PELLE

Pioveva. Sul ponte, nel fiume e sull’impermeabile di Elena.  La pioggia rendeva il fiume frizzante. Il cielo, scuro, colore del fumo, sembrava dovesse cadere sulla terra, da un momento all’altro. Invece stava là, come sostenuto da una forza invisibile, misteriosa. Cadevano solo lacrime di cielo, gelate. Elena si domandò se il cielo le piange già fredde oppure se si raffreddano durante il percorso, dagli occhi alla terra. La pioggia le ricordava sempre un novembre di tanto tempo fa, quando non c’era alcuna ragione per cui  quel giorno dovesse splendere il sole tantomeno brillare le stelle quando il giorno fu sera.

Poco prima era sul treno: odore di umido mescolato a quello fresco del mandarino che la ragazza con i capelli neri mangiava lentamente, dividendo la sua attenzione tra una rivista di gossip e le unghie smaltate di rosso. Odori .. ecco cosa rimane dentro per sempre, pensò Elena. Gli odori. Ponti tra i ricordi incastonati in luoghi remoti della mente, trampolini tra presente e passato, onde radio velocissime e far riaffiorare momenti sia pure insignificanti ma pregni di odore. Non le parole, non i colori, non i gesti ma gli odori. Sapeva che avrebbe per sempre associato il treno del ritorno con il profumo del mandarino. Che avrebbe scordato le fattezze del viso della ragazza e anche le sue unghie rosse, troppo rosse e troppo lunghe ma che non avrebbe dimenticato l’odore.

Era stata indecisa per tanto tempo, Elena, ma alla fine guardando un’ ultima volta il biglietto, comperato tanto tempo prima, decise che era arrivato il tempo di fare ritorno. Mancava da molti anni da quella che un tempo il suo cuore considerava “casa”: una vita di spostamenti, studi e poi lavoro e poi specializzazioni e viaggi e ancora lavoro.

E poi Pietro. Che era diventato il suo tutto, la casa, l’amore, il calore, e un progetto. La certezza del ritorno, la poesia delle cose delicate ma anche la passione, il compagno con cui attraversava il tempo lontano dai luoghi comuni, dalle convenzioni, dai rapporti finti, dalle frasi fatte. Con lui non c’era palcoscenico, nè le pesanti tende di velluto a nascondere verità o bugie. Non c’era compromesso, non c’erano copioni da recitare.

Lo aveva incontrato su una spiaggia, in un ottobre insolitamente caldo, e conosciuto grazie ad un banalissimo sassolino colorato che stava raccogliendo sul bagnasciuga.

Lui divenne le sue ali: con lui attraversava i confini del tempo, abbandonava la pelle della “brava ragazza” che fin da piccola le avevano cucito su misura cento mani di sarti tutti uguali, usando lo stesso cartamodello con cui era stata cucita la pelle di sua madre e quella di sua sorella. Era diventata un buon prodotto, lo stesso che altri avevano desiderato, deciso, progettato e infine costruito.

Pietro era il sogno, la mano che scioglie le catene, era l’aria, il respiro, il battito del cuore. I suoi fianchi erano la casa dalle finestre aperte, la sua pelle sapeva di cose buone, di libertà. Dalle sue labbra non uscivano mai parole congelate nemmeno in inverno.  Aveva ascoltato parole così gelate, nella sua vita, che bisognava metterle accanto al fuoco per poterle ascoltare. Ma niente in Pietro era gelato anzi lui era il suo disgelo, il fiato caldo sugli strati duri del cuore. Gli strati costruiti dagli altri.

Con lui aveva smesso di vivere il tempo degli altri, di misurare le cose con il metro degli altri, e di vivere la vita degli altri. Piano piano aveva ritrovato la sua pelle, lasciato quella finta, un pezzetto al giorno, pagando ogni giorno con un po’ di dolore. Ma sapeva che in fondo c’era una Elena da raggiungere, da ritrovare, da amare.

Aveva smesso di cercare di uccidere il tempo, perché non gridasse troppo forte con una voce che non era la sua, perché smettesse di avanzare con passi che non erano i suoi, perché finisse di chiederle di ingannarlo, con menzogne e illusioni e false convinzioni.  Aveva smesso di cercare rifugio nel sonno, nel lavoro che erano solo palliativi, farmaci inefficaci per l’aridità dell’anima che mangiava l’anima e ogni tenerezza della vita.

