INDOVINA CHI VIENE A CENA

Ho annunciato, tra gli interventi del post sottostante, di avere una storia da raccontare. Una di quelle storie che sembrano favole, e che anche il finale è degno di una favola, dove è anche bello mettere la parola “fine” proprio perché non è finito un bel niente. Anzi.
La storia è un evento accaduto a Riccardo. L’ho pregato di scriverne, perché di storie come queste, piccole grandi storie dense di umanità e di bellezza ne abbiamo bisogno sempre. E ora anche di più. Forse per testimoniare, ostinatamente, che esistono ancora delle cose cosi piccole che fanno fare delle cose tanto grandi.. O forse dovrei dire che capitano delle cose tanto grandi che possiamo salvare facendo …. delle cose tanto piccole.
Vai Ricc. E grazie della storia, e di aver permesso questa condivisione con questo popolo di Controluce, più in ombra che in luce. Più a suo agio nel silenzio di uno sfondo crepuscolare che con la luce contro.

Celeste

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Quella che vado a raccontare è una bella storia. E’ la storia di un incontro tra due esseri diversi, mondi diversi. Che non si conoscono, che sono divisi da storie e credenze, che sono fondamentalmente divisi dall’ignoranza.

E che il caso ha fatto sbattere il naso insieme. E che li ha obbligati a guardarsi negli occhi e volere o (appunto) volare mescolarsi e conoscersi, e capirsi un pochino, prima di lasciarsi, un po’ più consapevoli di prima.

“Che è successo? Dove sono? Perchè c’è tutta questa luce e questo caldo infernale? Dov’è la mia mamma? E i fratelli dove sono? Li sento sempre accanto e ora invece non ci sono. Oddio!! E tutti questi giganti che sono? Cosa vogliono?? Ho paura, ho paura! Devo andarmene, devo scappare ma non ci vedo, e poi non mi riesce di muovermi su questa superfice liscia!!! Sento che comunicano, che urlano con quelle loro voci, mi indicano. Perchè? Uno di quegli esseri mi si avvicina e mi prende, che vuole?? Ma che vuole?? Ho paura, ma mi difendo, devo scappare, mordo, lo mordo!!!”

MA PORCAPUTT!!!!!!!… ma senti questo che denti che c’ha! Mi ha morso, e faccio sangue perdio… porterà malattie? E se mi morde di nuovo?? LO SAPEVO, PERDIO! E ORA? VA A FINIRE CHE MI PRENDO LA RABBIA!!! MA FARMI I FATTI MIEI MAI EH???
…. E chi li conosce i pipistrelli???

Io pranzo raramente. Non perchè sia uno stakanovista, mi piace il mio lavoro ma il fatto è che se mangio, dopo mi addormento. No … Non è vero nemmeno questo. E’ che è tutto talmente squallido intorno a dove lavoro, che proprio mi mette tristezza. Solo quando c’è compagnia allora esco, per non fare quello che è l’orso. Ma mangiare per mangiare, quasi mai.

Quel giorno era il primo d’agosto, ed avevo stranamente fame.
Allora scesi giù, mi incamminai lungo il marciapiede di questo quartiere di periferia per andare al “bar pasticceria” per prendere una schiacciatina al prosciutto. Si, la schiacciatina non è malaccio.
Mentre cammino per la strada, vedo un assembramento di persone, qualcuna agitata che smanaccia, altri parlano tra loro, ma non si capisce.

Mi avvicino e sento: “ma buttalo lì, no? Nel prato!” L’altro: “buttiamolo nella fogna, quei cosi stanno lì dentro” . Una tizia coperta di vernici e stucchi vari: “Aaaahhhh!!! Che schifo!! Si muove!!!!”.

Guadagno un po’ di spazio e vedo che in terra c’è una specie di topolino, che sta arrancando sulle mattonelle cercando di andarsene da lì, ma non ce la fa perchè scivola. Come mai? Vedo meglio e quello che sembrava un topolino è in realtà … un pipistrello. Inequivocabilmente.

Eccoci.
E ora? Io no so nulla di pipistrelli. Portano malattie? Sono aggressivi? So che sono dei roditori, ma non so di più… E che fo? Lascio fare e vo via, in qualche modo farà. Siiii !!! Come no!! Con tutte ste bestie ignoranti d’intorno non la scampa.

Ok, ok , ok. Proprio oggi dovevo prendere il panino, eh!! Ok.

Signori, qualcuno se ne vuole occupare di questa bestiolina? No? Niente in contrario allora se ci penso io?”

Eh, come immaginavo tutti zitti d’improvviso. Ma va bene così. “Allora lo prendo io, per favore spostatevi”.

Come lo prendo per tirarlo su, mi appiccica un morso da urlare, e non molla il bastardo! Dolore atroce e sangue a litri (esagerato!) e subito mi viene in mente a chi posso chiedere per sapere se portano malattie, ora che è agosto, e come faccio a non farmi mordere di nuovo, senza fargli male o ributtarlo per terra…

Ma straporcaputt…. ma farmi i fatti miei no eh? MAI! E ora???
Da un ufficio lì accanto esce una signora, che mi porta una scatola di carta, quella delle risme di carta per stampanti. Ha il coperchio, e ci metto l’esserino dentro, con più garbo che posso. Intanto noto che nei secondi dopo il morso s’è un po’ calmato, e non ha più accennato a mordermi di nuovo. Ringrazio la signora e le chiedo se me lo può tenere cinque minuti che, perdio, oramai sto panino lo voglio!

Torno e lei mi porge la scatola con un librettino di fogli: nel frattempo che io mangiavo lei s’è messa su internet e ha cercato “tutto quello che avreste voluto sapere sui pipistrelli ma non avete mai osato chiedere”. Comprese malattie, comporamenti, istruzioni per l’uso, primo soccorso.

Sono commosso… non siamo più abituati a vedere che qualcuno si muove per aiutarti. Ringrazio, prendo la scatola con l’animaletto dentro e salgo in ufficio. Chiamo il veterinario, siamo amici.

Prima si fa ripetere un paio di volte quello che mi è successo: “Cosa ti ha morso??? E come hai fatto a trovarne uno per strada?? Ma ‘ste cose solo a te possono capitare!”   Eh oh!!! E’ capitato! Ba!

Mi rassicura un po’ sulle malattie, non è cosa nota che ne portino. Meglio.

Comincia la ricerca di cosa diavolo mangino o facciano, o chissà cosa c’è da sapere. Intanto il dito fa male. Sbircio dentro la scatola. Lui sta in un angolino. So che non stanno a terra (lo sanno tutti che stanno a testa in giù, mi dico).  Allora trovo un asciugamano e lo metto dentro la scatola, appeso al bordo. Parte come un razzo sull’asciugamano per nascondersi dentro.
Io mi piglio un colpo e richiudo la scatola.
Non stiamo andando bene.

Chiamo la LIPU. Io non sono in grado di tenerlo, non so nemmeno se è cucciolo o adulto, se è ferito o no. Loro lo sapranno. Mi danno appuntamento per la sera. Non mi danno l’impressione di saperne molto più di me.

Tornare a casa, in moto, con un pipistrello in una scatola al posto del passeggero è una cosa che può capitare solo a me.

L’appuntamento alla LIPU è dopo cena, parto per portarlo. A metà strada mi fermo. L’ho guardato ancora, ed è bellissimo: è lungo una decina di centimetri ed ha degli orecchioni enormi… e un musino che pare un cane in miniatura. E poi ora che si è calmato e ha trovato il modo di nascondersi nell’asciugamano, ti guarda affacciandosi col capo da una piega del tessuto. E non sembra per nulla aggressivo.

Allora mi ricordo che a poca distanza da casa mia c’è l’università di biologia, che sono quelli che hanno progettato e venduto la “batbox” da attaccare sulla facciata di casa. Io ovviamente ne ho messa una.
Decido: torno a casa e domani chiamo l’università. Loro qualcosa ne sapranno eh! Volto la macchina e torno indietro.

Nel frattempo ho letto che il primo soccorso si fa con una siringa (senza ago, ovviamente) riempita di omogeneizzato di carne. Facciamo anche questa. Onestamente sono un po’ in pensiero per i morsi, ma vabè, va fatto. D’altra parte al primo sono sopravvissuto.

