CAMPANELLINI

 

scricciolo04

Nevica, un pochino. Nevica sulla città, nevica sulla campagna. Ieri era tutto bianco, da me, e ci potete credere? I cani da caccia non possono uscire nella campagna. Ma non voglio sollevare un polverone sulla caccia nè sulle leggi che regolano queste cose, non è mia intenzione, non è il momento, non c’è voglia di parlarne tantomeno cuore. Le siepi spinose di ginepro stanno bene anche senza noi dentro, e se ci entriamo rischiamo di non uscirne più. Vanno bene per questa stagione:  ginepro e bacche e agrifoglio, qualcuno ne fa ornamento per l’uscio di casa.  Pensavo, i giorni scorsi,  alla casa di mio padre, a lui che tornava dal suo orto con in mano la verza perchè aveva “preso la gelata” e allora sì, che era buona da mangiare. Arrotolo un gomitolino tra le dita e il filo dell’esistenza di mio padre mi conduce un pochino, come una bussola, verso i libri di Mario Rigoni Stern, dove le stagioni avevano un canto ben preciso, un suono ben preciso, ed erano anche annunciate in modo ben preciso: per l’inverno c’era il campanellino dello scricciolo, che lo annunciava. Lo scricciolo emette un suono che ricorda un campanellino d’argento. E il campanellino si chiamava neve. Ecco che si percepiva la neve, non dalle previsioni di  Meteo 24, ma grazie anche a un piccolo esserino piumato. Basterebbe ascoltare il campanellino d’argento per tirare fuori le pale e preparare la scorta di sacchi di sale, non serve internet, non servono i satelliti. L’anno scorso nevicò in gennaio, e il campanellino d’argento per me, dallo scorso gennaio, porta il nome di un amico che non amava per niente la neve però amava la musica. A volte penso ai fili che uniscono destini e colori, suoni, odori: chissà, forse “Preghiera in Gennaio” di De Andrè la porto dentro da sempre perché qualcosa ha sempre saputo,  al di là e oltre questo apparente “sé” che sarebbe stata anche una “mia” preghiera.  Dicevo, le stagioni e i passi di queste che depositano anni sull’anima. E neve. Un po’ si scioglierà, altra invece concorrerà a formare ghiacciai eterni che avranno una qualche utilità negli anni che verranno. Forse serviranno a far scivolare via le cose inutili, e i semi che sarà meno utile ma anche meno possibile piantare. La terra fertile, quella densa, nera e scura, quella che feconda e accoglie, occupa sempre meno spazio, ha un angolo sempre più piccino e più esigenze. Certe volte il vento, le parole, le offese, umiliazioni e il dolore la rendono sterile, inospitale, allora serve il tempo perché gli uccelli possano di nuovo posare cioè che serve. Eggià, come dice anche De Andrè, i fiori non nascono dai diamanti. Mai. Quando morì mia madre si abbassò una saracinesca sul mio cuore, la terra andò in letargo per tanto, tanto tempo e si formarono, sull’anima, ghiacciai. Era bello in un certo senso: non sentivo niente, dopo un po’ nemmeno il dolore. Ma come sempre sotto la neve c’è calore e presto o tardi qualche germoglio riesce a fare il suo buchino. Ma questo post scritto direttamente sulla lavagna bianca della pagina, è una riflessione a ruota libera dato che malgrado tutto, malgrado la ragazzina silenziosa e pulita, vestita di jeans e maglione, pettinata e in ordine, stamane all’angolo aveva un cartello con scritto “ho fame”, malgrado tante persone dopo le vacanze di Natale troveranno la scritta “chiuso” fuori dall’azienda, malgrado tutto, il motivetto orribile e offensivo “A Natale a Natale si può dare di più” riecheggia nella mente come un martello, malgrado anche tutte le Preghiere in Gennaio. Mario Rigoni Stern ora, vivrebbe delle sue provviste accantonate in estate, bollirebbe le sue zuppe sul fuoco della legna anche questa accatastata con pazienza e con rispetto. E con lo stesso rispetto mangerebbe la carne degli animali cacciati, con rispetto,  quando era tempo di cacciare. Uscirebbe il fumo dal suo camino e lui con i suoi cani accoccolati accanto, probabilmente leggerebbe, scriverebbe, e forse preparerebbe un vino caldo ai chiodi di garofano. Non lo so perché la mente mi porta questi pensieri: forse perché a volte c’è bisogno di anima e di pelle. Di cuore e di pancia. C’è bisogno di amore e di calore e di cose vere. I giorni pesano sui giorni, violentano l’anima e la offendono, siamo ricattabili, siamo pieni di colpe, compresa quella di “possedere” una casa o di non essere “congrui” con i coefficienti di reddito o di aver bisogno di farmaci che costano una fortuna.  Siamo macchiati del peccato originale, ce lo dicono da piccoli e per tutta la vita dobbiamo meritarci il perdono. E di chi?  E per cosa?  Personalmente non sono certa che questa vita sia un dono, spesso e per molti è una condanna.  Penso a chi non ha mai avuto un tetto sulla testa e a chi  mangerebbe la carta del nostro pandoro, quello che può dare di più.   Ma mi fermo qui, anche questo è un campo spinoso e anche minato.  Sabato scorso è mancata la nonna Rosa, la nonna di Silvia. All’ufficio delle onoranze funebri guardavo gli occhi di Silvia, infossati e lucidi mentre il titolare parlava di colei che fino a due ore prima era la sua Nonna Rosa chiamandola “la salma”. Siamo pazienti, contribuenti, utenti, elementi, matricole, risorse umane, consumatori, infine salme. Domani la nonna Rosa sarà cenere. Quando e per chi siamo uomini e donne? Ho finito di scrivere e è finito anche di nevicare. Fuori, intendo. Dentro è diverso. Ho sentito il campanellino d’argento qualche settimana fa. E nevica. Nevica. 

