MUSI NERI (anime candide)

Ci sono passioni che fanno parte del nostro corredo genetico: sono dentro di noi, molto prima di “noi”, prima di essere individui consapevoli di una propria identità, veniamo attratti verso qualcosa, come da una calamita. L’attenzione si concentra, i sensi si acuiscono e si viene trascinati in una direzione, spinti verso qualcosa, nostro malgrado. Mia nipote adora i cavalli: sarà oggetto di un futuro articolo, a disegno terminato; un disegno per una bambina di sei anni è una cosa seria e per la zia una grande responsabilità pubblicarlo in rete.
Capita però che qualcuno, prendendoti per mano, ti accompagna dentro un mondo che non conosci: ti porta davanti alla tenda di nebbia che lo protegge o nasconde, prende la tua mano e scosta il velo, con delicatezza, anche con titubanza, prestando attenzione alle tue reazioni, al tuo stupore, un po’ geloso e un po’ orgoglioso di farti fare questa scoperta. C’è qualcosa di sacro in un gesto come questo, e tu lo capisci e ci entri in punta di piedi, con tutta la delicatezza di cui sei capace. Entri, ti guardi attorno, annusi e magari non ci torni più.
Oppure capita che …………
ci torni, anche in solitudine: ti trovi a scostare l’altra parte della tenda per vedere cosa c’è in quel mondo e senti di voler procedere, di voler esserci entrare dentro, nella sua tridimensionalità.  Ed è così che nasce un interesse che poi può diventare una passione. La curiosità è fondamentale, è il carburante. Mi è accaduto  questo quando qualcuno mi ha parlato dei Musi Neri.
Bisogna fare un salto indietro nel Tempo ma anche un salto nel cuore, per trovare la giusta armonia dove collocare mente e cuore e navigare nel giusto spazio. Tempo e vita condividono i medesimi confini: l’amore forte per qualcosa che ci appassiona permette di superare quei confini rendendo quindi possibile tuffarsi in epoche differenti, accostare la propria sensibilità alla vita di qualcuno fino a sentirne quasi il respiro e l’odore. In questo stesso istante, mentre scrivo, osservo qualcuno immerso in un presente atemporale, con in mano un libro di Mario Rigoni Stern, sul divano accanto al mio.
Quando ero una bambina amavo ascoltare i racconti di mio nonno Natale: faceva il calzolaio, era in pensione, ma riparava scarpe per mezzo paese. Adoravo il momento in cui si infilava il suo grembiulone munito di tascone porta-chiodi: per me era una gioia intima e lo seguivo, nel suo sgabuzzino (lo chiamavamo così, il piccolo locale nel cortile) odorante di colla, con la lampadina nuda che pendeva dal soffitto. Mi sedevo di fianco a lui, davanti allo stesso mobiletto che ora costituisce l’unico arredo del mio bagno e mi facevo raccontare le storie del suo passato. Lo rivedo, con il chiodo in bocca e il martello in mano oppure mentre intinge il pennello nel barattolo di vetro trasparente pieno di colla gialla e densa.
Dei Musi Neri mi ha parlato un amico, lo ha fatto attraverso una sensibilità raffinata, speciale, quella di un uomo che vive in questo tempo e per questo tempo, così come in questo tempo e anche per questo tempo lavora, ma che possiede un’anima che si dilata, attratta dal passato da una magnetica forza passionale. Un lavoro sopra e per le macchine, un amore viscerale per l’Apollo 11,  identico a quello per la zolla di terra che coltiva e dalla quale spunta la sua pianta di pomodoro o la sua azalea. Per alcuni sono contraddizioni, per altri niente affatto. Ovviamente io appartengo al secondo gruppo.
La storia dei Musi Neri costringe ad immergersi in un tempo fatto di fatica, di poche cose, di lavoro duro e di umiltà. Potremmo definire questi operai “compagni delle locomotive”: la locomotiva era viva, e andava accudita, coccolata, viziata. Niente doveva né poteva essere trascurato: l’olio nelle lampade, la giusta pressione dell’acqua, la temperatura della caldaia. Ma  non bastava farla funzionare: no, doveva esserci la stessa cura che si riserva a chi si ama, quindi doveva esserci amore.
La caldaia andava caricata, la pressione doveva essere mantenuta giusta, la temperatura anche, l’olio ben adoperato, nella misura giusta e senza sprechi, sia per le luci che per la macchina. Le pompe lubrificate, e il tutto mantenuto in perfetto stato. I bulloni “saggiati” con severità, i vari pezzi, ascoltati a colpetti di  martello, dovevano emettere il “giusto suono” all’orecchio esperto dell’uomo. Ci va tutta quella cura per cui è importante che qualcosa non sia “troppo” né “troppo poco”, ci va l’attenzione per la “misura”, per il “dosare” utilizzando le mani, la pressione delle dita, l’orecchio: diventa un’arte affinata dall’esperienza sensibile.

