PONTI

C’era una volta.. Tutte le storie cominciano così. C’era una volta.

Francesco, si chiamava Francesco ed era un bambino quando incontrò Chiara e gli occhi di Chiara.
Capitò in primavera, una di quelle primavere in cui i prati sono bucati dai crocus come i cieli dalle stelle.
Chiara comparve all’improvviso in quello che era un mondo di silenzi, di scoperte, di verde, di alberi e di fiori e di nevicate. Un paese di dentro che sarebbe diventato grande, che avrebbe accolto foglie dorate e fiocchi di neve, che sarebbe resistito al gelo, e profumato dall’aria di primavera. Che avrebbe saputo meravigliarsi sotto cieli stellati quelli che a vederli stando sdraiati pare che caschino addosso e tolgono il respiro.
Un posto sul quale sarebbe cresciuto del morbido muschio, che avrebbe accolto la pioggia, che sarebbe stato schiaffeggiato da tempeste di sabbia, bruciato dal sole, accarezzato dalla gentilezza della sera.

Ma questo paese era ancora protetto dalla membrana che separa i mondi dagli altri mondi quando proprio lì, ai piedi di un Albero, incontrò Chiara. Si guardarono, per un istante: gli occhi dentro gli occhi.
Fu un istante, un guizzo, il tempo di un fiato poi Chiara scomparve. Senza una parola, senza un rumore, senza che l’aria si dovesse spostare per lasciarla passare. Chiara. Chiara era il nome che doveva per forza avere: la pelle era bianca, chiari gli occhi e i capelli. Per Francesco fu Chiara. Chiara per sempre.

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Tornò diverse volte all’albero, ma Chiara non c’era. Forse non c’era mai stata. Forse era solo la fantasia di un bambino che bucava la membrana di un mondo che separa un mondo dagli altri mondi.

Come il paese di dentro, e con il paese di dentro, il bambino crebbe. Diventò quello che doveva diventare, accolse la pioggia, i fiori, resistette alle tempeste, qualche volta cadendo, altre volte solo piegandosi un po’ verso i propri contorni, tastando i propri confini, esplorando le proprie terre, lasciandosi arare dal tempo e da mani più grandi.
Accolse le notti e i giorni in modo regolare, come le stagioni, e le cose belle, i pianti, il dolore. Imparò le paure, perdette cento volte le chiavi dei suoi portoni, abbassò e sollevò i suoi ponti, visse i suoi temporali.
Si lasciò coprire di neve, ascoltò i passi affondare. Il tempo scavò le sue tane e nascose tesori. Seppellì sogni e dolori e costruì ali, e altri sogni. Imparò a tastare i suoi confini, a conoscerne i limiti.
Disseppellì sogni e dolori, ruppe ali, e sognò altri sogni. Incontrò gioie, emozioni, amori. Profumi, odori di cani. Calore e fiato. Curiosità, di vita, di libri e di sé. Cresceva il pelo sul corpo, perdeva l’altro pelo dal corpo.
Crebbe, come tutte le cose, come i paesi, come gli alberi: non c’era nemmeno il ricordo di Chiara.
Solo un senso di Albero, qualcosa di grande, di infinito, che bucava la parte più blu del cielo, più vicina alle stelle, non lo avrebbe mai abbandonato. Non ne era consapevole, c’era solo un senso di ….. qualcosa.
L’Albero aveva lasciato una goccia di resina nella sua anima, e in qualche luogo di dentro aveva seminato un odore, un sapore, un seme. Ogni tanto affiorava come una vaga sensazione di un luogo antico, lontano, ma si traduceva solo in un senso di qualcosa, qualcosa di aspro e dolce, di legno e di pietra… sassi, forse. Sassi come stelle cadute da qualche parte, con la sensazione, forte ma sempre brevissima, di qualcosa da andare a riprendere. Qualcosa che aspettava, da tempo, in un altro Tempo.

Poi un giorno – un bel giorno – come si dice in tutte le storie,  lei arrivò.

Arrivò “per caso”, piombando dentro un pomeriggio di telefoni e fax, tra appuntamenti e odore di carta e led, schermi luminosi, bip bip. Niente posto per gli alberi, nessun angolo per un solo centimetro di muschio, nessuna zolla di terra, nemmeno un sasso. Non un buco nel soffitto a mostrare le stelle, in quel luogo.
Una voce, dapprima, e un nome. E poi il viso di Chiara. Le labbra di Chiara. Il fiato di Chiara, l’amore di Chiara.

