitolato: “Comprendere la Poesia?”

Perry: “Comprendere la poesia di Johnathan Evans Prichard, Professore emerito.

Per comprendere appieno la poesia, dobbiamo, innanzitutto, conoscere la metrica, la rima e le figure retoriche e poi porci due domande: uno con quanta efficacia sia stato il fine poetico e due, quanto sia importante tale fine.
La prima domanda valuta la forma di una poesia, la seconda ne valuta l’importanza. Una volta risposto a queste domande, determinare la grandezza di una poesia, diventa una questione relativamente semplice. Se segniamo la perfezione di una poesia sull’asse orizzontale di un grafico e la sua importanza su quello verticale, sarà sufficiente calcolare l’area totale della poesia per misurarne la grandezza. Un sonetto di Byron può avere valori alti in verticale, ma soltanto medi in orizzontale, un sonetto di Shakespeare avrà, d’altro canto, valori molto alti in orizzontale e in verticale con un’imponente area totale, che, di conseguenza, ne rivela l’autentica grandezza.
Procedendo nella lettura di questo libro, esercitatevi in tale metodo di valutazione, crescendo così la vostra capacità di valutare la poesia, aumenterà il vostro godimento e la comprensione della poesia”.

Da “L’attimo fuggente”.

PASSI DI DANZA

foto_boschi_72

C’erano, fino a qualche giorno fa, le acace in fiore.
Nell’aria quel profumo di miele, dolce.
Il miracolo di una stagione che esplode ogni anno e ogni anno mi stupisce: gli alberi in pochissimi giorni si vestono di verde, e si ornano di trine delicate come ricami: i fiori rosa e bianchi, lilla, come il glicine.

Le bordure dei giardini formano cinture attorno alle siepi, fioriscono le piante grasse, di colori violenti, sgargianti.
Il cielo si carica di azzurro e i tramonti indossano fasce di velo rosa, violetto e giallo ocra.
Le albe delicatamente azzurro e bianco con qualche ombra di corallo rosa chiarissimo.
L’altra notte ho sognato che pescavo sul lago.
Pescavo stelle.
Stelle luminose la cui scia si specchiava nelle acque del lago quando cercavo di attirarle a me.
Gli odori delle stagioni di mezzo, autunni e primavere corrispondono ad una natura che esplode e che si addormenta.
Le primavere sanno di inizio, gli autunni sono richieste di attesa. Sono una preghiera, quella di restare fermi, e come pegno ci restano foglie e rami. Come una promessa. Come una coperta calda. Sono richieste di pazienza. Invito alla riflessione.
Invito a resistere; l’inverno arriva ma passerà.
E poi di nuovo il riscatto. E le primavere, con il miele nel ventre per una vita nuova.
Stagioni come danza e canto.

La primavera sono due ragazzi, che ballano, lei ha i seni sodi, i fianchi acerbi, la pelle morbida e tesa. Labbra piene e denti bianchissimi. Capelli lunghi e sottili. Lui ha muscoli forti e gli occhi scuri. Sono leggeri, la loro danza è acerba. La voce incerta nel canto. Le guance fresche e rosate. Il fiato corto.

L’estate sono un uomo e una donna. Semina. Fertilità. Colori. Vento caldo tra i capelli forti. Alito e pienezza. Terra generosa. Aratura morbida e uva. Fianchi ampi, accoglienti.  E sole. E caldo, sudore e stanchezza la sera. Notti stellate dopo il fresco della sera. Tramonti infuocati. Grandine e temporali. Vento forte, talvolta violento.
La danza è morbida ma i movimenti decisi. Sensuali i gesti. Intensi gli occhi. E’ un tango. Sono ruoli, giochi e corse nei prati. Consapevolezza e resa. E ruoli antichi accompagnati da antichi canti.

L’autunno è il parto, il seme che era e che adesso è frutto.
La terra è stanca e svuotata. Esausta.  Ha dato tanto e ha bisogno di tempo e di fiato.
L’uomo e la donna riposano. La loro danza si accosta a quella del fuoco. L’odore di legna e quello di cucina. I vetri appannati. La danza è lenta e silenziosa. Intima. E il sonno è pesante. Il cielo scuro quasi nero. La danza è umida e calda sopra tappeti colore dell’ocra. L’odore è speziato.

L’inverno è il gelo che pulisce, rinnova, punge e mette alla prova. Arido, chiede e pretende. Impietoso,  ma compie un dovere antico. A volte crudele.
La neve copre i rumori: il Silenzio è il Signore che impera nei sogni.
Il freddo invoca calore. Le mani si toccano, la pelle si scambia.
La danza è un abbraccio intrecciato di corpi che sfidano il gelo. Il mattino è pesante, la nebbia protegge e avvolge la danza  conservandone il canto. Si muovono appena i corpi distesi. E’ una danza coperta di veli sotto le stelle più bianche del cielo.

BLOG: LA CASA DEGLI SPIRITI

Vabè.. magari sarà polemica ma tant’è.
Che dire su coloro che inviano messaggi in PVT o, ancora peggio, pubblicano commenti ad un articolo senza una parola sull’articolo?
Sono quelli che, al solo scopo di ottenere più visibilità si impongono negli spazi altrui, contando sul fatto che raccoglieranno minimo uno sguardo da parte di frequentatori abituali o di passaggio e, nella migliore delle ipotesi, saranno letti e magari potranno condurre i passanti curiosi o interessati in casa propria. E’ certo che aumentano le possibilità di farsi vedere. Depositano i loro scritti (a volte perfino messaggi politici in blog che mai si sono interessati di politica) come fanno le tartarughe con le uova sulla spiaggia, sapendo che alcune tartarughine raggiungeranno il mare,  alcune ce la faranno.
Ricevo a volte messaggi in privato o commenti ai post che sono composizioni, racconti, poesie oppure richieste di invito: “Pinco Pallino ti ha aggiunto alla lista dei suoi amici, clicca qui per aggiungere Pinco Pallino alla lista dei tuoi amici”. Il Pinco Pallino (a volte Pallone a volte Palloso) in questione, con buona probabilità non ha letto nulla del blogger del quale vuole essere “amico” e non gli importa un fico secco di sapere alcunchè.
E allora? Non è come entrare in una casa, sedersi in salotto e senza guardarsi attorno, senza sapere di quale colore hai gli occhi né di cosa odori l’ambiente, fare un monologo agli ospiti presenti senza sapere chi siano né da dove vengono e poi raccogliere la borsetta e andarsene (salvo poi tornare quando ne hanno voglia) lasciando le impronte sul pavimento, che, se non le vuoi, ti tocca pure di togliere?
Ora qualcuno dirà che non possiedo lo spirito del blogger e probabilmente è così.
Ma ne sono contenta, perché se lo spirito del blogger è quello di imporsi, entrare e uscire in una casa senza salutare, preferisco il mio, di spirito.
Che è pieno di difetti, di lati impossibili, ma conosce il saluto, le regole della buona educazione (spesso basta la versione basic, senza esagerare) e soprattutto le regole di quella cosa chiamata “rispetto”. Ma, si sa,  la classe non è acqua.  Ecco. L’ho detto.
Qualcuno, leggendomi (vero R.?) sorriderà e penserà “classista!”, con il tono di chi approva e condivide.

A me non importa che mi si legga o no. Scrivo per me e chi vuole passare è benvenuto sempre:  può non fermarsi, può criticare, oppure non lasciare traccia, può commentare anche se non condivide (e questo, per me, è il vero senso dei blog).  Scrivo per me, dicevo e per  chi  passa e va e per chi si ferma. Con  qualcuno sono nate alcune belle storie e relazioni. Un tempo scrivevo riempiendo interi quaderni per non morire (lirica? .. vabè.. ho l’ombrello aperto).  Adesso lo faccio perché mi diverto. Ed è la cosa più bella.
Capisco che c’è chi lo fa per “mestiere” cercando faticosamente di farsi largo e di sgomitare nella giungla dei tanti scrittori più o meno improvvisati, scrittori o scrivani,  scribacchini o imbrattatore che siano ma anche questo non può prescindere da alcune regole. Semplici, elementari, ma che hanno quel gusto classico delle cose gradite e delicate, come un sorriso, un saluto e l’attenzione verso il prossimo.

QUESTO NON E’ UN POST

limoni

Questo non è un post bensì la mia cena di stasera, “gentilmente” offerta dai miei ospiti in occasione del mio  post precedente. Grazie ragazzi.. senza di voi sarei morta di fame…  O forse avrei mangiato troppa marmellata!

Però.. bè… vi voglio bene… accidenti a voi. Buonissimo week end. Magari anche dolce, perchè no! Sempre che ci riusciate, si intende……

PER A.

bimba3Avrai sorrisi sul tuo viso come ad agosto grilli e stelle
storie fotografate dentro un album rilegato in pelle
tuoni d’aerei supersonici che fanno alzar la testa
e il buio all’alba che si fa d’argento alla finestra
avrai un telefono vicino che vuol dire già aspettare
schiuma di cavalloni pazzi che si inseguono nel mare
e pantaloni bianchi da tirare fuori che è già estate
un treno per l’America senza fermate
avrai due lacrime più dolci da seccare
un sole che si uccide e pescatori di telline
e neve di montagne e pioggia di colline
avrai un legnetto di cremino da succhiare
avrai una donna acerba e un giovane dolore
viali di foglie in fiamme ad incendiarti il cuore
avrai una sedia per posarti ore
vuote come uova di cioccolato
ed un amico che ti avrà deluso tradito ingannato
avrai
il tuo tempo per andar lontano
camminerai dimenticando
ti fermerai sognando 
avrai
la stessa mia triste speranza
e sentirai di non avere amato mai abbastanza
se amore avrai
avrai parole nuove da cercare quando viene sera
e cento ponti da passare e far suonare la ringhiera
la prima sigaretta che ti fuma in bocca un po’ di tosse
Natale di agrifoglio e candeline rosse
avrai un lavoro da sudare
mattini fradici di brividi e rugiada
giochi elettronici e sassi per la strada
avrai ricordi di ombrelli e chiavi da scordare
avrai carezze per parlare con i cani
e sarà sempre di domenica domani
e avrai discorsi chiusi dentro mani
che frugano le tasche della vita
ed una radio per sentire che la guerra è finita 
avrai
il tuo tempo per andar lontano
camminerai dimenticando ti fermerai sognando 
E avrai
la stessa mia triste speranza
e sentirai di non avere amato mai abbastanza
se amore avrai

(Non sai leggere ancora, piccola mia….. Ma presto saprai. E poi … avrai)

http://www.youtube.com/watch?v=F_IeAUj2NQ0

 

ALCHIMIE

2006410145121_5334Sto lavorando anche il sabato, in questo periodo di intenso lavoro e di scadenze.
In questi ultimi tre anni, successivi la morte di mio padre che ha segnato la separazione definitiva con la mia famiglia di origine, sottolineata anche dalla vendita della casa dove ho vissuto per molti anni, si sono mescolati, dentro di me, alcuni elementi passando da alambicco in alambicco: misteriose alchimie e nuova linfa per anima mente e cuore.
Questi eventi non significano "cambiamento", specie se non si verificano in tenera età, bensì una differente colorazione, o per meglio dire “sfumatura” delle lenti attraverso le quali vediamo la vita e una diversa sensibilizzazione dei sensi con i quali annusiamo i giorni.
Ad ogni evento significativo quali separazione, nascita, trasferimento e via dicendo, essendo noi creature in continua evoluzione, credo che abbia luogo un processo interiore che, silenziosamente e profondamente apre finestre e finestrelle, avanza,  magari al buio, scavando dei piccoli o grandi tunnel nelle profondità dell’anima, e man mano porta alla luce piccole cose sepolte, tesori o sofferenze, colori, caleidoscopi e odori. Strumenti per capire, conoscere, imparare, guardare.  E anche alcune risposte. Il nostro archeologo personale e interno che lavora per noi si mette all’opera, si desta dal tranquillo dormiveglia quotidiano e si rimbocca le maniche.  Ed ecco che la scala dei nostri personali valori e anche quelli dei nostri credo, cercare un nuovo ordine, un ordine che tenta di seguire quel filo che può sbrogliare un pezzetto di quella enorme matassa di cui siamo fatti.
Alcuni la chiamano “elaborazione” e il termine rende l’idea: un computer che deve provvedere ad ingoiare nuovi dati e aggiornamenti deve conglobare cose nuove, far spazio e riadattare ciò che ha già dentro, si dice che deve “elaborare”.
Questi processi misteriosi, queste alchimie della mente, queste forze in grado di spostare anche grossi massi che sono le nostre convinzioni, scardinare serrature chiuse e ruggini, conducono a riconsiderare alcune cose della vita,  e  possono influire, accelerare o farci abbandonare alcune scelte, magari lasciate in sospeso, congelate o rinviate. Dilatano aspetti del nostro vivere, scompongono alcuni insiemi in elementi semplici in modo da poterli analizzare separatamente oppure collocarli nel magma della nostra esistenza.
Eh… A me è successo nei confronti del lavoro. Ho sempre amato il mio lavoro, per quanto a molti potrebbe sembrare strano che un lavoro crudo come il mio, fatto di bilanci, di numeri, di tasse e di relazioni, di perizie, di revisioni contabili, di verbali , di quote e di azioni, patti sociali, stragiudiziali, accordi, transazioni, contratti,  possa essere amato.
Nel mio lavoro non si crea quasi mai, quasi sempre si applica qualcosa che qualcuno ha decretato.  Non si scappa. La Legge è Legge.
Il mio capo, sull’ immaginetta Skype ha scritto una frase molto eloquente, di Aristotele “ La legge è ragione senza passione”. Niente di più vero e nessun’altra parole va aggiunta.
Se avessi 20 anni si potrebbe parlare di crisi di crescita.. Però è anche vero che la crescita è continua, la coscienza sempre in movimento allora sebbene abbia più del doppio dei 20 anni forse sto crescendo.
Il mio compagno dice che la mia è una "involuzione". E che gli piace un sacco.
Comunque sia, sta di fatto che negli alambicchi della mia vita interiore, i liquidi dai colori e dalla composizione ben definiti, si stanno mescolando in un equilibrio niente affatto instabile, ma differente.  Si formano nuovi colori e nuove chimiche, nuove sfumature, nuances inedite.
Io sono capra, molto capra e chi ha avuto modo di “apprezzare” questa mia caratteristica, sorriderà nel leggermi. Ma adesso sono meno capra di prima. Chissà .. forse su quelle montagne aride sotto il sole sulle quali ho arrancato con tanta perseveranza per tutta la mia vita con tanto impegno e ostinazione, si sono addolcite lasciando spazio a qualche altopiano verde e fresco dove ogni tanto mi lascio accogliere senza pensare alla fatica che seguirà il giorno dopo. O forse i grandi prati verdi a intervallare i sentieri pietrosi ci sono sempre stati ma io … stavo ben attenta a girare al largo.
Vuoi vedere che ho imparato davvero ITACA, la splendida poesia di Kavafis?
Mah .. Credo che chi nasce capra non può morire farfalla, però adesso, nonostante abbia una montagna di cose da fare in casa, camicie da stirare, e il salotto che pare un campo dopo la battaglia, vado a prendere il sole in giardino. Sono già appassite le peonie e ancora non le ho viste.
Stanno sbocciando le roselline rosa, i gerani sono di un rosso violento, le ortensie sono cespugli giganteschi e il sole è limpido, il cielo terso, di un azzurro perfetto, il mio prato odora di erba tagliata ieri e anche le piante di ibiscus mi chiamano: vanno liberate dalle dispettose campanelle rampicanti.. C’è da fare… E molto. Fuori, però. Vado.

TRENO DELLE 8.44

Mani

Un signore anziano con abito grigio, il gilet di lana anche se fa molto caldo, l’aspetto curato di chi si sta recando ad un appuntamento importante e deve presentarsi al meglio. La cravatta blu.

Un sacchetto della Esselunga in mano la cui trasparenza rileva il contenuto: biancheria e buste di colore giallo scuro, esami di ospedale certamente,  e cartelle cliniche e radiografie forse.

 

Lo sguardo leggermente acquoso e rassegnato. Ma poi lo guardo meglio: no, non è rassegnato ma solo triste e anche sofferente, di quel dolore profondo, intimo e non condivisibile. Sale alla fermata intermedia tra la mia e Milano.

 

Avanza un po’ barcollando verso il posto occupato dalla borsa della ragazza di fianco; lei è completamente assorbita dalla musica dell’ i-pod e non si accorge dell’uomo che chiede “posso?”.

 

Le tocco il ginocchio, lei si scusa, raccoglie la borsa in grembo, l’uomo ringrazia e si mette a sedere. L’aria umile, le mani grosse di chi ha lavorato, con le mani, una vita intera. Lo immagino camminare con andatura incerta nella corsia di un ospedale che ospita la moglie.

 

Immagino il suo incedere umile, pieno di attenzioni e di riverenza, attento a non fare rumore coi passi sul linoleum grigio/verde chiaro.

 

Lo immagino chiedere ad un medico notizie della sua sposa, della sua compagna di anni e anni. La sua sposa ragazza, poi madre, poi compagna nel dolore (forse tanto) e nelle gioie (forse poche). La donna con cui ha condiviso il pane, il letto, la minestra calda. La TV in bianco e nero, poi a colori. La prima volta. E poi la prima volta davanti al mare. La messa la domenica.

 

Lo immagino bussare, con aria colpevole di chi sta disturbando senza averne il diritto, alla porta del primario.

 

Immagino il camice bianco che avvolge un corpo grasso, su cui poggia un faccione che con aria sapiente squadra l’uomo, con fare di chi concede qualche minuto di tempo prezioso per accogliere questo sguardo che indaga, questi occhi che scrutano quell’aria saccente, leggermente infastidita e anche un po’ sprezzante di chi si sforza di essere cortese quanto basta per togliersi un fastidio al più presto. Cosa vuole che le dica? Lo immagino pronunciare. Sua moglie sarà presto dimessa, lei capisce, non possiamo tenerla qui ad occupare un posto. Si rivolga alla caposala: lei le dirà tutto. Ed ora mi scusi ma ho una riunione importante, mentre consulta il rolex d’oro.

 

Immagino questo uomo ringraziare, quasi con un inchino e poi lo immagino tornare al letto dove la sua sposa ha già capito tutto e lo guarda, sforzandosi in un sorriso che dice tutto.

“Non preoccuparti per me, io so tutto, restami solo accanto. Sai cosa mi dispiace veramente? Di lasciarti solo. Io ho la tua mano ancora nella mia ma tu domani sarai solo”.

 

Scendo dal treno, seguo per un po’ l’uomo con lo sguardo. Cammina chino, guardandosi le scarpe.

Mi dirigo verso i tornelli e …

Qualcuno mi chiede se sto bene.. Si, sto bene. E’ solo allergia.

