FOLLETTI

Tempo fa trovai in rete questa cosa. Mi era piaciuta e questa sera l’ho voluta rileggere per cui l’ho cercata, nel mare della rete.  La pubblico perché credo ai folletti. I miei folletti mi hanno raccontato tante cose, mi hanno avvisata tante volte con le loro vocini insistenti e non sempre e solo per fare dispetti. Anzi ….

AEtokv9

Folletti

di Giulio Obici

I folletti non popolano soltanto le favole, spiritelli fugaci e erranti nell’aria. Talora prendono corpo tra di noi, quaggiù, per materializzarsi in un disegno sul muro, in un simbolo, in una frase, in un racconto, perfino in una persona, ogni volta forieri di un colpo di scena o di felicità, di un rimorso o di una fitta al cuore, di un invito a sorridere oppure a meditare. Non sempre ce ne accorgiamo. Anzi, molto spesso sfuggono ai nostri occhi: discreti, sovente enigmatici, frequentano le nostre strade non per essere visti, ma per essere scoperti. La loro esistenza dipende dunque da noi, dal nostro sguardo. E se siamo lesti ad afferrarli, allora scopriamo che, in fondo, altro non sono che una proiezione dei nostri pensieri: un folletto può essere visto da un passante e non da un altro. Ma quando finiscono dentro la macchina fotografica e poi inquadrati in un’immagine, tutti noi li riconosciamo per quello che sono: apparizioni improvvise in cui si condensa un po’ della nostra vita. La vita personale, sociale e perfino politica. Comunque, con i folletti delle favole hanno un tratto in comune: sono quasi sempre transitori. Un giorno ne vidi uno tracciato su un muro, ma l’indomani non c’era più.

Sono rari i casi in cui un folletto sopravviva al tempo e alle sue ingiurie. Quando accade, l’apparizione viene da lontano, carica di memorie e di ammonimenti, ma non è detto che sia un retaggio nobile del passato, può trattarsi di un’umile insegna stradale, magari consunta ma ancora eloquente, come quell’omino sbarrato dalla riga rossa del divieto di transito che oggi sorveglia il nulla e una volta segnalava un’agricoltura fertile, rigogliosa, protetta, poi travolta dal calpestio della grande fuga verso la città.

Nella città, l’apparizione può essere un fulmineo bagliore che illumina il frettoloso grigiore della strada. Un giorno, mi appostai in un vicolo nel cuore della grande metropoli, attirato da quell’ombra cupa che lo divideva a metà e stranamente ne faceva un luogo magico, separato come mi parve dal pur vicinissimo fragore urbano. In attesa che vi accadesse qualcosa capace di dare una misura alla magia, mi dicevo: apparisse un bambino… E, miracolo, il bambino apparve sbucando con il suo pallone dal nero dell’ombra, folletto di luce, apparizione di speranza, riparazione al rimorso di vecchi e nuovi calpestii.

Ma di regola, nella grande città, i folletti popolano i muri, immagini fisse collocatevi da una mano distratta e comunque ignara che poi, tra di loro, nasceranno dialoghi impertinenti o divinatorie congiure. Nel grande manifesto pubblicitario issato nel 1994, quel trampoliere dalle lunghe braghe bianche e quel moderno pagliaccio che vi si aggrappava ilare e succube sarebbero rimasti muti se un altro folletto non si fosse intromesso, per dialogare con loro, nel vicino tabellone elettorale che annunciava l’evento del secolo, la strepitosa discesa in campo del futuro. È così che nel mio obbiettivo sono finiti, insieme, la politica e i trampoli, il domani e l’incerto incedere del clown, il sorriso di carta e la malinconia del circo. Forse anche Cassandra era un folletto.
Un altro giorno, chinando gli occhi sull’acciotolato di una strada ho visto il coperchio di un tombino su cui erano ben conservati la scritta “Fognatura” e, accanto, un fascio del lontano ventennio, e allora mi sono convinto che i folletti, oltre che alla metafora, ricorrono all’ironia per scuotere, quando occorra, la nostra pigra coscienza.