E lentamente si delineava, nel tempo di mezzo tra la veglia e il sonno, tra ciò che sembriamo e ciò che siamo, una sagoma… Un vago ricordo, fuggente, come quelle cose che non appena affiorano nella mente, scivolano via e si perdono, nemmeno a rincorrerle. Niente. Sembrano solo idee. Guizzi. Come un sogno che non si riesce ad afferrare, come una parola che sta sulla punta della lingua.  Come ….. Come cosa? Come…. Come? Come… ma si!!! Come un Albero. Ecco cosa affiora ogni tanto! La maestosa figura di un Albero! Un grande Albero.
Fu in un momento preciso, non saprebbe dire esattamente quale, in cui le narici si spalancarono perché quell’odore fosse percepito, goduto, inspirato… Era odore di resina. Quella resina. Di quell’Albero.   E… gli occhi dentro gli occhi. Gli occhi di .. Chiara.

Se avessi dei piccoli lettori, allora chiederebbero:

Ma allora era un ricordo? Francesco aveva davvero incontrato Chiara quando erano piccoli? O forse accadde tutto in un altro mondo, separato da questo?

Nessuno lo sa. Tranne l’Albero.

L’Albero?
Sì. L’Albero. L’Albero sa tutto. È il ponte tra presente e passato, tra un mondo e un altro mondo. Un ponte che attraversa la terra di mezzo e che conosce i segreti di tutte le cose che stanno tra la terra e il cielo. Conosce i segreti del tempo e qualche volta ne trasporta gli odori.

Ma… loro lo sentono?
Si, loro lo sentono. A volte è una sensazione leggera, come quella di una farfallina con le ali che si posa sul braccio. A volte è una fotografia che appare all’improvviso, a volte è una voce. Un sasso nelle tasche. Un segno nel cielo. Una luce sotto il Paese, quello di dentro ma anche quello di fuori, attraversato da altri ponti, tagliato da fiumi, illuminato da lune gigantesche e bianche, piene o velate.
A volte è un odore che permane, a volte è altro.

Cos’altro è, a volte?
È … Albero.

la foto è tratta dal web.

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32 pensieri riguardo “PONTI

  1. Bello. Bello. Bello. Rimango sempre della mia idea. Via da quell’ufficio e di corsa a firmare libri per i tuoi felici lettori.
    Non voglio citare autori, ma molti di loro li batti alla grande.
    🙂

  2. Che bella magia hai saputo raccontarci per prepararci al Natale!

    Infinitamente coinvolgenti queste due frasi che ho estrapolato :la fantasia di un bambino che bucava la membrana di un mondo che separa un mondo dagli altri mondi. E: L’Albero sa tutto.

    Grazie Cele e buon week end a tutti
    Pinuccia

  3. Ciao Pinuccia.
    Non avevo dubbi che i miei lettori sapessero trovare l’essenza di una storia.
    Ma che sito meraviglioso che ho fatto!!!

    Ps una modestia fuori stagione, la mia, dato che il Natale dovrebbe invitare anche all’umiltà!

  4. Beh: qui in terronia stiamo aprendo una collana dedicata ai bambini. Entro l’anno prossimo dovremmo partire. Forza con le fiabe che i bambini ne hanno un gran bisogno per staccarsi dalle play station..

  5. Eh si. Quest’anno, per Natale, stiamo costruendo un presepio … gigantesco sul Grande Fico, denso di tutti i simboli classici (da martedì prossimo iniziano i lavori che proseguiranno per tre giorni!!). La sera canteremo delle piccole salmodie gregoriane, e poi verranno dei bambini ai quali spiegheremo cosa significano i vari personaggi del presepio, cosa sono il bue e l’asinello, perché c’è la cometa, perché ci sono i pastori, perché ci sono le pecore, perché c’è il ruscello, perché c’è la neve, e chi sono realmente i Re Magi: e già questa è una “favola” meravigliosa che, come tutte le favole serie, è verissima e sapientissima.