L’indomani mattina compro tutto e faccio la prova pappa. Lo lascio nell’asciugamano e lui si fa prendere senza protestare troppo. Gli metto davanti la siringa. Mangia a quattro palmenti. Una scena fantastica. Si fa fuori tre siringhe intere. Stiamo cominciando a diventare amici.

Chiamo l’università, e di chirotteri c’è un dipartimento apposta.
“No signore… non sono roditori. Sono mammiferi, come lei e me.”
Non so se il viso rosso si vede per telefono. Forse il mio si vedeva!
“Senta, venga domani che c’è il ragazzo che si occupa dei recuperi, le spiegherà meglio come fare.”
Nel frattempo gli ho dato un nome: si chiama Pippo, Pippo il Pipistrello ovviamente.

L’indomani lo riporto all’università, e suscito l’entusiasmo di tutto il dipartimento: Pippo è un Molosso dei Cestoni, il più grande pipistrello italiano coi suoi 40 cm di apertura alare. Ali che però non ha mai spiegato. Loro non ne vedevano uno da tanto.

Mi dicono che è un giovane al primo volo, che probabilmente ha avuto un problema ed è caduto a terra, la notte precedente il ritrovamento. Ma sta bene, non ha ferite ed è piuttosto in forma.
E qui c’è stata la scena più bella. O meglio, una di queste.

Il ragazzo l’ha preso in mano, e se l’è appoggiato alla maglia. Pippo è partito a razzo arrampicandosi con… mani e piedi ed ha puntato all’ascella. Ci si è rintanato e poi ha messo fuori la testina per guardare. “Qui sono al sicuro”, diceva.

Una scena di una bellezza rara. E… sorpresa!! Oltre a non essere un roditore, non era nemmeno un maschio: Pippo in realtà… era Pippa.

Mi spiega cosa le devo dare da mangiare. L’omogeneizzato va bene per l’inizio, ma dopo non lo troverà in natura perchè il supermercato dei pipistrelli ha litigato col fornitore (:-). Quindi parte la caccia alle “larve di camola”. Le procuro, e lei le mangia. Mangia queste, l’omogeneizzato e beve acqua.
E andiamo molto bene.

Io però sono preoccupato per il volo: non ha mai aperto le ali da quando è con me. Saprà farlo?
A quello ci penso io. Te rimettila in piedi (si fa per dire), poi a insegnargli a volare ci penso io”, risponde il ricercatore. Ecco, un sollievo che non vi dico.

La sera, mentre le do da mangiare, scappa, e gattona verso i mobili della cucina. E in una frazione di secondo sparisce dentro un buchino tra il muro e lo zoccolino. Per riprenderla ho dovuto smontare un mobile intero della cucina. Non ho parole.

Il giorno successivo, la mattina la riprendo dalla scatola dove dorme per darle da mangiare.
E non c’è.
Panico.
Alzo gli occhi. Sopra la sua scatola c’è… la mia libreria.
Dove i libri sono in terza fila. Strapiena. Se si è nascosta lì, la troverò a primavera. Comincio a smontare la libreria. Riempio tutta la casa di pile di libri.

libreria

Poi la trovo dietro un mobiletto in salotto. Meno male!

Per rimontare la libreria ci ho messo due week end. Però ora è ordinata. Quando la vedo mi ricordo sempre di lei, è come se mi avesse fatto il regalo di darmi la libreria nuova…

Passa qualche giorno, porto Pippa a scuola di volo. Il ragazzo mi manda un video del suo primo volo all’interno di un ampio garage, condotto con una maestria da navigata pilota.

Me la riconsegna affinchè sia io a liberarla, nello stesso posto dove l’avevo trovata. In effetti al tramonto lì si sentono spessissimo degli schiocchi, secchi e acutissimi: come al solito noi non facciamo più caso a niente, ma quello è il verso che fanno queste bellissime creature: sono gli unici pipistrelli che emettono suoni nel campo dell’udibile, tutti gli altri sono negli ultrasuoni, che noi non possiamo sentire. Ma loro si sentono. E questo significa che dove l’ho trovata, c’è una colonia.

Gli ripeto che ho paura di sciupare tutto all’ultimo, facendo qualcosa di inadeguato. Ma lui dice che non è così, e che farà tutto da sola. Gli credo: è stato, in questa esperienza, un vecchio saggio di ventcinque anni… e gli credo senza riserve, anche se sono comunque un po’ preoccupato.

Andava fatto al primo buio, che d’estate è verso le nove. E così feci.

Ci mise una decina di minuti in tutto: per un po’ stette lì, appesa alla mia mano. Poi fece un po’ di toeletta, drizzò le sue enormi orecchie, si guardò intorno emettendo i suoi schiocchi. Infine aprì le sue enormi ali e se ne volò via, con un volo teso e potente…

Un’emozione enorme. Veramente una cosa che ti ricordi a vita.
Stetti lì un’altra mezz’ora, lei passava ogni tanto lì sopra, col suo verso. Poi la salutai: ciao Pippa, abbi buon vento. E me ne tornai a casa.

Morale della favola?
Io non sapevo niente di questi piccoli esseri. Niente se non quello che la stupida cultura popolare ti insegna su di loro, alla quale ovviamente non no mai creduto.

Ora ne so molto di più, e ho visto anche che sono degli esseri che possiamo bene capire e che quando capita, possiamo conviverci e aiutarci a vicenda. Sono miti, e hanno bisogno di essere rassicurati quando sono in difficoltà. E non sono ostili se non quando sono terrorizzati e hanno paura.
Come noi. Proprio come noi.

Questa è una storia che dovrebbe fare parte della cultura di tutti gli esseri umani che vogliano definirsi tali. E’ una storia di convivenza, di comprensione delle difficoltà. Di ascolto, di attenzione.
E, infine, di sola splendente bellezza, che è quanto che ho provato io mentre succedeva.

Buonasera controlucini
Riccardo

e ………………….

Pippa

Eccola
Lei .. è proprio Pippa.

64 pensieri riguardo “INDOVINA CHI VIENE A CENA

  1. Bella storia, affascinante favola. Mi sono un po’ commossa, per un secondo, perché ricadendo nella realtà mi arrabbio. O meglio, m’indigno. Viviamo giorni in cui tutto è “vicino” e “fruibile”, abbiamo l’opportunità di approfondire e conoscere qualsiasi cosa. Eppure abbiamo il Medioevo che ci tappa gli occhi. Se una cosa è detta dai più brutta e sporca, ok, quello è il credo. I cancelli si chiudono e chissenefrega del resto. L’egoismo ci sta soffocando insieme alla spazzatura e rinunciamo a sapere ed esplorare ciò che non abbiamo visto con i nostri occhi e toccato con le nostre mani. Abbandoniamoci alla curiosità e guarderemo il mondo con occhi diversi. Non è sempre facile, ma in fondo a ogni viaggio ci sono ricordi e sorprese.
    Grazie a Riccardo e alla mia amica Celeste!!!
    Simonetta

  2. Davvero bella e commovente. Mentre leggevo, mi immaginavo tutta la storia. Che fortuna ha avuto Pippa a trovare Riccardo e non qualcuno che l’avrebbe gettata in qualche cestino dei rifiuti.
    Grazie a Riccardo della condivisione e a Celeste per questo blog. Solo qui possono entrare storie cosi’…

  3. grazie riccardo e celeste…la storia di pippa è molto carina ha messo un seme nel contrastare la mia avversione per i pipistrelli.
    la strada è lunga ma da qualche parte bisogna cominciare e pippa sarà il mio inizio e ogni volta che ne vedrò sfrecciare uno nelle mie notti campagnole penserò a lei

  4. A tutti, un caro saluto e grazie a voi per aver accolto questa storia con il vostro respiro che non dubitavo, è quello… giusto. Solo perchè siete ospiti speciali ho voluto questa storia qui.
    Le cose belle sono destinate ad occhi e cuori belli.

