SCATOLE

Soffro di anoressia.
Nei confronti dei giornali, dei notiziari tutti, dalla TV al web. Non voglio sentire. Non più. 
C’è crisi, è vero, si sta male. Un pianeta diviso, tra poveri e ricchi. Poi: violenza per le strade, furti e rapine in aumento, ovvia conseguenza di quanto sopra. Una umanità per mezzo povera, che costituisce ricchezza per l’altra, che è sempre più ricca.

Un futuro incerto, fantasmi dietro la porta, il terrore di andare in azienda il lunedi mattina e trovare il cartello CHIUSO.

E questi sono gli argomenti che si sentono in continuazione, sul treno, per strada e ovunque. Nei tiggì, sui giornali. Dappertutto. In ufficio poi non parliamone: l’ambiente in cui lavoro è una perfetta vetrina su questa situazione, difficile, pesante, che fa paura, che scoraggia qualsiasi iniziativa, capace di uccidere ogni azione di buona volontà, annientare qualsiasi intrepido tentativo di costruire, fare, inventare.

Questo, che piaccia o no, è il mondo in cui viviamo.
E ok. Ok. OK!!!
Ma parlarne in continuazione non serve, non fa bene al cuore, non aiuta. Serve fare, non parlare. Agire. Lamentarsi, lagnarsi, martellare in continuazione sé e il prossimo fa solo del male, accorcia la vita, di sicuro.

Più che mai c’è voglia, necessità, urgenza di  leggerezza, di calore, di colore, di alito. Di ballare e di correre, di bagnarsi quando piove, di camminare a piedi nudi.
Che ci sarà mai di così tanto bello nei giorni per ballare? Appunto, c’è bisogno di sentire il battito della vita.
Crogiolarsi serve a poco, prendere atto e adeguarsi a situazioni nuove, cambiare, se necessario, questo è più utile. E imparare a vivere momenti di serenità, volersi bene anche più di prima, può fare la differenza tra un giorno grigio e freddo e un giorno caldo e colorato.

Chi scrive non è  per nulla una che vede “il bicchiere mezzo pieno”. Tutt’altro. Ha un’anima grave e greve, pensieri pesi, sempre e comunque. E non è nemmeno una che non teme i fantasmi: li vede ogni giorno, incombono, e in parte hanno già divorato alcuni sogni e speranze, deluse aspettative, generato dolore e amarezze e lacrime. E’ una persona che ha imparato ad accettare. Già, accettare. Che è differente dal rassegnarsi.  Accettare le perdite, e andare avanti, mezza morta, ma andare avanti.  Si impara, si impara e si cresce, e si può fare: anche senza l’aiuto del cinismo, si può imparare ad “accettare”. Quando non si può fare niente per cambiare occorre saper accettare.

Ma ci sono cose che bisogna imparare a cambiare, se si vuole sopravvivere, e si può cercare di farlo.  Allentare le catene,  guadagnarsi la libertà dell’anima, quella del cuore:  abbandonare le finte certezze. Non ne abbiamo, di certezze. La vita di chiunque può cambiare in un nanosecondo. Può crollare tutto, in meno di un istante. E allora? E allora occorre imparare a cambiare prospettiva, abbandonare, se serve, cose che fino a ieri ci hanno sostenuti, imparare a convivere con la precarietà, a tener sempre ben presente che tutto… cambia o può cambiare. E non necessariamente in peggio. Il che equivale anche liberarsi delle illusioni.  Come si fanno ad avere certezze? Come? Siamo appesi ad un filo, la nostra vita stessa lo è. La ipotechiamo?  Farlo oggi è più sciocco di ieri. La gettiamo via lamentandoci, vivendo nella paura? Se provassimo invece a tirare fuori il coraggio?

L’altro giorno si parlava, in blog, semmai le mucche volessero diventare Simmenthal… Bè.. noi stessi siamo esistenze in scatola. Forse non ce ne siamo accorti?

Cacciamo fuori le ditina dai buchini e digitiamo come pazzi su altre scatole, sempre più tecnologiche, sempre più leggere e piatte, sempre più touch, sempre più piccole ma .. scatole. Ci si illude di essere meno soli, ma siamo più soli che mai, disperatamente soli e in scatola. Veniamo al mondo, in scatola, con l’etichetta con sopra stampato il codice fiscale e il codice a barre, indelebili. Chiunque ci legge, ovunque, in un istante sa tutto di noi. 

