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CORAGGIO

“Il coraggio, uno non se lo può dare!” protestava il don Abbondio dei Promessi Sposi. Francesco Alberoni rovescia questa famosa massima rivendicando l’urgenza di un valore dimenticato e sostenendo che “il coraggio si può imparare”. Audacia e timore sono legati a doppio filo. Chi non ha paura non sarà mai capace di atti di eroismo. Proprio per questo l’ardimento non va confuso con l’inconsapevolezza o l’incoscienza. La riflessione di Alberoni si concentra su una “virtù morale e sociale” che investe tutti gli aspetti dell’esistenza: amore, amicizia, lavoro, famiglia. E quel “coraggio quotidiano” che ci permette di plasmare il nostro destino è forza d’animo, rifiuto delle ipocrisie proprie e altrui, gesto che sovverte un sistema ingiusto, ricerca di ciò che innalza. La mediocrità, l’indifferenza e la vigliaccheria sono facili: basta lasciarsi andare, nascondersi e adagiarsi nella propria nicchia. C’è invece un gran bisogno di opporsi alla cultura della comodità, del disfattismo e della codardia. Partendo dal presupposto che ogni essere umano ha una missione da scoprire e da compiere nell’arco di una vita, il coraggio va esercitato per essere fedeli a se stessi, per non farsi confondere dalla complessità del reale e, a volte, per superare se stessi.

Dal sito IBS – descrizione del libro di Francesco Alberoni

Premetto che l’intenzione non è quella di parlare di Alberoni né del suo libro. Per carità. Volevo solo parlare del coraggio. Coraggio nel senso di virtù umana, mica di eroismo. Il coraggio di essere sé stessi. Sempre.

In questo tempo, soprattutto in questo tempo – sarà l’età, saranno le delusioni – sarà quel poco che ho imparato – mi rendo conto che la cosa più coraggiosa è essere fedeli a sé stessi. Costa molto, essere fedeli a sé stessi. Si paga in vari modi,  soprattutto con una certa solitudine. Che nell’età verde può costituire un dramma, ma nella maturità no. Perché serve altro. Il tempo è un ottimo distillatore. Serve “poco ma buono” in tutto. Dalle cose alle relazioni. Quindi la solitudine, una certa solitudine, fa meno paura anche a chi l’ha temuta in primavera.

Il coraggio … quel coraggio, quello che ti permette di dare una svolta alla tua vita, che magari non è nemmeno tanto male, che magari con qualche compromesso di qua qualche altro di là, il famoso colpo al cerchio e alla botte, ti fa “andare avanti”, è quello che ti dice NO non mi accontento, no sto bene, non mi piace. Ecc.. quello lì. Quello che ti permette di cercare, cercare altro e oltre, e che ti fa assumere le responsabilità e il dolore del cambiamento. Non è quasi mai molto comodo cambiare: meglio restare nel luogo sicuro, magari non tanto felice, ma sicuro. E non si pensa mai abbastanza che il “sicuro” semplicemente … non esiste. E’ presuntuoso pensarlo, perfino quando ci sono buone ragioni di sentirsi “al sicuro”. E’ sempre, ma proprio sempre tutto appeso ad un filo. Prima cosa fra tutte l’esistenza stessa.  A volte mi soffermo a pensare cosa maggiormente auguro a mia nipote. Auguro questo: il Coraggio. Il coraggio di cambiare, di non accontentarsi, il coraggio di pretendere di essere felice. Il coraggio di cercare sé stessa prima di tutto. Di capire cosa vuole e poi di cercarlo, senza smettere di farlo nemmeno quando dopo tutto c’è calduccio, dopo tutto c’è un tetto, dopo tutto c’è un amore, dopo tutto c’è un lavoro. Ecco, ragazzina il mio augurio. Rimorsi ma non rimpianti. La forza, il coraggio di voltare pagina, di lasciarti alle spalle ciò che non vuoi, che non ti somiglia,che non ami, che non ti fa stare bene.  Il coraggio di dire NO soprattutto se significa dire SI a qualcun altro. Il coraggio di riempire valigie e partire, pretendere, spiegare le vele anche se non c’è terra sicura. Non ti sto augurando l’incoscienza, la sfrontatezza, la sconsideratezza. Queste sono cose differenti.. Ti auguro di non adagiarti mai nella tua nicchia anche se comoda ma non è felice. Potrebbe rovesciarsi in un baleno. Costruisci la tua, con le tue mani, e facci entrare solo chi avrà …. coraggio. Chi chiederà di entrare perchè lo sceglierà, perchè sceglierà te. Che non sei un’alternativa ma una scelta. Una scelta coraggiosa, se anche tu sarai coraggiosa… Perchè ci vuole coraggio anche per amare chi ha coraggio.

