IL MIO ALBERO

A volte serve un Albero. No, non sto pensando al riparo dal sole, alla frescura, al riposo, alla vacanza. Oggi vanno di moda le vacanze naturali, fa tanto new age, fa tanto fico andare a castagne, fare   “birdwatching”, affittare casette stile “La casa nella prateria”, coltivare pomodori, erbette e fragole. Salvo poi distruggere i boschi. Avete mai visto i funghi martoriati dai bastoni dei coglioni che invadono i boschi perché fa tanto “viviamo naturale”? Ecco. Chiusa parentesi, torno all’Albero.

L’Albero per me, a volte è il simbolo del posto dove potersi sentire. Poter sentire sé, poter parlare di sé a chi si ama, poter essere sé. Lontani da ogni teatrino, da ogni rumore, dalle giustificazioni tutte, dalle bugie tutte. Lontani dalle finzioni. Per quanto è possibile.

Nella fotografia c’è un albero, bellissimo, maestoso. Un essere di legno e frasche, vivente, splendido. E’ invitante, accogliente. Ha persino un pavimento attorno alla base del suo tronco, due panchine. Ti aspetti che da un momento all’altro arrivi un cameriere a domandare “cosa desidera?”. Bello, tutti gli alberi, per me sono belli, come sono belli tutti i cani. Per me.

L’altro giorno qualcuno,  tagliando la siepe, mi ha confessato che mentalmente chiede scusa mentre lo fa.  Gli credo, lo farei anche io. Non amo i fiori recisi, anche se mi piacciono tantissimo i mazzi enormi di margherite sul tavolo della mia casa.  Mentre scrivo questo, sono consapevole delle contraddizioni della vita, e di tutto cio’ che noi “usiamo”, e comprendo anche me, ovvio.

L’Albero della fotografia, dicevo,  è splendido… ma c’è qualcosa di troppo ovvero le panchine, il pavimento, insomma le costruzioni. Sono fatti bene, panchina e pavimento, in legno (grazie!!!). Se fossero state in ferro o in plastica probabilmente avrei indagato sul luogo e scritto al Comune… Dicevo: c’è qualcosa di troppo.  Il “mio” Albero non deve chiamarmi, non deve mostrarmi di essere accogliente, non deve aprirmi la porta di casa, e chiedermi “prego accomodati” mostrandomi le panchine che stanno sotto le sue fronde. Deve farlo con altro…. Devo sentire che è quello il “mio Albero”. Perchè un amico non vale un altro. Un Albero non vale un altro. Un amore non vale un altro.

Il mio Albero deve poter ascoltare il mio cuore, le cose di dentro, raccogliere le mie lacrime e le mie risate. Ascoltare le mie storie, i miei sogni, le mie paure, le mie fobie. Sciogliere le mie catene.  Devo fidarmi di lui, devo essere sicura che ogni cosa che lui ascolterà sarà per sempre soltanto racchiusa tra i solchi del suo tronco, intrecciata tra i suoi rami, per sempre.  E deve essere soltanto li, per me. Quelle panchine non sono “per me” ma per chiunque vi passi. Sono un invito alla sosta, l’offerta di un rinfresco. Bello, tutto molto bello e va tutto bene. Ma il “mio” Albero non può essere questo.

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40 pensieri riguardo “IL MIO ALBERO

  1. Accipicchia. Il titolo potrebbe essere: “Come imprigionare un albero” mettendogli un vestito. Hai ragione. E’ difficile capirlo ma quell’albero è incazzato come una biscia anche se fa buon viso a cattivo gioco.
    Io ce ne ho uno, di albero, che mi conosce (e non è il Grande Fico perché abita qui a Roma). Ogni tanto vado a trovarlo, anche se vive in un parco pubblico; col tempo si è circondato di edera, di felci, di arbusti spinosi, di sottobosco: come un albero libero.
    Quando vedi alberi come quello, bellissimo, che hai fotografato tu mi vengono in mente gli indiani d’America quando venivano messi nelle riserve.
    Fanno lo stesso effetto

  2. E’ vero è un albero imprigionato. Lui, nonostante questo, continua donare ombra, freschezza e serenità a chi si siede sulle panchine.
    A me fanno accapponare la pelle gli alberi imprigionati nell’asfalto lungo i marciapiedi, o quelli dei viali costretti a crescere in mezzo alle auto e allo smog.
    Per non parlare dei bonsai…. ognuno comunque ha i suoi gusti. Certo mi sembra corretto potare le piante, ripulirle da rami che succhierebbero la loro linfa senza alcuno scopo. Come lo è nella vita: ogni tanto una sforbiciata non ci sta male.