Ma era anche lucidata, la caldaia, doveva brillare, così come venivano tirati a lucido le manopole, i manometri e quant’altro.
Era un lavoro duro, con il viso esposto al vento gelido, contrapposto al calore del vapore e del fuoco. C’era molta severità: erano previste sanzioni per ogni errore anche minimo, banale e anche formale: violazioni circa la cura della persona e della divisa erano oggetto di multe e anche di sospensioni.
Fuochista e locomotiva erano in simbiosi. Tutti e tre insieme, fuochista, macchinista e locomotiva erano molto di più di una squadra: erano una sola sofferenza, una sola cura, una sola tensione.
Un rapporto che costituiva un mondo a sé, che lasciava lontano il mondo personale per lunghi periodi, quello in cui ogni uomo aveva la propria casa, la propria donna, i propri figli. Il fuochista respirava tutto il fumo della fornace specie dentro le gallerie ed era ancora lui a doversi sporgere continuamente per vedere la strada ferrata, subendo variazioni di temperatura tanto rapide e violente che spesso erano causa di gravi malattie e di morte.

Sopra quel mondo di ferro e di ghisa, la vita di ognuno dipendeva dal lavoro dell’altro. La durezza del vivere, le privazioni, il dolore e il freddo e le bruciature erano tutti per “quel” respiro: uomo e locomotiva respiravano insieme, correvano insieme, sbuffavano, borbottavano e ansimavano insieme in un crescendo lanciato in una velocità che fende il tempo, lo sfida, lo rispetta e lo asseconda.
Somiglia molto al rapporto intimo tra uomo e donna, a quella intimità che mescola respiri e ruoli in una ben definita e sacra diversità di ruoli e respiri, dove ogni gesto, ogni movimento che l’uno compie è rivolto e dedicato all’altra che lo riceve insieme a tutto ciò che porta con sé, quindi con la conseguenza, diretta sulla pelle.
Leggendo qualche storia, entrando in questo mondo, non si può fare a meno di trovare dell’eros tra uomo e locomotiva:  tra un uomo e una signora, alcuni direbbero. Una signora che va rispettata e amata, un po’ capricciosa, delicata, che chiede accurate attenzioni ma che sa ripagare con un sorriso, con la gioia che si legge negli occhi e riscattare con quel respiro breve ma anche infinito che porta in luoghi lontanissimi.
Chissà se l’ansia che si crea a volte prima di un incontro tra un uomo e una donna può essere simile a quella che provavano loro, prima della corsa sul binario .. Io credo di si.
Affascina e stupisce, oggi, sapere di quella solidarietà che univa la coppia – spesso assegnata all’ultimo momento – fuochista-macchinista. Un sentimento vero, sincero, fatto di condivisione e di spirito di gruppo, alla cui base stava la complicità, in un rispetto che comprendeva anche i ruoli superiore/subordinato ma che non conosceva prevaricazioni e sudditanze.
Ci si può far rapire da storie come queste: a me accadeva così con i racconti del nonno: se chiudo gli occhi sento ancora l’odore della colla e quello del cuoio, e se c’è silenzio e penombra rivedo ancora le ombre che disegnava la lampadina penzolante e mi pare di sentire la voce della nonna che ci chiama per il tè del pomeriggio.
Sono storie d’amore di vapore di fumo. Di carbone e di brace. Di sudore, di tazze di latta con caffè caldo, di bicchierino alla stazione prima della partenza, di sputo sulle mani prima di afferrare la pala. Di poche consolazioni e poche gioie se non quelle del riposo in un letto vero e del ritorno a casa, ad abbracciare la famiglia, e quella donna che aspetta e poi risaluta, allungando un sacchetto con qualcosa di cucinato da mangiare “almeno per oggi”.
Sorrido e penso agli squali nel nostro mondo: si alzano la mattina, indossano un formale abito manageriale apparentemente innocente: non si nota che è un abito da guerra, una tuta mimetica in piena regola con tanto di elmetto, anfibi, mitra e il coltello nello stivale. Il viso porta i disegni di guerra nascosti da abbaglianti sorrisi. A pranzo fanno la colazione, la sera il brunch oppure l’happy hours, e mentre ti sorridono pensano a come fare per soffiarti il business.