Lontanissimi dalle creature che eravamo, capaci di allargare le narici e annusare, annusare la terra, sentire dove c’è acqua e dove c’è amore, sentire le stagioni sulla pelle e sentire con il pelo, rotoliamo, dentro le nostre scatole, che sositutiscono il pelo. Lo abbiamo perso tutto, il pelo e anche brandelli di pelle, ormai. Ma il pelo di latta, mica sente. E nemmeno protegge.

Portami a ballare, fammi ridere, accendi un fuoco, e fammi l’amore sulla terra. Fai finta che ci siano le stelle, inventale e raccontamele, e poi, perdio, abbracciami, sotto un prato di stelle e fammi sentire il fiato.

ori.

15 pensieri riguardo “SCATOLE

  1. Bello e profondo… lo sai che non mi è lontano il pensare male e dolente. Ma il dircelo porta a queste tue parole. Sempre vere e sentite. È vero non abbattiamoci e, se proprio dobbiamo farlo, apriamo le orecchie ai suoni di queste lettere unite per formare una corda con cui risollevarsi dalla melma che altri stanno impastando per noi. Vorrei condividere con tanti altri le tue osservazioni perché saranno acqua per i dissetati e arsi senza più speranze. Se posso, con il tuo permesso, le metterei sulla mia bacheca Facebook per far pensare positivamente chi passa da me… Posso?
    Ti abbraccio forte
    Simonetta

  2. Bello e vero. Come al solito, trovi le parole giuste per esprimere cio’ che vorrei io…
    Siamo in scatola, come il tonno che si taglia con un grissino.
    E le cose semplici ce le stiamo dimenticando…
    Una canzone dei miei tempi diceva: I’m living in box, I’m living in a carton box…
    Ma proviamo a pensare positivo (che detto da me…) come dice Simonetta
    Un saluto a tutti

  3. Certo Simonetta che puoi. Ci mancherebbe. Ciò che viene pubblicato è …. appunto pubblico..
    Ricambio l’abbraccio e aggiungo un saluto e mille auguri.

    SirBiss
    Più che un messaggio di ottimismo, credo di aver avuto bisogno di evocare una specie di saggezza. Ed è ovvio che la preoccupazione, l’ansia, sono lecite e come no! Penso a chi non ha di che riempire il piatto dei propri figli.. Difficile mettersi a ballare sotto la pioggia, no? Bisogna essere degli irresponsabili, dei pazzi incoscienti.
    Pensavo piuttosto al nostro comune bisogno di certezze, di rassicurazioni, che quando vengono meno devastano l’anima, creano un disequilibrio pazzesco e uccidono il presente quando il presente non è così terribile, quando ancora si naviga, magari a vista, ma si naviga.
    Siamo in tanti a navigare a vista. Non possiamo ahimè più pretendere di trovare il posto di lavoro sicuro, fare affidamento su una rendita per quando saremo vecchi, tantomeno crearci troppe aspettative, Non è saggio, ora meno che mai. Mia nonna diceva spesso: non c’è nulla di certo, tranne la morte. Eh.. questo adagio lo trovo più che mai calzante.
    Dobbiamo cambiare il nostro concetto di sicurezza. Non solo per tutto ciò che accade nel mondo, in fatto di economia, ma anche per quanto è la vita, nella sua totalità, nel quotidiano.
    Se non usciamo fuori dalle gabbie, dagli schemi, dai preconcetti, da ciò che ci hanno inculcato sempre, si diventa contemporaneamente prigionieri e carcerieri di sé, e inesorabilmente soli.
    Non essere soli non significa avere attorno dieci persone o centomila, significa avere il piacere vero della condivisione, della comprensione profonda, della complicità autentica. Non essere liberi non significa poter fare ogni cosa che ci viene in mente, bensì poter esprimere la propria creatività, i propri sentimenti, le proprie passioni senza dover per questo ringraziare nessuno, senza doversi sentire in colpa o sentirsi sporchi. Sembra fuori tema con il post, ma non lo è: saper abbandonare le “certezze” o pseudo tali significa maggior libertà, maggior serenità e probabilmente qualcosa che almeno a tratti somigli alla felicità. E per non sentirsi soli, occorre stare bene.
    Non sono pensieri che nascono in un attimo, non ci si sveglia la mattina con la capacità di stare bene. Ma con il desiderio di stare bene si, io mi sveglio ogni mattina. E cerco di capire come fare. Non so come fare, non lo so, non ho la ricetta. Ma di sicuro so come non devo fare. E si può cominciare anche da qui.

