TRENO DELLE 8.44

Mani

Un signore anziano con abito grigio, il gilet di lana anche se fa molto caldo, l’aspetto curato di chi si sta recando ad un appuntamento importante e deve presentarsi al meglio. La cravatta blu.

Un sacchetto della Esselunga in mano la cui trasparenza rileva il contenuto: biancheria e buste di colore giallo scuro, esami di ospedale certamente,  e cartelle cliniche e radiografie forse.

 

Lo sguardo leggermente acquoso e rassegnato. Ma poi lo guardo meglio: no, non è rassegnato ma solo triste e anche sofferente, di quel dolore profondo, intimo e non condivisibile. Sale alla fermata intermedia tra la mia e Milano.

 

Avanza un po’ barcollando verso il posto occupato dalla borsa della ragazza di fianco; lei è completamente assorbita dalla musica dell’ i-pod e non si accorge dell’uomo che chiede “posso?”.

 

Le tocco il ginocchio, lei si scusa, raccoglie la borsa in grembo, l’uomo ringrazia e si mette a sedere. L’aria umile, le mani grosse di chi ha lavorato, con le mani, una vita intera. Lo immagino camminare con andatura incerta nella corsia di un ospedale che ospita la moglie.

 

Immagino il suo incedere umile, pieno di attenzioni e di riverenza, attento a non fare rumore coi passi sul linoleum grigio/verde chiaro.

 

Lo immagino chiedere ad un medico notizie della sua sposa, della sua compagna di anni e anni. La sua sposa ragazza, poi madre, poi compagna nel dolore (forse tanto) e nelle gioie (forse poche). La donna con cui ha condiviso il pane, il letto, la minestra calda. La TV in bianco e nero, poi a colori. La prima volta. E poi la prima volta davanti al mare. La messa la domenica.

 

Lo immagino bussare, con aria colpevole di chi sta disturbando senza averne il diritto, alla porta del primario.

 

Immagino il camice bianco che avvolge un corpo grasso, su cui poggia un faccione che con aria sapiente squadra l’uomo, con fare di chi concede qualche minuto di tempo prezioso per accogliere questo sguardo che indaga, questi occhi che scrutano quell’aria saccente, leggermente infastidita e anche un po’ sprezzante di chi si sforza di essere cortese quanto basta per togliersi un fastidio al più presto. Cosa vuole che le dica? Lo immagino pronunciare. Sua moglie sarà presto dimessa, lei capisce, non possiamo tenerla qui ad occupare un posto. Si rivolga alla caposala: lei le dirà tutto. Ed ora mi scusi ma ho una riunione importante, mentre consulta il rolex d’oro.

 

Immagino questo uomo ringraziare, quasi con un inchino e poi lo immagino tornare al letto dove la sua sposa ha già capito tutto e lo guarda, sforzandosi in un sorriso che dice tutto.

“Non preoccuparti per me, io so tutto, restami solo accanto. Sai cosa mi dispiace veramente? Di lasciarti solo. Io ho la tua mano ancora nella mia ma tu domani sarai solo”.

 

Scendo dal treno, seguo per un po’ l’uomo con lo sguardo. Cammina chino, guardandosi le scarpe.

Mi dirigo verso i tornelli e …

Qualcuno mi chiede se sto bene.. Si, sto bene. E’ solo allergia.

9 pensieri riguardo “TRENO DELLE 8.44

  1. ahimé. l’ho già vissuta la tua storia, da te così ben raccontata. L’ho già vissuta in ogni dettaglio, più volte purtroppo, sia contemplando amaramente la vita degli altri, che anche attraversando la propria. Si, “attraversando”, come nel caso di quell’anziano e dignitoso signore. Soprattutto per gli anziani la vita può diventare un fiume in piena, un’autostrada senza strisce pedonali, piena di automobilisti indifferenti. E attraversarla, anche se solo per andare dall’altra parte, dove la morte ti darà finalmente riposo, può essere un’impresa eroica. Facile esaltarsi per Ulisse che affronta le sirene e i Proci. Difficile è considerare un eroe l’anziano signore per il quale anche salire su un’autobus equivale alla guerra di Troia.
    Mi sei piaciuta molto, Cele, proprio tanto, e mi hai ricordato quando ho minacciato di strozzare uno di quei signori col camice bianco e con l’aria indifferente che non si prendeva cura di un anziano e dignitoso signore che stringeva fra le sue la mano della sua compagna di una vita.
    Ma questa cosa, accade tutti i giorni.
    Pieffe

  2. Che groppo alla gola! Mio papa era così: le mani rese callose callose dal lavoro in campagna, lo sguardo come quello che hai definito tu: acquoso, triste quando l’attimo in cui ha capito che la sua malattia non perdonava. .
    E leggere il tuo post me lo ha ricordato. Mi ha ricordato la sua sensibiltà, la sua umanità, la sua dolcezza. Era un contadino, faceva il suo lavoro con competenza e con lungimiranza, quella che ci vuole per coltivare la terra. Coltivare, non sfruttare.
    Sono passsati ormai tanti anni da quando non c’è più lui fisicamente, ma lui c’è e ci sarà sempre per l’esempio che ci ha lasciato: un uomo, un vero uomo non è quello che sa solo apparire, ma quello che ha dentro di sè la forza dell’amore che sa trasmettere non solo alle persone care, ma anche ad ogni zolla di terra che si ha la ventura di calpestare.
    Grazie Celeste. Un bacio. Pinuccia

  3. Hai descritto così bene e in maniera così viva e partecipe la storia che sei riuscita a farmi venire un groppo alla gola risvegliando in me ricordi di situazioni analoghe… Un abbraccio, Pietro.

  4. Che strano Celeste, a leggerti è venuta anche a me quella strana allergia che tu hai avuto dopo l’incontro con quel signore.

  5. Grazie Celeste , ma invidio quel vecchietto , ricco di amore condiviso , che alcuna arroganza potrà mai sottrargli , anzi forse solo rafforzare nella verifica degli ostacoli . Lui si è scelto , come tanti , la parte migliore , pur vivendo in una società decaduta quali sono quelle che non hanno in onore i vecchi ( i bambini ,i malati , i pazzi ,gli emarginati , gli strani ,gli scomodi ecc. ) . Anche i comandamenti sono scomodi , ( TUTTI ), fatalmente non comprenderli si ritorcerà contro noi stessi , quando i tempi non saranno più nel tempo ; la ricchezza che ci potremmo portare , di là , nessuno la vuole , di qua , a volte nemmeno quando il vento ci strappa via l ‘ ultima foglia e spezza l ‘ultimo ramo ; non la giovinezza , non la vecchiaia insegnano ,ma l ‘ opportunità di incontrarci veri , umili agli appuntamenti fatali della vita in cui baratteremmo volentieri per un piatto di “ lenticchie “ la targhetta grossa e lucente sull ‘uscio di casa ( ognuno ha la sua targhetta anche senza casa ) prima o poi la fame di affetti e autenticità ci aprirà i sensi e forse ci dilanierà il cuore . SI il vecchietto si è scelto davvero la parte migliore , da te magistralmente descritta .

    Un tuo vecchio ammiratore
    mmm

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