Ci sono parecchie cose nel web.  Ne segnalo una: se qualcuno fosse interessato, posso fornire altre cose attraverso chi ne sa molto più di me.  Intanto lascio questo http://www.trenieferrovie.it/musineri2.asp le foto sono tratte dal web.

19 pensieri riguardo “MUSI NERI (anime candide)

  1. Tu sai quanto mi possano commuovere le storie d’amore e fumo. I miei avi appartenevano alla…tribù dei musi neri! Ho ancora i due orologi "zenith" marcati "Ferrovie" con i quali i macchinisti cronometravano i tempi di percorrenza (siamo agli inizi del secolo).
    Ho anche una foto di un paio di locomotive guidate dai miei musi neri e una immagine un po’ sfocata di un disastro ferroviario dopo il terremoto di Avezzano. Se ci riesco te le mando così puoi darne copia al nostro comune amico.
    Pieffe

  2. Grande Guerrero… sono un fan di Francesco e questa è una delle canzoni preferite di quel periodo storico…

    ma veniamo al post di Celeste.
    Leggendolo ho pensato a quando da piccolo ero appassionato di treni, mi recavo in stazione per vederli arrivare e partire, passare a o fermarsi alla stazione… e poi d’estate nel paese al mare sapevo tutti i nomi degli allora "rapidi"… certamente era treni più moderni di quelli descritti in questo post ma avevano il loro fasciono, come gli adesivi sul locomotore.

    Mi è venuto in mente anche tutti i film visti in cui la locomotiva sfrecciava a tutto vapore nel west inseguita dagli indiani o dai banditi e con il macchinista che manovrava e il fuochista che buttava carbone per accelerare la corsa

    Era di certo un lavoro duro, come il minatore, di cui mi piace molto, tornando alla musica, la canzone di Davide Van De Sfross nell’album Pica.

    Un mondo ormai passato ma che lascia tanti ricordi

    un sorriso 🙂

  3. Ciao Cele.
    Ci sono tante cose in questo post, o almeno tante tante ce le ho trovate io. Bellissimo è il rispetto con cui si tratta il rapporto con qualcuno che ti sta raccontando qualcosa di suo, che considera importante e te ne vuole fare partecipe, o almeno considera se ce ne siano le condizioni. Molto delicato… e… molto fuori moda in questi tempi di urlatori.
    C’è il valore della memoria, senza che debba essere confusa col presente, ma piuttosto come bagaglio, come borsa degli attrezzi dove ricercarci la chiave inglese per stringere il tubo del presente, che a volte perde, e non sapremmo aggiustare senza quello che abbiamo sentito, imparato, vissuto "prima" (spero non me ne vorrà troppo Mildred, ma io mi spiego così… non faccio a gara con nessuno, giuro! 🙂 ).
    Poi c’è l’oggetto del post, i "musi neri", in molteplice ottica, come sempre: c’è l’uomo, con la sua difficoltà quotidiana, con la vita dura di chi si trova ancora giovane col fisico minato dal lavoro, dalla polvere, dalla temperatura estrema, sia calda che fredda. C’è il racconto dell’orgoglio del proprio ruolo, la serietà del lavoro, la consapevolezza delle responsabilità nonostante tutto, qiuando ancora non esisteva soltanto il denaro a fare da metro ad ogni cosa. C’è il rispetto per il "Maestro", il Macchinista, al quale il fuochista doveva chiedere anche se andava bene se si fosse sposato un certo giorno, o se doveva spostarlo.
    E c’è il rapporto con la "macchina", trattata alla stregua di un essere vivente, che risponde ai comandi certo, ma anche alle attenzioni, alla cura che le si dedica, quale "fosse cosa viva" come dice il Guccini di Guerrero.
    Beh, ho commentato il post, credo, ma non riesco a commentare il contenuto: vorrei solo dirti che l’ho trovato molto "bello" dove il bello ha in questo caso "n dimensioni".
    Riccardo.

    PS:
    Pieffe, conosco quslcuno che ha ucciso per molto meno delle foto di cui parli!! 😀

  4. Anche mio nonno era un "gatto" ferroviere. Ma lui bazzicava in stazione, controllava i passeggeri e si muoveva sinuosamente tra le carrozze badando che tutto fosse in ordine e collaudando personalmente i sedili. Quando aveva tempo andava in cima al treno e ammirava la locomotiva per ore e a volte si addormentava sulle calde lamiere.