DI LABIRINTI E DI MARGHERITE

labirinto

"Ossessivamente sogno di un labirinto piccolo, pulito, al cui centro c’è un’anfora che ho quasi toccato con le mani, che ho visto con i miei occhi, ma le strade erano così contorte, così confuse, che una cosa mi apparve chiara: sarei morto prima di arrivarci".
(Labyrinthes J.L.Borges)

Ecco, questa immagine chiara spesso è prodotta dalla paura. Ma un labirinto ha sempre una via di uscita. A volte è semplice, e forse proprio per questo non la si vede. Tanto semplice, come la risposta che abbiamo dentro, come la Regola del Mondo e di tutte le Cose. Come una .. margherita.

ERMETICA-MENTE

tempo_donna1

Non si dorme.
Eh no..
Capita.
Già. Capita
Respiro profondo.
Ok.
Ascolta il silenzio.
Ci provo.
Macchè.
Provare a girarsi? Mmm Ok.
Il salotto era sui toni dell’azzurro.
Il mio libro di Neruda sulla mensola.
E il poster. Marlene, con la sigaretta lunga e le calze con la riga.
L’insostenibile leggerezza dell’essere. L’Espresso e La Repubblica.
Le camicie stirate da Roberta sul tavolo di cucina.
Io nella sua camicia.
Lui sotto casa, una tuta infilata sopra il pigiama.
Cornetti caldi e giornale.
Di nuovo a letto. L’amore. Risate.
Dondolarsi. Un cinema. Il ritorno a casa mia.
Le canzoni di Fabrizio.
Mamma.
La fatica a fine mese. Le mani di mio padre.
Il mio pianto disperato.
L’ossigeno. Le braccia in alto.
Il Freddo.
Il mio lavoro.
Io dentro il suo pigiama. Dentro l’odore suo.
Il Tempo e poi lui.
Le corse sopra il lago; sapore di peccato.
Lui dentro la mia testa, la sua voce. Io con la sua vita addosso.
Il Tempo. Sopra e dentro me.
Il mio vestito bianco, i fiori e le sue braccia.
Io, la luna, e notti maledette.
Io sopra PonteVecchio. Poi noi, Io seduta sul muretto.
Io dentro i miei sogni già sognati.
Io nella sua maglietta.
Pezzi di vetro. Conficcati nella recinzione a protezione di quel tempo.
Conficcati nel Segreto.
Io dentro quelle pagine.
E Lei attorno a me.
Dubrovnick,: caffè latte, latte caffe’ caffè latte.
La mia casa e le rose nel giardino.
E questa maledetta notte che segue l’altra nei suoi passi.
Con le dita in bocca a saggiare il Vento.

Non si dorme a volte.
Già.. Succede.
Sì, succede.
Chissà se si puo’ dormire nelle notti usate.
Dimenticate, sfrattate. Maledettamente stellate e chiare.
Si potrà? Forse.

LUNA NEL POZZO

celeste2

Ammirando la luna
riflessa nel pozzo
mi è venuto lo sfizio
di prendere un razzo e andar nello spazio.

La terra è uno strazio
la gente è impazzita
ho bisogno di calma
di sogni, di ozio.

Un altro lo ha fatto
gli han dato del pazzo
ma adesso lui guarda le stelle negli occhi.

E vive ogni sogno
prendendolo al lazzo
e ogni tramonto color del topazio.
Lo voglio incontrare ad ogni equinozio
con la mia veste orlata di pizzo.

TEST

C’è chi riesce a rendere un momento leggero qualcosa di pesante, quelli che non capiscono l’ironia nemmeno quella “basic”. Sono specializzati o hanno una vera e propria vocazione. O sono idioti e questa è l’ipotesi più probabile.
Un esempio? Ci sono due gradi sotto zero, esclami: mamma mia non ne posso più di questo caldo e ti rispondono: caldo? Ma se ci sono due gradi sotto zero!
Ecco, questi qui…
Poi ci sono quelli che invece fanno le solite battute, identiche tutti i santi giorni. Idiote e sempre le stesse. Identiche! Per settimane… Mesi… Anni… Ad una certa frase, domanda o gesto che sia,  segue immancabilmente la medesima “battuta”. La stessa. Stesse le parole, identico il tono.
Che fare? Come difendersi?

1) Sopprimerli. Ma è vietato dalla legge.
2) Compatirli e resistere… Prima o poi ci si anestetizza.
3) Tecnica dell’evitamento. Girare al largo, non parlare MAI di niente nemmeno del tempo.

Scelgo 1) e l’accendo.

SCELTE

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Ci sono dei momenti nella nostra vita che ci troviamo ad un bivio. Impauriti, confusi, senza una meta. Le scelte che facciamo in questi momenti possono segnare il resto della nostra vita. É certo che quando si è di fronte all’ignoto, la maggior parte di noi preferisce far retromarcia e tornare indietro. Ma occasionalmente, le persone ti fanno pressione per qualcosa di meglio. Qualcosa al di là del dolore di dover continuare da soli. E aldilà del valore e del coraggio che ci porta a far entrare qualcuno. O di dare un’altra possibilità a qualcuno. Qualcosa al di là della calma persistenza di un sogno. Perché è solo quando ti metti alla prova che scopri chi sei veramente. Ed è solo quando ti metti alla prova che scopri chi puoi essere. La persona che vuoi essere, esiste. Da qualche parte sull’altro lato del duro lavoro, della fede, credenza …ed oltre l’angoscia e la paura di quello che ci aspetta più avanti.

Dal telefilm “One Tree Hill”

VALORE

Barrie Break in the Weather_bigConsidero valore ogni forma di vita, la neve, la fragola, la mosca.
Considero valore il regno minerale, l’assemblea delle stelle.
Considero valore il vino finché dura il pasto,
un sorriso involontario,
la stanchezza di chi non si è risparmiato,
due vecchi che si amano.
Considero valore quello che domani non varrà più niente e quello che oggi vale ancora poco.
Considero valore tutte le ferite.
Considero valore risparmiare acqua,
riparare un paio di scarpe, tacere in tempo, accorrere a un grido,
chiedere permesso prima di sedersi,
provare gratitudine senza ricordare di che.
Considero valore sapere in una stanza dov’è il nord,
qual è il nome del vento che sta asciugando il bucato.
Considero valore il viaggio del vagabondo,
la clausura della monaca,
la pazienza del condannato, qualunque colpa sia.
Considero valore l’uso del verbo amare e l’ipotesi che esista un creatore.
Molti di questi valori non ho conosciuto.

(Valore. Erri de Luca. Opere sull’acqua e altre poesie. Einaudi, 2002)

Tutto questo si chiama Rispetto. Si chiama Amore. Al di là della lirica (che non è esattamente ciò che fa vibrare le mie corde specie in questo tempo) sono da sempre convinta che la Bellezza che ci circonda risieda nelle piccole cose, nel quotidiano vivere. Ed è sulle piccole cose che si impernia, di fatto, la vita di un uomo. Ma in questo Tempo in cui vive il mio tempo, quanta incomprensione, quanti equivoci e quanta amarezza! Quanto possono essere distanti le persone? Distanze siderali, a volte. E quando possono essere vicine alcune persone. E quanta assenza c’è! E quanta abbondanza. Allora che fare se non rifugiarsi nelle piccole cose? In quella semplicità che dona conforto e speranza, che consola e  può essere primavera per tempi che a volte sembrano inverni senza fine, tunnel senza luce. Questa mattina sentivo gli usignoli cantare, il loro canto allegro e poi quello dei merli, indaffarati a spostare zolle di terra umida e il loro lavoro per portare cibo ai piccoli … e allora ho sorriso. Sono entrata in doccia, poi, indossati un jeans e un camicione di cotone colore del glicine,  sono uscita e ora sto scrivendo dallo studio dove sto lavorando. Ma ho comunque avuto una carezza nell’alba di questo giorno. Questo giorno che, senza alcune piccole cose sarebbe un giorno di lavoro, un giorno di corsa, di cose da fare e di pensieri grevi. Dal sapore amaro del disincanto, della delusione. Ma la preghiera del mattino si fonde nella luce che velocemente bagna il Tempo e il risveglio e benedice il canto. Bagna il prato e risveglia, profumandola, l’aria che frizza. Questo canto, io considero Valore.

PENSIERO

Perchè ogni tanto le distanze tra le persone si annullano e ci si trova a parlare come racchiusi in un unico utero sicchè i suoni arrivano egualmente ovattati e lontani, appena percepiti. E nonostante siano parecchi, i suoni,  non riescono a bucare il bozzolo mantenendolo lontano dal mondo, asettico e incontaminato dalla bruttezza. Sembra strano ma perfino il contesto per niente intimo dell’ambiente di lavoro e il mezzo elettronico riescono a sparire, a volte, ed essere uno sfondo sfocato, una immagine sgranata. Quando accade questo, sono le anime che si sentono, si raggiungono e per qualche istante si toccano. Sorrido e prima di riemergermi nello "sfondo" che ahimè sta riacquistando nitidezza, riporto qui una frase, estrapolandola dal contesto, e la trovo bellissima anche così.. E’ di  un amico che sono sicura mi perdonerà di postarla in Controluce. 
E poi perchè oggi c’è il sole e nel mio giardino stanno sbocciando gli iris, le peonie.
E poi sarà perchè nei miei giorni ci sono persone davvero speciali, che nonostante tutto e tutti hanno il loro piccolo Jonathan dentro.
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" …. vivo secondo quello che riesco a darmi. Se ho un vestito lo metto, senza dire o pensare "è bello, lo metterò in occasioni importanti", perchè ogni giorno è un’occasione importante".

PIRANDELLANDO

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Quelli che non devono chiedere mai

che tanto loro non hanno bisogno di nessuno

Quelli che se cade il mondo mi sposto speriamo non mi spettino

Quelli che ti faccio vedere io chi sono

(Si.. fammi vedere chi sei .. ma a mani nude pero’ …)

Quelli che tu non sai chi sono io

(lo so… lo so… infatti è aumentata la mia autostima)

Quelli che loro non le mandano mai a dire

Quelli che piangono sul latte versato e sanno che sono stati loro

e quelli che piangono sul latte versato ma che è stata colpa degli altri

Quelli che loro non c’erano e se c’erano erano troppo impegnati a salvare il mondo

Quelli che hanno la faccia come il sedere

E quelli che di facce ne hanno due. Tre. Quattro.

Quelli che tengono il piede in tante scarpe

e quelli che hanno tanti piedi ma non vanno mai da nessuna parte.

Quelli che il vento gli spettina i capelli

e quelli che “povca misevia mi si è votta la fevvavi” 

Ohhhhhhhhh yessssssssssssssssssssssssssss ….

TRA IL LETTO E I GERANI

Devo imparare a scrivere prima su word e poi incollare. Macchè. Ogni volta mi faccio fregare. Scrivo qui sopra, in diretta, come poco fa e poi tracchete,  non so cosa succede, sparisce tutto,  mi rttrovo nel blog, con il post precedente che mi guarda  e cio’ che ho scritto qui sopra … sparito!  Comunque riassumo perchè riscrivere non vale; si perde il filo, l’immediatezza, l’emozione, la tensione.

Riassunto delle righe perse.

Rifacendo il letto mi è tornata in mente questa canzone, una delle più belle di Fabrizio de Andrè e quando mi viene in mente questo brano significa che i miei percorsi introspettivi sono lavori in corso. Da buona saturnina, in inverno vado in letargo. In primavera mi risveglio (con buona pace di chi segue questo spazio, ma abbino fede, la bella stagione è un attimo). Ma sono e resto una capra, molto capra anche se credo di avere qualche ascendente che si oppone un po’ agli anelli di Saturno creando tutto quel casino che a volte si chiama equilibrio ma a volte si chiama vento tra i capelli. Ma mi piace, il vento. Scrivere, pensare e leggere, sono tre cose che possono essere la salvezza (il gancio in mezzo al cielo che gridava Baglioni) oppure le sabbie mobili. O il deserto. O le acque infestate dai pirana di una foresta tropicale. Perchè ho scritto queste cose e qui (per vostra fortuna) riassunte non lo so, ma tant’è. Poi, insieme alla canzone mi martella anche dentro questa frase "siamo tutti nella stessa palude ma alcuni vedono le stelle" o era "guardano le stelle"? Eh già, perchè guardare e vedere sono fatti assai differenti. Avevo scritto qualcosa anche riguardo al fatto che i pochi che girano qui (controluce ebbe la luce contro …  esattamente un anno fa), sono abituate ai miei voli tra il "melo e il pero"… e sono quelle persone le cui corde vibrano all’incirca con le mie e che si sintonizzano più o meno sulle mie frequenze. Ma questa è cosa scontata. Scontatissima, talmente ovvia che potrebbe dirla Francesco Alberoni. Vabè. Torno a rifare il letto. Ho anche i gerani da piantare. E le petunie. Lascio il brano e poi cerco un link. Se vi va, ascoltatela perchè è incomprensibile e non occorre cercarvi un senso. Per questo la amo tantissimo e per questo ci sono delle ragioni per cui ogni tanto mi trovo a cantarla. Anche se non so mai quali siano, e probabilmente non lo saprò mai. Ah ecco, a proposito dell’essere capra volevo rassicurare chi passa di qui: tranquilli … Tornerò a scrivere in modo meno compulsivo. Magari anche meglio,  magari altrove. Mah.. Mia nonna diceva che le vie del Signore sono infinite……   A volte davvero tanto infinite! Buona domenica ai passanti ai pochi ma buoni, a chi accidentalmente passa di qua consiglio un po’ di farina non per gli gnocchi ma per l’anima. Ci sono dei mulini qui in giro. Un po’ amletici e frequentati da gatti e micini perfino appena nati.. Sorrido. No.. non sono matta. O forse solo un po’. Vado avvero, adesso. Ascoltate il brano dai… C’è un po’ di Celeste Storia.

Quando in anticipo sul tuo stupore
verranno a crederti del nostro amore
a quella gente consumata nel farsi dar retta
un amore così lungo
tu non darglielo in fretta

non spalancare le labbra ad un ingorgo di parole
le tue labbra così frenate nelle fantasie dell’amore
dopo l’amore così sicure a rifugiarsi nei "sempre"
nell’ipocrisia dei "mai"

non sono riuscito a cambiarti
non mi hai cambiato lo sai.

E dietro ai microfoni porteranno uno specchio
per farti più bella e pesarmi già vecchio
tu regalagli un trucco che con me non portavi
e loro si stupiranno
che tu non mi bastavi,

digli pure che il potere io l’ho scagliato dalle mani
dove l’amore non era adulto e ti lasciavo graffi sui seni
per ritornare dopo l’amore
alle carenze dell’amore
era facile ormai

non sei riuscita a cambiarmi
non ti ho cambiata lo sai.

Digli che i tuoi occhi me li han ridati sempre
come fiori regalati a maggio e restituiti in novembre
i tuoi occhi come vuoti a rendere per chi ti ha dato lavoro
i tuoi occhi assunti da tre anni
i tuoi occhi per loro,

ormai buoni per setacciare spiagge con la scusa del corallo
o per buttarsi in un cinema con una pietra al collo
e troppo stanchi per non vergognarsi
di confessarlo nei miei
proprio identici ai tuoi

sono riusciti a cambiarci
ci son riusciti lo sai.

Ma senza che gli altri non ne sappiano niente
dirmi senza un programma dimmi come ci si sente
continuerai ad ammirarti tanto da volerti portare al dito
farai l’amore per amore
o per avercelo garantito,

andrai a vivere con Alice che si fa il whisky distillando fiori
o con un Casanova che ti promette di presentarti ai genitori
o resterai più semplicemente
dove un attimo vale un altro
senza chiederti come mai,

continuerai a farti scegliere
o finalmente sceglierai.

http://www.youtube.com/watch?v=FBVhafZoWJA

 

