SOCIAL NETWORK NO GRAZIE

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In alcuni momenti, più che in altri, ci si rende conto di quanto sia frustrante dover usare le parole. Specialmente le parole sole, senza cappotto, senza gesti, sguardi, senza offerta, senza le mani. Servite crude, cotte, elaborate, con o senza salsa, lavate, stirate, inamidate, profumate, idratate, asciutte o bagnate. Colorate, sbiadite, stinte, tirate, laccate, scialbe. Cucinate.

Riflessioni più frequenti di questi tempi, in cui i mezzi di trasporto usati dalle parole sono per lo più quelli tecnologici. Nemmeno il gusto della calligrafia, che è unica, personale, il tratto sulla carta profondo, deciso, sfiorato, ad offrire un’ impronta, un profumo, la certezza del tocco, di una impronta digitale invisibile ma unica. Niente. Tutto è impermanente, inorganico, etereo, volatile.  Piccole sillabe naufraghe in colate di cristalli liquidi evanescenti, destinate ad essere perdute per sempre tra canali di scolo di circuiti stampati.

“Tre etti di parole – un filo di olio, due foglie di basilico fresco, salvia rosmarino, due chiodi di garofano tutto tritato finemente, un pizzico di paprika.  Sale pepe e peperoncino s.n.  Mescolate bene.  Servite subito via whatsapp, facebook, twitter “. 

Ci si accorge sempre di più di quanto sia importante comunicare con il corpo, offrire parole non pronunciate ma liberate, parole tonde e silenziose, paffute e gonfie, come quelle parlate sott’acqua, bolle di fiato, con la vita dentro.   Si  riflette su quanto sia importante la voce che, perfino al telefono ha più potere delle parole scritte con una tastiera.  E’ qualcosa di vivo, vibrante, nasce dentro, è immediata, sciolta, diventa vento e viaggia a cavalcioni dell’aria. Come in teatro non si può tornare indietro:  deve essere per forza “buona la prima”  perché una “seconda” non c’è.

Ma per quanto anche con la voce sia possibile correggere, spiegare, sottolineare, marcare, approfondire, limare, niente può sostituire davvero uno sguardo, il movimento delle labbra o le mani, che si infilano negli spazi tra le parole e diventano vera comunicazione.

Le parole hanno un grande potere, certamente. Sanno ferire, anche profondamente, ma uno sguardo può inchiodare, sciogliere, offendere. Poche cose sanno essere più eterne, definitive, terribili o dolci di uno sguardo.

Come si fa a dirsi così tante cose attraverso i social network e solo attraverso questi? Eppure ogni giorno sento cose strane. Va bene, vanno benissimo la condivisione, lo scambio, ma…. quando c’è solo questo?  Una ragazza (non una ragazzina –  almeno non anagraficamente – ) raccontava sul treno di essere stata “lasciata dal fidanzato” con un sms.

Una mia amica è  stata “informata”, via sms, da un “amico storico” (almeno da lei ritenuto tale), attraverso quello che sembrava un comunicato stampa, che le loro esistenze non sarebbero più compatibili pertanto … fine della frequentazione. Ovviamente senza possibilità di replica perché è stata “bloccata” sul telefono.  Ma come si fa?  Si può essere più codardi di così?

Copio incollo un intervento di Ricc in CL di qualche tempo fa.

Le parole sono dei messaggeri. Sono personcine semplici e di buona volontà, ma sono piccoline. E non ce la fanno a fare cose complicate. Basta una porta chiusa, che non ci arrivano alla maniglia. Basta un tragitto un po’ più lungo, che le gambe gli si stancano e bisogna che si fermino. Loro fanno quello che possono e, se ci pensate, a volte chiediamo loro cose veramente complicate, compiti difficili per dei messaggeri con lo zainetto. Eh. Gli si chiede di trasmettere le “cose che sentiamo dentro”. Ba, eh. Facile. Glielo chiediamo anche quando nemmeno noi le abbiamo capite bene, però chiediamo alle parole di trasportarle a qualcun’altro. Che poi loro il messaggio lo portano, ma lo danno ad un orecchio che anche lui c’ha il suo da fare, che poi lo consegna al cervello che ha le sue palle e mica ci capisce tanto di cuore lui, e fa una traduzione letterale, e nemmeno, spiattellando il messaggio su gugol e mandando avanti quello che gli viene… ma pari pari eh. Escono fuori robe incomprensibili, e noi diamo la colpa alle parole. A volte ho compassione delle parole. Che sembrano elaborate e forbite, e invece sono come il pruno del fiore del Piccolo Principe: non sono adeguate a qualcosa di più complicato che non sia chiedere dove sia la stazione o per avere mezz’etto di caramelle di liquerizia. E allora dobbiamo usare tutto quello che abbiamo per fare si che quello che si sente arrivi per davvero. Le parole vanno mandate in macchina, aiutandole con gli sguardi, bisogna mettergli il cappotto usando le mani, per i gesti e per il contatto. Bisogna dargli le radioline con un sacco di sorrisi. E allora vedrete che questi messaggeri, questa volta attrezzati, sapranno spiegarsi meglio, e non ci saranno più parole del cuore, perse in mezzo alla strada…