    Mi ricordo il film muto "The General" bellissimo ed esilarantissimo che avevo sentito con sottofondo di musica elettronica suonata da un bravissimo musicista. Si vede un Buster Keaton "muso nero" che riconquista la sua locomotiva rubata e con questa salva il paese in guerra.
    Vi rimando a youtube con uno spezzone del film e ….alla locomotiva che si chiamava appunto "Il Generale".

  5. Vedi Riccardo, altri amici dei treni…
    Opportunità di scambi… ferroviari e non, nati da un semplice blog.
    Ricordo anche il Gigante di ferro di carola e bimbo. Son belle cose.

    Pieffe attendo quel preziosissimo materiale e saro’ lieta di fare da postino, con tutta l’attenzione che meritano certe cose.
    Fai in fretta … insomma PRIMA che ci scappi il morto.

    Petula
    grazie, come sempre di esserci e anche del filmato. Mi piacerebbe avere del tempo per vecchi film… Sono moltisismi quelli che meritano di essere visti, gustati, goduti, a differenza di quelli dell’attuale produzione fatta salva qualche rarissima eccezione.

    Marinz:
    Vedo che conosci Davide V.d.S. e mi fa piacere. 
    Lui possiede a mio avviso la capacità di raccontare le cose di altri tempi come se arrivasse direttamente da là.. Ha la mia età, circa ma lui .. è come se ci fosse stato anzi se ci fosse ancora…
    Difficile da comprendere, non è per tutti, considerando anche  il contesto che affonda le radici nella cultura delle genti del Lario.
    Ma io credo che un paio di giorni respirando quei vicoletti, quelle piccole spiagge e quelle cose rimaste immutate nel tempo, con la giusta sensibilità e cura, lo possa "sentire" anche chi non appartiene a quei luoghi. Io stessa non ne faccio parte anche se geograficamente molto vicina, specie ora ma…. girando e girando … "senti".

    E gira che ti rigira gira sempre tutto attorno alla sensibilità, alla voglia di sentire, scoprire, e a quella di esserci.
    Percorsi differenti dai nostri tempi o dal nostro quotidiano nascondono meraviglie  che a volte trovano collocazione dentro di noi e sanno stupirci. Forse qualcosa dentro che le aspetta.
    E’ bello darsi questa possibilità e sentire che eventi, persone, cose, incontri, sono come in relazione tra loro uniti da una magia che cuce.

    Quella parte magica della vita, legata alla sensibilità e alle piccole cose, ai dettagli, alla condivisione vera e profonda, quando manca, cala il buio di una notte che sembra infinita.

  6. Pinuccia, grazie per la lucertolina FINDUS, vedrò di mantenere la catena del freddo e metterla subito in freezer.
    Ora abbiamo scoperto il tuo colore, che piace molto anche a me.

  7. Pinuccia benvenuta come sempre.
    Ho visto che hai un account!
    Bello.  Poi il color oro con l’azzurro sta bene.
    Penso alle maioliche e mi vengono in mente quelle di Santo Stefano di Camastra.
    Mi è capitato di vederle in mostra sistemate in un giardino, tra siepi di bosso e piante di limoni. Uno spettacolo.
    Possiamo sperare anche in un blog?
    Dissenterei pero’ sulle lucertoline…. Un po’ di frutta candita mi pare anche più adatta al periodo. Petula che ne pensi?
     

  8. Carissima Celeste,
    il gialloeoro è  venutio fuori  quando mi hanno chiesto un nome per l’account,  guardando fuori ho visto un albero con le foglie gialle, rese  dorate dal sole.
    Cosa che oggi non c’è. Non so da te ma da me c’è un nebbione che si taglia col coltello.

    Per quanto riguarda le lucertoline per Petula, cosa devo dire: essendo la coinquilina di due gatti e dato che abito in campagna capita che mi portino un po’ di tutto in casa: dalle lucertole agli uccellini ,ai topolini e pchi più ne ha più ne metta. Mai una foglia di insalata. Anche se una volta avevo una gatta che si mangiava le zucche nell’orto. De gustibus…

    I treni mi piacciono. Mi piace viaggire in treno, conoscere nuove persone. Un po’ come nei blog. magari si parla di poco o di niente, ma quando è il caso si tirano fuori le cose migliori di noi.
    Mi è succsso forse un anno o due fa di vedere una locomotiva a carbone entrare in stazione a Torino. E’ stato uno spettacolo: lei era la prima donna tra gli altri treni.
    Baci, baci Pinucia

  9. Bella la genesi del tuo nick, Pinuccia.
    Ora gli  alberi sono quasi spogli, è vero. Ci si volta un attimo a prendere la macchina fotografica e … la magia è passata, come accade per altre cose della vita. Ma poi un giorno si aprono gli occhi e il cuore e ………..