E pensare che folletto deriva da folle perché ne è il diminutivo. Credo che l’etimologia di una parola non rispecchi sempre i significati che essa col tempo è venuta assumendo. È ben vero che i folletti, o almeno i miei folletti, hanno un che di stravagante, d’irrequieto o di iperbolico, insomma un tocco di follia, ma è quella follia lucida e consapevole con cui l’apparizione riesce a scardinare la normalità per diventare rivelazione. Tuttavia, almeno una volta, ho incontrato un folletto etimologicamente ortodosso. Posso dire infatti di avere fotografato la follia: non nei luoghi deputati, dove è facile raccoglierne le sembianze nei volti sempre uguali di quegli sventurati, ma sotto il cielo che ci sovrasta tutti. Accadde quel giorno caliginoso in cui vidi un omino camminare ossessivamente, calpestandoli più e più volte, lungo i giri concentrici lasciati sulla spiaggia da quattro robuste ruote, e poi allontanarsene appena intuì che la macchina fotografica l’avrebbe trasformato da folle in folletto. Il folletto, anche per assonanza, mi rimanda piuttosto alla favola. E debbo confessare che perfino i miei folletti, quelli che inseguo quaggiù, spesso mi sembrano sul punto di spiccare il volo per raggiungere l’etereo mondo da cui etimologicamente derivano. È come se ci fossero dati in prestito da una transitoria fata consolatrice che li dispensa tra di noi per indurci al sorriso e poi, prima di involarsi, li richiama impietosamente a sé. Sono questi i folletti burloni, ilari, grotteschi o ironicamente disperati che ti si parano davanti quando meno te l’aspetti, con un messaggio ma più spesso con uno sberleffo.

Per esempio, quella piccola figura extraterrestre (porta sul petto il numero 130, dunque è una delle tante) che vigila con grandi occhi stupiti su un telefono distrutto dal solito, ma non meno misterioso, vandalo. O le matite giganti che sembrano destinate a scrivere in grande e invece finiranno tagliate nella stufa a legna di tanta letteratura. O la stella a cinque punte che, disegnata sul muro, tramonta su un mucchietto di spazzatura messo là dall’ironia della fata. O la bottiglietta di birra che dal podio ti apre lo sguardo su un’ordinata platea di seggiole, parabola impietosa di un atteso Godot che non parlerà mai. O i due minuscoli manichini nudi che in una vetrinetta fanno l’amore sotto gli occhi indifferenti di un terzo piccolo manichino vestito di tutto punto, geniale miniatura, con tanto di prezzi, del grande sexy-shop mediatico che sta consumando anche le ultime briciole della seduzione.

Oppure, infine, quell’enorme scritta che ho visto tracciata a grandi lettere all’imbocco di una galleria e che suonava così: “Ti porterò nella mia testa vuota”, stravagante confessione di un dramma privato, anonimo in tutto, ma vistosamente spiattellato in pubblico come la scia di polvere sollevata da una tumultuosa partenza.

Una volta, è sembrato anche a me di essere sul punto di volare lassù, nel regno delle favole, assieme al folletto che la mia macchina aveva preso di mira. C’è da qualche parte un castello medioevale che spunta con le sue mura merlate dal cucuzzolo di un colle solitario. Un’immagine, già solo per questo, da favola. La stavo osservando nel mirino quando, improvvisamente, una piccola bambina a cavallo di una minuscola bicicletta attraversò seriosa, quasi indaffarata, l’intero specchio dell’inquadratura. Il clic della macchina fotografica dev’essere scattato da solo, mentre io mi dicevo in preda allo stupore: sì, sono entrato in una favola. Un attimo dopo, abbassai l’apparecchio e mi guardai intorno, ma la bambina non c’era più: mi domando ancora da dove fosse sbucata e dove, scomparendo, fosse finita. Forse, lassù.

Giulio Obici

Giulio Obici, maggio 2003

Il testo è pubblicato in Folletti. Fotografie di Giulio Obici, Galleria dell’Incisione, catalogo della mostra, Brescia 2003

trovato qui: http://www.incisione.com/apparati/obici_folletti.html

qualcosa su Giulio Obici: http://www.incisione.com/opere/bio.php?cognome=obici

17 pensieri riguardo “FOLLETTI

  1. Ci sono, ci sono.
    Ne combinano di tutti i colori.
    Sanno fare cose che noi nemmeno ci immaginiamo. L’ultima volta che ne ho visto uno ero in un posto stupendo, tra i boschi di pini e larici, e ho detto ad alta voce: e’ cosi’ bello che tra poco uscira’ un folletto!’… e lui mi ha salutato da dietro un cespuglio…
    Sir Biss