    @Frost
    No, Frost. Noi di pazienza non ne abbiamo mica per chi si pente che salta le virgole….
    A noi piace chi scrive di getto, con il cuore, e chi riceve i semini capaci di contrastare avversioni per i pipistrelli. E ci piace chi penserà alla Pippa guardando le varie Pippe e Pippi sfrecciare nei cieli delle future notti campagnole. Ci frega niente a noi delle virgole saltate.
    🙂 Un baciozzo.

  5. Grazie Riccardo. Bel racconto che fa meditare.
    Allora: mi è successo, proprio ieri mattina di parlare con un signore ( laurea in ingegneria, è meglio precisare) che raccontava che lui e sua moglie, laureata anche lei, passano buona parte del loro tempo libero ad aiutare il figlio, prima media, a studiare e a fare i compiti. Parlava dei libri di testo stracolmi di informazioni, utili si, ma troppo approfondite per un ragazzino che frequenta la prima media. E loro, poveracci , devono spiegare al figlio il significato di certi vocaboli, illustrare con parole semplici concetti che si dovrebbero trattare un po’ più avanti nel percorso di studi, facciamo negli ultimi anni delle superiori, se la vediamo come si studiava negli anni passati. E quel signore si chiedeva che senso ha sovraccaricare di informazioni i ragazzi con il risultato è che poi si dimenticano tutto, prendono la scuola come qualcosa di inutile, si annoiano, tanto da addormentarsi a scuola.
    E ‘sti ragazzi, ragazzini non hanno più il tempo di giocare, di conoscere ciò che sta attorno, di stupirsi di vedere con altri occhi. Ma dove cavolo potrebbero giocare se si impedisce loro persino di giocare a palla nei cortili ( disturbano!!!) di toccare come ha fatto il nostro Ricardo un pipistrello ( Ah, le malattie che porta…. E poi che schifo!!). Ci si lamenta che i ragazzi sono sempre attaccati ai video giochi, che non studiano ( vabbè anche una volta capitava che si incitasse a studiare, mica si era perfetti!) ma cosa si da loro in cambio. Il nulla. Sono abbastanza anziana da ricordare che i calcoli, ad esempio si facevano a mano, non esistevano le calcolatrici, o se c’erano qui non erano ancora arrivate. Stare lì ad addizionare, a sottrarre poteva sembrare una perdita di tempo, ma quei due neuroni preposti al calcolo che ci sono nel cervello dovevano mettersi in moto. Ora con un tic e un tac è tutto risolto.
    E i ragazzi che hanno ancora la voglia di stupirsi sono considerati dei disadattati. Parlo con cognizione di causa, credetemi. Ci si deve uniformare al sistema, diventare furbi, pronti a “fregare “ gli altri. Solo così si è guardati con ammirazione e si sorride se qualche peccatuccio, qualche compromesso lo si deve pur fare.
    Sono convinta, non possiedo doti paranormali, che qualcuna tra le persone che erano attorno alla piccola Pippi, quando Riccardo l’ha raccolta, hanno scosso la testa e hanno pensato che un po’ squilibrato lo doveva pur essere: come si può raccogliere e curare un pipistrello. Meglio gettarlo nel cassonetto e chi si è visto si è visto!
    Scusate se mi sono prolungata un po’ e se sono andata fuori tema… l’età può essere una giustificazione?
    Buona giornata a tutti
    Pinuccia

  6. Mi fa piacere davvero trovare sensibilità verso questa piccola storia. Non che avessi dubbi eh: ma sono anche certo che me la sarei tenuta per me se avessi dubitato di questo, non certo per timore delle reazioni, quanto piuttosto per non vederla come dire… derisa e offesa e sminuita, e alla fine un po’ sporcata. Complicato eh.
    Sono cose che aiutano, almeno a me, ad attribuire meglio i metri: cosa è piccolo e cosa è grande. O meglio, quanto sia alla fine inutile distinguere tra piccolo e grande. Quanto piuttosto bisognerebbe parlare di cosa ci è vicino e cosa no, di cosa siamo e cosa invece pensiamo di essere, o peggio ci dicono che dobbiamo essere. Che è la cosa peggiore.
    Trovo che quanto sopra sia inerente a quanto anche Pinuccia dice.
    Io ho trovato istintivo fare quello che ho fatto, mi sono sentitito bene, ance se lì per lì avevo sempre la paura di non fare la cosa giusta. Ci si trova noi stessi dentro a cose così, ci conosciamo meglio per noi.
    Vabè, complicato di nuovo.
    Intanto, più concretamente: sono contento che possa anche servire ad avvicinare qualcuno a questi esseri, vero Frost? Bene, mi fa piacere.
    Allora metto il link al sito della ragazza che ha “istruito” il ragazzo ricercatore all’università circa le peculiarità dei Molossi dei Cestoni. E’ un bel posto anche quello.

    http://www.tutelapipistrelli.it/2012/10/26/alessandra-tomassini-una-vita-per-i-pipistrelli/

    Mi raccontava che lei ha inventato il “biberon” per i pipistrelli: un pezzettino di spugnetta che lei intride di latte e ci attacca quattro o cinque piccoli. Per “ricaricare” il bibi fa calare un po’ di latte al centro e via andare! Ne ha troppi da badare… Spettacolo.
    Ciao gente.
    Riccardo

  7. Pinuccia
    Non sei andata fuori tema e comunque i fuori tema qui sono i benvenuti. Ci danno nuovi spunti, nuove ragioni di riflessioni e nuove condivisioni. I ragazzi hanno….. cambiato il modo di giocare ed é cambiato il concetto di gioco. Si gioca con il tablet, con il telefono che ormai sono la stessa cosa, i giochida tavolo si fanno collegandosi a FB. Credo che anche la play station sia in prepensionamento. Mangiano o meglio ingoiano cibo con una mano e chattano con l’altra. Non giocano più e non scoprono più nulla oltre le novità tecnologiche. Mi spiace, profondamente dire questo, mi fa sentire una anziana signora che a priori contrasta i giovani. Uso anche io la tecnologia, non ce l ho con questa, ci mancherebbe. Ma anche quando non c’era, quando io ero una ragazzina, piu indietro un bambina, c’erano altri giochi, ma ho sempre avuto il tempo per giocare. Non potevo mangiare e colorare, oppure fare un puzzle o giocare a domino o leggere un fumetto. C’ era il tempo per i compiti e quello per giocare. E c’era il tempo della scoperta. Si usciva, si stava tanto tempo fuori, si giocava nei giardini delle nostre case, negli oratori, e anche si girava per i paesi con la bici. E c erano i genitori che forse facevano un po’ più i genitori. Sacrificavano magari il poco tempo libero peri ragazzi. Ora pochissimi sono disposti a farlo. Impera un egoismo spaventoso, madri e padri sostengono il diritto di vivere il proprio tempo libero con amici e cinema e shopping. Sacrosanto eh! Niente da dire. Ma i ragazzi, spesso vengono dopo. O semplicemente si devono adeguare e seguire, volenti o nolenti i genitori ad interminabili pomeriggi per loro noiosissimi, e allora? Bè, ci si porta dietro la play station, o il tablet, cosi non si annoiano. I ragazzi, io credo, hanno bisogno di tutto ma soprattutto della condivisione vera in famiglia. Bisogno di riferimenti importanti, non importa se contestano, o si ribellano perchè loro si sa, hanno in mano il mondo, non importa. Bisogna insistere, parlare con loro e giocare, dedicare del tempo vero, vero… non la presenza, ma un tempo che sia qualitativamente importante ed….. eclusivo. Si sente spesso dire: io sto tanto tempo coi miei figli. Si, forse è anche vero… ma quanto ne passi davvero con loro, togliendo il tempo che si sta al telefono, quello che si passa con ospiti, quello in cui i genitori fanno quello che a loro interessa? Questo non è tempo passato con e peri figli, è solo tempo in cui i figli sono stati presenti, come lo è stato il divano, il portaombrelli, la libreria. In parte credo che sia questa la ragione di tanto tablet, di tanto FB, di tanto…… niente.