    Avevo un albero, che ora non c’è più da molti anni. Era un ciliegio altissimo che era nato in un bosco e da bambina era per me una gioia salirci su in alto prorio in cima e vedere sotto di me la chioma degli altri alberi ondeggiare. Lassù conversavo con le nuvole, o almeno pensavo di poterlo fare. Cantavo a squarcigola, nonostante sia stonata come una capra.
    Ricordo mia mamma che di sotto mi urlava di scendere minacciando botte da orbi. Si sa, i bambini non temono le botte e appena possono fanno ciò che è giusto fare:disobbediscono.

    Poi, l’albero se ne è andato da tanti anni.
    Ce ne sono altri nella mia vita, ma così alti come quel ciliegio no.

    Pinuccia

  3. …devo fidarmi di lui. Essere sicura che ogni cosa che ascoltera’ sara’ per sempre racchiusa tra i solchi del suo tronco. Ma ce ne sono ancora di alberi cosi’?
    Sir Biss

  4. Pieffe,
    la foto non l’ho fatta io (magari!!!!). Bella la tua espressione “ogni tanto vado a trovarlo” riferita all’Albero. Bellissima. Andare a trovare un albero è una cosa bellissima. Una volta Petula mi portò a trovare un Albero, in Umbria, un Tiglio gigantesco. È stato un momento speciale.
    C’era anche Zar Zigulì (Lucertola nella borsa) e loro due, con tutte le loro otto zampe mi hanno presentato quella meraviglia.

    Pinuccia
    Anche a me i bonsai hanno sempre fatto pena! Una volta, sul bel terrazzo romano di Pieffe, gliene parlai (lui “coltiva” ma chissà perché mi vien da dire “costruisce” un discreto numero di bonsai). Mi disse il suo pensiero a tale proposito ma… boh.. non mi convinse per niente. Ora quando torna (è sulle Pleiadi, è stato convocato dal GrandeCapo) gli chiediamo lumi.

    Biss biss biss
    Si, io credo di sì. Condividere qualcosa di intimo senza riserve e senza mai pentirsi di averlo fatto è un regalo della vita. Sono Alberi rari, rarissimi e preziosi e ognuno è unico, e non altrimenti condivisibile.

  5. Biss: tu hai mai provato ad ascoltare un albero? Chissà quante cose ha da dire, da quando è riuscito a forare la scoza dura del seme, a farsi strada tra migliaia di difficoltà per poter uscire allo soperto e poi …..altre difficoltà compresa quella di essere divorato da animali e poi, poi crescere piano paino fino a svettare nel celeste del cielo ( chissà perchè non mi viene azzurro, boh,), dare rifugio a uccellini e altri animali, offrire “gratis” ombra e ristoro, la magnificenza dello spettacolo della fioritura, magari frutta…..

    Vabbè, sto diventando troppo bucolica……

    Pinuccia

  6. I giochi di Simonetta sono divertenti, geniali.
    Le sue passamanerie sono scatti di sartoria. L’Albero fiocco è davvero speciale non poteva mancare qui, che si sta parlando di Alberi.

  7. E’ vero: Ho lavorato per un po’ con i bonsai, secondo una mia “tecnica” pleiadiana particolare, che non prevede forzature ma un colloquio tra pianta e uomo in cui si agisce solo sulle potature e sull’orientamento.
    Però pensiamo a quali prepotenze facciamo… ai pomodori, a quali sevizie pratichiamo alle viti, a quali sodomizzazioni scateniamo sulle melanzane o sulle patate.
    O, ancor peggio, pensiamo alle piante transgeniche, agli innesti (quelli naturali e quelli innaturali); insomma a tutto quel lavoro che mette i vegetali a disposizione culinaria dell’uomo.
    Nel bonsai (quello vero, si crea una simbiosi con l’uomo, una simbiosi estetico paesaggistica in cui la cura per la potenza e per la salute della pianta è spinta allo stremo. Mai nessun albero sarà coccolato come un bonsai. La differenza è la dimensione. Nella natura esistono milioni di bonsai naturali che crescono in tal mnodo semplicemente perché hanno trovato un terreno o una situazione climatica che li ha fatti adattare riducendo le forme o contorcendole a volte a causa del vento o della presenza di altre piante.
    La differenza fra l’agricoltura destinata all’alimentazione e quella destinata alla contemplazione e alla meditazione, è solo estetica e spirituale. Ma per la pianta non ci sono grandi differenze a parte il fatto che nel bonsai viene amata ed entra in risonanza con chi la cura.