  4. Questa società non è malata perché ci sono i ricchi e i poveri, o perché ci sono i sani e i malati, oppure gli obesi e gli anoressici; ma perché gli obiettivi, sia degli uni che degli altri, sono condizionati dall’illusione.
    Per cui hai perfettamente ragione. Cambiare e ricordarsi come si fa a vivere anche senza scatole.
    Sono anni che propugno il ritorno al medioevo, la società più precaria che sia mai esistita, ma più forte, più densa di vitalità e d’energia e di forti valori condivisi. Una società dove si danzava sotto la pioggia e si era certi che Dio, danzasse anche lui.
    Beh, volenti o nolenti ci stiamo tornando.
    Ma il passaggio sarà duro.

  5. Ballare sotto la pioggia! Che meraviglia. Mi piace l’immagine perchè mi piacciono le gocce d’acqua che scivolano addosso sui vestiti, sul viso, sulle mani. Il tutto con un sorriso.
    Bello e profondo il post, come i commenti fatti fin’ora.
    Succede che ci si lascia trascinare in una spirale di paura, di incertezza e tutti contribuiamo a mettere il nostro piccolo obolo. Abbiamo paura del domani, abbiamo semplicemente paura di vivere e ci aggrappiamo a tutto ciò che può evitare di scivolare, persino alle illusioni. Non ce ne accorgiamo neanche. Non c’è più gioia vera, la voglia di condividere. L’altro giorno scrivevo da Simonetta di un tale che mi diceva che abbassiamo persino lo sguardo quando incontriamo qualcuno perché non ci fidiamo . Come hai detto tu: ormai è tutto virtuale, dall’altro ci separano molto spesso una tastiera e uno schermo. Poi magari platealmente, quando incontriamo qualcuno lo abbracciamo, lo baciamo. Mai fatto nei tempi passati. Bastava un sorriso, al massimo per salutarsi si dava la mano. La tivù ci ha insegnato a mettere in piazza continuamente delle dichiarazioni d’amore. L’amore c’è o non c’è. E se c’è, diamine, un po’ di pudore!
    Verrà il Medioevo ,e sarà un’esperienza dura ma esaltante. Ne convengo con Pieffe
    Pinuccia

  6. Il tema della diffidenza: ne parleremo, perchè è interessante.
    Si dovrebbe poter chiedere, per esempio, a qualcuno seduto accanto a noi sul treno “è bello quel libro” senza che i pensieri siano:

    – Mi vuole rimorchiare
    – E’ depresso ha bisogno di parlare con qualcuno ma perchè proprio io
    – Chissà quale sarà la domanda successiva, è di certo qualcuno che non si fa i cavoli suoi.

    Tempo fa, sul treno una sera giocavo con un oggetto appeso alla chiusura della mia borsa e una persona mi ha chiesto cosa fosse. Non ho avuto per nulla un cattivo pensiero, gli ho risposto, ci siamo presentati e abbiamo chiacchierato fino a destinazione.
    E’ passato più di un anno e non mi ha mai voluto rimorchiare, ci siamo scambiati i numeri di telefono, e capita che ci prendiamo anche un caffè insieme e a volte ci si scambia sms “che treno prendi stasera?” Piacevole compagnia senza secondi terzi quarti fini. Non mi legge, almeno non mi risulta, comunque nel caso: ciao Gabriele.

  7. qualche post fa mi avevi chiesto lo “spiegone” di un mio richiamo alla consapevolezza, in poche parole sto imparando lentamente a vivere ORA, a lasciare un po’ andare progetti, illusioni, aspettative.
    le parole che hai scritto lo spiegano molto bene: accettare e imparare che tutto può cambiare.
    accettare non è arrendersi passivamente ma accogliere e accogliere richiede attività, presenza, lucidità e consapevolezza.
    un lavorone….

