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SEMI-CONFUSI

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A volte mi pare quasi di sentirti. Di sentire il tuo fiato nella stanza, i passi, leggeri, sul parquet che risponde. Spesso è un peso leggero, leggerissimo, al bordo del letto. Passa e sfiora l’altezza del materasso, o forse si siede. A volte è un’ombra che pare attraversare lo spazio sopra la mia spalla, un punto troppo estremo per essere esplorato dall’occhio, e troppo concreto per esserlo da cuore. E’ un’ombra che che mi pare di sentire o forse vedere o forse entrambe le cose. A volte mi pare di sentire il mio nome, mi volto, mi è successo tre volte la settimana passata. Non mi chiamava nessuno. Forse. O forse sì. A volte è un tocco. Leggerissimo, sul braccio quasi sempre, solo qualche volta sulla fronte o sui capelli. L’odore. Questo no, forse io non lo ricordo o forse non era univoco. Strano. Ho sempre prestato attenzione agli odori. Ne ho alcuni che abitano le mie narici: molecole intrappolate nei pori, tra l’umidità del mio respiro e il battito della mia esistenza. Oggi ho raccolto un fiore di lupino, ormai secco: volevo liberare  i semi da quella specie di piccolo fagiolo di velluto grigio, ma ce n’erano pochi, pochissimi. Chissà: forse erano già caduti. Conficcati nella terra, promessi lupini per il prossimo anno. Forse. Il vasetto di vetro che ho scelto per contenerli è decisamente troppo grande. C’era la marmellata qualche giorno fa. Limoni di Sicilia. Mi piace quasi quanto quella di arance amare – la marmalade.  Adesso sa di lavastoviglie, il vasetto, e contiene 5 semi. Li guardo, attraverso il vetro e mi chiedo quale lupino sarà lui e poi lui e lui. Boh. E di quale colore sarà: probabilmente rosso e giallo. Ecco. Un leggero spostamento d’aria dentro la cucina. Leggerissimo. Tra il mio sgabello e il frigorifero. Cosa vuoi dirmi? Non so capire il linguaggio delle ombre e allora prova a scrivere, a parlare.  Magari tra questi rintocchi di campana ti confondi al resto del mondo e a me, lasciandomi un sottile dubbio di suggestione. L’altra sera c’erano le campane, c’era anche un po’ di pioggia. Due calici sul tavolo, una cena così così ma nessun rammarico: contava poco il cibo come il vino.  Una sera normale che se avessi voluto immaginare proprio quella,  mi sarei vista a prestare attenzione ai gesti, alle cose, alle parole. Non l’ho fatto perché sapeva di normalità, di sereno quotidiano, e non di straordinario. Le cose che sanno di straordinario sono per lo più improbabili. Le campane, il vino, la pioggia brevissima non lo erano, improbabili. I pensieri si accavallano sempre nella mente e si rincorrono e cascano, l’uno sull’altro, e poi si mescolano come… come il gelato. Da bambina mescolavo il fiordilatte e il cioccolato nella coppetta, girando veloce con il cucchiaino e diventava una crema colore nocciola ma non sapeva mai di nocciola. Sapeva di cioccolato meno cioccolato e di fiordilatte per nulla. Il cioccolato vinceva sempre: sapeva farsi valere, il cioccolato. Chissà se i semini dei lupini manterranno la loro premessa di lupini. Oppure sono come le tante promesse che suol fare la vita.  E chissà se quel fiato, quel passo leggero, quel nulla di peso sul bordo del mio letto, quel tocco ancora più leggero sui capelli, quell’udire il mio nome, tre volte, la scorsa settimana sono cose tue. E se si, cosa vuoi dirmi? Se passeggi nel corridoio che separa la mia esistenza dalla tua, sempre che vi siano un corridoio, la tua esistenza e perfino la mia, e cerchi di dirmi qualcosa… fallo. Mentre suonano le campane, se non vuoi dare nell’occhio. Così potrò pensare che è tutta suggestione. Oppure fallo tra le stelline che saltellano sul mare al crepuscolo. Tu lo sai che mi fermo sempre a guardarle, che mi mettono allegria, che mi piace tanto il fatto che scompaiono subitissimo appena nate e poi si rituffano nell’acqua per giocare a nascondino con le altre e con me. Fallo li, scrivimi quello che vuoi dirmi. Potrei pensare ad un gioco degli occhi. Sono belli i giochi degli occhi. Diversi dai giochi di parole, ma ugualmente belli, divertenti. Giochi frattalici, che diventano altro e poi altro e poi imparano dai più grandi trasmettendo la memoria di sè. Poso il vasetto della marmellata sul mobile di cucina. I semini neri sono lì e non so nemmeno se avranno la loro primavera. Penso che andrò a dormire. Se sarai nel corridoio, quello tra la mia esistenza e la tua, ammesso che esista un corridoio, e ammesso che esistiamo noi, accarezzami i capelli stanotte, come facevi quando ero piccola ma anche quando ero un pochino più grande. Poco poco più grande di piccola. E se ti va prova a dirmi ciò che vuoi dirmi. Ma se non ti va,  o se non puoi, lasciami una carezza.  Non ho mai smesso di aver bisogno di te.

