MONTEDIDIO

Napoli, una città dove è difficile avere le ali, e dove i bambini le perdono troppo presto, dove  la giornata è nù muorzo.

Un ragazzo la notte di capodanno lancia il suo bumeran, arrivato dall’ammerica custodito sotto la giacca per tanto tempo, un oggetto di legno, vivo, che è stato un amico, un compagno fedele, un conforto, come lo è stato il rotolo di carta avuto in dono dal tipografo su cui annotava ogni giorno la vita.
La annotava in italiano, la vita,  anche se lui parlava il dialetto, perchè l’italiano è una lingua zitta, cui possono riposare le parole, lontane dal chiasso di Napoli. 

Il lancio è il grido che segna il passaggio da ragazzo a uomo. E’ un addio che accompagna un altro volo, il volo dell’amico Rafaniello, ciabattino – che aiutava la gente a camminare senza dolore–  annunciatogli da un angelo tempo addietro.
Le ali gli crescevano dentro la gobba, a Rafaniello: un giorno si sarebbe schiusa come un uovo e allora, spiegando le ali, Rafaniello sarebbe finalmente tornato a casa, nella sua Israele, paese che ha perso tutti i suoi bambini.
Resteranno per terra, la sera dei botti, sul punto più alto di Montedidio, due piume e un paio di scarpe.

E il lancio è anche la consapevolezza del cambiamento, della comprensione dell’ammore di Maria, Maria che dice “m’importa di te”.
E’ anche l’accettazione del dolore per la morte della mamma e il riscatto per l’infanzia negata.
La sera di San Silvestro insieme al bumeran lancia anche il suo cuore, e la sua pelle di ragazzo, rispondendo all’ammore di  Maria con le stesse parole:  “m’importa di te”.
Un lancio pieno di simboli, uno sguardo verso il futuro, una sfida, una speranza, un volo, appunto, oltre Montedidio, oltre il rotolo scritto, oltre i vicoli, oltre il mare, oltre il dolore e la miseria.

Poesia.
Dal brulichio dei vicoli fino in cima a quel rilievo di tufo che è Montedidio.
Dagli insegnamenti sulla vita e le cose di Don Rafaniello, a quelli di Mast’Errico, il padrone della bottega di falegnameria dove il ragazzino lavora  e cresce  (perché non basta portà ‘e sorde a casa p’esser ommo).

Poesia sul terrazzo in cima a Montedidio, dove tra panni stesi e reti di stelle scopre l’ammore.

Poesia il quotidiano vivere, povero di tutto, ricco di sogni.

5 pensieri riguardo “MONTEDIDIO

  1. ho finito di leggerlo l'altro giorno e mi ritrovo il tuo post… il libro è molto bello e pieno di sentimenti… di passaggi da ragazza ad uomo con l'apice nella notte di san silvestro

    grazie del regalo :o)

    un sorriso 🙂

  2. Allora se pensi di avere dei limiti, prenditi un paio di ore e leggiti Montedidio.  Potrebbe stupirti. O magari anche no.
    Pero' lo saprai con certezza.
    Mia nipote aveva "deciso" che non le piaceva la mortadella. Poi l'ha assaggiata. Lo stesso ha fatto con il melone. Ora mangia la mortadella e continua a detestare il melone.
    Celeste slog-gatta sul tetto che scotta

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