  8. c’è ancora chi come Gabriele ha il coraggio di chiedere spiegazioni dell’oggetto appeso sulla tua borsa senza secondi terzi , quarti fini e chi come quel ragazzo che si ferma ad ascoltare le note di un violino, che sta suonando un meraviglioso ragazzo indiano (già un indiano che suona un violino) mentre attorno si muove marasma di gente come fosse un formicaio frettolosa e disinteressata alla stazione della metropolitana. Suonava talmente bene che se il contesto non fosse stato. la metropolitana ma il teatro della scala, saremmo stati lì…ad ascoltarlo in abito da sera dopo aver speso una paccata di soldi per l’ingresso a teatro. Noi si faceva parte del marasma di gente che andava di fretta, scazzata, stanca, nervosa tutti come fossimo dei robot di corsa per non perdere l’ultimo treno e poter rientrare prima di sera….invece no spintonati dal formicaio noi (quel ragazzo ed io) come ebeti stavamo li ad ascoltarlo. Abbiamo perso il treno ma vi giuro che attorno a quelle note c’era un non so che di un non so cosa che ti faceva stare bene e basta…..
    bè, per non andare fuori tema…. per andare nel paese di Controluce abbiamo bisogno di una scatola ed è grazie ad una scatola che nasce questo meraviglioso paese che ha dato la possibilità di conoscerci tutti noi controlucini. E a parte questa mia riflessione, è senza ombra di dubbio una società inscatolata la nostra con tanto di fiocco, pizzi, merletti, strass, perline e bottoni.
    Una serena notte a tutti voi, me compresa.
    Carola

  9. Dicevo:
    Frost. Abbiamo condiviso un pensiero, dunque.
    Una mia amica un giorno mi disse: dobbiamo imparare a vivere per come siamo capaci (Ciao Simona).
    Ecco. Letto così, superficialmente, può sembrare un messaggio di rassegnazione, ma ovvio che no. Significa, per come lo leggo io, cercare di smettere di illuderci e di fare troppi progetti: potrebbero non realizzarsi mai, potremmo addirittura non avere un futuro. Vivere ipotecando un futuro (?) ci fa perdere il presente. Non significa essere degli sprovveduti. Non significa non sognare. Guai se non si sogna. E non significa nemmeno perdere la meraviglia e la magia e la voglia di stupirsi.
    Hai ragione Frost: è un lavorone! Ma si può fare. Sappiamo che moltissime cose sono molto meno difficili di quanto si possa pensare: quando siamo costretti, troviamo tanta di quella forza che ci stupisce! E allora.. possiamo trovarla anche perchè lo scegliamo, non solo e sempre quando siamo costretti dagli eventi o ci tocca di subire.
    Scegliere, anzichè farsi scegliere. Non sempre si può ma certe volte sì.

    Carola,
    come sempre sei un contributo delicato e profondo, prezioso.
    Mi hai fatto ricordare “una storia vera” che ho linkato nell’intervento precedente.

    Copio e incollo una cosa che hai scritto e che in questo periodo è per me molto importante oltre che assolutamente in tema con il post:
    (…) c’era un non so che di un non so cosa che ti faceva stare bene e basta…..Stare bene e basta. Ecco… Bellissimo Carola. Splendido.
    PS: Non sei mai fuori tema e anche se lo fossi, mi piacciono da matti i fuori tema. Benvengano i fuori tema. Senza di questi non si andrebbe molto lontano. I temi ingabbiano e a noi .. le gabbie non ci piacciono.

    Pieffe:
    Sì, Dio danza con noi in diverse occasioni. Di sicuro quando permettiamo a noi stessi di essere più simili a come lui ci ha fatti.

  10. Giusto. Fuori dalle gabbie, cercando di stare bene. Non fare troppi progetti ma non smettere mai di sognare. Una fatica…
    Volevo dire a tutti voi grazie. Leggervi aiuta a stare meglio, a sopportare giornate cosi’ cosi’ o a migliorare giornate molto buone.
    A proposito di treni persi. Quando avevo 14 anni e andavo a scuola con il treno. Una mattina mi sono fermata a guardare il lago, le montagne piene di neve e un pescatore che fissava il galleggiante. Il treno e’ partito, io ‘sono’ ancora li’… noi Acquari viviamo sulle nuvole. Che stanno sopra il lago.
    Buona serata a tutti

  11. Woww… sapere che Controluce è un po’ terapeutica mi fa piacere-
    Bell’intervento…

    Ps a volte a perdere i treni ci si guadagna. A volte si perdono scientemente. A volte ne vale la pena, altre volte forse meno. Dipende da chi sta sulla banchina che ci aspetta oppure che non si volta per non vederci ripartire.

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