PENSIERI E CALZINI

riciclo_calzini

Quando sono triste mangio il prosciutto cotto. O il certosino. E se c’è latte, il purè.
Chissà poi perchè.  Non so. Forse alcuni cibi, alcune abitudini, sono rassicuranti perché ricordano l’infanzia e la mamma. Alcuni cibi sanno di mamma.
E la mamma, è la rassicurazione per definizione. Così come rassicurante è l’infanzia, quando la mamma è presente. Quando ti mette la mano fresca sulla fronte per sentire se hai la febbre o ti guarda con lo sguardo di chi già sa. Quando non sei responsabile di niente perchè sei piccolo.
Allora è possibile che anche adesso io cerchi questa rassicurazione e esorcizzi la paura della vita.
Quando sono contenta è ovvio: mi rivolgo all’insalata mista: è colorata. C’è il verde delle foglie, i colori rosso e giallo dei peperoni, il verde chiarissimo dei cetrioli freschi, il giallo intenso del mais.
Magari il rosso vivo e il bianco acceso del rapanello e le piccole olive saltellanti, nere e allegre.
Se sono depressa forse cerco qualcosa di dolce ma nemmeno tanto; non soffro di astinenza da cioccolato. Però il gelato mi piace tantissimo, quello buono, cremoso, ricco e denso. Non alla frutta. Mi piacciono creme. Cioccolato e pistacchio. Oppure malaga, vaniglia o nocciola. Le creme mi somigliano di più.
La frutta naturale mi piace quasi tutta; non amo le fragole. Mi piace matura, non acidula e non posso mangiare l’uva subito dopo un pasto perché mi fa stare male da morire. Mah! Misteri del sistema immunitario e di quella cosa chiamata istamina. Preferisco la frutta con la polpa gialla a quella rossa.
Mi piace la torta di mele e la torta della nonna. Poi le noci, le mandorle e le nocciole. I fichi.
Mi piace il pane, l’odore del pane e le cose fatte con il pane, le forme possibili del pane. Tutti i colori del pane.
Mi piace l’anima del lago perché è femminile. Il lago è riflessivo e calmo. Fermo e accogliente. Adulto, maturo, silenzioso. Consapevole e cauto. Custode. Riservato. il lago incornicia, culla e lambisce. Sensuale e profondo. Scuro e misterioso.
Quando ho sonno mi piace pensare che fuori piove forte, che nel mezzo di una foresta mi sono appena persa ma che ho trovato un rifugio di fortuna, una capanna, un posto dove stare. Così ascolto la pioggia anche quando non piove, mi calmo e mi addormento. Fino a un po’ di tempo fa mi dondolavo prima di dormire: mi cullavo, con buona pace del mio compagno. Faccio la doccia con l’acqua bollente ed ogni volta vorrei non uscirei mai.
Il bagno lo faccio raramente ma quando ho tempo accendo le candele e diventa un rito, quasi sacro. L’acqua calda della vasca diventa un grembo nel quale lasciarsi andare, cullare e abbandonare.
Credo all’Angelo Custode, ai folletti e alle premonizioni, alle cose che accadono che sono come domande alle quali poi la vita risponde. Prima o poi. Alle trame misteriose che Regolano le cose. Ai disegni perfetti, alle Geometrie cosmiche, le Regole divine. Ai segnali impercettibili ma non per i sensi attenti.
Mi piacciono i colori delicati ma anche quelli forti. Il mio colore preferito è l’azzurro, in tutti i toni, da quello appena sussurrato fino al blu.
Ho una stanza piena di bambole di pezza e di mobili leggeri, pitturati ad acqua, verde salvia, una sedia a dondolo gialla di legno e le farfalle (finte)  appiccicate alle pareti.
Ho una passione per le lenzuola bianche ricamate, gli asciugamani di lino con le frange. I mobili dei nonni e la lavanda nei cassetti. Mi piace fare colazione nel mio letto; ll caffè è importante per cominciare una giornata anche se appena mi sveglio sono già collegata con il mondo. Mi alzo cantando, vado in doccia ballando, mi asciugo i capelli inventando canzoni e filastrocche. Esco sempre all’ultimo momento prendo il treno mentre stanno per chiudersi le porte.
Mi piacciono le margherite e l’odore della pioggia, quello del bosco quando piove. Mi hanno sempre affascinata le finestre. Le case di pietra e le cose vecchie, gli oggetti che portano i segni del tempo, quelli che conservano dentro la voce antica di chi li ha progettati, pensati, costruiti. Amo la luce soffusa e la musica bassa. Le bolle di sapone e gli aquiloni.
Sto al sole per ore, quando posso. Sono solare qualche volta,  ma il mio sfondo è grigio a volte nero e spesso nuvoloso. La malinconia è la lavagna dei miei giorni su cui qualche volta si rovesciano i colori.
Ho fatto Controluce con …. il cuore? No, è banale. Con amore? Peggio. Ho fatto Controluce perché non so ma non mi importa di saperlo.
Mi incanto spesso negli aeroporti e nelle stazioni; guardo scorrere pezzetti di vita, scorci di storie e rabbia, fretta, dolore. Sento scivolare frasi di allegria, assisto ad abbracci dolorosi o doverosi, a scene di felicità. O spio stralci di vita che scorre lenta e passeggia affiancando i binari per un po‘. Potrei stare ore in silenzio, ad osservare.
Ascolto, di notte se non dormo, i tarli nel mio sogno che rosicchiano e divorano ricordi e desideri; la mattina trovo tracce sul parquet.
Odio l’accappatoio, uso sempre il telo grande, meglio se bianco. Detesto i discorsi complicati, le frasi fatte, il tempo che sta per cambiare e tutti i lupi che perdono il pelo, e il fatto che l‘importante sia la salute. E il governo che è ladro solo quando piove.
Mi piace la musica ma non l’ascolto spesso. Chissà perché.
La passione è Tango, l’Amore non lo so.  La vita mi piacerebbe fosse in Jazz. L’amicizia è Sirtaki. L’Armonia è la danza più lenta che c’è. La musica è poesia scritta nell’aria. Un dipinto sul cielo. Colore con le ali.
Cambio posto sul treno quando qualcuno sa di aglio o parla forte al cellulare raccontando i suoi guai e quanto c’ha da fare.
Mi indispongono le maestrine con la penna rossa come gli uomini e le donne che non devono chiedere mai. Poi quelli che sanno tutto loro, di magia, ginecologia, ferramenta, botanica e magari anche un po’ di filosofia. Senza carenze, in alcuni casi, in fatto di anatomia.
Ma il mio peggiore nemico è sempre il Tempo. E il mio migliore amico è sempre il Tempo.
Mi piace il temporale. Mi rattrista il Natale, mi deprime il capodanno. Vorrei aver conosciuto Van Gogh, Fabrizio de Andrè e Aureliano Buendia. Mi ha intenerita, affascinata, fatta incazzare e delusa Emma Bovary.
Giro a piedi nudi in casa e sul mio prato. Bevo acqua non gassata, temperatura ambiente, e solo raramente lemonsoda.
La sera preparo tisane mescolate, senza zucchero e concentrate. Intrugli misteriosi, le chiamano in famiglia.
Mi sono innamorata qualche volta ma siccome il concetto di innamoramento non è chiaro, preferisco dire che ho amato e che amo. Non so se poco o tanto. ma quando accade so che è vero.
Credo che i sentimenti siano fatti non classificabili e di certo non quantificabili.
Ho un dolore al giorno e se non accade mi spavento. Dimentico molte cose e nella mia borsa c’è un macello: lo dice anche mia nipote che ha solo cinque anni ma a volte trentanove.
Le chiavi le trovo sempre dopo un periodo di tempo variabile ma sempre notevole. Sono distratta quando non sono sola. Quando lo sono, mi concentro di più. Semino oggetti dalla porta di ingresso a destinazione; in studio mi chiamano Pollicino. Sono affidabile, questo è certo, ma con il tempo sto imparando a migliorare. Ho Milano dentro ai giorni e spalmata dentro il cuore anche se fa male. Milano cambia ogni minuto ed io non posso farci niente. Spesso  vorrei scappare, magari in Canada, a volte sulla luna.
Ho Firenze conficcata tra una costola e il cuore, incastrata in una piega tra un amore e un dolore.

Sorrido a un pensiero di Riccardo: siamo un aggregato di pensieri profondi e calzini spaiati. Niente di più vero.

Ho aperto il frigorifero e non c’è il prosciutto cotto. E nemmeno la crescenza.
Manca mamma. Manca. Manca tanto. Manca sempre.
Allora viaggio tra Controluce e il Mulino, e immagino che piove.
O apro la persiana e vedo il mio giardino; è pieno di margherite, bianche, bianche e piccoline. Boccioli di peonia e di giaggioli.
Tra poco è già mattino. E premo ”invio” a questo aggregato di calzini profondi e pensieri spaiati.  O forse era il contrario …  Ma mi sa che fa lo stesso.   Almeno stasera.

 

LENTA – MENTE

Finestre

Ci sono giorni di mattini di letti sfatti e tiepidi
l’odore del caffè nella cucina.
Giochi di luce sul cuscino.
Ci sono giorni di mattini di pigre riflessioni
di colazioni lente e profumate.
Ci sono giorni di pomeriggi delicati,
incombenze accantonate, rinviate. Dimenticate.
Pensieri sciolti e liberati nei pomeriggi appena soleggiati.
Ci sono giorni di amore prolungato
dolcezza ricercata, rincorsa. Ritrovata.
Ci sono pomeriggi di tè con poco latte
l’odore dei biscotti, il bucato steso nel giardino.
Ci sono giardini con piccoli fiori, appena cominciati
e di vasi appesi sotto le grondaie.
La tortora ha già i piccoli, si sentono chiamare.
Rametti di nido sparsi lungo il marciapiede
e pomeriggi in cui è bello respirare.
Ci sono serate frizzanti sotto il portico
e lunghe chiacchierate senza dire niente di importante.
E ci sono serate in cui si scioglie il sole dietro il campanile
colando in braccio alle montagne.
Serate dipinte di ricordi delicati di presente inventato
e di progetti dolcemente addormentati.
Ci sono notti di un pigro divenire
macchie di luna sulla pelle stesa ad asciugare.

GRACIAS A LA VIDA

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato due astri che quando li apro
perfettamente distinguo il nero dal bianco,
e nell’alto cielo  il suo sfondo stellato,
e tra le moltitudini l’uomo che amo.

Grazie alla vita  che mi ha dato tanto,
mi ha dato l’ascolto che in tutta sua apertura
cattura notte e giorno grilli e canarini,
martelli turbine latrati burrasche
e la voce tanto tenera di chi sto amando.

Grazie alla vita  che mi ha dato tanto,
mi ha dato il suono e l’abbecedario
con lui le parole che penso e dico,
madre, amico, fratello luce illuminante,
la strada dell’anima  di chi sto amando.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato la marcia dei miei piedi stanchi,
con loro andai per città e pozzanghere,
spiagge e deserti, montagne e piani
e la casa tua, la tua strada, il cortile.

Grazie alla vita che mi ha dato tanto,
mi ha dato il cuore che agita il suo confine
quando guardo il frutto del cervello umano,
quando guardo il bene  così lontano dal male,
quando guardo il fondo dei tuoi occhi chiari.

Grazie alla vita  che mi ha dato tanto,
mi ha dato il riso e mi ha dato il pianto,
così distinguo gioia e dolore
i due materiali che formano il mio canto
e il canto degli altri che è lo stesso canto
e il canto di tutti che è il mio proprio canto.

ww.youtube.com/watch?v=cTZSmuiIHPs

GROVIGLI

Qualche volta penso che dovremmo rivederci. Ci sono addii sospesi e ci sono sono vuoti da colmare.
Pagine bianche da compilare. Parole da riordinare.
Capitoli da concludere. O semplicemente cose da seppellire.
O forse fantasmi da scacciare. O storie credute morte da riesumare per poi uccidere davvero.
O ferite da vendicare. O semplicemente un abbraccio da sciogliere.
O una lettera da stracciare per poi ricominciare.
Qualche volta penso che ci sono lacrime da restituire o semplicemente un grido da liberare.
Un bacio da strappare. Graffi sui seni da curare.
Ma c’è una donna che non vuole più aspettare. E un’altra che non vuole ritornare. Una che deve esserci ancora e un’altra che non può restare. Una che non vuole andare. Una che non può dimenticare. Un’altra che non sa più ricordare.

DIRITTI E ROVESCI

Giacomo di Girolamo, giornalista, direttore di Marsala.it. Ha fatto discutere e molto.  Perfino troppo, tanto che non so nemmeno se sia "un’ideona" pubblicarlo anche in questo angolo, per altro rivolto ad altre cose un po’ più …. e un po’ meno …..  Ma in questo paese ci vivo, ci viviamo. E questo articolo, a mio avviso, è uno di quei pensieri che possono essere condivisi e risultare ipocriti alla stessa persona, nel medesimo istante. Insomma, in questo paese spesso vale tutto e il contrario di tutto. Lo pubblico. Chi si aggira in Controluce lo conosce già. Lo incollo quindi non per confronti, commenti o altro. Chi viene qui, in questo angolo sono persone che leggono oltre, che vanno oltre,  e che si distinguono per intelligenza e sensibilità e per la mancanza di quelle patine di retorica, perbenismo, buonismo, benpensantismo etc di cui sono intrisi (perdonatemi la polemica) ahinoi la maggior parte dei blog, specchi delle anime di questi Tempi difficili e anche un po’ tanto new age. Un Tempo dove le mode imperversano e impongono, condizionano,  e creano greggi di pecore con un unico "cervello" e un unico "cuore".  Mi riferisco alle mode del "perdono", della "tolleranza" , del volemossebbenismo e via di questo passo. Mi fermo. Buon fine settimana a tutti. Parto per un po’ di giorni.

Celeste (stanca)

Scusate, ma io non darò neanche un centesimo di euro a favore di chi raccoglie fondi per le popolazioni terremotate in Abruzzo.
So che la mia suona come una bestemmia. E che di solito si sbandiera il contrario, senza il pudore che la carità richiede.
Ma io ho deciso. Non telefonerò a nessun numero che mi sottrarrà due euro dal mio conto telefonico, non manderò nessun sms al costo di un euro. Non partiranno bonifici, né versamenti alle poste.

Non ho posti letto da offrire, case al mare da destinare a famigliole bisognose, né vecchi vestiti, peraltro ormai passati di moda.
Ho resistito agli appelli dei vip, ai minuti di silenzio dei calciatori, alle testimonianze dei politici, al pianto in diretta del premier. Non mi hanno impressionato i palinsesti travolti, le dirette no – stop, le scritte in sovrimpressione durante gli show della sera.
Non do un euro. E credo che questo sia il più grande gesto di civiltà, che in questo momento, da italiano, io possa fare.
Non do un euro perché è la beneficienza che rovina questo Paese, lo stereotipo dell’italiano generoso, del popolo pasticcione che ne combina di cotte e di crude, e poi però sa farsi perdonare tutto con questi slanci nei momenti delle tragedie. Ecco, io sono stanco di questa Italia. Non voglio che si perdoni più nulla. La generosità, purtroppo, la beneficienza, fa da pretesto. Siamo ancora lì, fermi sull’orlo del pozzo di Alfredino, a vedere come va a finire, stringendoci l’uno con l’altro. Soffriamo (e offriamo) una compassione autentica. Ma non ci siamo mossi di un centimetro.
Eppure penso che le tragedie, tutte, possono essere prevenute. I pozzi coperti. Le responsabilità accertate. I danni riparati in poco tempo.
Non do una lira, perché pago già le tasse. E sono tante. E in queste tasse ci sono già dentro i soldi per la ricostruzione, per gli aiuti, per la protezione civile. Che vengono sempre spesi per fare altro. E quindi ogni volta la Protezione Civile chiede soldi agli italiani. E io dico no. Si rivolgano invece ai tanti eccellenti evasori che attraversano l’economia del nostro Paese.
E nelle mie tasse c’è previsto anche il pagamento di tribunali che dovrebbero accertare chi specula sulla sicurezza degli edifici, e dovrebbero farlo prima che succedano le catastrofi. Con le mie tasse pago anche una classe politica, tutta, ad ogni livello, che non riesce a fare nulla, ma proprio nulla, che non sia passerella.
C’è andato pure il presidente della Regione Siciliana, Lombardo, a visitare i posti terremotati. In un viaggio pagato – come tutti gli altri – da noi contribuenti. Ma a fare cosa? Ce n’era proprio bisogno?
Avrei potuto anche uscirlo, un euro, forse due. Poi Berlusconi ha parlato di “new town” e io ho pensato a Milano 2 , al lago dei cigni, e al neologismo: “new town”. Dove l’ha preso? Dove l’ha letto? Da quanto tempo l’aveva in mente?
Il tempo del dolore non può essere scandito dal silenzio, ma tutto deve essere masticato, riprodotto, ad uso e consumo degli spettatori. Ecco come nasce “new town”. E’ un brand. Come la gomma del ponte.

Avrei potuto scucirlo qualche centesimo. Poi ho visto addirittura Schifani, nei posti del terremoto. Il Presidente del Senato dice che “in questo momento serve l’unità di tutta la politica”. Evviva. Ma io non sto con voi, perché io non sono come voi, io lavoro, non campo di politica, alle spalle della comunità. E poi mentre voi, voi tutti, avete responsabilità su quello che è successo, perché governate con diverse forme – da generazioni – gli italiani e il suolo che calpestano, io non ho colpa di nulla. Anzi, io sono per la giustizia. Voi siete per una solidarietà che copra le amnesie di una giustizia che non c’è.
Io non lo do, l’euro. Perché mi sono ricordato che mia madre, che ha servito lo Stato 40 anni, prende di pensione in un anno quasi quanto Schifani guadagna in un mese. E allora perché io devo uscire questo euro? Per compensare cosa?
A proposito. Quando ci fu il Belice i miei lo sentirono eccome quel terremoto. E diedero un po’ dei loro risparmi alle popolazioni terremotate.
Poi ci fu l’Irpinia. E anche lì i miei fecero il bravo e simbolico versamento su conto corrente postale. Per la ricostruzione. E sappiamo tutti come è andata.
Dopo l’Irpinia ci fu l’Umbria, e San Giuliano, e di fronte lo strazio della scuola caduta sui bambini non puoi restare indifferente.
Ma ora basta. A che servono gli aiuti se poi si continua a fare sempre come prima?
Hanno scoperto, dei bravi giornalisti (ecco come spendere bene un euro: comprando un giornale scritto da bravi giornalisti) che una delle scuole crollate a L’Aquila in realtà era un albergo, che un tratto di penna di un funzionario compiacente aveva trasformato in edificio scolastico, nonostante non ci fossero assolutamente i minimi requisiti di sicurezza per farlo.
Ecco, nella nostra città, Marsala, c’è una scuola, la più popolosa, l’Istituto Tecnico Commerciale, che da 30 anni sta in un edificio che è un albergo trasformato in scuola. Nessun criterio di sicurezza rispettato, un edificio di cartapesta, 600 alunni. La Provincia ha speso quasi 7 milioni di euro d’affitto fino ad ora, per quella scuola, dove – per dirne una – nella palestra lo scorso Ottobre è caduto con lo scirocco (lo scirocco!! Non il terremoto! Lo scirocco! C’è una scala Mercalli per lo scirocco? O ce la dobbiamo inventare?) il controsoffitto in amianto.
Ecco, in quei milioni di euro c’è, annegato, con gli altri, anche l’euro della mia vergogna per una classe politica che non sa decidere nulla, se non come arricchirsi senza ritegno e fare arricchire per tornaconto.
Stavo per digitarlo, l’sms della coscienza a posto, poi al Tg1 hanno sottolineato gli eccezionali ascolti del giorno prima durante la diretta sul terremoto. E siccome quel servizio pubblico lo pago io, con il canone, ho capito che già era qualcosa se non chiedevo il rimborso del canone per quella bestialità che avevano detto.
Io non do una lira per i paesi terremotati. E non ne voglio se qualcosa succede a me. Voglio solo uno Stato efficiente, dove non comandino i furbi. E siccome so già che così non sarà, penso anche che il terremoto è il gratta e vinci di chi fa politica. Ora tutti hanno l’alibi per non parlare d’altro, ora nessuno potrà criticare il governo o la maggioranza (tutta, anche quella che sta all’opposizione) perché c’è il terremoto. Come l’11 Settembre, il terremoto e l’Abruzzo saranno il paravento per giustificare tutto.
Ci sono migliaia di sprechi di risorse in questo paese, ogni giorno. Se solo volesse davvero, lo Stato saprebbe come risparmiare per aiutare gli sfollati: congelando gli stipendi dei politici per un anno, o quelli dei super manager, accorpando le prossime elezioni europee al referendum. Sono le prime cose che mi vengono in mente. E ogni nuova cosa che penso mi monta sempre più rabbia.
Io non do una lira. E do il più grande aiuto possibile. La mia rabbia, il mio sdegno. Perché rivendico in questi giorni difficili il mio diritto di italiano di avere una casa sicura. E mi nasce un rabbia dentro che diventa pianto, quando sento dire “in Giappone non sarebbe successo”, come se i giapponesi hanno scoperto una cosa nuova, come se il know – how del Sol Levante fosse solo un’ esclusiva loro. Ogni studente di ingegneria fresco di laurea sa come si fanno le costruzioni. Glielo fanno dimenticare all’atto pratico.
E io piango di rabbia perché a morire sono sempre i poveracci, e nel frastuono della televisione non c’è neanche un poeta grande come Pasolini a dirci come stanno le cose, a raccogliere il dolore degli ultimi. Li hanno uccisi tutti, i poeti, in questo paese, o li hanno fatti morire di noia.
Ma io, qui, oggi, mi sento italiano, povero tra i poveri, e rivendico il diritto di dire quello che penso.
Come la natura quando muove la terra, d’altronde.