Aveva imparato ad annusare la terra, l’erba, a sentire la pelle che, finalmente sua, le parlava una lingua comprensibile.  Aveva conosciuto l’odore delle stelle: lo portava la brezza della sera sulla schiena nuda di Pietro sul terrazzo,  nelle sere d’estate. Leggeva poesie nelle mani callose di un uomo che lavora, come tra le ciglia dei bimbi quando ridono, sui visi degli anziani tra i solchi della vita. Riconosceva il cuore di chi è capace di stupire e sentiva il suo cuore capace di stupirsi.  

Poi Pietro se ne andò, come una stagione, come le nuvole, come la neve.  Era novembre, pioveva. La offesero e ferirono tutti gli arcobaleni che vennero, come tutte le primavere che arrivarono una dietro l’altra, una più spudorata dell’altra. Esplosioni di colori e odori, cieli turchesi e canti di uccelli. Prati verdi e laghi di smeraldo liquido, autunni lussureggianti di rossi accesi e ori sui suoi giorni erano offese, colpi di piccone sopra un dolore profondo e sempre vivo.

Non era un caso, la pioggia, il giorno del ritorno. Non lo era affatto. La pioggia la stava accogliendo, era il benvenuto del cielo e non il pianto. Per una volta almeno. Tolse l’impermeabile per offrire alla pioggia la pelle, la sua vera pelle, quella ritrovata e si rese conto in quel momento di essere tornata a casa tanto tempo prima: capì che è quando si ritrova la propria pelle che si torna davvero a casa.  Il tempo di Pietro è stato questo: accompagnarla dentro casa, dentro sé stessa, la sola, unica, vera casa.  Permise alla pioggia di idratare la sua pelle: sapeva che sarebbe rifiorita perchè era la sua.

Forse ci sono incontri che hanno il compito di accompagnarci, di traghettarci in un posto, di seminare un pezzo del nostro orto con i nostri stessi semi che abbiamo in tasca… ma non lo sappiamo, pensò a voce alta Elena, e cominciò a sentire freddo.

La sua pelle ricominciò a parlarle anzi non aveva mai smesso. Solo che lei riprese ad ascoltarla.  Si rimise l’impermeabile: qualcosa scivolò dalla tasca. Si chinò: era un piccolo sasso colorato.

28 pensieri riguardo “PELLE

  1. Ci sono molti odori nella vita delle persone, un sacco di pioggia, alcuni mandarini, qualche unghia un po’ troppo laccata. In verità ci sono pochissimi “Pietro”, e quindi è assai difficile che dei sassolini colorati ci cadano dalle tasche.

  2. Si, ci sono pochissimi Pietro. A volte, se ne ha così bisogno, che ce lo si inventa un Pietro.
    L’importante è rendersene conto e non cadere nella trappola dell’illusione.

    Non c’entra, non c’era una favola che raccontava di un ragazzino che lasciva cadere dei sassolini su un sentiero, che poi, alla fine della storia, gli sono serviti come per trovare la via di casa?
    In questo momento non ricordo di quale fiaba si tratta? Mannaggia le primavere, piovose per di più!

    Bel racconto Celeste.Bello, bello.

    Buona giornata a tutti e… speriamo che finalmente torni un po’ di sole, dopo tanta pioggia.

    Pinuccia

  3. meraviglioso!!!
    All’inizio leggendo il racconto ho pensato alla “maddalene” di Proust ne La ricerca del tempo perduto… li era il sapore qui l’odore… cmq è vero non sono le immagini a fissarsi nella mente ma il sapore e l’odore che poi fanno riemergere, prese dall’archivio della memoria, le immagini