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8 pensieri riguardo “CAMPANELLINI

  1. Siamo tutti un po’ scriccioli (che qui in terronia è anche sinonimo di “indifesi, piccoli e spaventati”) di fronte alle nevicate che coprono le nostre anime infreddolite, i nostri dolori brucianti, e perfino le nostre gioie. Tutto sparisce e ad ogni nevicata non restano tracce del nostro passaggio. Solo in un angolino segreto del cuore resta la brace delle nostre emozioni, dei ricordi, delle ferite, e delle piccole meraviglie che abbiamo scoperto.
    Oggi forse nel cuore di Silvia si è aperto un altro solco, ma, ne sono certo, anche una nuova possibilità di guardare e di amare.

  2. Scricciolo anche qui al nord è sinonimo di indifeso, fragile.
    Quando accade che qualcuno ci lascia, c’ è sempre un attimo di fragilità, di sconcerto da parte di chi resta.
    Solo le persone sensibili, come la nostra Celeste ad esempio, sono in grado di essere davvero vicino a chi come Silvia ha la ventura di vivere quegli attimi. Poi si sa la vita continua, cadrà altra neve che si scioglierà, il dolore si attenuerà perchè è nella natura delle cose.

    Quando qualcuno che ci è caro se ne va, ci sente orfani anche dei i suoi sorrisi, degli sguardi di complicità, del senso di protezione che ci ha dato.
    Magari succede anche che dopo tanti anni un piccolo gesto fatto da chissà chi, un’inezia, una parola, l’espressione di un volto risveglieranno il ricordo : ci sarà un po’ di magone, ci si sentirà fragili di nuovo per un attimo. Solo per un attimo, poi subentra la forza perchè sono quelle piccole inezie che fanno forti. Almeno a me questo è successo.

    Pinuccia

  3. Quando si perdono i nonni, resta un vuoto grande, perchè la nonna è LA fiaba, IL conforto, IL grembiule a fiorellini che sa di bucato fresco di torta di mele, che sa di … nonna. Semplicemente.
    Ecco, nessuno potrà mai avere il “grembiule da casa” che sa di nonna quindi l’abbraccio di nonna e l’odore di nonna.