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IL MUTO

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Non parla. Certo… è muto! Un po’ gentiluomo e un po’ invadente. Un po’ insistente, e, solo apparentemente, silente. E’ un omino dai contorni delicati eppure marcati, così come è muto eppure urlante. Passeggia, ai bordi dei miei giorni, si infila, nelle pieghe della mente. Dorme (o fa finta) nei miei momenti calmi e si culla nei miei pochi istanti oziosi. Scalcia se ricamo alcuni pensieri: non vuole: “dice” che non fa bene.  Ha un cappello, tondo e un po’ retro’. Comune, quasi banale, ricorda un disegno di Folon eppure  qualche volta è sorprendente, come uno di Miro’.  Pare si confonda, a volte, tra i fili delle mie contraddizioni: labirinti, in realtà, dentro i quali si diverte. Ci passa in mezzo e ne esce, praticamente indenne. Non cambia il soprabito e non ho mai visto cosa indossa sotto, non ho mai capito se prova caldo, freddo e se gode di una qualche immunità. Perfetto equilibrista passeggia sopra i miei umori mutevoli, non sempre muti. Cade sempre in piedi, da ogni mia giornata nera e parimenti non si invola sopra quella gioiosa. E’ muto, l’ho già detto.  Entra ed esce, sinuosamente e sempre uguale nei frattali della mia memoria: non perde mai nemmeno il suo cappello. L’impermeabile poi … è  sempre quello. Suggeritore nato, talentuoso, ma lo ricordo: è muto! A volte credo di averlo cacciato ma lui niente! Resta al massimo un po’ indietro,  si siede sopra un sasso. Immobile. Indifferente al caldo, al freddo e al vento. Come un sasso, muto come un sasso. Eppure a volte grida tanto… dovreste sentire quanto chiasso! 

GIANMARIA

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Quando finisci un libro che ti è piaciuto tanto,
Quando finisce la musica che è stata capace di prenderti per mano e portarti via, che ha ripulito per un po’ la mente dai pensieri,
Quando il sole è sceso del tutto, la’, dietro la linea del mare, e si chiude il sipario più scuro sopra lo spettacolo arancione,
Quando cessa il canto degli uccelli del primo mattino
Quanto riparte il treno portandosi via quell’odore.
Quando accade questo e altro ci si sente un po’ più soli. Così come quando finisce un brano di Gianmaria Testa. Una voce che accarezza e calma, e ti prende per mano e ti porta a passeggiare in un posto che sa di lago e di barche ferme e di tramonto. Di seta e velluto. Odora di pane, di langhe, di cose “piccole”. Di barchette di carta, di aquiloni, di stelle di mare. Di umanità. Di vita.
Ecco… Uno come Gianmaria che se ne va è uno che lascia un po’ più soli.  L’ho incontrato diversi anni fa, tramite un amico che mi disse esattamente così: “se non lo conosci fai peccato mortale e per punizione ti faro’ avere tutti i suoi dischi”. Fu un regalo vero. I dischi erano tre, forse quattro. Poi con il tempo conobbi altro, e gli altri dischi li prenotavo appena usciti.

Erri de Luca ha scritto di lui anni fa:

Per Gianmaria

La tua voce s’arrampica a un balcone, soffia all’amato le parole da dire all’affacciata. La tua voce è Cyrano nascosto nel giardino che insegna al maschile smemorato come bussare a un bacio di ragazza. Sono sillabe di pioggia, da levarsi la giacca e appoggiarla sulle spalle scoperte di una donna, una delle poche mosse sacre in dote a un uomo.
Le tue canzoni servono a un ragazzo per improvvisarsi uomo, servono a un uomo per tornare ragazzo. Una donna sospira : fosse vero. Finché canti è vero e poi per altri cinque minuti dura l’effetto di raccolta dei frantumi maschili ; stanno di nuovo insieme l’adulto e il rompicollo. Finché canti ecco di nuova una sagoma d’uomo nella stanza, al bavero ha messo il fiore dell’ortica, in cima alla camicia una farfalla vera. Allaccia il braccio attorno alla ragazza, accenna a un valzer, lo rigira in tango, splende la coppia, numero chiuso sigillato a musica.
Profumo di balli di una volta la tua canzone di oggi. Uomo e donna accostano gli zigomi per fingere di dirsi una parola, si odorano i capelli, accostano il respiro alla curva del collo. I balli di una volta permettevano abbracci con la scusa di una danza in pista.
Niente altro che amori, polpa scoperchiata da un coltello che scortica, sbuccia, e sotto, il frutto è bianco. Solo amori, il loro passo a due disturba, distoglie : due innamorati vanno, dietro a loro si accodano le occhiate di noi altri soldati costretti dentro i ranghi, invece di sbandare, sbottonare il colletto e darsi da correre.
Niente altro che fiori, compratene un mazzetto, portatelo sudati, trafelati, alla creatura preferita, amata.

Noi ne abbiamo parlato qui
e poi qui
e poi qui
e ancora qui

Buon viaggio, buone note, buon vento, che siano vele oppure mongolfiere. Ho imparato dalla tua voce di velluto, portata in giro dal tuo passo leggero e dal volto di gentiluomo, l’aria discreta, e nessun rumore – ingredienti di un fuoriclasse – che “forse il gomitolo non voleva diventare maglione”.  Mi restano tutti i tuoi dischi. Brani, parole e musica, da centellinare, nelle serata a casa, con un buon rosso, fermo e denso tra le mani. E poca ma giusta compagnia. 

Lascio questo per chi non lo conosce e ha voglia di farlo. 

Lo sfondo e le immagini sono dedicate. “Montgolfières” fu l’album che fece innamorare la Francia, con la prestigiosa etichetta “Harmonia Mundi” . Solo più tardi sbarco’ in Italia, quasi senza accorgersene, quasi senza volerlo. In sordina. Come capita solo ai grandi.