Pensa con la tua testa. Segui il tuo intuito, il tuo cuore, la tua testa. Non badare alle opinioni degli altri, non essere mai prigioniera di niente e di nessuno. Non permettere mai che quella vocina che ti sussurra e spesso grida dentro sia messa a tacere dal mondo, dalle convenzioni, dalle aspettative degli altri, dalle mode, dal “ciò che è meglio” ma nemmeno da ciò che sembra “sicuro” ma che però non ti piace. Non barattare mai alcuna “certezza” con un paio di ali.  

LA MATEMAGICA

Dedicato ad Aurora che la matematica non l’ama mica… Eh no.. non è esattamente sua amica…  Ho letto di una donna, Emma Castelnuovo. Peccato che a scuola la matematica non la insegnano come l’ha insegnata lei. Forse anche piaciuta di più anche ad Aurora. Bè, Aurora, guardati la MATEMAGICA.  Ciao dalla tua bellissima  🙂   zia.

IL PRESEPE DI AURORA

Ciao zia,  ti mando la foto del mio presepe. L’ho fatto da sola. Quando vieni a vederlo?  Presto, tesoro!  

 

 

AURORA: LA TERRA CHE VORREBBE

la terra secondo aurora

LEGGENDA

LA  LEGGENDA  DELLA  TIGRE  BIANCA

C’  era  una  volta  una  tigre  del  Bengala  , che  aveva  fame  però  non  trovò  da  mangiare .

Andò  su  una  collina  per  vedere   meglio  se  c’erano  degli  animali  !!!

Però  non  c’ erano, allora  andò  in  letargo.  In  una  grotta.

Due  giorno  dopo  uscì  dalla  grotta  e  vide  che  nevicava  e  la  neve  gli  cadde  addosso.

Poi  la  tigre  vide  un  pittore  e  anche  il  pittore  vide  la  tigre  ,  e  visto  che  era  tutta  bianca le dipinse  con  il  pennello delle  strisce  nere.

Così la chiamarono “La  tigre  delle  nevi”.

Dopo  un  po’  il  pittore  dipinse  di  bianco  un’altra tigre e  le  dipinse  anche  le  strisce  nere .

Così  il  maschio  e  la  femmina  si  accoppiarono.

Dopo  un  mese  il  pittore  ritornò  e  vide  che  avevano  fatto  dei  cuccioli  bianchi  con  le  strisce  nere.

Leggenda  scritta da  Aurora, 8   anni.

PER AURORA

sottotitolo:

quando la zia dà i numeri

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Buongiorno !! Grido’ Uno incontrando per la strada Sette.

Ohh buongiorno a Te, Uno – risposte Sette con un leggero inchino.

Mmmm eslamò Uno … Sei sempre con quel braccino teso, come qualcuno un po’ di anni fa…

Eh mio caro Uno, non sono di certo stato io a copiare quel saluto! Io sono nato prima, molto tempo prima sai?  Sono antico, molto antico e sono anche un numero speciale.  Come? Perchè  sono speciale???

Sette sono le note musicali, i giorni della settimana, sette sono le stelle delle Pleiadi visibili dalla Terra. Sette sono le virtu’ e anche i vizi capitali, le piaghe d’Egitto, i libri della Bibbia. Sono sette i dolori della Madonna, i re di Roma, i veli della veste di Salomè. Devo continuare?

No! Per carità! Anzi perdonami se con tutta questa Storia mi sono soffermato sul saluto fascista!!! Promesso che non lo faro’ più. Prendiamo un caffè?

Volentieri!

Mentre passeggiavano per la stradina del parco, ciascuno con il proprio braccino, uno teso, l’altro a mezz’asta, videro arrivare in contromano una specie di lumachina, che rotolava, rotolava, perchè il sentiero, che era un po’ in salita  per Uno e Sette, era in discesa per Sei.

Sei si fermò appena in tempo, qualche istante prima di cozzare contro la gambetta secca secca di Sette grazie a una frenata stile Willy il Coyote sull’orlo del precipizio quando è rincorso da Beep Beep.

Buongiorno!  – dissero in coro Uno e Sette!