    E poi come dicono pieffe e Pinuccia sono pochi i Pietro che si incontrano, forse ce ne pososno essere di più, ma anche noi facciamo fatica a riconoscerli quindi diventano rari casi… ma è bellissimo poter riascoltare la “propria pelle” e prima o poi capita a tutti … basterebbe anche un piccolo taglio nell’impermeabile che ricopre il corpo

    un sorriso

  4. No, inventarsi un Pietro non vale.
    Pietro accompagna fuori dalla finzione. Entrare in un’altra non avrebbe senso. Se si ha “bisogno” di Pietro allora significa che si ha voglia di indossare la propria pelle e abbandonare l’altra, quella senza capillari che irrorano il cuore, il quale ci dice cosa vogliamo veramente. Significa che si è diventati grandi, e che si riconosce il momento.
    Non si smette una pelliccia per indossarne un’altra. C’è una bellissima favola – la donna foca – che parla di questo. Lei diventa “umana”, viene conquistata da un uomo, si innamora, diventa perfino madre e crede di essere felice. Ma l’oceano la chiama… La pelle di foca è la sua casa e l’oceano è la sua grande casa.
    Deve andare, deve tornare all’oceano perchè la sua vera natura è essere foca. Nonostate tutto, nonostante anche il piccolo che ama tantissimo.

    I Pietro sono pochi, è vero. Perchè poca è la gente vera. Ma sono poche anche le Elene che abbandonano il maglione caldo, quello più comodo, che compiace, per indossarne un altro, forse meno comodo ma che ha attaccate un paio di ali e un biglietto di ritorno nel taschino. Ritorno a casa, ovvero a sè.

    Si, basta un piccolo taglio nell’imperbeabile per accorgersi di qualcosa. Ed è sempre meglio tardi che mai. A volte un sassolino che scivola fuori da una tasca puo’, piu’ di mille parole, piu’ di un ricatto. E’ una possibilità. Un riscatto ad una vita concessa, regalata, subita. E un invito a vivere la propria, così come siamo.

  5. La parola ‘pelle’ evoca in me ricordi e ricordi…
    Questo racconto e’ semplicemente meraviglioso e ancora una volta mi chiedo e ti chiedo perche’ non lasci quella scrivania e ti metti a scrivere uno, due, tre o piu’ libri.
    Quando leggo qualcosa che mi colpisce penso che avrei tanto voluto scriverlo io. Ma non sempre cio’ che si prova viene bene sulla carta. Tu sei veramente forte.
    Sir Biss

  6. Si glie l’ho detto anche io alla Cele nazionale che dovrebbe scrivere.
    Ma è un’esperienza strana quella di scrivere libri, di qualsiasi genere essi siano. Purtroppo i libri li scrivono anche gli Eco, i Baricco, gli Augias, i Vespa, le Pulsatille, i Moccia e tutti coloro che hanno imparato a trasferire un po’ d’informazione preconfezionata attraverso alcune frasi accattivanti. C’è differenza fra gli uni e gli altri? Mica tanta. Sono prodotti mediatici, come le saponette, come i giocatori del pallone. La differenza fra un libro e un detersivo si fa via via meno evidente.
    Però si possono trasferire emozioni vere e sincerità sulla carta, oppure idee profonde, attraverso alcune parole… e non farne un business. Questo forse ancora può essere utile. Chissà.

  7. Pieffe: grazie a Dio ci sono gli Eco, i Vespa, i Baricco e compagnia bella. Così chi ha orecchie
    ( pardon) per intendere, intende.

    Bella giornata di sole, finalmente, per tutti
    Pinuccia

  8. io ce l’ho con i servi dei poteri “forti”: e quelli che ho citato sono solo alcuni scribacchini fra le centinaia di “falsi intellettuali” a servizio del potere di turno, ammantati di spocchia. Per questo, anche un minimo d’arte dello scrivere (avallata dalla prostituzione delle idee), fa di costoro dei “maestri di pensiero” che servono per pilotare il gregge di coloro che hanno smesso di pensare ormai da tempo.
    E visto che anche il Nazareno si lamentava ai suoi tempi della scarsità di orecchie per intendere, mi sa che l’unica soluzione sia ricorrere ad Ampliphon!

  9. Baricco mi piace. Ma ormai lo sanno tutti.
    Non mi convince “live” ma ho quasi tutti i suoi libri,
    Mi somigliano, parlano la mia lingua. Sono vicini alle mie emozioni
    Bacissimi

  10. Giusto lì volevo andare a parare.

    Sempre rifacendomi al Nazzareno e al suo miracolo dei pani e dei pesci, una persona che stimo molto una volta mi disse: c’è chi si accontenta di pane e pesci e chi vuole altro,
    Credo che sia questo il caso.
    Pinuccia

  11. Appunto….scrivere bene di emozioni non vuol dire provare quelle emozioni, non vuole neanche dire comprenderle.
    Quando Baricco che ha dimostrato la sua totale imbecillità emozionale (e intellettuale) chiederà perdono al mondo e all’universo per aver detto che gli Dei Omerici disturbano lo svolgimento della storia omerica forse si salverà da Caronte.