    Assomiglia alla “storia infinita” dove la luce vince sulle tenebre. Anzi è molto, ma molto più bella e profonda perché rappresenta la via della conoscenza, del risveglio e della salvezza. Basta leggerla con attenzione, umiltà e un briciolo d’amore. Ma ormai non la capisce più nessuno. E’ diventata uno “spettacolo”, un apparecchio “sociale”, un “aggiungi un posto a tavola”, un “volemose bene e magnamo tanti torroni” come tante altre cose in cui la sacralità si è trasformata in consumo.

    Oggi piacciono le favole dove ci sono gli “Avatar” con la coda (chissà perché…), i robot che parlano, e, se proprio vogliamo andare sui cartoni animati, scopriremo che gli orribili e simbolicamente perfetti orchi di Andersen sono diventati improvvisamente… buoni, verdi e intelligenti, i draghi si accoppiano con i ciuchini, mentre i principi azzurri sono pederasti e cretini.
    E’ così che si distrugge il mito, il rito…. e un po’ anche l’anima.
    Beh, buon Natale.

  6. Ciao PIeffe.
    stamane guardando fuorin dalla finestra pensavo alle persone cui voglio bene, la neve sa pulire un po anche dalla polvere di dentro quindi per un po scaccia i pensieri pesanti e addolcisce gli altri, quelli che invece dovrebbero prevalere su tutto.
    Ti ho sorriso, perché ti immaginavo saltellare sul bianco, con la neve sulle orecchie pertanto non posso che condividere il tuo messaggio. Però mi piace pensare che ci sono ancora persone che sanno giocare, e che diventano allegre con niente. Che trovano la sacralità in un gesto d’amore, come una carezza. E amanti che trovano sacralità in una notte d’amore che magari si ritagliano, come fosse l’ultima.
    Personalmente conosco diverse persone come me, che non mangiano alcun torrore, e che magari recitano preghiere atipiche, come le mie, e che magari non fanno nemmeno il presepe e nemmeno l’albero, come non faccio io, ma che credono all’albero, come quello di questo post, ad esempio. Sono quelli che non comperano regali, che chiedono di non riceverne, perché il regalo di Natale, a loro, come a me, infonde una profonda tristezza. Non siamo in pochi sai? Io credo che sia un buon segno, allontanarsi da tutto ciò che è finzione, per cercare altro, anche per chi non ha Fede, é un segnale di speranza o almeno io lo leggo come tale.
    Ti invio un bacione, direttamente sulle orecchie anzi su una delle due, contando di provvedere personalmente presto all’altra.
    Ori

  7. Natale non è quello che c’e’ sotto l’albero, ma intorno.
    Io sono cresciuta in una famiglia cosi’ legata al Natale che non ricordo un’anno senza albero e presepe. Quando ero piccola, dormivo per un mese intero con il presepe fatto da mio papà e ritrovarsi tutti a tavola era una gran festa. I ravioli fatti in casa, il brodo buono, il profumo dei mandarini (avete notato che non ce ne sono più cosi’ buoni?) e qualche piccolo pacchettino da scartare insieme. Altri tempi, ricordi belli.
    Ora Natale è solo consumismo e tradizioni forzate. Ma, se fossi un bambino, vorrei continuare a crederci. Nonostante tutto.
    Un bacio a tutti

  8. Avete ragione, sia Cele che Sirbiss. Si può celebrare la sacralità della vita in una notte d’amore come in una arrampicata su una montagna, come in un silenzio davanti al camino come di fronte all’orrore o alla morte. Ma queste sono cose che si possono fare “sempre”. Non è necessario un giorno speciale.
    E il Natale sappiamo tutti che
    non è speciale perché c’è il panettone
    non è speciale perché c’è l’albero
    non è speciale perché c’è il presepio
    non è speciale perché c’è la cena
    non è speciale per i regali
    non è speciale perché cade la neve
    non è speciale per i bambini intorno all’albero che dicono di essere buoni
    non è assolutamente speciale per quella bufala di babbo Natale con la slitta,
    non è speciale per i film idioti sul Natale

    ma è speciale perché esiste un solo solstizio d’inverno, un solo Dies Natalis, e, che si sia credenti o non credenti, c’è un solo giorno in cui è simbolicamente nato Gesù.

