C’ERA UNA VOLTA

C’era una volta un Cuore che non voleva saperne di scendere a patti con la Testa. Eppure -diceva la Testa-  siamo due parti dello spesso corpo, siamo stati creati per viver e insieme nello stesso condominio, ma per quale ragione non possiamo parlarci, raggiungere accordi, o almeno convivere civilmente? Macchè! Ad ogni assemblea degli Organi, Cuore e Testa riuscivano a malapena a sopportarsi a vicenda.  Quando andava bene, perché quando andava per la peggiore, il Cuore, o la Testa, a seconda dei casi, ne uscivano pesti. Di solito a pagare maggiormente, manco a dirlo, era il Cuore, si sa. Nelle assemblee degli Organi, il Cuore era sempre quello più canzonato. C’è chi gli dava del “sentimentale” chi del “troppo sensibile” chi del “romanticone” ecc ecc e quel poveretto di Cuore diventava a volte rosso rosso, ancora più rosso di quanto non lo fosse di suo.

Soffriva il Cuore, e quando soffriva lui anche Fegato, Pelle, Stomaco e perfino Capelli non stavano granchè bene. Ma lui, il Cuore, si ascoltava da sé palpitare nelle notti senza fine e senza fondo,  si guardava  cercare una ragione perché tutto quel gelo che a volte gli faceva da stanza.  Era lui a dover cercare una ragione per continuare a battere e da lui dipendevano tutti… Allora, per resistere, a volte doveva ripiegarsi su sé stesso e starsene come in letargo. Cheto cheto, buono buono con un solo scopo: resistere. Appunto.

Per resistere doveva ritrovare un battito regolare, una sorta di calma e tranqullità ma per far questo doveva chiudere fuori dalla sua piccola gabbietta tutto ciò che poteva fargli male, dalle bugie alle illusioni, dalle false promesse, alle false speranze. Doveva prendere atto – prendere  atto – che il quotidiano era fatto anche (o soprattutto?) di tanti piccoli o grandi palchi dove marionette travestite e orrendamente truccate danzavano una danza altrettanto orribile, cantavano menzogne e promesse con bocche oscene e ridanciane. Rosse e larghe e bruttissime bocche. La Testa gli parlava (accidenti a lei non stava zitta mai) pertanto per riuscire a sopravvivere doveva fare in modo di non ascoltare più nemmeno lei, sprangare porte e finestre e cercare di far passare la nottata, che a volte era lunga quanto un inverno e a volte era un vero lunghissimo inverno. Infinito. E si ripeteva una frase che aveva letto tanto tempo fa: nessuna notte è tanto lunga da impedire al sole di sorgere.

Aveva provato a rallentare il suo ritmo controllando il respiro, e cercato calore nel fondo del fondo dello spazietto più  piccolo di sé, quello riservato alle Cose Piccole. Ricordava, forse per consolarsi o forse per esorcizzare il pericolo, ogni volta che era stato naufrago di palude, con le sabbie mobili che volevano mangiarlo a tutti i costi. Trascinarlo sul fondo e soffocarlo. Guardava la luna, e anche le stelle, nelle notti gelide che avvolgevano le paludi, ma luna e stelle erano troppo lontane. E le sabbie mobili parevano possedere milioni di dita e … la Testa, quel maledetto testone lassù in cima pesava milioni di chili e non l’aiutava per niente, anzi… era come la classica pietra al Collo, persuasiva e promettente e definitiva come solo una pietra al collo sa essere.

Ricordava tutti i colori che gli era capitato di vedere nel corso della sua esistenza, li ricordava tutti quanti, compresi quelli finti che erano solo una sottile e banalissima pellicola davanti ad uno sfondo grigio che più grigio non si può. Colori ad acqua, pronti a sciogliere miseramente sotto la prima pioggerella o le prime lacrime. Poi c’erano quelli coprenti. Fabbricati da artigiani bugiardi e sapienti. Resistenti all’acqua e anche ai solventi.  Le parole, finte, degli altri, parlate e scritte, molte delle quali incise, sulla sua superficie non sarebbero mai scomparse, con gli anni. Lo sapeva che sarebbero state indelebili, lo sapeva da sempre. E portava senza orgoglio e senza vergogna, le sue cicatrici. Non erano trofei, né meriti, nè  medaglie al valore. Semplicemente era Dolore. Ricordava il piccolo Cuore che aveva incontrato una volta, nella stessa palude fangosa, piiiiiccolo e rosa, quasi come lui un po’ di tempo prima,  e quando aveva cercato di avvicinarsi ad lui. Ricordava il tuono proveniente dal testone che diceva: noooo è un cuore di plastica. Non fidarti mai dei cuori di plastica.

Eh… Ma ci vuole tempo (ma da solo il tempo non basta) per capire quali sono i Cuori di plastica,   freddi gelidi calcolatori, che ti tengono in tasca perché  presto o tardi potresti servire. Perché un bel Cuore sa essere una buona compagnia, una tazza di tè caldo d’inverno fresco in estate, un camino acceso che sa dare calore quando c’è tanto freddo o quando piove. Un ristoro, un androne fresco e ombroso quando il caldo è feroce e asciuga e bagna pelle e occhi calma e disseta, riposa e accoglie. Un lago che sa cullare e trasportare da una riva all’altra senza scossoni, senza far male, ed essere ninna nanna, carezza, sollievo.  E poi la mente inganna. Più di quando sappia fare un cattivo Cuore. Quindi come riconoscere un Cuore di plastica da un Cuore vero? Come? Come salvare i Cuori belli dalle paludi, permettere loro di guardare le stelle senza paura di affogare?  Come non permettere al mondo di usare i Cuori belli? E come fare per sentirli respirare, vederli sorridere.. .. E continuare a credere. Credere.  

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