  12. dimenticavo: grazie a Dio non scrivi come Baricco i cui sentimenti sono “costruiti”. I tuoi sono veri. Hai detto niente!!

  13. Grazie… Vi regalo una poesia.

    La pioggia ha un vago segreto di tenerezza
    una sonnolenza rassegnata e amabile,
    una musica umile si sveglia con lei
    e fa vibrare l’anima addormentata del paesaggio.

    È un bacio azzurro che riceve la Terra,
    il mito primitivo che si rinnova.
    Il freddo contatto di cielo e terra vecchi
    con una pace da lunghe sere.

    È l’aurora del frutto. Quella che ci porta i fiori
    e ci unge con lo spirito santo dei mari.
    Quella che sparge la vita sui seminati
    e nell’anima tristezza di ciò che non sappiamo.

    La nostalgia terribile di una vita perduta,
    il fatale sentimento di esser nati tardi,
    o l’illusione inquieta di un domani impossibile
    con l’inquietudine vicina del color della carne.

    L’amore si sveglia nel grigio del suo ritmo,
    il nostro cielo interiore ha un trionfo di sangue,
    ma il nostro ottimismo si muta in tristezza
    nel contemplare le gocce morte sui vetri.

    E son le gocce: occhi d’infinito che guardano
    il bianco infinito che le generò.

    Ogni goccia di pioggia trema sul vetro sporco
    e vi lascia divine ferite di diamante.
    Sono poeti dell’acqua che hanno visto e meditano
    ciò che la folla dei fiumi ignora.

    O pioggia silenziosa; senza burrasca, senza vento,
    pioggia tranquilla e serena di campani e di dolce luce,
    pioggia buona e pacifica, vera pioggia,
    quando amorosa e triste cadi sopra le cose!

    O pioggia francescana che porti in ogni goccia
    anime di fonti chiare e di umili sorgenti!
    Quando scendi sui campi lentamente
    le rose del mio petto apri con i tuoi suoni.

    Il canto primitivo che dici al silenzio
    e la storia sonora che racconti ai rami
    il mio cuore deserto li commenta
    in un nero e profondo pentagramma senza chiave.

    La mia anima ha la tristezza della pioggia serena,
    tristezza rassegnata di cosa irrealizzabile,
    ho all’orizzonte una stella accesa
    e il cuore mi impedisce di contemplarla.

    O pioggia silenziosa che gli alberi amano
    e sei al piano dolcezza emozionante:
    da’ all’anima le stesse nebbie e risonanze
    che lasci nell’anima addormentata del paesaggio!

    (Pioggia. F. Garcia Lorca)

  14. Lorca miseria!
    Garcia mi piaceva tanto quando ero ragazzo e cercavo… il troppo.
    Poi, improvvisamente passa il vento degli anni e mi accorgo che certe frasi diventano come le volute del barocco sopra la semplicità dello stile romanico e agli intimismi carnalmente romantici preferisco la semplicità.
    Questo non vuol dire che non sia bello. Ma è troppo.

  15. Mah..
    Garcia Lorca, come altri, lo si ama o non lo si ama affatto. Per me la poesia è come la pittura, come la musica. Non la si spiega. Non è mai troppo poco o troppo. Semplicemente tocca qualche corda oppure semplicemente non lo fa.
    Infatti … F. G.Lorca oltre a comporre liriche, era disegnatore e musicista.