  8. La mia risposta alla bellissima esperienza di Riccardo con la critica ai metodi educativi imperanti stava a significare che ciò che manca il gusto dell’esperienza, del toccare con mano, anzi quello di essere capaci di sporcarci le mani. Resto sempre convinta che le persone che erano attorno alla Pippa abbiano pensato che il nostro era un po’ fuori di testa. Magari alcuni lo hanno fatto solo per spirito gregario, perché se non ci si comporta in un certo modo non si è accettati, si resta soli e da soli senza la massa attorno chi protegge si ha paura. Le mie non vogliono essere osservazioni di tipo sociologico: non ne ho la capacità e la sapienza per poterlo fare. Ciò che mi fa male è il tipo di educazione asettica che viene data. Non si tocca, è sporco, può attaccare delle malattie, se ci si arrampica su un albero si può cadere, ci si può graffiare, e così via. Perché un bambino se si trova “da solo” a tu per tu con una Pippa, la curiosità di toccarla la prova. E’ solo che i grandi gli impongono di non farlo: è un diverso, niente rapporti, niente considerazione. Allora o è un contestatore e fa l’esperienza infischiandosene accettando anche il rischio di essere punito, o cede e si uniformandosi. E’ che succede che chi proibisce ai bambini o ai ragazzi di fare l’esperienza, di ”sporcarsi le mani”, poi è quello che si commuove guardando film in cui queste cose accadono.
    Quando ero una ragazzina c’era un film, Elsa, mi sembra, che raccontava di una leonessa accolta da cucciola in una casa e allevata. Ricordo la commozione di tutti quando la leonessa veniva liberata. Lì l’esperienza era glorificata. Tutti avrebbero voluto essere nei panni di coloro che avevano allevato la leonessa. Non so quanti messi alle strette lo avrebbero fatto poi davvero.
    Riccardo lo ha fatto. Ha prevalso la sua curiosità, il suo mettersi in gioco, l’assenza di paura nel confrontarsi con chi non si conosce quando ha raccolto la Pippa. E ciò che ha ricevuto in cambio lui è qualcosa di grande che poi ha condiviso con noi.
    Chissà se c’è Controluce anche tra i pipistrelli: sono convinta che Pippa ha narrato la sua storia ai suoi amici e che tutti stanno commentando come stiamo facendo noi qui.
    Pinuccia

  9. Si, il tuo intervento è stato chiarissimo.
    Manca l esperienza tattile perchè ormai si fa attraverso le dita… sulla tastiera.
    Credo che sia un cambiamento sociale, anche un cambiamento sociale, che ha portato tutti a spostarsi verso un mondo molto piu virtuale e molto meno reale.
    Per questo, anche per questo, le Pippe vanno schifo o paura. Come una cavalletta che ovviamente va immediatamente uccisa se entra in casa perche si sa, è pericolosissima…. 🙂
    Mi piace, le poche volte che vado in campeggio, vedere che ci sono ancora rapporti con l erba, e i bambini camminano sui prati a piedi nudi. L altro giorno ho visto una mamma con una bimba sul bus… nel giro di 5 fermate, le ha disinfettato due volte le mani con il gel antibatterico….
    Triste. Molto.
    Buona domenica e un bacio

  10. A proposito di storie. il blog di SirBiss è diventato un libretto.
    Io l’ho ricevuto per posta (con il postino … udite udite…. con il postino…)
    Non è nata con lo scopo di fare una recensione, ma con lo scopo di dire quello che penso del suo lavoro. E allora le ho inviato questa, che riporto qui, perché davvero questa piccola raccolta merita di essere conosciuta. Lei l’ha pubblicata sulla sua pagine FB, io non la vedo perché non ho profili FB.
    Comunque sia mi piace condividere qui, perché è davvero una bella cosa, quel suo libretto e mi piace che il mio pensiero arrivi a chi conosce la Fabri, e anche il luogo e le persone che hanno fatto quel luogo. Non è un posto mio … Io non appartengo ad alcun lago, ne quello mio di adozione (Lago di Como) né al lago Maggiore che è il lago di Sir Biss. Al quale lei appartiene, dai capelli alle unghie dei piedi, dalla testa al cuore.

    Il libretto di Fabrizia non odora solo di lago, ma odora di un tempo che ha visto, conosciuto e respirato, insieme al lago, le cose semplici, intrise di valori e di umanità.
    Credo che il Lago conservi per sempre stagioni e la Storia, ma nel mondo di superficie, una parte di Storia svanisce e si perde, inesorabilmente. Resta la Storia, quella che riempie i testi, fatta di date e numeri, avvenimenti in ordine cronologico, date snocciolate come un rosario dagli studenti che verranno. Ma si perdono le Storie, quelle di casa, quelle quotidiane, insieme con la Poesia che contiene le fatiche e le gioie.
    Che diventava, la sera, minestra e camino, riscaldando corpi e cuori, che diventava magia quando arrivava la neve, che diventava miracolo e stupore ad ogni primavera. Oppure oro liquido sui pomeriggi di autunno, a colare sul lago perché diventasse gestazione e generasse di nuovo un tempo e nuove alghe, nuovi riflessi di lune.
    Ecco perché è importante che queste testimonianze, che scaturiscono dal vissuto, dal pozzo dei ricordi, dalla tasca delle emozioni più profonde e mai svanite, diventino qualcosa da conservare, regalare, raccontare.
    Ci raccontano degli eroi, dalla scuola in poi. Eroi ed eroine che hanno compiuto grandi imprese, lasciato tracce importanti. Ma c’è un popolo di eroi silenziosi, la cui vita passa attraverso la storia senza spettinarla … eppure hanno fatto davvero la Storia, l’hanno fatta tutta loro. La Storia siamo noi, canta Francesco De Gregori … siamo noi questo piatto di grano.
    E quanti sono gli eroi, figli di questo popolo silenzioso? Quelli che hanno tirato su figli lavorando la terra, che hanno rinunciato ad ore di sonno prezioso per preparare il presepe per il Natale che sta per arrivare… Quelli che hanno fatto “marcare” sul libretto di cartoncino il conto della spesa, perché il negozio faceva credito, e pagare subito .. non si poteva. C’era una cosa chiamata Fiducia, un’altra chiamata Solidarietà. Sono quelli che con la pelle delle mani indurite dal lavoro, piantavano fiori con commovente delicatezza, e lavoravano trine delicate o decoravano fragili ceramiche.
    C’era il compagno lago, che era vissuto, respirato e amato: i remi fendevano l’acqua senza fargli male… senza recare offesa né danno. Lago che attraverso il vento o l’odore dell’alga era parte della vita della gente, era dentro la vita della gente. C’era il sorriso sulle facce rugose degli anziani e c’era un dono di saggezza nelle mani nodose di ogni uomo e donna, che diventava carezza benevola sui capelli di un bambino dopo una marachella, un dono pronto ad essere offerto, come un uovo fresco appena raccolto dal pollaio. Ecco, questo libretto è un regalo, un dono caldo, che esce dalla paglia dove i ricordi sono stati custoditi e covati, tenuti al caldo per essere condivisi.
    Forse da qualche parte, in una dimensione differente da questa, una Maria o una Rosetta si sfrega le mani bagnate sul grembiule per asciugarle prima di prendere in mano questo libretto per cominciare a leggerlo, con gli occhiali e gli occhi un po’ opachi e un po’ lucidi, mentre fischia la teiera sul fornello o borbotta la moca con il caffè.
    Io non ho un profilo facebook, ma mi piacerebbe comunque che questo mio pensiero fosse pubblicato per semplice condivisione con chi ha letto e apprezzato “Odore di Lago”.
    È un libretto da leggere ovunque ma forse viene meglio sopra una panchina del lungo lago di Cerro o di Laveno. Un libro che è uno splendido controluce.

  11. Pinuccia
    Mi piace da matti pensare che Pippa, nella sua lingua…. Pippesca o Pippistese ? abbia raccontato ai suoi compagni, alla sua colonia, l’avventura che le è capitata.
    E chi siamo noi, per dire che non sia accaduto? Infatti, la penso come te. Pippa che narra il suo spavento quando, contornata da persone chiassose che avrebbero potuto decidere sulla sua sorte, piena di paura e con il cuore che di certo scoppiava, è stata raccolta da una manona con un odore strano, che poi si è scoperto essere l’odore di un umano.
    E mi piace pensare che racconta della scatola, e poi della paura di doverci restare per sempre, del sollievo dato dalla pappa e dall’acqua, e poi ….. della felicità del volo.
    Si, mi piace da matti pensare che accade questo.