  8. Oh si, Pieffe. Hai ragione. Non mi sognerei mai di dire che in agricoltura non ci sono forzature nei vegetali destinati all’alimentazione. Poi se parliamo di viti…. bè, ne sono circondata!
    In questi giorni si pratica quella che è chiamata potatura verde: si tolgono le foglie che coprono i grappoli per permettere loro di prendere più luce e favorire la maturazione. Solo che ora si fa indiscriminatamente, con le macchine che spogliano i tralci.
    I vecchi ( che andavano a piedi e avevano le mani callose perchè il lavoro era fatto con le mani… ora, invece, solo con le macchine, purtroppo, quindi niente più mani callose ) usavano la tecnica delle tre foglie: toglievano tre foglie alla base di ogni tralcio e in questo modo i grappoli non solo prendevano luce, ma si arieggiavano. Maturavano in modo uniforme e non solo da una parte.

    Le macchine sono macchine: fanno tutto velocemente. All’apparenza i vigneti sembrano giardini ordinati, ma è solo apparenza. Perchè non c’è amore nelle colture, non c’è rispetto per la natura.

    Senz’altro nel bonsai si instaura quel rapporto che dici tu tra pianta e uomo, ma la penso come Celeste e l’esempio dei piedini delle geishe cade a fagiuolo. Non sono convinta. Non che la cosa rivesta importanza, tutt’altro.

    So di ciò che avviene in agricoltura, so dei trattamenti che si fanno alle colture prima, durante e quasi quasi direi anche dopo il raccolto. E non mi vanno neanche quelli. Non sono per il ritorno al villano felice, ma ad un pizzico di rispetto in più, si.

    Pinuccia

  9. Scusate: il discorso sarebbe lunghissimo. La prima cosa è il rispetto: vero. Ma credo che ci sia più rispetto per la natura in un maestro di bonsai (che in genere è anche un maestro di giardini zen) di quanto ce ne sia in chi distrugge milioni di abeti per farne alberi di natale. Altro che piedini delle geishe!!! Io ho conosciuto maestri bonsai o maestri di giardini zen che prima di spostare una foglia o tagliare un rametto entravano in meditazione, e poi parlavano con la pianta, la accarezzavano e questa cresceva rigogliosa e potente. Era “lei stessa” che suggeriva i rami da potare. Lo so, può sembrare assurdo ma è così…
    Invece il Natale degli abeti è una specie di… deportazione di massa nell’Auschwitz delle piante!!!
    Quindi credo che le dita delicate di un maestro bonsai siano abbastanza simili a quelle callose di un contadino di 80 anni fa, che dava luce ai grappoli col sistema delle tre foglie.
    Sono certo che le mani che toccano con amore la natura difficilmente la offendono anche se in parte la modificano. Le mani che premono pulsanti, invece, assai più facilmente si separano dal risultato e dal dolore fisico o dal disordine animico che stanno portando.

  10. Chiedo umilmente venia: ho buttato il bambino con l’ acqua sporca. Non avevo riflettuto abbastanza sull’arte del bonsai, perchè non la conoscevo. Per me i bonsai erano quelle piantine deformi in vasetti striminziti che vendono forse anche nei supermercati , ora.
    E non riesco a farmeli piacere. Quelli.
    Non ci avevo pensato.

    Grazie a Pieffe della spiegazione
    Pinuccia

  11. Continuo a non condividere il pensiero sulla coltivazione dei bonsai, non riesco a comprendere, mi spiace, sarà un mio limite. Comunque confesso la mia ignoranza in materia.
    Non per questo però avallo gli alberi di Natale!! Nè quelli naturali, nè quelli sintetici.
    A dire il vero, del Natale così come viene “festeggiato” e “celebrato” non condivido praticamente nulla. Ma questa è un’altra storia.