 

LA FURIA DEL MONDO

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immagine dal web

 

Stamattina, mentre si “scaldava” il server dell’ufficio, inizializzavano gli strumenti di lavoro e quant’altro, ho fatto un giro su un sito “Earth Picture Gallery” che propone, tra le altre cose, delle meravigliose fotografie. Bè… sono incappata in una foto terribile: un piccolo di elefante che con la sua piccola proboscide cerca di curare la ferita lasciata dalla rimozione della zanna della sua mamma, stesa a terra.. morta.  Ho pianto e ancora adesso lo sto facendo scrivendo queste righe. Perchè le scrivo? Non lo so. Forse cerco disperatamente un angolo un luogo una piega un rifugio dove poter rovesciare il dolore della furia del mondo e dove so di essere compresa. So… che queste righe fan male anche a voi, che leggete. Al di la’ dell’immagine che ovviamente vi risparmio e vi prego di non cercare, fanno male anche le parole. E ancora una volta rifletto sulla potenza delle immagini: arrivano dirette al cuore senza chiedere permesso. Abbattono qualsiasi barriera, tranne quelle che costituiscono, naturalmente, il patrimonio degli insensibili che a volte, detto fra noi, invidio. A me immagini come queste mi bruciano dentro. Non le voglio scacciare: so che non potrei. Qualsiasi espediente sarebbe un misero strumento, palliativo di una cura che … non c’è. La terapia del dolore non esiste per cose come queste. C’è solo da prendere atto che la furia del mondo risparmia solo chi nasce con la corazza sul cuore o forse meglio dire senza cuore. Uno dei libri più profondi che io abbia letto in vita mia è appunto “La furia del mondo” di Cesare de Marchi. Un ragazzino non sopravvive alla furia del mondo. Siamo nel diciottesimo secolo: un bambino, estremamente sensibile e intelligente, gracile, delicato, anche nella salute, non sopravvive alla furia del mondo e soccombe. Non ce la fa. Se volete leggerlo, consigliatissimo. Una lettura piena, uno scrittore meraviglioso, una storia intensa..  Io lo regalai anni fa, regalai la mia copia. Non l’ho più ricomprato e non credo di farlo. Perchè? Mah… probabilmente perché la persona cui l’ho regalato non si è, con il tempo, dimostrata la persona che credevo.  In altre parole non credo sia stata veramente raggiunta da questo libro. L’assenza di questo libro nella mia libreria mi ricorda questo: spesso le persone ci ingannano e non sono quelle che sembrano. Ma nella vita si impara. Forse non a difendersi dalla furia del mondo (per questo, per alcuni, non c’è speranza) ma almeno dalle falsità e dalle bugie. E dalle maschere.

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FIORIN FIORELLO

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foto dal web

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margherita

Ogni fiore è un capolavoro, un miracolo della natura. Un mistero.

Il mio fiore preferito è la margherita. Mi piace molto quella bianca, con il suo bel bottone giallo nel mezzo. Quella classica del “m’ama non m’ama” insomma. Chissà se davvero ci fu un tempo in cui lo sfortunato fiore veniva  spetalato da timide manine femminili ansiose di sapere se lui fosse innamorato. A rischio di scrivere una cosa banale e scontata, direi che mi piace la margherita innanzitutto per la sua semplicità.  Si fa per dire .. perché considero un miracolo ogni fiore. Tu tieni in tasca un semino, anche per mesi, anche per anni, lo metti sotto un po’ di terra e poi quando è il suo tempo… sbuca una piantina e poi, quando è il suo tempo, un bocciolo e poi quanto è il suo tempo, sboccia un fiore. Definire tutto questo “semplice” è paradossale.  

Emblemi. Protagonisti di leggende e storie. Miti. Simboli che hanno legato in tutte le civiltà l’anima degli uomini con le forze cosmiche. Ispiratori in letteratura, pittura, poemi e canzoni. Princìpi di ogni preparato di farmacia. I fiori sono da sempre legati all’uomo, alla sua esistenza, sul piano materiale e su quello spirituale.

Il fiore identifica luoghi, scogliere, golfi, riviere. Rappresenta senza bisogno di parole le varie età della vita e anche del mondo: il fiore che germoglia, il fiore appassito, il fiore che cade. Racconta di un luogo, delle sue genti, della loro storia.

E poi il profumo. Quei profumi che diventano casa, proprio come l’odore del ragù della mamma. La lavanda nei cassetti, l’acqua profumata del nonno sul fazzoletto, il mughetto che si associa al ricordo del foulard della nonna. La vaniglia che impregna la pettorina del grembiule di cucina. L’acqua di rose sul batuffolo di cotone. Odori come sapori.

Come accade con gli odori, i fiori rievocano in me ricordi e provocano emozioni in modo incisivo. A volte sono sensazioni delle quali non conosco l’origine. Ad esempio non amo le rose rosse: ne tengano conto eventuali ammiratori. Specie la rosa rosso scuro, dal lungo gambo, la classica Baccarà,  quella che dona l’innamorato all’innamorata. Pur riconoscendole bellissime, mi infondono una profonda tristezza. Le trovo tragiche. Severe. Una specie di simbolo di qualcosa di irraggiungibile, superbo, (forse arrogante). Ma anche di nefasto. Vai a capire da dove arrivano queste sensazioni. Forse le associo a qualche cosa di tragico cui ho assistito quando non ero in grado di capire.. Potrebbe essere un funerale? Chissà. Fatto sta che non mi piacerebbe ricevere un mazzo di rose rosse. Ecco.

Da tempo non acquisto più fiori recisi. Ogni venerdi uno o più mazzi di margherite bianche, o gialle o rosa, trovava posto al centro della mia casa. Mi piaceva guardarli, cambiar loro l’acqua, ma poi le vedevo anche seccare, perdere foglie e turgore. E provavo un po’ di tristezza.  Furono sempre le margherite bianche mescolate a fasci di spighe i fiori delle mie nozze. 

