DIRITTO E DOLORE


solitude

Sembra incredibile, ma poter alleviare o togliere la sofferenza ad un malato, specie terminale, è una conquista culturale.

Qualcosa che si ottiene a fatica  e solo se si possiedono mezzi quali determinazione, ostinazione e accesso alle informazioni, insomma se si è decisi a non mollare e a far sentire la propria voce senza lasciarsi intimorire.

Chi soffre spesso è invitato a “non esagerare”, a “sopportare”,  ad aver “pazienza”. Sembra incredibile, ma è così.

C’è una resistenza, da parte di alcuni medici (tanti, tantissimi) a invitare, incoraggiare, informare i malati a rivolgersi ai medici palliativisti.
Pregiudizi? Ignoranza? Mancanza di umiltà?  Oppure business?

Un cerotto a rilascio graduale a base di Fentanil costa dai 50 ai 100-130 euro. Chi è vittima di un dolore oncologico, neuropatico, è come se ricevesse dell’acqua fresca. Una fiala di morfina costa pochi euro.

Perchè un oncologo non ti dice: “io non posso guarirti dal cancro, ci ho provato e ora non posso fare più niente per te, però ci sono delle persone che possono aiutarti nel dolore: sono medici palliativisti, bussa alla loro porta“.   Perchè non lo dicono o lo dicono in pochi? Cosa c’è “dietro”? Politiche commerciali o cos’altro?

Alcuni oncologi sostengono perfino che il dolore “serve” per capire se una cura funziona o meno.  E già, perchè nel terzo millennio abbiamo bisogno del dolore per sapere se una cura funziona!!

Il dolore ha effetti devastanti: è umiliante, toglie dignità e speranza. Toglie vita alla vita residua che in questi casi è normalmente poca.

E’ atroce trovarsi, magari soli, in un letto di ospedale, in balia del dolore e della paura, dover chiamare un paramedico il quale arriva dopo un tempo che pare un’eternità per dire “chiamo il medico” che a sua volta arriva dopo un tempo che pare una seconda eternità per dire “se proprio non riesce a resistere, tra un po’ le faccio portare qualcosa”.  E quel qualcosa arriva dopo un tempo interminabile e dopo altre chiamate.

E’ una tortura, qualcosa di inaudito, di inaccettabile, specie in un paese che si reputa civile, moderno, che si riempie la bocca ogni giorno e in svariate occasioni, con parole quali tolleranza, rispetto, qualità della vita.  Diritti. Uguaglianza.

Il caso Englaro ha sollevato un polverone: molte persone muoiono disperate, maledicendo la vita e non fanno notizia. Non fanno rumore. Nessuno li sente a meno di incappare in alcune divisioni ospedaliere.

Oggi sono stata a trovare un caro amico, che è anche un medico.
Quando ho bisogno di fidarmi, io vado da lui. Mi conosce, mi comprende ma soprattutto lui è un uomo che fa il medico ed è un medico che fa il medico: una rarità, di questi tempi.

Abbiamo speso qualche minuto in queste considerazioni e ho scoperto, con una certa amarezza, che non cambia mai niente in questo paese.

Ancora una volta mi è venuta voglia di piazzarmi nel corridoio di qualche reparto ospedaliero e dire ai famigliari dei malati oncologici cui tocca assistere allo strazio del dolore “non credete se vi dicono che è in atto la terapia del dolore se i vostri cari sono disperati: rompete i silenzi, le paure, le remore, liberatevi dalla deferenza, dalla soggezione e urlate a squarciagola il diritto di non soffrire”.

Chi riceve DAVVERO la terapia del dolore non grida, non soffre di dolore fisico, non è sfinito da quel tipo di dolore.
Può perfino sorridere, leggere, accarezzare i propri cari, il cane, guardare un film. Può sognare, sperare, giocare.
Mantenere una dignità e continuare a sentirsi una “Persona“.

Non guarisce dal cancro, la terapia del dolore, certo.  Ma dalla disperazione sì.


3 pensieri riguardo “DIRITTO E DOLORE

  1. Ho letto con attenzione ciò che hai scritto.
    Non ho esperienze dirette in proposito.
    Non so cosa ci sia dietro.
    Ma mi sembra che gran parte della responsabilità stia comunque nella maggior parte dei medici che non considerano i propri pazienti come persone. È questa la malattia che andrebbe curata.

    Un abbraccio Celeste cara.

  2. Purtroppo ho una vasta esperienza in proposito: troppo vasta e le ferite di tale esperienza le porterò sempre "aperte", per la vita che mi resta. E confesso che ho provato cosa vuol dire la disperazione di sentirsi abbandonati, quella di sentirsi umiliati, quella di voler reagire con propositi stragisti, e anche la rassegnazione disgustata, quando sembra di sbattere contro un muro di gomma.
    Uno dei problemi è ben evidenziato da Guerreronegro ed è traducibile con l’indifferenza con cui buona parte del personale ospedaliero (dai medici agli infermieri) tratta il malato.
    Ma dietro questa indifferenza c’è un problema etico non risolvibile con alcuna legge, con alcuna morte assistita, con alcuna terapia del dolore.
    C’è il precipizio dell’etica e la mancanza di rispetto per la vita e per la morte o se vuoi…. la mancanza d’amore.
    Hai detto niente!!
    Pieffe

  3. Già.
    Certe ferite non si chiudono mai.
    Tu Pieffe parli di mancanza di amore, ma sarebbero sufficienti rispetto e compassione.
    Me lo dico da sola: ho detto niente!!

    Ciao Guerrero Ciao Pieffino

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