  16. mi spiego meglio:
    Col tempo a volte si cambia idea e anche modo di sentire e percepire e alcune emozioni che ci entusiasmavano diventano tiepide, altre che non ci piacevano diventano straordinarie. Per lo meno a me è accaduto così più e più volte, quasi in tutto: dalle idee politiche, a quelle filosofiche, ai sentimenti, al piacere o dispiacere per alcune sensazioni o idee.
    Io ritengo benefico che un ideologo fascista in buona fede possa diventare un ideologo comunista in buona fede, e spero sempre che possa accadere anche il viceversa; così come mi piace pensare che si possa amare il mare in gioventù, e la montagna in vecchiaia o viceversa. Da giovane non sopportavo e non capivo Dante. Da giovane amavo la musica sinfonica russa dell’800 e ora non la sopporto. Quindi certe cose possono accadere…pure per Garcia Lorca no?

  17. Quella degli dei che disturbano l’opera di Omero non la sapevo, suona un po’ come “l’acqua ha disturbato un’altrimenti splendida nuotata”.
    Bello leggervi, anche lasciarmi suggestionare dai vostri percorsi letterari (e musicali).
    Approfitto per chiedere scusa a tutti per non aver approfittato di un soggiorno romano per vedervi: gli eventi hanno scompigliato le mie fantasie di una tranquilla vacanza.
    Un abbraccio a tutti, cominciando dalla padrona di casa,
    G

  18. Mannaggia, Gil. Sei venuto a Roma dove io parcheggio sempre la mia astronave a pedali e non se ne è saputo nulla. Troppe …gatte da pelare, direbbe il Gollum!! Il gruppo delle BRT (beceri romani tradizionalisti) ha fatto un paio di visite in luoghi particolari; Ti saresti sicuramente divertito e la tua competenza avrebbe potuto contribuire con paralleli trasgressivi tra oriente e occidente. Vabbè. Sarà per un’altra volta. Ti segnalerò foto e abstract appena le avremo pubblicate (foto dove compaiono i fantasmi dei culti orientali importati nella Roma del III secolo.
    Ma del resto manco la nostra Cele viene più da queste parti!

  19. Pieffe: ho capito perfettamente cosa intendi, fin da prima. Tra l’altro condivido totalmente tutto quando espresso. Si cambia, o forse cambia il nostro modo di percepire il mondo, i sentimenti, cambia il sentire. Semplicemente si cresce e si conquista una propria identità. Si cercano le cose che ci fanno stare bene con cio’ che siamo. E cio’ che ci fa stare bene oggi non sono le stesse cose che ci facevano stare bene ieri. Per fortuna.
    CIo’ che ho cercato di esprimere era altro ovvero il concetto di “troppo” o “troppo poco”: prevede un’analisi e per me (PER ME) non riguarda tutto cio’ che riguarda una qualsivoglia forma di arte. Che sia musica poesia o pittura.

    Gil: ricambio l’abbraccio.
    Vedi? te lo avevo detto che saresti stato gettonato / richiesto.
    In ogni caso: bentornato in controluce. Porta sempre aperta tuttavia mai vincolante. Come tutto il resto.

  20. mmmh che bella notizia: modifico subito l’astronave con i sedili ribaltabili! Non si sa mai!

  21. Vi guardo da fuori….è un periodo che sono “fuori” come un …davanzale. Intervengo poco ma mi fa piacere leggervi. Celeste scrive meravigliosamente e darle del “Baricco” mi sembra sminuirne la sensibilità.
    Accipicchia Gil avevo annusato nell’aria l’odore del Gollum, mi sa che siete tornati tutti e due. Beh, per questa volta sei perdonato, ma la seconda volta che vieni e non ci avvisi….fai penitenza!
    Fusa a tutti quanti da una gatta fusa.

  22. Manca la gatta, manca la lucertola. Quando appaiono a casa di Celeste fa piacere perchè senza di loro la casa non è casa. E poi c’è il vago sopestto che i topi ballino!

    E’ comunque bello sapere di essere sotto la super visione di gatta esperta.

    Fusa
    Pinuccia

  23. Pinuccia, credo che Wordstress assegni l’icona in modo del tutto casuale ma non sono sicura. Ormai sono sono piu’ sicura di niente… 🙂

    Felice anche io e Gatta e Lucertola siano sul nostro davanzale.

  24. l’idea della vite a stella è geniale: ovviamente “lui”, in questo caso, è un cacciavite a croce, ma lei vorrebbe un rapporto trasgressivo con una chiave a brucola mentre lui in realtà è gay, e sogna un bullone esagonale Iso4003.
    E poi uno dice che la meccanica non è erotica!.

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