Credo che i fiori siano legati profondamente a noi, alla nostra anima, che siano fatti di qualcosa che somiglia a qualcosa che ci compone. Biologicamente ma anche spiritualmente. Ecco perché non trovo affatto bizzarra nè ciarlatana la filosofia dei fiori di Bach. I fiori sono utili all’uomo per i suoi mali del corpo: per quale ragione non possono essere utili anche per il mali dell’anima?

Un antico proverbio iraniano recita così: 

se possiedi due soldi soltanto: uno risparmialo,  per comperarti il pane, ricorda che devi nutrire il tuo corpo. L’altro spendilo per regalarti un fiore, ricorda che devi nutrire anche il tuo spirito. 

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MA CHE BEL CASTELLO….

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foto dal web

Mi ferisce e mi offende e mi delude il raggiro, la bugia gratuita, quella senza alcun fine nè buono nè cattivo. Quella che più di altre è imperdonabile. Il trucco e parrucco che nasconde la realtà, per altro lecita e sacrosanta.   Mi ferisce e mi offende e mi delude chi insulta la mia intelligenza e la mia sensibilità e la mia capacità di giudizio. Mi ferisce e mi offende chi non ha compreso nulla di me e pensa che io condanni o assolva. Mi ferisce e mi offende chi confonde il mio diritto di avere un’opinione con l’arroganza del giudizio morale. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi cerca di imbonirmi, di conservare la mia benevolenza o amicizia, e condisce la menzogna con espedienti poveri, miseri. Meschini. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi nonostante abbia avuto la mia anima a un millimetro dal cuore, non ha mai percepito il vero odore. Mi offende e mi ferisce e mi delude chi non sa custodire e proteggere la condivisione dei miei pensieri, della mia Storia. Crollano. I castelli di sabbia crollano. Miseramente e sempre. E passano dolore e delusione. Passano,  come tutto passa. Resta la lezione. Oro per il futuro. E resta la realtà, un po’ amara, di un addio che non avresti voluto. Quel tipo di addio che si scrive dentro, quello definitivo. Quel tipo di addio ben rappresentato da queste parole

(di Massimo Bisotti):

I veri addii scattano nella mente, sono silenziosi.
Sono i più veri, i più pericolosi.
Sono quelli che tieni per te.
E puoi anche continuare a sentirla una persona.
Non ti avrà più se l’hai salutata dentro

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dei due, qual è la femmina?

🙂 🙂 🙂.

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NOSTOS

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E vabbè. Perdonatemi questo momento nostalgico forse sbuca dalla nebbia di stamane e la buca perché certi pensieri scaldano sono come il fiato caldo in un giorno un po’ freddo.  Era fine 2012 e questi erano i pensieri buttati giù quel giorno. Sarà che ho un po’ di raffreddore oggi, e anche mal di gola: un’aspirina frizza nel bicchiere qui accanto a me sulla scrivania. E anche un po’ di mal di vita. Capita. Sarà che l’arrivo dell’inverno mi trova sempre impreparata: cedo alle calze a metà ottobre, oggi indosso ballerine rigorosamente sopra il piede nudo. Non mi piace guardarmi indietro lo dico sempre, non amo i ricordi preferisco vivere nella consapevolezza che ci portiamo dietro il bagaglio di tutto perché tutto fa di noi ciò che siamo. Tutto ci plasma e ci forma; siamo creta nelle mani del tempo, degli eventi, delle persone che incontriamo che amiamo che ci lasciano, quelle che ci deludono e quelle che lasciamo e quelle che ci hanno dato tantissimo e quelle che ci sono, ogni giorno, ci camminano accanto. Copio incollo dunque questo post che per le ragioni appena elencate non sa di naftalina né potrà mai essere coperto di polvere.  E non lo faccio nemmeno per mancanza di argomenti: non è mai stato un blog “daaggiornareperforza”,non ne ha bisogno. Con piacere e senza mai smettere di sorprendermi questo posto è sfogliato: ogni giorno vengono letti post tra i 450 e oltre pubblicati. Questo per me conta molto di più della ricerca del nuovo. E poi va bene così: l’ansia da prestazione non è roba nostra non ci interessa non ci ha mai colpiti, è un luogo così, questo. A fine dicembre 2012 c’erano queste parole e sono attualissime, nonostante gatte e lucertole girino per altri prati ma anche qui, girano anche qui, trovo croccantini in giro, e sono diversissimi dai cookies internettiani, sono orme indelebili così come anche l’umorismo acuto misto a dolcezza di GilGanesh, che vive lontano da qui fa parte di questo luogo e non c’è nessuna pietra sopra qui non ci sono pietre sopra niente. Non si cancella la cronologia con un click, non si svuota la cache del cuore.