Pant Pant… Buongiorno!  – rispose Sei. Beati voi, che non rischiate di rotolare. Io con questo pancino tondo e un baricentro un po’ precario, potrete ben immaginare che fatica è camminare lungo i sentieri in discesa quando mi capita di perdere l’equilibrio! Tra l’altro, poco fa, ero in giro con due dei miei fratelli… Mai più!!! Insieme a passeggio facciamo Sei Sei Sei.. Eh!!! Non è mica una bella cosa quando un gruppo di ragazzini travestiti da Iron Maiden si mettono a canzonarti con “Six Six Six the number of the beast!”  Provare per credere! Proprio oggi ci siamo accordati: in futuro passeggeremo in due, in quattro ma  mai più in tre!

Tre??? Tre??? Siii?? Chi mi ha chiamato?

La vocina arrivava dalla panchina dove un tranquillo Tre se ne stava seduto a leggere il giornale.

Buongiorno Tre! – dissero tutti insieme Uno, Sette e Sei.

Buongiorno a Voi –  rispose Tre lasciando suo giornale sulla panchina, raggiungendoli. Di cosa stavate parlando?

Mah… ognuno di noi parlava delle proprie forme e dei propri dolori e difetti.

Difetti? Io di certo non ne ho! Sono il numero perfetto!!!

Ecco!! Senti coso… numero perfetto, vieni a prendere un caffè con noi? E visto che sei perfetto, paghi tu!

Va bene, andiamo pure ma prima devo telefonare a Quattro che, data la sua forma, si è prestato a far da altalena a una virgola che passava di qua e ora non so più dove sia. Anzi dirò a Quattro di raggiungerci al bar. Di solito la sera facciamo sempre… ehmm quattro passi insieme.

Chiacchierando del piu’ e del meno, Uno, Sette, Sei, e Tre,  raggiunsero il bar che era anche una trattoria.

Il cuoco, Otto, con un bel pancione tondo e un faccione altrettanto tondo stava discutendo con Nove che si burlava di lui perchè a volte entrava nel locale a testa in giù spacciandosi per Sei. Sei un numero monello!!!  diceva Otto, paonazzo, mentre rincorreva Nove,  agitando il suo cappello bianco.

Dietro il bancone del bar, Cinque e Due se la ridevano a crepapelle.

Bè.. è quasi ora di cena. Che ne dite di un aperitivo, al posto del caffè? proposero Cinque e Due, rispettivamente barista e cameriere ma all’occorrenza anche tuttofare.

Due si lamentava sempre, diceva che lavorava per … due. Lo diceva ingiustamente perchè Cinque gli dava sempre… ehmm .. una mano. Appunto!

Benissimo!! – Risposero tutti in coro. – Magari con un po’ di salatini! – Aggiunse Quattro che nel frattempo aveva raggiunto il gruppo.

Eh no!! I salatini sono finiti –  informo’ Cinque.  E’ passato Zero, qualche ora fa, e come sempre fa piazza pulita di tutto. Ora starà dormendo, satollo, sotto qualche albero, indisturbato, dato che nessuno lo vede!!!  Sembra una bolla d’aria, lui!

Non fa niente. Anche senza salatini …

Prosit!

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SIEPE DI CASA MIA

nati

(foto mia)

Sono piccoli di merlo. I merli nidificano anche nelle siepi. In questo caso, questo nido è stato trovato nella siepe di casa mia, durante una potatura.

Occorre prestare attenzione quando si praticano le potature, per questa e per altre ragioni. Quando si trova un nido, si lascia quella parte di siepe intatta fino al volo dei piccoli. Piccoli che a volte volano troppo presto e … bè, sotto ci sono i gatti. È una legge dura, cruda, quella della natura. Ma garantisce l’equilibrio e la continuità e la qualità di tutte le creature.

Mi piace vederli, mi piace sentirli cantare: annunciano la primavera, con il loro chiacchiericcio e il loro canto, specie nel periodo del corteggiamento. Mangiano di tutto, i merli,  ma il piatto preferito sono i vermiciattoli della terra. Quando piove è bellissimo vederli frugare nel terreno, con zampette e becco e poi vederli sparire nelle siepi a sfamare i piccoli.

A volte, durante il fine settimana, mi piace alzarmi presto e mettermi seduta sotto il portico con la tazza di caffè e assistere a tutta questa vita che è un gran daffare per trovare cibo e poi rametti e altre cose per costruire i nidi, corteggiare, combattere per la femmina. Ho visto combattere passerotti e merli e darsele di santa ragione.