  12. Complimenti a Sir Biss, e alla sua delicata voglia di raccontare il “suo” lago. E grazie a Celeste per aver pubblicato qui quello che che le ha scritto, così anche chi non ha profili FB, può esserne a conoscenza.
    Abbracci e buona giornata a tutti
    Pinuccia

  13. Leggo ora e chiedo venia. Ma ho avuto qualche problemino.
    Che dire? Il commento di Celeste, che ho postato sulla mia pagina fb, ha fatto più successo dei miei racconti. Sono veramente commossa.
    Abbraccio Celeste, Pinuccia e tutti voi.
    🙂

  14. Grazie a tutti, ma soprattutto grazie a Celeste, che è una persona splendida, dentro e fuori.
    L.V.

  15. Buongiorno Simonetta,
    Pieffe ha fatto un intervento, tra i commenti del precedente post, spiegando che la sua astronave è al momento fuori uso.

    Sulla sua pesenza o meno su facebook, penso che ti risponderà personalmente, sempre se nel frattempo non sia in vacanza o meditaizone sulle Pleiadi oppure in qualche altro posto.

    Un forte abbraccio, grazie della visita

  16. Buongiorno Celeste,
    io passo spesso a trovarti, sei un punto di riferimento che va ben oltre un post!

    Allora aspetterò che Pieffe mi risponda dall’alto delle Pleiadi. Intanto un forte abbraccio a lui e a chi passa in questa splendente dimora!!!
    Simonetta

  17. mmmh. Ho fatto un paio di giri con l’astronave a pedali dopo il tagliando. Diciamo che …se po’ fa’ anche se ho qualche difficoltà con la ripresa.
    Posso assicurare Ric che anche sulle Pleiadi si parla del suo Pippastrello e si sta formando un entusiastico circuito virtuoso per adottare anche i pippastrelli dispersi del Grande Fico che però, come sapete, hanno un difetto: una apertura alare di 15 metri che rende problematico coccolarli (non parliamo dell’allattamento).
    Ho raccontato la bellissima storia anche a Miciola che una volta, di pipistrello ne ha ammazzato uno, così per gioco, acchiappandolo al volo. Ma quando ha sentito la storia si è molto pentita e ha detto che non lo farà mai più.
    Riguardo al contatto con gli animali e al rapporto con la loro sensibilità e bellezza, come forse qualcuno di voi sa, ci abbiamo scritto un po’ di cose in altra sede.
    Un bel problema è pensare che molti di questi animali, per i quali ci prodighiamo in tenerezze e che suscitano la nostra commozione… poi… ce li mangiamo al salmì (caprette, agnellini, conigli, uccelli, maialini, ecc. ecc.).
    L’etica e la sensibilità umana sono delle cose assai complesse, assai misteriose e assai contraddittorie. Sono decenni che ci combatto, ci scrivo e ci filosofeggio…ma come diceva Trilussa:
    “più conosco l’ommini, più amo le bestie”

  18. Non fa una piega. Non mi stupisce che lei sia amico di Celeste e di questo suo posto.
    Le contraddizioni sono note solo a persone sensibili ed intelligenti e da queste notate, combattute ma anche accettate e discusse…
    Infatti: fatti non foste a viver come bruti ma per seguir virtù e canoscenza
    L.V.

  19. Buongiorno Pieffe,
    Concordo su tutto quanto hai scritto e le contraddizioni delle vita le sento ogni giorno, pungono, si piantano tra le costole. Infastidiscono come sassi nelle scarpe, prudono come ortica sulla pelle. Lo so…. e hai ragione.. lo so.
    Ogni volta che vado in qualche fattoria, o malga, o fiera, vedo agnellini e mucche e sento questo prudere, dolorare, e non capisco.
    Mi si dice che il mondo è perfetto, lo sento dire da che ero piccola. Ma se lo è così tanto, perchè una gazzella deve correre cosi tanto da farsi scopppiare il cuore per poi essere presa da una zampata di leone e poi dilaniata? Perchè il coccodrillo fa qualcosa di simile e lo fanno la jena, l’aquila, il corvo. Insomma perchè, se tutto è tanto perfetto, la vita dell’uno dipende dall’uccisione dell’altro? Perchè la sopravvivenza risponde alla regola del più forte, e questo secondo natura?
    Il libro di cui parli lo conosco, è a casa mia, destinato ad una donna che me ne ha fatta richiesta, devo solo portarglielo e lo faró a giorni. Non l’ho letto, come sai. Non ancora.
    Sto leggendo un altro libro, parla dell’età estrema. Ci trovo dentro, anche qui, tanti perchè, che mi sono già fatta molti anni fa, per ragioni che conosci. Sento dentro quella stessa solitudine, e ne sento il sapore: forse e solo perchè sono molto più giovane del suo Autore non posso affermare di comprenderlo davvero, o non ancora, ma conosco quel dolore perchè l’ho visto da vicino e con persone vicine, l’ho condiviso, respirato.
    E trovo ogni giorno che le mie domande non avranno mai risposta, sento questo, sopra tutto.
    I miei canali TV preferiti, anzi, praticamente i soli che vedo, sono i vari discovery: scienze, storia, national geo. Mi piace sapere, cercare, frugare nella bellezza del cielo, degli universi, delle foreste, delle immense distese desertiche, degli abissi. Mi affascina la bellezza e mi incuriosisce il mistero, mi faccio o meglio mi facevo domande sulla regia di tutto questo.
    E tra tanta magnificenza trovo il dolore. Sempre e comunque. Nelle profonditá degli oceani come tra i granelli di sabbia, sui rametti degli alberi, e sulle vette più vicine al cielo.
    Trovo la lotta, la corsa affannosa, la conquista. Giá dallo spermotozoo che per primo deve bucare una membrana, alla zecca, tafano, zanzara che tormenta il cavallo. Perfino le stelle muoiono, e anche interi universi, divorandone altri.
    Siamo braccati, a vicenda. Gli animali tra loro, e gli uomini forse non si mangiano tra di loro …. ma lo fanno in ben altro modo, meno onesto. E di certo nel peggiore dei modi.
    Ecco, come vedi le mie domande ogni giorno bruciano dentro e al contempo bruciano la fiducia verso una specie di giustizia, o anche solo verso una risposta …… accettabile.