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31.12.2012

Grazie a tutti e a tutti un abbraccio affettuoso per un tempo che sia foriero di luce e di tante piccole cose belle. Piccole perché è lì che sta la bellezza, dentro le piccole cose: lo diciamo sempre, qui.  Cerco di nominarvi tutti, questo blog è frequentato da 4 gatti ( ma che gatti! ) e questa è una ragione in più per essere orgogliosa di questi “numeri” che stupiscono me, prima di tutti.  In ordine sparso: 

Marinz, cui devo, tra l’altro, la migrazione del sito e poi tanti motivi di riflessione.
Pieffe, orecchiette, speciali sapienti e acute oltre che straordinariamente intuitive. Devo molto a quell’essere  peloso, non solo per questo sito, ma per ciò che rappresenta nel mio Tempo.
Petula, la gatta filosofa e Lucertola, da preda ad allieva. Devo molto anche alla sua coda e al suo naso.
Pinuccia, donna e nonna intelligente, delicata e sensibile, si commenta da sé, basta leggerla.
Roberta (Frost), che si diverte con noi e tesse le foto come una moderna Penelope.
Sir Biss che porta odori di lago e profumo di salvia e rosmarino e tanta partecipazione. Che sa prendersi in giro come ahimé pochi sanno fare.
Riccardo: quando i “numeri” sono alti, per visite e interventi, dietro c’è spesso lui, a dibattere con orecchiette e gatte. Un altro pilastro di cemento armato qui e non solo qui.
Francesca Pacini (Mulino di Almeto): perché è a lei che devo l’incontro con Pieffe e Petula.  E anche l’onore di avere scritto su Silmarillon. Non scriverò mai come lei ma proprio per questo è un piacere vero leggerla. Imparo.
Carola, dal cuore dolce e romantico: la sua sensibilità e il suo calore dentro casa hanno fatto spesso il lavoro di un plaid. Amica di una vita, non ci si vede quasi mai, ma noi ci siamo.
Simona dagli occhi blu, che si firma Lotus, per qualche verso così simile a me da sembrare quasi…. mia parente  😉
GilGanesh che ci manca molto, così come il Gollum: hanno creato tante divertenti sceneggiature:  ci hanno dato tanto cuore e tanti sorrisi. E fiato per questo posto.
Simonetta (Calembour), che delle parole ne ha fatto e ne fa un mestiere.
E poi a tutti quelli “qui non nominati”,  e anche a quelli che leggono regolarmente senza apparire e mi scrivono  le e-mail.  Celeste anno a tutti, dal cuore. 

DIS-ARMONIE

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La sera, prima di dormire, ho qualche tempo per rifugiarmi nel mio mondo. Quello solo mio, che comprende solo i miei odori, il mio profilo, la mia pelle, il mio respiro. E’ un momento che mi piace, perché è tutto e soltanto mio. Ascolto il mio respiro e cerco di vedere i miei pensieri come se fossero fuori e non dentro di me.  Faccio il bozzolo, con il piumino, mi creo un posto per i piedi, li metto “a cuccia” e cerco di non pensare al domani, alle cose che mi aspettano, all’ufficio. Seguo solo il respiro e ascolto il silenzio della mia casa. Di solito c’è pace, in questo momento. Una pace leggera, respirabile, dove, almeno per un po’, si riallineano le cose, regalandomi un’idea di armonia. Si assottiglia il contrasto tra la mia anima e il mondo e le cose del mondo, le incombenze, le bruttezze, e non stride nulla. Niente unghie sulla lavagna, nessuna prova di eroica resistenza alle piccole e ripetute violenze quotidiane. Si allontanano le ipocrisie, le storie ripetute, i falsi sorrisi, le miserie tutte. E finalmente sento la mia pancia. E riesco a sentirla tranquilla, calda e sento di volermi bene. In questo stato riesco a vedere quasi tutto chiaro. Forse si vede bene solo al buio.  Appare tutto così chiaro… E i contorni sono così nitidi e precisi!

Poi arriva il giorno.. e trovi tutto sotto la luce artificiale sotto la quale, ormai, si vive. Un po’ perché ci siamo costruiti questo mondo. Di banche attorno a noi … e di  mode: quella del perdono, quella del mondo pulito, quella del tacco dodici, quella della tolleranza, dell’accoglienza, della accettazione, dell’indulgenza. La moda del volemossebbene, che semina il virus “iotisalverò” Pericolosissimo, a volte mortale. 

E un po’ perché ci arrivano le solite puntuali delusioni, le bugie, piccole e grandi e poi quelle davvero gratuite e le piccolezza tutte. I segreti di pulcinella. Le scatole di cartone che si aprono ed esce il pagliaccetto gonfiato che ti fa la pernacchia.

Ma non importa: la sera c’è l’appuntamento con la pancia. Calda… E il respiro. E i pensieri che a guardarli da fuori si vede che sono solo pensieri. E qualche persona davvero speciale nel cuore. Si spegne la luce e si immaginano i contorni.  L’essenziale è invisibile agli occhi.

 

 

TI ASPETTO QUI

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Ti aspetto qui dove il sole non fa più male non brucia non offende non inaridisce accarezza e calma ti aspetto qui dove il mare riposa sotto la sera gentile dove gli alberi si stagliano contro la luce crepuscolare dove i pensieri sono anche preghiera Ti aspetto qui dove tutto è calma adulta matura come l’odore di resina che solo la sera dispensa nell’aria Ti aspetto qui dove non c’è rumore dove l’amore è canto silenzioso capace di risvegliare semi addormentati dei grandi alberi protesi verso il mare Ti aspetto qui dove il Tempo salda le ossa rotte lenisce le ferite lava via la polvere dove la morsa del mondo si allenta dove si libera il respiro e diventa alimento per l’anima  Ti aspetto qui in un’ora liquida e densa quando la voce del mare è come musica da un grammofono Ti aspetto qui per aspettare insieme il miracolo dell’alba

SGUARDI

20140807_135858A differenza di molte persone, loro ti guardano sempre dritto negli occhi. Sguardi che ti frugano nel cuore e che sanno farti sentire piccolo. Lui è Pepe. Come lui, tanti. Sguardi speciali, potenti, penetranti, adulti, saggi, maturi, leali, dignitosi. Sanno spogliarti e a volte farti …. sentire piccolo, perché senti che loro hanno un cuore così grande e pulito e puro e bellissimo. E te invece no, mica ce lo hai così..