Giacomo Di Girolamo

ISTANTI

 

Sul tavolino etnico del mio salotto: due piatti quadrati in mosaico di vetro, di colore rosso, candele, una ciotola con caramelle alla liquirizia.

Un pouf con un paio di coperte in pile, il divano con un plaid caldo sopra. Oggi è freddo qui. Piove.

La lampada sul mobile basso è arancione e gialla, con un telaio in ferro Accesa ricorda le tende indiane o forse l’Africa. Sparsi sull’altro divano e sulle panche accanto al camino: una ventina di libri da cui le odi di Leopardi, un libro di fiabe per bambini e un grosso album di disegni da colorare. I Fiori del Male, Novecento di Baricco, la trilogia  di Larsson, due di Mankell. Una copia di Vanity Fair. Il Giornale. Una biografia di Leonardo. Alda Merini. La scomparsa di Majorana (da restituire a G.). Paulo Coelho. Garcia Lorca.

La macchina magica, Fleming. Amos Oz Una lunga storia di amore e di tenebre. Tabucchi. Un manuale: addestramento del cane da ferma. Wilbur Smith:  Il Destino del cacciatore.

Salgo al piano superiore: sul letto sfatto: il pigiama, il Nokia “basic”  bianco e fucsia. Sulla panca di fianco al letto, il portatile. Maleducazione spirituale. L’anima errante. Venti poesie d’amore e un canto disperato, Neruda.

Favole al telefono di Rodari, stampe su formato A4 per quando la bimba dorme nel mio letto. Richard Bach: Nessun luogo è lontano. Sul mobiletto a cassettini una coppia di orsi vestiti da campagnoli. Un altro orso: lo scorso anno in Quebec allo shop del Forillon Parque.

Sopra le stampe di Van Gogh, dal Metropolitan Museum.

Sopra il letto appeso al tirante del tetto un acchiappasogni, dono di Giovanna da uno dei suoi viaggi. Appeso alla applique: un angioletto in legno con in mano un cestino di mele, mercatini di Natale, Bressanone.

Foto della bimba. Tante, nelle diverse fasi dei suoi 5 anni di età.  I miei genitori il giorno delle nozze – stampa bianco nero “azzurrata”  da me con Photoshop. Mia mamma con l’abito bianco di pizzo. Corto. E una coroncina di fiori tra i capelli biondi. Foto di Paola. Foto della bimba di Paola. Foto di Silvia in bikini con il pancione, a Ischia. Nel cassetto del comodino … mmmm bè … un casino: un paio di fazzoletti, l’antistaminico.  Un termometro. Un foglio scritto a mano. da Firenze: accompagnava un libro. Una penna. Il carica telefono, detto anche carichino. Un paio di calze antiscivolo (mie).

La crema per le mani e il burro di cacao. Alcuni oggetti difficili da identificare: un tappino di plastica, un anellino forse un pezzo di portachiavi. Una catenina rotta. il cinturino di un orologio di metallo. Una marca da bollo fuori corso. Monetine. Un orecchino e un braccialetto di corallo rosso.

Poi un piccolo crocefisso, il foglio illustrativo di qualche farmaco. Un flaconcino di fiori di Bach.

Vado in bagno. Appesa alla trave di legno c’è una lampada di  ferro e di vetro, con lo sportellino. Dentro ci sono delle candele; le accendo. Riempio di acqua la vasca. Ci metto un olio di sandalo. Tra poco mi immergo. La luce delle candele giocherà sulle travi del tetto a vista e io cercherò di respirare un po’ di me. E’ bello essere a casa, con le mie cose. Con i miei pensieri. Tra le cose che amo. Cercando di far arrivare un pensiero a chi amo e non è qui. Chiederò gli occhi e lo farò.

E’ bella questa calda semplicità e questo momento per me e per chi vive dentro i miei pensieri.

ore 22.40: ho i capelli bagnati e starò qui, accoccolata sul divano finchè non saranno asciutti.  Accanto alla mia vasca da bagno c’è il mobiletto del nonno, un piccolo mobile da calzolaio con cui giocavo da bambina mentre il nonno suolava e inchiodava scarpe. Sopra c’è un bicchiere piuttosto grande, di vetro a piccole tessere, rosa chiaro e la fiamma della candela che è dentro …  danzava. La guardavo, poco fa, mentre ero immersa nell’acqua e la fiamma era … ipnotica. Sono rimasta forse mezz’ora: la fiamma e qualcosa che sta dentro di me si sono come sintonizzate e bè… è stato un momento di armonia. Movimenti all’unisono, lenti e dolci.

Il fuoco incanta, seduce e danza; guardandolo e  ascoltando il proprio respiro si trova la consapevolezza del proprio corpo e anche la pace della mente.  E’ bello, tutto questo ed è un riscatto per tutta quella durezza che strofina le giornate. Per fortuna ci sono questi istanti: la dolcezza del fuoco, il calore dell’acqua.. E la bellezza di alcuni pensieri e di alcune persone, parte della mia vita. Poche ma speciali.

Assenze

Lasciare che siano gli occhi a parlarsi, nel Silenzio. Guardarsi, guardarsi a lungo e far incontrare attraverso gli  occhi  un uomo e una donna, quelli che ci vivono dentro, quelli che girano senza veli, senza ombre, quelli che non usano parole, profumi, gioielli. Isolarsi dal rumore e dal tempo. Dal mondo.  Togliersi i vestiti dall’anima. Tutti. E restare li’, semplicemente a guardarsi. In Silenzio. In quell’unico Silenzio dove vivono, vibrano e pulsano le cose vere. I pensieri diventano liquido umore degli occhi, i sensi diventano occhi e ciglia. E sguardi. 
E il luccicare degli occhi sono parole e poesia e lunghe storie raccontate in quello Spazio senza fine e senza parole. Nel Silenzio.  Spremute liquide di vissuti, dove emozioni e dolore, perdite e vittorie, fatiche e ricordi si concentrano e diventano voglia di lasciarsi andare e mescolarsi,  laddove  volare e morire si somigliano, nel Silenzio. Dove ci si scambia la pelle senza fermare il flusso degli occhi e quello del cuore. In quello Spazio dove si dilatano illusioni e disincanti per mescolarsi con la Dolcezza in una danza lenta. Il cui ritmo disegna negli occhi le note di un canto. Un canto lieve e leggero. E lento. Nel Silenzio.

In assenza di Tempo,  ipocrisie, maschere, finzioni, parole. E liberare un respiro, uno solo, amore mio, senza averlo programmato nè cercato. Donargli la vita e un paio di ali. E poi restare a guardare quel Volo e seguirlo, sfiorando l’aria con la punta delle dita. Disegnarne i contorni, lievemente e lentamente. In Silenzio.  Per poi sentire il battito e il danzare delle ciglia mentre l’odore si confonde nel Silenzio. Tu lo hai fatto mai? Sono stanca e i miei occhi sono come laghi di calma e di Silenzio. E da qualche parte ci sei tu, con il tuo Silenzio e i tuoi occhi umidi di vita.

Dammi un segno, uno  soltanto, e resterò con te tutta la notte.

ABRACADABRA

sferadicristallo

Gigliola Giorgini, in arte “Mamma Ebe”, da Quarrata, provincia di Pistoia, torna alla ribalta per nuove accuse. Alle spalle un lungo passato di crimini, accuse, processi, condanne.  Al suo attivo, tra i vari reati, la fondazione di un ordine religioso, guarigioni miracolose, una miriade di persone plagiate, sfruttate. Ragazze costrette a lavorare anche 20 ore ogni giorno per essere diventate “Suore di Mamma Ebe”.
Lei, la mamma delle suore: un patrimonio in pellicce, gioielli, automobile e altri vizi costosissimi e, siccome siamo in un Paese dove la giustizia è uguale per tutti ma per alcuni è più uguale che per altri, una condanna lieve, poi dimezzata in appello con tanto di concessione degli arresti domiciliari. Poi nuove condanne per svariati crimini tra cui somministrazione di stupefacenti, esercizio abusivo della professione medica e via di questo passo. Una volta fuori eccola che di nuovo si tira suu le maniche, protetta da schiere di fedeli che darebbero la vita per lei.
Crimini simili a quelli perpetrati da Vanna Marchi e figlia, quelli di Mamma Ebe, commessi attraverso il modo più subdolo e infame ovvero facendo leva sulla ingenuità, la buona fede e l’ignoranza delle persone. Persone che nella maggioranza dei casi sono anime disperate, vittime di tragedie famigliari con storie pesanti alle spalle. Storie malate. Sono reati tra i più meschini e vigliacchi quelli a danno di questa gente.
Sembra assurdo, nel 2000 e in paesi civilizzati, ma purtroppo è vero: c’è tutto un mondo più o meno visibile che si affida a questa schiera di maghi, guaritori, sensitivi.
Persone che si indebitano fino al collo, cadendo anche nelle mani degli strozzini, perdendo tutto, casa compresa, per avere in mano un pugno di sale, quattro candele, un ramo di edera, due bastoncini di incenso, quattro pezzi di vetro.
Mi raccontava una mia zia di una sua conoscente che si affida ad una di queste persone affinchè la protegga: le ha venduto una catenina con un ciondolo il quale una volta o due l’anno deve essere "ricaricato" cosa che naturalmente può fare soltanto lei dietro pagamento di una somma di denaro non irrilevante. Denaro che  "naturalmente"  la maga dona in beneficenza…
Si affidano a questa “signora” anche uomini d’affari prima di firmare accordi importanti, stringere patti sociali etc e non soltanto gente disperata che non sa più a quale santo votarsi…
Siamo all’alba del terzo millennio e questo pare un fenomeno molto più diffuso di quanto si immagini.
Mi è capitato di trovarmi a casa da sola malata e fare zapping con il telecomando; il pomeriggio, nei canali riservati alle televendite, queste persone agiscono, immagino  in tutta legalità vendendo oroscopi, previsioni, combinazioni della lotteria (naturalmente vincenti), amuleti vari. E mi domando: è possibile che lo Stato non tuteli i cittadini? E’ possibile che non si possano fare leggi che vietino a questa gente di usare canali forti e alla portata di tutti così da limitare, almeno, il rischio di rovinare intere famiglie e di alimentare il giro dei usurai e anche i suicidi? Quanta gente decide di interrompere terapie ortodosse perché un deficiente disonesto e ladro senza alcuna coscienza  impone le mani o il pendolino sul tumore o prescrive riti assurdi quali fare il giro del letto in senso antiorario prima e dopo i pasti?

Mi torna in mente Manson che in America, negli anni 60 reclutò un gruppo di ragazzi sbandati, dediti ad alcol e droga spingendoli a commettere atroci omicidi (tra cui quello di Sharon Tate). E ancora: la setta dei Davidiani, Texas, con i suicidi di massa…. E quella nostrana “Bestie di Satana”.
E poi quel giovane ingegnere, diabetico, morto per aver deciso di sospendere l’insulina dietro suggerimento di un santone.
E ancora: è possibile che debba essere Striscia la Notizia a fare in modo che vengano arrestate  criminali quali Vanna Marchi e figlia con mago brasiliano?  E che sia sempre una trasmissione con lo spirito di Striscia a scovare gente che giura di curare malattie anche gravi, anche  il cancro, mettendo la fotografia del malato dentro un macinino da caffè o in un frullatore? E’ possibile che un citttadino che subisce cose del genere debba andare dal Gabibbo, da Fabio e Mingo per far sentire la sua voce e far muovere qualche sedere comodamente seduto sulla poltrona il cui proprietario è profumatamente pagato con i soldi dei contribuenti? 

DI OMBRA E DI LUCE

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Pablo Neruda è uno dei poeti che maggiormente amo. Mi piace la sua passionalità dolce e anche dolorosa. Una sensualità struggente a volte e dolce. E amara.  Carnale, fisica, densa ma anche spirituale. Mi piace il contrasto, sempre presente nella sua poesia: il suo essere tra il bianco e il nero, tra ombra e luce, tra il piacere e il dolore. Tra una promessa e un addio. E naturalmente tra la Vita e la Morte.

Già : “non si può giudicare la bellezza della vita che attraverso la morte”.
Il mio primo incontro con lui avvenne attraverso “Canto General”. Non possiedo più quella copia, e non è mai stata sostituita da un’altra. Sono contenta che sia rimasta là, dove l’ho lasciata, molti anni fa. E mi piace pensare che sia … ancora là.
Ricordo che all’introduzione c’era una poesia che non va soltanto letta ma anche guardata: la si legge dal basso verso l’altro e fa più o meno: “per salire al cielo occorrono due ali,  un violino e tante cose infinite, ancora non nominate” .
Qui ne riporto una che trovo molto bella, forte, e delicata al contempo. Pablo Neruda per me sta alla poesia come Van Gogh alla pittura. E’ una definizione che nasce solo dal mio sentire e ritengo che ogni forma di arte debba essere respirata, sentita, annusata, bevuta e mai spiegata come fanno i “critici”.

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Scrivere, per esempio.

“La notte è stellata,

e tremano, azzurri, gli astri in lontananza”.

E il vento della notte gira nel cielo e canta.

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Io l’ho amata e a volte anche lei mi amava.

In notti come questa l’ho tenuta tra le braccia.

L’ho baciata tante volte sotto il cielo infinito.

Lei mi ha amato e a volte anch’io l’amavo.

Come non amare i suoi grandi occhi fissi.

Posso scrivere i versi più tristi stanotte.

Pensare che non l’ho più. Sentire che l’ho persa.

Sentire la notte immensa, ancor più immensa senza di lei.

E il verso scende sull’anima come la rugiada sul prato.

Poco importa che il mio amore non abbia saputo fermarla.

La notte è stellata e lei non è con me.

Questo è tutto. Lontano, qualcuno canta.

Lontano.

La mia anima non si rassegna d’averla persa.

Come per avvicinarla, il mio sguardo la cerca.

Il mio cuore la cerca, e lei non è con me.

La stessa notte che sbianca gli stessi alberi.

Noi, quelli d’allora, già non siamo gli stessi.

Io non l’amo più, è vero, ma quanto l’ho amata.

La mia voce cercava il vento per arrivare alle sue orecchie.

D’un altro. Sarà d’un altro. Come prima dei miei baci.

La sua voce, il suo corpo chiaro. I suoi occhi infiniti.

Ormai non l’amo più, è vero, ma forse l’amo ancora.

E’ così breve l’amore e così lungo l’oblio.

E siccome in notti come questa l’ho tenuta tra le braccia,

la mia anima non si rassegna d’averla persa.

Benché questo sia l’ultimo dolore che lei mi causa,

e questi gli ultimi versi che io le scrivo.

 

INVASIONI

doloreNon volevo scrivere nulla su ciò che è accaduto e sta accadendo in Abruzzo ma non ce la faccio.

E’ impossibile, per me, vedere un TG senza provare un senso di rabbia profonda, una sensazione di disagio e di umiliazione per ciò che devono continuare a subire quelle persone che hanno perso famigliari, casa, cose e il frutto dei sacrifici di una vita in una manciata di secondi.
Parlo dell’invasione della stampa.
Armati di telecamere e micorofoni, orde di intrusi penetrano dentro le tende di  queste persone violentandole ancora, umiliandole mostrando a tutto il Paese e al resto del mondo le condizioni in cui sono costrette a vivere.
Le colgono di sorpresa; sono persone troppo provate, sgomente, smarrite per non poter rispondere alla domanda di rito: lei adesso cosa farà?  con un sano
"tra un’ora non lo so ma so cosa faro’ tra dieci secondi:  ti farò ingoiare quel cazzo di microfono" …
Come si fa a chiedere a persone che hanno subito una violenza tale e perdite così gravi: COSA FARA’?
E insistono loro, insistono, con questo microfono a forma di cono gelato  attaccato alla bocca di persone che fino a qualche giorno fa avevano una vita normale, mangiavano, seguivano i bambini nei compiti, li chiamavano per farli  semttere di giocare alla play station.  Facevano l’amore, la doccia e discutevano in una casa normale.
"Vado in discoteca …. coglione.. Cosa vuoi che faccia? Sono soltanto  morti alcuni amici, qualche parente, il mio cane; mi è stata cancellata la mia  storia, non avro’ mai più le cose che erano mie, e secondo te che devo  fare? Sono solo indeciso su quale film andare a vedere…. e cosa indossare per l’occasione".
Loro, questo tipo di giornalisti, lo chiamano "diritto di cronaca" e "dovere di informazione". Ma quale diritto di cronaca d’Egitto? Questa è violenza, mancanza di  etica, mancanza di delicatezza, di tatto, di sensibilità e di buon senso.  Questo è sciacallaggio, è morbosità. E’ vergogna!
Il diritto di cronaca!! Quello del rispetto no? Non esiste?  E il diritto di  queste persone  ad un minimo di dignità e di privacy? Ma si sa, è più importante stupire,  penetrare in queste tende dove le persone,  esauste, cercano qualche momento di riposo e un angolo dove piangere.
Basta arrivare per primi… raccogliere le testimonianze più calde.. Perchè la gente, a caldo è disorientata, ha bisogno di solidarietà o semplicemente di esorcizzare la paura.  La gente è ferita, scossa, persa.  E si apre la corsa verso  chi piange di più, intralciando,  tra l’altro, le operazioni di soccorso. Ma cosa insegnano alla scuola di giornalismo? A calpestare la dignità della gente? A intralciare i lavori di chi con tanto impegno e fatica cerca di adoperarsi, tira su le maniche e scava con le unghie anche per 24 ore filate? Ad atterrare come avvoltoi affamati sopra prede morenti o deboli? Il disgusto sale, nel vedere i TG …  E non posso dire cosa scende, per ovvie ragioni ….. del tutto naturali…

Ora ci manca pure la visita del Papa che mobiliterà un esercito di persone, verranno chiuse alcune strade, e le misure di sicurezza comprometteranno e ostacoleranno ulteriormente i lavori.  E poi l’opera sarà completa.

Non sto sparando su una categoria; uno dei miei amici più cari e che stimo molto è un giornalista. Un giornalista RAI.  Lo inviterò e poi se vorrà  scrivere qualcosa, sarà il benvenuto. Lui non si occupa di cronaca… Infatti lui non saprebbe mai comportarsi così. Ma è un certo tipo di giornalismo che fa male, che però è sempre più incalzante. Sempre più attento al sensazionalismo che al rispetto.  E poi qualcuno vorrebbe uccidere i Blog perchè possono configurarsi con una professione che sarebbe abusivamente esercitata!