  20. Pieffe Pieffe, o che lo sai ora? Siamo gente complicata, eh. Anche quelli che “hanno pensiero”, sono complicati. E nella mia involuzione antidemocratica progressiva penso siamo pochissimi, ppm degli eletti a vivere tra gli agi del “mondo civile”.
    Beh, parlando di me, io trovo di essere principalmente pigro. Pigro perchè quando hai sempre fatto così, quando la roba l’hai sempre trovata nel piatto, quando praticamente siamo “convinti” (dato che abbiamo ben altro a cui pensare, di estrememamente importante, mica ste cose di filosofia spicciola da perditempo … …. ma cos’era?) che la bistecca nasca dentro un contenitore di polesirolo coperto dal polietilene super iper trasparente (meglio che non sappiate come si fa a farlo), in un banco frigo iperilluminato nel supermercato sotto casa… è facile andare avanti per inerzia.
    A coloro che “pensano”, ai ppm, chiedigli di andare ad ammazzarsi la loro cena e guarda quante bistecche ci sarebbero in giro nei piatti. Ad oggi, nel nostro mondo comodo e caldo (bruciando gas che viene pompato da un pozzo che è minimo a cinquemila chilometri da casa nostra) sarebbero molto meno di quelli che oggi la comprano.
    Ecco perchè parlo di me. Di me posso dire senza tema di smentita. Spesso, ecco. E non mi bruciano le mie contraddizioni, anzi, a volte mi fanno sorridere. E se ci pensi, come ci pensi, sempre, beh, trovo anche il motivo, la ragione che le genera. Spesso risali una serie di implicazioni logiche, o comunque conseguenze, cause ed effetti, e poi ti schianti contro un ricordo, o un’immagine di bambino. Che sono così piantate profondamente in terra, dentro il me più fondo, che “sono” semplicemente, e se ne fregano dei ragionamenti. Ed è questo che mi fa sperare che mai potremo essere sostituiti da un essere sintetico. Forse passo di palo in frasca, probabile. Ma anche da queste due note sconclusionate si evince che siamo un tutt’uno, sia palo che frasca, ma tutto questo serve a dire che giustifico le mie contraddizioni: quello che digerisco male, è la mia pigrizia mentale.
    Volendo motivare un po’ anche la mia pigrizia, è che forse non è solo pigrizia. E’ che ti rendo conto che è assolutamente minimamente impossibile mutare, col nostro comportamento, quella che è la prassi assodata ed accettata da tutto il mondo che ci circonda. Da qui si vede trasparire un po’ anche il mestiere che faccio, che è quello sempre di trovare il “compromesso aureo” tra valori opposti: costo contro qualità etc. Confrontandola con l’approccio “morale” ovviamente non è una scusa, è solo una spiegazione.
    Fatto sta che beh… sarebbe stato comunque impossibile per me non raccogliere Pippa, ma comprendo bene Miciola, che ha fatto quel che ha fatto.
    Senti, coso: vedi di fare cambiare l’olio all’astronave a pedali, e fagli lucidare i cararifrangenti e quello che ti pare, che qui mica possiamo fare tutto noi! Sappi che tramite Pippa ho avuto intercessione presso il Grande Capo dei Pippastrelli Pleiadiani: ci mette un minuto a mandare uno dei suoi adepti a raccattarti te e l’astronave e portari di peso con le sue alone da queste parti. Fatti i tuoi conti.
    Augh.
    R

  21. Contraddizioni. Giusto Ric. Ci navighiamo, con la speranza che le bistecche di vitello nascano sugli alberi. Bel problema.
    Almeno nel Ristorante al termine dell’Universo (che frequentiamo entrambi con entusiasmo) le mucche nascono già con l’idea di essere bistecche.
    Ma qualcosa si può fare. Al di la della pigrizia e dell’abitudine mentale. Perfino al di la del rapporto fra costi e qualità.
    Si può rifiutare di dover somigliare a quanto ci viene proposto. Si può spegnere la TV, si possono usare i giornali per accendere il camino, salutare le persone in treno e in strada, si può pulire il marciapiede, non sporcare i muri, non vincere i premi, non giocare a calcio, non mandare sms, non avere un profilo fb.
    Per quanto riguarda il dolore di cui parla Cele il discorso si fa complesso e anche qui dovrei fare stupide citazioni libresche.
    Mi permetto però una sola osservazione: se non avessi conosciuto l’orrore e il dolore non potresti cercare né conoscere la bellezza e la gioia.

    Beh, ora vado a lucidare la marmitta abarth dell’astronave a pedali: l’ho cambiata dopo il tagliando.

  22. Pieffe, lo sanno tutti che la tua astronave non ha la marmitta. É a pedali!
    Non fare finta di essere moderno, perchè ci piaci così come sei.
    Antico, saggio qb, bambino qb, e con quel sorriso un po’ così di quando ti commuovi, che ti tradiscono le orecchie, acido quando fai la colazione con le puntine da disegno, e deliziosamente vulnerabile al cioccolato. Insomma il mio pieffe. Il nostro pieffe.
    Quello di sempre, ecco.
    Grazie ricc, e grazie pippa, ovunque tu sia. Occhio alle gatte color grigio, sono terribili. Fidati.

  23. Ps adesso che questo piccolo ma potente pieffe fun club sta funzionando, vado per cioccolato. C è una fiera da qualche parte dedicata a questo divino cibo. Ci si casca con tutte le scarpe e non c è compromesso aureo che tenga.

  24. Oggi ho voglia di Controluce, e rieccomi qua, sempre con tablet e sopra un treno.
    Pieffe. Si è vero, se non avessi conosciuto dolore ed orrore non andrei alla ricerca della bellezze, non avrei riconosciuto quella che ho incontrato comunque forse non l’avrei apprezzata. É così e il permesso di dire cose come queste è più che accordato perchè è tutto vero e mai, in questi spazi si è parlato senza rispetto o cura o attenzione. Ecco perchè questo posto esiste ancora.
    Detto questo, volevo dire che tante volte mi capita di pensare a quanto possiamo fare, solo con quelle “piccole cose” come salutare per strada, sorridere sul treno, salutare il tuo compagno di viaggio quando sali e quando scendi. Spegnere la tv e accendere due candele in casa, e cercarsi dopo una giornata frenetica e contro natura, con il solo rischio di … trovarsi un pezzetto. Invece la vita scorre tra rumori e frastuoni, scortesia e una immensa solitudine. Tra zero allegria. Una delle canzoni piu belle per me è “quale allegria” di Lucio Dalla. Ricordo perfino dov’ero e con chi il giorno che cominciai ad amarla perchè sentivo mia tutta quella solitudine, o comunque la sentivo nel mondo in cui vivevo, sentivo che ne eravamo tutti immersi e che “esser disposti a farsi anche del male per potersi con dolcezza perdonare” era un concetto che mi riusciva di comprendere anche se non lo vivevo, lo capivo con il di dentro. Erano gli anni in cui si prende consapevolezza di sè nel mondo e si comprende che non si sta bene se tutto intorno sta male, e ci si fa domande sulla felicità apparente, e se “ridere e scherzare far finta che sia sempre un carnevale” non sia, spesso, un modo per non morire. Perchè “É già pronto Andrea con un bastone a cento denti che ti chiede di pagare ecc ecc”..
    Ecco, tra tanta gente che fa finta di divertirsi, o corre dietro alle cose, alla moda, all ultimo smart phone, al nuovo sushi bar, io si, cerco la bellezza, due candele, un sorriso sincero. Una carezza vera e profonda, un saluto sul treno. E provo rabbia perchè trovo tanta plastica, tante bugie, tante cose e parole inutili, tanto vuoto. Tanta paura di dire ti voglio bene, tanto….. egoismo. Tanta volgarità.
    Spesso io casco in queste lagne e non mi piaccio quando accade. Le lamentele mi stanno sui nervi come le persone lagnose. Ma sarà che certe volte lasciare un sorriso e doverlo solo ricordare fa un pó male. Accidenti alla malinconia e anche alla nostalgia.

  25. Cioccolato.
    Ne ho delle scorte prodigiose. C’è una fabbrica di cioccolato (non quella del film) in un paese vicino a Roma dove fanno delle “cose” che vanno al di la della gola, oltre la libidine orale, nel misterioso territorio fra il sublime e il trascendente. Ci vado una volta l’anno ma quando mi vedono mi riconoscono subito e mi consigliano affettuosamente. Si prendono cura di me.
    E’ una specie di simposio filosofico sulle raffinatezze del retrogusto amaro sull’impatto dolce, sulle speziature leggere di peperoncino oppure di sesamo, sui miscugli con farro soffiato e sulle spolverature di cacao al 100% sopra nocciole e miele.
    Sono cose che richiedono una grande preparazione. Quasi dei master post universitari ad altissimo livello.
    Sopra il bancone c’è un piatto dedicato agli assaggi. Ti vengono offerti dei piccoli quadratini, di vari gusti e forme, ed entri quasi subito in… meditazione profonda.
    A volte l’impatto erotico con “mademoiselle ciocolat” è così potente che… il kamasutra fa ridere i polli.
    Ecco. Il cioccolato è bello perfino quale narcisistica forma d’autoerotismo.
    Ma la condivisione, magari in apposite tazze d’argento, fumanti, davanti al camino acceso, in silenzioso scambio d’umori, d’impressioni visive, tattili e olfattive… rasenta i confini dell’estasi.

  26. Cosi’ non vale… mi avete fatto venire una voglia pazzesca di cioccolato. Io che amo il salato molto

    piu’ del dolce. Ma sapere Celeste tra le meravigliose tavolette e leggere la minuziosa descrizione d
    i
    Pieffe… mmm… Voglio andarci anch’io in quel posto.