Namasté Pepe.

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TRENTALUGLIO

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Oggi, se ci fosse, la mia mamma compirebbe 80 anni, ma non c’è più da quasi 30.  Starete pensando che è un pensiero insolitamente personale, ed è vero, è molto personale, è vero. Però non è vero che è una cosa insolita: è solo diretta.  In diversi post ho parlato di lei, senza nominarla.  “Pensieri sul ponteper esempio,  e poi uno in particolare, che è  uno dei miei più intimi. Scritto il giorno del mio compleanno, che non amo festeggiare come tutte le ricorrenze in genere, ma è una data che inevitabilmente mi fa sentire ancora più vicina a Lei.

E’ questo ed è uno dei miei preferiti.

Ha raccolto interventi delicati e profondi, in linea con Controluce e con il cuore di chi la frequenta: persone, gatti e qualche cuore di cane.
 

Lascio anche questo pensiero, trovato in web. Non posso citare la fonte perché l’ho perduta e non sono più riuscita a ritrovarla.

 

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PAROLE CADUTE

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Ci sono notti di pensieri che si arrotolano, si attorcigliano, imbrigliano i pensieri, mescolano le carte del passato, ci sbattono davanti ad uno specchio dentro il quale si specchia uno specchio. Dietro il quale ci si nasconde la verità, come briciole sotto il tappeto. Notti in cui ci si casca, dentro lo specchio, come fosse un lago. Uscire è difficile quando non sappiamo dentro quale specchio si è finiti. Ci sono notti che hanno forbici che tagliano corde, cesoie per catene, accette per ali. Notti che hanno mani.
Notti che non sono amiche: reti di maglie strette al posto di velluti a riparare spalle, a donare sonni, sonni di riposo, capace di distendere i segni sul viso. G
entilezza per zigomi e guance. Culla per sogni, carezze  sul petto che respira.

Notti di pietà per le parole belle, cadute nei crepacci dell’incomprensione, abissi di pietra dentro i quali la mano non passa. Come il braccialetto caduto alla bambina nella grata del marciapiedi. Niente, non recuperi niente. Sai che sono lì, e ci vuole pazienza, un filo di nylon e una canna da pesca e un bel po’ di tempo. Ma non hai tutta questa roba, non ce l’hai: disponi solo di altre…. parole.

Allora le chiami, le parole belle, provi a farle salire da sole. Ci provi, perché erano belle davvero …  appena nate. Nate da un cuore disteso, che stava anche bene, cadute forse perché accecate dalla luce. Bisogna proteggerle, le parole belle, e tenerle solo sul cuore. E’ un posto sicuro, il cuore. Per questo cerchi di passarle, velocemente, da cuore a cuore…

Ma a volte cadono se il cuore non è pronto, se non può ricevere, se non è sereno: sono parole senza paracadute e senza rete, quelle che nascono dal cuore. Senza protezione, senza cappotto, senza biglietto di ritorno, senza istruzioni. Non sono andate a scuola.

Quelle che nascono dalla testa invece sono più furbe ed equipaggiate. Hanno corde e ramponi, hanno l’assicurazione, il passaporto con la marca, la garanzia e anche la scorta. Sanno mescolarsi, mimetizzarsi, sanno nuotare e camminare. Sanno fare tutto tranne volare, ma alle parole che nascono nella testa non serve volare. Sanno anche contare, e crescere. Si nutrono di altre parole, rotolano, come la polvere sul parquet, e diventano giganti e resistenti. Sono spesso sapienti, sfuggenti, scivolose, drenanti, assorbenti. Taglienti, esperte, capaci.

Le parole che nascono del cuore sono tonde, morbide, semplici, indifese. Vento e pioggia possono appesantir loro le ali. Sono svestite, delicate, esposte,  e non sanno che fare una volta cadute …  non si alzano più. Si può provare a salvarle, rimetterle in fila per farle tornare a casa. E’ un posto sicuro il cuore che le ha generate: forse le può ancora salvare, proteggere, scaldare e tenerle con sè.  Vi sono notti in cui ci si può solo provare. 

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VEROFALSO

 

Donald Sutherland – Billy nel film “La migliore offerta” – dice: 
 “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”.

Nessuna recensione sul film, per carità!  Piuttosto una riflessione su quello che è il leit motiv del film: verità e finzione, simulazione, artificio, inganno, falsificazione.

L’amore ripara e ricostruisce il meccanismo bloccato dalla ruggine, della personalità un bel po’ borderline dei due protagonisti, così che entrambi raggiungono una specie di “guarigione” (similia similibus curantur).

Ma …
questo amore è simulato dalla bella Claire. La simulatrice infatti alla fine deruba il ricco Virgil, dopo averlo completamente trasformato e “guarito” dalla sue manie che per tutta la vita gli hanno impedito di vivere relazioni sociali “normali” e qualsiasi rapporto con l’altro sesso. Un vero misantropo.

Falsa è l’amicizia di Robert, l’orologiaio che lo aiuta a mettere insieme l’automa Vaucanson. A tal proposito, è interessante notare che l’assemblaggio dell’automa è parallelo all’abbattimento del muro tra Clare e Virgil.  Ingranaggi di un meccanismo che con il robot si attivano, da una parte. Dall’altra le  fobie che  nei due protagonisti si dissolvono. Un parallelismo raffinato e affascinante, dal punto di vista della sceneggiatura.