12 pensieri riguardo “SOCIAL NETWORK NO GRAZIE

  1. Quello che sta succedendo è lo specchio della realtà: le persone hanno paura del confronto e si fanno forti dietro uno schermo. Tutto è volatile, non dura in eterno, come invece erano le lettere, le scritte e anche i ricordi di uno sguardo. E’ più facile non essere se stessi oggi per paura di vivere… e questo mi fa molto paura per il futuro delle generazioni che seguiranno la nostra

    un sorriso speranzoso
    Marinz

  2. eh già. Si comunica elettronicamente tra avatar, Cioè si fa qualcosa di virtuale dentro qualcosa di falso. Peggio di così….

  3. Vero!
    Le persone hanno paura. Paura degli occhi, paura di abbracciarsi, paura di toccarsi. Come se si volesse vivere in ambiente asettici. Paura di contaminarsi. Paura del confronto, della verità, della spontaneità. Serve trincerarsi, coprirsi, proteggersi dentro un enorme preservativo.
    Ma proteggersi da chi? Nessuno può sfuggire a sè stesso e le maggiori paure sono quelle di dentro, quelle di … sè. E le difese diventano isolamento e miseria e altre catene, quelle vere pero’. Invisibili ma di acciaio inossidabile.
    Illusione di essere liberi, dietro uno schermo. Ci si illude di possedere cose, macchine, oggetti tecnologici. Balle. Sono questi che posseggono noi.
    Non intendo fare crociate contro la tecnologia. La uso, la uso per forza ma anche non per forza.Ma non scambierei mai una carezza del mio uomo o quella di mia nipote con tutti i galaxy 5 dell’universo. Ululare insieme (o miagolare) alla luna piena con le code intrecciate. Vuoi mettere?

    ps abbraccio speranzoso anche da me

  4. passo di qui al volo e leggo di corsa.
    il primo pensiero è “devo rileggere”
    pensieri a seguire:
    però senza i blog non li avrei conosciuti..e mi dispiacerebbe…ma li conosco..? cosa so di celeste..pieffe..ecc….pochissimo..però so che ci sono….e di quante persone non so che ci sono..? devo leggere bene post e commenti…perché passo qui di corsa…? lo so che mi piace e devo passare quando ho tempo…vabbè ma ero dietro l’angolo che faccio passo e tiro dritto? certo sarebbe bello incontrarli, guardarli, incontrarsi e guardarsi….devo scappare ho un appuntamento e faccio tardi….ripasso con calma…buona domenica

  5. Correre è il verbo più usato di questi tempi.
    Però, in un nanosecondo, posso accedere alla rete e leggere anche Celeste e tutti voi. Prima non c’era che il telefono. Quello grigio della sip…
    Invece delle mail si mandavano lettere e cartoline. E il postino non portava solo ed esclusivamente fatture.
    Abbasso la tecnologia. Viva la tecnologia.
    Sir Biss

  6. Vero frost, hai ragione, senza web non avrei conosciuto alcune persone, qui. Verissimo.
    la rete non è il diavolo, ma diventa alienante quando sostituisce le relazioni altre. E soprattutto credo che sia terribile affidare alla rete, o ad un sms, un messaggio importante e personale.
    Grazie del passaggio, benvenuta anche di corsa!

  7. Se non avessi avuto Internet, non avrei potuto leggere, conoscere (davvero, sì perché ho incontrato alcune persone deliziose!), ridere tra un bit e l’altro. Poi esco e incontro, parlo, gesticolo, odoro, mi relaziono con tante persone che ho la fortuna di frequentare con il nuovo lavoro. Poi, ancora, rimango sola con me stessa e mi ritrovo a combattere con gli stessi problemi che ho da sempre. La tecnologia ci dà strumenti incredibili per una comunicazione veloce e diretta. Ci apre il mondo, almeno quello che vuole aprirsi. Ma l’anima è la nostra, come la nostra cultura e la nostra coscienza sono loro che ci guidano nella nostra strada senza distinguere il mezzo che ci trasporta. Persone, di cui conosco le gesta, si rivelano per ciò che sono in un blog o in qualsiasi altro social. E non mi interesso a loro. Invece mantengo contatti con chi ne vale la pena, con chi mi dà un contatto visivo attraverso le proprie parole. Non li conoscerò mai, eppure so che può nascere un discorso distante ma vero e continuo. Questo mi basta. Sono fortunata per poter esaminarmi mentre mi avvicino a una penna che narra storie, o a foto che testimoniano diversi interessi e mi aprono visuali diverse. Gli esami arrivano nel momento in cui diventa palese la disonestà o la pochezza di chi ti ha aggirata anche solo per un secondo. Ripeto, lascio perdere per lasciare lo spazio alle presenze preziose e profonde che mi permettono, come in questo spazio, di esprimermi e farmi un po’ vedere e immaginare.
    Simonetta

  8. Ma certo, Simonetta.
    Non ho mai considerato la rete un demone, tantomeno i social network e men che meno i socialmedia, famiglia questa cui appartengono anche i blog, compreso questo.