    Un bacio ‘dolce’ a tutti.
    🙂

  27. Bellissima la descrizione di Pieffe, raffinatissima. Se la legge qualcuno del marketing del cioccoato potrebbe stamparla su carta pregiata magari per confezionare questo cibo e poi avvolgere il tutto con nastri di seta lucida color cacao, o verde bosco, o color crema e nocciola.
    Menre scrivo mi chiedo come mai il mio cervello ha pensato a questi colori, ma forse ha compiuto inconsapevoli accostamenti coi pistacchi di Bronte o le nocciole del Piemonte, o le madorle di Avola. Vabbè insomma sarà che tutti qui pensiamo raffinataMente. D’altronde questo è un posto…celestiale ma per nulla incline alle mortificazioni… vedo.

    Ps in quel posto non mi ci hai mai portata, perchè?
    Potresti farti perdonare questa mancanza con tazze fumanti di cui parli, davanti al camino.

  28. Le tazze ce le ho. Sono molto antiche e mia mamma, a sua volta le aveva ereditate da una zia veneta insieme ad una cioccolatiera della stessa fattura.
    Sono di ceramica bianca in un bagno di argento. Mi piacciono moltissimo.
    Quando ci metti dentro il cioccolato scuro, caldo e fumante creano un impatto cromatico….dannunziano. Se poi ci spandi sopra anche un pochino di panna montata fredda (che opera uno struggente contrasto termico sulla lingua e incuriosisce le papille gustative) si possono raggiungere delle “esperienze” veramente particolari.
    Ovviamente queste cose si fanno in inverno.
    Quindi, per lo meno dalle mie parti, bisogna aspettare ancora un po’.
    Ci vuole un bel fuoco di quercia sul camino e possibilmente delle scorze di mandarino e di arancio che spargono i loro olii essenziali. Ci vogliono anche dei cuscini, moltissimi. Un tepore in casa e l’aria frizzante fuori, con il profumo di legna, un divano dove si sprofonda, i piedi scalzi e qualcuno che ti fa tre quarti d’ora si shiatzu, mentre tu stai con gli occhi socchiusi, la luce dell’abat jour che spande la luce gialla o un paio di candele di cera d’api.
    Chi vuole venire?

  29. Mi proporrei anche subito. Gia’ a metà della descrizione, ero sul treno… ma mi metto in lista di
    attesa.
    Qualcuno prima di me ne ha sacrosanto diritto.
    Un abbraccio

    p.s.: fammi sapere dove si trovano i numeri per la prenotazione

  30. Le tazze sono sei. Quindi fino a sei posso ospitarvi tutti insieme. Per estensioni comprensive di shiatzu sulle piante dei piedi, aromoterapia, cromoterapia, musicoterapia (il tutto ovviamente al cioccolato)…beh, accordi ad personam.

  31. Se per caso le tazze non dovessero bastare si potrebbe fare così: un sorso a me e uno a te. Oppure fare i turni. Non ho alcuna remora: è lo stare insieme che è una meraviglia. Ed è questo che conta.
    Pinuccia

  32. Concordo con Pinuccia. Io comunque, che la ceramica l’ho vissuta e ‘respirata’, posso portarvi quante tazze volete. Anche se, ripeto, l’importante e’ stare insieme.
    Sir Biss

  33. Certo! Non vi preoccupate per le mie sette mogli. Quando ricevo ospiti le mando sempre in vacanza (cioè, in pratica, a lavare la mia biancheria all’aperto, li nel grande fiume con le rapide, che a loro fa bene per l’artrosi e poi si abbronzano e ci sono abituate): e noi ci pigliamo il cioccolato.
    Anche di notte dormono contente all’aperto e io sono un Pleiadiano molto comprensivo: infatti consento loro di stare a meno di 3 Km dal grande Fico. Si, la notte piove forte e c’è qualche fulmine ma non grandina mica e, secondo me, si ringiovaniscono pure.
    Il cioccolato lo preparo nelle due versioni (gianduia e amaro) e vi aspetto tutti, uomini donne, bambini, cani, gatti e tazze di riserva di Pinuccia. Davvero però!!

  34. Non pensate che il cioccolato sia un sostituto dell’amore… L’amore è un sostituto del cioccolato.
    Miranda Ingram

    Eh si. E’ una bella lotta… 🙂

  35. Dai!! Fate un salto giù in Terronia.
    Marinz, Ric., Sir Bis, Cele, Calembour e tutti gli altri.
    Mi piacerebbe passare un giorno con voi.

  36. Marinz, Carola, Riccardo, Pinuccia, magari con la nipotina Francesca.
    Roberta – Frost, Simonetta – Calembour, SirBiss – Fabrizia,
    Silvia Sissi, Simona, Cloff … non so se ho dimenticato qualcuno, ma è esteso a tutti quanti.
    Allora?
    Io ovviamente ci sono.. Non ci sono feste senza la celeste.. Mammamia che brutta questa!!

    Oh qui non si scherza! Chi fa un salto all’Urbe?
    Pieffe fa un’ottimo tè allo zenzero, ha sempre del cioccolato particolare, e ha due orecchie bellissime.
    Raccolgo idee, date, adesioni. Qui, se volete, oppure via e-e mail tanto l’avete tutti quella… celeste anzi azzurro.

  37. Sarebbe davvero bellissimo. Io mi prenoto.
    In quanto a Miranda Ingram, non so proprio chi sia. Forse parente di un famoso produttore di camicie…
    Baci cioccolatosi a tutti

  38. Oh si! Certo. Sulla data decidete voi a seconda degli impegni che avete, compreso anche il nostro ospite.
    Pinuccia

  39. Dal 1 al 7 Gennaio.
    Però ditemelo quasi subito perché ho l’astronave impegnatissima, peggio di un taxi.
    Dai!!

  40. Ok chi c’è e quando?
    Aspetto adesioni e proposte circa la data
    Sono 7 in tutto…. e siccome 7 è un numero magico e poi i colli di Roma, ed é là che andiamo, e poi pure le mogli di pieffe son sette.
    E anche il mio numero ricorrente, e anche marinz ha una storia con il sette.
    Direi che è un buon segno, questo 7. Dovremmo farcela.
    Ps ma quel giorno dove nasconderai le tue 7 mogli?
    Forza dateci un giorno. Che mi dite , da uno a 7?

  41. una settimana di ferie…potrei essere fuori, fatemi comunque sapere una data se sarò a roma non mancherò!

  42. Era bravo a raccontare storie, nella sua semplicità trovava sempre il modo ironico, divertente o drammatico nel farci vivere le avventure dei suoi racconti. Tutte le sere aveva qualche bella o brutta storia da raccontare e tutte le sere si faceva quasi a “botte” per prendere i posti in prima fila lì seduti sul freddo pavimento e riuscivamo tutti e otto a stare in prima fila creando un cerchio attorno a lui. Papà era molto bravo con la sua voce, le gesta e la mimica a farci entrare nei suoi racconti. Ti coinvolgeva, ti faceva sobbalzare ad un certo punto dicendoti….spostati non vedi che lo stai schiacciando e tu come un’ebete perchè assorbito dal racconto dicevi scusa non l’ho fatto apposta e nel frattempo ti accorgevi che ti stavi spostando ma in realtà non c’era traccia di quello che lui stava raccontando e dopo una pausa di risate continuava…..e quella sera era la volta del topolino. Tutte le mattine il topolino usciva di casa per andare al lavoro, e ci andava a piedi, doveva passare prima in bottega dove l’aspettava il suo sacchetto di pane già pronto, durante il percorso doveva superare diversi ostacoli, quale la grande foresta, che non era altro, per loro… che si definiscono esseri umani, che un piccolo cespuglio, non era tortuoso il sentiero se lui, il topolino si fosse guardato bene dove mettere i piedi, oh oh le zampette, doveva superare un enorme lago, che altro non era che una piccola pozza d’acqua, non era poi difficile da superare, lui aveva una piccola barchetta che si era “costruito” con il guscio di una noce di cocco ma non ricordava mai dove l’ancorava il giorno prima, oppure non doveva fare altro che girare intorno alla pozza d’acqua.E ogni tanto lo faceva solo che ci finiva sempre dentro. Lui faceva tutto quello che doveva fare sempre col nasino all’insù. Amava guardare gli uccellini che svolazzavano nei cieli liberi di muoversi senza ostacoli da superare. Quella mattina come tutte le mattine usci di casa, voleva imparare a volare. Si arrampicò su di un albero, con coraggio sul ramo più alto pregò il Signore che gli desse una spinta e ci provò. Il risultato fu un disastro, cadde e si fece male…dopo qualche giorno di convalescenza, ci riprovò ancora e poi ancora…il risultato fu sempre lo stesso. Lui voleva ad ogni costo volare. Ogni volta rivolgeva al Signore una preghiera affinchè lo aiutasse, ogni sua preghiera fu vana Ogni suo tentativo fu un fallimento, Si svegliò arrabbiato quella mattina perchè aveva sognato di volare; si rivolse al Signore non più con una preghiera ma con una richiesta ben precisa. Lui voleva, doveva volare.
    Il Signore gli disse che lui non avrebbe mai potuto volare perchè era un topolino non un uccellino. ma lui insistette. Bada gli disse il Signore io potrò darti le ali ma tu dovrai volare solo di notte, mai di giorno, dormire a testa in giù e soprattutto non potrai vedere con i tuoi occhi ma solo con l’ausilio di sensori che ti darò potrai aggirare gli ostacoli, e soprattutto stai molto attento agli esseri umani. Sei disposto a rinunciare alle tue normali abitudini, alla tua vita, solo per un paio di ali?
    Ecco. Io non sono brava a raccontare storie, ma quando ho letto la storia di Riccardo, mi sono detta…ma allora è vera la storia di papà!
    Sei un grande Ric hai salvato quel topolino distratto che aveva chiesto un paio di ali. Grazie!
    Carola