Recitata è anche la fedele e ostentata amicizia di Billy: alla fine si scopre essere il regista di tutta la messa in scena. E’ lui che afferma che  “I sentimenti umani sono come le opere d’arte, si possono simulare”. E materializza questo concetto lasciando a Virgil come “firma” sull’opera (la truffa) un quadro che esso stesso ha dipinto.

Virgil è un battitore d’asta, è richiesto in tutto il mondo, perizia opere d’arte di enormi valori e deve la sua brillantissima carriera alla sua capacità di distinguere un’opera vera da una falsa…
Tuttavia … non si accorge del complotto, orchestrato dalla donna amata, dai suoi amici, dal conoscente orologiaio Robert che diventa il suo confidente intimo, dal vecchio amico Billy.

Ma forse è più facile scovare il particolare che sconfessa l’autenticità di un’opera che distinguere tra sentimenti veri e sentimenti simulati.

Perché?
Forse perché c’è qualcosa nella natura umana capace di idealizzare e di trasformare come argilla un sentimento che urge come nutrimento, unguento o anestetico. Forse perché siamo bravi a giocare  tra luce e ombre, a ingannare gli occhi, il cuore, e perfino negare evidenze, nascondere pochezze e convincerci che qualcosa/qualcuno  è come vorremmo che fosse. E che noi stessi siamo come vorremmo essere.
E forse anche perchè, come Claire afferma: “In ogni falso si nasconde sempre qualcosa di autentico”.

Forse ha ragione un mio amico della capitale che un giorno disse: Ori, non è vero niente. E’ tutto finto…

SEI UOVA E UNA PREGHIERA

La chiamo ieri, da casa.

Ciao. Ti avevo cercata perché ho delle radici, se ti interessano. Sai, come quelle dove ho incollato gnomi e folletti e che ti piacevano? Se ti interessano te le porto …

Ma… Ma…… Ma lo sai perché non ti ho risposto al telefono? Perché stavo chiedendo ad un mio vicino di casa che ha appena estirpato una pianta morta, se mi potesse relagare le radici! Magia!!

Ci vediamo domattina? Ti va?

C’è mezz’ora di autostrada tra di noi, vero, non tanta strada. Ma ci sono le famiglie, gli impegni.  Più per lei che per me: due ragazzi, un marito, il lavoro: dieci ore al giorno fuori casa.  Ma c’è quel filo che ci lega dalla prima elementare nonostante la vita, le scelte, nonostante tutto.

Arrivo all’appuntamento e la vedo, con il suo ragazzo più giovane, 14 anni,  l’apparecchio ai denti,  un metro e settanta (ma quanto crescono mi dico… non è che li concimano, i figli, come si fa con le piante?).

Un abbracccio, due chiacchiere. Poi lei mi dice: ti va se andiamo un salto da mia mamma? E come no…
Ok.
Lei sale sulla sua auto io sulla mia. Conosco la strada: ho abitato per anni a due passi dalla sua casa.
Ci vediamo là .. Ok, a tra poco.

La grande casa è sempre la stessa, sono anni che non ci vado ma …
Varco la soglia, e ho dieci anni, le calzine corte bianche, e sono li, per andare all’oratorio insieme. L’aspetto un po’: lei deve aiutare a sparecchiare.
Entro nel grande soggiorno: mi vengono incontro due laghi che sono gli occhi della signora AnnaMaria. Occhi abituati ad essere presenti ovunque, con tutti quei ragazzi cui prestare attenzione, cui dare dolcezza e protezione e cura. Il tavolo è sempre lo stesso di allora. Un tavolo grandissimo, per una famiglia numerosa.
Parliamo di questo, di altre cose, e poi del nipote, l’altro figlio della mia amica,  che si è divertito alla notte bianca. Lei domanda cos’è sta notte bianca. La notte bianca è una notte di festa, di musica in strada. Scuote la testa e ridendo dice: sai quante notti in bianco ho fatto io??

Ehhhh Lo immagino…

Parlo con lei: parla la mamma, la nonna e sono tanti, figli e nipoti. Una grande famiglia. Le domando: ma quando vengono tutti come si fa?

Ehhh! Quando succede, per esempio a Natale, è come fare un trasloco. Tavoli, cavalletti e assi, e piatti e posate, e sedie che vengono raccolte da ogni dove. Come si fa… Facciamo due turni!

Guardo la mia amica e mentre io lo penso, lei dice che lì dentro il tempo si è fermato, che solo lì trova il sereno, la tranquillità, il giusto ritmo del cuore del respiro, e la pace.

Mentre lo dice penso che in quella casa c’è qualcosa di speciale. E ancora una volta sento che la serenità, la gioia, l’amore, restano nei muri, si rifugiano tra le mattonelle del pavimento e … restano, restano incuranti del tempo. Restano.
Ho sempre pensato che le case sanno conservare l’amore e restituire un senso di serenità profonda e di pace e stamane è stata una conferma. La provavo a casa dei miei nonni, e l’ho provata stamane.

Beviamo il caffè e poi usciamo in giardino. Il giardino sul retro della casa non lo ricordavo. Così grande e con la fontana che ora però è diventata una fioriera. La signora AnnaMaria mi racconta dei giochi dei bambini con i pesci rossi quando nella fontana c’erano i pesci rossi. Ammiro le sue piante grasse, grandissime, i fichi d’India, i cactus.

Frugo nei suoi ricordi: mio padre avrebbe la sua età: loro due sono cresciuti a pochi metri. Le chiedo di questo e ottengo conferma: cortili comunicanti, famiglie contadine, poi la guerra che erano bambini. Volgo lo sguardo verso il cortile che fu l’infanzia di mio padre e la sua, è che è li vicino alla grande casa.