    Credo che il post volesse soprattutto sottolineare che la comunicazione sul web, essendo asincrona, rende innegabilmente impossibile un vero e proprio dialogo.
    Possiamo fare tutto il maquillage che vogliamo, alle parole scritte!!! Possiamo molto meno farlo con la voce e con la comunicazione del corpo anche se lo ammetto, ci sono bravi attori e attrici. Da premio nobel!

    Tu ed io non ci siamo mai incontrate di persona: tu hai un’idea di me attraverso ciò che scrivo in questo spazio. Ma sei certa che ciò che trovi scritto qui lo riscontreresti in me qualora ci dovessimo incontrare? E… bè… non è nemmeno certo che ciò che leggi qui sia scritto davvero da me.
    Celeste, Orietta ma potrei essere Francesca, Manola, Gelsomina.
    Sono naturalmente d’accordo con te e con Frost e con Sir Biss circa l’opportunità che la rete offre. Infinita, e, personalmente, sono felicissima che ci sia!
    Ma…. dopo qualche tempo (brevissimo) che sfrecciavano nel cielo di Controluce astronavi con gatte e lucertole a bordo, ho preso un treno sono sbarcata Roma, perchè era importante “vedere come avrei mangiato la pasta alla gricia”.

    ps: Ho preso il treno anche al ritorno, perchè Pieffe aveva una distorsione alla caviglia e non riusciva a pedalare e le 7 moglie erano in sciopero. Petula mi ha accompagnata alla stazione lasciando Lucertola in macchina perchè aveva dimenticato il disco orario e ZarZiguli come sempre… meditava sul divano mentre a Miciola non sono piaciuta per niente, nè allora, nè dopo.

    E’ vero… avremmo potuto avere contatti vai rete per anni e solo qui.
    Ma non avrei mai saputo quanto avrei perso se non avessi preso quel treno, e poi altri ancora.

    Tuttavia mi piace molto leggere e trovare qui, come nella mia posta elettronica, anche chi non ho conosciuto, o non ho ancora conosciuto ma di certo ci saranno/sarebbero dei valori aggiunti e concretezza se e quando prenderemo insieme un tè!

    Petula che sta dietro (con Lucertola nello zaino) a un Pieffe nato sotto il “segno del leprotto ascendente furetto” (parole di Petula) non è mica roba che si trova in un blog!!
    Vuoi mettere sentir raccontare A VOCE di Pieffe quando si perde, con o senza navigatore, con o senza bussola stellare? E le risate, gli abbracci? Le lacrime, l’emozione, la commozione?

    Comunque ci tengo a dire che sono certa che chi interagisce tra questa “mura” siano persone trasparenti e fedeli a cioè che scrivono e dicono. Embè un po’ di snobismo, perdindirindina! Sono tutte speciali le persone che girano qui. Ma Controluce e i nostri blog, quelli di Frost, Simonetta, SirBiss ecc sono dei granellini di sabbia negli spazi sconfinati della rete.

    Infine: l’uso delle chat e dei vari FB sono utilizzate anche molto al fine di sfuggire alla solitudine (lo dico senza alcuna critica, ci mancherebbe).
    Però …. solo chi è capace di solitudine sarà in grado di sviluppare vere e proprie relazioni con il prossimo. Edificanti, costruttive, mature. Certo, si cade e si può cadere e schiantarsi, senza …. rete! Appunto. Però occorrerebbe che chi abusa di questi mezzi faccia un paio di riflessioni: la uso perché è una opportunità o un surrogato?

    Un po’ come succede adesso alle piazze e alle strade: avete mai notato che i centri commerciali hanno sostituito la piazza, e le strade? La gente affollata dentro i centri commerciali, che passeggia, bambini che giocano su gonfiabili giostrine, i genitori prendono il caffè seduti sulle panchine o stanno seduti sulla poltrona massaggiante uneuro15minuti.
    Dentro…. il centro commerciale. Un po’ triste.
    O no?

  9. Penna, penna, penna d’oca e inchiostro per scriversi!! Tempo per riflettere su ciò che si è scritto.
    Tante occasioni in meno d’incontrare “entità apparenti”. Ma occasioni in più per approfondire la conoscenza per ascoltare realmente l’altro, per toccarlo, per guardarlo e per fermarsi. Fermarsi.
    E’ un tempo diverso e uno spazio diverso quello che io ricordo e che vorrei ancora, meno affollato, più silenzioso, più intimo.

    E chi dice che non ci saremmo conosciuti ugualmente, magari in tempi diversi e spazi diversi? Forse ci saremmo conosciuti meglio. Magari conoscendoci meglio e guardandoci negli occhi non ci saremmo piaciuti; o forse ci saremmo piaciuti moltissimo.

  10. P.S.: Non l’ho detto ma mi sono commosso (comincia a diventare un’abitudine) quando Celeste ha ricordato le parole di Petula. E i nostri bellissimi incontri.
    E’ diverso, molto diverso che girovagare in questo universo virtuale.

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