  43. Carola? …Brividi…
    Sono in dubbio se ringraziare te, o quanto piuttosto il tuo babbo, per questa bella storia. Una storia che, permettimi, mette un po’ di groppo alla gola per la tenerezza, per la cocciutaggine pura e pulita per il desiderio vero e intenso di quel topolino, che voleva volare e non si curava affatto di potersi fare male nel tentativo ma gli scocciava solo non poter tornare a provarci fino a che non si fossero rimarginate le ferite…
    E anche per l’atmosfera di cascare dentro alla favola che te, raccontando del tuo babbo che a sua volta raccontava e la creava… che sa di… boh: valore inestimabile direi. Dai diamanti non cresce niente, ma dalle favole, che non hanno valore, si, eccome.
    Una storia che tocca certe corde. Tante corde.
    E poi un’altra cosa: dal babbo hai anche avuto la dote di saper raccontare. E’ facile raccontare didascalicamente i fatti, difficilissimo invece raccontare … e far venire la pelle d’oca, cosa che te hai fatto.
    Riguardo alle corde, facciamo un “baratto di cose di dentro”, e racconto una cosa io.
    Da quando ho memoria, io ho un libro preferito. Ed è (probabilmente l’ho già detto in precedenza, altra cosa mia è, purtroppo, l’evanescenza della memoria) il Gabbiano Jonathan Livingstone.
    Un librettino da due lire, di quella letteratura non importante, non … “quotata”. E guarda, in effetti posso anche concordare: letterariamente vale poco. Ma parla di un sogno, e della necessità di realizzarlo. Il sacrificare tutto, comprese le relazioni sociali e diventare un reietto, pur di perseguire il sogno.
    Lo metto per “scambiare” un’emozione ricevuta, con una mia. Ok, siamo una manica di matti? Io di sicuro, ma anche voi vi vedo messi bene… 

    “Era di primo mattino,
    e il sole appena sorto luccicava tremolando sulle scaglie del mare appena increspato.
    A un miglio dalla costa un peschereccio arrancava verso il largo. E fu data la voce allo Stormo. E in men che non si dica tutto lo Stormo Buonappetito si adunò, si diedero a giostrare ed accanirsi per beccare qualcosa da mangiare. Cominciava così una nuova dura giornata. Ma lontano di là soletto, lontano dalla costa e dalla barca, un gabbiano si stava allenando per suo conto: era il gabbiano Jonathan Livingston. Si trovava a una trentina di metri d’altezza: distese le zampette palmate, aderse il becco, si tese in uno sforzo doloroso per imprimere alle ali una torsione tale da consentirgli di volare lento. E infatti rallentò tanto che il vento divenne un fruscìo lieve intorno a lui, tanto che il mare ristava immoto sotto le sue ali. Strinse gli occhi, si concentrò intensamente, trattenne il fiato, compì ancora uno sforzo per accrescere solo… d’un paio… di centimetri… quella… penosa torsione e… D’un tratto gli si arruffano le penne, entra in stallo e precipita giù. I gabbiani, lo sapete anche voi, non vacillano, non stallano mai. Stallare, scomporsi in volo, per loro è una vergogna, è un disonore. Ma il gabbiano Jonathan Livingston – che faccia tosta, eccolo là che ci riprova ancora, tende e torce le ali per aumentarne la superficie, vibra tutto nello sforzo e patapunf stalla di nuovo – no, non era un uccello come tanti. La maggior parte dei gabbiani non si danno la pena di apprendere, del volo, altro che le nozioni elementari: gli basta arrivare dalla costa a dov’è il cibo e poi tornare a casa. Per la maggior parte dei gabbiani, volare non conta, conta mangiare. A quel gabbiano lì, invece, non importava tanto procurarsi il cibo, quanto volare. Più d’ogni altra cosa al mondo, a Jonathan Livingston piaceva librarsi nel cielo.”

    http://www.itcgsantagata.it/public/Dati/ilgabbianojonathanlivingston22.20.34.01.10.2013.pdf

    Riccardo

  44. Ecco perchè Controluce è speciale: Carola, Riccardo con le loro favole- avventure di questo post ci incantano. Svegliano il bambino che c’è in noi. O meglio ci fanno ricordare che è possibile realizzare i sogni, senza curarci di ciò che pensa di noi la folla. A volte ci si riesce, a volte no. Comunque ci si prova ed è già qualcosa.
    Pinuccia
    p.s.
    Grazie Ric per aver messo il testo del Gabbiano Jonathan. Livingston. Il mio libro è stato ” prestato a vita” ai miei nipoti.

  45. C’era una volta un giovane innamorato di una stella.
    In riva al mare tendeva le braccia e adorava la stella,
    la sognava e le rivolgeva i suoi pensieri.
    Ma sapeva o credeva di sapere che le stelle non possono essere abbracciate dall’uomo.
    Considerava suo destino amare senza speranze un astro,
    e su questo pensiero costruì tutto un poema di rinuncie e di mute sofferenze
    che dovevano purificarlo e renderlo migliore.
    Tutti i suoi sogni però erano rivolti alla stella.
    Una notte, trovandosi di nuovo su un alto scoglio in riva al mare,
    stava a guardar la stella ardendo d’amore.
    E nel momento di maggior desiderio spiccò un balzo nel vuoto
    per andare incontro alla stella.
    Ma, nell’attimo stesso in cui si librava nel balzo, un pensiero gli attraversò la mente:
    -No, è impossibile che io la raggiunga!-
    Così cadde sull’arena e rimase sfracellato,
    perchè non sapeva amare.
    Se nel momento del balzo avesse avuto l’energia di credere fermamente nel suo amore,
    sarebbe volato in alto a congiungersi con la stella.

    L’amore non deve implorare e nemmeno pretendere. L’amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sè. Allora non è più trascinato, ma trascina.

    (tratta da Demian, Herman Hesse)

  46. La storia della stella è per confermare il pensiero di Pinuccia:
    le storie, le favole ci fanno ricordare che è possibile realizzare i sogni, senza curarci di ciò che pensa di noi la folla.

    Grazie Carola del quadro famigliare di cui ci hai resi partecipi. Uno scenario purtroppo non piu’ in uso. Ormai pochi papà e mamma raccontano le storie ai propri figli.

    E poi.. nel caso, ci sono delle meraviglise “app” per smartphone e tablet. Apple o Android, anche gratis, su Google Play o Apple Store, a seconda…

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