C’è una tortora che da tre anni nidifica sotto il mio tetto: è una gran pasticciona, porta centinaia di rametti che regolarmente cadono sul marciapiedi sottostante: ogni settimana ne raccolgo un gran mucchio con scopa e paletta! L’abbiamo ironicamente battezzata “Renza” (dall’architetto Piano),  dato che con l’architettura non ci sa proprio fare.
Poi abbiamo avuto per tre anni un piccolo insettivoro, che passava l’inverno sulla trave sotto il portico. Lui si chiamava Bartolo. Era minuscolo, aveva il pancino tutto colorato e non ricordo ora, di quale razza fosse ma lo scriverò presto tra i commenti.

Questa foto è stata “rubata” in un momento speciale, un paio di anni fa. Si stava appunto potando una siepe di lauro, con la cura di sempre, quando è stato avvistato. La scala è rimasta sul posto perché stava per arrivare a casa un’ospite speciale: la mia nipotina che aveva 5 anni. È salita, con tanto silenzio e attenzione e ha spalancato occhi e bocca, meravigliata. Parlava sottovoce per non disturbarli; questa foto l’ha voluta lei ed è stata scattata con il mio cellulare. Poi per giorni ha chiesto notizie dei piccoli.
Ecco, un piccolo racconto di una piccola-grande cosa.

Uscita dal ditale, per ogni aurora, e per quella mia.

Cosa c'è nel cassetto della macchina a pedale?
Un piccolo ditale.
È dorato o forse solo colorato, è piccolino, è della misura del tuo ditino.
Ma dimmi, tra bottoni fili e aghi cos'altro vedi nel cassetto?
Ma certo, c'è un folletto!
È il folletto del cucito, vedi, è tutto colorato e di pezza è il suo vestito.
Dorme sotto una lampo, come letto ha un merletto, e un bottone alla casina, funge da portone.
La mattina si sveglia tra gomitoli di colore, e se la nonna cucendo fa rumore, lui scappa, e si nasconde, e sai dove?
Nel ditale color dell'oro e lì si riaddormenta tra un gomitolo color menta ed un altro color pomodoro.
È un folletto dormiglione, la nonna gli cucirà un maglione.
Ma per provarlo deve scovarlo, e il furbetto è troppo lesto!

IL SEDERE DI BABBO NATALE

La mia camera da letto è al piano superiore rispetto al salotto e costruita in modo che guardando di sotto si vede il camino.

Qualche volta la mia nipotina (sette anni) dorme da me.

Si deve “apparecchiare” il comodino, non deve mai mancare la storia “L’uomo che perse il suo naso” di Rodari, poi anche “Il brutto anatroccolo” e un numero variabile di pupazzi mai inferiore a 3.

L’ultima volta, “battagliavo” con lei per far sì che infilasse il pigiama (per lei non è MAI ora di andare a dormire);  osservando la cappa del camino, stando in piedi sopra il letto, mi dice:

– zia, ma Babbo Natale quando arriva non si brucia il sedere? –

Bella domanda, eh?

 

 

DOLCI RISVEGLI

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Stamane mi sono svegliata a suon di cuscinate.
Cioè sono stata svegliata a cuscinate dalla mia nipotina.
Sette anni tra pochi giorni, un sorriso buffissimo, che mette in mostra un dente si e uno no: ne ha persi 4 in una settimana.
Arriccia il naso, mentre ride e gli occhi, azzurrissimi brillano.

E così ti trovi davanti un musetto cosparso di piccoli nei (sul naso ha una formazione simile all’orsa stellare) incorniciato da capelli biondissimi e … sai che è una mattina speciale, sia pure con inizio traumatico urlato: ziiaaaaaaa sono “già”  le sette !!!!
Ci alziamo. Colazione in cucina, poi la vestizione, lunghissima perché prevede i soliti compromessi – lavarsi i denti ecc – e poi le proteste infinite e l’avversione per spazzole e pettini (ziaaaa basta ti prego mi fai male tanto tantissimo bastaaaa).

Finalmente si arriva alla fine: pantaloni comodi, maglietta, calze e stivali di gomma. Felpa, fazzoletti di carta nello zainetto (è allergica a molti pollini putroppo mi somiglia) e poi fuori, con lo zio che è il suo mito, e i nostri tre cani, tra i boschi che fanno da cintura e da confine alle tre province Como Milano Varese.
Per lei, che vive a Milano city è un’occasione di felicità che supera il disagio dell’allergia che fortunatamente non è potente come la mia.
Io invece sono qui, imbottita di antistaminici e cortisone, a l’ambrosia nemica fuori dalla porta di casa.