A PROPOSITO DI SEDUZIONE

SPELLO

Ci sono luoghi di cui ci si innamora.  Non c’è niente da fare.
Alcuni luoghi catturano e conservano nostri pezzi di cuore.
Affascinano, stupiscono, avvolgono. Seducono.
E poi non ci si libera più di quel ricordo che è stupendo rinnovare.
Perchè ogni volta si ritrova la magia della volta precedente e in più si scoprono luoghi nuovi, anfratti, e si notano piccoli dettagli. Si penetra maggiormente nelle “cose”. E si respira di più l’aria, l’arte, la storia, la gente. Senza che a rimetterci sia quella sensazione di magia che pervade i vicoli, i balconi, case, chiesette e portoni.
Di questi luoghi ci si innamora…. e in luoghi come questi ci si innamora.
E quando si ritorna, si ritrova quel pezzo di cuore lasciato là,  rimasto aggrappato ad una pietra, intrappolato tra le fughe in un muro di mattoni, dove due briciole di terra o una piccola zolla trasportata dal vento in un cornicione sotto un tetto, danno vita a un minuscolo, perfetto giardino. (Già …… Non si vede che con il cuore, no?)
Ed è magico tornare con qualcuno di speciale e vedere quello stupore nei suoi occhi e riconoscere che è lo stesso nostro, di allora.
E accade sempre che i pezzi ci cuore che restano provengono da due cuori.
Un po’ lirica,  barocca, questa considerazione? Mica tanto … Se non ci credete andate a

                                                      Spello

E’ un comune di 8.585 abitanti dell’Umbria in provincia di Perugia.
Si colloca ai piedi del monte Subasio e dista all’incirca 5 km da Foligno e 35 da Perugia. La superficie del comune si estende in montagna, collina e pianura. Il suo terreno, molto fertile, è coltivato a cereali, viti ed olivi. È da quest’ultima pianta che Spello trae il suo più prezioso prodotto gastronomico: l’olio extravergine d’oliva. Non a caso la città, oltre ad essere annoverata tra i borghi più belli d’Italia, fa parte dell’Associazione Nazionale Città dell’Olio.

Vi si tengono mercati settimanali e fiorenti manifestazioni folcloristiche, tra le quali si ricorda l’Infiorata del Corpus Domini e la festa dell’olio, che si tengono rispettivamente nei periodi di maggio-giugno e dicembre-gennaio. Nella cittadina si trovano numerose opere di epoca romana e rinascimentale, in effetti la chiesa di Santa Maria Maggiore, la più grande di Spello, vanta splendidi affreschi del Pinturicchio, conservati nell’interna Cappella Baglioni.

Storia
Spello fu fondata dagli umbri per poi essere denominata Hispellum in epoca romana. Fu dichiarata da Cesare "Splendidissima Colonia Julia". I resti della cinta muraria, molto più grande in passato di quanto possiamo ammirare oggi, attestano la grandezza che ebbe la città, così come i resti Archeologici che la circondano. La discesa dei Barbari in Italia fu devastante per Spello, che la ridussero in una povera borgata. Nell’epoca dei ducati venne inglobata nel Ducato di Spoleto, per poi essere trascinata insieme ad esso nella mani del Papato. La cittadina, tuttavia, rimpiangeva l’autonomia donatagli in parte dall’Impero Romano, e non tardò a divenire comune autonomo con proprie leggi. Il periodo comunale perdurò sino a che la famiglia perugina dei Baglioni prese il controllo dell’ormai ex-comune. Nel secolo IV Spello fu sede vescovile, nell’Alto Medioevo, con altre diocesi vicine ora soppresse, fece parte per oltre mille anni, della vastissima diocesi di Spoleto per poi essere unita nel XVIII secolo alla diocesi di Foligno.

Le informazioni su Spello sono tratte da http://it.wikipedia.org/wiki/Spello"

TRUCCO E PARRUCCO

scarpe viola

 

 

Scarpe con la zeppa altissima, o con il tacco a spillo
Aperte. Chiuse. Chanel. Tutte altissime, coloratissime: viola, fucsia, rosso.
Scamosciate o vernice lucida.
Abitini di
tessuti sottili quasi come sottovesti, tagliati sotto il seno.
L’orlo leggermente ondulato. Bordini o maniche in tulle… Voile.
E poi pailettes, perline, glitter. Strass.
Anche il trucco del viso è glitterato. Scintillante.
Poi c’è la linea “grrrr” .. Aggressivo-savana. Leopardato, pitonato.
Dal body al perizoma, dalla giarrettiera al gioiello di bachelite maculato.

Sono belle giornate e dallo Studio sono quattro passi a Piazza Duomo. Guardo le vetrine dei negozi che espongono, coloratissime, le armi di seduzione dei giorni nostri.
La moda incita la donna a sedurre proponendo pettinature, abbigliamento, biancheria intima.
E poi profumi, trucco, french manicure …
Unghie ricostruite in gel con rifinitura glitter argento, oro.
Colori ral con aggiunta di diamantini e piccoli disegni applicati.
La moda incalza, invoglia, attira, si impone, sfruttando la voglia di cambiare che caratterizza ogni primavera, quando si esce dal grigiore dell’inverno che infagotta, copre, nasconde, mitiga.
Si tengono corsi di seduzione, si vendono manuali su come sedurre lui/lei.
Chissà come la mettiamo con la clausola “soddisfatti o rimborsati”.. Mah !
Dimenticavo: il profilattico mica sfugge a questo “must”.. Scherziamo?  Lo fanno al sapore di frutti, colori evidenziatore e anche fluorescenti … Roba che rischi un infarto mentre sei al buio con lui.. ma tant’è…

La seduttività non è qualcosa che si può costruire o che si insegna… Di conseguenza non è qualcosa che si impara.
E non è una esperienza sporadica, che si sceglie di vivere per una serata speciale oppure per un fine settimana… o per una vacanza… O per una intera stagione…
La seduttività è solo quella sottile, delicata, spontanea ed è una costante:  fa parte della vita quotidiana.
Una donna può essere seduttiva mentre stira, mentre cucina, mentre scoppia in una risata.
Mentre accarezza un cane. Mentre rifà il letto. Mentre mangia (vogliamo parlarne?) o tocca un bicchiere con le dita…. E’ qualcosa di inconsapevole, non studiato, un gesto mai ricercato. Non è mai un atteggiamento.
Lei è seduttiva dimostrando la sua intelligenza, il suo saper giocare, saper .. vivere e la sua seduttività non rappresenta mai un invito…. ma è parte integrante della personalità, è la sua capacità di interessare, incuriosire, intrigare.
Ma se non lo è non c’è scarpa o abito né trucco che possa sostituire quella magia tutta femminile e tutta naturale che … affascina, attrae e infine… seduce. 

E … SILENZI

auroraastrale

Lui non lo sa .. Intendo dire Pieffe non sa che questa cosa firmata Pieffe è diventata un post. E’ un suo commento al post precedente, in questo stesso spazio …. Credo mi perdoni se appunto è cresciuto… fino a diventare un post… Ma ci sono delle ragioni ben precise per ogni cosa che … cresce.

Se una cosa si trasforma in sensazione (e quindi in "sentire") non c’è silenzio. Ciò vale anche per l’ineffabile sentire tra uomo e donna, quando tale sentire confina con la musica, con l’armonia assoluta, con la fusione fra corpo e mente. 
Ma il "non sentire" è oltre. Mette paura, perché può sembrare simile alla morte.
La vita "è fatta di sensazioni" e la percezione di uno stato è una conseguenza della esperienza sensibile. Ma il silenzio, per lo meno per alcuni, è al di là delle sensazioni.
Sono argomenti molto sottili e, come diceva un mio vecchio amico: "tacerne è la cosa migliore" .

SILENZI & SILENZI

notte

Il mio respiro e un lama di luce
sottile ma morbida, entra dalla persiana.
Illumina un pezzetto dI trave; venature, incise nel colore del miele.
Fuori il Silenzio che passeggia sul prato.
Dentro c’è il buio e dentro questo, il mio cuore che batte.
Interrompe il Silenzio che anche passeggia.

L’altro giorno chiesi ad un amico se fosse possibile
dipingerlo, il Silenzio. Oppure scriverlo.
Mi rispose “è possibile”.

Io invece so amarlo, il Silenzio
e so che è possibile amare in Silenzio.
Ed è un Silenzio caldo, stanco; si arrende, si stende.
Quel Silenzio è bagnato.

E io so odiarlo, il Silenzio.
Perchè si soffre, in Silenzio.
E in Silenzio si muore.

E so di un Silenzio denso come nebbia,
sospeso tra il pavimento di lineolum grigio e il neon.
Trafitto dal fumo azzurro di sigaretta e dai miei passi leggeri.
Fuori: notti di nebbia, le luci fioche delle auto e Silenzio di ovatta.
Quel silenzio è gelato.

So fare tutto questo ma non disegnare il Silenzio.
E non so scrivere il Silenzio.
Non so farlo,  Amico mio.

Ma so quanto può essere bagnato e quanto gelato, il

             S  i l e n z i

UN TE’ PER DUE

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Valeria mi chiama al telefono.
La nostra conoscenza non è molto profonda; anzi è piuttosto superficiale.
Mi chiede se possiamo vederci, per una tazza di tè, alla pasticceria del viale.
Accetto, un po’ sorpresa, ma è chiaro il suo bisogno di parlare con qualcuno.
Infilo un jeans e una felpa, salgo in auto e la raggiungo.
La vedo subito, seduta a un tavolino all’angolo, accanto all’esposizione delle confezioni regalo della pasticceria. I capelli biondissimi sciolti, gli occhi chiari cordiali, qualche lentiggine sulle pelle bianchissima. Niente trucco, solo un lucidalabbra leggermente rosato sulla bocca carnosa.
Le mani sono giunte, sul tavolino, le unghie corte, ben curate, smalto trasparente, incolore.
Il motorola posato di fianco, le chiavi dell’auto e una borsa Furla.
Si alza, mi abbraccia delicatamente, mi sorride e mi invita a sedere.
Ordiniamo un tè.
Mi racconta tutto d’un fiato che ha un compagno, con cui divide la casa, il letto, il bagno, ma … non la vita.
Lui si è rivelato un uomo possessivo, geloso, affettivamente esigente, soffocante; non vuole che lei lavori perché è geloso anche del suo amore per il suo lavoro. Esige sempre più spesso una cena curata, la casa in ordine, maggior presenza.
E poi vuole un figlio che, alla luce dei fatti, secondo Valeria, potrebbe rappresentare una garanzia e non un autentico desiderio.
In poche parole non accetta di non essere il solo a rappresentare il centro della sua esistenza.
Incapace di accettare la libertà di Valeria, è diventato anche aggressivo: qualche volta la offende per piccole cose e pare provochi di proposito delle discussioni per piccoli fatti senza importanza.
Valeria dice di aver sempre saputo che per lui l’idea di coppia è un modello simbiotico, basato su una sorta di dipendenza reciproca, un rapporto che vede la vita dell’altro come la metà della propria. Ma lei era innamorata, affascinata da questo bisogno di esclusività, rapita dall’idea dei due cuori e una capanna ma dopo i primi tempi, cioè dopo il momento magico dell’innamoramento è .. crollata la capanna e sono rimasti due cuori e nemmeno tanto messi bene….
All’inizio, racconta di aver rinunciato a sé stessa, alla sua identità per paura di perderlo: per fargli piacere, per farlo felice accettava ogni cosa e si imponeva di credere ai credo di lui.
Sorseggio il tè e le domando se si è mai chiesta se fosse vero amore, l’amore di un uomo che le chiedeva giorno dopo giorno rinuncia ed abnegazione.
Se avesse mai provato a spiegargli che essere indipendenti non significa non amare o amare poco…
Si, certo, ne hanno parlato… ma lui non capisce perché "prima" funzionava e adesso non funziona più’.
Già – penso – una visione cosi’ idealizzata dell’amore non può durare e soprattutto non ha niente a che vedere con la realtà.
Le rispondo che non sono la persona adatta per aiutarla ma se vuole possiamo prendere di nuovo un tè insieme in futuro.
Mi domanda qual è la mia idea di coppia e le rispondo che per me una coppia sono due persone che scelgono di percorrere insieme un cammino, ma che non è mai simbiosi. Simbiosi è fusione… e annullamento. Imbrutimento, chiusura verso il mondo. Isolamento.
Il giardino segreto di ciascuno è un luogo da rispettare…. e da accettare.
L’equilibrio di una coppia è impossibile, senza il rispetto degli spazi, dell’autonomia di entrambi e di quel giardino che è solo nostro. Intimamente nostro, dove se invitati si può passeggiare ma sempre in punta di piedi … e fin dove ci viene concesso.
Cio’ che è comune è uno spazio, un terreno, grande, immenso, importante dove si coltivano grandi cose, obiettivi comuni, il quotidiano… Sorrisi, lacrime. Gioie, dolori, passioni… Ma è un luogo a sé stante.
E quello che chiamiamo equilibrio, è un equilibrio mobile, in continuo movimento e che ogni giorno si rinnova, consapevolmente, in modo maturo e responsabile. Si hanno responsabilità verso l’altro per ogni azione, decisione e scelta ma prima di tutto ognuno le ha nei confronti di sé.
Facile? No, non lo è per niente.
Ma la vita stessa non è una faccenda facile, ogni rapporto importante non è mai una faccenda facile.
E l’equilibrio non è per niente qualcosa di facile. Tutt’altro. Ma forse, per non vivere grandi disicanti bisogna imparare ad evitare gli incanti.

Qualcuno che ci chiede di rinunciare ai nostri sogni, alle nostre passioni, alle gratificazioni piccole o grandi della vita, del lavoro., ai nostri amici:, uccide giorno dopo giorno la voglia di vivere, la creatività, la fantasia …  puo’ essere un amore?

Salgo in macchina e mentre mi dirigo verso casa e mi rimprovero mentalmente per la mia presunzione: perché la mia idea di coppia debba essere "giusta" e quella del compagno di Valeria "sbagliata"?
.
C’è una cosa che rappresenta il mio pensiero, che condivido dalla prima all’ultima parola.
E’ di Kahlil. Gibran:

Allora Almitra di nuovo parlò e disse:
Che cos’è il Matrimonio, maestro?

E lui rispose dicendo:
Voi siete nati insieme e insieme starete per sempre.
Sarete insieme quando le bianche ali della morte disperderanno i vostri giorni.
E insieme nella silenziosa memoria di Dio.
Ma vi sia spazio nella vostra unione,
E tra voi danzino i venti dei cieli.

Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore:
Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.
Riempitevi l’un l’altro le coppe, ma non bevete da un’unica coppa.
Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.
Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia solo,
Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.

Donatevi il cuore, ma l’uno non sia di rifugio all’altro,
Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.
E siate uniti, ma non troppo vicini;
Le colonne del tempio si ergono distanti,
E la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro.

SERE SERENE

tempo

Piacevole
trovarsi una sera a cena, davanti a una fajita e una bottiglia di vino a parlare.
E’ bello qui. Mi piace l’arredamento etnico, le luci mai troppo alte. E d’estate è bello il terrazzo con le piccole candele sparse sui muretti.
Sorridono, parlano del presente ma anche di qualche ricordo. Anche di qualche sapore, odore. E del Tempo.

Lui
bel ragazzo prima, bell’uomo adesso con l’aria da ragazzo; il tempo non ha voluto cancellare quei tratti delicati di ragazzo o forse non è riuscito a farlo.

Loro
molti anni fa, una storia, fresca, senza alcun progetto, senza promesse né aspettative, senza legami. Una storia di amicizia con qualcosa in più, nata a Roma o meglio in viaggio per Roma, sul treno.

(i Treni e il Tempo … sempre,  nel Tempo di lei)

Il Tempo
e poi una vacanza insieme: Iugoslavia (allora si chiamava così), in giro per campeggi con la piccola tenda. Il mare, il sole, la pelle abbronzata. Le notti intere sotto le stelle a parlare, o in silenzio.

Incontri
Paul, Stefan ..  Branko. Jasna. I giorni a Sarajevo, la casa di Branko. I quartieri. La gente. I vetri colorati di Branko tra gli scaffali di libri i vasetti di acrilico.

Lei
i viaggi di poi. Austria: Vienna, Salisburgo. La storia con Paul. L’asilo politico e Stefan. Bucarest. La paura nei loro occhi ma anche la gioia. Nei loro occhi.

Il Tempo
Ritrovarsi. Di nuovo. Amici. Di nuovo.

Il Tempo ancora.
Lei e un Dolore grande. E le sue finestre chiuse. Sul mondo. Lei sola. Lui da un’altra parte con quell’amore strano e poi…. più niente.

Il Tempo ancora….. E poi … Il Tempo… Quanto Tempo!
E poi un giorno … quando? 4 anni fa? S’, forse: mio Dio.! Quanto ti ho cercata! Ti avevo perduta.. non sapevo più come trovarti! Dove abiti adesso? Che fai? Vediamoci! Domani!  Ti vengo a prendere in stazione. Domani sera, va bene? Cena?
Cena.

Lei arriva, lo vede, sulle scale. Lui sorride – Ciao –
E un bacio sulla guancia. Semplicemente, come se si fossero visti solo tre giorni prima.
Erano passati ….. 10, 12 anni? Quanti?
– Che bello rivederti – Si, è bellissimo.

Lei
(Sorride mentre ricorda)
Pensa al suo compleanno di due anni fa: lei in auto mentre guida, diretta verso la montagna e lui al cellulare: – Tesoro, sei seduta? – E a squarciagola: “tanti auguri a te, tanti auguri a teeeee… “

Adesso:
loro: di tanto in tanto si rivedono. Ed è bello.

PS
non sono molto cambiati. … Sono cambiate le cose.. Molte cose… Ma molte altre per niente. Il sorriso di lui è lo stesso ….
Lei si domanda: – chissà se anche io mio ……. –
Pensa di chiederlo a lui ma poi …. lascia perdere. Non è importante…
No, non lo è.

CONDIVISIONE FLOREALE

DSCN07080594

MI E’ STATO DONATO QUESTO FIORE

Mi fa piacere condividerlo in questo spazio

Grazie, L.

 

 

nota del 14.01.2016:

ogni tanto passo i vecchi post, e ogni tanto trovo che qualche fotografia manca. Ciò è dovuto a due cause: la prima per via del trasferimento da Splinder a WordPress. L’altra possibile riguarda le immagini trasportate per “link”  quindi ovviamente dalla rimozione o trasferimento dei siti stessi. Qui c’era un fiore che si è “perso” in quanto era contenuto in Splinder. Mi spiace. Non posto un’altra immagine perchè fu quel fiore e non un altro a dare origine al post.

Celeste

ABISSI CELESTI

controluce

Tra me e la mia coscienza
c’ è un abisso
nel cui fondo invisibile scorre
il rumore di un fiume lontano dai soli,
il cui suono reale è cupo e freddo –
Ah, in qualche punto del pensare della nostra anima,
freddo e scuro e incredibilmente vecchio,
in se stesso e non nella sua dichiarata apparenza.