    La nonna e il nonno sono la gioia del pranzo la domenica, sono la televisione ad alto volume perchè “non ci sentiamo mica bene come voi giovani…” sono “aiutami ad infilare l’ago perchè non ci vedo più bene nemmeno con gli occhiali…”.

    Sono il Topolino all’edicola, il Corriere dei Piccoli per quelli più grandi, sono la cioccolata calda e la granita alla menta. E le caramelle di menta, o di orzo, o di rabarbaro omnipresenti nelle case dei nonni.

    Io qui ho parlato dei miei nonni, i nonni che ho avuto e che se fossero qui avrebbero 100 anni e più.

    Ma anche i nonni dei ragazzini di ora, come te, Pinuccia, che sei una giovane nonna e c’è un abisso tra te e le mie nonne, hanno il loro personale profumo di nonna e sanno proteggere, coccolare, confortare, cullare come solo le nonne e i nonni sanno fare.

  4. Grazie a Cele e a tutti voi a nome di Silvia.
    Nonna Rosa era esattamente come scrivete: televisione a volume altissimo, caramelle di rabarbaro, cioccolato (ti fa male, hai il diabete…) e ore ed ore a sferruzzare sciarpe, cappelli e pantofole.
    Dei miei nonni ho scritto e riscritto e so esattamente cosa prova Silvia e cosa ha provato in passato.I nonni non ti lasciano mai. Basta un attimo, un profumo, un oggetto (come scrive Pinuccia) per far riaffiorare il loro ricordo
    Un abbraccio

  5. La mia nonna, quella materna è quella con cui ho interagito di più. Lei abitava in un piccolo borgo molto distante dal suo paese e l’estate la passavo sempre con lei che era vedova e aveva paura a vivere da sola.
    La sua casa mi piaceva sapeva di buono. Mi piaceva curiosare tra le cose , trovare chissà cosa e farmene raccontare la storia . Ho ancora il ricordo della sua cucina: molto grande e con la scala che portava al piano superiore in fondo ad una parete.
    Lei mi raccontava di quando era ragazza, della vita che conduceva: lavoro e sacrifici perchè suo padre era mancato che era ancora una ragazzina e in casa le bocche da sfamare erano cinque o sei. Mi raccontava delle erbe che crescevano spontanee e dei loro profumi, di come si potevano utilizzare, mi ha insegnato a lavorare all’uncinetto, a fare la maglia. Mi ha insegnato a rispettare tutte le cose: anche l’acqua che dovevamo tirare su dal pozzo e quindi non la si buttava nel lavandino. Quella usata per lavare le verdure, ad esempio, serviva per innaffiare i fiori o l’orto. Erano piccole cose, piccoli gesti, era un’altra vita.
    Ricordo poi la sua torta di nocciole: mai più mangiata una così, neanche nelle migliori pasticcerie, la torta di patate: eccellente. Non sono mai riuscita a farne di così buone. C’erano il pane fatto in casa, il burro, il formaggio, la marmellata fatta con i frutti maturi. Altri sapori o nostalgia di quella vita. Non lo so.

    Oh, Signore: Celeste quanti ricordi risvegli!

    Pinuccia

  6. Già, quanti ricordi e quanto rispetto.
    Sai una cosa? quando mi lavo i denti non sono MAI riuscita a tenere il rubinetto aperto. Non so se l’acqua che “risparmio” vada o meno da qualche parte… so solo che non mi serve e mi disturba questa acqua che scende per 4 minuti circa … inutilmente.
    La stessa cosa sotto la doccia: quando mi insapono chiudo il rubinetto. Non mi considero affatto una risparmiatrice, tantomeno una che contribuisce a salvare il mondo ci mancherebbe. Consumo e spreco come tutti, senz’altro meno di altri e senz’altro più di altri. Ho solo condiviso.

    Mi fanno piacere i tuoi ricordi, ogni volta che avrai voglia di condividerli qui e di consegnare qualcosa, Controluce si ritiene degna di accooglierli. Grazie e un abbraccio.

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