Stella mia

 (foto: celeste ©)

Stanotte ti porto a pescare le stelle.
Quando la luna illumina il piccolo lago, quello accanto al grande albero, ti verrò a prendere.
In silenzio, in punta di piedi, entrerò nella tua stanza: tu lascia acceso l'acquario, così avrò luce nella sala e anche nell'ingresso altrimenti … lo sai che inciampo spesso, specie nei tuoi giochi sempre sparsi sul pavimento.
Probabilmente dormirai abbracciata a Celestina oppure a Verdina oppure a Mimma, la tua prima bambola, il regalo del nonno Igi che poi .. è il mio papà.
Hai sempre fatto poca confusione con le relazioni. Ricordo un episodio buffo: Zio Paolo che allora chiamavi “Tio Pao” che parlando della mamma una volta disse “mia sorella” tu ti arrabbiasti dicendo “noooo, non è tua sorella, è la mia mamma”! Avevi circa tre anni: il tuo alberello di famiglia ti fu chiaro molto presto.
“Tio Pao” era molto esotico, faceva molto Giappone e lo zio metteva sempre le mani in posizione karate, rifacendoti il verso. Ricordi?
Ma torniamo alle stelle. In quel giardino, grande così tanto da perdersi, c'è un laghetto, proprio di fianco al grande albero e proprio sotto la luna che ogni notte si specchia, sbriciolando la propria luce sulla superficie dell'acqua. Quelle briciole sono stelle di luna.
Le stelle di luna sono birichine perché non stanno ferme mai: giocano con le onde del lago, si rincorrono, si tuffano e si rituffano. Scivolano, volano sul pelo dell'acqua: per fortuna l'aria è sempre lieve e le onde compiono solo movimenti leggeri e morbidi, tanto morbidi che la superficie del lago sembra un mantello di seta.
Se ti andrà, potremo prendere una piccola barca, senza remi però, perché non avremo fretta: le briciole di luna si cullano sull'acqua per tutta la notte: i remi, tra l'altro, potrebbero ferirle.
Useremo un retino, sai come quello che usava il nonno Igi e che usa il papà nell'acquario?
Una volta immerso il retino nell'acqua, occorre rincorrere una briciola e poi affondarlo appena sotto la stellina e … sollevare. La stellina si lascerà catturare perché sa che tu la guarderai, la toccherai, la accarezzerai e poi la lascerai nel suo letto di acqua, dove continuerà a giocare con le onde e con le altre stelle finchè mamma luna le chiamerà a sé quando sarà l'ora di farsi da parte per lasciare il cielo al sole.
Ah dimenticavo: lago e albero e luna e stelle di luna .. è tutto dentro di te.
A ben pensarci non serve che io ti venga a prendere sai? C'è tutto, tra le ciglia e il cuore. Chiudi gli occhi, spegni l'acquario, raccogli i giochi dal pavimento – mamma sarà contenta –
Ps lavati i denti anche se c'è quello che dondola.

GOCCE



 (Opera di  Aurora©, diritti riservati)


Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine,
ripetendo ogni giorno gli stessi percorsi,
chi non cambia la marca,
chi non rischia e cambia colore dei vestiti,
chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione,
chi preferisce il nero su bianco e i puntini sulle "i" piuttosto che un insieme di emozioni,
proprio quelle che fanno brillare gli occhi,
quelle che fanno di uno sbadiglio un sorriso,
quelle che fanno battere il cuore davanti all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo,
chi è infelice sul lavoro,
chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un sogno,
chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai consigli sensati.

Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge,
chi non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso.

Muore lentamente chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare;
chi passa i giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo,
chi non fa domande sugli argomenti che non conosce,
chi non risponde quando gli chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo
richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida felicità.

(P. Neruda)

E’ stata per anni appesa nella mia stanza di ragazza, questa poesia, ed è da tutta la vita appesa nel mio cuore, attaccata alla mia consapevolezza come una patella sullo scoglio.

C’è chi vive di emozioni, chi vive solo di testa e si vede. La Bellezza è qualcosa che si vede sul viso; alcuni visi pulsano di sorrisi che nascono dal di dentro, altri sono disegnati con il pennarello come quelli del clown.