    La nebbia, quella di cui parli (per dirla alla Paolo Conte "il bicchiere di orzata") ha fatto da sfondo a molti dei mie inverni quando abitavo in zona parco del Ticino. A Milano città non la si vede per niente e nella zona dove vivo quando non lavoro fa rare apparizioni.
    Ricordo che avvolgeva tutto come un vapore palpabile e pesante: era fonte di angoscia: riicordo mia mamma alla finestra e mio padre che tardava ore ed ore. Ma ricordo anche il suo fascino e quella specie di .. appunto.. magia di cui anchhe la nebbia è capace.

    Riccardo
    sorriderà grazie alla chiusura del tuo intervento. Ne sono sicura. La prima donna tra gli altri treni .. bè… lo riterrà un degno omaggio.

    Un caro saluto

  10. Ciao Cele. Ti ho mandato via e-mail due reperti storici, anzi…preistorici. Presumibilmente siamo 1904 ma non ne sono certissimo uno dei due dovrebbe essere del 1892.
    Quando ho tempo… cerco gli altri.
    Un salutone a Riccardo.

  11. Pieffe
    In perfetto orario come un treno che si rispetti … ho trovato tutto e ho adempiuto.
    In realtà la "causa" dell’accensione del PC è un "trenino " biondo di sei anni che sta qui con me… e che voleva sapere quale fosse il paese di provenienza di Pippi Calzelunghe. Grazie

  12. ciao Cele, ho atteso un po’, prima di leggere il tuo post, perché siccome ce ne avevi parlato come di un argomento a cui tenevi particolarmente, volevo avere il tempo necessario per una lettura serena e non frettolosa. Stasera mi sono messa comoda e ho letto questo post bellissimo, molto sensibile e intenso. La persona che te ne ha parlato deve essersi aperta a te nella maniera giusta e tu devi aver ascoltato col cuore spalancato (oltre che le orecchie) perché davvero c’è una partecipazione totale, come se l’avessi vissuta in prima persona. Per quel che mi riguarda, hai aperto davanti ai miei occhi un mondo sconosciuto (a parte un post letto tempo fa da guerrero) e te ne sono grata. Un abbraccio.

  13. Grazie Ioloso, per l’attenzione e la delicatezza, sensibili, direi.
    E’ vero, ne aveo parlato tempo fa ed è vero anche che ci tenevo molto.
    Vero anche che è bella la condivisione di una passione e che ci sono dei "modi giusti" per consegnarne l’essenza.
    Un abbraccio a te.

  14. Ringrazio sentitamente sia per il colpo di stecca di Pieffe che per il pregevole rinterzo Celestiale (!), con i quali mi sono potuto deliziare dei reperti. Cercherò di ricambiare quando se ne presenterà l’occasione!
    Pinuccia, sappi che, tra i mille e mille tipi esistiti, una di loro veniva chiamata "La Signorina", per la sua eleganza, mentre un’altra semplicemente "La Regina", per essere esteticamente bella e forse la migliore mai costruita (beh, in effetti c’era anche "la mucca", ma vorrei sorvolare).
    Dalla tua osservazione vedo che questi nomi sono come "spontanei", e mi sento un po’  "meno malato" 🙂
    Riccardo

  15. Ho sempre sperato che mio nonno mi dicesse che una delle sue macchine si chiamava "La Gnocca". Macché, a inizio secolo erano molto più educati e attenti al linguaggio; però qualche volta davano a quelle bellissime opere d’ingegneria, dei nomi di persona (in genere femminili), tipo Giuseppina, Ermengarda ..ecc.".
    Come sa bene Riccardo, a volte, su percorsi lunghi o su tratte nuove magari in salita, in cui si doveva sperimentare la possibilità di mantenere i "tempi", c’era una specie di cerimoniale, con tanto di pacche sulla caldaia quando il macchinista si "complimentava" per la buona risposta della macchina e abbracciava il fuochista in un’orgia di fumo e di polvere di carbone. Un po’ come fra i cow boys e i cavalli.
    Pieffe

    Riccardo (I due reperti di cui ho inviato copia a Celeste …funzionano ancora! e, all’interno hanno il numero di matricola delle Ferrovie)

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