FINESTRE

ti aspetto

 (foto mia )

I vetri in inverno erano freddi: appoggiava il naso a quelli della finestra che dava sul cortiletto mentre aspettava che zio Claudio venisse per il pranzo.  Lo zio aveva una piccola officina meccanica vicino alla casa dei nonni e tornava per pranzo, qualche minuto dopo che il campanile aveva suonato le dodici. Quando arrivava la prendeva in braccio e la faceva giocare sempre un po’.

Quando c’era la neve il gelo ricamava i contorni dei fiori della camelia invernale, in fondo al cortile e a lei sembravano fiori di vetro.
Dalla grondaia sopra la finestra a volte scendevano piccole stalattiti di ghiaccio: qualche volta ne staccava uno con la mano guantata e lo succhiava come un ghiacciolo solo che non c’era lo sciroppo.

La stufa di cucina mandava un caldo odoroso di resina, di eucalipto e un po’ di canfora: la nonna certe volte metteva sopra la stufa una scodella con dell’acqua e alcune gocce di Olio 31, preparato svizzero fatto con trentuno erbe, un portento, secondo la nonna, contro il raffreddore e la tosse.
Sopra la stufa, dalle piccole bacchette disposte ad ombrello fissate attorno al tubo di rame, pendevano gli strofinacci: la nonna li stendeva dopo che aveva riordinato la cucina, per farli asciugare in fretta.

La camera da letto dei nonni era al piano superiore della casa di ringhiera: per accedervi bisognava uscire in cortile e salire le scale: la prima porta a sinistra era quella della camera della signora Elisa, poi c’era il terrazzo e subito dopo la stanza dei nonni.
Era grandissima: al centro, sulla destra, a ridosso del muro c’era il grande letto, così alto che lei doveva prendere la rincorsa per poter salire.

In inverno c’erano due piumini d’oca, dalla metà del letto in giù: la nonna li aveva rivestiti con lo stesso tessuto con cui aveva confezionato le tendine arricciate che stavano appese al davanzale delle finestre, a coprire il vano sottostante: beige scuro con stampe di piccolissime rose di colore rosa-rosso.
Nella stanza c’erano anche due letti singoli, e una toilette con un catino di metallo, uno specchio e sotto, la brocca per l’acqua, anch’essa di metallo bianco con il bordo blu: di fianco l’asciugamano di lino bianco.
Quando dormiva dai nonni, le piaceva salire le scale del cortile con la candela: anche se il nonno di solito usava la torcia a pile, teneva sempre una piccola bugia con una candela per lei: sapeva di farla felice. Salendo le scale, cercava ogni volta la luna.

Il letto era freddissimo in inverno, ma la nonna infilava nelle lenzuola un recipiente di rame, di forma ovale, riempito con acqua bollente.
Era un piacere che lei aspettava per tutta la settimana: nella casa dove viveva con i genitori c’erano i termosifoni e l’appartamento non aveva tutti i nascondigli che invece c’erano a casa dei nonni.
Nei vani sottofinestra, nascondeva i piccoli tesori: collane di plastica colorata, fiori pressati tra pagine di quaderni e poi i segreti, quelli che nemmeno la nonna conosceva: sassi bianchi e lisci che trovava in giro e poi piccoli pezzi di vetro colorato, dai contorni levigati e morbidi che per lei erano smeraldi o zaffiri a seconda del colore. Le piaceva un sacco il vetro colorato. 

In estate invece era tutto diverso: la parte del cortiletto spettante ai nonni era delimitato dai grandi vasi con gli oleandri rosa e bianco, e sui larghi davanzali delle due finestre della cucina, c’erano i gerani, grandi, rossi. Non avrebbe mai più rivisto gerani così grandi e così rossi.  Quando era tempo, il nonno li ricoverava in cantina, strappandoli dal terriccio e appendendoli a testa in giù. La cantina era buia, pertanto, le spiegava il nonno, le piante stavano in letargo e non germogliavano. La primavera successiva sarebbero stati pronti per essere piantati e fiorire di nuovo.

La cantina era un’altra occasione di gioia: il nonno prendeva la chiave, infilata in un anello di ferro appeso ad un gancio in cucina e diceva, cantilenando: vado in cantina …. io vado in cantina …. sapendo che lei sarebbe arrivata di corsa, ovunque fosse, gridando: aspettami nonnoooooo vengo anch’io!!! 

La cantina dei nonni aveva la porta fatta di assi di legno e una serratura con lucchetto. Per terra non c’era pavimento ma terra battuta e c’era odore di … cantina. Il nonno teneva un po’ di vino, la spuma, il chinotto, la cedrata e le patate e poi una grande scatola con alcuni attrezzi da lavoro quali pinze, tenaglie e chiodi. C’era anche la ruota di scorta della bici, appesa alla parete di fronte.  Uno scaffale ospitava alcuni vasetti di vetro dove il nonno, calzolaio in pensione ma attivo per una buona parte del paese, teneva piccole scorte di chiodi e colla, quella colla densa e gialla che si usa per il cuoio e la pelle.
Per il nonno questa attività rappresentava un hobby che lo impegnava un paio di ore al giorno, nello sgabuzzino di fianco alla cucina, a cui si accedeva sempre dal cortile.
Dentro c’era una lampadina che penzolava dal soffitto e odore di colla. L’odore di colla e quello del sapone di Marsiglia che usava la nonna per lavare i panni nel lavatoio di pietra in fondo al cortile, sarebbero rimasti dentro le narici per sempre.

La nonna, anche se aveva la lavatrice che centrifugava girando una manovella, in estate lavava al lavatoio e cantava ad alta voce. Era intonata e le signore del cortile uscivano e stavano ad ascoltarla, poi facevano il caffè. Lei raccomandava alla nonna di conservare le schegge del pezzo di sapone che stava finendo, perchè lo usava per lavare le bambole.

La signora Elisa aveva una figlia: Ivana un anno più grande, fu la prima amica. Il papà di Ivana morì che la figlia aveva circa 10 anni: fu la prima esperienza con qualcosa di incomprensibile. I genitori, infatti, non potevano mancare. Non era previsto.

Con la nonna, la sera, diceva le preghiere, perchè il papà di Ivana guarisse: ci rimase malissimo quando seppe che non erano servite.

La nonna recitava l’Ave Maria e Salve Regina in latino, lei faceva un po’ fatica allora le recitava in italiano. La nonna diceva che era lo stesso, che la Vergine sapeva tutte le lingue del mondo.

Un pensiero riguardo “FINESTRE

  1. Ho scritto di questa cosa qui: pensavo di averlo fatto in altro contesto invece … no, lo avevo già fatto qui, in controluce e mi sono accorta dopo.
    Sono giorni piovosi e invitano alla riflessione e dentro le pozze di acqua il tempo si sciogle e confonde i contorni.
    Come un acquarello senza cornice sotto la pioggia: il cielo diventa prato, il prato case, le case mare e cielo e stelle.
    Un po' come accade al crepuscolo che il giorno non è più giorno ma non è nemmeno notte e la notte non è giorno ma lo è solo un po'.
    O come l'alba che divide il giorno e la notte che forse vorrebbero fondersi in un istante più lungo.
    E' un po' cosi' la mia memoria certe volte, e mi piace così,  diversa da un foglio elettronico con le caselline incolonnate, con il tempo ordinato nel tempo, tempo infilato in schedari con scritta la data.
    A volte il tempo è come una collana dal filo rotto, le perle disperse per terra, sciolte, libere da ogni ordine, liberate dall'esser filo.

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