Il mio ascoltare è diventato il mio vedere
quel sommerso fiume senza luogo.
Il suo rumore silenzioso libera sempre
il mio pensiero dal potere del mio pensiero di sognare.
Una temibile realtà appartiene
a quel fiume di mute, astratte canzoni
che parlano della non realtà
del suo andare verso nessun mare.
Ecco! Con gli occhi del mio sognato sentire
io sento il non visto fiume trasportare
verso dove non va tutte le cose
di cui è fatto il mio pensiero – il Pensiero
in Sé, e il Mondo, e Dio, che
fluttuano in quell’ impossibile fiume.

Ah, le idee di Dio, del Mondo,
di Me stesso e del Mistero,
come da uno sconosciuto bastione colpito,
scorrono con quel fiume verso quel mare
che non ha raggiunto né raggiungerà mai
e apparterrà al suo moto legato alla notte.
Oh, ancora verso quel sole su quella spiaggia
di quell’ inattingibile oceano!

L’Abisso – Fernando Pessoa

VIA COL VENTO?

kite1danza nel vento
Siamo abituati, ci hanno abituati, o forse è un’esigenza di questa nostra epoca, ma diamo un “senso” a tutto.
Le cose, tutte le cose devono trovare una “giusta collocazione”.
Sentimenti ed emozioni compresi.
Creiamo delle cartelle, ci mettiamo dentro i files dopo averli nominati, taggati, classificati.
Lo facciamo con quella cosa che chiamiamo, per semplificare, anima (senza entrare nalla filosofia per carità).
Ed è così che quella cosa muore. Anzi non nasce mai. Perché non conosce la libertà, le vengono negate o legate le ali. Il respiro. Le viene negata , con la libertà di essere, l’esperienza della Vita.
Per me, da piccola, l’anima era una “cosa” bianca (ovviamente …. ) che sta nello stomaco, appena sotto lo sterno. E la visualizzo così anche adesso. Ha una forma grande più o meno quanto un fazzoletto e contorni irregolari.
Abbiamo bisogno di dare una forma, materiale, alle cose immateriali. Possibilmente anche un colore, e abbiamo bisogno di collocarle, ordinarle da qualche parte, assegnare ad esse un luogo idoneo, un posto nello schedario, nello scaffale, nella scatoletta. Niente di più terribile, a pensarci bene… Terrificante.
E così, a questa parte di noi che è Vento, Soffio, Respiro, viene chiesto di rispondere a regole, convenzioni, leggi.
Una persona “perbene” non può lasciar vivere le proprie emozioni, bensì deve controllarle, incanalarle nel greto giusto, quello che ben si sposa con la morale, l’etica, il buon gusto, la convenienza, quella socialmente approvato e dichiarata “giusta”.
Se le emozioni .. tracimano, ecco che cadiamo nel peccato, nel cattivo gusto. Nello sconveniente, inopportuno, nel fuori luogo….
Allora?
Questo post non è niente altro che una riflessione ad alta voce.
Come nella canzone di De Gregori “non c’è niente da capire”.

Bè .. io non voglio incatenare la mia anima.

Ma lasciare l’anima libera a volte fa male. A volte tanto male.
Perché può sfuggire al nostro controllo? Sì.
Perché può farci soffrire? Sì.
Perché può essere destabilizzante e strapparci dalla rassicurante campana di vetro sotto la quale siamo al sicuro, al calduccio? Sì.
Perché può spazzare via le certezze (poche) e seminarci la strada di dubbi (tanti)? Sì.
Perché il Vento quando soffia mescola odori, trasporta spezie, profumi di fiori e di bosco, di pioggia e di terra a volte inebrianti da far girare la testa? Sì.
Perché mescola le nostre cinquine perfette, scritte con bei caratteri ordinati? Sì.
Perché gioca con i colori, con i sapori, con i sudori e stropiccia, sciupa, spettina i nostri progetti, ben allineati come tanti soldatini, creando un caos terribile? Sì.

.
Ma se tutto ciò che spettina, disordina, mescola fosse solo un Vento che una volta passato lascia solo distruzione e macerie? Un Vento di illusioni, di odori magari forti, impregnanti, coinvolgenti, avvolgenti, affascinanti, intriganti di Sogni e di Mistero, denso ma di quelli che una volta svaniti non lasciano nemmeno il sapore nella bocca?
.
E allora che fare?
C’è lo scaffale, con l’etichettatrice pronta. C’è l’alambicco. Accogliente, con l’etichetta appiccicata sopra, bianca, nuova.  E c’è il Vento.

E l’anima. Ma non tutti la sentono… E altri ancora meno sentono quando manca.

PS
E poi ci sono i Treni, il Tempo e l’Anima
Nei treni, lungo le Ferrovie.. .  Treni che solcano il Tempo e la Storia.
Quanta anima c’è? Quanta Poesia c’è? Nei ferri vecchi… Nelle caldaie a carbone che c’hanno dentro la Storia di uomini e donne. Amori passati sui binari… Addii…. Lavoro… Stanchezza…. Membra stanche che tornano a casa.. L’odore di minestra …. Le braccia di una donna stanca… L’amore stanco… Quello che appaga per qualche istante. Che addormenta e consola.

E poi ci sono i sassi, il Tempo e l’Anima. Nei sassolini di un arenile di una sera di agosto.
Sai.. uno è rimasto in una tasca…

E poi c’è sempre lui. Il Dolore. Soffio dell’anima insieme all’anima.
E le finestre. Tutte le finestre della mia vita e quelle della mia anima.

Ma il Dolore è il Vento e il Vento è Dolore.

E il Vento è sapore….. Ma il Vento è scompiglio… E allora?

Giro giro tondo …………

la-fata-del-vento


CLAUDIO ED IO …  UNA PRECISAZIONE DOVUTA.

mmmm… Ho ricevuto alcuni complimenti per il post sottostante ma temo sia nato un equivoco. Il brano in testa NON è un mio scritto bensì il testo di una canzone di Claudio Lolli. Lo dico, nello scritto sottostante il testo di Claudio, ma è evidente che non era chiaro. In ogni caso ringrazio a nome di Claudio Lolli e anche a nome mio perchè è una canzone che da molti anni amo tanto e che in qualche modo mi somiglia. Inoltre è una canzone, insieme ad altre del repertorio di Claudio, legata ad un periodo molto speciale della mia vita e a qualcuno che è stato molto speciale. Claudio Lolli è un cantautore poeta o forse un poeta cantautore non commerciale; ha fatto scelte diverse da altri e ha cantato alcuni aspetti della vita, i più inquietanti forse, tutti uniti dallo stesso filo ovvero la rabbia per l’ipocrisia, la falsità in una società per cui in quegli anni cominciava a valere l’avere e l’apparire piu’ dell’essere. Uno dei pochi che ci ha creduto veramente e che ha annusato la perdita di valori in un mondo che stava cambiando velocemente e inesorabilmente, precipitando verso un magma di plastica, e di silicone, lifting delle anime di molti.  E aveva ragione. Una specie di Giorgio Gaber ma privo dell’ironia che ha contraddistinto Giorgio. Istruzioni per l’uso? Non ascoltare se depressi….  Può avere effetti collaterali notevoli. Ma lo dico con affetto. Ciao Claudio.

TELA DI RAGNO

notte

C’è come una tela di ragno diceva, in cui mi sento prigionera,
ho sulla pelle qualcosa o qualcuno che senza stancarsi mai ci lavora,
mi copre di fili d’argento e mi lascia da sola a camminare in mezzo alla gente,
vivere in fondo non è necessario, ma certo non è sufficiente.
Ed è per questo, diceva, che io per me preferisco non dover scegliere mai,
l’inizio o la fine e nessuna storia, la serenità non sa convivere con la memoria.
Non mi sono mai conosciuta, diceva, e scommetto che non mi conoscerò,
non saprei mai rigirarmi nei miei angoli ottusi, nei miei angoli acuti,
preferisco svegliarmi per caso di notte e poi sparire in bocca al metrò,
io preferisco i mesi agli anni, le ore ai giorni, i secondi ai minuti.

Ed è per questo, diceva, che io non avrò paura di non aver niente da dire
e di non credere mai a quello che dico, di essere sola o di avere più di un amico.
Nei buchi neri del mondo è difficile perdersi completamente,
c’è sempre un momento in cui si ritorna con le mani nervose a domandare di niente,
ma lei c’è riuscita, diceva, non credo che ti ricorderai,
mentre ridendo mi lasciava una busta con scritto non aprire mai.
Ed è per questo che noi da oggi, abbiamo smesso di cercarla,
avrà certo fatto ancora molte volte l’amore,
avrà certo passato il confine straniero,
starà certo aspettando da sola il suo grande sospiro.

Perchè ci sono parole che restano dentro per sempre. Perchè una volta sono caduta con le mani sopra i ricci del castagno e qualcuno sorrideva. Perchè si ricordano gli attimi e non i giorni (Cesare Pavese) E perchè si ricordano gli odori e non le cose (Celeste) E perchè accidenti certe sere fa male.. E poi perchè qualche volta la malinconia è insostenibile e assurdamente dolce. E poi perchè spalmato sul cuore il pensiero di una voce diventa come una ragnatela che imprigiona incatena incolla. Inchioda. Perchè accidenti alle troppe stelle e poi anche alle stelle quando sono poche… E agli universi paralleli speculari e anche ai buchi neri. Del cielo e dell’anima. Accidenti anche alla musica… Già.. la musica.. Il potere della musica e delle parole.. Delle melodie… Ti riportano in luoghi arrotolati dentro, accucciati, accartocciati. Ti accaezzano o ti graffiano. Accarezzano come questo bicchiere… Graffiano come alcune parole scritte. Coccolano… Mmmm poco… O forse si.. a volte anche… Dipende da quanto è rimasto nel bicchiere… Eravamo al mare, quella volta…  La spiaggia aveva la sabbia nera, nerissima…. Bè… che c’è? E che ne so! Penso alla tela di ragno… Ai voli senza segni nel cielo. E poi penso alle cose non dette alle parole non scritte, ai respiri trattenuti. A quelli soffocati. Alle lacrime bollenti. Alla voglia di urlare. E alla voglia di pioggia… Hai presente la voglia di pioggia? Ecco.. quella che ti fa correre all’inizio ma poi la senti, come una carezza, come una benedizione. Come un risveglio. La voglia di pioggia per rinascere… rinnovare… La voglia di pioggia che fa odorare il bosco di buono, di legna.. Hai mai annusato un bosco mentre piove? E la terra… con i bulbi affondati.. I bulbi dei narcisi, dei giacinti. E l’odore delle rose quando piove? O quello dei pini?. Ma stasera non piove.. allora perchè scrivo della pioggia? Potrei uscire, stasera, vedere se ci sono le stelle… Le stelle.. le mettono ovunque.. Nelle canzoni nelle poesie. Le mettono gli amanti nelle lettere… Le disegnano i bambini…. Le stelle dei baci perugina, quelli del Negroni. Le stelle del Piccolo Principe.. Ricordi, il signore che incontro’ il Piccolo Principe, quello che comperava le stelle? Poi le stelle del cinema. E quelle della bandiera americana… Povere stelle… Stelle sui tessuti… Stampate sulle magliette. Sulla carta igienica. Sulla carta di Natale. Bene… comunque se ci sono le stelle non ci sono le nuvole.. In genere. Ora che ci penso non so nemmeno che luna ci sia stasera. Luna… Ricordo: la luna spalmata nel mare.. sembrava sciogliersi…. Era estate. Una sera d’estate perfetta con il mare perfetto, temperatura perfetta. Solo il Tempo non era perfetto perchè… non si è fermato. Ma è giusto così. Il Tempo… la mia ossessione, la fonte di tante ore sveglia a pensare, a pensarmi. A pensarti. A pensarli. Ci va il tempo, si dice qualche volta con R . C’è un foglio, A4, nel mio cassetto e c’è un disegno… Era in pdf… Sotto c’è scritto   -ci va il tempo- .   Si accidenti ci va il tempo… E intanto il tempo va.. Scorre… Sembri nata ieri, piccola mia… Eppure hai 5 anni e dici un sacco di cose, conosci tante cose… Fai solo qualche errore, parlando. E vorrei che non lo perdessi mai, il tuo "perserve questo?" Ma ancora poco e non lo dirai piu’. Eri piccolissima, in quella scatola di vetro mentre dormivi, nuda e rosa come un fiore appena nato. Basta…. finisco questo vino (o forse no) … Ci sono dei passi che vorrei ascoltare e sono i miei, in quel vicolo…  Magari mentre piove. O forse no. COmunque di notte.. Si, vorrei esserci di notte… La voce che risuona tra i vicoli meno conosciuti. E  poi i miei tacchi a braccetto di quella .. follia che mi distingue. Da sempre e che trova asilo nella tasca del dolore. Ogni tanto trasloca in quella dei rimorsi… saltellla, infine, in quella dei rimpianti. Accidenti alle tasche, ai saltelli.. A questo post.  A questa canzone, la piu’ bella, per me, di Claudio Lolli, ma anche la piu’ "mia", Quando sono diversa, ora, da così? O forse sarebbe meglio chiedersi soltanto "quanto sono diversa?" Non lo so.. Faccio bilanci per vivere… Il mio è rimasto incompleto… e non so se quadrerà.. Tu lo sai che la differenza tra attivo e passivo è un utile o una perdita? Si?…. Ora finisco il vino… vuoto il bicchiere e tu, che stai passeggiando qua.. spero ti sia rotto prima, molto prima di arrivare fin qui, in questo punto di questo sproloquio. Ma è musica che sprofonda.. Che affonda. O forse sono io ad affondare.. sprofondare. Ma dove? Accidenti a tutto. Al mondo. E soprattutto accidenti a me………….. 

UNA FINESTRA SUL MIO CORTILE

(foto: celeste)

Le lenzuola venivano stese sul terrazzo, al piano superiore della casa di ringhiera.  Il terrazzo era assolato per tutto il pomeriggio e separava la stanza da letto dei nonni da quella della signora Elisa e dei suoi due figli.

Andavano raccolte appena asciutte, le lenzuola della nonna altrimenti diventavano troppo rigide.
La bambina saliva con lei, la seguiva reggendo il cestino delle mollette di legno e poi aiutava la nonna a piegare le lenzuola. Una volta piegate in modo da formare una striscia, dovevano essere tirate:  lei da una parte, la nonna dall’altra tiravano, al tre della nonna. In questo modo sarebbero state più docili e pratiche sotto il ferro da stiro.

L’odore sul terrazzo era lo stesso che profumava l’aria quando la nonna lavava i panni d’estate, in uno dei tre lavatoi di pietra che stavano nel cortile, a ridosso della scala, anch’essa di pietra,  che portava di sopra: era quello del sapone di marsiglia. Lo stesso odore dal quale non si sarebbe mai separata, negli anni, e che sarebbe stato sempre presente nella lavanderia della sua casa di donna adulta.

La casa dei nonni era composta da due stanze disposte su due piani della casa di ringhiera;  al piano terra la grande cucina e al piano superiore l’enorme stanza da letto, dalla quale per accedere bisognava uscire in cortile, attraversarlo per una parte e salire la scala di pietra.

Quando dormiva dai nonni in inverno adorava salire in camera da letto, la sera, con la candela; il nonno possedeva una torcia a pile ma lei si divertiva un mondo con quella piccola bugia in mano e la candela di cera bianca, attenta a non spegnere la fiamma.  I nonni portavano di sopra anche una brocca di metallo smaltata di colore bianco con il bordo blu, colma di acqua fresca e un uovo di rame contenente acqua precedentemente scaldata sulla stufa di ferro di cucina.

La brocca di metallo veniva posata sotto il catino, di fianco agli asciugamani di lino bianco con le frange; l’uovo di rame veniva sistemato dentro al letto, per riscaldarlo. Dormire dai nonni era una gioia che si rinnoava quasi ogni fine settimana. Nella casa dove lei viveva con i genitori c’erano i termosifoni e la lavatrice: anche i nonni avevano la lavatrice ma la nonna amava usare il lavatoio di pietra in estate dove anche altre donne lavavano e chiacchieravano. A volte la nonna cantava, lavando i panni. Lei e altri bambini giocavano nel piccolo cortile disegnando percorsi con il gesso, o con le scaglie di sapone e le bambole. Con Ivana, la figlia della Signora Elisa giocava spesso “alle signore” utilizzando le scarpe con i tacchi delle mamme, i rossetti per le labbra quasi terminati, le collane e gli scialli della nonna lavorati all’uncinetto legati alla vita per farne degli abiti di gran sera.

La porta di ingresso della cucina dei nonni apriva davanti ad un piccolo marciapiedi che il nonno delimitava, in estate, con gli oleandri, contenuti nei grandi vasi di cemento; ai davanzali delle finestre fiorivano grossi gerani rossi che il nonno strappava dalle terra quando era il tempo e li appendeva nella cantina per poi rinvasarli l’estate successiva. Anche la cantina della casa del cortile aveva un fascino particolare; lei scendeva a volte con il nonno per prendere le bottiglie di spuma, la cedrata, l’aranciata; là c’era la terra battuta e dentro ogni piccolo vano una lampadina penzolante. La porta erano delle assi di legno inchiodate, chiusa con un lucchetto.

 

L’odore era un misto di muffa, di umido e di terra. Anche questo odore sarebbe rimasto nelle narici negli anni a seguire.
La nonna aveva due grandi armadi e un comò con 4 cassetti; sopra ci stava una striscia di pizzo bianco e una scatola d’argento, molto lavorata, con dei piccoli piedini e, incastonate sul coperchio, delle pietre di turchese.  E’ lo stesso comò che ora è sistemato nella casa in cui vive adesso. In quel comò la nonna riponeva la biancheria pulita. Ogni pomeriggio alla stessa ora la nonna preparava la camicia stirata di fresco per il nonno che usciva per la consueta partita a scopa.
Lei allora stava a guardare il nonno mentre si radeva, con calma e attenzione. Poi indossava la camicia azzurra, la cravatta e la giacca e lei gli versava alcune gocce di acqua di colonia sul fazzoletto. Poi una volta pronto, il nonno usciva, baciando ogni volta la nonna, sorridendo timidamente: forse di vergognava un po’ di quella tenerezza ma se la nonna non gli porgeva la guancia lui non usciva di casa e faceva finta di essersi dimenticato qualcosa che non riusciva a ricordare.

A volte, durante il pomeriggio, la nonna cuciva, seduta alla vecchia macchina per cucire di ferro nero, con la scritta dorata e lei sedeva accanto. La nonna le dava una pezzuola e un ago con la punta arrotondata e un piccolo ditale dorato con una madonnina di Lourdes appicicata. Quel ditale, dopo molti anni, sarebbe stato protagonista di una curiosissima e tenera storia che forse un giorno racconterò.