Chi vive di ragioni evita l’emozione; ha paura di restarne intrappolato, come una mosca nella tela del ragno.  E probabilmente non si accorge.
Vuole prevenire (è meglio che curare no?) e prevenendo limita, o per meglio dire crede di limitare i rischi, crede di esercitare in controllo sulle "cose".
Con il tempo si incupisce, si uccide, muore attraverso il suicidio della propria fantasia, della propria pancia, della creatività, della libertà di essere e di viversi, di sentirsi, di amarsi.

Nella sfera passionale tutto invece è imprevedibile … 
Non c’è membrana a proteggere l’ambiente asettico interiore, si è indifesi, esposti alle intemperie, al dolore, alla delusione, alla sofferenza. O se c’è, è una placenta sottile, magari fallata e fa passare le Grandi Emozioni, quelle piu’ pure in grado di bucarla. E il di dentro si contamina, si inquina magari di amore, di luce, di felicità, di specialità. Ma anche di altro….
Perchè si sa, l’emozione non è soltanto gioia, non è solo innamorarsi, provare piacere, godere delle cose, di un tramonto, di un alba, della vita, di un momento di profonda condivisione e cosi’ via ma è anche dolore, sofferenza, confronto, freddo, delusione, solitudine…  quella vera..  (la lacrima sul viso nascosta dal cerone e dal sorriso disegnato con il pennarello).

L’ho pubblicata perchè sto facendo ordine tra le mie carte, ed è comparsa la stessa pagina che stava appesa tra le mie cose da ragazza. La poesia in sè non l’ho mai dimenticata, la ricordo spesso, la leggo spesso: è scritta da qualche parte dentro di me, con quelle lettere che non sbiadiscono con il tempo, un tatuaggio diverso da quello fatto con l’hennè.

Penso che si possa morire davvero, goccia a goccia, così lentamente da non accorgersene nemmeno.
Abbiamo una vita. Lunga o breve non lo sappiamo; il futuro potrebbe essere privo di luce… non si sa, ma di certo  privo di luce è ogni attimo non colto. Le famose perle ai famosi porci.  Scelte.
Difficili spesso, e non si nasce con il libretto di istruzioni mannaggia.

Penso a questa poesia quando guardo un cielo stellato, quando sento il gelo sulla faccia, quando decido di camminare sotto la pioggia senza ombrello. Quando piango per qualcuno che ho perduto, quando mi manca qualcuno che amo, quando qualcuno rinuncia a un volo condiviso. Quando non sento più il calore di chi c’era ma anche quando io non riesco più a scaldare,  incapace di raggiungere il cuore perchè non so scalfire la scatola stagna che lo contiene.

La penso quando sogno un balcone sotto le stelle e sopra la neve che brilla grazie alla luna. La ricordo quando i miei rimpianti rubano il sonno delle mie notti e avvolgono come un mantello la luce del presente.

Ma la penso anche quando qualcuno ritorna, quando qualcuno ti scalda il cuore con una lettera, un appuntamento, un messaggio e senti che non ti ha dimenticata e che le emozioni non si sono dissolte come fumo nel cielo.
  
E poi ogni volta che sento la certezza che qualcosa era stato vero, tanto da sopravvivere al logorio del Tempo, alle banalità dei giorni, al vuoto, e poi al buio e al freddo dei deserti dell’anima.

(L’artista dell’opera sotto il titolo ha 6 anni, una buona pancia, una buona testa e una fantastica zia)

DEDICATA

 
Tenera è l’infanzia tempo d’innocenza vita della mia vita ti parlerò col cuore di quel che c’è e non ha ragione.

Vivi sempre con passione rispetta le persone e l’amore per te stessa difendilo, non farlo maltrattare, tu rischia ma rimani uguale.

Che sia buona vita, che sia buono il tempo, canti canti il vento, finchè notte sia finita.  Che sia buona vita, che sia buono il tempo, canti canti il vento, che il tuo sogno prenda vita.

E siamo fatti di tutto, di zucchero e di sale, di pioggia e fango asciutto, di scivoli e di scale, di gioni vuoti e carnevale.

E c’è bellezza in ogni cosa, e l’arte è aria pura e ovunque musica si posa ricorda che c’è un fuoco in ogni voce melodiosa.

Che sia buona vita, che sia buono il tempo, canti canti il vento, finchè notte sia finita.  Che sia buona vita, che sia buono il tempo, canti canti il vento, che il tuo sogno prenda vita.

La tua piccola mano, rosa stella marina, con fiducia si posa, è un soldino in questa grande mano, io lo conserverò al sicuro.

Che sia buona vita.

A.