    Senza l’imbarazzante e pure fondamentale presenza di Gesù possiamo celebrare tutte le cose emozionanti di cui sopra quando e come ci pare: pure ad Agosto oppure a Febbraio, o come diceva Lucio Dalla, lo possiamo…. celebrare tutto l’anno.
    Diciamo pure che Gesù non è politically correct, è un terribile elemento spirituale oggettivo, non è buonista, non è ecumenico, non canta “ma ma Maria”, non è gay, non è trans, non va in vacanza, non crede alla repubblica fondata sul lavoro, e per la miseria, nasce in una grotta!!

    Questo è ciò che va celebrato nel Natale: la nascita di un prodigio divino in una grotta. E questa nascita avviene proprio in quel giorno, solo in quello. E per accorgersene bisogna avere il senso del ritmo annuale e del sacro. Quel senso che ci stanno fottendo a forza di i pad, di smartphon, di rumore e di ritmi falsi.
    E mo’ non mi dite che sono un rompiballe perché lo so che è verissimo.

  9. ora capisco perché nessuno vuole che io faccia l’albero!! Temono che io rompa anche quelle che sono appese li!!

  10. Ecco Miciola in tutto il suo splendore.
    La diva… si è fatta fotografare sopra una poltrona dello stesso colore dei suoi occhi. Fanno “pendant” insomma. D’altra parte è una Gatta Simmetrica. Ci si poteva aspettare altro?

    Intanto, a seguito del commento di SirBiss, le orecchie di Pieffe sono ancora più soffici e voluminose dal frisè. Tant’è che una delle mogli ha dovuto mettere il gel perchè non passava più il collo del maglione.

  11. Bellissima. Anche Matildo, che è molto simile a Miciola, se ne è invaghito istantaneamente. Adesso chi gli spiega che sta nella Capitale…

  12. Quando c’è Qualcuno che di tutto sa disquisire con competenza e poi … con la tecnologia moderna, mah… qualche problema lo tiene, embè un po’ mi consolo.

    Auguri di un Natale soffice, poltrona soffice,Miciola soffice, orecchie di Pieffe soffici, lo sfondo di Controluce cosparso di soffice neve: quasi quasi mi sento un po’ soffice anch’io!

    Sir Biss: Puoi sempre spiegare a Matildo che Gesù Bambino ( non Babbo Natale, no! ) può, se lui fa il buon gatto, accompagnarlo nella Capitale a conoscere Miciola, o viceversa: portare Miciola da lui. Chissà può succedere di tutto: Natale è magico, non dimentichiamolo.
    Pinuccia

  13. Miciola, commossa, ringrazia. Attualmente si sta leggendo la favola di Cele.
    Lo scorso anno è stata distribuita in 500 calendari con una serie di immagini in cui mostrava la sua pressoché infinita sapienza.
    Ne mando una alla nostra ineffabile ospite e poi se le va e se ha il tempo di pubblicarla, capirete perché ha avuto successo.

  14. Cara Miciola,
    L’isoTOPO altro non è che un normalissimo topo, che ha ottenuto la certificazione ISO, secondo le normative vigenti…
    L’isoTOPO si aggira per la città, tirandosela un po’. Esistono i topi di città e i topi di campagna. Per quelli di campagna la vita è un po’ più semplice: essi rischiano poco di finire sotto le auto e si orientano benissimo con i sensi, come ai vecchi tempi.
    Per quelli di città invece è più dura: hanno imparato a leggere i cartelli stradali, a riconoscere i semafori ecc. Seguono corsi di toponomastica.
    Molti studenti vengono creduti dei topi sdentati: infatti la parola è fuorviante.
    Imparano i toponimi, aspiranti esperti in topologia.
    Altri invece scelgono la facoltà di medicina e l’anatomia topografica.
    Ecco.

    Un caro saluto.
    ps:
    per ricambiare, potresti spiegarmi cos’è l’ermetismo. Così.. con parole tue eh!

  15. Grazie Miciola.
    Lo sapevo io che tutte ste conferenze che tengono sull’ermetismo e tutti i libri che sono stati scritti in secoli e secoli, sono tutte parole e parole e parole…

    Bastava che uno solo avesse il dono della sintesi !
    Grandissima Miciola!

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