  12. Sarei totalmente d’accordo con te, se no avessi letto la spiegazione di Pieffe.
    Per quanto riguarda gli alberi, io ho sempre amato i presepi, specie quelli di mio papa’…
    E il Natale non e’ piu’ il Natale di torroni e mandarini e di neve candida…
    Sir Biss

  13. Non ho rivisto le mie posizioni per piaggeria, ma perché ho scorto una sapienza dietro l’arte di creare bonsai, la stessa che avevano i contadini tanti anni fa quando toglievano le ormai famose tre foglie. Penso che la maggior parte dei contadini continuasse questa usanza più per consuetudine piuttosto che per conoscenza, osservazione, dialogo con la vite.
    Su questo non ho alcun dubbio, ma è la stessa sapienza che, scusate se mi fermo alla coltivazione delle viti, che faceva si che si impiantassero i vigneti solo in certe posizioni, mai troppo in fondo alle valle perché il frutto non sarebbe stato di qualità; di intervallare le viti di qualità diverse e non fare le monoculture di ora perché ogni qualità di uva era in grado di aiutare le altre a difendersi dalle malattie o da insetti che le potevano danneggiare, e poi la cura del terreno intorno alle viti: nel tardo autunno si spingeva la terra contro le radici per proteggere il ceppo e, in primavera si scalzavano per dare aria e aiutarle ad assorbire l’acqua che cadeva dal cielo…. potrei continuare anche se personalmente non ho mai praticato queste “arti”.
    E’ per questo che ho ringraziato Pieffe per avermi dato la possibilità di rivedere le mie posizioni.

    Pinuccia

  14. Grazie a Pinuccia per la sua modestia e gentilezza, che rivela quella sapienza antica di chi osserva con amore le cose della natura e senza pregiudizio.
    In realtà…devo dare anche ragione a Celeste anzi…parecchio. Infatti, i bonsai che vedi nei supermercati non sono mai giapponesi ma cinesi o coreani e vengono fatti in serie (come tutto, oggi).
    Le piante sono tutte dello stesso tipo, vengono bombardate di “ormoni” che ne accrescono il tronco e rinverdiscono a dismisura le foglie; con droghe varie e arrivano tutte verdi e pimpanti a poche decine di euro sul bancone per l’imbecillità degli occidentali radical chic, che le comprano e le mettono sul tavolo da pranzo. Il “movimento” dei rami è sempre il medesimo. Dopo due anni al massimo o tre moriranno (escluso il ficus che sopporta qualsiasi violenza). Non c’è alcun maestro bonsai a curarle ne a prendersene cura dall’inizio e a restare in rapporto con loro. Sono letteralmente violentate con ferri vari nei primi mesi di vita e strozzate per enfatizzare le radici. Insomma sono come… i polli in batteria.
    Per far si che una pianta diventi un “bonsai” ci vogliono decine d’anni di cure e di amore. Non è mai un lavoro in serie. In genere un maestro bonsai non coltiva più di un centinaio di piante e, ad ognuna dedica molte ore della sua giornata. Questo lavoro viene fatto in mezzo alla natura. E’ necessario trasformare il disordine dei pensieri in un afflato armonico, in un… concerto di rami. Ben altra cosa da quei poveri “ficus” strapazzati e pompati che troviamo nei supermarket.
    Per cui, quanto prima, spedirò a Cele le foto dei miei vecchi bonsai italici, realizzati dal sottoscritto con piante della macchia mediterranea a cui non ho mai torto… neanche una foglia. Purtroppo, non per mia incuria, sono morti quasi tutti. Li ho portati a Roma dal mare e, dopo alcuni anni, non hanno retto all’inquinamento dell’aria: e ancora non me ne do pace. Questa è la ragione per cui ho deciso di non realizzarne mai più degli altri.

  15. Pinuccia,
    rivedere i propri pensieri perchè Si sono acquisite conoscenze o semplicemente si sono viste le cose da altre prospettive o si è avuta l’occasione di fare nuove considerazioni, non è piaggeria. E’ quando ciò non accade che si è ottusi.

    Pieffe:
    non spedirmi foto tanto con Petula abbiamo ipotizzato una capatina romana a fine agosto/primissimi settembre (ci sarai?)
    Un abbraccio a tutti da me, caldo, con la mia Milano in mezzo.

  16. MMMh. Pensare che io a fine agosto volevo venire a Milano. Beh…ci accordiamo. Ho un’astronave velocissima, ci metto un attimo.
    E poi le foto…te le ho già spedite

  17. Si si le ho viste dopo. Bellissime, grazie.
    A fine agosto io ti aspetto, a Milano. Rimanderò Roma. Tanto Roma mica scappa. E poi tutte le strade portano a Roma. E poi Milan l’è un gran Milan. E poi quanto sei bella Roma quanno è sera. E poi sapessi quanto è strano sentirsi innamorati a Milanoooooooooo … A Milanoooooooo.
    Oddio!!! Basta
    Ah ps: se ci passi (e ci passi…) me lo porti un bacione a Firenze?
    Basta per davvero.