Quella bambina bionda, non ha mai smesso di vivere con me.
Mangia alla mia tavola, mi cammina accanto.
Dorme al mio fianco e sogna con me.
A volte, forse sembrerà strano, ma lei ed io facciamo gli stessi, identici sogni.

.

 

 

L’AMORE CON IL SAPORE ….

sapore 

Un “post”  frivolo e ache un tantino idiota  (giusto un filo, per carità! ) … ma tant’è! 

Oggi siamo alla disperazione: software che non funzionano, assistenza che non assiste.  In questo clima disperato  è nato un dibattito, partendo da una discussione sulle calorie dei cibi (le donne sono spesso a dieta) e, parlando dello yogurt  (che è buonissimo) di cui al famoso “fate l’amore con il sapore” il sondaggio è stato: 

Sesso o yogurt?

Bè.. io senza esitazione ho risposto: YOGURT!

     Eh !          

L’ATTIMO FUGGENTE

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Mi piace molto la poesia e mi piace molto la fotografia. 

Non si tratta affatto di cose differenti: esse sono semplicemente diverse forme di un linguaggio.  Il linguaggio fotografico sconfina nella poesia ed è capace di suscitare emozioni “di pancia”.  Trovo che la fotografia sia una delle tante forme di espressività poetica, come lo sono la musica e la pittura. 

L’immagine vive nel momento dello scatto, si offre al terzo occhio che la desidera, la cattura e la rende immortale. La musica e la pittura nascono dalla mente del musicista e del pittore che le scrivono, donando a quell’idea l’eternità. 

La fotografia può fortemente suggestionare e lo fa in modo immediato, con i colori oppure in bianco e nero; in questo caso lo fa attraverso i soggetti ma anche e soprattutto attraverso la luce; mi piace pensare che sia la luce a scrivere poesie. 

Suggestiona e seduce colui che scatta per poi sedurre coloro che guardano l’immagine catturata, stampata,  resa ormai eterna. 

Penso al “Collezionista di Tramonti”: un uomo catturava tramonti e li conservava in barattoli perchè nessun tramonto è uguale ad un altro. Donava pertanto ai tramonti catturati, quell’eternità sostituendola all’attimo fuggente. 

Trovo affascinante il terzo occhio che guarda e vede … E sente. 

Il terzo occhio che pulsa, afferra l’istante, lo ferma, lo inchioda facendolo suo per sempre mentre i sensi si concentrano e si condensano in quell’unico attimo. 

In quel momento chi scatta trattiene il respiro, la pelle è tesa, le tempie pulsano, l’aria viene quasi masticata nell’attesa dell’istante perfetto. Nell’attesa di quel magico frammento di Tempo che sta per essere reso immortale.

In tutto questo c’è tensione. C’è amore. C’è erotismo.

Non segnalo mai nulla, in questo spazio. Credo di aver parlato solo del Mulino di Amleto, un blog a me caro e che spesso mi ospita.

Desidero però riportare un link. Sono foto a mio avviso molto belle.

Ma soprattutto mi emozionano. Molto spesso non ritraggono paesaggi bensì  particolari; una serratura, un catenaccio, una parte di di barca. Una finestra con una tenda di pizzo intagliato, a custodia di intimità antiche. Un pezzo di ferro ruggine e fiori bianchi come la neve.  Io ci trovo Poesia. La mente è costretta a un gioco, quello del ricordare, associare e produrre e ri-produrre attraverso il ricordo, emozioni, sensazioni e perfino odori. Sì, una fotografia può collocarti in un preciso momento della vita e ti può far sentire perfino gli odori di quel giorno. Ti prende la mente per mano e l’accompagna in luoghi del passato dove risiede una parte del tuo Tempo e ti accorgi che è sempre stato là. Ti aspettava forse. Aspettava che tu tornassi da un momento del futuro.

Concludo con un pensiero  molto bello che ieri un’amica mi ha consegnato e che si accosta ai miei pensieri di adesso, circa gli attimi, il Tempo e le cose: tutto ciò che è qui, è altrove e tutto ciò che non è qui, non è da nessun’altra parte. 

Di seguito i links annunciati con una premessa: lui non sa di questa mia … spifferata… Spero sia d’accordo… Ciao Branz. Buonissimo fine settimana.

http://www.flickr.com/photos/lucianophoto

oppure:  http://www.flickr.com/photos/branzinoalsale

IL PERICOLO CORRE … SENZA FILO.

difficile

Sono rimasta qualche giorno a casa a causa dell’influenza; quando accade sono in contatto con lo Studio anche attraverso Skype. Skype è usato, dallo Studio per comunicare con alcuni clienti, anche tra membri dello studio stesso essendo disposti su due piani non direttamente comunicanti.
Skype permette la trasmissione di files e di messaggi in modo più immediato rispetto alla stessa posta elettronica e permette di lasciare un messaggio anche se il destinatario non è immediatamente disponibile; insomma i vantaggi sono parecchi primo fra tutti, appunto, l’immediatezza.
Inoltre via skype si tengono lezioni, anche universitarie, corsi di formazione, aggiornamenti e così via. E Skype, come qualsiasi altra chat può essere usata per qualsivoglia scopo e da chiunque. 

Ieri pomeriggio, dunque, mentre ero collegata e con l’accesso effettuato a Skype, si apre una finestrina di dialogo con la richiesta contatto: appare nome cognome, una emoticon -una faccina-  che saluta con la manina e il seguente messaggio: 

"Ciao sono Laura (userò Laura per ovvie ragioni). Mi piacerebbe conoscere nuovi amici. Se ti va di parlare con me, contattami. La web non funziona per cui posso solo chattare.

Per pura curiosità vado a vedere il profilo: Laura trattino 1996, luogo di residenza (paese e provincia). Ricostruisco a memoria la conversazione: 

C: ma quanti anni hai?
L: 12
C: ah… quindi 1996 è l’anno di nascita.
L: Si
C: ma sei una bambina 
( pausa)
L: No. Sono una ragazza.
C: ah si.. è vero. Scusami.
L: e tu, quanti anni hai?
C: Bè… potrei tranquillamente essere la tua mamma.
L: cioè… quanti anni hai?
C: oltre 40
L:  Urca!!! sono tantissimi… 
( ehhhh)
C: Senti Laura… forse te lo hanno detto, spero di si… ma credo che tu debba fare attenzione con questi mezzi… Intendo con le chat.
L: xchè ? per i virus?
C: Non esattamente. Non è questa la ragione per cui ti sto raccomandando attenzione.
L: allora xchè?
C: Senti Laura… non ci sono solo brave persone, che girano in chat, in internet etc
L: Ahhhhhhhh Siiii lo so… ho già ricevuto un paio di e mail da parte di un pervertito.
C: Perché, hai dato ANCHE la tua e mail? Hai nel profilo il tuo nome, cognome e paese…
L: sì, mi ha scaricato skype il papà di una mia amica e lo ha fatto così: io e la mamma non eravamo capaci di scaricarlo.
C: ascoltami Laura: non voglio fare la rompiballe ma TI PREGO non dare alcuna informazione di te. MAI…
L: ahhhh siii sapessi cosa succede nella mia scuola !!!!  
C: che classe fai?
L:  la 2B (media)

La conversazione è all’incirca stata questa e si è conclusa con la mia preghiera di fare attenzione e di parlare con i suoi genitori di quelle e-mail e di cosa accade a scuola (di cui naturalmente non ho chiesto nulla). In pochi istanti mi ha detto la classe che frequenta, la sezione.  Il suo nome, cognome e luogo di residenza sono nel profilo. 

E io ……  potevo essere il mostro di Milwaukee.

A TE

 aquila

Quando sei giù, pieno di problemi
e hai bisogno di un aiuto
e niente, niente va nel modo giusto
chiudi gli occhi e pensami
e subito io sarò là
per illuminare anche le tue notti più buie

semplicemente urla il mio nome
e sai che ovunque sarò
verrò di corsa per rivederti ancora
inverno, primavera, estate o autunno
tutto ciò che devi fare é chiamare
ed io arriverò, si
tu hai un’amica

se il cielo sopra di te
dovesse diventare scuro
e pieno di nuvole
e se quel vecchio vento del nord
iniziasse a soffiare
mantieni salda la tua testa
ed urla forte il mio nome
e subito busserò alla tua porta

semplicemente urla il mio nome
e sai che ovunque sarò
verrò di corsa per rivederti ancora
inverno, primavera, estate o autunno
tutto ciò che devi fare é chiamare
ed io arriverò

non é bello per te sapere che hai un’ amica?
la gente a volte è così fredda
ti feriranno e ti inaridiranno,
beh, prenderanno la tua anima,
se glielo permetterai 
ma tu non lasciarglielo fare

semplicemente urla il mio nome
e sai che ovunque sarò
verrò di corsa per rivederti ancora
inverno, primavera, estate o autunno
tutto ciò che devi fare é chiamare
ed io arriverò, si
tu hai un’amica, tu hai un’ amica
non é bello per te sapere che hai un’amica?
si, si, tu hai un’amica.

(James Taylor – modificato al .. femminile, per te, che stai dall’altra parte del… volo)

POST-IT

post it

 


 

Flavia esce dal lavoro: un impiego a sei ore, orario continuato. L’ideale per chi ha figli piccoli, e non vuole o non può non lavorare. Poi i bambini costano, c’è il mutuo, le rette della scuola. Lo sport. Guarda l’orologio, scende dal bus imprecando per aver rotto il secondo collant,  sale in auto e si precipita alla scuola materna dove preleva Marco, il bimbo più piccolo.
Salgono in auto e via di corsa a scuola; alle 16,30 esce Chiara, che frequenta la prima elementare.
Una sosta dal panettiere: bisogna far scendere anche i bambini; di questi tempi è bene non lasciarli in macchina. Piove ma bisogna scendere: slaccia la sicurezza del seggiolino di Marco, prega Chiaretta di scendere da sola e di non allontanarsi dall’auto:“ nemmeno un metro mi raccomando”.Nel frattempo la pioggia diventa un diluvio ma il pane a Luca piace fresco. E anche a lei.
Entrano tutti dal panettiere dopo cinque minuti di operazioni varie tra sportelli, cinture, borse e ombrelli.
Ci rimangono cinque minuti. Poi si ripete tutto all’inverso; Flavia e i bambini risalgono in macchina, cinture di sicurezza, seggiolino, ombrello, borsa. I vetri sono appannati, non si vede niente e piove a dirotto.
Rientano in casa che sono le 17.05.
Flavia spoglia i bambini, infila loro una tuta, prepara due fette di pane e nutella.
Si raccoglie i capelli fissandoli con una matita e apre la cartella della bambina: un’occhiata al diario, ai compiti, alle comunicazioni delle maestre.
Mentre i piccoli fanno merenda approfitta per togliersi gli abiti e infilarsi a sua volta una tuta da ginnastica. Torna in cucina e si avvia ai fornelli. E’ ora di preparare la cena.
In salotto succede il finimondo: Chiara e Marco si contendono, come ogni sera, il telecomando della TV .
Una telefonata a sua madre per sapere come sono andate le visite mediche e se le occorre qualcosa: è anziana, sola e non del tutto indipendente. Una seconda ai genitori di Luca: anche loro non sono giovanissimi e hanno sempre qualche problema.
Appena chiude il telefono, questo squilla; è la vicina che le comunica di aver ritirato per lei una raccomandata. Flavia esce di corsa, attraversa il giardino, corre dalla vicina, riceve la lettera e ringrazia scusandosi per la fretta: i bambini non possono stare da soli per piu’ di qualche minuto. Rientra in casa e si accorge che nel frattempo è entrato il cane. Un cane a pelo lungo che con la pioggia è un cane a pelo lungo fangoso e gocciolante.
Ripulisce il pavimento e controlla la cena. Uno sguardo in salotto per vedere i bimbi: Marco non c’è: lo ritrova in bagno con telecomando della TV e il cellulare immersi completamente nell’acqua del bidet mentre si diverte come un matto al gioco della guerra tra sommergibili.
Anche Luca chiama: ha fatto tardi in ufficio: riunione imprevista ma sta tornando. Grazie al cielo almeno questa giornata può finire. Infatti torna, saluta lei e i bambini, siede al tavolo di cucina e cena piuttosto silenziosamente.
Poi mentre Flavia versa il latte nel biberon per Marco, lui e Chiara si addormentano sul divano con il libro di lettura di Chiara tra le mani.
Dopo mezz’ora anche Marco dorme, però nel suo lettino. Flavia mette il pigiama a Chiara e la traferisce nel suo letto. Luca mormora qualcosa, si alza dal divano, va in bagno, doccia, pigiama e sparisce in camera da letto.
Flavia ritorna in cucina, carica la lavastoviglie e si prepara una tisana. Mentre l’acqua si scalda nel bollitore, scarica la lavatrice e stende. Uno sguardo alla pila di biancheria asciutta e decide di accendere il ferro da stiro; riempie d’acqua la caldaia e si lascia cadere sulla sedia sospirando. Mentre sorseggia la tisana apre la posta, prende nota delle scadenze delle bollette da pagare e prende qualche appunto per la spesa di domani: latte, pannolini, biscotti di Marco. Ah.. manca anche il balsamo dopo barba di Luca e il suo shampo preferito. Il detersivo per i delicati. La passata di pomodoro e le uova.
Stira qualcosa ma è troppo stanca. Domani la giornata sarà ancora più pesante: Chiaretta a danza e Marco in piscina.
Mentre si dirige verso il bagno sistema la giacca di Luca sull’appendiabiti. E’ li’ che lo trova: un post-it giallo. Cade sul pavimento. Un comunissimo, banalissimo post-it giallo; in calligrafia minuta e deliziosamente femminile: "Ti aspetto stasera a casa mia … ho indossato l’intimo che mi hai regalato tu… Non tardare."


 

OGGI

sole luna

Ore 6.35.  Sono scesa in cucina (dormo al piano superiore).
Ho versato in due tazze il caffè (adesso le caffettiere hanno il timer).
Le ho posate sopra un vassoio, insieme ad alcuni biscotti.
Sono salita, mi sono rimessa nel letto accanto a lui e abbiamo fatto colazione insieme. Abbiamo visto il TG su canale 5 (anche la TV ha il timer e si accende alle 6,30 ora in cui viene pronto il caffè). Mi sono alzata. Doccia. Vestita. Il solito percorso inverso rispetto alla sera prima, per raccattare chiavi, occhiali, il laptop, il cellulare. La solita quotidiana caccia all’abbonamento del treno. Trucco veloce. Svuotata la lavatrice. Caricata e accesa l’asciugabiancheria.
Stazione, il caffè (espresso). Treno: qualche pagina di Mankell (L’uomo che sorrideva).
Ufficio. Rovisto nella borsa in cerca delle chiavi. Attraverso, salutando, la reception, l’open space e arrivo nella mia stanza. Conquisto la prima scrivania (la mia stanza contiene due scrivanie) occupandola con la borsa, il pc e le chiavi, gli occhiali da sole e mi siedo all’altra.
Il pc è già acceso. Outlook. Posta. Skype
Messaggio di umore di skype … mmm …oggi una donna vista di spalle su una spiaggia. Bianco Nero.
Uno paio di saluti speciali.
Poi un’amica, spunta in skype: “psssstt sono in Controluce” … Ah si.. Controluce… Uno sguardo a Controluce. Ok basta. Si lavora. Tra piccole pause, qualche battuta. Un saluto. Un messaggio di posta divertente. Qualche caffè. Domande, rsposte. Problemi… soluzioni. Proposte. Qualche lembo di tempo nel Tempo.  Poesia, scambio. Emozione. Faccio un po’ tardi ma non importa. Ci sono cose importanti, cose piacevoli. Altre doverose. C’è il lavoro e c’è altro.
Ore 19,58 apro il cancello di casa. E’ freddo ma sereno. L’aria punge il viso. Si vedono tantissime stelle. C’è anche Venere, ancora splendida la sera anche se credo solo per poco. Ma ci sarà domattina, sorgerà prima del sole.
I miei cani. Ci sono i miei cani, la mia casa, la mia famiglia. . Il camino. La mia sera. Una sera della mia vita. Un giorno banale? Un giorno normale? No. Non lo è. E’ un giorno della mia vita e ha compreso alcuni piccoli momenti speciali. Specialmente preziosi. Dolcezza, emozioni. Noia, nervosismo. Telefonate, appuntamenti. Sorrisi. Tristezza. Il respiro. Il profumo. Il sorriso. Il calore di persone belle. I colori, gli odori. E le stelle. Tutte le mie stelle.  Tutte le stelle della mia vita.

CLICK

 

fotografie 

Click

Lo sguardo di mia madre e le braccia. Il Tempo

 

Click

Gli occhi verdi di mio padre. Il Tempo.

 

Click

Il nulla.

 

Click

I nonni e la casa nel cortile, le frittelle e gli oleandri. La torta di mele.

 

Click

La campagna senese, Firenze e la casa di montagna.

 

Click

Milano, il piazzale. Quella lettera.

 

Click

L’altare, il suo sorriso. Le margherite con le spighe. Il Tempo.

 

Click

Mio fratello.

 

Click

La mia cagnolina ferita.

 

Click

L’odore di paura e mia nipote appena nata.

 

Click

Le luci sopra me. Il sonno. Il tempo.

 

Click

Le luci dentro me. Le risposte. Non importa.

 

Click

L’Aurora. Il Tempo.

 

Click…. Click…. Click

Tic tac . . .  Tic tac . . . Click . . .  Click . . .  Tic Tac

LO PORTI UN TEMPORALE A FIRENZE?

pontevecchioFI

Sarà che ho un’anima fondamentalmente malinconica, ma a me alcune città piacciono di più sotto il cielo plumbeo. Molto di più.

Sono legata a Firenze in un modo particolare, tanto che un pezzetto della mia anima vive lì, svolazza sull’Arno, passeggia a Ponte Vecchio, riposa a Piazzale Michelangelo con tutta la città ai piedi. Firenze l’ho amata con il sole, in primavera. L’ho ammirata in autunno. La amo da sempre; è un grande amore, un amore speciale.

Ma quella Firenze sotto la pioggia, sotto quel cielo scuro… bè…  vogliamo parlarne?

Qualcuno, a me molto caro, parlando di "Firenze in un giorno così"  mi ha detto:

– perché il freddo e la pioggia non sono nulla di più che bellezza in più –

Vero, stellina. Condivido appieno!

.

Firenze, un giorno arriverò.. Me lo fai un temporale, per favore?

SENZA TEMPO

CANADA.131

(foto: celeste)

.

Ti ho cercato senza mai chiamarti, senza bussare alla tua porta.

Senza scriverti mai.