“Un giorno venne tua nonna da me, allora ero fidanzata, e mi chiese se il mio fidanzato (l’uomo che poi sposò, che era carabiniere) poteva intercedere perché fosse concessa una licenza al tuo papà, che era a militare. C’era bisogno di falciare il fieno. Mi portò sei uova”.

Ho già detto in questi spazi che non amo i ricordi. E stamane niente è stato un ricordo ma un regalo del tempo. Sono stata bene. In certe case è perfino possibile fare pace con il tempo, almeno per un po’. Riesce perfino a me.

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SCATOLE

Soffro di anoressia.
Nei confronti dei giornali, dei notiziari tutti, dalla TV al web. Non voglio sentire. Non più. 
C’è crisi, è vero, si sta male. Un pianeta diviso, tra poveri e ricchi. Poi: violenza per le strade, furti e rapine in aumento, ovvia conseguenza di quanto sopra. Una umanità per mezzo povera, che costituisce ricchezza per l’altra, che è sempre più ricca.

Un futuro incerto, fantasmi dietro la porta, il terrore di andare in azienda il lunedi mattina e trovare il cartello CHIUSO.

E questi sono gli argomenti che si sentono in continuazione, sul treno, per strada e ovunque. Nei tiggì, sui giornali. Dappertutto. In ufficio poi non parliamone: l’ambiente in cui lavoro è una perfetta vetrina su questa situazione, difficile, pesante, che fa paura, che scoraggia qualsiasi iniziativa, capace di uccidere ogni azione di buona volontà, annientare qualsiasi intrepido tentativo di costruire, fare, inventare.

Questo, che piaccia o no, è il mondo in cui viviamo.
E ok. Ok. OK!!!
Ma parlarne in continuazione non serve, non fa bene al cuore, non aiuta. Serve fare, non parlare. Agire. Lamentarsi, lagnarsi, martellare in continuazione sé e il prossimo fa solo del male, accorcia la vita, di sicuro.

Più che mai c’è voglia, necessità, urgenza di  leggerezza, di calore, di colore, di alito. Di ballare e di correre, di bagnarsi quando piove, di camminare a piedi nudi.
Che ci sarà mai di così tanto bello nei giorni per ballare? Appunto, c’è bisogno di sentire il battito della vita.
Crogiolarsi serve a poco, prendere atto e adeguarsi a situazioni nuove, cambiare, se necessario, questo è più utile. E imparare a vivere momenti di serenità, volersi bene anche più di prima, può fare la differenza tra un giorno grigio e freddo e un giorno caldo e colorato.

Chi scrive non è  per nulla una che vede “il bicchiere mezzo pieno”. Tutt’altro. Ha un’anima grave e greve, pensieri pesi, sempre e comunque. E non è nemmeno una che non teme i fantasmi: li vede ogni giorno, incombono, e in parte hanno già divorato alcuni sogni e speranze, deluse aspettative, generato dolore e amarezze e lacrime. E’ una persona che ha imparato ad accettare. Già, accettare. Che è differente dal rassegnarsi.  Accettare le perdite, e andare avanti, mezza morta, ma andare avanti.  Si impara, si impara e si cresce, e si può fare: anche senza l’aiuto del cinismo, si può imparare ad “accettare”. Quando non si può fare niente per cambiare occorre saper accettare.

Ma ci sono cose che bisogna imparare a cambiare, se si vuole sopravvivere, e si può cercare di farlo.  Allentare le catene,  guadagnarsi la libertà dell’anima, quella del cuore:  abbandonare le finte certezze. Non ne abbiamo, di certezze. La vita di chiunque può cambiare in un nanosecondo. Può crollare tutto, in meno di un istante. E allora? E allora occorre imparare a cambiare prospettiva, abbandonare, se serve, cose che fino a ieri ci hanno sostenuti, imparare a convivere con la precarietà, a tener sempre ben presente che tutto… cambia o può cambiare. E non necessariamente in peggio. Il che equivale anche liberarsi delle illusioni.  Come si fanno ad avere certezze? Come? Siamo appesi ad un filo, la nostra vita stessa lo è. La ipotechiamo?  Farlo oggi è più sciocco di ieri. La gettiamo via lamentandoci, vivendo nella paura? Se provassimo invece a tirare fuori il coraggio?

L’altro giorno si parlava, in blog, semmai le mucche volessero diventare Simmenthal… Bè.. noi stessi siamo esistenze in scatola. Forse non ce ne siamo accorti?

Cacciamo fuori le ditina dai buchini e digitiamo come pazzi su altre scatole, sempre più tecnologiche, sempre più leggere e piatte, sempre più touch, sempre più piccole ma .. scatole. Ci si illude di essere meno soli, ma siamo più soli che mai, disperatamente soli e in scatola. Veniamo al mondo, in scatola, con l’etichetta con sopra stampato il codice fiscale e il codice a barre, indelebili. Chiunque ci legge, ovunque, in un istante sa tutto di noi. 

Lontanissimi dalle creature che eravamo, capaci di allargare le narici e annusare, annusare la terra, sentire dove c’è acqua e dove c’è amore, sentire le stagioni sulla pelle e sentire con il pelo, rotoliamo, dentro le nostre scatole, che sositutiscono il pelo. Lo abbiamo perso tutto, il pelo e anche brandelli di pelle, ormai. Ma il pelo di latta, mica sente. E nemmeno protegge.

Portami a ballare, fammi ridere, accendi un fuoco, e fammi l’amore sulla terra. Fai finta che ci siano le stelle, inventale e raccontamele, e poi, perdio, abbracciami, sotto un prato di stelle e fammi sentire il fiato.

ori.

UNO DI NOI