  18. E certo! e vi sto che ci sto passo pure da Napoli perché “quanno spunta ‘a luna luntan’ a Napule nun se po’ staaaaaa!

  19. E passa anche da Genova nella risalita al nord perchè : “Ma se ghe penso alloa mi veddo o mâ, veddo i mæ monti e a ciassa da Nonsiâ……..

    Pieffe: hai cambiato astronave? O a forza di pedalere tra le Pleiadi e la terra ormai è uno scherzo fare distanze irrisorie tra Roma e Milano?

    Pinuccia

  20. Giusto al tappeto volante pensavo quando ho chiesto se l’astronave era un’altra.
    Eh si, la vela solare mi mancava!

    Pinuccia

  21. passa di qui, passa di la’… E una puntatina al lago a mangiare pesce prelibato, che ne dici?
    Sir Biss
    p.s. ovvio parlo del Mio lago…

  22. Pieffe, è un invito ufficiale!!!
    Sotto il gigantesco rododendro di Sir Biss, non tutti hanno l’onore di andarci!!
    C’ero lo scorso sabato sera, si stava bene. C’erano anche tre gatti (compresa Matilda) e una tartaruga terrestre (Gigia) che ha circa 50 anni.
    Il suo giardino scende verso il lago: la sera si illumina e si vede l’Isola Bella.

  23. Il giardino di Sir Biss dev’essere bellissimo. E poi Lucertola vorrebbe far amicizia con la tartaruga Gigia.. e io con Matilda. Mi metto in lista per un invito, vengo con il mio tappeto volante ideale, quello che mi persi tanti anni fa. Ma me lo ricordo bene e proverò a volarci lo stesso, mettendo il caschetto anche a Lucertola.
    Fusa

  24. Grazie Pinuccia,
    Sarei grata a Pieffe se volesse darci qualche info sula vela solare. Non so cosa sia, ma mi incuriosisce assai, pare argomento affascinante. Vediamo sé è in vena di spieghe. Noi ascoltiamo tutti attenti come scolari.
    Ciao Petula e Lucertola, Sir Biss vi aspetta entrambe, sul SUO Lago. Considerato dove vive, è proprio il caso di dire “sul lago”.

  25. Bah ci provo: la vela solare si basa sul fatto che anche i raggi di luce o meglio i “fotoni”, colpendo una grande superficie riflettente più o meno a forma di vela, esercitano una pressione che, anche se piccolissima, assicura comunque una spinta.
    In assenza di peso tale pressione, contribuisce un po’ come il vento su una vela, a far “navigare” l’oggetto (anche la mia astronave a pedali) nella direzione voluta. Per questo le orecchie, se opportunamente estese…sono un’ottima vela solare.

  26. Se non sbaglio c’è un ministro che fa concorrenza a Pieffe in fatto di orecchie: anche lui le userà come vela solare?

    Pinuccia

  27. Pinuccia, fare concorrenza a Pieffe in fatto di orecchie, è .. difficile. Presente la canzone di Enzo? Ecco.

    Pieffe,
    interessante questa cosa della vela solare. Viene fuori tutto l’ingegnere che c’è in te (quando vuoi eh..) Come sempre siamo affascinati da questi argomenti, è un po’ come stare dentro un film di Star Trek, orecchie comprese,,, Ps ma dove sono gli altri ingegneri? C’è n’è uno con la coda e 4 zampe e un altro ancora. ASSENTEISTI !!! Qui ci tocca fare tutto da soli !!!

  28. Gli ingegneri in tempo di recessione recedono……aspettiamo che torni il boom….non so quale, se economico o che ne so…

    E poi è da sempre che tocca alle donne fare tutto, vero ragazze?
    Persino in Star Trek c’era una serie di episodi in cui il comandante era una donna. Una sola serie, però c’era.

    Pinuccia

  29. Eh si, gli ingg quando servono non ci sono. Un po’ come l’apribottiglie. L’altro giorno ho comperatp una bottiglietta di acqua minerale alla stazione di Milano Cadorna, e all’arrivo ancora non ero riuscita ad aprirla. Mi sa che devo tenermene uno nella borsa.
    Di apribottiglie, ovviamente…

  30. urka, credevo un ingegnere pleiadiano. Vabbè che sono alto 86 cm ma nella borsa mica c’entro! E poi le orecchie mi si spiegazzano orribilmente.

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