Ti ho cercato sempre,

dentro i miei ricordi e tra le fughe della mia coscienza.

Ti ho cercato nelle risposte che i bambini cercano tra le stelle.

Ti ho cercato nei fondi del tè.

 

Ti ho cercato

tra le spighe del grano maturo che cresceva dentro me

e lì ti ho chiamato, senza che dalle mie labbra uscisse alcun suono.

E poi tra le basse maree dei miei sentimenti

e tra i tumulti delle mie emozioni.

Ti ho cercato tra i fiori di pioggia.

 

Ti ho cercato dentro, dietro e davanti la luce fioca del lume dei ricordi

e ti ho cercato tra le lacrime bollenti della notte

e anche tra la ruggine del filo spinato che separa ogni mio istante dal presente.

Ti ho cercato ai bordi del pozzo

e dentro ogni fiume che trancia la mia via.

Dentro ogni impronta sulla neve.

Agli argini di ogni fosso.

 

Ti ho cercato tra le pieghe delle lenzuola e tra le pagine di troppi libri

Ti ho cercato tra i sassi della luna.

Ho cercato il tuo viso nel mio caffè,

e poi dentro e dietro e sopra lo specchio del mio mattino.

Ti ho cercato nella mia rabbia.

Nel fango della mia città.

Nella nebbia di novembre.

In ogni Silenzio a rendere e in ogni vuoto a perdere.

 

E ti ho cercato tra i graffi sul cuore e tra le smagliature del mio Tempo.

E nella furia del mio dolore, nella mia incoerenza

Tra le sfaccettature delle mie contraddizioni:

diamante del pensiero che diventa luce.

 

Ti ho cercato in ogni odore della pelle di ogni amore,

in ogni bocca che ho baciato,

e in ogni sussulto del mio ventre ad ogni goccia di piacere.

Ti ho cercato dento ogni temporale della mente.

 

Ti ho cercato, tra le mie mani, ogni volta che sfioravo la mia pelle

e ogni volta toccavo ricordi e freddo.

Ti ho cercato nello sforzo di non pensarti più.

 

Ti ho cercato nei miei pretesti, nei miei alibi, nei miei limiti

E ti ho cercato oltre ogni mio limite.

Ho cercato il tuo sguardo

tra i bagliori delle mie albe dei miei tramonti,

luci minacciose e rassicuranti al contempo che danzando

disegnano ancora il tuo nome.

Un nome senza Tempo.

DI GELO E DI BIANCO

attesa

Conto i minuti

che mi separano dalla Risposta.

Ipotizzo 5 minuti: l’Eternità.

Cigola, la porta cigola e mi fa trasalire.

Arriva da qualche parte aria gelida, si ferma su di me.

Non so da dove è arrivata ma la sento.

Mi avvolge, si insinua. Penetra nelle ossa.

Quattro minuti.

I piedi sono gelati, le mani sono gelate.

Eppure sudo.

Sento il sudore dalle braccia scendere lungo la vita.

Il cuore accelerare.

Tre minuti.

La porta di nuovo cigola: allora era vento.

Forse qualche finestra non è ben chiusa.

Le mani sudano e vorrei per l’ennesima volta fuggire via.

Via dall’Incubo, quindi via dalla Vita.

Perché non è un Incubo ma è Vita…

Due minuti.

Ho la gola secca, la bocca senza saliva.

E un cerchio alla testa.

Fumerei una sigaretta se non avessi smesso da tempo.

Un uomo accanto a me sfoglia una rivista.

Ha il viso grigio, la pelle secca. E grigia.

I capelli grigi. Anche l’odore è grigio.

Vestiti consunti, mani consumate. E di certo anche il cuore.

Gli resta solo la pazienza. O forse è rassegnazione

che gli fa tenere le mani ingrembo, immobili e lo sguardo nel vuoto.

Un minuto.

In anticipo sulle mie previsioni si apre la porta. Bianca.

Una donna con una vestaglia bianca mi chiama.

Balzo in piedi e i rigagnoli di sudore gelido passano attraverso

la cintura del jeans.

Stop.  Il battito del cuore: Stop.

Un fotogramma, un istante eterno.

Non è vero che un minuto dura come un altro minuto.

Ci sono minuti maledetti. Eterni. Pesanti come ferro.

Che ti piombano addosso,

ti cambiano la vita, la violentano, la uccidono.

E’ bianco tutto.

Il pavimento, le pareti. Perfino l’odore è bianco.

Il respiro. Bianco. Maledettamente bianco.

Il mio sudore, gelido, è bianco.

La mia mente è bianca.

Gravida di gelo.

L’eternità è gelata.

QUESTO STANCO STANCO AMORE

 cena

Buono? Si, abbastanza.. Vuoi assaggiare?
No grazie. E tu vuoi assaggiare il mio?
Si.
Buono.
Pausa
L’altra sera c’era meno gente vero?
Uhmmm …
Pausa pausa
Lei assaggia la birra di lui.
Lui è attratto da dieci minuti dalla gamba di una sedia, all’altro tavolo.
Che avrà di strano? La gamba di una sedia.. è sempre la gamba di una sedia…
La guarda per interi minuti. La fissa, concentrato, come se la studiasse.
Vuoi acqua? Si, un po’, grazie.
Pausa pausa pausa.
Lei prende il tovagliolo, gioca con l’angolino e si ammira l’unghia: franch manicure.
Poi guarda con attenzione le unghie delle altre dita come se da esse dipendesse la sorte del mondo.
Poi lo sguardo passa oltre, trapassa lui. Si incolla alla parete dietro le spalle di lui.
Tu prendi il dolce?
No…
O forse si.. magari mi faccio portare la lista.
Pausa pausa pausa pausa pausa …………
Questo gelato è troppo duro, dice lei.
Vuoi fare cambio con il mio tartufo affogato? Chiede lui.
Si scambiano le coppette.
Pausa pausa pausa. Pausa pausa pausa. Pausa. ………
Lei fruga nella borsa, trova uno specchietto. Giallo, di plastica.
Si guarda le labbra e le sfiora con il tovagliolo.
Poi apre lo sportellino del cellulare, lo guarda un istante. Lo ripone sul tavolo.
Hai finito?  Andiamo? Propone lui … ma in realtà è già in piedi
Si infila il cappotto afferrandolo dallo schienale della sedia.
Si avvia alla cassa. Lei resta sola al tavolo mentre si infila il piumino.
Un rapido sguardo al tavolo. Ah, il cellulare. Preso.
A sua volta si dirige verso la cassa; raggiunge lui. Lui ha in mano la carta di credito.
Escono dal locale. Lui accende una sigaretta, apre l’auto con il telecomando.
Lei si chiude meglio il bavero. Sale in auto. Lui passeggia sul piazzale evidentemente
per terminare la sigaretta.
Li guardo, provando tristezza.    Forse un tempo è stato amore.    Forse lo è ancora.
Forse ….  

VIAGGI

Silenzi.
Il mare.
Silenzi.
La neve.
Le mani di mia madre.
La pioggia contro i vetri
Il fiato sui vetri.
Il senso dei colori.
Il Tempo.
La stufa a legna
Il primo sangue.
Pasolini.
La Paura.
Il diario di Pavese.
Andrea
Le canzoni di Fabrizio
L’Abetone.
Il piazzale
L’Addio
Il nodo in gola.
I ricci del castagno.
La Morte.
Le margherite con le spighe.
L’anello d’oro.
Dolore (ancora).
Le lucciole (sono tornate).
Prevert.
La neve di montagna.
La meridiana e il Tempo che ci va.
Itaca (Kavafis).

Già … Itaca.

CANZONE DA NIENTE

comolago

(foto: celeste)

 

Veste di sposa – pizzo e mimosa

Luna nel lago – cruna dell’ago

Bimbo che piange – un’onda si infrange

Amante che torna – la torta si inforna

Cielo stellato – canto disperato

Notte bastarda – amante testarda

 

(mescola mescola il tuo destino…)

 

Notte di luna, un bimbo che piange

Cielo stellato si specchia nel lago

l’onda si infrange e torna la sposa

La torta si inforna odora di mimosa

E’ una notte bastarda coperta di pizzo

Si strappa la veste

l’amore non passa dalla cruna dell’ago

se non sconta la colpa.

Letto di sposa: spine e mimosa

Profuma la pelle di acqua di rosa.

 

(mescola mescola, nel tuo bicchiere ..)

 

Ma cosa vuol dire questa canzone…

Nulla, tesoro…. Non pensarci e riposa

Il mio seno è un lago tranquillo, sereno

Il cielo è stellato; lo senti quel canto?

In fondo è lo stesso, nella gioia e nel pianto.

La luna si arrende e cala nel fosso.

  

mescola, mescola nel tuo bicchiere

acqua salata, zucchero e miele …….

NON CIAI FEISBUUUUK?

Conversazioni rubate sul treno del mattino.

Ma ccciaoooooo! Ma come stai? Ma lo sai che ti pensavo proprio ieriiiii?

Si si !!! Ieri mi sei venuta in mente allora, no, ero sul picci no, e ho detto “vuoi vedere che la becco su feisbuuuukkk”

Allora, no, ci ho fatto un giro… e non c’eri !

Ma cavolo ma tu non ciai feisbuuuukk? Ma daaaaaaii perché non ti iscriviiiii !!

Ma tu non sai chi ho trovato su feisbuuuuuukkk?

La Vaaaaale!!! Siiiii proprio lei….. La tipa che stava con quel tipo fico… della terza A

Come si chiamava? Matteo…. si siiii proprio il Matty…..

Cavoooolo era ‘na vita che non li vedevo !!

Ora Matty mi ha chiesto il numero del cell e mi ha mandato un mms…

Ficoooooo devi troooooppo vederlo !

Poi l’ho anche sentito al tel. Però è un po’ strano…. anzi.. tantooooo.. Strano una cifra!!!!

Infatti gli ho detto: Matty, ma sei fuooooori? Mi sembri andato a male…. E’ trooooppo fuori!!

Dai… iscriviti a feisbucccc… non PUOI non esserci….. così dopo ci becchiamo là….

E’ troooooooppo una figata!!!

Di seguito l’espressione del viaggiatore seduto di fronte:

 

Face book….

Sappiamo tutti cos’è…. Ma sappiamo proprio tutto?

Non metto in rete, per rispetto nei suoi confronti e non mi sogno nemmeno di chiedere la benedizione dei suoi genitori la fotografia della mia nipotina e quando (molto raramente) parlo di lei sul sito uso un nome inventato.

Sono paranoica? Forse. Ma riporto qui di seguito un articolo; so bene che i fatti che accadono in questo Paese contengono anche una specie di anestetico e che ci si abitua a tutto; in altre parole ci si stupisce ormai di poche cose.

Questo articolo può essere anche un invito a riflettere; non ne sapevo nulla: l’ho trovato attraverso il blog di Andrea.

Allora: usiamo attenzione quando pubblichiamo le nostre fotografie, quando parliamo delle nostre abitudini, dei nostri ritmi: dall’altra parte del monitor ci sono occhi e orecchie. E menti.

Domandiamoci, semplicemente: “sono tutte brave persone quelle che vedono le foto dei miei bambini”?

 

LA REPUBBLICA ON LINE:

IL CASO

Facebook rifiuta di censurare i gruppi di sostegno a Riina

Stop alle foto delle donne che allattano, ma non ai filomafiosi. E in Sicilia scoppia la polemica politica di SALVO PALAZZOLO

“Su Facebook vengono rimosse le foto di donne che allattano al seno”, ribadisce da Palo Alto (California) il portavoce del social network più famoso di Internet, Barry Schnitt. Ma è ormai polemica mondiale. “E invece perché nessuna censura nei confronti di chi inneggia su Facebook al capomafia Totò Riina?”, ribatte un autorevole commentatore del quotidiano inglese Times. “Davvero una strana morale – scrive Daisy Goodwin – quella che sostiene la necessità che il social network sia un ambiente sicuro anche per i ragazzini che frequentano Internet e poi non eccepisce nulla sui 2000 e più utenti, la gran parte giovanissimi, che inneggiano a un uomo che sta scontando molti ergastoli. Per Natale, i suoi fan gli hanno mandato persino gli auguri attraverso Facebook”.

Nei giorni scorsi, quelle pagine su Riina e tanti altri mafiosi avevano fatto indignare la sorella del giudice Giovanni Falcone, Maria: “Purtroppo, il male esercita ancora fascino sui nostri giovani – aveva detto dalle pagine di Repubblica – bisogna impegnarsi perché ciò non accada. Certi messaggi su Internet, certi film non aiutano”.

Su Facebook, invece, qualcuno continua a chiedere addirittura la beatificazione del compare di Riina, Bernardo Provenzano: all’appello “Santo subito” hanno già risposto in 152. Con accorate adesioni: “Grande padrino”, “Sei il numero uno”.

E’ preoccupato Salvatore Borsellino, il fratello del giudice Paolo, anche lui vittima di Riina e Provenzano, per il proliferare di pagine Facebook che inneggiano ai padrini. “Credo che sia in corso una campagna ben precisa di disinformazione – dice – per delegittimare i magistrati, ma anche tutti coloro che cercano la verità sui misteri di Riina e Provenzano”.

Borsellino, che è ingegnere e grande esperto della Rete, ha trovato in quelle pagine non solo messaggi deliranti, ma anche dell’altro: “Ci sono messaggi che tentano di mettere in discussione sentenze già passate in giudicato. Non dimentichiamo – dice – che uno dei progetti principali dei padrini è ormai da anni quello di ottenere la revisione dei processi. Credo che su Facebook stiano operando agenzie ben precise di disinformazione. Agiscono dietro le foto e le identità di giovanissimi, ma non sono tali. Come fanno a sapere così tante cose sulle inchieste che hanno riguardato Riina e soprattutto i suoi complici già in galera? Uno soprattutto, il funzionario dei servizi segreti Bruno Contrada”.

Intanto, su Facebook, sono già 34 i Bernardo Provenzano nella lista degli utenti del sociale network. E 14 i Totò Riina: al boss che volle l’avvio della stagione delle bombe, per eliminare i giudici Falcone e Borsellino, è dedicato uno dei più grandi fan club di Facebook, con oltre duemila iscritti.

Ma dal quartier generale di Palo Alto non arriva alcun annuncio di censura. Il problema restano le foto “esplicite”, come le chiamano, in cui le mamme che allattano mostrano in maniera “troppo evidente” il seno. Il portavoce del social network tiene a precisare: “Allattare al seno è un atto naturale e meraviglioso. Siamo felici di sapere che numerose donne abbiano deciso di condividere questa esperienza su Facebook. Non agiremo nei confronti delle foto di allattamento che seguono i termini del regolamento”. Tutte le altre rientrano nelle rigide regole di Facebook contro la nudità. “Assurdo”, sentenzia il Times. E il dibattito corre anche sui blog siciliani. Commenta con amarezza Giovanna Maggiani Chelli, dell’associazione dei familiari delle vittime di via dei Georgofili, dove i corleonesi Riina e Provenzano ordinarono una strage, nel 1993. “Davanti a tanta indifferenza e a tanto isolamento creato attorno a noi che cerchiamo ancora la verità, è più che giusto che i commentatori di Facebook scrivano che Riina è un grande o che cerchino il sosia di Bernardo Provenzano. In fondo loro hanno vinto”.

 http://www.repubblica.it/2008/12/sezioni/tecnologia/facebook-capodanno/mafia/mafia.html

E SEI PICCOLA, PICCOLA … COSI’….

scatolinascatola

(….) Sì, sei nella mia scatola delle cose importanti.

E lo sai, vero, che la scatola delle cose importanti è piccolissima?

MESSAGGERI AL CITOFONO

portone

E’ sabato, ore 10.15. Qualche istante ed entro in doccia. Ho una tazza di caffè tra le mani e rifletto su come organizzare la giornata di oggi, tra spesa, cura della casa e interessi vari. Suonano alla porta, sollevo il ricevitore; al video del citofono una signora anziana e un uomo.

.

– Chi è? –

– Buongiorno! –

– Buongiorno, dica –

– Parlo con la signora xxx ? – leggendo il cognome sulla targhetta

– Si, sono io, dica pure –

– Buongiorno signora, volevo fare due chiacchiere con lei, se anche lei lo desidera; mi   piacerebbe parlarle di cosa il Signore ha in mente per tutta quanta l’umanità e quali sono i Suoi progetti –

– Non sono interessata, grazie. Buona giornata –

– Va bene. Buongiorno anche lei. –

.

Riprendo a sorseggiare il mio caffè e penso che avrei dovuto dire: "perché, lei lo sa, signora?" 

.

Doccia. E’ meglio. Vado. 

Di insofferenza e di … elefanti.

ingranaggio

Meccanismi ed equilibri .. Pazienza, intolleranza…. ed… elefanti.

.

Mi capita, di essere intollerante e/o insofferente. Sì, mi succede. Ultimamente anche di frequente. Perché?

Forse sono stanca della prepotenza?

Del quotidiano subire l’arroganza, la prepotenza, la presunzione del prossimo?

C’è chi la mattina in treno occupa tre posti; uno per la propria preziosissima persona, un secondo per i giornali, un terzo per la borsa o zaino, o PC e poi sbuffa quando domandi “scusi, posso?".

C’è chi fa colazione al bar, occupando sul bancone lo stesso spazio che basterebbe a 4 persone.

C’è chi non chiede “permesso”: spinge solamente.

C’è chi decide di non rispondere al telefono che squilla perché il chiamante non è gradito e propina ad una intera carrozza o ad un intero bus la musica caraibica del proprio cellulare per due, eterni, maledettissimi minuti.

A seguire: chi ti mette sotto il naso il proprio odore di fumo intrappolato nei tessuti, o quello del proprio profumo (che talvolta è perfino peggio); chi si ravviva i capelli direttamente sulla tua faccia … 

C’è chi pretende di sapere cosa pensi, cosa senti e chi sei semplicemente guardandoti un minuto in viso… o leggendo qualcosa che hai scritto….

E basta !!!

 

Pensiero di Andrea, a proposito di intolleranza: 

 

" (…) a volte l’interazione con il mondo ci fa sentire meno bene, se dimentichiamo che poi non esiste un mondo, ne esistono tanti (penso). Sii leggera … be you blithe and bonny…

Questo che ti volevo dire … non perché si debba alleggerire in modo vacuo, ma perché puoi osservare una cosa solo da lontano…

Se guardi l’elefante da un centimetro vedi un tappeto grigio, ma gli elefanti sono ben altro di un tappeto…. e, in ogni caso, credo che il fare rilanci sulla frase di qualcuno implichi un atteggiamento egocentrico."

 

Mi è piaciuta: “se guardi l’elefante da un centimetro vedi un tappeto grigio, ma gli elefanti sono ben altro ….. ”

SILENZIO

CANDELA