  2. Veri folletti sono stati visti e c’è chi li ha fotografati. Un mio parente se ne è visto saltellare uno nella brughiera irlandese e nessuno gli credeva!
    Ma il gran rumore che fanno gli esseri umani, esternamente e nel loro cuore, impedisce loro di palesarsi. Se entri in silenzio in un bosco puoi sentire, ma non con le orecchie, se ci sono delle “presenze”…e questo è forse il massimo che possiamo aspettarci al giorno d’oggi, dove la magia e il fantastico sono relegati ai libri di Harry Potter.
    Fusa

  3. SirBiss: sicura che non era questo?

    Scherzo naturalmente. Io ci credo da sempre e spero di poterci credere ancora.

    Petula: Si, c’è chi li ha fotografati ! Io non ne ho mai visti, nemmeno quando sono stata nel bosco senza desiderare di vederli.

    In quanto alle presenze, si, mi è capitato di sentirle. Non so se folletti o altro, ma presenze tangibili, anche sotto forma di pensieri.. Sentire un’altra persona anche non definita. E’ successo.

  4. Ci sono, certo che ci sono. Saltano nel sottobosco, a volte sono invisibili, altre volte si palesano.
    Vestono di panno lenci o di corteccia, ma più spesso sono nudi, come gli gnomi e le fate. Non tutti sono buoni ma sono del tutto imprevedibili. Amano le cose luccicanti ma si nascondono prima di prenderle. Purtroppo stanno scomparendo. Soffrono moltissimo di questo caos. Non sopportano il rumore, la musica violenta: odiano i telefonini e tutta l’elettronica in genere. Ciao folletti!
    Pieffollet

  5. Celeste,
    Spiritosa sei spiritosa. Niente da dire. Io ho un folletto con la spina in cantina. L’ho trovato scomodo e inadeguato. Proprio l’altro giorno un rappresentante di ‘folletti’ ha suonato il campanello. Vi risparmio la mia risposta.
    In quanto ai folletti del bosco, ci credo anch’io. Le presenze poi…
    Sir Biss

  6. Gli ho detto che chi compra un folletto o e’ folle o lo diventa…
    Bugia. L’ho mandato a quel paese. Era lo stesso che aveva suonato alla mia porta per ben 3 volte in poche settimane…
    Sir Biss

  7. I folletti che dico io non sono rompiballe ma hanno un sacco da fare per mantenere l’armonia nei boschi. Adesso, con la siccità che c’è stata, si sono tutti rintanati sotto le radici degli alberi e soffrono moltissimo per il caldo che ha favorito gli incendi appiccati da quelle bestie umane che chiamano incendiari. Ci sono delle canzoncine per farli uscire e tranquillizzarli ma stanno vivendo delle stagioni terribili. Le fate poi non si trovano più. Anche in Trentino e nella Sila sono andate via. Forse ce ne sono ancora nel nord Europa ma io non le ho più viste.
    Vabbé Cele, ti ci porto nel bosco, ma non di sera perché tra extracomunitari, comunitari, e italiani doc, ci sono bande di violenti che rubano alle donne e stuprano gli uomini (invece di fare il contrario come si faceva… sanamente una volta).
    Poi ci proviamo a cantare la canzoncina pleiadiana al folletto: ma mica lo so se viene.

  8. I folletti!! Proprio dalla Celeste!
    Eh si che ci sono i folletti: per vederli si devono chiudere gli occhi e aprire il cuore, magari, se non li spaventiamo con la nostra pesantezza loro arrivano, silenziosi, giocherelloni, con la loro aria furbetta, ma tanto tanto, dolce.

    Buon giorno ai folletti che passano di qua
    Pinuccia

  9. Già. Chiudere gli occhi e aprire il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.
    Anche per “sentire” le persone occorre fare lo stesso. C’è bisogno di “sentire” più che vedere. Servono meno macchine e più umanità:

    Bentornata Pinuccia, finita la vendemmia?

  10. La vendemmia non è ancora finita, ma il richiamo di questo luogo ( che i folletti celesti rendono sempre speciale ) è molto forte.
    Questa settimana però sono LIBERA e posso tornare in Controluce a salutare gli amici che passano di qua.

    Baci, abbracci e tanta gioia a tutti
    Pinuccia

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